Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
SE TOTI E BUCCI VOGLIONO INAUGURARE AD OGNI COSTO IL PONTE PER FINI ELETTORALI CI VADANO LORO IN CANTIERE, E’ ORA DI FINIRLA DI METTERE A RISCHIO I LAVORATORI
Dopo il primo caso di Covid-19 al cantiere del nuovo ponte di Genova i lavori hanno già subito un
contraccolpo. L’operaio, un uomo di Reggio Emilia, è dipendente della Fagioli, una delle aziende principali in azione sul viadotto.
L’uomo è isolato e in cura in albergo, i 49 colleghi sono stati rintracciati e messi in quarantena per due settimane
Intanto un secondo operaio, dipendente di una ditta di pitturazioni, ha la febbre: sono scattati ulteriori controlli
Questa mattina si è tenuta una videoconferenza tra i costruttori e i sindacati, mentre nel pomeriggio, se ne svolgerà un’altra tra sindacati confederali, di categoria e struttura commissariale
Il consorzio PerGenova, in accordo con i protocolli sanitari applicati dalla Asl, ha dato avvio a una sanificazione ancora più approfondita rispetto a quella che veniva effettuata già nei giorni scorsi e che interessa gli spazi comuni come docce, mense, spogliatoi e mezzi di lavoro
In queste ore gran parte delle lavorazioni sono sospese a causa delle forti raffiche di vento.
«Sappiamo che questo cantiere è un simbolo per tutta Italia ma in questo momento va messa al primo posto la salute dei lavoratori»: così Federico Pezzoli, segretario generale della Fillea Cgil di Genova ribadisce, alla luce del primo caso di Covid nel cantiere del ponte di Genova, un concetto espresso da giorni dai sindacati di categoria. «Non ci interessa se si tratterà di rinviare di un mese il taglio del nastro, diciamo da giorni che bisogna rallentare se non fermare i lavori, adesso accadrà volenti o nolenti» afferma. I sindacati non hanno apprezzato che la notizia del contagio sia arrivata durante la conferenza stampa della Regione in diretta Facebook.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
EUROBOND O PIANO B?
Entro la fine della prossima settimana l’Italia pretende «una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo».
Il governo italiano chiede di mutualizzare in tutta Europa il debito (e quindi i suoi interessi) che gli Stati dovranno per forza fare per affrontare l’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19.
Questo perchè gli Stati possono sì oggi aumentare ciascuno il proprio debito, ma domani, finita l’emergenza, dovranno ripagarlo e rischiano di dover varare manovre lacrime e sangue per poterlo fare.
Invece se si emettesse debito europeo attraverso una delle formule che implicano la partecipazione del Fondo Salva Stati e del MES la condivisione del debito nell’intera Europa in primo luogo abbasserebbe gli interessi sullo stesso e in secondo luogo renderebbe più agevole ripagarlo o trattare per dilazioni in caso di estrema necessità .
In questa posizione, Conte non è solo. Ieri, raccontano le cronache del summit, per sei ore ha portato avanti l’affondo insieme allo spagnolo Pedro Sanchez. E a chiedere gli Eurobond per reagire alla recessione da Covid-19 c’erano anche Emmanuel Macron, il portoghese Antonio Costa e poi ancora i leader di Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Slovenia e Grecia, ovvero il gruppo dei nove autore della dirompente lettera della vigilia con la quale chiedevano di sfatare il tabù dei titoli a dodici stelle.
Sull’altro fronte l’austriaco Sebastian Kurz, l’olandese Mark Rutte e gli altri falchi del Nord che vogliono rinviare ogni decisione. Coperti da Angela Merkel. Finisce con un compromesso: entro due settimane arriverà un piano Ue. Ora la lotta si sposterà sui contenuti.
Racconta oggi Repubblica:
Conte blocca il summit, rifiuta di dare il via libera alle conclusioni, di fatto un veto, fino a quando non saranno stati fatti passi avanti. Il vertice doveva finire alle sette del pomeriggio, dura fino alle dieci di sera. I nordici cercano di allungare i tempi di una qualsiasi decisione europea senza dare date precise. I mediterranei spingono: entro la prossima settimana. Dopo sei ore di discussioni si trova il compromesso che recita così: «L’Eurogruppo (i titolari delle Finanze, ndr) entro due settimane porterà le sue proposte tenendo in conto la natura senza precedenti della crisi». I rigoristi insistono per limitare queste idee all’uso del Mes, sul quale hanno sempre l’arma della condizionalità per mettere la mordacchia agli altri. Tanto che Merkel dirà : «Noi preferiamo il Mes». I mediterranei vogliono allargare il mandato dei ministri fino agli Eurobond.
Passa la via di mezzo: non viene citato alcuno strumento e ci si affida al presidente del Consiglio europeo Charles Michel che insieme a von der Leyen, Sassoli, Lagarde e Centeno tra 14 giorni porterà un “Piano Ue per la ripresa”. Cosa ci sarà dentro è tutto da vedere. La battaglia prosegue.
