Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
SALVINI PUBBLICA SU FB LA FOTO DI UN UTENTE ALBANESE CHE LO CRITICA E LO ESPONE AGLI INSULTI DEGLI ODIATORI, MA QUESTO E’ TOSTO E A SUA VOLTA PUBBLICA E COMMENTA LE FOTO DI CHI LO MINACCIA: “MORISI, STAI MANDANDO AL MACELLO LA TUA ORDA DI DECEREBRATI PERCHE’, SAPPILO, SI SCHIANTERANNO TUTTI”
Cosa succede quando Matteo Salvini mette qualcuno alla gogna lo sappiamo tutti (tranne la sua
ex compagna). Ma cosa succede quando quel qualcuno risponde per le rime agli insulti dei fan del Capitano?
Lo scopriremo oggi nella nuova puntata di “Luca Morisi mette alla gogna quelli che criticano Salvini per un pugno di like”.
Perchè tra ieri e questa mattina i gestori della pagina Facebook della Lega — Salvini Premier e di quella di Matteo Salvini (totale del pubblico: quasi 5 milioni di persone) hanno deciso che era arrivato il momento di punire una persona colpevole di aver commentato sotto ad un articolo di giornale che si augurava che Salvini venisse
condannato nell’eventuale processo sulla Open Arms.
L’autore, che forse è stato selezionato perchè ha un nome “straniero” è stato definito “un poveretto” dalla Lega e “che persona triste” da Salvini. Il tutto perchè ha definito “una buona notizia” il fatto che i giudici abbiano chiesto di processare Salvini e si è augurato — forse in modo non proprio politically correct, ma a Salvini e ai leghisti il politicamente corretto non piace — che il senatore della Lega venga condannato perchè “è solitamente la fine che fanno i
criminali come lui”.
Quello di Besmir è un commento tra tanti, saltato all’occhio perchè il nome è di origine albanese. E così Salvini e Morisi a caccia di consensi ancora una volta attaccano con tutta la forza dei loro cinque milioni di follower un cittadino qualsiasi.
Un metodo intimidatorio che dovrebbe servire da avvertimento: guai a voi se vi esprimete così sul Capitano altrimenti vi facciamo diventare famosi noi. Ma questo è quello che è sempre successo.
La novità è che il “poveretto” in questione ha risposto per le rime.
Prima pubblicando alcuni screenshot dei messaggi che gli arrivavano dai leghisti aizzati dalla Lega. E non c’è dubbio che siano persone che sono arrivate al suo profilo grazie al post pubblicato dagli addetti al merdapostaggio del partito di Salvini.
Ma il nostro non si è arreso. Ha fatto un giro sui profili di quelli che lo minacciavano e lo insultavano per prenderli per i fondelli, pubblicando sul suo profilo alcuni simpaticissimi screenshot. Chi di gogna ferisce di gogna perisce.
Una gustosa rassegna di personaggi che magari nella loro vita sono degli irreprensibili padri di famiglia e che nel tempo libero si divertono su Facebook ad insultare i colpevoli del reato di lesa capitanità .
Perchè in Italia c’è sì il diritto di parola ma non quando si parla di Salvini. E soprattutto se sei “un immigrato di merda” devi stare zitto e tornartene al tuo paese perchè non si deve “andare a rompere le palle in un paese non tuo”.
Questo è quello che fa la Lega.
Che non è solo fare propaganda usando l’odio delle persone per “gli stranieri” o mandare le persone a insultare i “nemici” di Salvini. Quello che fa la Bestia è usare i singoli elettori e simpatizzanti di Salvini come carne da macello, mandandoli allo sbaraglio contro il “nemico” di turno.
E così il partito potrà al massimo essere considerato il mandante morale ma se ne potrà sempre lavare le mani.
Magari dicendo che non ha certo nessuna colpa o responsabilità se poi qualche “testa calda” decide di andare a insultare e minacciare in privato. Ma non c’è bisogno di pubblicare i messaggi privati. Basta leggere i commenti, pubblici, sotto al post della Lega. Sono lì da un giorno e nessuno li ha rimossi.
Difficile dire “non sapevo” o “non immaginavo che sarebbe potuto succedere qualcosa del genere”.
(da “NextQuotidiano“)
Ps L’utente messo alla gogna ha usato l’arma dell’ironia per sputtanare chi lo insultava o minacciava. Il giorno che qualcuno decide di andare ad aspettare sotto casa qualcuno di questi eroi da tastiera o i loro mandanti allora saranno cazzi.
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
LE PAROLE DELLA VERGOGNA SONO BRUCIATE PER SEMPRE
“Lei aveva la biancheria intima quella sera? Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un
anticoncezionale quella mattina? “. Il libro bianco e il libro nero. La musica leggera e le parole asciutte del dolore. Le canzoni sulle donne e le loro deposizioni nei processi. E i vestiti di Sanremo. E le chiavi di casa, ovviamente. La colpa e la vergogna. La semplicità che uccide la retorica. Dodici minuti appena.
