Destra di Popolo.net

LA NUOVA RAI SOVRANISTA, RESISTONO (FORSE) REPORT E DAMILANO

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

VOCI SUL RITORNO DI HOARA BORSELLI, BARBARESCHI, INSEGNO E NICOLA PORRO, COSI’ POSSIAMO CAMBIARE CANALE

Passerebbe da un accordo con il M5s la nomina del nuovo amministratore delegato della Rai Roberto Sergio.
Secondo il Corriere della Sera, Giorgia Meloni punta a dare al nuovo capo di viale Mazzini una maggioranza larga che vada oltre il sostegno della presidente Marinella Soldi, vicina a Matteo Renzi, Simona Agnes, in quota Forza Italia, e Igor De Blasio in quota Lega. L’obiettivo di palazzo Chigi sarebbe quello di incassare anche il sostegno del consigliere in quota M5s Alessandro di Majo, che già aveva contribuito ad archiviare la stagione di Carlo Fuortes.
Nella trattativa si inserisce il rinnovamento dell’organigramma della Rai, in cui Giuseppe Conte non sarebbe disposto ad accontentarsi di un contentino per Giuseppe Carboni, che dopo la direzione del Tg1 sarebbe stato tra i pochi a non aver ottenuto incarichi. Le ambizioni grilline in viale Mazzini puntano almeno a una testata di peso oppure a una direzione di rilievo. I desiderata prevedono spazio in Rainews, una radio, oppure un’importante direzione come Rai Fiction, o Cultura o Cinema.
I cambi nei palinsesti§
A proposito invece dei futuri palinsesti, secondo il Corriere viaggiano verso una riconferma Report e In Mezz’ora. A fare un passo indietro però dovrebbe essere Corrado Augias, che oggi ha in mano ben tre programmi. Lo scrittore potrebbe rinunciare a Rebus. Previsto un cambio sulla conduzione di Agorà, sia per l’edizione estiva che invernale. E circolano i nomi di Manuela Moreno, Stefano Fumagalli o Annalisa Bruchi. Nessun dubbio sulla conferma di Porta a porta e Cinque minuti di Bruno Vespa, così come dovrebbe resistere Marco Damiliano con il suo spazio su Raitre. Verso la conferma anche Presa Diretta di Riccardo Iacona. Con il nuovo corso, potrebbero crearsi nuovi spazio per alcune conduttrici come Laura Tecce e Monica Setta. Si apre uno spiraglio anche per Luisella Costamagna che è data per un posto nel day time di Radue e infine Luca Barbareschi, che sta per proporre una nuova edizione di In barba di tutto.
I ritorni in viale Mazzini
Da settimane dato come l’asso pigliatutto di viale Mazzini, il nome di Pino Insegno torna insistente nei rumors sulla Rai come prossimo conduttore de L’Eredità al posto di Flavio Insinna.
Ci sarebbe anche spazio per Hoara Borselli, che lo scorso venerdì ha chiuso la campagna elettorale del centrodestra a Brescia, così come fece Insegno a Roma per le Politiche dello scorso settembre.
Borselli, già vincitrice di Ballando con le stelle nel 2005, giornalista e opinionista tv spesso a Mediaset, nega per ora che si faccia il suo nome in Rai. Altro nome citato dal Corriere della Sera è quello del vicedirettore del Giornale Nicola Porro, che su Rete4 conduce Quarta repubblica. Dopo l’esperienza di Virus, il giornalista potrebbe tornare in Rai con un ruolo ancora tutto da definire nell’informazione di viale Mazzini.
(da agenzie)

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ARRIVA LA TV ORBANIANA: FABIO FAZIO ADDIO ALLA RAI, DAL PROSSIMO AUTUNNO A DISCOVERY

