Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
L’EURODEPUTATO CARLO FIDANZA VERSO IL PROCESSO… UN POSTO DA ASSISTENTE AD ACRI, ALLORA STUDENTE, PERCHE’ IL PADRE LASCIASSE IL SEGGIO A UN UOMO DI FIDANZA
Non ha fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che ora deve di nuovo trattenere il respiro. Due giorni fa la Procura ha chiesto l’archiviazione per la faccenda della “lobby nera“, ieri ha invece chiuso le indagini (con l’intenzione di andare a giudizio) per una vicenda di corruzione “per atti contrari ai doveri d’ufficio”.
Al centro di entrambe le inchieste c’è l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza.
In questa per corruzione insieme a Giangiacomo Calovini, consigliere comunale dello stesso partito a Brescia e dell’ex consigliere bresciano Giovanni Acri. Dall’avviso di conclusione indagini emerge anche un quarto indagato, Giuseppe Romele, ex vicecoordinatore lombardo di FdI e tornato di recente in Forza Italia.
“Abbiamo capito cosa vuole Acri? (…) Se serve per levarlo dai cogl…. sono disponibile a dargli un vitalizio di 1.000 euro al mese fino a fine legislatura, magari mettendo sotto contratto non lui ma uno/a che lui ci dice, per agevolare la fuoriuscita”.
Queste le parole di Fidanza, rintracciate dalla Gdf nei messaggi di alcuni telefoni sequestrati.
Per l’accusa Acri, sempre di FdI, nel giugno ’21 avrebbe lasciato il suo incarico in Consiglio comunale a Brescia facendo subentrare il primo dei non eletti, ossia Calovini, vicino alla corrente politica di Fidanza. E in cambio avrebbe ottenuto l’assunzione del figlio Jacopo Acri come assistente dell’europarlamentare FdI.
Secondo l’accusa, proprio Fidanza sarebbe stato il promotore del presunto accordo illecito per poter assegnare una carica a Calovini, esponente della corrente interna del partito che faceva capo all’eurodeputato.
Dall’analisi di messaggi sul telefono di Acri sarebbero emersi contatti con Calovini. Secondo gli atti dell’indagine, Acri sarebbe riuscito a ottenere da Fidanza il contratto da “assistente locale” per il figlio, anche tramite l’intervento di Calovini.
E Fidanza sarebbe stato a sua volta favorito perché in Consiglio comunale a Brescia entrò proprio l’esponente della sua corrente. Nel telefono di Acri, inoltre, sono stati trovati contatti con l’ex FdI Romele che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato a conoscenza della sua intenzione di dimettersi per essere sostituito da Calovini.
I pm Cristiana Roveda e Giovanni Polizzi nell’atto di chiusura indagini ricostruiscono “l’accordo criminoso” che ha portato Acri a dimettersi nel 2021 dalla carica di consigliere per far subentrare Calovini, “stretto collaboratore di Fidanza”. In cambio Acri, secondo l’accusa, ha accettato “la promessa” ricevuta da Fidanza “del conferimento al proprio figlio minorenne” nel giugno 2021, quando era uno studente al quarto anno di un istituto tecnico agrario, “dell’incarico” di assistente di Fidanza “remunerato dal Parlamento Europeo“.
Il presunto accordo, affermano i pm, sarebbe stato “perseguito attraverso più riunioni tra gli indagati” a Milano ma anche a Roma nella “sede nazionale” di Fratelli d’Italia. E pure “attraverso numerose interlocuzioni via WhatsApp“. Le dimissioni di Acri, per il dipartimento guidato dall’aggiunto Maurizio Romanelli, sono perciò “da considerarsi atto contrario ai doveri d’ufficio” perché non conseguenza di una sua “scelta personale e insindacabile, ma dell’asservimento all’esclusivo interesse del corruttore”.
Corruzione aggravata dal “conferimento di un impiego o stipendio pubblico”
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
ALL’INIZIO DEGLI ANNI NOVANTA, IL LEADER DI AVANGUARDIA NAZIONALE INCONTRAVA I BOSS DI COSA NOSTRA… NEL 1991 CERCO’ DI AMALGAMARE DESTRA EVERSIVA E ORTODOSSA… I DUE DOCUMENTI INEDITI DEI SERVIZI SEGRETI
Entrare nella roccaforte di Stefano Delle Chiaie, in via Marco Dino Rossi, a Torre spaccata, ha il potere di proiettarci in un film bianco e nero. Non sono le foto sulle pareti, che puoi osservare ancora oggi in qualche sezione di nostalgici. In fondo l’immagine di Benito Mussolini la trovi anche chez Ignazio La Russa, il neo eletto presidente del Senato. Nostalgie a tinte fosche. Sono altri i dettagli che colpiscono, che ci catapultano indietro nel tempo girando tra le stanze della sede a due piani di Avanguardia nazionale per trent’anni gentilmente offerta dal Comune di Roma.
È un biglietto da visita un po’ ingiallito, abbandonato sopra carte sparse su una scrivania: Publicondor, via Elvia Recina 29, Roma. Era il nome di un’agenzia di stampa attiva trent’anni fa, specializzata, si leggeva nei primi numeri, in notizie sull’America Latina. E in fondo il fondatore ed editore Stefano Delle Chiaie quel continente lo conosceva bene.
Publicondor era anche una delle tante sigle utilizzate dal leader indiscusso di Avanguardia Nazionale quando, dopo la sua scarcerazione alla fine del 1989, si impegna come non mai per rimettere in piedi un progetto “nazional rivoluzionario”.
In quel periodo poteva contare, oltre alla piccola agenzia di stampa, su una società di import ed export gestita insieme al suo avvocato Stefano Menicacci, su una pizzeria a Tor Vergata, e inoltre Delle Chiaie aveva creato anche una sorta di circolo riservato, Il Punto, nome utilizzato per le iniziative politiche a Roma. Una vera e propria rete, attorno alla quale ruotavano contatti, affari riservati e alleanze sotterranee.
Un covo scelto con cura
L’ufficio di Via Elvia Recina lo aveva scelto probabilmente con cura. Non c’era dettaglio che sfuggisse alla maniacale ossessione per l’organizzazione del leader nero. La sua era una figura quasi mitologica fino a qualche anno prima, quando operava in America Latina al servizio delle peggiori dittature. Riuscì a rimanere latitante per 17 anni, scappando alle operazioni organizzate dall’intelligence italiana per catturarlo, grazie a complicità ancora oggi in buona parte oscure.
