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È POSSIBILE CHE PUTIN VENGA DEPOSTO CON UN COLPO DI STATO PER MANO DI ALTI UFFICIALI DEI SERVIZI SEGRETI? PER I MEDIA BRITANNICI IL COMPLOTTO È IMMINENTE E AL CREMLINO STA SALENDO L’ALLERTA

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

SECONDO L’ESPERTO GIORNALISTA D’INCHIESTA RUSSO SOLDATOV “LO ZAR È MOLTO PREOCCUPATO”: IN MOLTI SOTTOLINEANO CHE PER LA PRIMA VOLTA I COSIDDETTI APPARATI SONO IN DISACCORDO CON “MAD VLAD” SULLA GUERRA IN UCRAINA

Non fosse che tra chi lo sostiene c’è Andrei Soldatov, ci sarebbe da storcere il naso. Un colpo di Stato in preparazione, se non addirittura imminente, contro Putin? Per mano di alti ufficiali dei principali servizi segreti?
Andiamo, questa l’abbiamo già sentita, ma non è possibile perché Putin è un ex capo del Kgb, un maniaco della sicurezza, un intoccabile sostenuto dai vertici militari e degli apparati di sicurezza.
Soldatov, però, non è uno qualsiasi: giornalista d’inchiesta, considerato uno dei massimi esperti del mondo della sicurezza russo, è da tempo riparato a Londra. Da oltre un mese va ripetendo che stiamo vivendo tempi eccezionali, perché per la prima volta i cosiddetti apparati sono in disaccordo con il Cremlino.
A suo avviso, i vertici dell’intelligence russa sarebbero convinti che la colpa dei ripetuti fallimenti della guerra in Ucraina non siano dei tanti uomini dei servizi e delle forze armate le cui teste sono state fatte saltare, ma di un uomo solo: Vladimir Putin, appunto.
Naturalmente, tra coltivare lo scontento e progettare un golpe ce ne passa. Tuttavia, afferma Soldatov, i segnali di logoramento delle relazioni tra il Cremlino e l’Fsb (l’erede post sovietico del Kgb in Russia) sarebbero sempre più visibili: non solo un Putin reso furioso dalle cattive prove fornite in Ucraina ha già destituito circa 150 uomini della sicurezza, ma nell’ultimo mese, frustrato dallo stallo della cosiddetta «operazione militare speciale», avrebbe anche spedito agli arresti domiciliari due figure del vertice, tra cui Sergej Beseda, il direttore del settore estero dell’Fsb, il cosiddetto Quinto servizio.
Iniziative che avrebbero molto irritato i già preoccupati vertici dei servizi, spingendoli a considerare concretamente la mossa clamorosa del putsch contro il Numero Uno.
L’esperto di intelligence russa, interpellato dal Center for European Policy Analysis (Cepa) e citato in un servizio del quotidiano londinese CityAM, vede Putin consapevole dei rischi che corre e «molto preoccupato», tanto da aver disposto un innalzamento dei livelli di sicurezza all’interno e all’esterno del Cremlino.
Ma Soldatov non è il solo a prevedere un golpe contro «zar Vlad». Aleksei Muraviev, analista australiano di questioni strategiche ed esperto di intelligence, si dice addirittura convinto che un tentativo di defenestrazione di Putin sia imminente: a suo avviso, in conseguenza delle prolungate tensioni con il Cremlino e delle purghe che esso ha loro imposto, esponenti dei vertici militari e delle varie sigle dell’intelligence russa (Gru e Fso tra tutti) potrebbero cooperare per un colpo di mano.
Ammesso e non concesso che questo avvenga, resta da vedere dove un colpo di Stato a Mosca condurrebbe. Considerato che i presunti complottisti sarebbero in ultima analisi i cosiddetti «siloviki» (il gruppo di ex ufficiali del Kgb che detiene il vero potere politico ed economico in Russia sostenendo Putin al vertice della piramide), una loro azione segherebbe il ramo stesso su cui stanno comodamente seduti.
Questo perché non si vede una figura carismatica in grado di prendere il posto di Putin, a meno che qualcuno dei suoi attuali fedelissimi, falchi come Nikolai Patrushev, Dmitry Medvedev o Sergei Shoigu, non mediti segretamente di tradirlo.
Nell’articolo di City AM, si sostiene però che tale sia la consapevolezza del disastro strategico, economico e militare rappresentato dalla guerra all’Ucraina da indurre comunque a considerare una priorità eliminare l’uomo che l’ha voluta.
Anche perché sono i prossimi sviluppi del conflitto a preoccupare: la sequenza di fallimenti militari potrebbe spingere Putin ad alzare tappa dopo tappa l’asticella delle minacce all’Occidente, con rischi enormi (stavolta reali) per la sicurezza della Russia.
(da agenzie)

