Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
IL RAPPRESENTANTE ITALIANO ALL’OMS: “O RISCHIAMO DI AVERE UNA SECONDA ONDATA PRIMA DELL’ESTATE”
Nuove ondate epidemiche o piccoli focolai, se le cose andranno bene. 
Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministero della Salute, spiega che dovremo abituarci a vivere con il virus ancora a lungo e impegnarci per evitare che dopo l’estate torni a colpire in modo violento.
Secondo Ricciardi, già presidente dell’Istituto superiore di sanità e oggi membro del consiglio esecutivo dell’Oms, “è molto importante non accelerare le riaperture: in caso contrario la seconda ondata invece di averla più avanti rischiamo di subirla prima dell’estate”.
Ricciardi ricorda che “quello autunnale e invernale, come nel caso dell’influenza, è il periodo in cui una combinazione di eventi climatici, comportamentali, immunologici fa sì che il virus possa riemergere”.
Le scelte di alcuni leader politici mondiali “sono responsabili degli effetti sui loro popoli. Se ci sono stati più morti rispetto ad altri è perchè le decisioni sono state prese o in modo tardivo o in modo sbagliato.
L’esempio più eclatante è quello della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, dove i governi non hanno ascoltato i consiglieri scientifici e hanno reagito in maniera estremamente ritardata”.
Invece in Paesi come Corea del Sud, Finlandia e Germania “dove c’è una linea di comando unica e un rapporto diretto tra politica sensibile e istituzioni ben funzionanti, le cose vanno meglio”.
Per evitare un ritorno della malattia e tenerla sotto controllo bloccando i piccoli focolai che di certo provocherà , sarà importante “il distanziamento fisico, la distanza tra le persone che non sono certe del loro stato immunologico. Naturalmente questo stato potrà essere conosciuto e tracciato meglio attraverso una diagnostica più estesa e mirata e grazie all’uso delle tecnologie. Non c’è dubbio che i Paesi che hanno reagito meglio sono quelli che hanno utilizzato meglio le armi della diagnostica e delle tecnologie. Su questo – ha concluso – ho invitato da diversi giorni i miei colleghi e i decisori ad agire con più rapidità rispetto a quanto fatto finora”.
Riguardo al sistema sanitario italiano, Ricciardi ha spiegato che “sono tre i perni a cui dovrebbe ispirarsi: l’ospedale, la medicina generale e l’assistenza in ambienti extra-ospedalieri intermedi tra casa e ospedale”.
Se uno dei tre pilastri non funziona si hanno seri problemi.
Insomma, la luce in fondo al tunnel sembra essere ancora molto lontana.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
DUE OPERAI DECEDUTI E GIOVANI PRECARI COSTRETTI A LAVORARE DA VOLONTARI NELLA FILIERA PIU’ RISCHIOSA
A proposito di ripartenze e di fase 2, la domanda che oggi dobbiamo farci è solo una: siamo davvero pronti a riaprire tutto?
Dieci giorni fa il presidente degli industriali lombardi, Marco Bonometti, diceva a TPI: “Se le aziende non sono in grado di mettere in sicurezza i propri lavoratori non possono lavorare. Il codice di autoregolamentazione che ci siamo dati per salvaguardare la salute dei dipendenti è proprio quello di utilizzare i guanti, le mascherine e il distanziamento sociale”.
Bastasse solo questo saremmo a cavallo, in realtà sappiamo bene che sul tavolo oggi c’è anche il delicato tema dei test e di tutti quegli strumenti diagnostici necessari per ripartire con intelligenza.
Anche per questo bisogna guardarsi in faccia e dirsi onestamente se le regole imposte siano sufficienti e si possano rispettare, se siano compatibili con un certo tipo di attività produttive e se le fabbriche nel tempo possano reggere il peso del contingentamento dei turni e del calo inevitabile della loro produttività .
In una regione, la Lombardia, dove non si è stati in grado di proteggere adeguatamente medici e operatori sanitari, dove si sono lasciati morire centinaia di anziani in casa e negli ospizi, dove il Covid è stato fatto entrare nelle Rsa dalla porta principale, attraverso una delibera oggi al centro di una bufera giudiziaria, ecco, in una regione dove vige l’obbligo di coprirsi naso e bocca, ma ancora in troppi non riescono a reperire le mascherine, sembra logico chiedersi se potremo mai essere all’altezza di affrontare una ripartenza, parziale o completa che sia, soprattutto delle attività produttive, dal momento che questo prevede un cambio radicale di paradigma su tutti i fronti.
In questa regione, con il record mondiale di morti da Covid, dove le fabbriche non si sono mai fermate del tutto, dove ci si è aggrappati a qualunque cavillo che lasciasse spazio a una riapertura ante tempus, grazie alla meravigliosa narrazione che l’essenziale dell’essenziale potesse trasformare quasi ogni attività produttiva in necessaria e quindi titolata ad operare, anche durante una pandemia globale, proprio qui, in una regione così, oggi si vuole solo guardare avanti, senza ancora aver capito e analizzato le ragioni di questo triste primato.
Ecco perchè, a titolo esemplificativo, vorremmo ricostruire quello che è successo nelle ultime settimane e sta accedendo ora all’interno di una grande fabbrica bergamasca, simbolo della operosità tipica di questa terra, una azienda strategica con oltre un secolo di storia alle spalle, una società siderurgica che produce tubi in acciaio per l’industria petrolifera e dove lavorano 1300 persone suddivise in cinque reparti più gli uffici: tutti a Bergamo la chiamano “la Dalmine”.