Quasi due decenni di fuga e, nel contempo, di attività sotto copertura nel campo della guerra psicologica (così lui stesso ha ammesso) per i militari del piano Condor, richiedeva un’agenda con tanti numeri di telefono fidati e approccio militare alla vita quotidiana.
Il suo ufficio romano, che apre nel 1990, era a ridosso di una sorta di fortino della destra neofascista, una delle sedi storiche dell’MSI della capitale, piazza Tuscolo.
Nei bar tra l’appartamento occupato da Delle Chiaie – un riservato ufficio di rappresentanza con la copertura dell’agenzia Publicondor – e la sezione missina si poteva prendere il caffè insieme. Il link tra Delle Chiaie e il partito all’epoca guidato da Pino Rauti andava però al di là della vicinanza fisica.
Assalto al Movimento Sociale
Al XVI Congresso di Rimini del Movimento sociale italiano Pino Rauti, il fondatore di Ordine Nuovo, conquistò la segreteria del partito. Fu una parentesi che durò un anno, con una svolta radicale del MSI. Per molti anni Delle Chiaie e Rauti erano state due figure guida dell’area neofascista italiana, a capo delle due principali organizzazioni, sciolte per decreto negli anni ’70. Nel 1962 Stefano Delle Chiaie aveva abbandonato Ordine Nuovo, fondando Avanguardia nazionale. Una radice comune, che a partire dal 1990 sembra rivitalizzarsi.
Già nel 1990 – attraverso la neo costituita associazione Il Punto – Delle Chiaie e Adriano Tilgher, il suo braccio destro politico, coltivano con cura i rapporti con il Movimento sociale. Nel giugno di quell’anno a Roma viene organizzato un convegno con la presenza di moltissimi esponenti del partito fondato da Giorgio Almirante e una quota significativa di militanti del Fronte della Gioventù. A guidare il gruppo giovanile del MSI dal 1988 c’era un giovanissimo Gianni Alemanno, legato da sempre alla corrente rautiana del partito.
Per Delle Chiaie è l’uomo giusto per tentare di stringere un’alleanza strategica. A raccontare nei dettagli quei momenti sono alcune note del SISDE depositate nel processo Italicus bis (indagine sulle stragi sul treno Italucus del 1974 e nella stazione di Bologna del 1980), che descrivono l’intensa attività del fondatore di Avanguardia Nazionale dal 1989 fino alla fine del 1991.
Il 27 febbraio 1991 gli agenti dell’intelligence interna riferiscono dei rapporti che si erano creati tra il Movimento Politico, l’organizzazione estremista di Maurizio Boccacci, uno dei militanti più fedeli di Stefano Delle Chiaie a Roma: «Proseguono i tentativi di Stefano Delle Chiaie – si legge nell’appunto – di amalgamare le varie aree della destra radicale e giovanile, al fine di creare le basi per il rilancio di un’ipotesi nazional-rivoluzionaria. In tale contesto si inquadra un recente incontro tra Maurizio Boccacci, leader del Movimento Politico e fedele all’ex capo di Avanguardia Nazionale, ed una delegazione del Fronte della Gioventù guidata da Gianni Alemanno».
Quella riunione non andò come sperava Boccacci. Le sue tesi vennero “respinte” per gli eccessivi «toni estremisti ed in qualche modo eversivi (inneggianti ai NAR)» del Movimento Politico. La stessa nota aggiunge, però, che «in un successivo colloquio riservato Alemanno, dichiarandosi non molto distante dalle posizioni del Boccacci, lo avrebbe rassicurato circa un suo tentativo di coinvolgimento del F.d.G».
L’incontro con Gianni Alemanno
Nonostante le posizioni “eversive” di Boccacci, i rapporti tra il Fronte della Gioventù e il nucleo di Avanguardia nazionale – pronto a riprendere l’iniziativa politica – non si interrompono. Il 6 marzo del 1991 in un ristorante romano si incontrano direttamente Stefano Delle Chiaie e Gianni Alemanno, secondo le informazioni riportate in un’altra nota depositata negli atti del processo Italicus bis. Il vertice riproponeva, secondo il SISDE, la possibile alleanza: «Il colloquio si è soffermato sulla progettualità di Delle Chiaie, orientata ad un ritorno effettivo sulla scena politica».
Da quel colloquio emerge la doppia strategia del leader di Avanguardia nazionale, discussa con l’allora segretario del Fronte della Gioventù. La prima ipotesi «è rappresentata dallo stesso partito (l’MSI, ndr) di cui si dovrebbero vincere le resistenze, oltre che con l’opera sotterranea da tempo iniziata da Adriano Tilgher in diverse sezioni, anche con l’aiuto di Alemanno sollecitato ad incentivare l’adesione di ambienti giovanili al circolo culturale Il Punto».
Se questo piano dovesse fallire, era pronta una «seconda alternativa, quella di inserirsi definitivamente nella Lega sud, all’interno della quale godrebbe di notevole prestigio», annota l’agenzia di sicurezza interna. Una prospettiva che l’interlocutore di Delle Chiaie avrebbe apprezzato: «Commentando l’incontro, Gianni Alemanno ha esternato giudizi più che positivi sul pensiero politico generale di Delle Chiaie – si legge nella nota – e non ha escluso la possibilità di ulteriori contatti».
Gianni Alemanno, contattato da TPI, ha preferito non commentare quegli incontri con il fondatore di Avanguardia nazionale: «Si tratta di episodi marginali privi di ogni rilievo politico», ha risposto con un messaggio alla richiesta di replica.
Il progetto “leghista”
Il progetto di adesione alla Lega sud, e più in generale al movimento delle Leghe meridionali che si sviluppò all’inizio degli anni ’90, Delle Chiaie lo aveva già in cantiere quando si incontrò con Alemanno. Nell’inchiesta “Sistemi criminali” della Procura di Palermo – terminata con una richiesta di archiviazione nel marzo del 2001 – viene riportata un’informativa della Direzione investigativa antimafia su un incontro dell’associazione Il Punto del 6 giugno 1990.
In quel momento il gruppo erede di Avanguardia nazionale aveva già avviato contatti con i fondatori della Lega sud, legati ad ambienti massonici e definita dal collaboratore Leonardo Messina «al servizio di Cosa nostra».
Ad avere rapporti con l’opaco nuovo partito costituito a Reggio Calabria nel 1990 era una fetta importante della destra romana, presente in forze al convegno organizzato dall’associazione di Delle Chiaie: «Intervennero soggetti quali Adriano Tilgher (esponente di Avanguardia Nazionale), l’avvocato Giuseppe Pisauro (legale di Stefano Delle Chiaie), Tommaso Staiti Di Cuddia, i fratelli Andrini Stefano e Germano (militanti dell’organizzazione di estrema destra “Movimento Politico Occidentale” di Boccacci Maurizio, molto legato a Stefano Delle Chiaie) ed esponenti degli Skinheads romani, tra cui Mario Mambro (fratello di Mambro Francesca ed esponente del “Movimento Politico Occidentale”)», si legge nella richiesta di archiviazione dell’indagine palermitana.
