Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
LA REGIONE E’ TRA QUELLE PIU’ COLPITE DAL CORONAVIRUS… MA LA STRUTTURA DI CIVITANOVA SARA’ REALMENTE UTILE?
L’epidemia di Coronavirus che si è abbattuta duramente sul Nord Italia, colpendo in particolare Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto, non ha risparmiato duri colpi anche in alcune regioni del Centro, tra cui spiccano le Marche e, in particolare, la provincia di Pesaro Urbino.
Secondo gli ultimi dati forniti da Gores, il gruppo operativo regionale che coordina l’emergenza sanitaria, nelle Marche ci sono stati 5.826 casi accertati dall’inizio della crisi sanitaria, di cui 57 emersi nelle ultime 24 ore.
Il dato, con il 6,3 per cento dei tamponi positivi, è certamente in calo rispetto a un mese fa (il 19 marzo il rapporto era al 38,3 per cento). Anche se i numeri non sono lontanamente paragonabili a quelli della Lombardia, che conta 66.236 persone hanno contratto il virus Sars-CoV-2, rappresentano comunque un’eccezione rispetto a quelli di altre regioni del Centro Italia, come il Molise e l’Umbria, che contano rispettivamente 279 e 1348 casi. Non a caso le Marche, insieme alla Lombardia, sono la regione che secondo le previsioni degli esperti dovrebbe raggiungere per ultima l’obiettivo di “contagi zero”: verosimilmente non prima della fine di giugno.
In particolare, la provincia di Pesaro Urbino è la più colpita dall’epidemia di Coronavirus nelle Marche: al 19 aprile ha registrato 449 vittime, oltre la metà degli 822 decessi registrati in tutta la regione. In totale sono finora 2.333 i positivi riscontrati nella provincia. A dare contezza della dimensione del contagio nella provincia di Pesaro Urbino sono i dati dell’incidenza giornaliera del contagio per provincia: mentre a Milano c’è un cittadino malato ogni 205 e a Bergamo uno ogni 104 abitanti, a Pesaro Urbino ce n’è uno ogni 155. Ma perchè numeri così alti rispetto al resto del Centro Italia?
A provocare l’ondata di contagi nelle Marche è stato probabilmente l’evento sportivo “Final eight di Basket“, tenutosi proprio a Pesaro dal 13 al 16 febbraio scorso, che ha attirato nel capoluogo di provincia circa 35mila tifosi provenienti soprattutto dal Nord, come ricostruito dal quotidiano Il Resto del Carlino.
“Probabilmente questa grandissima festa di sport, con una notevole concentrazione di persone, ha inciso”, ha spiegato il sindaco di Pesaro Matteo Ricci in un’intervista durante una puntata di Agorà . Potrebbe aver giocato un ruolo, inoltre, la fiera del gelato Sigep che si è tenuta a fine gennaio a Rimini, a una quarantina di chilometri a nord di Pesaro, di cui TPI si è già occupato in questo articolo. Anche il tasso di letalità del Coronavirus nella provincia (449 morti su 2.333 casi, pari al 19,2 per cento) è superiore a quello dell’intera regione (circa il 14 per cento) nonchè alla media nazionale (13,2 per cento). Il dato di Pesaro Urbino è addirittura superiore all’attuale tasso lombardo del 18,4 per cento.
Il nuovo ospedale Covid-19 di Civitanova Marche
Per quanto riguarda la gestione dell’emergenza, il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli ha destato inizialmente scalpore per la scelta di chiudere immediatamente le scuole, osteggiata in una prima fase dal governo.
Con l’intensificarsi dell’emergenza, quando il sistema sanitario delle Marche — fortemente indebolito dai tagli dei decenni precedenti — è entrato in crisi, la Regione ha proposto per la creazione di nuovi posti letto in terapia intensiva dapprima il Palaindoor di Ancona, poi un Covid hospital galleggiante su una nave, infine la costruzione di una nuova struttura ospedaliera temporanea esclusivamente per casi Covid con una capienza di 90 posti letto di terapia intensiva, sulla base del “modello lombardo”, da realizzare a Civitanova Marche, nel Maceratese, a oltre 100 chilometri dal focolaio pesarese, con relativi problemi di spostamento di gran parte dei malati.