Il piano B dell’Italia con Cassa Depositi e Prestiti
La Stampa racconta oggi che di fronte alle resistenze dei partner Ue, mentre seguiva il filo di un discorso duro e angosciato, ha minacciato: «Tenetevi i soliti aiuti». «Faremo da soli, spenderemo quanto serve» ha rilanciato Luigi Di Maio. Ma che significa fare da soli?
Fonti interne al governo spiegano che i piani sono molteplici, ma con un protagonista in comune: Cassa depositi e prestiti.
Nelle ultime ore i contatti tra Cdp, Tesoro, Bankitalia sono continui e frenetici perchè c’è da superare una sacca di resistenza tra i funzionari della vecchia guardia di via XX Settembre. La storia è semplice.
La Germania ha messo 150 miliardi di maggiore spesa pubblica, il doppio dell’Italia. Non solo: è pronto un pacchetto di circa 400 miliardi di garanzie pubbliche ai prestiti, ai quali si aggiungono i 100 miliardi della Kfw, la banca pubblica che, al netto delle differenze di costituzione (non ha in pancia il risparmio postale dei cittadini), è la Cdp dei tedeschi. Quello è il modello. Quella anche la cifra. 100 miliardi.
Ma a oggi è solo un traguardo. Perchè nero su bianco il Mef ha messo solo 500 milioni che con la leva finanziaria valgono i 10 miliardi di Cdp. In una catena di garanzie statali che attivano controgaranzie, quelle risorse servono a liberare liquidità . Questi più altri sette di plafond per facilitare l’accesso al credito corrispondono al totale — 17 miliardi — delle misure attivate a sostegno delle imprese da Cdp assieme a Sace Simest. Fatti due semplici conti, il Tesoro dovrebbe mettere venti volte tanto, cioè dieci miliardi di garanzia per ottenere con l’effetto leva i 100 miliardi di controgaranzie della banca controllata dal ministero.
In questa fame di liquidità , Cdp è in grado di offrire tempi più rapidi rispetto ad altri fondi dello Stato, come quello a garanzia delle piccole e medie imprese, appeso alle lungaggini dei decreti attuativi.
Altro strumento di Cdp che stuzzica il governo nella ricerca disperata di fonti di finanziamento del debito, sono i Basket bond, mini-bond di distretto emessi dalle imprese per soddisfare la necessità di finanziamento a medio-lungo termine.
Il punto però è sempre lo stesso: basteranno?
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA A ENRICO BUCCI, DOCENTE DI BIOLOGIA DELLA TEMPLE UNIVERSITY: “NON CAPISCO L’UTILITA’ DEL RITO SERALE DELLA PROTEZIONE CIVILE”… “IL PICCO? IMPOSSIBILE FARE PREVISIONI”
Picchi e cali? Prevederli “è impossibile”, dice subito Enrico Bucci. 
I dati registrati sono poco indicativi della situazione dell’andamento del contagio da Covid-19 nel nostro Paese e il professore di Biologia dei sistemi alla Temple University di Philadelphia, da giorni impegnato nello studio dei numeri di contagiati, guariti, deceduti in Italia in seguito all’epidemia da Covid-19, ammette di chiedersi che senso abbia la conferenza stampa della Protezione civile, ogni giorno alle 18. Si domanda, Bucci, come “questo rito serale possa risultare utile” in una situazione, come quella determinata dalla circolazione del virus in Italia, in cui a differenza di quanto accade negli altri Paesi, ci sono “tanti focolai, che se non contenuti – precisa – matureranno a tempi diversi, prolungando la crisi”. Impossibile, dunque, fare pronostici sulla fine dell’incubo in cui il Covid-19 ha precipitato il Paese, anche se a furia di “previsioni utilizzando dati intrinsecamente inutili allo scopo, un giorno qualcuno avrà indovinato e sarà felice di poterlo dire al mondo. Nelle lotterie c’è sempre un vincitore”.
Professor Bucci, è assodato che il numero dei contagiati è più alto di quello registrato e comunicato ufficialmente. Per il capo della Protezione civile, Borrelli, e diversi scienziati è “credibile” il rapporto di uno a dieci – un malato certificato ogni dieci non censiti. Lei concorda?
Diciamo che più che concordare io, sono altri ad aver raggiunto le stesse conclusioni cui da tempo siamo giunti insieme al gruppo di colleghi con cui dal primo momento analizziamo il contagio italiano.
“I dati in arrivo dalla Lombardia sono ormai inutilizzabili, la situazione è fuori controllo”, ha dichiarato qualche giorno fa. Il governatore Fontana si è detto preoccupato. È proprio impossibile interpretare l’andamento nel nostro Paese di questa pandemia che sta sconvolgendo il mondo?