“Er caccola” e Cosa nostra
L’indagine “Sistemi criminali” – pur terminando con una archiviazione – ha ricostruito lo snodo politico del movimento delle Leghe autonomiste del Sud, partite – secondo la testimonianza del collaboratore Tullio Cannella – con il movimento “Sicilia libera”, voluto dal boss di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella.
Era la risposta della mafia al momento di crisi politica dell’Italia, che stava iniziando ad attraversare il guado verso la seconda Repubblica, con la classe politica travolta da Tangentopoli. Altre indagini stanno oggi rafforzando quella che era l’ipotesi dell’inchiesta “Sistema criminali”: in questo snodo tra pezzi di Cosa Nostra, massoneria, servizi segreti ed altri poteri si sarebbe inserito Delle Chiaie (soprannominato “Er caccola”, ndr) con il suo progetto “nazional popolare”.
Report ha raccontato dei presunti rapporti risalenti al 1992/1993 del capo di Avanguardia nazionale con esponenti della Mafia siciliana. Il collaboratore di giustizia Luigi Sparacio ha fornito prima alla DDA di Messina e successivamente a quella di Firenze alcuni dettagli di incontri che sostiene di aver avuto a Roma nel 1993 proprio con Delle Chiaie.
I riscontri realizzati dalla DIA negli anni ’90 dopo le sue prime dichiarazioni sembrerebbero confermare i contatti: dal cellulare del collaboratore, all’epoca esponente della Cosa nostra messinese, sarebbero partite diverse telefonate verso Delle Chiaie ed altre persone legate al mondo della destra della capitale.
Sparacio era stato ritenuto poco attendibile dalla Procura di Firenze che indagava sulle stragi del 1993, ma diversi elementi riletti a distanza di tempo sembrano tornare.
A trent’anni da quello snodo chiave della storia repubblicana rimane da chiarire fino in fondo il ruolo avuto da Stefano Delle Chiaie e, più in generale, dalla destra radicale ufficialmente posta fuori dal MSI, ma che – come abbiamo visto – manteneva stretti rapporti con il partito. Pochi dubbi ci sono sul ruolo di Cosa nostra su quell’epoca di stragi e veleni. La domanda che attende una risposta è se accanto ai boss vi fosse una oscura Cosa nera, con progetti mai chiariti.
(da TPI)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
RUMOR CLAMOROSO, BERLUSCONI DELUSO VALUTA L’APPOGGIO ESTERNO
Molti indizi e tanti rumor. Lo scenario è clamoroso e ancora
sottotraccia. Nulla di ufficiale. Ma l’ipotesi che circola nei Palazzi romani della politica è davvero clamorosa.
Che Forza Italia e in particolare Silvio Berlusconi non siano contenti dei primi passi del governo Meloni è evidente. Sulla Legge di Bilancio gli azzurri hanno ottenuto solo l’innalzamento delle pensioni minime a 600 euro per gli over 75 e sul contestato mancato rinnovo del taglio alle accise sui carburanti, almeno per il momento, Forza Italia è uscita con le ossa rotte. E’ passata la linea della premier Giorgia Meloni e dei suoi fedelissimi di Fratelli d’Italia.
A parte il lavoro diplomatico di Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier molto impegnato sulla scena europea e internazionale, il partito di Berlusconi non incide. Praticamente assenti dalla scena politica gli altri rappresentanti azzurri nell’esecutivo.
Anche la mancata ratifica del Mes con la richiesta di Meloni e del ministro Giancarlo Giorgetti di ulteriori approfondimenti all’Unione europea non è piaciuta ad Arcore.
Per non parlare dell’incontro tra la presidente del Consiglio e Manfred Weber, leader del Ppe, per creare un asse Conservatori-Popolari alle elezioni europee del 2024 che se da un lato punta a mandare le sinistre e in particolare i Socialisti all’opposizione a Strasburgo e a Bruxelles dall’altro esautora Forza Italia e le toglie quel ruolo di rappresentare il Ppe in Italia.
Per non parlare dei sondaggi che vedono gli azzurri ormai sotto il 7, ampiamente superati dal duo Calenda-Renzi. Forza Italia ha 44 deputati e 18 senatori ed è decisiva in entrambi i rami del Parlamento e, almeno numericamente, non può essere sostituita dal Terzo Polo. Che comunque ha ben altri progetti che quelli di fare la stampella di Meloni.
E’ così che prende in corpo in Transatlantico l’ipotesi che Berlusconi stia valutando nelle prossime settimane, o forse nei prossimi mesi, l’appoggio esterno. Se le cose non cambiano e Forza Italia non riesce a incidere anche sui temi economici, non è escluso lo strappo con il ritiro di ministri e sottosegretari e, appunto, l’appoggio esterno al governo.
Ma fonti qualificate di FdI subito bocciano l’ipotesi, “non se ne parla nemmeno. Avanti tutti insieme o si torna subito alle urne”, fanno sapere dalla destra. Il tutto mentre altri rumor, insistenti, parlano di uno “scouting” da parte del leader di Italia Viva ed ex premier (in collaborazione con Gianni Letta che non ha mai gradito il ruolo di Forza Italia ancella di Meloni) soprattutto al Senato tra i delusi di Forza Italia, quelli più moderati e centristi e soprattutto quelli rimasti fuori dalle nomine di governo.
Tutto può accadere e vedremo nelle prossime settimane, ma, stando almeno ai rumor, qualcosa bolle nella pentola della politica.
(da affaritaliani.it)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
VIAGGIO NELLA FILOSOFIA, NELLA LETTERATURA E NELLA MUSICA DI RIFERIMENTO: DA MORGAN A DANTE
«È evidente che la gente è poco seria, quando parla di sinistra o destra», cantava Giorgio Gaber, anche se sembra che siano trascorsi ben più di 28 anni da quel 1995 in cui la canzone fu pubblicata.
Figuriamoci quando il discorso inerisce il più anguillesco e sfuggente degli argomenti: la cultura. Le categorie, poi, di cultura di destra o di sinistra sono un tema ad alto tasso di pericolosità.
In Italia gran parte degli intellettuali (altra rischiosissima definizione) ritengono che una cultura di destra, tout court, non esista.
