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CHE BEGLI AMICI CHE HA GIORGIA MELONI IN EUROPA: VIKTOR ORBAN SI SCAGLIA CONTRO L’ACCORDO SUI MIGRANTI: “POLONIA E UNGHERIA SONO STATE STUPRATE LEGALMENTE DALL’UNIONE”

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

“SE SEI LEGALMENTE COSTRETTO AD ACCETTARE QUALCOSA CHE NON TI PIACE, UN COMPROMESSO È IMPOSSIBILE”… ANCHE IL POLACCO MORAWIECKI (ALLEATO DELLA DUCETTA NEL GRUPPO ECR) SI OPPONE, E CON IL SUO VETO IMPEDISCE UN ACCORDO… MA CACCIATELI A CALCI IN CULO

L’emergenza immigrazione al centro del dibattito, con la “bomba” scagliata dal presidente ungherese Viktor Orbán. Che afferma che Polonia e Ungheria sono state “stuprate legalmente” dall’Unione: una provocazione, certo, ma che scuote il confronto.
Le parole di Orbán riguardano il Patto sulla migrazione che Budapest e Varsavia, secondo il primo ministro magiaro, sarebbero state costrette a digerire. “Se sei legalmente stuprato, costretto ad accettare qualcosa che non ti piace, come pensi di raggiungere un compromesso? È impossibile”, dice Orbán escludendo ogni possibilità di accordo “non solo ora ma anche negli anni a venire”.
La riunione dei big d’Europa con un convitato di pietra: il presidente tunisino Kais Saied. Pochi lo nominano, tutti lo evocano a Granada, nella mattinata che apre il consiglio Ue. Giorgia Meloni non ha dubbi: bisogna lavorare ancora per attuare il Memorandum firmato con il leader dello Stato africano, malgrado i dissensi espressi ad alta voce da Olaf Scholz e Charles Michel.
L’asse saldato della premier italiana e dell’omologo britannico Rishi Sunak ha riaperto i giochi: “ siamo aperti a discutere nuove intese volte a bloccare le partenze”, scrivono i due capi di governo conservatori in una lettera a doppia firma che ne conferma il feeling.
Saied rifiuta i fondi Ue, e Meloni ha interpretato questo gesto dicendo di capirlo: “Dice una cosa che e a volte ho detto anche io. Non possiamo credere che il nostro rapporto con il Nord Africa si limiti a pagare i Paesi per trattenere la migrazione illegale”.
E Saied stamattina ha fatto arrivare un messaggio chiaro ai leader riuniti al consiglio europeo di Granada: “Il nostro Paese tratterà con i suoi partner su un piano di parità in un quadro di rispetto reciproco”.
In realtà, Saied sarebbe irritato proprio per il fatto che i fondi, circa 200 milioni considerati irrisori, non sono arrivati: le uniche risorse stanziate da Bruxelles, ma relative a un vecchio accordo, sono limitate a 60 milioni.
Resta il fatto che il “patto dei sei” (Italia, Gb, Albania, Olanda, Francia, Commissione Ue) siglato ieri, che ha partorito un piano in otto punti, serve a Meloni a dire che in Europa non è isolata ma si pone su una strada vista con perplessità di chi ritiene sbagliato trattare con un autocrate poco rispettoso dei diritti civili.
In ogni caso, il memorandum è uno degli scogli del bilaterale con Olf Scholz – non presente (come l’altro leader socialista, lo spagnolo Sanchez) all’incontro dei sei di ieri.
In un quadro di generale difficoltà a chiudere con una dichiarazione comune il consiglio europeo, proprio per l’opposizione dei due alleati di Meloni – Morawiecki e Orban – alle norme sull’immigrazione sulle quali vorrebbero potere di veto.
La premier stamattina ha visto il premier polacco, Ma, nella frenetica ricerca di una via d’uscita alla crisi migratoria, adesso è stretta fra due fuochi.
Fra nuove intese con Londra e vecchi amici dell’Est sempre meno contenti.
(da agenzie)

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PER SALVINI SI METTE MALE, SUL VIDEO DI CATANIA SI MUOVE LA PROCURA PER ACCERTARE CHI GLIELO HA ILLECITAMENTE PASSATO VIOLANDO L’ART. 326 DEL CODICE PENALE