Tutti oggi scrivono che il monologo di Rula Jebreal a Sanremo è stato “uno choc”, ma nessuno spiega perchè. Fantastico.
Tutti oggi applaudono, ma nessuno sembra ricordare che, solo pochi giorni fa, Rula Jebreal non avrebbe dovuto parlare su quel palco: “ingrata”, “anti italiana”, “filo-palestinese”, “antisemita”, “troppa politica” .
Lode a Fabrizio Salini che l’ha rimessa lì, dopo che una campagna di stampa aveva provato a delegittimarla. Applausi a chi l’ha difesa. Ma il senso del ridicolo suscitato da quelle piccole diffamazioni resta nell’aria, come un retrogusto sapido nell’ora del trionfo.
Alla fine è quasi bello che l’Italia sia il paese smemorato che abbiamo di fronte, che all’ingiuria si sia sostituito l’applauso, che adesso i trogloditi del ridicolo partito No-Rula tacciano. Dimenticare aiuta.
E alla fine è bello che Rula abbia vinto la su sfida contro il pregiudizio — quello contro di lei e quello contro le vittime della violenza — mettendo tutta se stessa in quei dodici minuti: il racconto della madre che si dà fuoco perchè ha subito violenza, gli anni dell’orfanotrofio, le parole contundenti che arrivano dai tanti processi subiti da chi è stata ferita in questi anni, sui giornali, in tv e nelle aule dei tribunali.
E poi, ovviamente, i dati. Nudi, crudi, dolorosi da ricordare: “In Italia — ci ricorda Rula — in questo magnifico Paese che mi ha accolta, i numeri sono spietati. Lo scorso anno in media 88 donne al giorno hanno subito violenza e abusi. Una, ogni 15 minuti. Ogni tre giorni è stata uccisa una donna. E nell’85 per cento dei casi, il carnefice — ha spiegato la giornalista — non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa. Ci sono le sue impronte sullo zerbino, l’ombra delle sue labbra sul bicchiere in cucina”.
È utile ricordare anche oggi le parole della vigilia, perchè sono state un enorme castello di carte che stava per coprire la realtà di questo monologo: Rula non è stata “anti-italiana”, ma filo italiana, ovvero dalla parte dell’Italia migliore.
Non è stata “palestinese”, ma donna, senza aggettivi o bandiere, ovvero dalla parte di tutte. Non è stata “antisemita”, ma fiera nemica del femminicidio, dell’omofobia e di tutte le violenze, questo sì.
“Lo shock” c’è stato, dunque, ma non nel senso “sanremese” del termine. Non è stato cercare scandalo, ma dare un nome alla realtà . E lo shock non è stato quello che si è prodotto in teatro, per chi era in platea, o a casa, per noi che abbiamo ascoltato o letto le parole di Rula.
Lo shock sarà l’onda di ridicolo che attraverserà un’aula di tribunale, a partire da domani. Quando qualche avvocato improvvido chiederà : “Lei come era vestita?”. “Aveva biancheria intima quella sera?”. “Trova sexy gli uomini in divisa?”.
E sarà sommerso: dal ridicolo e dalla vergogna. Soprattutto perchè, se è tra quelli che non ha sentito il monologo di ieri, ancora non sa che le parole della vergogna — anche grazie a Rula — sono bruciate per sempre.
Luca Telese
(da TPI)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
YVETTE SAMNICK, 35 ANNI, CAMERUNENSE, UN FIGLIO, TRE LAUREE: “NON DIMENTICO LA DOMANDA DI QUEL GIUDICE”
“Parole fortissime dalle quali non emerge solo la violenza sessuale, ma anche quella domestica.
Nei tribunali si ascoltano tante storie di donne abusate tra le mura di casa e tante donne vengono giudicate prima di essere ascoltate fino alla fine”.
Yvette Samnick non nasconde la commozione che le ha provocato il monologo – “duro e meraviglioso”, scandisce – di Rula Jebreal durante la prima serata del Festival di Sanremo. Le violenze di cui ha parlato la giornalista palestinese, alternando il racconto della storia di sua madre a brani delle canzoni d’amore più belle della musica italiana, Yvette le conosce fin troppo bene, ne porta ancora i segni addosso.
Trentacinque anni, camerunense, ha un figlio, tre lauree e oggi lavora come mediatrice culturale nel centro antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza.
Alle spalle anni di abusi e razzismo che ha raccontato nel libro “Perchè ti amo”, dal settembre scorso in libreria per Luigi Pellegrini editore. Una storia che inizia nel suo Paese d’origine, dove il padre – un politico importante, con cinque mogli – picchiava costantemente sua madre – “una volta l’ha fatta abortire per le botte” – e prosegue in Italia, in Calabria, dove Yvette si trasferisce per studiare all’Università e conosce un uomo, il padre di suo figlio, che “diceva di amarmi e intanto mi picchiava, mi chiamava negra di merda”.