Andiamo con ordine. Il 23 febbraio vengono accertati i primi casi di Covid19 in provincia di Bergamo, all’ospedale di Alzano Lombardo, ormai tristemente noto per la chiusura e la misteriosa riapertura del suo pronto soccorso.
In serata Bergamo ha la sua prima vittima di Coronavirus. Il giorno dopo viene sospesa ogni attività formativa alla Dalmine. La produzione va avanti.
All’entrata della fabbrica c’è un cartello che dice: “Se avverti sintomi di infezione respiratoria e/o febbre non entrare nello stabilimento, ma torna immediatamente a casa e contatta il tuo medico curante”.
Nella settimana dal 9 al 13 marzo molti lavoratori si assentano per malattia. La paura è tanta. Il reparto dell’acciaieria deve chiudere per mancanza di personale (si produce al 50 per cento delle possibilità ) e anche per pressioni sindacali.
Il 16 marzo si ammala un primo lavoratore di Covid19 nel reparto FTM (Fabbrica Treno Medio). Andrà in terapia intensiva.
Il giorno dopo si tiene in teleconferenza una riunione con i vertici aziendali, la Rsu e i segretari provinciali di Fim, Fiom e Uilm per parlare delle misure di sicurezza, ma tra i lavoratori serpeggia molta preoccupazione. Le perplessità sono tante, come ad esempio — si legge nel comunicato sindacale — “sull’efficacia dell’utilizzo delle mascherine, sul problema degli assembramenti negli spogliatoi e sulla sanificazione delle varie aree”.
Massimo Seghezzi lavora alla Dalmine da quasi vent’anni come operaio: “In acciaieria — ci racconta — che è il reparto più sindacalizzato, la paura si sente, anche per questo ci hanno lasciato una settimana in più rispetto agli altri reparti prima di riprendere, perchè la gente è più arrabbiata. Molti si fanno la domanda: vado a lavorare e se poi porto a casa il virus?”. Chi lavora in fabbrica a Dalmine nei giorni del lockdown nazionale scrive su whatsapp ai colleghi messaggi come questo: “Le misure di sicurezza messe in atto dall’azienda nelle scorse settimane per salvaguardare i lavoratori sono, a mio avviso, insufficienti: un cubo di sapone di marsiglia posato su un lavandino lurido, una diluizione da alcol e acqua per disinfettare, diluita da loro in quale percentuale non si sa. Attenzione a riprendere ancora in queste condizioni.”
Già dal 17 marzo inizia il pressing dell’azienda sui lavoratori per riaprire e riprendere a lavorare.
Il 20 marzo l’acciaieria è attiva grazie aI lavoratori volontari. Quel reparto non è indispensabile per la produzione di bombole. Il 24 marzo continua la campagna social della Dalmine per dire “noi ci siamo”. Vorrebbe ci fossero anche i lavoratori? La Tenaris Dalmine estende la volontarietà verso reparti considerati non essenziali.
Il 25 marzo muore il primo operaio, si chiamava Salvatore Occhineri. Lavorava al magazzino tubi e per questo doveva girare nei reparti e venire a contatto con altre persone. Infatti due suoi colleghi finiscono in terapia intensiva alcuni giorni dopo, ma nessuno li aveva avvertiti. Si convoca una riunione dietro l’altra e i “volontari” vengono richiesti dall’azienda ben oltre le attività essenziali.
Inutile dire che i lavoratori volontari sono spesso quelli più ricattabili: neo assunti, giovani con contratti a scadenza, persone che non possono permettersi la riduzione dello stipendio.
In questa fase la Dalmine (siamo al primo aprile) consiglia ai dipendenti, tramite una brochure, di praticare esercizi di attività motoria a casa, in modo da mantenere il corpo tonico e in salute per la ripresa.
Sempre a inizio aprile l’azienda comunica di voler ripartire, seppur parzialmente, il 6 di aprile, sostenendo che le attività di Tenaris Dalmine legate al ramo energetico siano strategiche ed essenziali.
I lavoratori, appoggiati dal sindacato, sostengono invece che in questa fase l’essenzialità sia riconducibile solo alla produzione di bombole medicali, confermando la contrarietà ad estendere la ripresa delle attività a produzioni non essenziali.
In verità i decreti lasciano troppo margine alle aziende, che possono andare in deroga e continuare quindi a lavorare, rischiando di far ammalare i propri dipendenti. Basta chiedere una proroga al prefetto e la produzione può ripartire anche senza essere legati alla filiera delle attività essenziali.
Ed è così che in Lombardia in molti sono già ripartiti, magari laddove i lavoratori sono più silenziosi. Laddove sono più sindacalizzati, invece, si rimanda di una settimana. Gli operai della Dalmine lo chiamano “il contentino”.
Il 4 aprile muore Sergio Bertino. Lavorava a Sabbio, il famoso reparto delle bombole d’ossigeno della Tenaris Dalmine. Quel comparto che il capo degli industriali lombardi, Marco Bonometti, dieci giorni fa rivendicava di aver tenuto aperto, aggiungendo che “le bombole per l’ossigeno sono una filiera che parte dall’acciaio, alla calandratura, dalla saldatura, alla meccanica. Per fortuna che sono rimaste aperte certe attività . Se non ci fossero state le imprese aperte con l’utilizzo e lo sfruttamento dell’ossigeno che diamo agli ospedali, la gente sarebbe morta”.