Non servirà citare un noto giornalista: «Voi vi sentite inferiori perché non avete uno straccio di intellettuale da 300 anni! Siete messi male!», né un’altra celebrità del piccolo schermo che, per commentare una frase rude pronunciata da un parlamentare della destra, ha detto: «Il fatto che si aderisca a Fratelli d’Italia non obbliga a pescare il peggio della cultura di destra, offendendo una signora in questo modo».
Sono convinzioni radicate nel nostro immaginario nazionale. Basti pensare all’incipit dell’insuperato articolo “I grandi scrittori? Tutti di destra!” che Giovanni Raboni, poeta e intellettuale dichiaratamente di sinistra, pubblicò sul Corriere della Sera nel marzo del 2002: «Se c’è qualcosa su cui destra e sinistra sembrano essere, da un po’ di tempo, sorprendentemente d’accordo è che in Italia non esiste una cultura di destra degna di questo nome». Salvo poi dimostrare il contrario.
Ma il punto da cui muovere è esattamente questo: che la sinistra rivendichi un proprio primato culturale è affermazione da dimostrare, ma comprensibile. Che la destra, invece, abbia sinora accettato la propria subalternità intellettuale è davvero oscuro.
Se n’è accorto Domenico de Masi, sociologo, comunicatore e intellettuale di pregio: «Dal dopoguerra l’egemonia della sinistra ha alimentato la convinzione generale che la sua cultura fosse ricca, alta e raffinata, mentre quella di destra marginale, rozza e popolare. Questo stereotipo ha finito per convincere la stessa destra».
La vittoria alle elezioni del 25 settembre scorso ha cominciato a far sentire qualche refolo di novità e far vacillare quest’idea. Non solo perché questa volta il successo è tutto del partito di Giorgia Meloni, che è l’estrema destra del Parlamento italiano. Ma perché è proprio in questo partito e nella generazione Atreju che si è sviluppata la più orgogliosa riappropriazione di identità culturale delle culture non progressiste.
Non si tratta solo dell’abusato J.R.R. Tolkien con l’epopea del “Signore degli Anelli”. Né di Michael Ende, autore de “La storia infinita”, il cui protagonista è proprio Atreju, eroe che combatte il nichilismo imperante. È la riscoperta di un’intera tradizione letteraria, filosofica, artistica che a destra si comincia a rivendicare.
Marcello Veneziani, giornalista, filosofo e guru della destra riflessiva, è consapevole che non si possa parlare di una cultura univoca, a destra: «Le sensibilità sono troppo diverse per poter stabilire un menù unico e prestabilito, valido per conservatori, nazional-populisti, tradizionalisti, cattolici e no», ma è certo che «la cultura di sinistra non solo si ritiene antropologicamente superiore, ma nega perfino che esista una cultura dalle parti della destra.
In realtà non esiste un legame organico e vitale tra la cultura ritenuta di destra e la destra politica, solo episodici e transitori passaggi. Ma la grande cultura e i giganti del pensiero, dell’arte e della letteratura furono variamente e singolarmente più orientati “verso destra” che verso sinistra. Dovremmo compilare un elenco che coincide coi due terzi del pensiero, dell’arte e della letteratura del Novecento, per non andare ancora più indietro».
Che è poi il pensiero di Giovanni Raboni, nel citato e controverso articolo di 20 anni fa: «Per dirla nel più diretto e disadorno e a prima vista (ma solo a prima vista) provocatorio dei modi, la verità dei fatti è la seguente: che non pochi, anzi molti, anzi moltissimi tra i protagonisti o quantomeno tra le figure di maggior rilievo della letteratura del Novecento appartengono o sono comunque collegabili a una delle diverse culture di destra – dalla più illuminata alla più retriva, dalla più conservatrice alla più eversiva, dalla più perbenistica alla più canagliesca – che si sono intrecciate o contrastate o sono semplicemente coesistite nel corso del ventesimo secolo».
E, a corredo della tesi rivoluzionaria, Raboni fece seguire l’idea dai nomi, in rigoroso ordine alfabetico, degli intellettuali di cui parlava, «Barrès, Benn, Bloy, Borges, Céline, Cioran, Claudel, Croce, D’Annunzio, Drieu La Rochelle, T. S. Eliot, E. M. Forster, C. E. Gadda, Hamsun, Hesse, Ionesco, Jouhandeau, Jünger, Landolfi, Thomas Mann, Marinetti, Mauriac, Maurras, Montale, Montherlant, Nabokov, Palazzeschi, Papini, Pirandello, Pound, Prezzolini, Tomasi di Lampedusa, W.B. Yeats». A cui aggiungere i convertiti Auden, Gide, Hemingway, Koestler, Malraux, Orwell, Silone, Vittorini.
Come è possibile che, con questo parterre de rois, la convinzione della inferiorità culturale delle destre sia, sempre per leggere Raboni, «talmente diffusa e soprattutto, si direbbe, così profondamente radicata, da trasformarsi nell’immaginario collettivo in una sorta di luogo comune metastorico»?
Marcello Veneziani ha le idee chiare: perché «non esiste un potere culturale o una strategia culturale di destra. Per dirla con una semplificazione: a destra c’è un popolo e ci sono singole vette culturali, di solito appartate; ma non c’è un ceto mediano e non c’è chi traduce la cultura in organizzazione, impresa, collettivo; a sinistra invece c’è soprattutto quello, club intellettuali, sette, lobby, un ceto largo di impiegati di concetto; ma senza apici e senza popolo. Ma sono solo semplificazioni, per rendere l’idea. A sinistra c’è stato un partito degli intellettuali, a destra no, al più ogni intellettuale faceva partito a sé».
Idea condivisa da un altro importante intellettuale di destra, Gianfranco De Turris, saggista e studioso della letteratura del fantastico: «Questa vecchia storia risale all’immediato dopoguerra: la Dc si prese la marca economica e il Pci la cultura. Nell’arco di tutti questi anni ci sono state tantissime manifestazioni di culture non di sinistra. Moltissimi settimanali, la Rusconi…, che però non sono mai stati accettati. Il guru di questa lettura è stato Umberto Eco, che ha fatto il suo dovere di intellettuale organico dicendo che l’unica cultura esistente era quella di sinistra. C’è la presunzione da parte della sinistra di avere il monopolio della cultura e la doverosità di escludere tutti quelli che pensano in altro modo».
Ma chi c’è nel pantheon della destra? Veneziani rifugge dalla categorizzazione: «Non esistono pantheon culturali della destra italiana. Ci sono autori e filoni di vario spessore e varia estrazione».
