Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile
“SIAMO ALLLO STREMO, ABBIAMO MILLE MORTI E SEIMILA CONTAGI, MA NELLE CASE CE NE SONO DIECI VOLTE DI PIU'”
“Noi siamo allo stremo. I dati non sono così entusiasmanti come si dice. Noi abbiamo mille morti, raddoppiati dalla scorsa settimana, e seimila contagi ma nelle case ce ne sono dieci volte di più. A Brescia abbiamo chiesto l’ospedale medicale, la chiusura del territorio, i medici, arrivano altrove ma non qui”:
Laura Castelletti, vicesindaca di Brescia, interviene oggi ad Agorà in diretta insieme a Giulio Gallera, assessore al Welfare della Regione Lombardia, e mette al muro la gestione dell’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 da parte della Giunta di Attilio Fontana.
Castelletti punta il dito sui tamponi, come hanno fatto ieri 81 sindaci dell’hinterland milanese: “Noi abbiamo bisogno dei tamponi. Quando l’assessore Mattinzoli si è ammalato la giunta regionale è stata tamponata per dire che erano negativi. Abbiamo bisogno che le persone a casa e i loro familiari vengano tamponati. Sul territorio questo intervento è necessario”.
A Brescia la collaborazione pubblico privato ha permesso di recuperare posti letto per i malati di Coronavirus e grazie a questo “non c’è necessità dell’ospedale da campo”, ha detto ieri l’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera in diretta Facebook. Circa il 20% — 150 su 700 — dei nuovi operatori sanitari selezionati dalla Lombardia con un bando lanciato per supplire alla necessità di personale per fronteggiare il Coronavirus sono stati inviati nel bresciano, ha aggiunto: “Più del 20%, 150 su circa 700, del personale che abbiamo recuperato sono andati sul territorio bresciano per sostenere gli ospedali. Non ci vogliamo fermare qui: nei prossimi giorni aspettiamo nuovi nominativi dalla Protezione Civile e parte dei rinforzi sarà destinata a Brescia”, ha spiegato.
Numeri che non sembrano aver convinto i primi cittadini, visto che ieri 81 sindaci della Città Metropolitana di Milano hanno firmato un appello rivolto alla Regione Lombardia in cui chiedono un cambio di strategia contro il Coronavirus SARS-COV-2, con l’attivazione della sorveglianza attiva che prevede di fare i tamponi a tutte le persone con sintomi riconducibili al COVID-19, soprattutto le persone che sono a casa ammalate e non ricorrono all’assistenza ospedaliera.
La lettera è stata firmata da sindaci del centrosinistra, del centrodestra, di liste civiche ad eccezione di quelli della Lega.
I primi cittadini denunciano come l’epidemia sia più diffusa di quello che appare dai dati ufficiali. Il numero di contagiati “è molto più alto e comprende i molti cittadini a casa con sintomi riconducibili al Covid19 — si legge -. C’è inoltre la situazione delle persone sottoposte a quarantena il cui numero è sottostimato e che quindi rappresenta un aspetto del contagio largamente fuori controllo”.
Per questo i sindaci prendendo a modello l’esperienza della Regione Veneto, chiedono a Regione Lombardia di attivare la “sorveglianza attiva”, che prevede di fare i tamponi a tutte le persone con sintomi riconducibili al Covid19, soprattutto le persone che sono a casa ammalate e non ricorrono all’assistenza ospedaliera, “e in base al risultato di sottoporre conseguentemente a tampone i familiari e tutte le persone con le quali sono entrate in contatto”. Infine nell’appello i sindaci hanno ribadito la “assoluta necessità di sottoporre periodicamente al tampone i medici di base”.
Qual è il problema con i tamponi in Lombardia? Come abbiamo spiegato, sono 28.761 le persone contagiate dal Coronavirus SARS-CoV-2.
I casi attualmente positivi (il totale include i guariti e i deceduti) sono 18.910. Ma sono davvero poco meno di 20mila in tutta la regione le persone che hanno contratto il coronavirus?