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

VIA ANCHE LUCIANA LITTIZZETTO… ORA ANCHE DAMILANO, ANNUNZIATA E AMADEUS A RISCHIO

L’addio annunciato da settimane di indiscrezioni diventa realtà. Fabio Fazio lascia la Rai e passa a Warner Bros Discovery. Un accordo blindato per quattro anni che vedrà il debutto del noto conduttore sul canale Nove già dal prossimo autunno.
«Nelle prossime settimane saranno annunciati i progetti che lo vedranno coinvolto e il ruolo che avrà, grazie al suo talento e alla sua esperienza, nello sviluppo in Italia del nostro gruppo», annuncia la società in una nota.
A seguire Fazio c’è anche la sua sodale Luciana Littizzetto, spalla comica del conduttore da diversi anni. La tv pubblica si priva così di due dei suoi volti più popolari, amatissimi insieme soprattuto nel programma di Rai 3 Che tempo che fa.
Soddisfatta la Warner Bros, che ha annunciato con entusiasmo l’arrivo di «un fuoriclasse come Fabio Fazio». Alessandro Araimo di Discovery commenta: «Il nostro impegno è da sempre quello di attrarre i migliori talenti e l’arrivo di Fabio e Luciana nel nostro gruppo è la miglior conferma possibile. Siamo impazienti di iniziare a lavorare insieme».
Un addio atteso
Il loro è un addio atteso, considerate le recenti dimissioni polemiche di Carlo Fuortes alla Rai, da cui nei giorni scorsi è partito il conto alla rovescia per l’occupazione dell’azienda da parte del governo Meloni. Ora, a rischio ci sono anche Lucia Annunziata, Marco Damilano e Amadeus.
L’addio di Fuortes, la cui permanenza in carica era ormai da mesi nel mirino del governo, è arrivato lo scorso 8 maggio con una serie di dichiarazioni che gli hanno permesso di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. «Dall’inizio del 2023 sulla carica da me ricoperta e sulla mia persona si è aperto uno scontro politico che contribuisce a indebolire la Rai e il Servizio pubblico», ha dichiarato l’ex amministratore delegato Rai seppur rivendicando gli obiettivi raggiunti. «Ho anche registrato all’interno del Consiglio di amministrazione della Rai il venir meno dell’atteggiamento costruttivo che lo aveva caratterizzato».
(da agenzie)

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OGGI E DOMANI 596 COMUNI VANNO AL VOTO, I CAPOLUOGHI DI PROVINCIA SONO 13, MA LE CITTÀ CHE CONTANO DAVVERO DAL PUNTO DI VISTA POLITICO SONO SOLO 5: BRESCIA, ANCONA, VICENZA, PISA E SIENA

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

LE PRIME DUE IN MANO AL CENTROSINISTRA, LE ALTRE ALLA DESTRA. MA TUTTE SONO CONTENDIBILI E POSSONO ESSERE DECISIVE PER SPOSTARE IL PESO DEI PARTITI… IL CASO PISA, UNA DELLE POCHE REALTÀ DOVE PD E M5S VANNO INSIEME

