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IL CONSIGLIO DEI MINISTRI PROVA A METTERCI UNA PEZZA; DOPO LA FIGURA DI MERDA DELLA BOCCIATURA DELLA RISOLUZIONE DI MAGGIORANZA SULLO SCOSTAMENTO DI BILANCIO, È STATA APPROVATA UNA NUOVA RELAZIONE AL PARLAMENTO

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

ORA SARÀ NECESSARIO UN NUOVO VOTO SIA ALLA CAMERA CHE AL SENATO. L’AULA DI PALAZZO MADAMA È STATA CONVOCATA PER DOMANI ALLE 14

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti, ha approvato una nuova Relazione al Parlamento ai sensi dell’art. 6 della legge 24 dicembre 2012, n. 243.
Lo riferiscono fonti di Palazzo Chigi.
L’Aula del Senato è convocata domani alle 14, si inizierà con le dichiarazioni di voto in diretta televisiva, poi si passerà al voto del Def e dello scostamento. Lo ha comunicato in Aula al Senato il presidente del Senato Ignazio La Russa comunicando le decisioni della Capigruppo. “Non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta al Def alla Camera – ha spiegato – il governo ha ritenuto opportuno riconvocarsi per riformulare la relazione sullo scostamento. Benchè si sia regolarmente votato anche il Senato dovrà rivotare sulla nuova relazione e quindi su una nuova risoluzione”. Prima potrebbero essere convocate le commissioni.
I voti mancanti alla maggioranza sono stati 45: 14 deputati di FdI (su 117 hanno votato in 103); 14 di Forza Italia (su 44 deputati hanno votato in 30) e 15 della Lega (su 65 hanno votato in 50). Infine, su 10 deputati di Noi moderati hanno votato in 8 su 10 deputati. In missione, quindi assenti giustificati, risultano essere 9 deputati di FdI, 5 di FI e 4 della Lega. Gli altri erano ingiustificati, ma per il voto a maggioranza assoluta anche chi è assente rientra nel “quorum”. Morale della fava: una figuraccia senza precedenti, e Giorgia Meloni, in visita a Londra, è incazzata nera.
Di chi è la colpa? Del giovedì pomeriggio, certo, dell’ansia di tornare a casa. E va bene. A emergere, almeno sulle prime, è una sciatteria generale. La Lega aveva 11 assenti ingiustificati; Forza Italia 9, Fratelli d’Italia 5. Ma c’è di più: perché se a questi si aggiungono anche i deputati “in missione”, compresi i membri di governo, si devono aggiungere altre 19 defezioni. Ed è notevole che in Forza Italia a mancare all’appello sia perfino il capogruppo Paolo Barelli, insieme al suo vicario, Raffaele Nervi. Una truppa mandata sul fronte decisivo senza il generale e il suo vice? Ohibò.
(dfa agenzie)

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COSA SUCCEDE ALL’ITALIA CON IL NUOVO PATTO DI STABILITA’

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

“L’UE VUOLE 15 MILIARDI L’ANNO, ADDIO RIFORMA DELLE PENSIONI E DELL’IRPEF”… LA CAUSA E’ IL DEFICIT FUORI CONTROLLO: E’ IL PREZZO CHE SI PAGA QUANDO SI E’ COMPLICI DI UNA EVASIONE FISCALE DI 100 MILIARDI L’ANNO