Gli open data della Protezione Civile ci informano che in Lombardia sono stati eseguiti (alla data dell’aggiornamento del 23 marzo) 73.242 tamponi. Il che significa che solo una piccolissima percentuale degli abitanti della Lombardia (oltre 10 milioni di persone) è stata effettivamente sottoposta al famoso test.
Fermo restando che non è assolutamente detto che ogni singolo tampone corrisponda ad un paziente diverso. Ad esempio è probabile che pazienti considerati guariti o le persone messe in isolamento domiciliare vengano sottoposte più volte al test per confermare la negativizzazione del tampone.
Sappiamo che la Regione ha stipulato un accordo con la Copan Diagnostics di Brescia (che produce i kit) per la vendita di 200 mila tamponi a settimana per un totale complessivo di un milione e mezzo. La stessa azienda è in grado di produrne dieci milioni a settimana. I tamponi insomma non mancano, diversa invece è la questione relativa alla capacità di eseguire le analisi: il sistema semplicemente non ce la fa.
A Brescia si registra uno dei bilanci più gravi della pandemia di coronavirus. Sono al momento 156 i morti nella sola città , oltre 900 nella Provincia, “ma questi sono solo quelli accertati” dice ai microfoni di Radio24 Emilio Del Bono, sindaco della città conosciuta come la Leonessa d’Italia per la strenua resistenza agli austriaci nel Risorgimento.
“Nell’emergenza serve personale medico e infermieristico. La condizione dei nostri medici ospedalieri è spaventosa – prosegue – Ci sono medici che sono ormai 3 settimane che non fanno pausa e che lavorano 12 ore al giorno. Oggi dovrebbero arrivare i primi 20-25 medici in provincia di Brescia dopo che Roma ha comunicato alla Regione Lombardia i primi 50 medici. Il mio appello alla Regione Lombardia è stato di trasferire la maggioranza dei medici nella Provincia di Brescia, visto che non abbiamo avuti segni confortanti in queste ultime giornate”.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile
LO STUDIO SU UN PAESE VICINO A BERGAMO: IL NUMERO DEI MORTI REALI E’ QUATTRO VOLTE SUPERIORE A QUELLO UFFICIALE
Il sindaco di Nembro, Claudio Cancelli, e Luca Foresti, amministratore delegato del Centro
medico Santagostino, si sono interrogati sul numero delle morti imputate al Coronavirus che hanno interessato la loro zona: il piccolo comune in provincia di Bergamo.
Nembro è la cittadina maggiormente colpita dal Covid-19. Anche se non è noto il numero delle persone contagiate, le morti attribuite al Coronavirus sono 31.
I due fisici, che conoscono bene il territorio, hanno analizzato il numero delle morti a Nembro nello stesso periodo rispetto agli anni passati.
In un articolo pubblicato sul Corriere hanno evidenziato come ci sia qualcosa di estremamente anomalo rispetto agli anni passati:
“Abbiamo guardato la media dei morti nel comune degli anni precedenti, nel periodo gennaio — marzo. Nembro avrebbe dovuto avere – in condizioni normali – circa 35 decessi. Quelli registrati quest’anno dagli uffici comunali sono stati 158. Ovvero 123 in più della media. Non 31 in più, come avrebbe dovuto essere stando ai numeri ufficiali dell’epidemia di Coronavirus. La differenza è enorme e non può essere una semplice deviazione statistica. Le statistiche demografiche hanno una loro ‘costanza’ e le medie annuali cambiano solo quando arrivano fenomeni del tutto ‘nuovi’. In questo caso il numero di decessi anomali rispetto alla media che Nembro ha registrato nel periodo di tempo preso in considerazione è pari a 4 volte quelli ufficialmente attribuiti al Covid-19. Se si guarda a quando sono avvenute queste morti e si confronta lo stesso periodo con gli anni precedenti, l’anomalia è ancora più evidente: c’è un picco di decessi ‘altri’ in corrispondenza di quello delle morti ufficiali da Covid-19”.