I Comuni capoluogo chiamati al voto oggi e domani (su 596 totali) sono 13 ma la vera sfida, sul piano politico, si gioca su un numero molto più ristretto: 5. All’apertura delle urne le attenzioni di politici e osservatori si concentreranno su cinque città: Brescia, Ancona, Vicenza, Pisa e Siena. Le prime due governate dal centrosinistra, le altre dal centrodestra.
Il loro risultato peserà sulla bilancia che oggi vede 5 capoluoghi appannaggio del primo schieramento e 8 del secondo. Quelle cinque città sono considerate contendibili e possono spostare i pesi sul piatto della bilancia che decreterà lo stato di salute dei partiti e delle coalizioni.
Brescia
Nel capoluogo governato per dieci anni dal pd Emilio Del Bono che ha passato il testimone alla vicesindaca Laura Castelletti, il centrodestra ha schierato per la chiusura della campagna elettorale a sostegno del leghista Fabio Rolfi tutti i leader nazionali, a partire da Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
La coalizione punta «a fare filotto», allineando il Comune della Leonessa al colore dei governi nazionale e regionale. Ma dall’altra parte, il centrosinistra conta sulla continuità per mantenere la guida di una delle città più importanti della Lombardia.
Ancona
Discorso analogo per l’unico capoluogo di Regione coinvolto nella tornata amministrativa, dove il centrosinistra affida a Ida Simonella il compito di portare avanti il lavoro decennale della sindaca uscente Valeria Mancinelli (Pd), mentre il centrodestra (che anche in questo caso governa la Regione) si affida al forzista Daniele Silvetti per conquistare la roccaforte rossa.
Vicenza
La prospettiva è ribaltata se ci si sposta a Vicenza, dove il Comune è guidato da Francesco Rucco (a capo di una coalizione di centrodestra) che punta ad essere confermato. Se la deve vedere con il dem Giacomo Possamai, che al centrosinistra ha aggregato cinque liste civiche. L’obiettivo dello sfidante è ripetere l’impresa con cui un anno fa Damiano Tommasi ha strappato Verona al centrodestra
Siena e Pisa
Infine, i casi Siena e Pisa. La città nota per il Palio e per la banca (Mps) finita in dissesto cinque anni fa fu conquistata per la prima volta, per poche centinaia di voti, dal centrodestra. Che ora, scartato il sindaco uscente (Luigi De Mossi), punta su Nicoletta Fabio. L’avversaria è Anna Ferretti (Pd).
In Toscana, attenzione anche a Pisa, una delle poche realtà in cui è stato siglato il patto tra Pd e M5S, scelta necessaria per consentire al candidato Paolo Martinelli di tentare di strappare la poltrona di sindaco all’uscente Michele Conti.
Infine, centrodestra a rischio anche a Massa: FdI va da sola, il ribaltone è possibile.
(da Corriere della Sera)

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LA TURCHIA È SPACCATA: NEI QUARTIERI ALLA MODA DI ISTANBUL, TUTTI DANNO PER CERTA LA VITTORIA DI KEMAL KILICDAROGLU, L’UOMO CHE PUÒ ABBATTERE IL POTERE DI ERDOGAN. MA NEI QUARTIERI POPOLARI, IL “SULTANO” VIENE ANCORA ACCOLTO CON URLA DI GIOIA

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

LA PARTITA SI GIOCA SULL’ECONOMIA: KILICDAROGLU HA USATO COME SIMBOLO DELL’INFLAZIONE ALLE STELLE LA CIPOLLA, DIVENTATA UNO SLOGAN… IL “DITTATORE” ERDOGAN PROMETTE DI RISPETTARE L’ESITO DEL VOTO, MA INTANTO HA FATTO ARRESTARE IL SONDAGGISTA CHE HA PREVISTO LA SUA SCONFITTA