Invece un’originale lettura viene da Marco Cimmino, esperto di storia militare e conferenziere (non certo progressista): «Non le dico i soliti Drieu La Rochelle, il reazionario francese che dopo la seconda guerra mondiale, accusato di collaborazionismo, si tolse la vita. Né Brasillach, l’unico scrittore che fu giustiziato sotto De Gaulle per crimini di pensiero. Le dico invece che il primo grande pensatore a cui si ispira la destra è Dante Alighieri. Già ai suoi tempi passava per misoneista e antiprogressista».
«Lui è il simbolo primo di una civiltà culturale non cronologica, ma diacronica. Lascio ai più moderni la banalità di Tolkien, ma credo che la destra stia principalmente nella grande letteratura italiana di Dante, autore reazionario nel senso più spirituale. Soprattutto se contrapposto a Manzoni, il neoconvertito esponente di quel cattolicesimo velleitario che in Italia fa ancora oggi capolino».
«Manzoni è la metafora di quella certa sinistra che sa predicare molto bene, ma razzolare molto male. Se mi si chiede quale è il tratto distintivo delle due visioni del mondo, mi pare che la cultura di destra sia incentrata sull’essere umano, mentre a sinistra il fulcro sono le idee e i movimenti. La sinistra, però, si perde nel concreto, perché, come diceva Flaiano, “sulla bandiera italiana sta scritto tengo famiglia”. A sinistra, se la realtà contraddice la teoria, si adegua la realtà e non la teoria», ironizza Cimmino.
Il nuovo corso culturale della premier si evince anche dall’aver nominato, al dicastero che fu di Giovanni Gentile, Gennaro Sangiuliano. È il ministro che più caratterizza l’ideologia meloniana di riappropriazione culturale e che sottolinea la nouvelle vague della destra italiana.
Sangiuliano, autore fecondo, biografo dell’“anarchico conservatore” Prezzolini, è di destra da sempre. Militante del Fronte della Gioventù, fu eletto in una delle circoscrizioni di Napoli per l’Msi. Proprio a lui si rivolgono le istanze destrorse.
In una lettera aperta è De Turris a dire al ministro che la cultura, gramscianamente parlando, è veicolo di trasmissione di idee e valori: «Essa è il più importante mezzo di influenza esistente». De Turris invita il “suo” ministro, che era andato a Napoli a rendere omaggio alla tomba di Benedetto Croce, a non dimenticare che «l’Italia ha avuto tre grandi filosofi nel Novecento: Croce, Gentile ed Evola, per identificare altrettanti filoni di pensiero».
E che siano i tre grandi riferimenti della destra, non c’è dubbio. Quelli ampiamente citati in un’inchiesta del 1979 condotta da un eccentrico e curiosissimo intellettuale, Furio Jesi, prematuramente scomparso.
Nel volumetto, ripubblicato nel 2011 da Nottetempo, l’originale Jesi dà della cultura di destra una definizione non superabile: «È quella in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola. Innanzitutto: Tradizione e Cultura, ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione, Passato, Origine, Sacro. Una cultura, insomma, fatta di autorità, di sicurezza mitologica circa le forme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire. La maggior parte del patrimonio culturale, anche per chi oggi non vuole affatto essere di destra, è residuo culturale di destra».
Ed è questo il must have della destra spirituale: l’insuperata lezione di Oswald Spengler, l’autore de “Il tramonto dell’occidente” del 1918: «L’unica cosa che promette la saldezza dell’avvenire è quel retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue: idee senza parole», ad indicare quei valori, trasmessi geneticamente e legati alla trasmissione di mano in mano. La Tradizione, appunto, con la t maiuscola.
Nell’attualizzazione di quei principi, è sempre De Turris a indicare la via al ministero sangiulianino: interessati e preoccupati «non solo della cultura “alta” e di élite, ma anche di quella “bassa” e “media”, destinata ad ambiti popolari: territorio dal dopoguerra ad oggi di esclusivo appannaggio della sinistra».
Prosegue De Turris: «Il tuo compito dovrebbe intendersi a 360 gradi, ossia occuparsi della cultura in toto, inclusa appunto quella pop, che non vuol dire automaticamente di sinistra. (…). I ragazzini non possono leggere Croce, Gentile, Evola o Platone, Hegel e Kant. Ci sono forme espressive e linguaggi appropriati alla loro età per far passare certi valori: la musica, i fumetti, la grafica, persino i videogiochi. Per il pensiero conservatore si tratta di approcci ancora oggi inediti, ma fondamentali per non perdere, in questa straordinaria opportunità che adesso ci si presenta, la grande contesa culturale e generazionale che abbiamo di fronte».
Qualcosa, infatti, si muove anche nel mondo dell’organizzazione degli eventi culturali. Basti pensare alle tante manifestazioni e rassegne «contro il pensiero unico», come amano dire dalle parti della destra. A Cerea, l’AlterFestival. Poi Libropolis a Pietrasanta, L’Augusta Festiva di Lucca o l’Ideario 22 a Cagliari, curato da Fabio Meloni: «Il tema dell’egemonia culturale della sinistra è un po’ stantio. Addirittura c’è stata un’evoluzione della lezione gramsciana, tanto da trasformarla in “egemonia di potere” in tutti i settori culturali. Un sistema che non ha subìto alcun arretramento, neanche negli anni più floridi del berlusconismo. È ora di un protagonismo della cultura “non omologata”.
Per questo abbiamo voluto con “Ideario 22” dibattiti, confronti, libri della produzione “non conformista”. Una controffensiva culturale per andare oltre il muro del conformismo, proponendo una visione alternativa rispetto al pensiero unico e dominante, così da avviare un periodo di discontinuità totale anche nel campo culturale». Et les jeux sont faits.
Con il crollo della diga, tutti i settori dello spettacolo e della cultura si fanno avanti. Giornalisti, artisti, pittori, cantanti, musicisti. Essere di destra (forse, non essere di sinistra) non è più lo stigma temutissimo che blocca contratti, scritturazioni, successo.
Ad aprire la pista, Morgan, l’eclettico cantautore e musicista che è diventato icona del nuovo corso e che – chiamato dal vulcanico sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi – coopera attivamente, anche nella stesura di progetti di legge, a fare della cultura «ciò di cui il mercato si nutre».
È sua l’elaborazione delle linee programmatiche proposte alla sottoscrizione della «comunità Popolo Culturale». Idee e progetti che vanno dall’inserimento della musica nel codice delle belle arti alla creazione di una Carta costituzionale dell’Arte e della Cultura alla digitalizzazione delle incisioni di opere musicali storiche della musica classica e popolare italiana, fino alla «liberazione del festival di Sanremo dall’occupazione indebita di soggetti non competenti».