Ciò che è impossibile è fare previsioni che non siano qualitative; per esempio affermando che picchi o cali siano in vista ad una certa data. I dati, per intrinseche limitazioni alla loro qualità , permettono solo di prevedere che certe misure sono opportune, che la fase dell’epidemia in una data regione è iniziale o più avanzata, che si stanno o meno effettuando test in numero ragionevole e poche altre cose.
Se i dati non sono indicativi, che senso ha la conferenza stampa, ogni giorno alle 18, della Protezione civile?
Me lo chiedo anche io, forse perchè per mia limitazione non colgo il significato che per la politica può avere comunicare dei numeri – qualunque numero – e non mi capacito di come questo rito serale possa risultare utile a scopi diversi da quelli dall’analisi quantitativa.
Poi c’è la questione dei tamponi, eseguiti con modalità disomogenee e criteri diversi a seconda delle Regioni.
In qualche Regione, come la Lombardia, ci sono state anche contemporaneamente direttive contraddittorie, provenienti dalla Regione e dallo Stato, per decidere chi campionare e su quale base eseguire i test.
A proposito dei tamponi, Fontana oggi ha parlato di “speculazioni vergognose”, ricordando che, da indicazioni dell’Iss, vanno fatti solo ai sintomatici. Eppure, come ha ricordato il virologo Pregliasco, studi effettuati a Vo’ Euganeo hanno dimostrato che il 75% dei contagiati era asintomatico. Insomma, ha senso fare i tamponi in maniera mirata o bisogna farli in modo, per così dire, più esteso?
“Dipende dalla situazione in cui ci si trova. Quando si ha a che fare con un piccolo focolaio – un focolaio cioè che può essere devastante, ma è ristretto a livello locale – il sistema di campionamento estensivo e tracciamento va benissimo; e può contenere l’epidemia. Quando però cominciamo ad avere un’epidemia territorialmente molto diffusa, come in Lombardia (ricordiamo che qui il virus circola almeno da dicembre), allora è necessario indirizzare tutti gli sforzi sulla diagnosi clinica dei pazienti da curare e sulla protezione del personale sanitario e non impegnato sul fronte del contenimento”.
Per quale ragione?
La ragione è semplice: o riusciamo a tracciare e bloccare un’epidemia prima che la crescita esponenziale diventi troppo ripida, quando abbiamo risorse sufficienti a tracciare tutti, o è meglio concentrarsi sullo sforzo clinico.
Atteso, dunque, che i positivi al tampone non ci danno alcuna idea di quanti essi siano in realtà , esiste un modo per stabilire quanti sono i contagiati nel nostro Paese?
Nelle fasi non troppo avanzate, si possono seguire i ricoveri in terapia intensiva e i decessi, perchè facendo ragionevoli assunzioni sulla proporzione tra questi e gli infetti, sulla base di quanto osservato in altri Paesi, si può ricavare il numero degli infetti. Un modo del tutto alternativo consiste nell’esaminare la differenza genetica tra gli isolati di virus italiani: quanto più sono diversi, tante più persone devono essere state infettate per dar luogo alle divergenze osservate.
In Italia l’epidemia sembra procedere a macchia di leopardo. Lei è riuscito a farsi un’idea sull’andamento del contagio?
Procede a macchia di leopardo perchè, come affermato da tutti gli esperti e noto da tempo, l’epidemia si dissemina in un primo momento seguendo gli spostamenti su lunga distanza soprattutto per motivi professionali e commerciali, ed in un secondo momento cresce laddove si innescano focolai in maniera molto più localizzata attraverso i contatti sociali.
Professore Bucci, da noi l’epidemia si sta diffondendo a velocità maggiore che in altri Paesi?
In generale, con l’eccezione di alcuni Paesi, direi di no.
Perchè non riusciamo a contenerla?
I motivi sono molti, e vanno dalle caratteristiche di infettività del virus, alla sua tardiva identificazione (si è pensato che controllare gli arrivi dall’estero solo da una certa data in avanti fosse sufficiente, sperando irrealisticamenteche il virus non fosse ancora arrivato), fino ad arrivare alle caratteristiche del nostro sistema sanitario, non concepito per contenere malattie infettive nè per fronteggiarle.
Ogni giorno si annuncia una data sul picco dei contagi. Si possono fare previsioni realistiche sui tempi?
L’unica previsione realistica è che, a forza di avere centinaia di modellisti impegnati ogni giorno a produrre previsioni utilizzando dati intrinsecamente inutili allo scopo e a correggere le proprie previsioni di pochi giorni prima, un giorno qualcuno avrà indovinato e sarà felice di poterlo dire al mondo. Nelle lotterie c’è sempre un vincitore.
Una delle espressioni più frequenti dell’Italia chiusa in casa è “quando tutto questo finirà ”.