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UN AGENTE UCRAINO DELLE UNITÀ SPECIALI SVELA COME DÀ LA CACCIA AGLI INFILTRATI FILORUSSI

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

“PARTIAMO DA INTERNET E DA TELEGRAM. CI SONO I SABOTATORI VERI E QUELLI SPAZZATURA, CHE SCOPRI SUBITO” … “I DANNI MAGGIORI LI FANNO SE RIESCONO A GUIDARE I RAID AEREI DEI RUSSI, QUANDO MANDANO INFORMAZIONI DETTAGLIATE E COORDINATE PRECISE”

Zaporizhzhia è la prima grande città nel Sud dell’Ucraina che si incontra se si arriva dalle aree occupate dai russi, è piazzata fra la Crimea annessa nel 2014 e i separatisti di Donetsk e per questo è un magnete per i sabotatori filorussi.
Ramyl è l’ufficiale che comanda l’unità locale della polizia che si occupa delle intercettazioni internet e quindi soprattutto dei sabotatori, perché comunicano fra loro e con i loro contatti in Russia «con metodi che possono usare tutti, scambiandosi messaggi su Signal e su Telegram».
Parla dalla portiera aperta di un Suv civile, con un fucile compatto messo di traverso sul petto e il giubbotto antiproiettile. È stato nelle Spetsnaz, le unità speciali dell’esercito, e sostiene che per questo motivo ha familiarità con le tecniche dei sabotatori filorussi, che fanno le stesse cose: operano in profondità dietro le linee nemiche e tentano di fare il maggior danno possibile. Soltanto che si lavora molto in mezzo ai civili, nelle città
«I danni maggiori li fanno se riescono a guidare i raid aerei dei russi, quando mandano informazioni dettagliate e coordinate precise, oppure osservano le postazioni dei soldati e tutto quello che può essere attaccato. A volte fanno operazioni anche loro. Non aggrediscono obiettivi militari, perché non ne hanno la forza, ma civili: incendiano pompe di benzina e gli oleodotti. Fanno un primo attacco, poi aspettano che arrivino i poliziotti e i vigili del fuoco e attaccano di nuovo. A volte lo fanno con le squadre mandate a riparare».
È il cosiddetto double tap, una tecnica spesso usata dai piloti russi nei bombardamenti e – com’ è ovvio – considerata un crimine di guerra. «A volte lasciano un cecchino appostato molto indietro, che spara alle spalle di chi arriva e poi se ne va».
La vita degli infiltrati è resa facile dal fatto che il russo è usato da tutti e che poi ci sono anche gli ucraini che lavorano con la Russia, a cominciare dai separatisti.
i sono quelli veri e ci sono quelli spazzatura. Nel 2014 durante la guerra i separatisti sono entrati negli uffici che preparano i documenti personali e hanno portato via casse di passaporti intonsi, che adesso usano come documenti falsi per infiltrarsi.
Però noi li scopriamo subito quei passaporti. Vedi – si fa passare un documento – questo si capisce che non è nuovo, i loro si notano. Inoltre abbiamo i numeri di serie dei passaporti rubati e quindi possiamo verificare».
E cosa succede quando li trovate? «Se li troviamo durante un controllo in città li portiamo via – mima il gesto di andare a braccetto con uno – ma se invece li incontriamo in azione»: tira un pugno contro il palmo dell’altra mano aperta. «I sabotatori reali sono i professionisti bene addestrati e con una copertura solida, molto più difficili da trovare e molto più efficienti. Cellule al massimo di quattro-cinque persone, così anche se ne arresti uno non ne trovi molti altri collegati al primo e il danno è contenuto».
Durante il primo mese di guerra l’intelligence ucraina ha dichiarato di avere catturato più di 350 sabotatori russi, il numero non è stato ancora aggiornato al secondo mese di guerra. «Quando l’invasione è cominciata, i poliziotti di quartiere – che conoscono tutti faccia per faccia – sono andati a vedere se c’erano macchine nuove nei posteggi e gente che aveva affittato appartamenti di recente. Hanno fatto domande in giro. Così abbiamo cominciato a trovarli, funziona».
(da “la Stampa”)