Morgan si mette alla testa della rinascita culturale in salsa meloniana: «Oggi serve un’idea che faccia rinascere un’Italia debole, proprio antropologicamente. Viviamo in un Paese soffocante. Invece l’Italia è conosciuta storicamente in tutto il mondo proprio per il suo carattere slanciato, solare. Qui si respira l’arte. Lo chiamano il Belpaese, ma questa è storia, non è attualità. Lo stile di vita italiano oggi non è realizzato, l’Italia è schiacciata. Siamo involuti. Ma potremmo essere molto forti, molto felici. Ci vuole uno scatto perché la politica ha il potere di far vivere la collettività in modo sereno. Vorrei che fosse riconosciuto nuovamente il merito, perché negli anni ci siamo tarati su una meschina mediocrità e chi emerge viene abbattuto. Questo è un problema eminentemente culturale, non solo di politica del giorno per giorno».
Si (ri)affaccia alla storia italiana una cultura di destra non (troppo) puzzona, che ha orgoglio di farsi chiamare conservatrice, come accade in tutto il resto del mondo. Una destra che ha ancora strada da fare se è vero, come dice Cimmino, che «la destra ha paura di dichiarare i propri odi, manca di ironia. Ma soprattutto manca di un’autostima di fondo che le permetta di affermare la sua diversità dal pensiero cult. Tendiamo a essere quelli che devono sempre giustificarsi: se si parla di emigrazione bisogna premettere di non essere razzisti, sempre assecondando l’idea che il tribunale della sinistra ci giudichi. Insomma, per paura di passare per i cattivi, siamo diventati buonisti».
Insomma, per chiudere come avevamo iniziato, con Giorgio Gaber: «Tutti noi ce la prendiamo con la storia / Ma io dico che la colpa è nostra».
(da Tpi)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
L’EDITTO MEDIEVALE DELLA SINDACA LEGHISTA… INVECE CHE EDUCARE I POTENZIALI AGGRESSORI SCARICA LA RESPONSABILITA’ DELLE VIOLENZE SUI COMPORTAMENTI DELLE RAGAZZE
Un opuscolo che il comune di Cividale del Friuli (Udine) ha deciso di
distribuire alle scuole consiglia alle ragazze di evitare «sorrisi ironici o provocatori a sconosciuti».
Le esorta a non indossare «abiti troppo eleganti o vistosi». E ammonisce maschi e femmine: «Non guardate insistentemente e non fate commenti indirizzati all’altrui ragazzo/a».
Il Quotidiano Nazionale racconta oggi che il vademecum “Prevenire le aggressioni, combattere la violenza“, edito dal comune e dalla Regione Friuli Venezia Giulia nasce da un’iniziativa della sindaca leghista Daniela Bernardi.
«Sono contenta che l’opuscolo, redatto da psicologi, sia stato finalmente letto dagli studenti con spirito critico. Dicono che è un testo medievale? Se una usa le gonne così corte che si vedono le mutande, per me è di cattivo gusto. E io non sono anacronistica», dice lei.
Gli studenti non sembrano d’accordo: «Protestiamo perché riteniamo inaccettabili le frasi contenute in questo opuscolo – dice al quotidiano Beatrice Bertossi, coordinatrice del Movimento studentesco per il futuro –. Ma contestiamo anche l’opportunità stessa di un volantino rivolto alle potenziali vittime, quando è noto che la prevenzione delle violenze di genere deve partire innanzitutto dagli aggressori».
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
SALVINI NON SPENDE UNA PAROLA PER DIFENDERE L’ALLEATA. ANZI: LA ASPETTA AL VARCO, ANCHE SULLA RATIFICA DEL MES… E LA MELONI SI CONFIDA: “SONO PEGGIO DI FRATOIANNI”
Nella sua giornata peggiore a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni si ritrova da sola. Ha un consenso forte, ma in tempi mutevoli e nevrotici, basta un niente per far cambiare il vento. L’ondata di malcontento scatenata dagli aumenti, veri, percepiti o gonfiati che siano, rischia di interrompere, o per lo meno di macchiare, una luna di miele finora tutto sommato serena.
Lo sconto alle accise per ora non torna, al di là di quello che Giancarlo Giorgetti aveva ventilato, ma occorre spiegarlo anche ai telespettatori dell’ora di punta. Poi ci sono gli alleati che attaccano.
Silvio Berlusconi non vuole guerre, ma fa una considerazione che ha un suo peso: «Quello sulla benzina è il primo errore della signora Meloni». Poi c’è Matteo Salvini che, occupato com’ è dai cantieri del suo ministero, non spende una parola per difendere la leader in difficoltà. Il Carroccio poi aspetta al varco i Fratelli d’Italia, l’appuntamento è per la ratifica del Mes, il fondo salva Stati che nessuno vuole utilizzare, ma che andrà presto approvato dal Parlamento.
La premier sa riconoscere i segnali e sono negativi: «Sono peggio di Fratoianni», dice privatamente degli alleati, con ironia amara. Le tv del Cavaliere non fanno che mandare in onda servizi con automobilisti inferociti. È il caso di intervenire subito, ammesso che non sia troppo tardi, prima di essere travolta (in termini di consenso) da una misura che la premier continua a ritenere giusta.
Serve una controffensiva. Sin dalle prime ore del mattino i fedelissimi mandano alle agenzie dichiarazioni per giustificare le scelte dolorose del governo. Non basta, però, come non è bastato il video postato sui social mercoledì, e oggetto di critiche per le incoerenze rispetto alle promesse elettorali. Così, nel pomeriggio Meloni decide di concedere due interviste alle edizioni delle 20 dei tg Rai e Mediaset.
L’esigenza di dover spiegare, ancora una volta, la ragione per cui lo sconto deciso da Draghi non sia stato rinnovato, è giustificata dalle prime rilevazioni nell’opinione pubblica.
C’è un’altra insidia poi: lo sciopero minacciato dai benzinai. Oggi le categorie saranno a Palazzo Chigi per scongiurare quello che un dirigente di Forza Italia definisce «il primo sciopero della storia indetto su una norma che nessuno ha capito», ovvero la cosiddetta operazione trasparenza che obbligherebbe i gestori a esporre cartelli con i prezzi medi del carburante.