Ad occuparsi del nuovo ospedale è stato chiamato Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile e già consulente proprio della Regione Lombardia, che si è occupato dell’analoga struttura a Milano.
Il costo previsto per la realizzazione della struttura è di ben 12 milioni, da raccogliere attraverso donazioni private gestite dall’Ordine dei cavalieri di Malta. Ma il rischio è che la struttura sia pronta quando ormai l’emergenza delle terapie intensive sia superata, come già accaduto con l’ospedale di Milano Fiera: un ospedale costato 21 milioni che attualmente ospita solo 12 pazienti.
Lo scorso 17 aprile, dopo un sopralluogo nell’ex Fiera di Civitanova in cui sorgerà la nuova struttura sanitaria, Bertolaso ha assicurato che “sarà un ospedale dotato di tecnologie straordinarie, eccellenti”, che che, trattandosi di “un’iniziativa nuova”, “dev’essere digerita e assimilata dalla classe medica, che non è abituatissima alle novità e ai cambiamenti di strategia”.
Ma siamo sicuri che il “modello lombardo” sia quello migliore da prendere come riferimento? Cosa ne sarà della struttura temporanea una volta che l’emergenza sarà finita? Perchè non ripotenziare piuttosto gli ospedali già esistenti o quelli smantellati negli ultimi anni?
TPI ha provato a contattare sia il presidente Ceriscioli sia l’assessore Angelo Sciapichetti per porre queste domande, senza ottenere risposta.
“La Fiera aveva tutta una serie di predisposizioni che nessun’altra struttura aveva”, ci ha spiegato il sindaco di Civitanova Marche Fabrizio Ciarapica, contattato telefonicamente. “La necessità era quella di costruire nel minor tempo possibile il numero maggiore di posti possibile e le Fiere nascono proprio per essere allestite più volte, quindi la nostra era la struttura più veloce da allestire”.
Ma a cosa serve spendere 12 milioni per 90 posti in terapia intensiva, se i dati sono ormai in calo?
“Ricordiamo che parliamo di risorse private”, sottolinea in primo cittadino. “Non sono soldi pubblici, sono risorse donate dai cittadini. Ognuno con la sua donazione ha dato un’approvazione all’opera”.
E aggiunge: “Non sappiamo cosa accadrà nei prossimi mesi, nessuno conosce davvero la portata di questo virus e il pericolo non è affatto scampato, dovremo conviverci per altri mesi. Avere un unico centro Covid permetterebbe agli altri ospedali di ripartire con l’attività ordinaria, penso sia importante dare una risposta ed essere pronti al peggio”.
(da TPI)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
“IL SISTEMA SANITARIO LOMBARDO E’ STATO STRAVOLTO DALLA META’ DEGLI ANNI NOVANTA E MARONI HA ADDIRITTURA EQUIPARATO PUBBLICO E PRIVATO”
“La sanità lombarda ha cambiato faccia negli anni Novanta, con Roberto Formigoni. Quando la
governavamo noi democristiani era tutta pubblica, salvo una piccola parte privata. La Lega ha proseguito il lavoro a tal punto che nel 2015 Roberto Maroni ha addirittura equiparato il pubblico al privato”.
Bruno Tabacci, 73 anni, ha governato la Lombardia nella Prima Repubblica, da democristiano di sinistra, corrente De Mita.
Oggi è un deputato del Centro democratico, un piccolo partito che sostiene la maggioranza di Giuseppe Conte.
Onorevole Tabacci, dove ha sbagliato la Lombardia?
“Nel sostenere tutto e il contrario di tutto. ‘Apriamo’. ‘Chiudiamo’. ‘Riapriamo’. Ancora pochi giorni fa, quando il governo ha deciso la riapertura delle librerie, il presidente Fontana è insorto, smarcandosi. Adesso non vuole più aspettare nemmeno il 4 maggio. Servirebbe più saggezza”.