Il nuovo Patto di Stabilità che la Commissione Europea ha presentato può entrare in vigore già all’inizio del 2024. E secondo l’ex Bce Lorenzo Bini Smaghi si tratta di «un commissariamento della politica di bilancio dei paesi ad alto debito. In particolare dell’Italia».
In base alle simulazioni Ue all’Italia sarebbe richiesta – in linea con il Def – una correzione di bilancio fino a 15 miliardi l’anno per quattro anni. Oppure di 7-8 in sette anni. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti fa notare che con le nuove regole gli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non risultano esentati. Ma c’è di più. Perché il governo Meloni aveva promesso riforme delle pensioni e dell’Irpef. Ma con queste regole, spiegano gli esperti, ogni tentativo potrebbe finire frustrato dalla mancanza di risorse. A meno di non tagliare.
I calcoli della Commissione
Con ordine. Sono i calcoli della commissione europea a dire che il fabbisogno annuale per il rientro dal deficit ammonta a 15 miliardi in quattro anni. Il Prodotto Interno Lordo è arrivato a 1.909 miliardi di euro nel 2022. Un taglio annuo dello 0,85% vale 16 miliardi. Quello di sette anni vede la percentuale scendere fino allo 0,45%. Ovvero 8,5 miliardi l’anno. Applicando le stesse proporzioni, in caso di procedura d’infrazione l’Italia sarebbe chiamata a versare multe per 950 milioni di euro ogni sei mesi. Fino a un massimo cumulabile di 9,5 miliardi di euro. Fonti europee dicono all’agenzia di stampa Ansa che si tratta di cifre legate alla cosiddetta traiettoria tecnica. La quale a sua volta è solo «il punto di partenza» delle discussioni che avranno singoli Paesi e Commissione sui piani pluriennali di rientro del debito e riforme. E, in ogni caso, si tratterebbe di un aggiustamento inferiore a quello richiesto all’Italia con le regole attuali. Il Def, inoltre, prevede un aggiustamento del 3,6% nel 2023 e dello 0,9% nel 2024.
La rabbia di Giorgetti
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera oggi il ministro Giorgetti comunica un misto tra irritazione e realismo. «Il nuovo Patto di stabilità impone una rigorosa revisione della spesa, di tutta la spesa, compresi gli investimenti», spiega. E questo perché la spesa pubblica potrà crescere percentualmente negli anni a venire, in sostanza, meno di quanto sia cresciuta l’intera economia negli anni passati. E visto che l’Italia quasi non è cresciuta nell’ultimo decennio, la spesa dovrebbe restare molto compressa. A meno di non effettuare tagli su altre voci per privilegiare gli investimenti.
«La spending review dovrebbe riguardare anche gli investimenti del Pnrr che hanno un impatto sugli obiettivi», aggiunge il responsabile di via XX Settembre. Si riferisce, spiega Federico Fubini, a quelli basati su prestiti europei (per circa 120 miliardi di euro) che entrano nel debito pubblico. «Questo vale a maggior ragione per l fondo complementare al Pnrr che dobbiamo finanziare al costo in interessi del debito italiano». E che vale circa 30 miliardi.
Lorenzo Bini Smaghi e la Grecia
L’ex consigliere della Banca Centrale Europea Lorenzo Bini Smaghi è ancora più caustico. «La Commissione sostiene che con il nuovo sistema vi è una maggiore titolarità politica dei governi nazionali perché a questi è data facoltà di indicare i percorsi pluriannuali di risanamento. In realtà, questi percorsi dovranno essere coerenti con le traiettorie tecniche fornite dalla Commissione stessa: se il Paese non si adegua viene messo automaticamente in procedura per disavanzo eccessivo. I mercati potrebbero reagire negativamente», ipotizza in un’intervista a Repubblica. Poi dice che «verrà effettuata un’analisi della sostenibilità del debito per decretare la plausibilità della riduzione. Ma questo strumento è molto complesso e poco trasparente: richiama al caso della Grecia del 2010-2012».
Bini Smaghi spiega a Eugenio Occorsio che in queste condizioni sarà difficile per il ministro dell’Economia preparare il Def. «Rischiano di esserci più tensioni tra la Ue e le capitali – in particolare Roma – perché non sono chiari i criteri di valutazione: il pericolo è alimentare il risentimento nei confronti delle istituzioni Ue», conclude.
E la politica economica?
Ma i danni maggiori potrebbero arrivare alle riforme delle pensioni e delle tasse annunciate dal governo. Repubblica spiega che l’unica strada praticabile è quella di trovare risorse all’interno del bilancio. Ovvero sacrificando altri capitoli di spesa. Non solo detrazioni e deduzioni, come aveva immaginato il governo. Forse ci sarà bisogno di tagliare ancora il reddito di cittadinanza. In base al nuovo Patto europeo, «noi dobbiamo andare sotto il 3% di deficit e ci andiamo nel Def», dice al quotidiano Fedele De Novellis, economista e partner Ref Ricerche.
«Il Pnrr consente di fare politiche di domanda e dare impulso alla crescita», aggiunge con il quotidiano Stefania Tomasini, economista e senior partner di Prometeia. «È questa la strada, se il governo vuole creare spazi per altre misure. Perché altro non c’è, a meno di voler tagliare la spesa o alzare le tasse. Stiamo già camminando sul filo e il Def è molto prudente nella discesa del debito che resta molto alto, al 140% del Pil. E lo stesso nervosismo delle agenzie di rating nei confronti dell’Italia non rassicura. Anche se non vedo un declassamento dietro l’angolo».
(da agenzie)