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LA COMMISSIONE EUROPEA METTE NEL MIRINO IL TESORO PERSONALE DEL PATRIARCA KIRILL, GRANDE SOSTENITORE DELLA GUERRA DI PUTIN

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

I CONTI CORRENTI IN SVIZZERA, AUSTRIA E ANCHE IN ITALIA DA ALMENO 4 MILIARDI DI DOLLARI SARANNO CONGELATI, MA IL CAPO DELLA CHIESA ORTODOSSA DI RUSSIA, CON UN OSCURO TRASCORSO NEL KGB, HA ACCUMULATO ANCHE VILLE, YACHT E OROLOGI D’ORO (COME L’OROLOGIO “BREGUET” DA 30 MILA DOLLARI CON CUI È STATO FOTOGRAFATO DIECI GIORNI FA)

L’8 marzo, durante le celebrazioni della Domenica del perdono nella cattedrale di Mosca, il patriarca Kirill aveva spiegato quali erano le vere ragioni della guerra di Vladimir Putin. Prima di Lavrov, prima e meglio del propagandista in capo Solovyov.
Disse in sostanza Kirill: è una guerra santa contro l’Occidente corrotto e omosessuale. «La guerra è in corso perché la gente non vuole le parate gay nel Donbass. Oggi esiste un test, una specie di passaggio per entrare in quel mondo “felice”, il mondo del consumo eccessivo, della “libertà” visibile. Sapete cos’ è questo test? È molto semplice e allo stesso tempo terribile: una parata gay».
Secondo Kirill l’Occidente organizzava il genocidio dei popoli che si rifiutano di organizzare parate gay. L’Unione europea ha deciso infine di trattarlo come uno dei capi della propaganda guerrafondaia putiniana, «da lui minacce all’integrità dell’Ucraina», c’è scritto nella bozza delle sanzioni, e dunque la Commissione ha proposto formalmente il congelamento dei beni e il divieto di viaggio: una lista nera che comprende ufficiali militari (a partire dai responsabili dei crimini di Bucha) e uomini d’affari vicini al Cremlino.
Ma che asset potrà mai avere, il pio religioso, che spedì aiuti e mascherine per il Covid alla Puglia (il governatore Emiliano lo ringraziò con un video solenne, «un grande uomo e grande amico del popolo pugliese»), l’uomo che, nel 2012, benedì il terzo mandato di Putin, gridandogli in chiesa «hai svolto personalmente un ruolo enorme nel correggere la curvatura della nostra storia, Vladimir Vladimirovich!»?
In realtà, mentre combatteva l’Occidente corrotto e l’ossessione del consumo, Kirill consumava, a sua volta. E non poco.
La Chiesa ortodossa russa ha definito «un’assurdità» le voci di ville sul Mar Nero e yacht, conti in Svizzera e orologi da decine di migliaia di euro (ma con un Breguet da 30 mila dollari è stato fotografato dieci giorni fa)
Eppure, inchieste giornalistiche indipendenti russe dicono il contrario.Novaya Gazeta scrisse (senza mai arretrare) che Kirill era intestatario di conti correnti che da un minimo di 4 miliardi di dollari potevano arrivare a otto: in Svizzera, Austria e Italia.
Novaya scrisse che la cifra esatta era difficile da quantificare perché «il patriarca ha preferito mantenere i suoi risparmi in banche svizzere, da dove solo negli ultimi anni sono stati parzialmente trasferiti in Austria e in Italia (probabilmente sotto le garanzie del Vaticano)».
Nel libro «Russia’ s Dead End», Andrei Kovalev, ex membro dello staff di Gorbachev, scrisse – sulla base di documenti che fu possibile consultare solo per breve periodo, alla fine dell’Unione sovietica – che Vladimir Mihailovic Gundyaev (questo il vero nome di Kirill) aveva un passato di più che probabile agente del Kgb, l’agente “Mihailov”. Ovviamente il patrirca lo nega. Certo è invece che i monaci ortodossi in teoria fanno voto di non possesso quando vengono ordinati, ma ciò non sembra aver fermato l’accumulo di Kirill. Secondo un’inchiesta di “Proekt”, il patriarca possiederebbe, lui e due dei suoi cugini di secondo grado, immobili per 2,87 milioni di dollari a Mosca e Pietroburgo.
Una sua seconda cugina di 73 anni, Lidia Leonova, possiede a Mosca una casa di circa 600mila dollari su Gagarinsky Pereulok, più una di 533mila dollari a Pietroburgo sul Kryukov Canal.
L’appartamento sul canale è una storia nella storia interessante, le fu donato nel 2001 da un uomo d’affari, Alexander Dmitrievich, grande amico di Kirill, pochi mesi dopo che il sindaco di Mosca aveva ritirato le pretese del Comune in un contenzioso contro quello che, secondo “Proekt”, era un presunto partner commerciale di Dmitrievich, un italiano di nome Nicola Savoretti (uno dei non pochi contatti italiani del religioso).
Savoretti replicò che Kirill non si era adoperato per la risoluzione di quella vicenda, e di non avere progetti in comune con Dmitrievich. Molte carte in possesso di collettivi di coraggiosi giornalisti russi hanno poi consentito di ricostruire che Kirill avrebbe una residenza sul Mar Nero vicino a Gelendzhik, la cui costruzione è stata stimata in un miliardo di dollari, che appartiene formalmente alla Chiesa ortodossa russa ma dove non è permesso libero accesso nemmeno ai vescovi, rilevò Novaya Gazeta.
La residenza di Gelendzhik, casualmente, è non lontano dal celebre “Palazzo di Putin”, raccontato nei dettagli dall’inchiesta di Alexey Navalny. Kirill possiederebbe poi uno chalet vicino a Zurigo, più azioni in una serie di oggetti immobiliari tra Mosca, Smolensk e Kaliningrad, senza contare venti residenze formalmente appartenenti a varie organizzazioni religiose centralizzate e locali della Chiesa ortodossa russa.
Gli asset in Russia saranno difficili da toccare, ma i conti correnti si trovano in Europa e in Svizzera, e potrebbero essere abbastanza facilmente attaccati. Kirill definì la presidenza Putin «un miracolo di Dio». Miracolo dorato, naturalmente, come le icone ortodosse di Andrej Rublëv.
(da agenzie)