Peccato che, a parte il reparto che produce le bombole d’ossigeno, gli altri reparti non siano essenziali, perchè — come ci racconta Massimo Seghetti che è anche attivista del sindacato di base Flmu-Cub — con un paio di giorni di lavoro dell’acciaieria si producono migliaia di tonnellate di acciaio, con cui si possono fabbricare bombole per mesi interi”.
In pratica a Sabbio sarebbero autosufficienti.
L’azienda, invece, vuole ripartire il prima possibile e comunica che nell’ultimo mese, a causa dell’emergenza Covid19, “sono state perse circa 20 mila tonnellate di produzione pari a circa 40-45 milioni di fatturato, in un contesto di crisi generale del settore oil & gas” — come riportato in un comunicato sindacale — “con le aziende concorrenti in Giappone, Usa e in Europa che stanno comunque producendo”.
Per la fase 2 il tema centrale, oltre all’uso dei dispositivi di protezione individuale e la sanificazione delle aree comuni, è soprattutto quello di evitare gli assembramenti in azienda, il che si traduce nella conseguente riduzione dei turni.
La Dalmine non è e non sarà l’unica grande fabbrica italiana (e probabilmente al mondo) a dover ripensare e riprogrammare il proprio regime dei turni e il contingentamento dei propri lavoratori, perchè la loro tutela passa anche dai numeri e dalle presenze in fabbrica. La pressione dei lavoratori dell’acciaieria ha fatto in modo di ottenere lo spostamento della ripartenza di questo reparto al 20 di aprile, lunedì prossimo. Intanto questa settimana il sindacato di base ha rilanciato uno sciopero ad oltranza (nel settore metalmeccanico, industria e artigianato) come strumento dei lavoratori per salvaguardare la propria incolumità e quella delle proprie famiglie.
I dati della diffusione del Covid19 in Lombardia continuano ad essere allarmanti e la proroga al 3 maggio, relativa al fermo della produzione, lascia ancora la possibilità di proseguire le attività anche a settori non effettivamente essenziali, attraverso l’autocertificazione alle prefetture.
Ma gli operai si interrogano: chi deve fare tamponi per i lavoratori che rientrano? Seghezzi non nasconde la sua preoccupazione: “nei reparti sarò molto difficile rispettare tutte le misure di sicurezza, perchè siamo stressati, in particolare in acciaieria si lavora in un ambiente con temperature molto elevate e non ci sono le condizioni per tutelare i lavoratori. Negli spogliatoi siamo a mezzo metro di distanza gli uni dagli altri e quando torneremo a pieno ritmo come faremo a stare in cinque dentro a una cabina da tre metri per sei?”.
Oggi alla Dalmine sono aperti quattro reparti su cinque, da lunedì prossimo riapriranno tutti.
Con la magistratura che indaga, l’opposizione sul piede di guerra, e una curva dei contagi ancora imprevedibile, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, vorrebbe riaprire tutto il 4 maggio.
A dire il vero oltre 110mila fabbriche al nord l’hanno già fatto in autonomia, con l’autocertificazione consentita dal Dpcm “Chiudi Italia” del 22 marzo scorso.
Eppure la fondazione indipendente GIMBE — che da mesi analizza a fondo i dati ufficiali e pubblica modelli predittivi sull’andamento dell’epidemia da Coronavirus — oggi ci ricorda che “il contagio non è sotto controllo”.
Questo è dovuto al fatto che con le misure di distanziamento “siamo partiti in ritardo, che il lockdown non è stato affatto totale e che l’aderenza della popolazione è stata buona, ma non eccellente.
Non a caso il presidente del GIMBE, Nino Cartabellotta ci fa sapere che “nonostante il contagioso entusiasmo per l’avvio della “fase 2” serve la massima prudenza: se oggi, infatti, ospedali e terapie intensive iniziano a “respirare”, i numeri confermano che la curva dei contagi non è affatto sotto controllo ed il rischio di una nuova impennata dei casi è sempre in agguato”.
Esiste infine un altro tema ancora confuso: chi si occuperà dei test sierologici da fare ai lavoratori? Lo Stato? Le aziende? Siamo davvero pronti alla fase due? E’ davvero possibile vigilare sul rispetto delle regole e garantire la tutela dei cittadini o tra qualche settimana saremo di nuovo punto e a capo?
(da TPI)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
IL BOOM NELLA ZONE COLPITE DAL VIRUS
Per la terza volta dall’inizio della pandemia di Coronavirus, l’Istat ha aggiornato la sua stima del
numero dei morti complessivi in Italia: questa volta il periodo di riferimento è dal 1 marzo al 4 aprile 2020.
La rilevazione, che riguarda i decessi nel nostro Paese per qualsiasi causa e non soltanto per il Covid, fa poi il paragone con il dato medio relativo allo stesso periodo degli anni 2015-2019.
Ed è in questo confronto che si manifesta, in tutta la sua drammaticità , l’impatto devastante del Coronavirus. Soprattutto se si guarda ai dati dei singoli comuni più colpiti, quelli del Nord Italia.
I dati dei singoli comuni
Tra il 1 marzo e il 4 aprile 2020, infatti, oltre la metà dei comuni del Nord hanno registrato almeno un raddoppio del numero dei decessi (ricordiamo, per qualsiasi causa e non solo per il Coronavirus).
A guidare questo triste elenco, per quanto riguarda le grandi città , è prevedibilmente Bergamo (+382,8 per cento), seguito da Crema (+322 per cento) e Piacenza (+309,1 per cento).
E Poi Cremona (+286,6), Lodi (+261,5) e Brescia (+203,8).