Come racconterebbe a uno straniero quanto è accaduto?
“C’è stato un misto di insipienza e superficialità : ‘Siamo i più bravi e nessuno ci può dire cosa dobbiamo fare’. I dati dicono che il Veneto, che pure ha avuto un focolaio iniziale, è stato più bravo nel gestire l’emergenza. Loro, nella prima fase, hanno ricoverato il 26 per cento dei malati, l’Emilia Romagna il 45 per cento, la Lombardia il 75. Per converso la Lombardia ha curato soltanto il 14,5 per cento nell’assistenza domiciliare, l’Emilia il 45, il Veneto il 65. Questi numeri ci dicono che in Lombardia si sono indebolite le strutture territoriali in favore dell’ospedalizzazione. Un processo avviato a metà degli anni Novanta”.
Com’era ai suoi tempi?
“Io sono stato presidente dal 1987 al 1989. Prima di me avevano governato Bassetti, Golfari, Guzzetti, dopo di me venne Giovenzana. La sanità era in larga prevalenza pubblica, a parte il polo dei Rotelli a San Donato Milanese. Con Formigoni questo equilibrio si spezza. Si punta sull’ospedalizzazione d’eccellenza, che attira molti malati da fuori, specie dal Sud, e ancora meglio se danarosi. Ma di fronte all’epidemia questo modello ha mostrato tutti i suoi limiti. E queste cose non le dico io, da vecchio amministratore, ma le hanno scritte nero su bianco i medici dell’Ordine regionale in un documento del 6 aprile scorso”
Come spiega lo spostamento dei malati nelle Rsa?
“Nel tentativo di svuotare le corsie degli ospedali si è commesso un altro errore gravissimo. La delibera regionale dell’8 marzo destinava i malati ‘a bassa intensità ‘ in 16 Rsa, senza verificare se fossero strutture adatte o meno ad isolare i contagiati. Di più: si sono ingolosite ad accettare questi pazienti, perchè il 30 marzo si era fatta una delibera con cui si assegnava 150 euro al giorno per ciascun degente”.
Fontana dice che spettava ai tecnici controllare la capacità di isolamento delle residenze.
“Non si scarichi sui tecnici, per favore, le scelte della politica. Quando ci fu la frana in Valtellina, nell’agosto del 1987, dovetti decidere se far tracimare il lago che il fiume Adda aveva formato nella val di Pola, per togliere così l’alta valle dall’isolamento: Bormio era isolata da Sondrio. Mi consultai con il ministro della Protezione civile, Remo Gaspari. I tecnici erano divisi. Era una situazione complicata, rischiosa. C’era la diretta tv. Beh, presi la decisione e diedi il via libera, senza nascondermi dietro ai tecnici”
Come nasce il modello Formigoni?
“Si è ceduto alle sollecitazioni dei privati. C’erano anche ai nostri tempi, cosa crede, ma la politica svolgeva ancora una funzione di rappresentanza degli interessi collettivi. Qui non si è saputo dire di no, mutando la sanità pubblica in un’altra cosa. La Lega, con Maroni presidente, ha poi proseguito l’opera. Morale: siamo stati incapaci di un controllo sul territorio, di operare screening di massa all’inizio della pandemia”.
Tra le case di riposo sotto accusa c’è anche il Trivulzio
“E mi addolora leggere le testimonianze di quanti avevano affidato fiduciosi i loro vecchi lì e se li sono ritrovati cadaveri. La magistratura faccia chiarezza”.
Cosa è successo invece nella Bergamasca? Perchè Nembro non è stata dichiarata zona rossa?
“Qui hanno inciso le pressioni dei grandi gruppi industriali presenti sul territorio, che speravano di poter convivere con il morbo. Un po’ li capisco. All’inizio eravamo tutti impreparati. Anche se c’era già stato il precedente di Codogno, con la differenza che a Codogno il pronto soccorso l’hanno chiuso subito, ad Alzano l’hanno chiuso e riaperto nel giro di due ore”.