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“IL PATRIARCA KIRILL? PENSA SOLO AI SOLDI E AL POTERE, I SUOI SOLDI NASCOSTI LI HA RUBATI ALLA CHIESA”

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

IL RICERCATORE CHAPIN: “TUTTO IL SUO POTERE E’ FONDATO SULLA PARTNERSHIP CON LO STATO”

Il ricercatore Sergej Chapnin è senior fellow presso il Centro di Studi Cristiano Ortodossi della Fordham University. Ma soprattutto conosce il patriarca Kirill dall’inizio degli Anni Novanta, anche se è stato licenziato dalla guida del Giornale del Patriarcato di Mosca.
«Conoscevo “Kirill il metropolita”, persona affabile», dice oggi in un’intervista rilasciata a Repubblica e firmata da Rosalba Castelletti. «“Kirill il patriarca” è un’altra persona. Pensa solo a soldi e potere. Le sanzioni aiuteranno a individuare i suoi fondi nascosti. Sono soldi rubati alla Chiesa».
Ieri l’Unione Europea ha annunciato sanzioni nei confronti di Kirill, considerato responsabile con Putin dell’invasione dell’Ucraina. Papa Francesco ha raccontato che il patriarca durante i colloqui con lui gli ha letto un documento che riportava le ragioni della Russia per l’invasione dell’Ucraina. La Chiesa ortodossa ha risposto accusando il pontefice di aver travisato il pensiero del patriarca.
Secondo Chapnin nella visione religiosa di Mosca attualmente Russia, Bielorussia e Ucraina costituiscono una sorta di trinità spirituale. La richiesta di adesione di Kiev alla Nato ha portato alla percezione di un tradimento religioso: «Nell’ideologia di Putin gli imperi russi sono tre: l’impero dei Romanov, l’impero di Stalin e l’impero di Putin stesso. Nel mezzo ci sono stati dei traditori: Lenin, Gorbaciov ed Eltsin. Quando vent’anni fa la Chiesa Russa Ortodossa ha canonizzato l’ultimo zar, Nicola I, con lui ha canonizzato tutto l’impero dei Romanov. Putin ha poi riabilitato Stalin come colui che vinse il nazismo. E ora spetta alla Chiesa costruire la figura imperiale di Putin come difensore della fede cristiana nel mondo».
E in questa partnership tra Kirill e Putin a guadagnarci è soprattutto il primo: «Per Putin, Kirill è il leader della “corporazione” religiosa della Federazione. Alla pari dei leader delle altre corporazioni: energia atomica, petrolio, etc. È Kirill ad avere più bisogno di Putin: tutti i suoi soldi, potere e influenza sono fondati su questa partnership con lo Stato».
(da agenzie)