Quello che sottolineano i due fisici è molto importante e restituisce un quadro molto diverso rispetto a quello tracciato finora:
“Nell’ipotesi – niente affatto remota – che tutti i cittadini di Nembro abbiano preso il virus (con moltissimi asintomatici, quindi), 158 decessi equivarrebbe a un tasso di letalità dell’1%. Che è proprio il tasso di letalità atteso e misurato sulla nave da crociera Diamond Princess e – fatte le dovute proporzioni per struttura demografica – in Corea del Sud. Abbiamo fatto esattamente lo stesso calcolo per i comuni di Cernusco sul Naviglio (Mi) e Pesaro utilizzando esattamente la stessa metodologia. A Cernusco il numero di decessi anomali è pari a 6,1 volte quelli ufficialmente attribuiti al Covid-19, anche a Pesaro 6,1 volte. Impressionanti i dati di Bergamo, in cui il rapporto arriva addirittura a 10,4”.
In sostanza, in base alla loro analisi, esiste un sommerso che riguarda sia il numero di morti, sia il numero dei positivi.
E questo sommerso riguarda soprattutto — come è ragionevole supporre — persone anziane o fragili che muoiono a casa o in strutture residenziali, senza essere ricoverate in ospedale e senza essere sottoposte a tampone per verificare che fossero effettivamente infettate con il Covid-19.
“Nembro rappresenta in piccolo quello che accadrebbe in Italia se tutti fossero contagiati dal CoronaVirus — Covid 19: morirebbero 600 mila. I numeri di Nembro, inoltre, ci suggeriscono che dobbiamo prendere quelli dei decessi ufficiali e moltiplicarli almeno per 4 per avere l’impatto reale del Covid-19 in Italia, in questo momento. Il nostro timore è che non solo il numero dei contagiati sia largamente sottostimato a causa del basso numero di tamponi e test che vengono fatti e quindi della «sparizione» degli asintomatici dalla statistica, ma che lo sia anche – dati dei Comuni alla mano – quello dei morti”.
(da TPI)
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Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile
I TIMORI DEGLI OPERAI CHE RIENTRANO IN FABBRICA … AZIENDE NON INDISPENSABILI CHE PENSANO SOLO A FARE BUSINESS
I sindacati hanno raggiunto un accordo con il Governo e l’elenco delle aziende che rimangono in funzione dovrebbe essere ridotto.
Non è ancora esattamente chiaro come le aziende che rimarranno aperte riusciranno a fare rispettare le protezioni
Gianluigi Zanotti ha 36 anni ed è un metalmeccanico per un’azienda lombarda, non lontano da Milano. Salvatore Viola invece ha 54 anni ed è dipendente di una stamperia, anche lui nella regione che al momento rappresenta il focolaio del Coronavirus in Italia. Entrambi oggi hanno scioperato mentre i sindacati negoziavano con il Governo ed entrambi domani dovrebbero tornare a lavoro, nell’incertezza generale.
Al termine dell’incontro i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, si sono detti soddisfatti. L’elenco delle attività che sono rimaste in funzione perchè ritenute essenziali, considerato troppo ampio dai sindacati, è stato rivisto.
Ma sia Gianluigi che Salvatore — come molti loro colleghi -continuano a nutrire dubbi riguardo la reale indispensabilità del proprio lavoro e l’efficacia delle misure di sicurezza adottate dalle aziende.
A far paura sono anche i numeri: secondo i dati della Protezione Civile in Lombardia i casi positivi sono 32.346, e nella provincia di Milano, dove si trovano le aziende, sono 6.074 — il numero più alto nella regione dopo Brescia e Bergamo.
«Il punto è proprio questo» — spiega Gianluigi — «Noi riteniamo che l’attività che facciamo non sia indispensabile. I nostro lavoro va avanti perchè la dirigenza ha ritenuto di dover continuare per motivi di business. È un tema di cui abbiamo discusso apertamente anche con loro». Necessarie o no, l’altro grande tema è la sicurezza sul lavoro.