Altre grandi città hanno almeno raddoppiato il numero dei morti rispetto agli anni precedenti: stiamo parlando di Parma (+164,3), Biella (+154,5), Imperia (+ 127,5) e Aosta (+102).
Un po’ più contenuti gli aumenti a Como (+86,4), Varese (+70), Genova (+54,4) e Milano (+49,3). Relativamente bassi, invece, i dati relativi a città come Bologna (+22) e Verona (+21,4).
La differenza di morti a Bergamo tra 2019 e 2020
Per quanto riguarda i centri più piccoli, significativo il dato relativo a Codogno (nel Lodigiano, con un +384 per cento di morti), che è stato il primo focolaio di Coronavirus in Italia.
Nel Bresciano, fa impressione il piccolo comune di Corte Franca, (7.200 abitanti) che ha registrato un aumento del 2.700 per cento della mortalità .
Ma come Verderio, sono tanti altri i piccoli comuni che hanno avuto impennate dei decessi.
Per citarne solo alcuni, Alzano Lombardo e Nembro (al centro di un’inchiesta in più puntate di TPI sulla mancata istituzione di una Zona Rossa nell’area) hanno registrato rispettivamente aumenti del 1020 e dell’805 per cento.
Come si è più volte ripetuto nelle scorse settimane, ci sono delle differenze abbastanza macroscopiche anche sull’impatto del Coronavirus sui pazienti uomini e sulle donne.
E, ovviamente, in base alla fascia d’età a cui essi appartengono.
Secondo la rilevazione dell’Istat, i maggiori incrementi dei decessi si registrano tra gli uomini e soprattutto nelle persone con più di 74 anni. Una differenza molto più evidente al Nord che nelle altre zone d’Italia: qui, infatti, per gli uomini si osserva un incremento dei decessi del 158 per cento a fronte del 105 per cento per le donne di 75 o più anni.
Nell’analisi dell’Istat si nota un aumento sostanziale dei decessi nel nostro Paese a partire dalla fine di febbraio e dalla prima settimana di marzo. Una crescita concentrata soprattutto nei comuni del Nord e del Centro in cui la pandemia da Coronavirus si è diffusa di più.
Ne consegue che, sebbene l’Istituto di statistica precisi che i dati sono relativi alle morti per qualunque causa, il Covid abbia avuto un ruolo preponderante in questo aumento così concentrato.
Preoccupa soprattutto la zona di Bergamo, dove il numero totale dei decessi è passato da una media di 141 casi nel 2015-2019 a 729 nel 2020. Incrementi della stessa intensità , quando non superiori, interessano la maggior parte dei comuni della provincia bergamasca. Situazioni particolarmente allarmanti si riscontrano anche nella provincia di Brescia, nel cui capoluogo i decessi per lo stesso periodo sono triplicati: da 212 nel 2015-2019 a 638 nel 2020.
Lo studio dell’Istituto di statistica è stato condotto su una lista di 1.689 Comuni che “viene ampliata settimanalmente e che in alcun modo possono essere considerati un campione rappresentativo della intera popolazione italiana”.
Questi comuni, circa un terzo del totale di quelli iscritti all’Anagrafe nazionale, sono quelli che hanno registrato almeno dieci decessi dal 4 gennaio al 4 aprile e soprattutto, nel confronto con gli anni passati, hanno un aumento dei morti pari o superiore al 20 per cento.
(da TPI)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE REGIONALE LEGHISTA CHE IMPONEVA LA DISPONIBILITA’ DI POSTI LETTO ALLE RSA PIEMONTESI E LA RETROMARCIA TRE GIORNI FA DOPO LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA: “SONO STATO FRAINTESO”
Francesco C., dirigente di una RSA piemontese, parla oggi al Fatto della gestione da parte della Regione dell’emergenza Coronavirus proprio mentre, in streaming, l’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Luigi Icardi, prova a esorcizzare (senza riuscirci) la diavoleria della sua “delibera della vergogna”, come la chiama Francesco.
La storia è abbastanza semplice nella sua irrazionale crudeltà . Il 20 marzo scorso, la Regione fa sapere che, per decongestiona re gli ospedali, tutte le Rsa avrebbero dovuto comunicare la disponibilità di posti letto “per la presa in carico di pazienti non affetti da Covid-19”. Poco dopo, però, il testo aggiungeva qualcosa di ancora più sconcertante: “Le Asl potranno reperire posti letto dedicati a pazienti Covid positivi”.
“Da quel momento, è cominciata una battaglia senza senso. Io, per esempio, sono stato messo alle strette, con richieste continue da parte dell’Asl che ho sempre respinto. Appena si liberavano dei posti, ci subissavano di telefonate per trasferire da noi malati Covid in ‘fase di negativizzazione’. Abbiamo continuato a dire no, ma con dei conflitti non da poco con l’Asl che, in tempi normali, è l’ente che ci manda gli ospiti convenzionati e che quindi contribuisce alla cosiddetta ‘saturazione del posto letto’, cosa di non poca importanza per i conti di una Rsa”. Una vera “barricata di no” che (“grazie anche alla fortuna”) ha salvato la Rsa di Francesco nella quale, già il 5 marzo, era scattato il divieto di visite agli anziani. “Per ora nessun contagio tra ricoverati e operatori ”.
Non è stato così, però, nel resto della regione e il bollettino Covid dal fronte Rsa è terribile: dal 1° gennaio al 31 marzo, in Piemonte sono morti 407 anziani in più di un anno fa. Di questi, 252 per Coronavirus: ma chissà qual è il conto vero, al netto di tamponi mai eseguiti e di autopsie non fatte.