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GRILLO, IN BILICO IL CONTRATTO DA 300.000 EURO CON M5S

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

SCADUTA LA MANLEVA CHE LO TUTELAVA DALLE CAUSE

Un accordo che pesa come un macigno sugli orizzonti del Movimento. Un altro nodo sul tavolo delle trattative che da mesi tengono impegnati i vertici Cinque Stelle. Beppe Grillo e Giuseppe Conte devono decidere il da farsi. La questione è duplice. A maggio scade l’intesa da 300mila euro annui (divisi in due contratti) per la collaborazione del garante con il Movimento come comunicatore. L’intesa per il rinnovo – secondo i rumors interni agli stellati – sarebbe “vicina”, ma pendente ancora. E tra le pieghe dei discorsi sarebbe spuntato un altro “scoglio”, un macigno appunto che complica le dinamiche interne del M5s.
Secondo indiscrezioni, Grillo non sarebbe più coperto da manleva per eventuali cause legate al suo ruolo di garante dalle ultime elezioni Politiche. Il fondatore del Movimento aveva siglato un accordo nel 2018, alla vigilia delle elezioni, con Luigi Di Maio e Davide Casaleggio che lo tutelava per una importante cifra in caso di azioni giudiziarie mosse contro di lui per via del suo ruolo politico. Quel contratto era arrivato proprio in seguito ad alcune perplessità del garante, che aveva ipotizzato di non concedere l’uso del simbolo per le Politiche (poi vinte dal M5S). Ora, cambiati i vertici e finita la legislatura , quella tutela sarebbe venuta meno.
Forse non è un caso, quindi, che Grillo negli ultimi mesi sia stato molto più prudente del solito nelle sue esternazioni politiche. Anche nel suo ultimo show, “Io sono il peggiore” le esternazioni sui protagonisti del Parlamento sono state centellinate rispetto al passato.
Lo showman ha preferito puntare sull’Altrovismo, la sua nuova confessione religiosa. Di sicuro però Grillo ha posto la questione in seno al Movimento e fonti a lui vicine ostentano fiducia sulla possibilità di risolvere la questione, anche se c’è chi – visto che sono in ballo cifre importanti – c’è chi non dà nulla per scontato.
(da Il Corriere della Sera)