Violenza assistita prima e violenza domestica poi, e anche quando decide di denunciare il suo convivente, la vita di Yvette è l’inferno evocato da Rula Jebreal nel suo, commosso e commovente, intervento sul palco dell’Ariston.
Sin dall’inizio, ascoltandolo, le immagini si sono autoconvocate, sono tornati alla mente ricordi che bruciano come il sale sfregato sulle ferite. Jebreal leggeva “alcune delle domande poste in un’aula di tribunale a due ragazze che in Italia, non molto tempo fa, hanno denunciato una violenza sessuale” e Yvette ripensava a quel giudice che “mi chiese come mai una donna intelligente, laureata come me, si fosse trovata in questa situazione”.
O a quando “durante l’udienza per l’affidamento di mio figlio mi sono sentita ripetere che, in fondo, con il mio ex convivente io avevo avuto solo una lite. Ricordo che dopo mi sentii malissimo. Ma come, pensavo, tutti i miei traumi, tutto il dolore che ho dovuto sopportare e che ancora porto dentro di me sminuiti così, associati a una banale lite?”.
Jebreal elenca i numeri della violenza di genere nel nostro Paese – “ogni 3 giorni viene uccisa una donna, 6 donne sono state uccise la scorsa settimana. E nell’85% dei casi, il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa” – e Yvette ripensa agli ultimi tempi della convivenza con “quell’uomo violento, che mi giurava amore e intanto mi costringeva a fare sesso mentre piangevo”.
E quell’accusa, ripetuta di continuo davanti a ogni scoppio d’ira, “la colpa è tua, la colpa è tua”. Jebreal racconta la tragedia della madre e Yvette pensa alla sua, di madre, che oggi fa l’assistente sociale, ma durante la giovinezza e la sua vita di moglie ha dovuto sopportare schiaffi, calci, pugni e ricoveri per le botte che le dava il marito.
Con lei, Yvette, che collabora con la UNHCR e la rete D.i.Re nel progetto “Leaving violence, living safe”, per la tutela di donne migranti richiedenti asilo e rifugiate sopravvissute alla violenza, ha fondato in Camerun l’associazione ACLVF, che si occupa di donne maltrattate, abusate e violentate.
Con il ricavato dalla vendita del suo libro vuole costruire dei centri antiviolenza per aiutare le donne del suo Paese d’origine, “dove c’è una società patriarcale e maschilista e la violenza di genere non è reato”, spiega.
Della lotta ai maltrattamenti e agli abusi contro le donne lei, che le sfumature della violenza le ha conosciute tutte e non ci sta a passare per “eterna vittima” – piuttosto si considera “una vincitrice, una donna che ha voluto essere libera per davvero e non come mi volevano gli altri” – ha fatto il suo impegno.
“Sollecitare una presa di coscienza diffusa su questo fenomeno è fondamentale”, ragiona Yvette. Per questo, momenti come il monologo di Rula Jebreal a Sanremo sono “molto importanti. Manifestazioni popolari e molto seguite, come certamente è il Festival di Sanremo, devono essere utilizzati per sensibilizzare su questi temi quante più persone possibile. Noi donne abbiamo bisogno di voce, per gridare “basta”. Siamo stanche di combattere per i nostri diritti che ci spettano, non certo per concessione altrui. Non voglio più avere il dito puntato contro perchè sono una donna e voglio sentirmi, come sono, libera di esprimermi al meglio”, va avanti Yvette.
E chiude – un po’ dichiarazione di intenti un po’ richiesta di aiuto – “Vorrei avere le stesse possibilità di un uomo perchè ho le stesse capacità ”
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
TONY RIZZOTTO E’ ACCUSATO DI PECULATO PER AVER SOTTRATTO I FONDI ASSEGNATI DALLA REGIONE A CORSI DI FORMAZIONE PER DISABILI
I finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo hanno sequestrato
complessivamente 500 mila euro a Tony Rizzotto di 67 anni, ex deputato regionale all’Ars che faceva parte del gruppo della Lega, e Alessandro Giammona, di 45 anni, accusati di peculato per aver sottratto somme di denaro dalle casse dell’Istituto formativo per disabili e disadattati sociali (Isfordd), ente destinatario di fondi pubblici erogati della Regione Sicilia. Il provvedimento è del gip del tribunale di Palermo.
Le indagini, coordinate dalla procura, scaturiscono da denunce del 2017 da diversi ex dipendenti dell’ente di formazione, nelle quali venivano segnalate irregolarità nella gestione delle somme che dovevano essere impiegate per le finalità istituzionali per l’organizzazione di corsi di formazione a favore di categorie tutelate per l’inserimento nel mondo del lavoro.