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LETTA: “SOLO IN ITALIA LAVROV FA COMIZI IN TV”

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA A REPUBBLICA DEL SEGRETARIO PD

Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta parla oggi in un’intervista rilasciata a Repubblica del pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea e sulla divisione che ha portato al rinvio di sei mesi per l’embargo del petrolio: «L’Europa si blocca quando regole come quelle attuali consentono a un singolo Paese di esercitare il diritto di veto. L’Ungheria di Orbàn, per fare un esempio non casuale, ha facoltà di farlo ogni volta che ritiene. Come se in Italia, dopo una decisione del governo nazionale, arrivassero le Marche e dicessero: “fermi tutti”. Non si può andare avanti così». P
er Letta è «urgente che la Ue assuma le decisioni per svoltare. Gli anglosassoni dicono: when in trouble, go big. Ecco, quando le cose si fanno difficili bisogna rilanciare».
E un segno della svolta c’è già: «Il fatto che i presidenti o primi ministri dei principali cinque Paesi europei – Italia, Germania, Francia, Spagna e Polonia – stiano valutando una missione comune a Kiev è un segno di leadership e sarebbe la dimostrazione che non c’è alcuna subalternità agli Stati Uniti. I quali, comunque, non vanno certo biasimati per la loro azione e il loro sostegno agli aggrediti».
Il segretario ne ha anche per l’alleato Conte e i distinguo del M5s sulle armi: «L’unico limite che vedo è quello che è stato superato da Boris Johnson quando ha ipotizzato che le armi fossero usate per un contrattacco sul territorio russo. Quello è sbagliato ed è un confine da non oltrepassare». Infine, nel colloquio con Stefano Cappellini Letta parla anche dell’intervista di Lavrov su Rete4 e delle molte polemiche sui talk show e i loro ospiti: «Consiglierei di dare un’occhiata alle trasmissioni di Paesi paragonabili al nostro. In nessuno si discute come da noi, nessuno mette le due tesi a confronto, il russo e l’ucraino, perché non si possono mettere sullo stesso piano aggressore e aggredito, non sono due partiti politici rispetto ai quali applicare la par condicio. Solo da noi a Lavrov è concesso di fare un comizio. Solo da noi».
(da agenzie)

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“ORSINI NON E’ UN ESPERTO E NON HA TITOLI PER PARLARE DELLA GUERRA IN UCRAINA”