Come ne esce il modello lombardo?
“Vedo che in rete i napoletani si fanno beffe di noi. Credo che dovremo riflettere sul nostro modello. Diventare più umili e più saggi. La ricchezza non può prevalere su un compiuto diritto alla salute. Abbiamo perso il rapporto con la terra. Vengo dalla bassa Mantovana, una provincia che fu contadina, e penso che abbiamo svillaneggiato l’ambiente. D’accordo, eravamo la locomotiva d’Italia, ma ciò ha comportato anche l’essere una delle zone più inquinate d’Europa e ora siamo chiamati a pagare un conto anche per questo”.
Qual è il sentimento tra i milanesi?
“Di turbamento. Apro la finestra della mia casa in corso Indipendenza e fuori non c’è nessuno. Ci si sente anche meno al telefono, è subentrato un silenzioso scoramento”.
Lei aspetterebbe il 4 maggio per ripartire?
“Io sì. Aspetterei la fine dei due ponti. Poi servirà la prudenza necessaria per non ricaderci. Ma mi chiedo anche come faranno le famiglie con le scuole chiuse? A chi lasceranno i figli? Nemmeno ai nonni si potranno lasciare. Vedo in giro molta confusione. Troppi slogan per andare sui giornali. Dovremmo prendere esempio dai tedeschi”.
La politica è stata all’altezza?
“C’è un problema che riguarda le classi dirigenti di questo Paese. Ho visto con favore l’elezione di Bonomi a capo di Confindustria. Ma spero che non si risolva in una presidenza dell’antipolitica. Da soli non ce la facciamo. Serve lo sforzo solidale di tutti. E il rapporto con l’Europa è centrale, se non vogliamo finire nell’orbita degli Usa o dei cinesi”.
Cosa le manca in questi mesi?
“Il non poter andare in bici. Una volta alla settimana prendo il treno da Milano a Roma. C’è un solo Frecciarossa che parte al mattino da Torino e arriva a Napoli. Per molte settimane sono stato l’unico viaggiatore nella carrozza. Ora siamo tornati a essere una decina, una persona nello spazio da quattro: in totale, nelle undici carrozze, non viaggiano più di quaranta persone. Poi io scendo a Termini e vado a Montecitorio, dove tutti, dai commessi ai deputati, portiamo la mascherina e restiamo a distanza. Sono immagini incredibili”.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
AVEVANO FATTO SCATTARE L’INDAGINE DELLA PROCURA DI MILANO PER EPIDEMIA COLPOSA, ORA LA RITORSIONE
Dopo la denuncia dei lavoratori della cooperativa Ampast, che aveva fatto scattare l’indagine della procura di Milano sui contagi nella Rsa della Fondazione Don Gnocchi a causa del Coronavirus, per diffusione colposa di epidemia e altri reati, la stessa cooperativa ha inviato loro una contestazione disciplinare.
L’accusa è di avere «leso l’immagine» della cooperativa, nonchè della fondazione. La notizia è stata data dall’avvocato Romolo Reboa, che assiste i lavoratori e che ha definito il provvedimento «palesemente illegittimo e ritorsivo».
L’avvocato Reboa ha fatto sapere che tutelerà i lavoratori anche in questa fase, insieme alla giuslavorista, l’avvocato Roberta Verginelli. «Si tratta di un provvedimento palesemente illegittimo e ritorsivo. Nel caso di sanzioni disciplinari da parte della cooperativa, queste sarebbero impugnate avanti al Tribunale del Lavoro di Milano».