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI CATANIA CONFERMA LA APOSTOLICO AL SUO INCARICO… ESPOSTO IN PROCURA DI BONELLI (VERDI). IL PD: “PIANTEDOSI RIFERISCA IN AULA”

«La caccia scatenata da Matteo Salvini alla persona della giudice Iolanda Apostolico è davvero incredibilmente grave e la vicenda merita risposte, che il ministro Piantedosi deve dare. Come è uscito e da dove quel filmato? Chi lo ha confezionato? Esistono forse archivi dedicati? Il fatto solleva interrogativi inquietanti». Lo dichiarano i senatori del Pd Anna Rossomando e Walter Verini annunciando un’interrogazione sul tema al ministro Piantedosi.
La vicenda riguarda il video postato dal vicepremier relativo a una manifestazione del 2018, quando a Catania si protestava per chiedere lo sbarco degli immigrati sulla nave Diciotti e nel quale si vede, tra la folla, la giudice Iolanda Apostolic
Apostolico e quel video postato da Salvini, Fontana (Csm): “Da cittadina poteva manifestare, sbagliato dire che un giudice così mette a repentaglio la sicurezza dello Stato”
L’esposto di Bonelli
Il leader dei Verdi e deputato di Avs Angelo Bonelli ha depositato in procura un esposto riguardante il video sulla giudice Apostolico, diffuso dal ministro Salvini sui social, «affinché verifichi se vi sia stata violazione dell’art.326 del codice penale, chiedendo di perseguire i soggetti che ne dovessero risultare responsabili, e per tutti quei reati che nei fatti esposti dovessero essere ravvisati». Lo annuncia in un Comunicato lo stesso Bonelli. L’articolo 326 del codice penale persegue la diffusione di notizie che devono rimanere segrete da parte di un pubblico ufficiale.
“Se fosse confermato che il video pubblicato dal sen. Matteo Salvini sia materiale proveniente dagli uffici della Polizia di Stato – afferma Bonelli -, ci troveremmo di fronte ad un caso di rilevante gravità. Un video di oltre 5 anni fa viene riesumato non ai fini di evidenziare reati – perché se così fosse avrebbero dovuto essere perseguiti d’ufficio 5 anni fa – e nessun reato è stato commesso in quella manifestazione, ma per diventare strumento in mano al segretario nazionale della Lega Matteo Salvini, con lo scopo di alimentare uno scontro politico contro le decisioni assunte della magistratura e contro una parte delle forze politiche di opposizione».
I deputati nell’esposto si chiedono se esista o meno una banca dati in grado di catalogare i cittadini, anche incensurati, che partecipano alle manifestazioni e chi ha accesso a questi dati. Ora i magistrati, guidati dal procuratore Franco Lo Voi, dovranno aprire un fascicolo oppure inviare gli atti ai colleghi catanesi.
A questo punto i pm potrebbero chiedere alla polizia di effettuare verifiche interne e sentire i testimoni coinvolti in questa vicenda a partire da Matteo Salvini e dal leghista catanese, l’ex carabiniere Anastasio Carrà.
Chi ha ripreso con lo zoom il volto della giudice e chi l’ha ritirato fuori a tempo debito quando serviva a colpire la firmataria delle sentenze che hanno messo in difficoltà l’esecutivo?
Apostolico non sarà spostata ad altri incarichi
Non ci saranno modifiche nell’organizzazione interna del tribunale di Catania. Iolanda Apostolico, la giudice che non ha convalidato il trattenimento di 4 tunisini e che è finita nelle polemiche per aver partecipato a una manifestazione di protesta contro le politiche sull’immigrazione dell’ex ministro Salvini, secondo quanto si apprende, resterà al Gruppo specializzato per i diritti della persona e della immigrazione.
(da agenzie)