Il quartiere di Shishane, vicino alla famosa Istiklal Kaddesi nel cuore di Istanbul, è una roccaforte dei sostenitori di Kemal Kilicdaroglu, il temibile avversario di Recep Tayyip Erdogan alle elezioni che si tengono oggi. Shishane è un sobborgo alla moda pieno di caffè e ristoranti tipici, liberale e cosmopolita.
Qui si trova anche la famosa Soho House, un club esclusivo della città con una piscina sul terrazzo. Metin, 22 anni, lavora in una farmacia e non nasconde il suo entusiasmo. «Siamo tutti eccitati, ma nello stesso tempo preoccupati per quello che potrà accadere. Gli studenti non hanno più speranza perché qui non c’è lavoro e l’economia è un disastro. Erdogan è come un prestigiatore: promette ma non mantiene nulla. Io vorrei emigrare in Italia, in America o in Olanda ma non ho i soldi per farlo. Erdogan è al potere da 20 anni, bisogna cambiare».
Se si scende in giù da Shishane attraverso una stretta scala si arriva a Kasimpasa.
Qui è nato e cresciuto proprio Erdogan e vivono i suoi più convinti sostenitori. La via centrale è attraversata da sue immagini e tappezzata da bandiere rosse con la mezza luna e la stella bianche. Per la strada la gente è entusiasta e ha in mano dei garofani rossi. È a Kasimpasa che Erdogan ieri ha tenuto il suo ultimo comizio, prima di recarsi a Santa Sofia. La sua gente lo ha accolto tra urla di gioia ed eccitazione.
Dopo un’attesa di circa un’ora il Sultano è comparso. Ha iniziato il suo discorso prima con toni moderati ma pian piano ha caricato la piazza: «La mia è una Turchia moderna, indietro non si torna». Kasimpasa è un quartiere dove vive la classe medio-bassa, per lo più conservatrice, religiosa e tradizionalista. Al comizio c’erano tutti. Bambini, mamme, anziani. Come Aisha, 78 anni, casalinga, che indossa il velo. «Domani voterò per Erdogan e vincerà. Ha portato ordine nel Paese e nessuno patisce più la fame, prima eravamo poveri ora stiamo meglio».
Erodgan promette di accettare un’eventuale sconfitta: «Siamo arrivati al potere in modo democratico. Considereremo legittimo qualsiasi risultato». Ma intanto Kemal Ozkiraz, fondatore dell’istituto di sondaggi Avrasya che ha previsto la sua sconfitta, è finito in custodia ad Ankara.
«Non vorrete mica sacrificare il vostro capo per delle patate e delle cipolle!» ha gridato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, qualche giorno fa, durante un comizio a Giresun, sulle rive del Mar Nero, una delle sue roccaforti. Eppure è proprio così. Questa volta il sultano ha paura di perdere il potere, che detiene da 20 anni, a causa della sua politica economica spericolata.
La cipolla è diventata il simbolo dell’inflazione alle stelle e del carovita che sta affligendo i cittadini turchi. Ingrediente indispensabile nella cucina turca, il prezzo del bulbo è schizzato alle stelle. «Patata, cipolla, addio Erdogan!» cantano i sostenitori di Kemal Kiliçdaroglu, il leader del Chp che guida una variegata alleanza di sei partiti, uniti dall’obiettivo di battere l’attuale presidente oggi nelle urne.
A Fatih, il quartiere nella parte europea della città, all’interno delle mura teodosiane dell’antica Costantinopoli, dove aree molto religiose convivono con altre più cosmopolite, la gente si accalca per prendere il tram.
«L’inflazione? È un’invenzione dei ricchi che buttano le cipolle e le patate nel mare perché così si alzano i prezzi» ci dice un anziano signore. La moglie velata e vestita di nero annuisce. Dentro il mercato i banconi di cipolle e patate si susseguono uno dopo l’altro. Felpa grigia e barba poco curata Ismail ci assicura che i prezzi stanno scendendo: «Non c’è nessuna emergenza» dice. Ma una signora lì accanto lo smentisce.
La maggior parte delle famiglie turche sta vivendo la peggiore crisi del costo della vita dal 2001, l’anno prima che Erdogan arrivasse al potere e riportasse il benessere nel Paese attraverso un vasto piano di risanamento. L’alimentare è il settore più colpito dall’inflazione, stimata in media poco sotto al 50%, ovvero il dato peggiore tra i Paesi emergenti.
Inflazione galoppante, svalutazione della lira, aumento del disavanzo dei conti correnti, fuga degli investitori. La crisi non risparmia i rappresentanti di quella classe media che tanto hanno beneficiato delle politiche dell’Akp tra il 2007 e il 2013. «A causa della politica economica di Erdogan — dice ancora Sönmez — la fiducia degli investitori nel nostro Paese è diminuita e l’invasione russa dell’Ucraina ha influito sull’economia globale, che di conseguenza ha aumentato l’inflazione».
(da Corriere della Sera)

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LA SMANIA PIGLIATUTTO DELLA MELONI STA PROVOCANDO UN TERREMOTO ALL’INTERNO DEL SUO PARTITO: TRA I FRATELLI D’ITALIA SERPEGGIANO MALUMORI, INVIDIE E ANTIPATIE

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

CROSETTO IN POCHI GIORNI HA INGOIATO I NIET AI SUOI CANDIDATI SIA IN LEONARDO SIA IN GDF… E POI C’È LA RAI: PORTARE CHIOCCI AL TG1 SIGNIFICA SOSTITUIRE AL TG2 NICOLA RAO, MOLTO GRADITO DAL CORPACCIONE DI FDI E A GENNARO SANGIULIANO… IL “FASTIDIO” DI FAZZOLARI, MESSO AI MARGINI DA MANTOVANO