La comunicazione inviata ai lavoratori per informarli di essere stati «sospesi cautelativamente dal servizio con diritto alla retribuzione» è a firma del legale rappresentante della cooperativa, indagato dalla Procura di Milano nell’inchiesta sulla Rsa, ndr)
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
L’ASSURDA STORIA NELLA RSA PALAZZOLO DI MILANO: “PAGO 2.500 EURO AL MESE, NON MI FACCIO PRENDERE PER IL CULO”
Maura racconta la sua storia con la voce ferma di chi vuole la verità e la esige non solo per la madre,
ma soprattutto per gli altri. Per chi ha o aveva un padre, un nonno, una sorella in quella Rsa.
La Rsa è l’ormai tristemente famoso istituto Palazzolo, al centro di una denuncia da parte di 18 dipendenti e di un’indagine della Procura di Milano.
La madre di Maura, Luciana, era lì dentro da 5 anni e lì dentro è morta il 26 marzo. “Si trovava nel reparto Montini 1, nel piano non protetto. A fine febbraio sono andata come sempre a trovarla e ho trovato i blocchi all’ingresso per i parenti, da parte di personale senza mascherine. Per me è stato l’inizio di una salita, perchè mia madre non poteva comunicare, quindi dovevo confidare nelle loro comunicazioni”
Che sono avvenute come?
“Mi hanno detto che si sarebbero fatti sentire loro una volta a settimana, visto che mia madre da due anni poverina era allettata, in condizioni stabili, ma senza poter più parlare o muoversi”.
Chiamavano?
“Mi chiama un’operatrice il lunedì seguente e mi rassicura: ‘Sua mamma sta bene, mangia, non si preoccupi!’. Mi sono incazzata come una bestia perchè mia mamma da due anni era attaccata alla flebo e non ‘mangiava’. Ho detto ‘Lasciando stare il lato umano, vi do 2.500 euro al mese perchè mia mamma sia accudita, pretendo che chi mi chiama sappia almeno chi è mia madre, altrimenti fate a meno di chiamarmi perchè di essere presa per il culo non mi va!’. Una cosa davvero assurda”.
Le comunicazioni successive vanno meglio
“Il primo marzo mi chiamano di nuovo: ‘Sua madre è stabile’. Il lunedì dopo: ‘Sua madre è stazionaria’. Il lunedì dopo ancora: ‘Sempre stazionaria’. Che poi, voglio dire, mia madre era stazionaria da due anni, quindi non mi stupivo”
Siamo a fine marzo e le notizie sul Palazzolo iniziano a uscire sui giornali, lei le leggeva?
“Sì. Proprio il 23 marzo leggo sui giornali dei 18 operatori che avevano denunciato la direzione del Palazzolo. Non mi chiama nessuno. Io allora tempesto di telefonate l’istituto: rispondono, ma appena mi passano il reparto mi buttano giù il telefono. Mio marito il 24 marzo va dai carabinieri per un’altra questione, parlando con un carabiniere anche di quello che stava succedendo con mia madre al Palazzolo, lui gli dice che se al Palazzolo continueranno a non dargli notizie di sua suocera, manderanno dentro una pattuglia dei carabinieri”.
È andata così?
“No perchè il giorno dopo, il 25 marzo, parlo finalmente col reparto. Mamma è stazionaria, mi tranquillizzano. Io però dico che ho letto i giornali, chiedo anche la situazione col Coronavirus lì dentro. ‘Non possiamo dirle niente, deve parlare con la caposala’, mi rispondono”.
Riesce a parlare con la caposala?
“Ovviamente non la trovo mai: o è a mangiare, o è uscita, o non c’è. Finchè poi non arriva la telefonata del medico il giorno dopo, alle 8 del mattino: ‘Sua madre è morta’”.
Le dice per cosa è morta?
“Mi specifica: le assicuro che non è mancata per Coronavirus, da qualche giorno sua madre stava peggio. Peccato che mi dicessero sempre che era stabile”
Ha pensato che le stessero mentendo?
“Io in quel momento ho solo recepito il fatto che mia madre fosse morta, non sono riuscita a pensare ad altro”.
Ha sentito più nessuno del Palazzolo?
“Due ore dopo mi chiama la caposala, mi dice: ‘In nome dell’amicizia (io andavo lì da 5 anni) volevo chiamarla personalmente per le condoglianze. Sappia che sua mamma non è morta di Coronavirus’.