Si può solo guardare ad altri Paesi, e dire che il peggio in singoli focolai è passato in circa due mesi; in Italia, però, abbiamo tanti focolai, che se non contenuti matureranno a tempi diversi, prolungando la crisi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI UNA INFERMIERA
“Siamo diventati carne da macello. È uno schifo quello che sta accadendo. La gestione del Cardarelli è fallimentare. Così come inizialmente è stata la Lombardia, accadrà lo stesso per la Campania: faremo gli stessi morti e pure di più della Lombardia! E ci contageremo tutti, come birilli“.
La voce, indignata e allo stesso tempo impaurita, è di un’infermiera dell’ospedale Cardarelli di Napoli, che preferisce restare anonima e denuncia a TPI che “sta per scoppiare una bomba-contagio da Coronavirus”, proprio lì, nel più importante polo sanitario del Mezzogiorno.
In Campania i casi sono saliti sopra i 1.400: lo ha comunicato nell’ultimo bollettino l’Unità di Crisi della Protezione Civile regionale. 145 positivi in un solo giorno, record di aumento dei contagi da quando l’epidemia è partita anche qui, su 1.061 tamponi analizzati. Per quanto riguarda i decessi, invece, il numero è salito a 84, mentre le persone guarite sono 58.
L’emergenza Coronavirus è piombata su una sanità campana già al collasso, dove la carenza di medici è strutturale. Il Covid-19 è una tragedia che si abbatte su ospedali dove il personale sanitario non è sufficiente per curare i malati.
“Il 30 per cento dei medici sono contagiati glielo dico io — spiega l’infermiera nell’audio shock che TPI ha potuto ascoltare — Per esempio c’è un medico che da 8 giorni sta a casa, con la febbre alta e una bambina di 20 mesi. E non gli vanno a fare il tampone. Siamo al paradossale! Un altro OSS ha la moglie che lavora in tribunale e è risultata positiva ma lui ha continuato per giorni ancora a venire a lavorare e ha disseminato magari il virus. Due infermieri, entrambi con la febbre forte a casa per quattro giorni. A una di loro hanno fatto il tampone solo quando l’hanno dovuta portare in terapia intensiva… Vi rendete conto?!”.
L’unica misura che è stata presa finora, confermano a TPI dalla direzione sanitaria del Cardarelli, è il blocco in entrata e uscita della Medicina d’urgenza (per cautela, dopo la positività del primario) e la chiusura per la mattinata del pronto soccorso per interventi di sanificazione.
Il problema è l’isolamento dei contagi che non avviene: “Abbiamo fatto una rivolta per far fare i tamponi ai medici con sintomi sospetti, ma niente. Li negano ripetutamente. Noi abbiamo questi potenziali focolai nella convivenza con pazienti a rischio, in più! I reparti stanno per scoppiare da quanto sono pieni”, sottolinea l’infermiera.
“Noi sanitari non ce la facciamo più — denuncia la nostra fonte — veniamo al Cardarelli con l’angoscia e la paura addosso. Fare il tampone significa capire e isolare i casi, invece qui non ci vogliono far capire e sapere niente. Siamo carne da macello, questo siamo”.
Questa mattina, venerdì 27 marzo, uno dei medici napoletani contagiati è morto per Coronavirus: è la 18esima vittima positiva al Covid-19 nella città Napoli. L’uomo di 65 anni era docente di Medicina interna all’università Federico II e responsabile del programma infradipartimentale di Emergenze cardiovascolari e complicanze onco-ematologiche dell’azienda ospedaliera universitaria.
Ma i medici contagiati sono oltre venti in tutto. E non solo al Cardarelli. Avevano fino all’altro ieri ruoli guida tra Monaldi, Pascale, Nuovo Policlinico (della Federico II) e Vecchio (Ateneo Vanvitelli): e oggi sono o ricoverati in reparto, o costretti a casa da sintomi tenuti sotto controllo.
Tutto in dieci giorni, tutto a partire dalla paziente “1”, in camice bianco, del Cardarelli. È la dirigente contro la quale sono state lanciate nelle ultime ore pesanti accuse via social: “rea” di rientrare da un presunto viaggio a Milano presso una delle sue figlie, senza senza mettersi in quarantena. “Tutto falso” , spiega invece la famiglia.
È cominciato tutto il 6 marzo scorso, infatti, quando la dirigente, primario della Obi (Osservazione breve intensiva) del più grande ospedale del sud, ha preferito rimanere a casa in preda ad un malessere che accusava da giorni; ma che, come sempre, non le aveva impedito di prestare il suo coordinamento in una divisione tanto impegnativa.
Poco dopo, la tosse, la febbre alta, poi la polmonite. Sua figlia M., avvocato, ora racconta in uno sfogo su Facebook: “Ho letto cose bruttissime sul web. Sì lo so, ho capito che dopo mia madre si sono ammalati tanti altri primari, sono stati contagiati uno dietro l’altro. Ma vogliamo dare la colpa a un primario che è in prima linea?”.