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LA RICOSTRUZIONE DIMENTICATA DALLA MELONI

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

NELLE ZONE ALLUVIONATE E’ ARRIVATO SOLO UN DECIMO DELLE RISORSE STANZIATE

Il governo ha messo qualche centinaio di euro in più per l’Emilia-Romagna, ma i fondi restano in stand-by.
Il commissario Figliuolo è riuscito a sbloccare solo 400 milioni di euro degli oltre 4 miliardi a disposizione. Intanto la maggioranza boccia le proposte migliorative dalle opposizioni.
Le colate di fango si sono seccate, l’acqua che aveva invaso le città si è asciugata, e gli angeli che hanno spalato per giorni sono tornati a casa. Ma il dramma dell’alluvione non è diventato un ricordo, le popolazioni colpite in Emilia-Romagna attendono ancora risposte e i soldi promessi, i famosi ristori al 100 per cento garantiti dal governo a famiglie e imprese. La ricostruzione è finita nelle nebbie. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha tolto gli stivali e nelle zone alluvionate non si è fatta più vedere.
DECRETO ASSET E ALLUVIONE
La destra si è limitata ad aumentare la dotazione economica per la ricostruzione privata con il decreto Asset approvato nelle ultime ore alla Camera con l’ennesima fiducia. Il rischio di contestazione è troppo alto, meglio stare lontani. E ci sono buone ragioni per temere l’ira popolare. A cinque mesi dalla catastrofe che ha flagellato la zona, ai territori sono stati girati circa 400 milioni di euro.
Una somma che corrisponde a meno del 10 per cento rispetto ai 4 miliardi e mezzo stanziati nel complesso dal governo. La quota scende al 5 per cento considerando le risorse necessarie in totale: dopo la prima ricognizione la stima dei danni ammontava a 8-9 miliardi di euro. Gli amministratori locali avevano chiesto un rapido intervento per erogare i ristori prima possibile e garantire i lavori prima dell’arrivo dell’autunno e di potenziali nuove piogge devastanti. Possono arrivare su luoghi martoriati e non in grado di reggere a eventuali emergenze.
L’Emilia-Romagna è stata cancellata dall’elenco delle priorità politiche. La partita è stata affidata nelle mani del commissario Francesco Paolo Figliuolo, almeno fino al prossimo anno come previsto dal decreto di nomina. Poi si vedrà. Solo che il generale è costretto a fare i conti a sua volta con i ritardi accumulati. Il trasferimento ufficiale delle competenze è stato completato solo a inizio settembre, quattro mesi dopo l’alluvione. Appena insediatosi, Figliuolo ha fatto quel che ha potuto, firmando le ordinanze che hanno sbloccato le risorse. Ma sono, appunto, solo una piccola parte. «E non per sue responsabilità», spiegano fonti vicino al dossier.
Nel frattempo, la maggioranza non ha voluto accogliere nessuno degli emendamenti presentati al decreto Asset, concentrandosi sul maquillage di risorse. «Sono aumentati di 370 milioni di euro, per il 2023, i fondi per la ricostruzione privata nelle zone alluvionate. Gli stanziamenti già previsti passano da 120 a 490 milioni», ha ricordato la deputata di Forza Italia, Erica Mazzetti.
UN CASO DI SCUOLA
Un incremento che fa lievitare le somme a disposizione, ma non favorisce il loro impiego. E così possono scaturire dei casi simili a quelli dei 10 milioni di euro, messi a disposizione per le scuole alluvionate e poi spostati sulla riqualificazione di Caivano. Un gioco a somma zero del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha provato a giustificarsi: «Questi interventi, per espressa disposizione di legge, erano ammissibili entro la data del 31 agosto, in quanto normativamente vincolati alla fase della prima emergenza, nel cui ambito le istituzioni scolastiche hanno potuto agire anche avvalendosi di importanti semplificazioni procedurali».
Il ragionamento è l’ammissione di una sconfitta: siccome ci sono stati ritardi, i soldi sarebbero stati inutilizzabili. Meglio impiegarli altrove, ovviamente, con buona pace degli studenti dell’Emilia-Romagna. Del resto Meloni non vuole aprire alcun confronto. Durante l’esame al Senato non c’è stata alcuna volontà di apertura al confronto con le forze politiche di minoranza. C’è stato un muro totale, per esempio, di fronte alla richiesta di prevedere un credito d’imposta e finanziamenti agevolati per la ricostruzione.
Sul tavolo erano arrivate le idee di diversi partiti, dal Movimento 5 stelle a Italia viva, dal Partito democratico fino a Forza Italia che con il senatore Adriano Paroli aveva presentato una proposta emendativa. L’esito è stato sempre lo stesso: un secco “no” della maggioranza. Il motivo? Gli oneri aggiuntivi sulle casse pubbliche. Insomma, su questo capitolo di spesa l’esecutivo non ha voluto metterci nemmeno un euro.
«Il problema alla base è l’assenza delle procedure, ancora oggi ci sono decine di chilometri a causa dell’alluvione. In particolare, cresce il disagio nelle zone di montagna. Bastava invece riproporre lo schema della ricostruzione post sisma in Emilia, all’insegna della collaborazione tra istituzioni», dice a Domani il senatore del Pd, Daniele Manca, che nel corso dell’approvazione del decreto Asset ha cercato di introdurre miglioramenti alle norme sulla ricostruzione. «Meloni – prosegue il parlamentare dem – ha scelto una modalità che non favorisce una soluzione della vicenda le competenze tra diversi ministeri». Un tentativo di non scontentare nessuno nella compagine governativa. Ma soprattutto di limitare al massimo i poteri del presidente della Regione, Stefano Bonaccini. Un avversario da azzoppare, a tutti costi, per le elezioni, sia che corra per le Europee e sia che ottenga la possibilità di correre per un terzo mandato da governatore.
(da editorialedomani.it)