Secondo quanto accertato dai finanzieri Rizzotto, nella sua qualità di presidente dell’ente, avrebbe ricevuto tra il dicembre 2012 e l’agosto 2016, senza averne titolo, la somma di 32.520 euro tramite bonifici bancari e assegni tratti sui conti correnti dell’Isfordd, mentre Giammona, responsabile esterno operazioni, potendo utilizzare le credenziali di accesso ai conti correnti dell’Istituto di formazione fornitegli dal presidente, si sarebbe autoliquidato somme per un totale di 456.993 euro negli anni 2013-2017, finalizzate a compensare le prestazioni, pur in assenza di qualunque rapporto lavorativo formalizzato con l’ente che dal 2012 al 2015 ha ricevuto finanziamenti pubblici per 1.500.000 euro.
Fino a una settimana fa Rizzotto sedeva sugli scranni del Parlamento regionale ma una sentenza della Corte d’appello di Palermo ne ha dichiarato l’ineleggibilità .
Dopo la Lega era transitato in Ora Sicilia. Esprimendosi nel ricorso presentato da altri due componenti della stessa lista di Rizzotto alle Regionali 2017, Mario Caputo e Marco Briguglio, i giudici hanno dichiarato Rizzotto “decaduto” dalla carica di deputato assegnando il seggio a Mario Caputo, giunto secondo alle elezioni nel collegio di Palermo. Il ricorso era basato sul ritardo con cui Rizzotto si era dimesso proprio dalla carica di presidente dell’Isfordd, accreditato presso l’assessorato regionale all’Istruzione e alla formazione professionale. Rizzotto aveva quindi “beneficiato” di somme pubbliche erogate dalla Regione e avrebbe presentato le dimissioni oltre il termine dei novanta giorni antecedenti alla fine della legislatura precedente.
A inguaiarlo sono state proprio le denunce dei lavoratori dell’ente finanziato dalla Regione, rimasti senza stipendio per sei mesi e che all’inizio del 2017 si sono dimessi per giusta causa.
Pochi giorni fa il Servizio gestione dell’assessorato regionale alla Formazione ha revocato il primo finanziamento da 680 mila euro, che l’Isfordd dovrà restituire.
A rischio anche la seconda tranche. Perchè, secondo un ragionamento condiviso dagli investigatori e dal pm Maria Teresa Maligno, l’ente aveva regolarmente ricevuto il sostegno pubblico per pagare impiegati, docenti, formatori e allievi, oltre ai fornitori di beni e servizi. Rizzotto era stato già eletto nel 2006 all’Assemblea Regionale per MPA dell’ex Presidente Raffaele Lombardo. Nel 2006 prese 8.149 preferenze, quando si candidato con Salvini di voti ne ha presi esattamente la metà : 4mila.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
CONTINUA IL BRACCIO DI FERRO CON IL M5S SULLA PRESCRIZIONE
Matteo Renzi vuole Mario Draghi presidente del Consiglio al posto di Giuseppe Conte? L’indiscrezione è stata riportata ieri sul Giornale in un articolo a firma di Augusto Minzolini e con una data di scadenza ben precisa: il prossimo maggio, quando ci saranno le elezioni regionali.
«Se l’esecutivo non troverà una terapia efficace per la nostra economia può succedere di tutto. Ci vuole un governo all’altezza, se poi a guidarlo sia lo stesso Conte, o una personalità del Pd a cominciare dallo stesso Zingaretti, o meglio ancora, data la situazione, Mario Draghi, a me va bene lo stesso», ha detto Renzi.
Nell’intervista rilasciata oggi a Goffredo De Marchis su Repubblica però il senatore di Rignano dice che il governo non rischia sulla prescrizione: «Penso di no. E spero che prevalga il buonsenso. Abbiamo il Coronavirus, la Brexit, la Turchia che pretende di dettar legge nel Mediterraneo, i dazi. E il – 0,3 per cento del Pil è un dato negativo che non si vedeva dal 2013. Tutte ottime ragioni per non litigare e mettersi a lavorare. Bisogna sbloccare i cantieri e abbassare le tasse, altro che storie».
È interessante ricordare che nel 2017, dopo la caduta del suo governo, Renzi invece paventava il “rischio” che Mario Draghi arrivasse a Palazzo Chigi; all’epoca a parlarne era Libero: «È evidente», era il ragionamento che, secondo Libero, “Renzi fa in questi giorni coi suoi, «che l’operazione a cui stanno lavorando è quella di arrivare a un premier tecnico». Un nuovo Monti. Come nel 2011. Potrebbe chiamarsi Mario Draghi. O Carlo Calenda. O Ignazio Visco”.
E adombrava un complotto dei Poteri Forti che avrebbe mirato a un governo tecnico dopo il voto politico del 2018. Come sappiamo non è andata così.
Nell’intervista Renzi risponde alla questione del video sulla prescrizione che risale al 201
I social ripropongono le sue vecchie dichiarazioni contro la prescrizione. Il grillino Morra ha scritto: “La rete non dimentica”. Ha cambiato linea?