«Lo sciopero di oggi è stato fatto per chiedere tutele negli ambienti di lavoro. Più sicurezza, più pulizia», spiega invece Salvatore, impiegato nella fabbrica di Melzo.
«La mancata costanza nelle forniture di prodotti come mascherine e guanti, la scarsa pulizia dei servizi igienici, il poco controllo: sono tutti problemi reali. Sappiamo che i materiali di protezione sono difficilmente reperibili ma sono comunque carenti. L’igiene degli spazi comuni è fondamentale: sono state fatte pulizie sotto pressione e con poca continuità , non pienamente nel rispetto del documento. E poi ci sono laboratori dove le distanze di sicurezza si accorciano».
Dopo l’accordo con il Governo i sindacati hanno esultato, annunciando in una nota congiunta che d’ora in avanti tutti i lavoratori che continueranno a svolgere il proprio lavoro dovranno essere dotati dei dispositivi di protezione individuale, come previsto nel Protocollo di Sicurezza. In più, ci saranno nuove verifiche: i Prefetti «dovranno coinvolgere le organizzazioni territoriali per la autocertificazione delle imprese che svolgono attività funzionali e assicurare la continuità delle filiere essenziali».
È meno chiaro, però, come faranno le aziende a reperire il materiale di sicurezza, come le mascherine, di cui hanno bisogno i lavoratori.
Da questo nasce il timore per i ritorno al lavoro. «I più preoccupati sono i genitori o i 20enni-22enni che vivono a casa con i genitori», spiega Gianluigi, che a 36 anni vive da solo e non ha questo problema.
«Le forniture delle mascherine sono lentissime, quindi si sa che in molti casi vengono utilizzate più a lungo di quanto dovrebbe accadere. Un altro punto evidenziato da molti colleghi è il fatto di spostarsi con i mezzi pubblici. La preoccupazione c’era, adesso non saprei dire…». «Lo stato d’animo è di tensione: si esce soltanto per fare la spesa, uno per famiglia», racconta invece Salvatore. «In questo siamo come il resto del Paese».
(da Open)
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Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile
LA REGIONE LAZIO AVEVA EMANATO MISURE PIU’ RESTRITTIVE,ORA IL DECRETO DEL GOVERNO HA PEGGIORATO LA SITUAZIONE
Dal 20 marzo il Comune di Fondi è diventato zona rossa, anche se il mercato ortofrutticolo che
rifornisce Roma e buona parte dell’Italia centrale è ancora aperto. Eppure, racconta oggi Il Messaggero, ora è diventata una “zona rossa” soltanto a metà : dopo l’emanazione dell’ultimo Dpcm del 22 marzo si fatica non poco a capire quali siano le regole da seguire.
Qualcosa, già nella giornata del 23, è cambiato nei controlli ai varchi. E così il vicesindaco, Beniamino Maschietto, si è rivolto alla regione chiedendo dei chiarimenti. La risposta ufficiale spiega che «la successione temporale del Dpcm del 22 marzo rispetto all’ordinanza della Regione Lazio consente di poter ritenere che la disciplina in ordine allo spostamento delle persone fisiche e alle attività economiche sia quella relativa al provvedimento nazionale».
In sostanza il decreto nazionale avrebbe superato l’ordinanza, più restrittiva, della Regione Lazio emessa il 19 marzo.
Ora i cittadini possono spostarsi fuori comune, al pari di tutti gli altri sul territorio nazionale, per “comprovate esigenze lavorative o sanitarie”.
In pratica una commessa di un supermercato residente a Fondi può recarsi sul suo posto di lavoro in un’altra città e un piccolo imprenditore può spostarsi, così come un meccanico o chiunque rientri nelle categorie autorizzate a lavorare.
Per questo motivo si registra un viavai che rende praticamente inutile il provvedimento preso dalla Regione per limitare i rischi dovuti all’altissimo numero di positivi al Coronavirus: 63 contagiati su 39.000 abitanti e centinaia di persone in isolamento. ›
Restano inoltre altri punti da chiarire: i trasporti pubblici soppressi dall’ordinanza regionale (testualmente si legge: «soppressione di tutte le fermate di mezzi pubblici compreso il trasporto ferroviario») saranno ripristinati?