Dal 6 marzo, cominciano a “cadere” — chi con sintomi più gravi, chi con lieve febbre — gli altri medici. E alla responsabile della Obi, si aggiungono tra i positivi: il primario del Trauma center e il suo aiuto, il responsabile della Terza Medicina e quello dell’Urgenza, il primario della Endocrinologia e il dirigente “aiuto” dell’Ortopedia. Decapitati anche la Neurochirurgia e la Cardiologia riabilitativa, oltre a un infermiere.
Un bilancio già duro, che diventa allarmante se al numero dei camici bianchi contagiati — e ammalati — si aggiunge quello di operatori sanitari che hanno chiesto il congedo per malattia. Un numero impressionante. “Ben 249” , ha scritto nero su bianco, non senza provocare polemiche, il primario del Dipartimento delle Emergenze, il dottor Ciro Mauro.
Ma i 300 medici della task force, reclutati attraverso la call del ministero della Salute, andranno al momento solo al nord. Precisamente nelle tre province più colpite dalla pandemia di Bergamo, Brescia e Piacenza. L’infermiera ricorda un’inquietante verità : “Ci possono anche inviare mascherine e guanti, ma cosa ci facciamo se non ci sono medici?! Trascurare la Campania significa trascurare deliberatamente un pericolosissimo nuovo focolaio“.
(da TPI)
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Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
L’AUTORE DEI VIDEO NON SOLO NON E’ FARMACISTA MA IN PASSATO SI ERA SPACCIATO PER MEDICO… INTANTO C’E’ CHI SPECULA IN BORSA
Proviamo a fare chiarezza sul cosiddetto “farmaco del miracolo” che arriva dal Giappone. 
Proviamoci, seguiamo il flusso delle notizie per assistere sgomenti al fenomeno di un video su YouTube, realizzato non si sa dove e da chi. C
ome questo video sia finito sulle prime pagine dei media in Italia, abbia convinto il governatore del Veneto, Zaia, (lui, quello dei “cinesi mangiano topi vivi”) ad accelerare la sperimentazione nella sua Regione.
Come e perchè l’Agenzia del farmaco in Italia abbia ceduto e aperto un protocollo per verificarne la fattibilità . II che nella pratica vuol dire milioni al vento mentre chi lavora in corsia, muore in corsia, non ha nè mascherine nè guanti.
Partiamo dall’autore. Si chiama Cristiano Aresu, 41 anni, dice di essere farmacista e di lavorare in Giappone. Il 20 marzo posta un video. Mostra gente tranquilla che porta bimbi nel passeggino, folla serena che fa la spesa, prende il sole. Dice: eccoci, siamo in Giappone, qui tutto bene. E sapete perchè? Perchè abbiamo l’Avigan.
Poi vedremo cosa è l’Avigan. Intanto due parole su Aresu. Che non è farmacista, come dice di essere, che in tempi passati come vi dimostriamo grazie a un video di Daily Motion si è spacciato per medico chirurgo all’ospedale San Giovanni di Roma. Era un gioco? Non sappiamo.
Secondo MeteoWeek che lo ha intervistato al momento “risulta disoccupato che percepisce un indennizzo NASpI”.
E’ semmai tra gli animatori di un’associazione culturale di Roma la cui mission (riporto testualmente) è: “promuovere la cultura nerd”. Un’associazione culturale che vende “videogiochi usati tra privati a prezzi bassissimi per permettere a tutti di giocare”. E che lancia aste on line il lunedì e il giovedì
Eppure grazie a un video, Aresu ha trovato una visibilità formidabile. E non solo.
Quindi 20 marzo. Aresu che non è nè medico, nè farmacista, nè sembra abiti in Giappone spedisce il video pro Avigan al giornalista di Sky Tg24 Pio D’Emilia.
Il virus, come abbiamo imparato a capire pure noi, è un attimo. Lo spot di Aresu fa migliaia di visualizzazioni.
La stampa italiana a caccia di speranza lo definisce proprio così: il farmaco dei miracoli che viene dal Giappone. Parlo dei principali quotidiani on line in Italia, non del mensile della parrocchia
Allora con calma rivediamo un attimo il tema Avigan o Favipiravir, farmaco antivirale prodotto da una corporate di Fujifilm Holdings Corp, quelli che fanno le pellicole.
– Secondo quanto riporta Sky Tg24 l’Avigan è stato messo in commercio in Giappone nel 2012 ma in seguito è stato tolto dalla vendita a causa dei gravi effetti collaterali
– Secondo quanto riporta Wiki che cita parecchi studi scientifici: “Gli esperimenti sugli animali in Giappone mostrarono potenziali effetti teratogeni sui feti e per questo l’approvazione della produzione da parte del Ministero della salute, del lavoro e del benessere giapponese è stata notevolmente ritardata, mentre le condizioni di produzione sono state limitate ai soli casi di emergenza”
Secondo quanto riportano Globalist, Huffington Post, Sole24 ore, etc: “il Corporate senior director Fujifilm Italia, Mario Lavizzari, in seguito alle notizie su una sperimentazione in Italia del farmaco antivirale dichiara: “l’azienda non è in grado di divulgare alcun piano per l’uso di Avigan in altri Paesi”.