Una trovata che il responsabile Energia di Forza Italia, Luca Squeri, in un’intervista a La Stampa, ha definito «populista». Da Arcore si fanno diverse critiche alla gestione di questa prima piccola crisi. L’aumento così repentino dei prezzi poteva essere evitato, ragionano i berlusconiani, magari rendendolo più graduale di quanto è stato fatto o con una misura specifica nella manovra, quando era chiaro che il calo del prezzo del petrolio, previsto da Giorgetti, non sarebbe stato così consistente. «Un errore», ripetono gli azzurri, che si sono scagliati contro chi, anche da Palazzo Chigi, aveva addossato la colpa degli aumenti a una fantomatica speculazione. In Fratelli d’Italia c’è molto nervosismo per l’atteggiamento di Lega e Forza Italia.
Questa fase, si ragiona in via della Scrofa, andava gestita insieme, mentre è stata l’occasione per una sorta di rivincita contro gli alleati più forti. Una dinamica che dopo le Regionali, in caso di successo delle liste di FdI a danno del resto della coalizione, potrebbe diventare ancora più evidente.
Meloni ha convocato per lunedì i vertici del suo partito per trovare una linea per i prossimi mesi. Mentre sul fronte della comunicazione la premier ha pensato di imbarcare nella sua squadra il giornalista Daniele Capezzone, che però sarebbe contrario da accettare. l’offerta. Altre inquietudini arrivano dalla questione del Mes, il Fondo salva Stati, che solo l’Italia non ha ratificato.
È un passaggio formale con un suo peso politico. Meloni ha fatto capire nei giorni scorsi che il Parlamento darà il via libera. Ma intanto si prende tempo. Ieri la premier ha incontrato il direttore del Fondo, Pierre Gramegna.
L’obiettivo era ascoltare i dubbi della presidente del Consiglio, ricordando però l’impegno che l’Italia ha preso, assieme a tutti i partner dell’Eurozona, di approvare la riforma pensata per rendere più semplice il funzionamento dell’ex fondo salva-Stati. Nel comunicato di Palazzo Chigi non si fa riferimento alla ratifica. Quel passaggio prima o poi però dovrà avvenire. Ed è proprio a quel varco che la Lega aspetta Meloni. Per il Carroccio la lotta al salva Stati è una bandiera identitaria. E il terreno su cui aprire un nuovo fronte interno alla maggioranza.
(da la Stampa)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
UNA CIRCOLARE AI PARLAMENTARI DISPONE CHE I COMUNICATI A LORO NOME DOVRANNO PASSARE DALL’UFFICIO STAMPA DEL GRUPPO
Basta fughe in avanti, D’ora in poi si parla solo di temi scelti dal
partito con una linea ben precisa.
Quella di Giorgia Meloni. Niente distinguo. Su altri argomenti vige la regole del silenzio fino a quando non lo decide la leader e presidente di Via della Scrofa e di Palazzo Chigi.
Alla Camera, dove i deputati meloniani sono 118, [il capogruppo di Fdi, Tommaso] Foti ha fatto arrivare il seguente messaggio […]: “Il gruppo parlamentare di FdI è dotato di un ufficio Stampa a disposizione dei deputati che intendano avvalersene.
Ai deputati del gruppo che utilizzano invece personale diverso chiedo di disporre affinché i comunicati a loro nome vengano inviati all’ufficio stampa del gruppo, per il successivo inoltro alle agenzie, e ciò sia per favorire lo sviluppo di una comunicazione coerente, sia per evitare la diffusione di prese di posizione relative a temi sui quali si è deciso di non intervenire. Sono certo che, condividendo tutti lo spirito di questo messaggio, darete corso a quanto richiesto”. Un alert simile è stato recapitato ai sessanta senatori che siedono a Palazzo Madama
(da il Foglio)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
IL 46% ESPRIME UN GIUDIZIO NEGATIVO, STESSA PERCENTUALE I POSITIVI
Dopo alcuni mesi di centrodestra al governo, gli italiani sono spaccati nel giudizio sull’operato di Giorgia Meloni e dei suoi ministri. Quasi la metà degli elettori non ha fiducia nell’esecutivo, ma c’è una fetta di popolazione altrettanto consistente che invece ritiene che il governo stia lavorando bene. E in mezzo, alcuni indecisi.
È il quadro che restituisce un sondaggio di Emg Different, realizzato per la Rai, sulla fiducia al governo.
La fiducia nel governo Meloni
Per la precisione, alla domanda “Quanta fiducia ha nel nuovo governo Meloni?”, il 46% degli intervistati ha risposto in modo negativo: tra questi il 24% ha dichiarato di averne poca, mentre il 22% ha detto di non averne per nulla.
Un altro 46%, però, ha invece detto di avere molta (17%) o comunque abbastanza (29%) fiducia nell’esecutivo. L’8%, invece, non ha risposto.
Le principali preoccupazioni degli italiani
I sondaggisti di Emg Different hanno poi analizzato quali sono le maggiori preoccupazioni dei cittadini, in un momento così complicato con l’inflazione ancora elevata e la guerra in Ucraina che non accenna ancora verso una soluzione. Per il 45% la maggiore preoccupazione per il nuovo anno è proprio data dal caro bollette e dall’inflazione. Per il 18% è invece la mancanza di lavoro ad agitare principalmente. Un altro 15% si dice preoccupato per il conflitto tra Mosca e Kiev, mentre un 11% afferma di temere particolarmente per le conseguenze del cambiamento climatico. Infine, un 3% vede nella pandemia di Covid il maggiore fattore di allarme per il 2023.
Proprio sul coronavirus si concentra l’ultima domanda di Emg. Il sondaggio ha infatti chiesto agli intervistati quanto siano ancora preoccupati per la pandemia. La maggior parte afferma di esserlo: l’11% risponde “molto” e il 47% “abbastanza”.
Dal lato opposto, invece, il 28% dice di essere “poco preoccupato” per il Covid e l’11% di non esserlo affatto.
(da Fanpage)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
CAPARRE A TRE ZERI E ANCHE 1.000 EURO AL MESE PER UNA STANZA SINGOLA IN APPARTAMENTO CONDIVISO
Affittare una casa o una stanza in una delle maggiori città d’Italia
può rappresentare un vero e proprio percorso ad ostacoli per studenti e lavoratori fuori sede. Da Milano a Bologna, passando per Roma, nelle più grandi città universitarie d’Italia il mercato immobiliare sembra essere letteralmente impazzito. Non è raro, infatti, imbattersi in annunci che offrono alloggi senza i minimi requisiti di abitabilità stabiliti dalle normative. Per non parlare dei prezzi, che arrivano anche a sfiorare i 1000 euro mensili per una stanza singola in appartamento in condivisione in capoluoghi come Milano. Basta aprire un qualsiasi portale di annunci immobiliari per trovarsi di fronte ad offerte che lasciano letteralmente a bocca aperta.