Una vittoria a tutto campo, che può risultare costosa in termini di leadership. Può trasformarsi in una corsa solitaria per Giorgia Meloni, sempre più forte e per questo paradossalmente indebolita.
La smania pigliatutto crea malumori, alimenta antipatie e tramuta amici e alleati in avversari tenaci. Ne sanno qualcosa due predecessori della premier a palazzo Chigi, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, pervasi entrambi da una smania napoleonica che alla lunga gli è stata fatale.
Il successo di Meloni è evidente: Andrea De Gennaro diventerà il nuovo comandante della Guardia di finanza come voleva fin dall’inizio la leader di Fratelli d’Italia, in stretta collaborazione con il sottosegretario e fedelissimo Alfredo Mantovano.
La coppia ha però azzerato le velleità di due alleati di peso come il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il ministero dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Lasciando ai margini anche l’altro gran cerimoniere delle nomine, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Saranno proprio Giorgetti e Crosetto a formulare la proposta nel prossimo Consiglio dei ministri. I due sconfitti della partita fiamme gialle devono ingoiare la beffa di doverla fare propria, apponendo firma e controfirma.
Meloni e il suo inner circle gongolano per l’ennesima prova di forza vinta. Eppure la storia dovrebbe insegnare che i trionfi sono forieri di problemi, specie se le dimensioni del trionfo sono eccessive. Non solo per le vendette di chi ha perso, ma soprattutto dei rancori degli alleati. All’interno di Fratelli d’Italia il clima non è più fraterno come un tempo. Crosetto, soprattutto, ha ingoiato in pochi giorni i niet ai suoi candidati sia in Leonardo sia in Gdf.
La voracità sugli incarichi degli apparati di sicurezza e delle partecipate è destinata a estendersi sulla Rai. L’affidamento della direzione del Tg1 all’ex inchiestista Gian Marco Chiocci, oggi direttore dell’agenzia di stampa AdnKronos, è un’impuntatura di Meloni, che non piace affatto a tutto il partito.
Riuscisse nell’operazione, la prima conseguenza sarà la sostituzione di Nicola Rao al Tg2, molto gradito dal corpaccione di Fratelli d’Italia e soprattutto dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Rao è stato un suo perfetto delfino
Parlare di fronde è prematuro, il malcontento tuttavia lievita. In FdI si intrecciano altri personalismi, come quello dei due sottosegretari. Fazzolari vede con dispiacere come Mantovano lo abbia sostituito come principale braccio esecutore della premier.
La partita delle nomine ha lasciato strascichi tra gli alleati. Giorgetti ha deluso più di un ministro, che si attendeva una resistenza più ardita ai desiderata di Meloni. Ha prevalso l’approccio accondiscendente del leghista, che però è stato lasciato solo dal leader del suo partito, Matteo Salvini, concentrato sulla nomina di Vittorio Pisani come capo della polizia (con l’appoggio del solito Mantovano) e sulla gestione della galassia Ferrovie. In ballo c’era la cassaforte di Rfi e la vetrina di Trenitalia.§
Ora, le nomine sono state decise. Gianpiero Strisciuglio sarà amministratore delegato di Rfi e Dario Lo Bosco sarà presidente, mentre in Trenitalia Luigi Corradi resterà ad, mentre diventerà presidente Stefano Cuzzilla, prendendo il posto di Michele Pompeo Meta […]. Si tratta di quattro dirigenti interni con esperienza, che hanno fatto carriera nelle rispettive aziende. Salvini e Meloni hanno evitato ingerenze e bracci di ferro.
(da Domani)

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“CANALE ITALIA”, EMITTENTE PADOVANA DI PROPRIETÀ DI LUCIO GARBO, CONSULENTE DEL MINISTRO DEL MADE IN ITALY URSO, È STATA MULTATA PER AVER TRASMESSO CHATLINE EROTICHE DAL 20 AL 26 FEBBRAIO 2022