«Sta scherzando? Le mie vecchie dichiarazioni contro il regime della prescrizione voluta da Berlusconi sono chiare. Volevo cancellare quel sistema aumentando le pene per la corruzione e allungando i termini della prescrizione. E l’ho fatto con la riforma Orlando. La rete non dimentica, ha ragione Morra. Ma la rete è anche capace di comprendere. Non sempre invece sembrano farlo i colleghi grillini».
E poi fa sapere: “In un modo o nell’altro fermeremo questa legge. Credo senza ricorrere alla mozione di sfiducia: molleranno prima”.
Questo perchè sulla prescrizione e “in questo Parlamento i numeri sono chiari” e che il ministro Bonafede “e’ nettamente in minoranza” e che, dunque, “la linea attendista del Pd ha ormai pochi giorni di autonomia”.
Secondo il leader di Italia Viva, infatti, sostiene che essendo gruppi parlamentari “gli stessi che un anno fa presentarono la pregiudiziale di incostituzionalita’ contro la riforma”, i dem ora “dovranno votare in Aula scegliendo tra la Orlando e la Bonafede”. Per aggiungere: “Non siamo noi ad aver cambiato schieramento ma il Pd ad aver cambiato idea sulla legge del suo vicesegretario Orlando
Come andra’ a finire davvero ancora non si sa, ma Renzi è più che sicuro che “i numeri non ci sono” e sulla prescrizione i 5 Stelle “dovranno cedere”. Poi come lo faranno e in quali tempi e’ semmai “un problema del premier” ma “io so che molleranno”.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
L’AMMIRAGLIO MARTELLO: “LA MIA PRIORITA’ ERA GARANTIRE LA SICUREZZA DELLE VITE UMANE”
Dagli atti emerge che la volontà di Salvini di ostacolare Open Arms avvenne con il parere
contrario di molti soggetti che, evidentemente, ipotizzando che stesse accadendo qualcosa di poco lineare si sono cautelati mettendo per iscritto le oro obiezioni
Il 14 agosto del 2019 l’ammiraglio Ispettore Nunzio Martello, del Comando generale delle Capitanerie di porto, dopo una interlocuzione con il Viminale, chiese al capo di gabinetto dell’allora ministro Matteo Salvini, Matteo Piantedosi, di fare sbarcare i 164 migranti a bordo della nave Open Arms a Lampedusa
Lo ha scritto il Tribunale dei ministri di Palermo nella richiesta di autorizzazione a procedere per Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona per non avere fatto sbarcare i migranti.
La decisione fu poi presa dalla Procura di Agrigento che iscrisse l’ex ministro nel registro degli indagati. “Deve poi menzionarsi, per la sua notevole rilevanza, l’interlocuzione telefonica intercorsa il 14.8.2019 tra il Capo di Gabinetto, Prefetto Matteo Pianteodsi e l’Ammiraglio Ispettore Nunzio Martello, Capo del I° Reparto ”Personale” del Comando Generale delle Capitanerie di Porto che, in assenza del C.A. Liardo, lo aveva sostituito quel giorno nelle funzioni di capo del III° Reparto e, in quella veste, aveva curato i rapporti con il Gabinetto del Ministro dell’Interno”.
“In particolare, premesso di aver autorizzato la notte del 14 agosto, in considerazione delle condizioni meteorologiche avverse, il ridosso a Lampedusa dell’imbarcazione Open Arms, essendo invece rimaste inesitate le richieste di Pos reiteratamente avanzate dal comandante, l’Ammiraglio ha riferito di aver avuto nell’occasione contatti diretti con il Capo di Gabinetto del Ministro, al quale aveva comunicato ”che l’unico ridosso possibile, considerate le avverse condizioni meteo-marine, sarebbe stato Lampedusa”, aggiungendo come a suo avviso fosse ”necessario assegnare un Pos alla nave, suggerendo Lampedusa””, scrivono le tre giudici della richiesta.
“In risposta a tale considerazione, il Capo di Gabinetto gli aveva dunque comunicato ”che il Pos a Lampedusa non sarebbe stato concesso” (il dichiarante ha precisato di non essere in grado di chiarire se tale rifiuto di indicazione di Pos, le cui ragioni non gli vennero in quel frangente esplicitate, fosse riconducibile al Ministro dell’Interno, avendo egli interloquito con il solo Piantedosi) – scrivono le giudici – suggerendogli, piuttosto, di ”inviare la nave a Trapani o a Taranto, senza – peraltro – che tali località venissero indicate come Pos”.
L’Ammiraglio Martello rappresentò a quel punto che ”non avrebbe autorizzato il movimento della nave verso tali porti, in assenza di indicazioni formali circa l’assegnazione in capo a tali porti quali Pos.”.