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

DAL CURRICULUM DEL PROFESSORE EMERGE CHE NON HA ALCUNA PUBBLICAZIONE SCIENTIFICA SULLA MATERIA IN CUI STRAPARLA IN TV

A proposito di complessità, oggi Claudio Gatti su La Stampa parla di Alessandro Orsini. Il professore associato di sociologia generale all’Università Luiss di Roma, finito nelle polemiche prima per il suo contratto con la trasmissione Rai Cartabianca e poi per le dichiarazioni sulla felicità del nonno durante il fascismo e l’invasione della Polonia, è davvero un esperto della guerra in Ucraina?
Secondo Francesco Ramella, collega all’università di Torino, non molto: «Dietro l’assertività di Orsini, nei Cv che ho potuto visionare online non trovo una singola pubblicazione scientifica sulla materia in cui si cimenta in Tv. Allora mi domando: lo si invita per l’originalità o la profondità del suo sapere scientifico, o perché sa creare un meccanismo morboso di attenzione mediatica?» osserva il sociologo, stigmatizzando «la commistione che avviene in alcuni talk-politici tra il ruolo dell’esperto e quello dell’opinion maker».
Gli studi e la produzione scientifica
L’articolo passa poi ad analizzare i contributi scientifici di Orsini per il Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss: nel suo curriculum c’è scritto che dal 2013 al 2016 è stato direttore del Centro per lo studio del terrorismo dell’Università di Roma Tor Vergata» e che dai primi del 2017 è direttore dell’Osservatorio per la sicurezza internazionale della Luiss. Ma non ci sono produzioni scientifiche da parte dei due centri. A Tor Vergata è andata in scena soltanto una conferenza stampa due mesi dopo la nomina. Ma la struttura «non ha mai fatto nulla», e tutto «è rimasto sulla carta» secondo Franco Salvatori, all’epoca direttore del Dipartimento di Tor Vergata a cui era affiliato il Centro di Orsini.
Anche dal dipartimento della Luiss hanno fatto sapere che il lavoro di Orsini «non è supervisionato da noi», mentre l’università il 30 aprile scorso ha fatto sapere che i canali di comunicazione dell’osservatorio non sono più attivi.
In termini di metodologia sociologica Orsini ha offerto un modello di radicalizzazione dei terroristi delle Brigate Rosse chiamato Dria, acronimo di Disintegrazione, Ricostruzione, Integrazione, Alienazione. La cui applicazione a ogni tipo di terrorismo, come per esempio quello islamico, desta però qualche perplessità negli studiosi. «Ho l’impressione che, con il suo lavoro, Orsini voglia costruire delle tipologie e dinamiche generali. Per poi applicarle anche in contesti storici dove non funzionano», dice al quotidiano lo storico ed esperto di violenza religiosa della Northern Illinois University Brian Sandberg.
I giudizi dei colleghi
Orsini ha conseguito l’idoneità all’insegnamento di prima fascia nel luglio del 2020, ma in sociologia generale. È stato invece respinto nell’esame di abilitazione di sociologia politica per due volte. Il suo collega della Luiss, professor Raffaele De Mucci, ha scritto che nei suoi lavori, «contrariamente all’insegnamento di Weber, è la realtà che deve adattarsi al modello, non viceversa». Franco Pina, ordinario di Sociologia dell’Università di Torino, ha invece scritto che Orsini appare «più proteso a cercare conferme dei suoi schemi interpretativi che a mettere alla prova ipotesi teoriche definite sulla scorta della letteratura o di proprie elaborazioni».
(da agenzie)

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IL “NON IN MIO NOME” DI NATHALIE TOCCI AI TALK CHE OSPITANO I PROPAGANDISTI RUSSI