Poi le chiedo come sta la vicina di letto di mia mamma e mi risponde che è morta due giorni prima. A quel punto chiedo come sia la situazione lì, visto che ho sentito notizie pessime”.
E la caposala cosa risponde?
“Mi invita a non credere a quello che dice la stampa, che non è cosi, che loro hanno tutte le protezioni e aggiunge che hanno casi di Coronavirus anche nel reparto di mia mamma ma erano stati tutti isolati”.
Vi dite altro?
“Io le faccio notare che il medico che mi ha annunciato la morte di mamma mi ha detto che comunque mamma era peggiorata negli ultimi giorni e lei subito si mette sulla difensiva: ‘No assolutamente, sua mamma era stazionaria!’. Lì mi sono incazzata di nuovo, perchè mi metto nei panni di persone che hanno parenti lì dentro che stavano meglio di mia madre e che magari sono stati presi per il culo in questo modo, con versioni diverse, con questa omertà alternata a notizie contraddittorie”
Avete chiamato le pompe funebri a quel punto.
“Sì, un nostro conoscente delle pompe funebri è andato al Palazzolo il 26 marzo a ritirare i documenti e mentre era lì ci ha telefonato dicendo: ‘Qui c’è il delirio, gente che sta minacciando denunce, persone fuori di testa, persone che chiedono di sapere cosa sta accadendo’”.
Cosa pensa di tutta questa vicenda?
“Mi chiedo cosa sia successo là dentro. E dico una cosa: per mia madre la morte forse è stata una liberazione dopo due anni allettata in quel modo, ma lì dentro c’erano persone che stavano in condizioni di vita più che accettabili, persone per cui la trasparenza avrebbe potuto fare la differenza più che per mia madre, forse. Io parlo e denuncio per loro più che per me, queste persone e i loro parenti meritano la verità ”.
(da TPI)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
DARE L’ULTIMO SALUTO AL PADRE MORENTE NON SAREBBE UNA GIUSTIFICAZIONE PER LE FORZE DELL’ORDINE: UN’ALTRA BRUTTA PAGINA DEI RAPPRESENTANTI DELLO STATO
Sanzionato per essersi messo in viaggio per raggiungere il padre in fin di vita.
E’ successo a un uomo di Pietra Ligure (Savona), fermato ieri mentre era in auto in provincia di Pavia, nei pressi della località di Mezzanino, dai carabinieri di Santa Giuletta. L’uomo, beneficiario della legge 104 per assistere il padre malato terminale, ha spiegato di essere andato nel pavese per l’ultimo saluto all’anziano genitore, ma i militari non hanno ritenuto si trattasse di “assoluta urgenza” e hanno sanzionato il savonese per violazione del Dpcm sul Coronavirus.
Un altro caso paradossale si era verificato in Liguria il 12 aprile scorso quando nei pressi del casello autostradale di Savona fu sanzionato un uomo che era andato a prendere la moglie, infermiera in una casa di riposo a Cogoleto, in auto, per evitarle di spostarsi in treno. In quel caso la sanzione era stata poi annullata.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL FIGLIO: “ALL’OSPEDALE DI ORBASSANO NON C’ERANO ALTRI POSTI”
Ricoverato in un reparto Covid pur essendo risultato negativo a due tamponi. 
“Mio papà aveva la polmonite ma di altro tipo, eppure l’hanno tenuto con tutti gli infetti e, quando è morto, non abbiamo nemmeno potuto vederlo”, dice Fabio Belletti, che da una vita guida le ambulanze e per tanto tempo ha fatto volontariato proprio al San Luigi di Orbassano.
E’ convinto che, vista l’assoluta situazione di emergenza, il padre non abbia ricevuto le cure e l’attenzione che meritava.