L’ultimo messaggio in bottiglia dall’assessore leghista, che un tempo di occupava di Asti Moscato, è arrivato martedì scorso, sotto forma di una “precisazione alla delibera”.
La stessa che Icardi ha poi sciorinato in conferenza stampa, parlando di equivoci (da parte di chi? Delle Rsa, dei giornalisti?).
“Più che una precisazione, è un cambiamento bello e buono di quanto scritto prima —dice Francesco —. I malati Covid positivi? Solo in Rsa ‘non ancora attive e dunque vuote’, oppure in Rsa che ‘intendano candidarsi ad ospitare solo Covid positivi’.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
CONDANNATA IN PRIMO GRADO PER CONDOTTA DISCRIMINATORIA LA CAUSA E’ GIA’ COSTATA AL COMUNE 20.000 EURO, ORA L’APPELLO E ALTRI 20.000 EURO… TANTO PAGANO I CONTRIBUENTI… SE SI SANCISSE IL PRINCIPIO CHE DEVONO PAGARE SINDACO E ASSESSORI DI TASCA PROPRIA FINIREBBE LO SCONCIO
La vicenda dell’esclusione dalle mense scolastiche di bambini immigrati i cui genitori non potevano
produrre la documentazione richiesta dall’amministrazione di centrodestra di Lodi a trazione leghista ritorna d’attualità nonostante l’emergenza Coronavirus, che imporrebbe ben altre priorità .
Nell’ultimo consiglio comunale, terminato con la famosa foto della sindaca Sara Casanova e del suo vice Lorenzo Maggi (lista civica) seduti al tavolo con alle loro spalle ammassati alcuni assessori e consiglieri di maggioranza per gli auguri pasquali, le opposizioni avevano avanzato, in un ordine del giorno, la richiesta di rinunciare all’appello contro la sentenza che condannava il Comune di Lodi per condotta discriminatoria e destinare la somma necessaria per le spese legali (quantificata tra i diecimila e i quindicimila euro) alla Protezione civile.
Proposta che non è stata accolta, nonostante anche in appello il Comune di Lodi si avvii a un’altra sonora sberla giuridica.
Secondo il Coordinamento Uguali Doveri, nato proprio in seguito all’emanazione della delibera della Giunta comunale, che introduceva criteri discriminatori per l’accesso alle mense scolastiche dei bambini figli di immigrati, e che raggruppa diverse associazioni:
In base al decreto emanato il 21/10/2019 (emanato dal ministero delle Politiche sociali di concerto con quello degli Esteri, ndr) solo i cittadini dei seguenti 19 paesi dovranno produrre certificati sulle proprietà immobiliari ai fini del reddito di cittadinanza. Sono: Regno del Bhutan, Repubblica di Corea, Repubblica di Figi, Giappone, Regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica popolare cinese, Islanda, Repubblica del Kosovo, Repubblica del Kirghizistan, Stato del Kuwait, Malaysia, Nuova Zelanda, Qatar, Repubblica del Ruanda, Repubblica di San Marino, Santa Lucia, Repubblica di Singapore, Confederazione svizzera, Taiwan, Regno di Tonga.
I cittadini di tutti gli altri 174 Stati del mondo non dovranno produrre alcun certificato, perchè, come il Coordinamento Uguali Doveri aveva sostenuto, il Decreto riconosce che in tutti questi paesi c’è “assenza o incompletezza dei sistemi di registrazione formale degli immobili privati”.
La delibera era stata partorita dal consiglio comunale di Lodi il 4 ottobre 2017 (la nuova amministrazione di centrodestra era in carica da soli pochi mesi) e modificava il regolamento comunale per l’accesso alle prestazioni sociali. Entrata in vigore il 23 ottobre successivo, i suoi effetti si erano visti all’avvio dell’attività di refezione scolastica.
Per consentire l’accesso, ai bambini figli di cittadini stranieri erano state chieste dichiarazioni consolari attestanti l’assenza di reddito nel Paese di origine, in aggiunta all’Isee: non potendo presentare la documentazione, perchè oggettivamente impossibilitati a produrla nel proprio paese di origine, molte famiglie si erano viste assegnare la fascia più alta di costi per la mensa e di fronte all’impossibilità di sostenere tali costi circa duecento bambini erano stati di fatto esclusi dal servizio e costretti a portarsi il panino da casa.
La vicenda assunse rilevanza internazionale e grazie all’impegno del Coordinamento Uguali Doveri (che riuscì in poco tempo grazie a una sottoscrizione che raggiunse la cifra record di oltre centomila euro), gli avvocati dell’Asgi (l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e della Naga (Organizzazione di volontariato per l’Assistenza Socio — Sanitaria e per i Diritti di Cittadini Stranieri, Rom e Sinti), presentarono ricorso al Tribunale di Milano. Il giudice Nicola di Plotti del Tribunale di Milano con un’ordinanza emessa il 12 dicembre 2018, nel dispositivo spiegò così la sua decisione:
Dall’analisi normativa che precede, dunque, può evincersi come non esistano principi ricavabili da norme di rango primario che consentano al Comune di introdurre, attraverso lo strumento del Regolamento, diverse modalità di accesso alle prestazioni sociali agevolate, con particolare riferimento alla previsione di specifiche e più gravose procedure poste a carico dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione Europea, così come indicate all’art. 8 co. 5 del “Regolamento per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate” nella versione introdotta con la delibera consiliare n. 28/2017», scrive il giudice.