Lo stesso ha altresì aggiunto, in sede di sommarie informazioni rese al Collegio: ”La mia priorità è stata quella di autorizzare il ridosso a Lampedusa, per garantire la sicurezza delle vite umane. L’arrivo della nave presso i porti di Trapani o Taranto, senza indicazione di tali porti come Pos, non avrebbe comunque consentito lo sbarco dei migranti. Ribadisco con forza che in quelle condizioni meteo non avrei mai autorizzato la nave ad allontanarsi da Lampedusa”.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
I GIUDICI: “I MIGRANTI A BORDO NON COSTITUIVANO ALCUN PERICOLO ALLA SICUREZZA DELLO STATO”
Open Arms rischia di costituire un bel guaio per Matteo Salvini. E non a caso stavolta il Capitano non ha cercato di farsi scudo con il governo Conte e con il presidente del Consiglio: a differenza di altre disonorevoli occasioni, infatti, il premier nell’occasione del tira-e-molla con la ONG spagnola non ha fornito alibi al suo ministro dell’Interno, che nel frattempo lo aveva sfiduciato nella crisi del Mojito al Papeete.
Il Capitano rischia un altro processo per sequestro di persona e ieri l’AdnKronos aveva raccontato anche le accuse nei confronti del suo ex capo di gabinetto al ministero dell’Interno Matteo Piantedosi.
I giudici però hanno chiesto per lui l’archiviazione perchè, come spiega Fiorenza Sarzanini oggi sul Corriere della Sera, perchè contestano all’ex ministro di aver «agito in autonomia» in particolare «sin da quando, apprendendo dell’intervento di soccorso posto in essere in zona Sar libica dalla Open Arms, coerentemente con la politica inaugurata all’inizio del 2019, adottava nei confronti di Open Arms, d’intesa con i Ministri della Difesa e delle Infrastrutture e dei Trasporti, il decreto interdittivo dell’ingresso o del transito in acque territoriali italiane, qualificando l’evento come episodio di immigrazione clandestina, a dispetto del riferimento alla situazione di stress del natante su cui i soggetti recuperati stavano viaggiando».
Ma perchè Salvini non chiama nell’occasione in causa Conte? Lo spiega oggi Francesco Grignetti sulla Stampa:
Tra il 1 e il 10 agosto, l’Ong catalana salvò 162 persone in mare nel corso di tre eventi. Chiesero di sbarcare a Malta, che si oppose, e poi si rivolsero all’Italia. Per Salvini a quel punto fu immediato il muro contro muro. Negli stessi giorni, però, il governo iniziava a pencolare clamorosamente. Il 7 agosto, si registrò il voto sulla Tav che spaccò la maggioranza. Il 9, la Lega presentò una mozione di sfiducia contro Giuseppe Conte. La richiesta di Open Arms cadde in questo caos. Il 14, cancellato dal Tar del Lazio il divieto di ingresso nelle acque territoriali, un secondo decreto non fu controfirmato da Elisabetta Trenta. Tra Salvini e il presidente Conte, che non si parlavano più, intanto, c’era uno scambio furente di mail
Conte invitava il suo ministro «ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull’imbarcazione». Salvini rispondeva di no. Il 16 agosto, il premier tornava alla carica. Considerando che nel frattempo la nave era arrivata a Lampedusa per ripararsi da una bufera, ribadiva «con forza — scrivono i giudici — la necessità di autorizzare lo sbarco immediato dei minori, potendo configurare l’eventuale rifiuto un’ipotesi di illegittimo respingimento». Dato che c’era una disponibilità europea, Conte invitava anche Salvini ad attivare le procedure per la redistribuzione. Il 17, Salvini replicava che non condivideva e che avrebbe ammesso esclusivamente lo sbarco dei «sedicenti minori».
Il leader leghista sostiene di aver agito in base alla Costituzione: «Articolo 52 della Costituzione. La difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino. Chi lo spiega a quel giudice?». Ma sono proprio i giudici a sottolineare come «non risultano utilmente invocabile generiche e non comprovate ragioni di tutela della sicurezza pubblica: nonostante gli accessi a bordo di autorità italiane, infatti, nessuna di esse ha mai evidenziato alcun indizio di peculiari e concrete condizioni oggettive (come, ad esempio, la presenza di esplosivi o armi a spiccata potenzialità offensiva) o soggettive di pericolo conseguente allo sbarco sul territorio italiano delle persone a bordo; pericolo, che, come confermato dal prefetto Garroni e dal questore di Agrigento Iraci, nel caso di specie si è poi rivelato, nei fatti, del tutto insussistente».
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
LA GIUNTA DECIDE IL 27 FEBBRAIO SULLA SECONDA AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE
Salvini ha abusato dei suoi poteri, violato le convenzioni internazionali e privato della libertà i
circa 160 migranti che, a bordo della nave Open Arms, si erano avvicinati alla costa di Lampedusa a metà agosto 2019.
È la dura accusa che i giudici del tribunale dei ministri di Palermo formulano nei confronti dell’ex ministro dell’Interno.
Nelle carte con cui si chiede l’autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega anche i riferimenti al carteggio tra il leader del Carroccio e Conte: dalle email citate si nota come il premier fece pressione, in un primo momento invano, sul titolare del Viminale per far sbarcare i minori.