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

NON POTEVA FARLO, VISTO CHE LA TV SI TROVA NEL “PRIMO ARCO DI NUMERAZIONE” DEL DIGITALE – I “TITOLI” STRACULT PER ACCALAPPIARE I TELESPETTATORI: “SODOMIZZAMI”; “PATTY E LA SUA FRAGOLINA”; “TRANSEX MANDINGO EXTRALARGE”

“Trans Ruby 8^ Misura… Sodomizzami… Calde ragazze in Linea… Transex Mandingo Extralarge… Patty e la sua fragolina… Giovani tettone… Ragazze fetish…”. Non serve il testo in sovrimpressione sullo schermo, accompagnato da un numero prefissato dall’899, per dimostrare che quello andato in onda dal 20 al 26 settembre 2022 non era un programma “di qualità”.
Bastavano le donne “solo succintamente vestite”, che si agitavano suadenti e col telefono in mano, per capire che – nottetempo – l’emittente Canale Italia ha trasmesso una “promozione di servizi telefonici anche a valore aggiunto del tipo messaggeria vocale, hot-line, chat-line, one-toone… destinato a un pubblico di soli adulti”.§
Peccato che, essendo l’emittente padovana con sede a Rubano inserita nel “primo arco di numerazione” (da 1 a 99) del digitale terrestre, non possa ospitare (neppure dall’1.30 alle 5 del mattino) un palinsesto per soli adulti. E peccato che l’editore Lucio Garbo, a capo di un gruppo di 25 emittenti, tra cui Canale Italia, sia consulente di Adolfo Urso, padovano anche lui, ministro delle imprese e del made in Italy, con delega sulle telecomunicazioni.
Il ruolo di Garbo (a titolo gratuito) era emerso a febbraio quando l’interessato aveva partecipato a un incontro promosso da Urso con i rappresentanti delle emittenti italiane.
Implacabile, il Co.Re.Com del Veneto ha monitorato le trasmissioni e accertato una violazione del decreto 208/21 che impone alle emittenti dal basso numero di canale la diffusione di programmi “di qualità”, vietando quelli per soli adulti.
L’Autorità garante delle comunicazioni ha definito “di elevata gravità” il comportamento della società e le ha inflitto una sanzione amministrativa di 7.224 euro, pari a 1.032 euro per ognuna delle sette serate bollenti andate in onda.
(da Il Fatto Quotidiano)

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FRANCESCO ROCCA INIZIA A FARE QUELLO PER CUI È STATO ELETTO: CONSEGNARE LA SANITÀ LAZIALE AGLI ANGELUCCI

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE ANNUNCIA DI AVER DESTINATO 23 MILIONI DI EURO AI PRIVATI PER DECONGESTIONARE I PRONTO SOCCORSO DEGLI OSPEDALI ROMANI. LA METÀ, 10,2 MILIONI, SAREBBERO ANDATI DRITTI AL GRUPPO DEL DEPUTATO LEGHISTA, ANTONIO ANGELUCCI