– Secondo quanto riportato dal Guardian e da Repubblica: la FUJIFILM Toyama Chemical, che ha sviluppato il farmaco, ha diramato una nota chiarendo che attualmente il farmaco viene somministrato a pazienti di Covid-19 in Giappone per uno studio osservazionale condotto dalle istituzioni mediche.
“Sappiamo anche — si legge nella nota – che Favipiravir (versione generica) è stato somministrato a pazienti Covid-19 in Cina. Fujifilm non ha svolto alcun ruolo nelle ricerche di cui sopra e non è quindi in grado di commentare questi risultati.
Al momento non esistono prove scientifiche cliniche pubbliche che dimostrino l’efficacia e la sicurezza di Avigan contro Covid-19 nei pazienti”.
Nonostante tutto questo, sull’onda emotiva il Governatore del Veneto Zaia ha chiesto la riapertura della sperimentazione (tale è, non cura) in Italia. L’Aifa avvierà da lunedì i protocolli, una spesa che forse non avete idea. Un protocollo su un farmaco testato su circa 80 pazienti nel mondo, come rileva Il Post (e non solo) 80 pazienti. E i cui risultati non sono affatto certi.
Ma è invece certo che, come riportato da Business.financialpost.com e potrete facilmente verificare guardando i listini di Borsa, le azioni della Fujifilm Holdings Corp giapponese non sono state negoziate a causa di un eccesso di ordini di acquisto.
Perchè dietro ogni immane tragedia c’è chi fa tantissimi soldi.
Ma tantissimi alla faccia di chi muore, di chi combatte battaglie con una piccola spada di legno spuntata: 40 vittime tra medici, infermieri.
Smettetela di trattare come eroe chi non lo è. Pensate agli 8.165 morti. Alle loro famiglie distrutte. Agli oltre 80mila contagiati.
Siate rispettosi, prima di condividere notizie non verificate, almeno con loro.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
NEI SUPERMERCATI MONTA L’ESASPERAZIONE, SUI BALCONI NON CANTA PIU’ NESSUNO E NEL PAESE SI MANIFESTANO I PRIMI SEGNI DEL MALESSERE
“Abbiamo fame”, detto come un grido, a volte un sussurro, a volte con la rabbia di chi pretende e afferra il cibo gratis perchè non lo può pagare.
Perchè “come si fa a mangiare senza avere uno stipendio?”. E allora, “mi spetta, perchè non è colpa mia se sono chiuso in casa”. E tu, “tu Stato, questi soldi me li devi dare, altrimenti è un mio diritto arraffare dagli scaffali”.
Attenzione, che il clima sta cambiando, altro che sondaggi.
Il paese ha smesso di cantare dai balconi, alle 18 non si affaccia più nessuno per esorcizzare la paura. Anzi, andiamo a Napoli, ad esempio, in un supermercato, a vedere cosa è successo poche ore fa. Il video compare nella pagina Facebook “Lotta per i nostri diritti”.
Ecco la scena. Un signore arriva alla cassa: pasta, pomodoro, pane, olio. E niente di più. È il momento di pagare e si sente la voce del cassiere: “Chiamate la polizia, il signore non ha i soldi per la spesa. Non può mangiare, non ha comprato champagne e vino, ha comprato l’essenziale”.
Ecco cosa inizia a mancare: l’essenziale. Non perchè non ci sia il cibo nei supermercati, sia chiaro, ma perchè molte persone, che già faticavano per arrivare a fine mese, non hanno i soldi per pagarlo.
Nella percezione comune è ormai acquisito che è lunga questa reclusione per arginare il contagio. E dentro casa, senza soldi è difficile stare.
Vale per chi il lavoro ce l’ha e ancora non vede un euro per la cassa integrazione, per chi non ce l’ha, per quell’esercito di nero che non può più fare i lavoretti per tirare a campare.
Vaglielo a spiegare che ci vuole tempo per i provvedimenti, poi magari vedono in tv “quelli del governo” che dicono “nessuno perderà il lavoro” e si irritano terribilmente. Perchè la fine del mese è arrivata, c’è chi ha lo stipendio e chi no. Chi deve pagare l’affitto ma la sua attività è chiusa da quando è iniziata l’emergenza Coronavirus. E di conseguenza ha difficoltà anche a pagare gli stipendi dei propri dipendenti.
Eccola la catena della disperazione
Adesso andiamo a Palermo, sempre in un supermercato. “Non abbiamo più nemmeno un euro, non possiamo campare un’altra settimana così”, un cittadino di Palermo, in un video chiede al premier Conte risposte immediate, altrimenti “scoppia la rivoluzione”. Adesso a Bari, diamo un’occhiata alle cronache.