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

LA DIRETTRICE DELL’ISTITUTO AFFARI INTERNAZIONALI HA PARLATO DEL SUO NO ALL’INVITO DI FLORIS

Sempre più talk show – come accaduto, per esempio, a Zona Bianca con l’intervista-comizio al Ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov – stanno dando ampio spazio anche alla “versione russa” della guerra in Ucraina.
Nelle dinamiche dialettiche ed etiche, questo atteggiamento “giornalistico” sarebbe corretto.
Spesso e volentieri, però, non vi è un contradditorio reale e questo porta la tv italiana ad aver assunto un ruolo – anche a livello di percezione internazionale – di megafono della propaganda del Cremlino. E queste sono alcune delle motivazioni che hanno spinto Nathalie Tocci a dire no all’invito di Giovanni Floris per partecipare all’ultima puntata di “Di Martedì”.§
La direttrice dell’IAI – Istituto Affari Internazionali e docente onoraria dell’Università di Tübingen -, nel recente passato ha partecipato a diverse trasmissione televisive, in quanto ritenuta una delle più importanti e affidabili analiste su quel che sta accadendo dallo scorso 24 febbraio in Ucraina. Ma l’evoluzione (o involuzione) della televisione italiana e, in particolare, dei talk show, la spinta a fare un passo indietro. A partire dal suo no all’ultimo invito di Floris. E nel suo editoriale pubblicato su La Stampa, lo ha detto a chiare lettere:
“Non sono disposta a diventare complice della disinformazione e, in quanto tale, alimentare la guerra in corso, una guerra che si combatte tanto sul campo di battaglia quanto sul piano mediatico. Ecco che quando ho saputo che tra gli invitati alla trasmissione ci sarebbe stata una propagandista che lavora per il ministero della Difesa russo ho tirato la linea. Grazie, ma no grazie”.
Questa è la linea che Nathalie Tocci ha deciso di non superare e all’interno della quale riecheggia quel “Not in my name” con cui si conclude il suo racconto.
Ma oltre al caso “Di Martedì”, con il riferimento alla presenza (in collegamento) di Nadana Fridrikhson -, l’analisi massmediologica della direttrice dell’IAI va ben oltre e tocca dei nervi ben scoperti negli apparati dell’informazione nostrana in tempi di guerra.
“Se il formato fosse mirato a smascherare la propaganda russa allora non ci sarebbe bisogno della mia presenza. Il lavoro dello smascheratore è del giornalista, non il mio. Nel formato del talk show invece, il conduttore non smaschera le bufale fattuali, non fa fact-checking, bensì le presenta come opinioni che un altro “opinionista” è chiamato a contrastare, peraltro in pochi minuti. Falso e vero vengono messi sullo stesso piano, e la meglio la ha chi interrompe, urla e la butta più in caciara. La disinformazione vuole esattamente questo. L’obiettivo a cui mira è quello di presentare il falso come vero, ma ci si accontenta pure con l’inquinare il vero con il falso, insinuando il dubbio – attraverso la contrapposizione di “opinioni” – in ciò che è vero”.
Dinamiche che, purtroppo, sono sempre più presenti all’interno di molte trasmissione televisive che dovrebbe fare informazione.
(da NextQuotidiano)

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A ZAGAROLO IL PARTITO COMUNISTA FESTEGGIA LA VITTORIA SOVIETICA SUI NAZISTI CON LA Z DI PUTIN

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

QUALCUNO LI AVVISI CHE L’URSS NON C’E PIU’, ORA CI SONO SOLO ALTRI CRIMINALI SOVRANISTI (OLTRE CHE A MOLTI FUORI DI TESTA CHE GLI REGGONO IL MOCCOLO)

Sta sollevando molte polemiche, ampiamente giustificate, la locandina preparata dal Partito Comunista di Zagarolo che l’8 maggio ha organizzato la “festa della vittoria” che celebra “l’Unione Sovietica che libera l’Europa dal nazifascismo”.
Ora l’Unione Sovietica non esiste più e identificare la Russia con il comunismo sembra davvero arduo, ma non per gli organizzatori che hanno piazzato una grande ed evidente “Z”, l’iniziale del nome del paese dove si svolgerà la manifestazione, Zagarolo per l’appunto, non lasciando molti dubbi sul fatto che sia un chiarissimo richiamo al simbolo usato dai soldati e dalla propaganda russa nazionalista come vessillo di vittoria nel conflitto ucraino. Oltretutto la manifestazione festeggia proprio la data che Putin vorrebbe essere quella della vittoria della guerra.
Il post sulla pagina del Partito Comunista di Zagarolo recita, non mettendo per nulla in dubbio la legittimità dell’azione militare lanciata da Putin con il pretesto della “denazificazione” dell’Ucraina:
ZAGAROLO ( ROMA): DOMENICA 8 MAGGIO 2022 FESTA DELLA VITTORIA. CELEBRIAMO LA VITTORIA DELL’ UNIONE SOVIETICA SULLA BESTIA NAZIFASCISTA
Nei commenti in tanti fanno notare quanto sia poco opportuna la “Z” nella locandina: “Che vergogna specie quella zeta…”, o ancora “la Z sul manifesto è veramente una pessima idea, qui si rischiano commistioni pericolose che vanno evitate. La propaganda di Putin punta sulla presunta ‘denazificazione’ dell’Ucraina e questo è il momento peggiore per tirare fuori argomenti storici usati in chiave distorta dall’attuale dittatore, utilizzando persino la stessa simbologia. Avete fatto un autogoal clamoroso”, ma le risposte sono abbastanza disarmanti: “non prendiamo lezioni dai socialisti”.
Insomma identificare una manifestazione con un simbolo che viene usato per giustificare i massacri avvenuti in Ucraina non è da mettere in discussione secondo il Partito Comunista di Zagarolo.
(da NextQuotidiano)