Dal « Prima gli italiani » tanto caro sia a FdI che alla Lega nel Lazio si è passati a «Prima gli Angelucci». La giunta regionale presieduta da Francesco Rocca ha dato il via libera agli accreditamenti di nuovi posti nella sanità privata e i maggiori benefici sono nuovamente per il deputato leghista Antonio Angelucci, che da portantino del San Camillo è diventato re delle cliniche.
Il 5 maggio scorso il governatore ha annunciato di aver destinato 23 milioni di euro ai privati per decongestionare i pronto soccorso dei principali ospedali di Roma. I pazienti potranno così essere trasferiti anche nelle strutture accreditate.
Non è ancora ben chiaro dove verranno recuperati i fondi, visto che nella delibera di giunta da un lato si parla di ulteriori risorse e dall’altro di un provvedimento che «non comporta oneri a carico del bilancio regionale, in quanto gli stessi gravano sui bilanci delle Aziende sanitarie » , con l’apparente conseguenza che sembrano ridursi le somme da utilizzare nelle strutture pubbliche a vantaggio di quelle private.
Al di là dell’aspetto strettamente contabile, è però presto emerso che quasi la metà di quei 23 milioni, 10,2 per l’esattezza, sarebbero andati al gruppo Angelucci. Buona parte dei 350 posti letto aggiuntivi voluti dalla Regione verranno dunque acquistati dal San Raffaele di Rocca di Papa, San Raffaele Portuense, Irccs San Raffaele Pisana, San Raffaele Montecompatri e San Raffaele Flaminia.
Il 5 maggio scorso quella dei 23 milioni di euro non è stata però l’unica delibera regionale relativa alla sanità laziale approvata. La giunta di Francesco Rocca, che prima di essere eletto è stato presidente del CdA della Fondazione San Raffaele e che ha scelto come direttore della direzione regionale Alessandro Ridolfi, che a sua volta è membro del collegio sindacale tanto della San Raffaele quanto della finanziaria Tosinvest, la cassaforte del gruppo Angelucci, ha dato il via libera infatti al riaccreditamento proprio del San Raffaele di Rocca di Papa, la struttura che nel 2020 si trasformò in un enorme cluster, dove morirono per Covid oltre 40 anziani e 170 rimasero contagiati, e a cui, aperta anche un’inchiesta dalla Procura di Velletri, l’allora assessore regionale alla sanità Alessio D’Amato aveva tolto appunto l’accreditamento.
A quel centro andranno 5,1 milioni di euro sui 23 previsti per i 350 posti letto aggiuntivi e potrà soprattutto tornare a godere di 95 posti letto per lungodegenti, 80 posti in Rsa, un laboratorio analisi, 16 posti nell’hospice e 64 per trattamenti domiciliari di pazienti seguiti dall’hospice, tutti accreditati. E non è tutto. Il 5 maggio la giunta Rocca infatti ha anche ampliato i posti accreditati della Rsa San Raffaele Flaminia, che ha ora un totale di 60 posti in accreditamento, e della Medica Group, sempre degli Angelucci, che gode ora di 60 posti per lungodegenti, 24 posti residenziali hospice, 96 in trattamento domiciliare e 20 nella Rsa accreditati. L’esecutivo regionale infine ha dato altri 16 posti accreditati alla Rsa Villa Carla di Fiumicino, della società Italcliniche, e ha portato a 80 i posti accreditati della Rsa Salus della società omonima.
(da La Repubblica)

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PER RICUCIRE GLI STRAPPI TRA MELONI E MACRON DEVE SEMPRE INTERVENIRE MATTARELLA

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

IL CAPO DELLO STATO SARÀ A PARIGI PER L’INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA SULLE CERAMICHE DI CAPODIMONTE AL LOUVRE