Fino a ieri nessun treno e nessun autobus Cotral fermava ancora a Fondi, anche se il limite dovrebbe essere caduto. Il paradosso dunque è che da Fondi ci si sposta, ormai con una certa facilità , ma solo con mezzi privati.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile
IL VIMINALE EVITI DI EMETTERE ORDINANZE DI DIVIETO DI USCIRE DAI COMUNI SE POI NON E’ CAPACE DI FARLI RISPETTARE
È arrivata a tarda notte la soluzione all’italiana per le oltre cento persone bloccate a Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, in attesa di potersi imbarcare per la Sicilia.
Dopo quasi tre giorni di ingorgo burocratico, politico e istituzionale, attorno alle 2 sono stati autorizzati a salire sul traghetto per la Sicilia, dove tutti hanno casa o residenza.
In larga parte si tratta di lavoratori meridionali impegnati nei cantieri al Nord, che si sono trovati senza lavoro perchè le imprese per cui lavoravano hanno smesso di garantire vitto e alloggio. Tutti o quasi regolarmente registrati sul portale on line della Regione Sicilia che censisce chi torna da fuori regione, sono stati sorpresi in viaggio dal decreto che blinda chiunque nel Comune in cui si trova.
Insieme ad altri 130, per lo più famiglie con bambini o anziani che ieri sera sono state autorizzate ad attraversare lo Stretto, hanno iniziato ad affollarsi nei pressi dell’imbarcadero dei traghetti fin dalla notte di domenica in attesa del via libera per poter tornare a casa.
Ma contro di loro, il governatore siciliano Nello Musumeci e il sindaco del Comune di Messina, Cateno De Luca per giorni hanno fatto muro.
Sull’isola blindata per l’emergenza da epidemia di Covid-19, sostenevano, nessuno doveva metterci piede.
Una situazione di stallo che in mattinata si è tentato di sbloccare predisponendo alcune strutture per permettere agli oltre cento viaggiatori di trascorrere la quarantena in territorio calabrese. Ipotesi poi sfumata, tanto per le resistenze di chi era in viaggio per tornare a casa, sia del sindaco metropolitano di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà .
Sono seguite ore di tensione sul piazzale e di mediazioni e contatti frenetici fra le due Regioni. Alla fine è toccato al Viminale fare la voce grossa per sbloccare la situazione, che fino all’ultimo è sembrata in bilico. Nel senso di far rispettare la legge? No, per fare via libera a 100 prepotenti che non rispettano le norme in vigore
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL FINANCIAL TIMES: “TUTTE LE RISORSE DEVONO ESSERE MOBILITATE PER PROTEGGERE IMPRESE E LAVORATORI, COMPRESE QUELLE DEL SETTORE FINANZIARIO”
“Una tragedia di proporzioni bibliche”: è in questi termini che l’ex presidente della Banca
Centrale Europea Mario Draghi parla della pandemia da corovirus, in un intervento sul Financial Times.
E non solo per la perdita di vite umane, ma anche per le conseguenze economiche. I governi, scrive Draghi, devono mobilitare tutte le risorse disponibili, non importa se il costo è l’aumento del debito pubblico perchè l’alternativa, “una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi fiscale, sarebbe ancora più dannosa per l’economia” e in futuro per la credibilità del governo.
Agire, agire subito, senza remore per i costi del debito anche perchè “visti i livelli attuali e probabilmente anche futuri dei tassi d’interesse” rimarranno bassi.
“Livelli più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica economica e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”, ribadisce Draghi.
L’ex presidente della Bce è particolarmente rimpianto in questi giorni per la risolutezza con cui seppe affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea, per il suo “whatever it takes” pronunciato in occasione di un discorso il 26 luglio del 2012 alla Global Investment Conference di Londra, che diede inizio alla politica del quantitative easing, salvaguardando l’euro, affermazione risoluta ben diversa dall’atteggiamento dell’attuale presidente della Bce, Christine Lagarde.