“Se fosse stato in un reparto di geriatria magari non ce l’avrebbe fatta lo stesso racconta – ma quando è entrato lì dentro e ci hanno detto che non c’era altro posto se non tra i malati di Covid ci hanno fatto capire da subito che non ritenevano di poter fare molto per lui. Mio papà non era autosufficiente da qualche anno e soffriva di demenza senile ma, pur con tutti i suoi problemi, aveva alcuni momenti di lucidità , chissà cosa avrà sofferto in quei pochi giorni prima di morire”.
Dal 10 aprile, quando la sera è stato chiamato dall’ospedale per comunicare che il papà non ce l’aveva fatta, Fabio Belletti non si è dato pace.
“Lo abbiamo fatto andare in ospedale, dovevamo decidere se farlo comunque, nonostante questo terribile virus e nonostante sapessimo che non gli saremmo stati vicini”.
Al San Luigi sono impediti i contatti con l’esterno in ogni reparto, per evitare che l’ingresso dei parenti possa essere motivo di contaminazione. “È stata un’agonia sentire notizie solo telefoniche fino alla notte in cui ci hanno detto che non era più con noi”.
Ma il fatto che sia stato sistemato tra i malati di Covid, quello proprio non gli va giù. “Due tamponi negativi e ricovero in reparto Covid, questo non lo digerisco. Hanno consegnato mio padre dopo cinque giorni in un sacco sigillato nonostante non fosse positivo al virus” .
Belletti dice che la polmonite del padre era certamente dovuta a problemi di deglutizione provocati dalle condizioni di salute precedenti. Racconta che più volte erano venuti in soccorso a casa i sanitari, ma l’ultima volta hanno dovuto lasciarlo ricoverare non sapendo più come fare.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
CONDANNATI ANCHE L’EX VICESINDACO E UN ASSESSORE … LA GIUNTA SI ERA DIMESSA DOPO LO SCANDALO
Due anni e due mesi all’ex sindaco leghista di Legnano, Giambattista Fratus; due anni all’ex vicesindaco Maurizio Cozzi e un anno e tre mesi all’assessora Chiara Lazzarini.
Queste le condanne emesse stamattina dal Tribunale di Busto Arsizio nei confronti della giunta decaduta di Legnano, finita nell’indagine della pm Nadia Calcaterra sul sistema di potere che aveva coinvolto il Comune.
L’indagine era partita con l’accusa per Fratus di corruzione elettorale, in particolare relativamente a una nomina nel cda di Amga in cambio dell’appoggio elettorale al ballottaggio durante le elezioni.
Fra i personaggi coinvolti nell’indagine anche il vicesindaco Maurizio Cozzi e l’assessore Chiara Lazzarini (entrambi di Forza Italia) che – stando alle carte – si erano attivati al fine di piazzare un dirigente vicino a loro in una delle municipalizzate.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE SULLA SALUTE SULLA BASE DEI DATI DELLA PROTEZIONE CIVILE: LE PRIME BASILICATA E UMBRIA, LE ULTIME LOMBARDIA E MARCHE
Prima di analizzare lo studio dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane occorre
sottolineare due aspetti: il calcolo si basa sui dati forniti dalla Protezione Civile (quelli che, quotidianamente, parlano di nuove infezioni e tamponi); il tutto non tiene conto delle previsioni sull’allentamento delle misure di lockdown. In sintesi: quello fornito nella mappa zero contagi diffusa quest’oggi, è solamente un quadro previsionale in base allo status quo. Sta di fatto che lo studio mostra come Lombardia e Marche potrebbero essere le ultime a non contare nuove infezioni. A fine giugno.
«In Lombardia e Marche, verosimilmente, l’assenza di nuovi casi si potrà verificare non prima della fine di giugno, in Emilia-Romagna e Toscana non prima della fine di maggio — si legge nel comunicato che accompagna lo studio dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute -. Nelle altre Regioni l’azzeramento dei contagi potrebbe avvenire tra la terza settimana di aprile e la prima settimana di maggio». La tabella, in base ai dati raccolti finora, porta a questo calendario sugli zero contagi.