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NELL’HOTSPOT DI LAMPEDUSA RESTANO QUASI 3.000 PERSONE

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

EMERGENZA FUORI CONTROLLO, SARA’ COLPA DELLA LAMORGESE

Gli sbarchi di migranti a Lampedusa non accennano a rallentare e, nonostante le autorità italiane stiano cercando di sgomberare rapidamente l’isola, non si riesce a tamponare l’emergenza in cui l’hotspot versa praticamente da sempre.
Nelle ultime ore, però, l’affollamento del centro ha raggiunto livelli ancora più drammatici.
Sono stati appena imbarcati novanta dei 2.705 migranti ospiti dell’hotspot, che viaggeranno per le prossime sei ore e mezza a bordo del pattugliatore della Guardia di finanza che li porterà a Pozzallo.
Sull’isola, però, ci sono ancora quasi tremila persone in attesa di essere trasferite. Il numero massimo di ospiti per il centro di Lampedusa è 389.
In mattinata, secondo le indicazioni della Prefettura di Agrigento, verranno trasferiti altri 250 migranti con una nave di linea che arriverà da Porto Empedocle. Con lo stesso traghetto, ieri sera, sono stati trasferite già quasi 400 persone.
Poi, durante la giornata, partiranno altri tre gruppi di migranti da 90 persone ciascuno, che viaggeranno su degli aerei militari alla volta di Trapani, Sigonella e Cagliari. Nella notte sono arrivati altri 102 migranti, con tre diverse imbarcazioni di fortuna. Solo ieri sono sbarcate sull’isola 1.078 persone con 20 sbarchi totali.
Nel frattempo la nave Geo Barents ha cominciato le operazioni di sbarco dei 75 migranti soccorsi: la nave di Medici senza frontiere è arrivata questa mattina al porto di Napoli. Donne e bambini tra i primi a scendere, con i sanitari della Asl Napoli 1 Centro sul posto per eseguire dei controlli medici.
Al veliero Nadir della Ong Resqship, che ha salvato 41 persone, le autorità italiane hanno assegnato il porto di Lampedusa.
A bordo c’è anche una donna incinta, oltre a un bimbo di 4 anni. Anche loro, come la maggior parte di coloro che arrivano a Lampedusa, riferiscono di essere partiti da Sfax, Tunisia.
(da Fanpage)

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ARNOLD SCHWARZENEGGER ALLA “CNN” PARLA DEL PADRE GUSTAV CHE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE AVEVA FATTO PARTE DEL PARTITO NAZISTA

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

“HO VISTO DI PERSONA QUANTO QUEST’UOMO FOSSE DISTRUTTO, È STATO RISUCCHIATO IN UN SISTEMA DI ODIO ATTRAVERSO BUGIE E INGANNI E ABBIAMO VISTO DOVE PORTA”

L’attore di origine austriaca ed ex governatore della California, Arnold Schwarzenegger, ha ricordato il passato nazista della sua famiglia, che spera possa servire da esempio nella lotta all’antisemitismo, un fenomeno che sembra essere in crescita negli Stati Uniti.
In un’intervista alla CNN, la star di Terminator ha fatto riferimento a suo padre, Gustav Schwarzenegger, che era un membro del partito nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.
“Mio padre, e milioni di altri uomini, sono stati risucchiati in un sistema di odio attraverso bugie e inganni. E abbiamo visto dove porta”, ha detto l’attore. “Ho visto di persona quanto quest’uomo fosse distrutto”, ha continuato, “il tipo di atrocità che sono accadute. Quanti milioni di persone sono dovute morire e poi sono finite perdenti”. Questo “non funziona. Voglio dire, andiamo e andiamo d’accordo. E l’amore è più potente dell’odio”, ha detto al network.
(da agenzie)

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L’ITALIA HA RICEVUTO MOLTI SOLDI DALL’UE MA NON È IN GRADO DI GESTIRLI. TANTO CHE LA MAGGIOR PARTE DEI PROGETTI DEL PNRR RESTERÀ INCOMPIUTO

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

LE CAUSE DEL FALLIMENTO DELLA “MESSA A TERRA”, IL PIANO MATTEI E IL FLOP DELLA CONFERENZA PER LA RICOSTRUZIONE DELL’UCRAINA