Draghi elogia le azioni intraprese finora dai governi europei, definendole “coraggiose e necessarie”, e sicuramente degne di sostegno. Ma non bastano: il costo ecomomico sarà enorme, e inevitabile.
“Una profonda recessione è inevitabile”. L’importante è che non diventi la tomba dell’Europa: “è il compito specifico dello Stato – scrive Draghi – utilizzare le proprie risorse per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock dei quali il settore privato non è responsabile, e che non può assorbire”. E’ sempre successo, e non a caso Draghi cita la Prima Guerra Mondiale.
“In primo luogo bisogna evitare che le persone perdano il loro lavoro”, raccomanda Draghi, altrimenti “emergeremo dalla crisi con un livello di occupazione stabilmente più basso”, e le famiglie faranno fatica a ritrovare un loro equilibrio finanziario.
Per questo non è sufficiente rinviare il pagamento delle tasse: bisogna immettere subito liquidità nel sistema, e le banche devono fare la loro parte, “prestando danaro a costo zero alle imprese” per aiutarle a salvare i posti di lavoro.
Subito: “i costi dell’esitazione potrebbero essere irreversibili”. La memoria delle sofferenze degli anni 20 “dovrebbe metterci in guardia”.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2020 Riccardo Fucile
LA BELLA SANITA’ LEGHISTA FINISCE SUL WALL STREET JOURNAL
Era il 22 febbraio quando Angelo Giupponi, direttore dell’Agenzia regionale emergenza urgenza (AREU) di Bergamo, inviava un’email all’assessorato al Welfare della regione Lombardia, diretto da Giulio Gallera.
Il medico sottolineava “l’urgente necessità di allestire degli ospedali esclusivamente riservati a ricoverati per Covid-19, così da evitare promiscuità con altri pazienti e quindi diffusione del virus nelle strutture ospedaliere”.
Solo il giorno prima, Mattia, 38enne di Codogno, era risultato positivo al tampone per il Coronavirus, e tutti gli sforzi della Regione erano concentrati sulla creazione della “zona rossa” in provincia di Lodi.
Le vittime del virus in Italia erano ancora contenute (il 21 febbraio la prima vittima confermata del Coronavirus, Adriano Trevisan, morto in Veneto). Quel 22 febbraio, la risposta dei dirigenti regionali all’allarme lanciato da Giupponi, come raccontato dal medico stesso al Wall Street Journal, che lo ha riportato in un articolo del 17 marzo, è stata: “Non dormiamo da tre giorni, non abbiamo voglia di leggere le tue cazzate”.
Le paure espresse dal dottor Giupponi appena un mese fa, oggi sono diventate realtà , come denunciato da TPI in questa inchiesta, che documenta come Bergamo è diventato il “lazzaretto” d’Italia, e come conferma la lettera scritta da 13 medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e pubblicata oggi sul New England Journal of Medicine Catalyst Innovations in Care Delivery.
“A Bergamo l’epidemia è fuori controllo”, scrivono i medici. “Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70 per cento dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere”.
“La situazione è così grave che siamo costretti a operare al di sotto dei nostri standard di cura”, prosegue la lettera. “I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Siamo in quarantena dal 10 marzo”.
“Stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19”, continua la lettera di denuncia dei medici, “poichè si riempiono in maniera sempre più veloce di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poichè le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza. Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea”.
(da TPI)
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Marzo 25th, 2020 Riccardo Fucile
CHIUSI I CALL CENTER “IN USCITA” E NON IN ENTRATA E ALCUNI SETTORI CHIMICI E METALMECCANICI… NELL’ELENCO PERO’ NE ENTRANO ALTRE
La corsa contro il tempo contro la minaccia degli scioperi sembra per il momento fermarsi, con
il raggiungimento dell’intesa dei sindacati confederati con il governo, in questa fase di emergenza Coronavirus.