Il caso Open Arms, a poco più di una settimana dalla decisione definitiva dell’Aula sulla vicenda Gregoretti, approda oggi in Senato, sul tavolo della Giunta per le immunità . Salvini è accusato di “plurimo sequestro di persona aggravato” e omissione d’atti d’ufficio.
“Negando lo sbarco, Salvini ha provocato consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale dei migranti. Avrebbe dovuto rispondere alle richieste senza ritardi”
I magistrati competenti ricostruiscono in più di cento pagine i fatti accaduti in quei giorni, quando il primo governo Conte era sulla strada del tramonto e i naufraghi a bordo dell’imbarcazione dell’Ong spagnola attendevano di poter sbarcare in un porto sicuro. Salvini, si legge nel documento, ha agito “in violazione di convenzioni internazionali e di norme interne in materia di soccorso in mare e di tutela dei diritti umani ed abusando dei poteri allo stesso rimessi quale autorità nazionale di pubblica sicurezza, ometteva, senza giustificato motivo”.
Le accuse continuano. L’ex vertice del Viminale rispondendo negativamente, per tre volte, alle richieste “di Place of safety inoltrate al suo Ufficio di Gabinetto dall’Italian maritime rescue coordination center” ha provocato, consapevolmente, “l’illegittima privazione della libertà personale dei migranti, costringendoli a rimanere a bordo della nave per un tempo giuridicamente apprezzabile, precisamente dalla notte tra il 14 e il 15 agosto sino al 18, quanto ai soggetti minorenni, e per tutti gli altri sino al 20 agosto”, quando la Procura di Agrigento pose l’imbarcazione sotto sequestro preventivo e dispose lo sbarco di tutti.
L’allora ministro, affermano ancora i giudici, avrebbe dovuto rispondere alle richieste “senza ritardo” “per ragioni di ordine e sicurezza pubblica, di igiene e sanità ”.
“La permanenza a bordo sarebbe stata lesiva della salute dei migranti. Dalla tensione sulla nave rischio per la sicurezza”
Il tribunale dei ministri ricostruisce la condizione in cui versavano i naufraghi a bordo. C’era molta tensione in quei caldi giorni d’agosto sulla nave. E, con essa, il rischio che la situazione degenerasse. “Il prolungamento della permanenza a bordo della Open Arms delle persone recuperate nelle tre operazioni di soccorso si poneva come ulteriormente lesivo della salute (individuale e collettiva, fisica e psichica) di tutte le persone a bordo, compresi i membri dell’equipaggio, che si trovavano impegnati a gestire una situazione complicata e segnata da un aggravarsi dei motivi di tensione, che metteva a dura prova la loro salute psicofisica, oltre a rappresentare un concreto pericolo per la sicurezza”, si legge ancora nelle pagine scritte dai giudici.
Molti migranti erano malati, e non potevano essere curati in mare: “Numerosi migranti erano infatti fisicamente afflitti da condizioni patologiche che non potevano trovare adeguate risposte terapeutiche a bordo e che certamente si sarebbero aggravate in caso di ulteriore protrazione della loro permanenza sulla nave, alla luce della situazione di precarietà igienica di cui s’è ampiamente detto. Accanto a tali situazioni, emerge dall’analisi degli atti la sempre più grave condizione di sofferenza psichica dei soggetti rimasti a bordo, nei termini chiaramente esplicitati dai sanitari che salirono sulla nave quali consulenti nominati dal pubblico ministero”, si legge ancora.
I giudici si soffermano lungamente sulle condizioni psicologiche dei migranti. La situazione era, sostengono, di una gravità tale che c’era il rischio di reazioni “incontrollabili”. Nelle carte dei pm si rileva: “I migranti versavano in una situazione di grande disagio, fisico e psichico, di profonda prostrazione psicologica e di altissima tensione emozionale che avrebbe potuto provocare reazioni difficilmente controllabili, delle quali, peraltro, i diversi tentativi di raggiungere a nuoto l’isola costituivano solo un preludio”.
Nelle carte viene riportato anche l’esito delle consulenze: “Il grado di esasperazione in cui versavano i migranti, già stremati dalle durissime prove fisiche e psichiche subite prima del soccorso operato dalla Open Arms e angosciati dal terrore di venire respinti e riportati in Libia, rende intuitivo come non tanto il prolungamento anche di un solo giorno di navigazione (con il conseguente protrarsi della situazione di grave disagio nella quale pure tali migranti avevano sino a quel momento viaggiato), quanto il fatto stesso di allontanarsi dalle coste italiane, ormai tanto vicine da poter essere raggiunte a nuoto, si sarebbe rivelato del tutto insostenibile ed incomprensibile”.