Gli “addetti ai livori” fiutano un graduale riposizionamento dei grandi poteri finanziari internazionali nei riguardi del governo italiano. L’iniziale apertura di credito, dovuta all’attenzione di Giorgia Meloni per la tenuta dei conti pubblici, sembra essere via via sfumata dopo i primi mesi a Palazzo Chigi.
Giornalisti, analisti finanziari e osservatori hanno consegnato, fuori dai nostri confini, un’immagine dell’Italia in chiaroscuro.
Le prime bordate sono arrivate dalla banca d’affari Goldman Sachs, che lunedì ha bocciato i Btp e promosso i Bonos spagnoli, lanciando un nuovo allarme sui nostri conti pubblici. Idem, l’agenzia di rating Moody’s, che ha minacciato un declassamento dei titoli tricolore a causa dell’elevato indebitamento e delle aspettative di crescita modeste.
Quello che è chiaro, agli occhi degli esperti, è che, ai tempi della trattativa sul Recovery Fund, l’allora premier, Giuseppe Conte, strappò per l’Italia una quantità di denaro fin troppo imponente per la tradizionale capacità di spesa di Roma.
I progetti legati al Pnrr, che dovrebbero essere conclusi entro il 2026, resteranno per gran parte incompiuti. Le cause sono almeno tre: la prima è la decisione di centralizzare a Palazzo Chigi, con la creazione di un ministro ad hoc, la gestione del Piano, sottraendolo alla cabina di regia fissata al Mef da Draghi e l’ex ministro dell’economia, Daniele Franco. Una decisione che ha di fatto azzerato il lavoro già fatto, riportando i dossier preparati e discussi dagli uffici tecnici al punto di partenza
La decisione di smontare quanto costruito da “Mariopio” è frutto di un pregiudizio nei confronti dei tecnici del Mef (che già Casalino definì “pezzi di merda”), considerati troppo “de’ sinistra” ed eccessivamente proni alle richieste di Bruxelles.
Una polemica già sollevata ai tempi dei governi Berlusconi quando a Via XX settembre sedeva, come ministro, Giulio Tremonti.
La seconda ragione è che portare i progetti dalla carta ai cantieri non è mai stato facile per l’Italia. A riprova di tale difficoltà c’è la cronica incapacità di tutti i governi, nessuno escluso, a spendere fino all’ultimo centesimo i fondi europei erogati all’Italia.
Nel periodo 2016-2022 siamo riusciti a sfruttare solo il 47% di quanto stanziato dall’Ue.
Assenza di una catena di comando, eccesso di burocrazia, forse difficoltà di pianificazione a livello territoriale: tutti vecchi vizi che affliggono la pubblica amministrazione e la sua capacità di spesa. E dunque, a ricasco, anche la messa a terra del Pnrr.
La terza causa: l’aumento dei tassi deciso dalla Bce ha creato una nuova pressione sul debito pubblico italiano, imponendo un maggior rigore finanziario proprio nel momento in cui sarebbe necessario spendere e investire, anche in risorse umane, in personale tecnico, in infrastrutture.
Senza contare che la Banca centrale europea ha ridotto del 65% l’acquisto dei bond italiani, mostrando un chiaro cambio di passo tra la gestione Draghi e quella di Christine Lagarde a Francoforte.
Il nuovo corso ha dato fiato alla corrente speculativa sull’Italia. Se Moody’s e Goldman Sachs hanno già calato la scure sull’Italia, presto arriveranno anche i giudizi di Standard & Poor’s e Fitch. E ieri il “Wall Street Journal”, house organ della principale piazza affari dell’occidente, ha rifilato una gomitata al governo Meloni sui diritti civili.
A questo va aggiunto l’evidente scetticismo internazionale per le iniziative diplomatiche della Meloni. Un esempio su tutti, la conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, alla quale la premier italiana aveva invitato praticamente tutti i principali leader occidentali, e che si è trasformata in un inutile bilaterale a cui ha preso parte soltanto il premier ucraino Denys Shmyhal.
A ottobre la Ducetta presenterà il famigerato Piano Mattei all’Unione europea. Un progetto ambizioso, coltivato da Palazzo Chigi, volto alla sovranità energetica, puntando a rendere l’Italia grimaldello degli approvvigionamenti europei. Sarà interessante capire se a Bruxelles, ma anche a Parigi e Berlino, accetteranno di lasciare a Roma il potere di apertura e chiusura dei rubinetti.
A rendere incerto l’esito del piano Mattei ci sono anche le richieste dei paesi africani, che parlano una lingua comune: il cash. E l’unico Paese che sta riversando valanghe di denaro sul continente è la Cina, che già esercita, insieme alla Russia, grande influenza sui fragili governi africani. Anche l’accordo già siglato tra Eni e Congo, inaugurato due giorni fa, in ragione della instabilità dell’area centrafricana, non è da considerare blindato, visto ciò che sta accadendo in Sudan e potrebbe creare un effetto domino destabilizzante per tutti i Paesi limitrofi.
Il cul de sac in cui si è andata a infilare la Ducetta, molto dipende anche dalle sue personali scelte. Si è circondata di ministri non così autorevoli, e incapaci di governare la complessa macchina dello Stato, dell’alta burocrazia e degli uomini chiave all’interno dei ministeri.
La ragione è soprattutto psicologica, visto che il cerchio magico della premier, che teme traditori e nemici, tende a circondarsi dei soliti amici fidati, spesso inadatti al ruolo per il quale vengono scelti.
(da Dagoreport)