Quindi, «affermata la natura discriminatoria della previsione contenuta nel Regolamento comunale, introdotta dalla delibera consiliare n. 28/17, deve essere affrontato il tema relativo al provvedimento che ne consegue»: cioè «deve essere ordinato all’Amministrazione comunale di modificare il predetto Regolamento in modo da consentire ai cittadini non appartenenti all’UE di presentare la domanda di accesso a prestazioni sociali agevolate mediante la presentazione dell’ISEE alle stesse condizioni previste per i cittadini italiani e UE in generale.
La sindaca Casanova, che in quell’occasione fu di un tempismo che in altre occasioni si fa fatica a riconoscerle, come nel caso delle morti nell’Rsa “Santa Chiara”, decise di presentare ricorso in Appello.
Già nel maggio 2019 Stefano Caserini, consigliere comunale di opposizione della lista civica di sinistra 110&Lodi aveva tentato di far desistere la Casanova, presentandole un conto di quanto sarebbe costato alla città il suo intestardirsi sulla vicenda:
Il Comune ha deliberato di risarcire le associazioni Asgi e Naga con 7.300 euro. Sono costi che quindi ricadono sulla cittadinanza . Così come gli altri 20 mila euro già impegnati in questa vicenda: 7 mila euro all’avvocato per la prima causa, 6.100 per la causa contro la ricorrente ecuadoregna, poi lasciata cadere, ed altri 7 mila per l’avvocato per il ricorso attuale.
È passato un anno, le opposizioni hanno tentata di riportarla alla ragione, ma la sindaca resta inamovibile su un ricorso che al 99% la vedrà sconfitta anche in appello.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
“LASCIATI SOLI, ABBIAMO MESSO A RISCHIO LA NOSTRA VITA”… PRESSIONI DELLA DIREZIONE PER NON USARE LE MASCHERINE, TURNI MASSACRANTI, SENZA TAMPONI E SENZA PROTEZIONI
Oltre 150 firme, ordinate in fila, con accanto il nome in stampatello. Tra medici, infermieri, fisioterapisti e operatori sociosanitari del Pio albergo Trivulzio si sta diffondendo una lettera durissima contro i vertici del Pat e relativa gestione dell’emergenza coronavirus. Che si conclude così: “Siamo disponibili ad essere ascoltati dagli organi inquirenti deputati a far luce sulla vicenda”.
«Siamo stati lasciati completamente da soli, senza direttive che prevedessero protocolli aziendali diagnostico-terapeutici, senza univoche direttive sul trattamento dell’epidemia del Coronavirus, senza norme di isolamento, senza la possibilità di fare tamponi e senza DPI fino al 23 marzo».
A scriverlo sono medici, infermieri, sanitari e amministrativi del Pio Albergo Trivulzio, finito nell’occhio del ciclone (e di un’inchiesta della Procura di Milano) per i 143 anziani morti da marzo ad oggi. Bisognerà capire se i decessi siano o meno legati alla diffusione del virus.
«Vietato usare le mascherine»
I sanitari, nel documento anticipato dal Corriere della Sera, denunciano «la mancata fornitura delle mascherine, giudicate non necessarie, e dei tamponi oltre alla circostanza di aver dovuto sopportare di essere redarguiti dal personale direttivo nel caso in cui qualcuno del personale sociosanitario indossasse mascherine portate da casa a tutela della salute degli ospiti e del personale stesso». Mascherine che sarebbero stati «obbligati a togliere al fine di evitare di generare un “inutile e ingiustificato allarmismo” tra i pazienti e i loro parenti»
Come è stato trattato il personale
Uno di loro sarebbe stato «sospeso temporaneamente dal servizio per aver contravvenuto alla disposizioni», altri invece sarebbero stati «invitati a riprendere anzitempo il servizio dopo un periodo di quarantena fiduciaria senza prima aver eseguito il primo e il secondo tampone». Tamponi che sarebbero serviti per verificare la «negatività evitando l’ulteriore diffusione del contagio tra gli ospiti e il personale».
«Nessun reparto Covid-19»
I sanitari spiegano di aver ricevuto «direttive che impedivano l’invio in urgenza, tramite 112, dei pazienti più gravi in pronto soccorso sostenendo che le cure prestate presso il nostro istituto fossero “migliori” oltrechè “maggiormente dignitose” rispetto a quelle prestate in pronto soccorso». Nessun reparto Covid-19 sarebbe stato allestito all’interno della struttura, «nonostante le numerose sollecitazioni alla direzione dell’istituto». Lì avrebbero potuto «isolare i pazienti sospetti, tutelati esclusivamente dal personale dedicato». E, invece, «a tutt’oggi il personale viene spostato da un reparto all’altro senza verificare la negatività del tampone, esponendo quindi al contagio ulteriore personale sanitario e pazienti».
«Turni di lavoro massacranti»
Nonostante tutto, aggiungono, medici, infermieri, sanitari e amministrativi hanno sempre lavorato «con energia e professionalità osservando spesso turni di lavoro a dir poco massacranti»: «Molti di noi hanno messo a repentaglio la propria salute rimanendo vittima del contagio a causa delle descritte carenze sotto il profilo della normativa di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro». Infine denunciano «il clima aziendale interno non tra i più favorevoli» e si dicono pronti ad essere ascoltati il prima possibile dagli organi competenti per far luce sulla vicenda.