È questo l’esito del confronto conclusivo tra i ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo.
È stato rivisto l’elenco delle attività produttive considerate essenziali e indispensabili, e che quindi restano aperte e in funzione, dopo che la prima lista era stata considerata troppo ampia dalle rappresentanze sindacali e dopo che erano stati annunciati per oggi, 25 marzo, scioperi in vari settori (e alcuni si sono effettivamente svolti).
Nella lista aggiornata dei codici Ateco — che identificano le attività che resteranno aperte mentre il paese resta in lock down per combattere il contagio — restano le attività dei call center, che pure avevano fatto discutere, ma «con l’esclusione delle attività in uscita (outbound) e dei servizi telefonici a carattere ricreativo». I call center in entrata «possono operare in relazione a contratti stipulati con soggetti che svolgono attività economiche che restano aperte».
Saltano, rispetto alla precedente lista: la fabbricazione di spago, corde, funi e reti. Resta la fabbricazione di carta, ad esclusione dei codici 17.23 e 17.24. Resta la fabbricazione di prodotti chimici ma vengono esclusi di codici: 20.12 — 20.51.01 — 20.51.02 — 20.59.50 — 20.59.60. Esce dalle attività che resteranno aperte la ‘fabbricazione di articoli in gomma’. Resta la fabbricazione di articoli in materie plastiche ma vengono esclusi i codici 22.29.01 e 22.29.02. Escono: fabbricazione di macchine per l’agricoltura e la silvicoltura, fabbricazione di macchine per l’industria alimentare, delle bevande e del tabacco (incluse parti e accessori), commercio all’ingrosso di altri mezzi ed attrezzature da trasporto.
Non erano previsti, e ora lo sono, i codici per la fabbricazione di vetro cavo, di radiatori e contenitori in metallo per caldaie per il riscaldamento centrale e di imballaggi leggeri in metallo.
Inserite anche le attività di fabbricazione di macchine automatiche per la dosatura, la confezione e per l’imballaggio, di fabbricazione di macchine per l’industria della carta e del cartone (incluse parti e accessori), e le attività delle agenzie di lavoro temporaneo (interinale) — in relazione a quanto resta in piedi.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2020 Riccardo Fucile
NESSUN INDULTO, SOLO APPLICAZIONE DELLA NORMA VOLUTA NEL 2010 DAL CENTRODESTRA … DECIDE IL GIUDICE CASO PER CASO, POSSIBILITA’ APPLICAZIONE BRACCIALETTO ELETTRONICO
Fino ad oggi sono solo duecento i detenuti che hanno ottenuto di poter trascorrere a casa la parte restante della pena, ma potrebbero diventare 6mila. Almeno secondo le cifre diffuse dal ministro Alfonso Bonafede durante il question time sulle misure di prevenzione del contagio da coronavirus all’interno delle carceri.
È una previsione fatta al netto di quelle che saranno poi le valutazioni della magistratura di sorveglianza, ma che supera di molto le prime stime, che ritenevano che il dl avrebbe avuto effetto al più su 3mila detenuti.
L’effettiva possibilità delle persone che hanno una pena residua di al massimo 18 mesi e non hanno commesso reati particolarmente gravi, però, per usare le parole del Guardasigilli, “dipenderà da diversi requisiti e variabili (come per esempio, il domicilio idoneo) che dovranno essere accertati dalla magistratura”.
In Italia, ad oggi, sono 15 i detenuti risultati positivi al Coronavirus, ha spiegato il Guardasigilli. Le carceri preoccupano perchè il contagio potrebbe essere accentuato dagli spazi ridotti. E dal sovraffollamento.
Anche in Francia – dove il problema della presenza di detenuti maggiore alla capienza delle strutture, come spiega Antigone in un report dell’estate 2019, è tutt’altro che sottovalutabile – si punta a far uscire dalle carceri 6mila detenuti, consentendo però la detenzione domiciliare a chi ha ancora da scontare meno di due anni, e non un anno e mezzo come in Italia
(da agenzie)
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