“Tra Conte e Salvini un ricco scambio di corrispondenza in quei giorni. Il premier chiedeva di far sbarcare almeno i minori”
Tra il 14 e il 17 agosto 2019 c’è stato un fitto scambio di corrispondenza via mail tra l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il tribunale dei ministri spiega: “Il 15 agosto il ministro Salvini sottoscriveva una nota di risposta ad una precedente missiva del 14.8.2019 del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, con cui lo si era invitato ‘ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull’imbarcazione” . L’allora titolare del Viminale con questa nota “respingeva ogni responsabilità al riguardo, evidenziando che i minori a bordo della nave spagnola dovevano ritenersi soggetti alla giurisdizione dello Stato di bandiera anche con riferimento alla tutela dei loro diritti umani”. Per Salvini, dunque, non doveva sbarcare nessuno: nè gli adulti, nè i bambini.
Il leader del Carroccio scriveva ancora che “inoltre, non vi erano evidenze per escludere che gli stessi viaggiassero accompagnati da adulti che ne avevano la responsabilità , comunque ricadente sul comandante della nave che, infine, aveva già dato mandato all’Avvocatura Generale dello Stato per impugnare il decreto di sospensiva del Presidente del Tar del Lazio, che di fatto aveva rimosso ogni ostacolo all’ingresso della nave in acque territoriali”.
A chiedere a Salvini cosa intendesse fare per i minori non accompagnati che erano a bordo anche il tribunale dei minori di Palermo e il procuratore della Repubblica. A questa sollecitazione l’allora titolare del Viminale rispose declinando “ogni competenza ad assumere provvedimenti in ordine alla protezione di detti soggetti”.
Ma torniamo al carteggio Conte-Salvini.
Il premier, rispondendo al suo ministro dell’Interno, sottolineava ancora la necessità di far scendere i minori dalla nave. E rendeva nota al titolare del Viminale la disponibilità di alcuni stati Ue ad accogliere una parte dei migranti, indipendentemente dalla loro età : “Sempre il 16 agosto il Presidente del Consiglio dei Ministri rispondeva alla citata missiva del ministro Salvini – è un altro stralcio della richiesta di autorizzazione a procedere – ribadendo con forza la necessità di autorizzare lo sbarco immediato dei minori presenti a bordo della Open Arms, anche alla luce della presenza della nave al limite delle acque territoriali (in effetti vi aveva già fatto ingresso) e potendo, dunque, configurare l’eventuale rifiuto un’ipotesi di illegittimo respingimento aggiungeva di aver già ricevuto conferma dalla Commissione europea della disponibilità di una pluralità di Stati a condividere gli oneri dell’ospitalità dei migranti della Open Arms, “indipendentemente dalla loro età ”.
Invitava, dunque, il ministro dell’Interno ad attivare le procedure, già attuate in altri casi consimili, finalizzate a rendere operativa la redistribuzione”. Alla seconda richiesta di Conte, Salvini risponde il 17 agosto. E assicura che, suo malgrado, darà disposizioni tali da non frapporre ostacoli allo sbarco dei “presunti” minori a bordo della Open Arms, provvedimento che definiva, comunque, come di “esclusiva determinazione” del Presidente del Consiglio”.
Nello stesso giorno sulla nave veniva fatta un’ispezione. Gli esperti constatavano “il sovraffollamento e le pessime condizioni in cui versavano i migranti a bordo”.
Quella sera fu disposto lo sbarco dei 27 minori. Nei giorni successivi scesero anche altri naufraghi. Gli ultimi 83 rimasti a bordo furono fatti sbarcare il 21 agosto. Anche in questo caso l’ordine fu disposto dall’autorità giudiziaria.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
CALA LA FIDUCIA IN CONTE E SALVINI, IN AUMENTO ZINGARETTI
Segno meno per tutti i principali partiti: la Lega scende di 0,2% e si allontana dal 30% fermandosi al 28%.
Cala sempre di 0,2 punti percentuali anche il Pd. Ma a perdere di più è il M5s che scende di 0,7 punti percentuali, piazzandosi al 15,2%. Lo rivela il nuovo sondaggio Ixè realizzato per Cartabianca.
Crescono invece Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Forza Italia, rispettivamente di 0,4 e 0,1 punti.
Sale anche Azione, il nuovo partito di Carlo Calenda
Per quanto riguarda la fiducia nei leader politici, cala quella in Giuseppe Conte che si ferma al 39%, stabile al secondo posto Giorgia Meloni.
Cala anche Matteo Salvini (31%), sempre più lontano dal primo posto. Cresce invece la fiducia in Nicola Zingaretti e Silvio Berlusconi.
Ultimi Luigi Di Maio e Matteo Renzi, rispettivamente al 20 e al 13%.
Gli italiani, inoltre, non credono nella solidità del governo. Alla domanda “Ritiene che l’attuale maggioranza di governo sia solida?”, ha risposto “per niente” il 30%, mentre il 45% ha risposto “poco solida”.
Soltanto il 2% la ritiene “molto solida”, mentre per il 17% “abbastanza”.
(da agenzie)
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