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AVVISATE I SOVRANISTI, LA SOSTITUZIONE ETNICA LA STA FACENDO IL LORO COMPAGNO DI MERENDE PUTIN

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

DEPORTA GLI UCRAINI E LI SOSTITUISCE CON RUSSI PRESI DALLE REGIONI POVERE

Sostituzione etnica sì: ma non il falso complotto nazista di cui i sovranisti parlano a vanvera, ma il ripopolamento di territori ucraini con abitanti russi.
Una deliberata campagna di spopolamento nelle aree occupate ucraine per facilitare il ripopolamento dei territori del Paese con cittadini russi: è anche questa la strategia di Mosca in Ucraina, come riporta l’Istituto per lo studio della Guerra (Isw) nel suo rapporto quotidiano.
Il centro studi ricorda che ieri la vice ministra della Difesa ucraina, Hanna Malyar, ha dichiarato che la Russia sta cercando di cambiare la composizione etnica del Paese con un reinsediamento su larga scala di persone provenienti soprattutto dalle regioni più povere e remote della Russia. Malyar ha osservato che gli sforzi più intensi sono in corso nella regione di Lugansk (est), sottolineando che Mosca sta anche deportando gli ucraini e li sta reinsediando con la forza in Russia.
Il think-tank non esclude che in questo modo Mosca speri di integrare ulteriormente le aree occupate dal punto di vista sociale, amministrativo, politico ed economico, complicando così le condizioni per la reintegrazione di questi territori nell’Ucraina.
(da Globalist)

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L’ITALIA E’ LA PEGGIORE IN UE PER TASSO DI OCCUPATI

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

DAVANTI A NOI ANCHE GRECIA E ROMANIA

Quando si parla di occupazione e lavoro, l’Italia registra i livelli peggiori di tutta l’Unione europea. Davanti a noi anche Grecia e Romania. È quanto emerge dai dati di Eurostat, che già a febbraio avevano certificato il miglioramento della Grecia e lo slittamento dell’Italia a fanalino di coda dell’Ue.
Se la media europea per il tasso di occupazione, per quanto riguarda il 2022, è al 74,6%, l’anno scorso in Italia questa si è fermata a dieci punti in meno, al 64,8%. È il valore più basso di tutta l’Unione. Nei Paesi dell’Est, dove storicamente si registrano tassi di occupazione molto bassi, viaggiano a cifre più elevate, come il 66,3% della Grecia o il 68,5% della Romania. La Spagna, unico Paese dell’Europa occidentale a essere come noi sotto la soglia del 70%, raggiunge comunque un tasso di occupazione del 69,5%. I livelli più elevati si registrano nel Nord Europa: in cima alla classifica ci sono i Paesi Bassi, con un tasso di occupazione all’82,9%. Seguono Svezia ed Estonia, entrambe all’82%.
Ad ogni modo, il valore europeo che sfiora il 75% è la quota più alta mai registrata nelle serie temporali di Eurostat, iniziate nel 2009. In numeri assoluti, si parla di 193,5 milioni di persone tra i 20 e i 64 anni che vivono in Ue e sono occupate. Il Piano di azione 2030 del Pilastro europeo dei diritti sociali ha fissato l’obiettivo del 78%. Al momento ci sono undici Paesi che hanno già oltrepassato questa soglia. L’Italia, però, è ancora molto lontana
L’indagine dell’Eurostat si è soffermata anche su un altro aspetto che riguarda la vita lavorativa degli europei. Gli analisti dell’Ue, infatti, hanno evidenziato come il 22% dei lavoratori sia over-qualificato per il lavoro che svolge, un tasso che è più alto per le donne che per gli uomini. Per le prime la percentuale è infatti del 23%, mentre per gli ultimi scende al 21%.
In Italia il divario di genere si allarga. Se gli uomini troppo qualificati per il lavoro che svolgono sono al di sotto del 20%, per le donne il tasso supera quota 25%. Per la precisione il gap è di sette punti, un numero tra i più alti che sono stati registrati. Hanno differenze più marcate di noi solo Malta e Cipro, rispettivamente con undici e otto punti. La media generale italiana, invece, è in linea con quella europea.
(da agenzie)