Prove di disgelo. Una settimana dopo l’attacco frontale di Gérald Darmanin al governo italiano (Meloni «non è capace di gestire la pressione migratoria», aveva sentenziato il ministro dell’Interno francese), tra Roma e Parigi si prova a far tornare il sereno.
Nessuna scusa formale, per il momento. Ma l’Eliseo prova comunque a porgere un ramoscello d’ulivo. Facendo sapere che tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni ci sarà «certamente» un’occasione di confronto a due nei prossimi giorni. Magari già alla riunione Consiglio d’Europa di Reykjavik, in calendario per martedì e mercoledì. Oppure al G7 di Hiroshima che si aprirà due giorni dopo.
Un nuovo faccia a faccia chiarificatore, insomma, per sgombrare il campo dalle nubi che negli ultimi giorni sono tornate a offuscare il sereno faticosamente recuperato tra i due Paesi
Per il momento, fanno sapere dal palazzo presidenziale francese, nessun bilaterale Meloni-Macron è previsto al vertice nella capitale islandese. Ma questo non significa che non si possa comunque trovare l’occasione per uno scambio a margine dell’evento.
Gli scontri sull’immigrazione non hanno nemmeno sospeso i lavori di preparazione sulla visita a Parigi del presidente Sergio Mattarella, che dovrebbe essere nella capitale francese all’inizio di giugno. Forse l’8, in occasione della grande stagione culturale napoletana che si aprirà con la mostra del Capodimonte al Louvre il giorno precedente. C’è chi fa notare che fu proprio in nome di un altro artista, Leonardo, che Mattarella e Macron ricucirono lo strappo del 2019 con l’allora governo gialloverde di Giuseppe Conte, ritrovandosi entrambi sulla tomba del genio da Vinci a Amboise. Questa volta, invece, galeotta potrebbe essere Napoli.
Anche per questo, per creare le condizioni affinché il viaggio di Mattarella avvenga senza imbarazzi, era necessario che i due Paesi tornassero a tendersi la mano, mettendo fine alle divergenze dei giorni scorsi. Ecco perché dietro le quinte si è continuato a lavorare per puntellare le relazioni bilaterali. In particolare dentro al Quai d’Orsay, la Farnesina d’Oltralpe, dove sono operativi i tecnici incaricati di far vivere la “cooperazione rafforzata” prevista dal Trattato del Quirinale.
E dove il canale di dialogo con il ministero degli Esteri italiano, e con il suo titolare Antonio Tajani non è mai venuto meno. Del resto le relazioni tra il vicepremier italiano e la sua omologa parigina Catherine Colonna vengono comunque definite «ottime»: «Se Tajani ha annullato il viaggio a Parigi la settimana scorsa è perché andava dato un segnale si spiega non certo perché tra i due si fossero incrinati i rapporti».
All’Eliseo hanno apprezzato l’atteggiamento della premier, che ha scelto di non cavalcare la polemica sulle parole di Darmanin (almeno fino a ieri, quando Meloni ha messo in chiaro che «in politica estera non ci inchiniamo a nessuno»). Se il prossimo faccia a faccia con Macron andrà come da entrambi i lati delle Alpi ci si augura, i tempi per il viaggio a Parigi potrebbero essere maturi. Anche se dall’Eliseo, per il momento, si precisa che a questo proposito «non ci sono date confermate».
(da il Messaggero)

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DANIELA SANTANCHÉ HA GIÀ TROVATO IL NOME DEL PRESIDENTE DELL’ENTE NAZIONALE PER IL TURISMO ITALIANO: FLAVIO BRIATORE

Maggio 14th, 2023 Riccardo Fucile

SONO AMICI E SOCI IN AFFARI DA ANNI. APPENA ARRIVATA AL GOVERNO, GLI HA VENDUTO LE QUOTE DEL TWIGA. SECONDO L’IDEA DELLA MINISTRA, BRIATORE È L’AMBASCIATORE IDEALE DELL’ITALIA ALL’ESTERO” (ESTICAZZI DEL POTENZIALE CONFLITTO DI INTERESSI)

L’obiettivo è ambizioso: trasformare l’Ente nazionale per il turismo italiano (Enit) nel “braccio operativo nell’attuazione delle politiche di promozione del made in Italy nel mondo”. Così ha deciso la ministra Daniela Santanchè che ha riformato l’ente facendolo diventare una spa. Dopo la non brillante, seppur molto visualizzata campagna Open to meraviglia, arriva la svolta. Il governo Meloni punta molto sul nuovo Enit. E la ministra di FdI ha già trovato il nome del presidente dell’ente: Flavio Briatore. L’imprenditore ha ricevuto l’offerta per il nuovo incarico. Ed è subito Open to Twiga.
La “Santa” e “il Flavio” sono amici e soci in affari da anni. Appena arrivata al governo, dovendo occuparsi con la sua delega anche di spiagge, gli ha venduto le quote del poco spartano stabilimento balneare di Forte dei Marmi (un’altra percentuale è andata al compagno di lei, Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena). Secondo l’idea della ministra, Briatore è l’ambasciatore ideale dell’Italia all’estero
E’ il cultore della destra billionaire: cantieri aperti, riforma della giustizia, abolizione del reddito di cittadinanza, turismo come come eccellenza su cui puntare tutto. Ecco perché Santanchè ha pensato a lui per affidargli la presidenza di questa scatola magica, l’Enit, destinata a diventare il megafono del Belpaese. Nonché la cassaforte di una promozione mirata in tutto il globo terracqueo.
Briatore si è preso qualche giorno di tempo per decidere, ma gli è stato fatto sapere che anche a Palazzo Chigi sarebbero molto contenti della nomina.
(da Il Foglio)

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