Per fare qualche esempio: a Milano la società ZappyRent offre in affitto un monolocale dall’arredamento di età indefinibile a 600 euro mensili e 85 euro di spese condominiali mensili più tre mesi di cauzione. La metratura? Ben 10 metri quadrati. Praticamente un ripostiglio. Non mancano offerte simili nemmeno a Bologna, tra le città italiane che negli ultimi anni stanno sperimentando una bolla dovuta al grande afflusso di studenti universitari da ogni parte del Paese. Per una stanza singola in affitto in un appartamento in condivisione con cinque persone, la piattaforma specializzata in affitti a medio e lungo termine Roomless richiede 800 euro mensili. Dalle fotografie, la camera appare come un corridoio abbastanza stretto e lungo, metratura dichiarata: 11 mq.
Secondo le condizioni descritte nell’annuncio, non è possibile visitare la stanza prima di affittarla e per rescindere dal contratto prima della scadenza è necessario versare 1,5 mensilità per esercitare l’opzione di uscita anticipata. In caso di subentro, è comunque necessario pagare 200 euro più altri 225 per la chiusura del contratto, contratto che va ufficialmente disdetto almeno 3 mesi prima della data di check-out per non incorrere nel rinnovo automatico. Prezzi leggermente più bassi in media a Roma, che offre comunque soluzioni abitative non esattamente comode. Sempre su Immobiliare.it è presente un annuncio per l’affitto di un “monolocale o bilocale” da 20 metri quadrati a 500 euro mensili. Metratura dichiarata: 20 mq. Dalle foto però è chiaro che la stanza adibita camera da letto è praticamente un ripostiglio incastrato di fianco a un lavello da cucina.
I gruppi Facebook dedicati alla ricerca di affitti nelle principali città d’Italia sono pieni di richieste disperate di studenti e lavoratori in cerca di un posto in cui vivere e dormire, disposti a tutto pur di concludere l’estenuante ricerca immobiliare. Non solo annunci e richieste, nei gruppi sono presenti anche numerosi post di lamentela che descrivono lo stato del mercato immobiliare: affitti alle stelle, condizioni di entrata molto stringenti tra richieste di caparre a 3 zeri, garanti, contratti a tempo indeterminato e in certi casi anche fidejussioni, ma soprattutto richieste totalmente fuori scala rispetto a quanto offerto in cambio: alloggi fatiscenti che spesso non rispettano nemmeno i minimi requisiti di abitabilità e che non assomigliano minimamente a quelli delle foto pubblicate negli annunci online, causa abuso del grandangolo o immagini pesantemente post-prodotte.
Ma quali sono i requisiti minimi di abitabilità da verificare prima di affittare una casa o stanza? La normativa può essere di difficile interpretazione per un non addetto ai lavori. “In linea di massima le superfici minime per un alloggio sono di 28 metri quadri compresi di servizi per un abitante, minimo 9 metri quadri per la camera da letto e 14 per il soggiorno – spiega a ilfattoquotidiano.it l’architetto Barbara Rebecchi – Per una coppia, invece, la metratura minima sarebbe di 38 Mq, requisiti stabiliti dagli artt. 2 e 3 del D.M 5 luglio 1975”. La normativa, però, non è lineare perché anche se il DM del 1975 impone chiaramente che per due persone occorrano minimo 38 mq di superficie, la successiva normativa in materia ha dato una lettura più estensiva: infatti, in caso di verifica per rilascio del certificato di idoneità alloggiativa si computano 14 mq a persona per le prime 4 persone, poi 10 mq dalla quinta persona in avanti. Stando quindi a questo criterio, 28 mq sarebbero sufficienti per due persone.
In caso di affitto, sarebbe buona norma richiedere al locatore o all’agente immobiliare sia la visura catastale, sia la planimetria catastale: “Sulla visura compare la superficie e anche la categoria catastale. Le abitazioni rientrano nelle categorie da A/1 a A/9. Gli A/10 sono uffici, C/1 negozi e C/3 laboratori quindi non dovrebbero essere affittati ad uso residenziale. Si dovrebbe poi diffidare assolutamente delle unità con categoria C/2 (magazzini, depositi, cantine, solai) e C/6 (box) perché non consentono la permanenza di persone”, spiega l’architetto Rebecchi. E’ possibile recuperare un seminterrato o un sottotetto a fine abitativi, ma soltanto a fronte della corretta applicazione delle specifiche leggi regionali.
Per quanto riguarda le camere da letto, la stanza con un solo posto letto deve essere almeno 9 mq e dotata di una finestra grande almeno 1,12 mq. La stanza con due posti letto invece necessita di un minimo di 14 mq con finestra grande almeno 1,75 mq. Le normative, però, non sono identiche in tutta Italia e in determinate aree del Paese le metrature minime possono essere differenti. A Milano, per esempio, la superficie minima di una stanza con un posto letto è di 8 mq con una superficie finestrata di 0,9 mq. Per quanto riguarda l’altezza minima, è necessario rispettare i 2,70 m tranne per i sottotetti recuperati – in quel caso c’è una deroga a 2,40 metri. “Molto spesso i ripostigli in quota, detti anche ripostigli aerei, vengono modificati e spacciati per soppalchi dove posizionare il letto, ma in realtà non sarebbero regolari”, avverte.
Non meno importanti le verifiche di sicurezza che riguardano scaldabagni, caldaie e impianti elettrici: lo scaldabagno a gas non può essere installato in determinate posizioni o in determinati ambienti, come ad esempio il locale in cui si dorme. Per verificare se gli impianti sono a norma bisognerebbe chiedere al locatore o all’agente immobiliare le certificazioni di conformità dell’impianto a gas e di quello elettrico e verificarle con un addetto ai lavori perché sono documenti abbastanza complessi da leggere.
Infine, tutte le aree della casa, comunque, devono rispettare determinati requisiti di legge. “L’ambiente in cui è ubicata la cucina deve avere una finestra, mentre il bagno deve essere dotato di tutti i sanitari”, spiega l’architetto Rebecchi. Inoltre, è necessaria la presenza dell’antibagno. Qualsiasi ambiente contenente la cucina deve essere disimpegnato dal vano wc. “E’ opportuno però chiarire che la normativa igienico sanitaria è derogabile nel caso di unità appartenenti ad edifici sottoposti a vincolo di tutela e che alcune irregolarità potrebbero essere state sanate a seguito di opportuna domanda di condono edilizio nelle tre turnate disciplinate dalle leggi 47/1985, 724/1994 e 326/2003 – conclude l’architetto Rebecchi – quindi sarebbe utile verificare anche questi aspetti”.
(da Il fatto Quotidiano)
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