Malielisa, una piccola commerciante: “Non ce la faccio più, sono crollata, ci stanno affamando”. Chi già aveva difficoltà ad arrivare a fine mese, ora naviga a vista: “Non abbiamo più soldi nemmeno per mangiare”, urla a squarciagola.
Un video della trasmissione Le Iene ha mostrato tre persone davanti a una banca a Bari mentre urlano la loro disperazione: “Siamo rimasti senza cibo e senza soldi. Mi hanno chiuso il negozio da venti giorni, io come faccio a vivere?”. E un’altra signora: “Vi prego, venite a casa a vedere. Non ho più nulla. Io devo mangiare”.
La storia è sempre la stessa. Piccoli e medi commerciati che hanno dovuto chiudere la loro attività e ancora non hanno ricevuto il sussidio da parte dello Stato. E, come è ovvio, non sempre i risparmi bastano.
Per questo, in attesa che il governo faccia qualcosa dal punto di vista pratico, le persone vorrebbero chiedere un prestito alla banca. In particolare, queste famiglie di Bari sembrano chiedere un anticipo; “Io pago gli interessi sugli anticipi, se mi danno 50 euro ne pago di più”, dice la commerciate. Ed ecco che un uomo inizia a tirare oggetti contro la vetrina.
Su Facebook i video sono tanti, sono virali e raccontano più episodi come questi appena narrati. “Conte ci dica stasera quando arriveranno i soldi della cassa integrazione, quando arriveranno gli aiuti per chi non può mangiare. Quando? Non devono dire arriveranno, oppure aprile, oppure maggio, ma subito”.
L’uomo, in questo video, non usa più mezzi termini: “Se gli italiani non avranno più i soldi per far mangiare i loro figli, daranno l’assalto ai supermercati per procurarsi da mangiare. Faranno la rivoluzione”. Con tutto ciò, se il governo non fa presto, ci sarà da fare i conti.
Non siamo ancora alle proteste di massa, ma gli episodi iniziano ad emergere e raccontano tutti la stessa cosa.
Il supermercato Lidl di Palermo viene preso d’assalto da una ventina di famiglie. Intervengono polizia e carabinieri proprio quando i carrelli sono pieni e le persone cercano di andar via senza pagare la merce.
Provate a chiedergli: perchè non cantate più?
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
4401 CASI POSITIVI IN PIU’, 589 I GUARITI
Sono numeri drammatici quelli che arrivano dalla conferenza stampa della Protezione civile di oggi:
mai così tanti morti in un giorno.
Lieve calo dei casi positivi in più: 4.401 contro i 4.492 di ieri, 26 marzo.
A fare il punto sulla situazione in Italia il commissario per l’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri.
Secondo il nuovo bilancio, sono 919 le nuove vittime che portano il totale a 9.134. Il numero delle persone attualmente positive in Italia sale a 66.414 pazienti.
Complessivamente sono state colpite dal virus 86.498 persone in Italia, 5.959 persone in più rispetto a ieri, quando i casi totali erano 80.539.
Quanto alle guarigioni, nelle ultime 24 ore sono guariti 589 pazienti, per un totale di 10.950. I pazienti ricoverati in strutture ospedaliere con sintomi sono 26.029, di cui 3.732 in terapia intensiva. 36.653 sono invece le persone in isolamento domiciliare in tutta Italia.
I deceduti fino a ieri erano in tutto 8.215, oggi se ne aggiungo 919, per un totale di 9134. I casi positivi fino a ieri erano 62.013 per un totale di 80.539 persone colpite.
(da Open)
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Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
I MEDICI DEL SAN MARTINO DI GENOVA L’HANNO SOPRANNOMINATA “HIGHLANDER”: “UNA VERA ROCCIA, E’ MIGLIORATA PRIMA CHE LA SOTTOPONESSIMO ALLE TERAPIE, CI HA RINGRAZIATO ED E’ TORNATA NELLA SUA CASA DI RIPOSO”
Lina è nata nel 1917: durante la sua vita ha visto due guerre mondiali e affrontato momenti davvero difficili, come la morte dell’adorato figlio e una delle prime separazioni in Italia. Ieri, alla vigilia del 103esimo compleanno, ha vinto un’altra sfida che sembrava impossibile, quella contro il coronavirus.
«La sua storia è stata un soffio di speranza dentro la tempesta che stiamo vivendo ormai quotidianamente – il professor Raffaele De Palma, responsabile del reparto di Medicina Interna a indirizzo immunologico del san Martino per un attimo ritrova il sorriso – Il miglioramento di Lina è stato inaspettato e ha rincuorato tutti noi, medici e infermieri, che ogni giorno lottiamo contro il Covid-19».