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VENDESI LA SCALA DEI TURCHI: IL”PROPRIETARIO” DEI CANDIDI SCALONI A DUE PASSI DALLA VALLE DEI TEMPLI, AD AGRIGENTO, LANCIA L’ALLARME: “SONO COSTRETTO A METTERLA ALL’ASTA”

Maggio 5th, 2022 Riccardo Fucile

“LA REGIONE NON GARANTISCE LA SICUREZZA DEI TURISTI. FACCIO APPELLO PER PRIMO A ELON MUSK PERCHÉ SE LA COMPRI LUI, LA PROTEGGA E LA USI AL MEGLIO”

Appello provocazione. Lanciato dal «proprietario» di questo bene monumentale, il pensionato Ferdinando Sciabbarrà, un tempo considerato quasi come il protagonista di Totò truffa 62 con il principe De Curtis pronto a vendere la Fontana di Trevi a uno sprovveduto americano.
Ormai, da un anno, riconosciuto proprietario dai periti del tribunale di Agrigento. Sciabbarrà, appoggiato alla staccionata da dove mostra la «sua» Scala, lancia la sfida: «Non è bastato dire alla Regione, al Comune di Realmonte e agli enti pubblici interessati “Ve la regaliamo”. Perché sono arrivate solo promesse. Senza nulla fare.
E, dopo un anno, preoccupati da una stagione che si annuncia come un assalto ai gradoni della Scala, la mettiamo all’asta, facendo appello per primo a Elon Musk perché se la compri lui, la protegga e la usi al meglio…».
In effetti, come ricostruisce il suo avvocato Giuseppe Scozzari, i giudici penali hanno riconosciuto che la Scala, nella parte superiore, fino all’area demaniale dei frangiflutti, stando a vecchie carte catastali e contratti passati ai raggi X, è stata ereditata da questo ex funzionario della Camera di commercio di Agrigento: «Stanco di una vita combattuta fra carte bollate contro chi lo riteneva un truffatore».
E lui, sostenuto dalla figlia Angela, funzionario della Banca d’Italia: «Volevo donarla alla pubblica amministrazione ma il “pubblico” è sordo. Volevamo affidarla ad una associazione ambientalista e ci è stato impedito… È necessario consentire visite in sicurezza dei turisti con accessi controllati, non solo con staccionate facilmente aggirabili. Bisogna bloccare gli smottamenti della roccia che si sfalda».
Attacco bilaterale: «La Regione l’anno scorso, dopo l’esito della vicenda penale, promise di interessarsi alla gestione. Come l’amministrazione comunale che, invece di realizzare i controlli, ha riaperto contro di noi una causa civile per rivendicare una usucapione smentita dai periti del giudice penale».
In effetti la sindaca di Realmonte, Sabrina Lattuca, l’ha ripetuto dopo il blitz di quel balordo che a gennaio imbrattò la Scala di vernice rossa: «Avevamo accolto con piacere la donazione del proprietario. Ci attiveremo con gli enti preposti…».
E gli assessori regionali, dopo l’ultimo oltraggio: «Massima protezione, anche con la Forestale…». Ma quando? È l’interrogativo di Scozzari: «Alla Regione ci hanno convocato più volte per incontri. Alcuni, aria fritta. Altri, saltati per sopravvenuti impegni. Sì, “chiacchiere e distintivo”, per dirla con Robert De Niro. Non un solo passo concreto».
L’inquietudine scatta davanti a centinaia di turisti che ogni giorno accerchiano i gradoni, come nota Sciabbarrà: «Lo stallo ci preoccupa anche perché temiamo per le responsabilità che possono derivare da tanta indifferenza. Non abbiamo la forza di gestire il flusso in sicurezza perché nessuno si faccia male».
Perché Elon Musk? «Se le istituzioni siciliane non sono capaci, ben venga qualcuno come Musk. Purché la renda fruibile gratis come abbiamo fatto noi da sempre».
E il suo avvocato, prevedendo l’obiezione sul mancato business: «Musk o altri possono guadagnare in immagine. Cedendo il sito per pubblicità o altro ai grandi della moda, per esempio. Certo, non per costruirci sopra un chiosco o un albergo».
(da Il Corriere della Sera)

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