Una comunicazione che, è doveroso sottolinearlo, prende le distanze anche da quanto «affermato da altri colleghi con dichiarazioni condivise dal direttore del dipartimento sociosanitario mediante apposizione della propria firma». Il riferimento è a una precedente lettera firmata da alcuni medici nella quale si difendeva l’operato dell’Istituto.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
E NON RACCONTI LA BALLA CHE LA LEGA E’ SEMPRE STATA CONTRARIA AGLI EUROBOND, L’INTERVISTA DELL’EX MINISTRO LEGHISTA GARAVAGLIA LO SPUTTANA
Dove se lo è ficcato Salvini l’orgoglio italiano mentre la Lega votava contro i Coronabond? Dopo aver
scatenato una cagnara indegna insieme a Fratelli d’Italia e Casapound un paio di settimane inventando che il governo italiano aveva firmato o addirittura attivato il MES, ieri il Carroccio insieme a Forza Italia ha votato contro un emendamento proposto dai Verdi che proponeva di mutualizzare il debito per l’emergenza Coronavirus a livello UE.
La parte divertente della questione è capire bene a cosa abbiano detto no Lega e Forza Italia (Fratelli d’Italia invece ha votato a favore).
L’emendamento proposto da Philippe Lamberts a nome dei Verdi infatti diceva che il Parlamento Europeo “ritiene essenziale, al fine di preservare la coesione dell’Unione Europea e l’integrità della sua unione monetaria, che una quota sostanziale del debito che sarà emesso per contrastare le conseguenze della crisi della COVID-19 sia mutualizzata a livello dell’UE”.
Ovvero che si utilizzi uno strumento come i Coronabond o gli Eurobond — cioè proprio quelli che secondo la tesi difensiva di Giulio Tremonti avevano spinto il centrodestra nel 2011 a dare l’ok proprio al MES — per avere soldi da utilizzare per l’emergenza Coronavirus e per la ripartenza dell’economia attraverso gli investimenti quando il lockdown sarà finito ma che sia emesso a livello comunitario in modo da avere un tasso d’interesse più basso.
Un titolo emesso non da un singolo Paese, ma da un’entità comune europea, un «Eurobond» quindi, appianerebbe queste differenze e il suo prezzo si avvicinerebbe in teoria più a quello tedesco che a quello emesso dall’Italia o da un qualsiasi altro Paese della «periferia» del Continente, proprio perchè a garantire sarebbe l’intera area euro.
Mettere in comune i debiti non è però certo un’operazione semplice e indolore: in fondo non lo sarebbe neanche all’interno di una famiglia allargata.
Perchè se da una parte significa verosimilmente risparmiare sui costi necessari a sostenere il fabbisogno dei membri più deboli della comunità , riducendo allo stesso tempo anche pericolose oscillazioni delle spese per gli interessi, dall’altra si chiede un innegabile sacrificio a chi invece è generalmente considerato più solido, affidabile e parte quindi da un punto di forza. (Il Sole 24 Ore
Ovvero si chiedeva esattamente quello che la Lega e Forza Italia chiedevano nel 2011, quando secondo la loro tesi era necessario dare l’ok al MES era necessario creare strumenti di finanziamento comuni.
In questa ottica si capisce almeno perchè Fratelli d’Italia ha votato sì. Ed è incomprensibile che Salvini, il quale da mesi spara fabbisogni di venti, quaranta, cinquanta, cento miliardi per far ripartire l’economia, dica no.
Infatti è esattamente questo il ragionamento che faceva qualche tempo fa Massimo Garavaglia, ex sottosegretario all’Economia del governo Conte in quota Lega, in un’intervista rilasciata a Formiche:
Ci deve essere una via di uscita al Mes, o no?
Una sì, almeno in linea teorica. Facciamo parallelamente gli eurobond, come sostiene l’economista Alberto Quadro Curzio. Se si vuole fare la riforma del Mes allora dobbiamo fare anche gli eurobond, per avere un debito europeo e più garantito. Se io devo aiutare qualcuno col Mes allora voglio in cambio un debito formato europeo, con gli eurobond, così siamo 1 a 1. Io ti aiuto sulle banche e tu mi aiuti sul debito, in sintesi.
Una specie di patto…
Io dico, rigiriamo la cosa. La Corte costituzionale tedesca ha bocciato più volte gli eurobond, allora io dico facciamo prima gli eurobond e poi parliamo del Mes.
Mentre lo stesso Salvini alla fine di marzo polemizzava con l’Europa che moriva tra Berlino e Bruxelles perchè non stava lavorando ai Coronabond
Insomma, se la UE non mutualizza il debito dell’emergenza Coronavirus allora l’Europa è morta.
Se qualcuno propone di mutualizzare il debito dell’emergenza Coronavirus allora la Lega vota contro.
Tutto chiaro, no?
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
E’ RIVOLTA SUI SOCIAL… I VERDI: “SONO DEI FALSI PATRIOTI, IN EUROPA VOTANO CON I NEMICI DELL’ITALIA”
Le delegazioni della Lega e di Forza Italia al Parlamento europeo hanno votato contro un emendamento presentato dal gruppo dei Verdi a una risoluzione sulla risposta dell’Ue alla pandemia del coronavirus che chiedeva la creazione dei Coronabond per condividere il debito futuro degli Stati membri.
È quanto emerge dalla lista dei voti nominali del Parlamento Europeo. Le delegazioni del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico hanno votato a fa favore, mentre quella di Italia Viva si è astenuta.