La signora Lina vive in una casa di riposo, un paio di settimane fa ha iniziato a non sentirsi bene ed è stata trasportata in ospedale: «L’abbiamo ricoverata per uno scompenso cardiaco – racconta Vera Sicbaldi, uno dei medici che si è presa cura di lei – ma dopo un paio di giorni ci siamo accorti che aveva problemi alle vie respiratorie e presentava sintomi, anche se blandi, che ci hanno spinto a farle il tampone per il Covid-19, risultato positivo»,
Una sentenza dura che ha subito preoccupato i medici: «Purtroppo sappiamo bene che il coronavirus sugli anziani picchia più duro – continua Vera Sicbaldi – ma non abbiamo fatto i conti con la tempra della signora Lina, si è dimostrata una vera roccia: la saturazione dell’ossigeno è migliorata velocemente è guarita senza nemmeno doverla sottoporre alle terapie farmacologiche per il Covid-19. Dico la verità , quasi non ce lo spieghiamo nemmeno noi».
E alla fine, anche prima del previsto, la 102enne è stata dimessa e ha potuto far ritorno nella sua stanza nella residenza protetta. Medici e infermieri, nei corridoi dell’ospedale, l’hanno affettuosamente soprannominata “highlander”, immortale. «Vista l’età ci aspettavamo un decorso molto diverso – sorride la dottoressa – ma siamo felici che sia andata così. Del resto Lina si è dimostrata una donna incredibile, coraggiosa e piena di vita. Nonostante gli anni è molto lucida e ama chiacchierare».
Tra una terapia e l’altra ha rivelato dettagli di una vita che sembra un film: la separazione dal marito in giovane età , un figlio trasferito negli Stati Uniti con una brillante carriera nello spettacolo, l’amore per i viaggi.
«Le piaceva ricordare il periodo in cui ha vissuto a lungo in America per stare vicino al figlio – raccontano in corsia – ma anche tutti i viaggi che ha fatto: ha sempre avuto una vita ricca di stimoli e un’energia fuori dal comune, anche in queste settimana dimostrava una lucidità straordinaria, dava dei punti a tutti. Probabilmente è proprio questa vitalità ad averla salvata anche stavolta».
Gli unici momenti di tristezza erano quando racconta la scomparsa del figlio tanto amato: il suo sguardo si appannava e restava nel letto in silenzio. Ma bastava un messaggio o una telefonata del nipote per riportarle il sorriso.
«Non so se ha capito sino in fondo cosa le è capitato e quale brutta malattia è riuscita a sconfiggere – ammette Vera Sicbaldi – Leggeva riviste e si teneva informata ma ho avuto l’impressione che di questa emergenza non avesse piena consapevolezza. Per noi però è stata un’iniezione di fiducia di cui avevamo proprio bisogno: nei volti dei pazienti rivediamo i nostri nonni o i nostri genitori, quando le cose vanno male è pesante anche per noi. Siamo un gruppo di medici molto giovane, l’età media è intorno ai quarant’anni, a casa abbiamo tutti bambini piccoli e genitori anziani che non vediamo da settimane per preservarli: alla fatica del lavoro, come tutti i sanitari, aggiungiamo il carico psicologico della paura di infettare i nostri cari».
Il reparto di Medicina Interna e Immunologia Clinica è stato uno dei primi a essere riconvertito e destinato integralmente ai malati Covid-19. Al momento ospita ventidue pazienti positivi ma mantiene ancora un’ala del reparto “pulita” con sei malati, tutti con doppio tampone negativo.
«Adesso iniziamo ad avere anche qualche giovane ricoverato – ammette il professor De Palma – ma sono una minoranza, quasi tutti sono anziani con una storia clinica complicata. Siamo in prima linea da sempre e abbiamo assistito all’aumento dei contagi e anche degli aggravamenti dei pazienti, facendo tutto quello che potevamo per salvare più persone possibili. Non è sempre stato facile ma quando stava subentrando la stanchezza è arrivata Lina a tiraci su il morale».
(da “il Secolo XIX”)
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Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile
A DIFFERENZA DEI SOVRANISTI CHE STREPITANO E NON MUOVONO IL CULO, TUTTE LE ONG IN EUROPA SONO SUL FRONTE DI GUERRA
Le polemiche sovraniste, sterili e vuote, hanno ovviamente colpito le tanto odiate Ong. Solo pochi
giorni fa Bruno Vespa ha scritto su Facebook che Emergency e Medici Senza Frontiere “c’erano per i migranti ma per gli italiani sono spariti”.
Una notizia ovviamente falsa, dato che entrambe sono in prima linea, e per la quale Vespa si è anche preso un esposto da Usigrai.
Alla lista delle Ong impegnate sul fronte del virus si aggiunge Open Arms, che annuncia che i team di medici impegnati di solito nelle missioni di salvataggio migranti sono ora in Spagna in prima linea contro il Covid-19.
Open Arms posta sulla sua pagina twitter due foto, di due attiviste del loro team: Isabel, che lavora come medico di emergenza all’Ospedale Doce de Octubre, mentre Inès è infermiera all’ospedale La Paz di Madrid.
(da agenzie)
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