«Secondo le proiezioni dell’Osservatorio a uscire per prima dal contagio da Covid-19 sarebbero la Basilicata e l’Umbria, le quali il 17 aprile contavano rispettivamente solo 1 e 8 nuovi casi; le ultime sarebbero le Regioni del Centro-Nord nella quali il contagio è iniziato prima. In Lombardia, in cui si è verificato il primo contagio, non è lecito attendersi l’azzeramento dei nuovi casi prima del 28 giugno, nelle Marche non prima del 27 giugno. Infatti, per entrambe le Regioni il trend in diminuzione è particolarmente lento. La PA di Bolzano dovrebbe avvicinarsi all’azzeramento dei contagi a partire dal 28 maggio, nonostante il numero di contagi osservati complessivamente è basso in valore assoluto (29 casi il 18 aprile), tuttavia il trend dei nuovi casi sta scendendo con particolare lentezza. Nella Regione Lazio dovremmo aspettare almeno il 12 maggio, nel Sud Italia l’azzeramento dei nuovi contagi dovrebbe iniziare ad avvenire tra la fine del mese di aprile e l’inizio di maggio».
Il tutto in base ai dati che arrivano dalla Protezione Civile (che somma quelli che provengono quotidianamente da ogni singola Regione) e alle attuali misure di lockdown. Lo stesso osservatorio spiega che qualora fossero allentate nei prossimi giorni le misure, questo calcolo non sarebbe più valido.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
“TRASFERISCONO I PAZIENTI DA UN REPARTO ALL’ALTRO DI NOTTE SENZA FARE I TAMPONI”… STAMANE CARABINIERI PIOMBANO IN DECINE DI RSA A MILANO, MONZA, COMO E VARESE
«Stanno continuando a trasferire i pazienti da un reparto all’altro, senza aver fatto nemmeno i tamponi, lo fanno la sera di nascosto. Intanto gli anziani continuano a morire, la situazione non è migliorata».
All’Ansa parla un’operatrice sociosanitaria che da ben 31 anni lavora al Pio Albergo Trivulzio, la casa di cura di Milano finita nell’occhio del ciclone per il decesso di quasi 150 anziani e sul quale la Procura ha aperto un fascicolo.
Bisognerà capire se gli ospiti del Trivulzio siano morti o meno per Coronavirus: nell’indagine, che ipotizza i reati di omicidio colposo ed epidemia colposa, è coinvolto il direttore generale della struttura, Giuseppe Calicchio.
«La prima mascherina nel mio reparto si è vista il 22 marzo. Dieci giorni prima ho chiesto di averne una ma a me, come ad altre colleghe che le avevano portate da casa, venne intimato dalla caposala di non usarle» ha aggiunto.
Una ricostruzione che viene confermata anche da una lettera, diffusa tre giorni fa, in cui medici e infermieri del Trivulzio si scagliavano contro la direzione della casa di cura sostenendo di essere stati «redarguiti dal personale direttivo nel caso in cui qualcuno del personale sociosanitario indossasse mascherine portate da casa a tutela della salute degli ospiti e del personale stesso».
Mascherine che sarebbero stati «obbligati a togliere al fine di evitare di generare un “inutile e ingiustificato allarmismo” tra i pazienti e i loro parenti».
Intanto da stamattina è in corso un’ispezione dei carabinieri del Nas all’Istituto Frisia di Merate, a Lecco, una residenza per anziani che fa capo al Trivulzio di Milano. Proprio venerdì scorso una delle infermiere che lavora nella struttura ha raccontato ai carabinieri che «i malati non venivano isolati in modo corretto, non avevano le mascherine e ricevevano visite dai parenti anche dopo lo scoppio dell’epidemia». Insomma tutto quello che non andava fatto.
Una lenta strage, quella degli anziani nelle Rsa, dove i decessi sono raddoppiati: in due mesi più di un terzo è morto per il Coronavirus. Controlli a tappeto anche in altre Rsa di quattro province lombarde: Milano, Monza, Como e Varese.
(da Open)
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