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ABBIAMO SCHERZATO: SI CHIUDE CON UN’ARCHIVIAZIONE L’INCHIESTA SUL CASO METROPOL, CIOÈ LA PRESUNTA TRATTATIVA PER FAR ARRIVARE NELLE CASSE DELLA LEGA 65 MILIONI DI DOLLARI DI FONDI RUSSI

Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile

AGLI ATTI RESTANO COMUNQUE DESCRITTI I TENTATIVI DI FINANZIAMENTO ILLECITO E CORRUZIONE INTERNAZIONALE MA NON SI E’ RIUSCITI A FORNIRE PROVE

Si chiude con un’archiviazione l’inchiesta sul caso Metropol, ossia la presunta trattativa, avvenuta all’hotel di Mosca con un incontro del 18 ottobre 2018, tra il presidente dell’associazione Lombardia Russia Gianluca Savoini, l’avvocato Gianluca Meranda, l’ex bancario Francesco Vannucci e tre presunti intermediari russi su una compravendita di petrolio che, stando ad un audio, avrebbe dovuto avere lo scopo di alimentare con 65 milioni di dollari le casse della Lega.
Lo ha deciso il gip di Milano Stefania Donadeo che ha accolto la richiesta dei pm, archiviando le posizioni dei tre italiani indagati per corruzione internazionale. La richiesta era stata firmata dai pm Giovanni Polizzi e Cecilia Vassena e vistata dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale.
La procura, dopo tre anni di indagini, aveva chiesto l’archiviazione sull’ipotizzato passaggio soldi russi alla Lega con trattative al Metropol di Mosca, operazione che fu fatta saltare all’ultimo da chi la stava organizzando, con protagonisti il leghista Gianluca Savoini, ex braccio destro di Salvini, l’avvocato d’affari Gianluca Meranda e l’ex bancario Mps Francesco Vannucci.
Il giudice per le indagini preliminari ha archiviato ma agli atti restano descritti i tentativi, poi abortiti, di finanziamento illecito e corruzione internazionale volti a garantire un sostegno finanziario da oltre 50 milioni di euro alla “Lega per Salvini premier” per le elezioni del 2019.
Tentativi naufragati, secondo gli inquirenti milanesi, in Russia per gli “sgambetti interni” a contrapposte cordate in seno al regime prima e “bruciati” dal fatto che proprio uno degli artefici italiani, l’avvocato d’affari Gianluca Meranda, consegnò ai giornalisti l’audio della famosa riunione il 18 ottobre 2018 al Metropol.
Tutto questo ha impedito il perfezionamento dei reati, sottraendo concretezza e dunque configurabilità giuridica agli stessi.
Circostanza che, unita ai niet di Mosca sulle rogatorie dei pm milanesi, ha fatto propendere per l’archiviazione delle due accuse incrociate, cioè il finanziamento illecito al partito e la corruzione internazionale.
È stato accertato, avevano scritto i pm nella richiesta depositata a metà gennaio, che i tre «mediatori italiani legati alla Lega», tra cui Savoini, anche ex portavoce di Matteo Salvini, si mossero per «concludere transazioni commerciali con fornitori russi di prodotti petroliferi con l’obiettivo di ricavare ingenti somme» da destinare al «finanziamento del partito politico». Ed è «verosimile», scrisse la Procura, che il leader leghista «fosse a conoscenza delle trattative portate avanti» per «assicurare» quegli «importanti flussi finanziari»
(da Il Fatto Quotidiano)

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