Il testo dell’emendamento dei Verdi prevedeva di condividere a livello Ue una quota consistente del debito che sarà emesso dagli Stati membri. “Per preservare la coesione dell’Ue e l’integrità della sua unione monetaria, una quota sostanziale del debito che sarà emesso per combattere le conseguenze della crisi del Covid-19 dovrà essere mutualizzato a livello Ue”, diceva il testo.
L’emendamento è stato bocciato con 326 voti contro, 282 a favore e 74 astenuti.
Con il voto positivo di Lega e Forza Italia l’emendamento sui Coronabond sarebbe passato
I verdi contro la Lega
“Falsi patrioti, hanno detto no ai Coronabond insieme ai nemici dell’Italia”
Una vergogna: “Ieri nel Parlamento Europeo è andata in scena la fiera dell’assurdo che ha danneggiato e sbeffeggiato l’Italia. La Lega di Salvini ha detto no a un emendamento dei Verdi che chiedeva l’introduzione dei Coronabond, da istituire nel pacchetto Ue per rispondere alla crisi economica, votando insieme alle forze sovraniste e di destra che attaccano sistematicamente il nostro paese”
Lo dichiara il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli
”I campioni salviniani di patriottismo, da Rinaldi alla Donato, hanno votato sostenendo le posizioni del governo olandese e dei sovranisti, ovvero niente coronabond e niente mutualizzazione del debito causato dalla crisi da coronavirus: questi sono falsi patrioti che in Italia fingono di difendere il nostro paese ma fuori confine si alleano con i nemici dell’Italia. C’è un’altra incredibile e assurda votazione che riguarda il M5s che ha votato contro l’introduzione del ‘Recovery Fund’, ovvero il fondo comune dell’Ue che dovrebbe finanziare la ripresa economica dell’Europa e quindi anche dell’Italia.
”Due domande a Di Maio e Conte: la posizione del M5S e del governo è quella del no anche al ‘Recovery Fund’ proposto dalla Francia? E dopo aver detto di no anche al Mes senza condizioni per finanziare la sanità , come pensate di sostenere finanziariamente la ripresa economica del nostro Paese?” conclude Bonelli.
(da Globalist)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
“IL PIU’ GRANDE FALLIMENTO VIENE DALLA LEGA DI SALVINI”
“Il populismo uccide” così si intitola l`editoriale firmato da Markus Feldenkirchen pubblicato
sull`ultimo numero dello Spiegel, il settimanale liberal-moderato, il più venduto in Germania.
L`articolo affronta in maniera analitica, paese per paese, coma la crisi del Coronavirus stia ledendo il successo di vari leader e partiti sovranisti in giro per il mondo.
Tra le “vittime” anche la Lega Nord e la sua gestione della crisi in Lombardia, regione che guida direttamente con suoi due esponenti dal 2013 (prima con Maroni e poi con Fontana), senza contare il fatto che era sempre suo il Presidente dal 1994 al 1995 (Arrigoni) e appoggiò il successivo lungo “regno” di Formigoni (dal 1995 al 2013).
Cosa scrive il der Spiegel sulla Lombardia Dopo aver raccontato di come Jair Bolsonaro, Boris Johnson e Donald Trump abbiano commesso grossolani errori nei rispettivi Paesi nella gestione della crisi, Feldenkirchen passa all`Italia
Il più grande fallimento nell’affrontare il Coronavirus viene però dalla Lega Nord, in Italia, il partito di Matteo Salvini. Guida la Lombardia, lì dove il virus ha avuto le peggiori conseguenze. Circa la metà di tutti i decessi da Coronavirus in Italia provengono da questa regione. Fino all`8 marzo, la Lega aveva deciso di collocare i pazienti lievemente infetti in case di riposo
Un errore fatale che ha portato alla morte di innumerevoli anziani. «Chiunque si fosse opposto a questo avrebbe perso i finanziamenti, quindi tutti hanno tenuto la bocca chiusa», ha dichiarato il direttore di una di queste residenze. un capo di 400 residenze. Si dice oltretutto che la morte di 70 residenti in una residenza per anziani a Milano sia tenuta nascosto
Un dipendente della casa che voleva obbligare l`uso di mascherine e rigorosi protocolli di igiene è stato subito licenziato. «Non si voleva provocare il panico» ha dichiarato. La Lega negli anni ha indebolito gli ospedali pubblici e promosso le cliniche private. Sfortunatamente, il settore privato fornisce solo l`8% dei letti per le terapie intensive.
Solo tre giorni fa lo stesso settimanale aveva duramente attaccato la Merkel per il suo rifiuto ad una maggiore solidarietà europea. con un un articolo, pubblicato anche in italiano, dal titolo: “Il rifiuto tedesco degli Eurobond è non solidale, gretto e vigliacco”
“L`Europa sta affrontando una crisi esistenziale. Apparire come il guardiano della virtù finanziaria in una situazione del genere è gretto e meschino. Forse conviene ricordare per un momento chi è stato a cofinanziare la ricostruzione della Germania nel Dopoguerra
Gli eurobond sono obbligazioni comuni emesse da tutti i paesi dell’Euro e non un`elargizione. Hanno il vantaggio di essere considerati un investimento sicuro, in quanto gli stati con una buona reputazione come la Germania risultano responsabili anche per i debitori meno solidi, come l`Italia
Questo rende i prestiti un po` più costosi per la Germania, ma notevolmente più economici per l`Italia. Berlino se lo può permettere, mentre Roma, se fosse lasciata sola, presto non sarebbe più in grado di prendere in prestito denaro sul mercato finanziario, dato che i tassi di interesse sarebbero troppo alti.”
(da agenzie)
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