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IL TRUCCO DEL GOVERNO PER FAVORIRE LA LOBBY DEI BALNEARI: DICHIARARE CHE IL 67% DELLA COSTA IN ITALIA E’ LIBERA, CALCOLANDO TUTTI I TRATTI INACCESSIBILI

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

COSI’ NON SI APPLICA LA BOLKENSTEIN E ADDIO LIBERALIZZAZIONE DEI PREZZI

Il 33% circa delle aree demaniali delle coste, un terzo del totale, è in concessione. Il 67% delle coste italiane è dunque libero. Con questo dato si è concluso il lavoro del tavolo tecnico istituito a maggio presso la Presidenza del Consiglio per definire i criteri per determinare la sussistenza o meno della scarsità della risorsa naturale disponibile. La scarsità farebbe applicare la direttiva Bolkestein alle concessioni balneari.
Il dato con cui si conclude il lavoro del tavolo tecnico a Palazzo Chigi è per le associazioni balneari la conferma che la risorsa naturale disponibile non è scarsa, e quindi non si applica a questo settore la direttiva Bolkestein.
Regole Ue che costringono a nuove gare, dal 2024 secondo le ultime decisioni del Consiglio di Stato, o dopo il 2024 secondo il rinvio previsto dal decreto Milleproroghe.
L’orizzonte non è del tutto chiaro neanche a chi lavora nel settore. Intanto, da quanto fanno filtrare fonti di centrodestra, quella percentuale è il punto di partenza per avviare l’interlocuzione con la Commissione Ue. Le associazioni dei balneari chiedono di far proseguire il tavolo per mappare anche le coste di laghi e fiumi.
Il tavolo
Il tavolo è stato confermato dall’ultimo decreto Milleproroghe (che ha allungato la validità delle concessioni fino al 31 dicembre 2024) come strumento per procedere alla mappatura di tutte le concessioni, per verificare la quantità di spiagge già occupate e di quelle che ancora possono essere date in concessione.
Il 67% delle spiagge può essere teoricamente oggetto di nuove concessioni, a fronte di un 33% che è già oggetto di titoli o di domande in corso. Sono i numeri chiave che saranno giocati a Bruxelles come carta estrema per evitare di mettere a gara tutte le concessioni, limitando le procedure solo ai tratti di costa liberi.
A quel punto le concessioni già in essere, secondo i parlamentari della maggioranza che sostengono le posizioni dei balneari, potrebbero essere prorogate. È una tesi ardita alla luce dei precedenti della direttiva Bolkestein e non c’è piena condivisione nel governo.
I lavori sono partiti dall’acquisizione dei dati relativi ai rapporti concessori in essere e alla quantità e qualità delle risorse demaniali marittime, lacuali e fluviali disponibili. Successivamente, si è passati alla definizione dei criteri tecnici per la determinazione della sussistenza della scarsità della risorsa naturale disponibile, tenuto conto sia del dato complessivo nazionale sia di quello disaggregato a livello regionale e della rilevanza economica transfrontaliera.
La posizione della Corte di giustizia Ue
La Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C-348/22 sul tema delle concessioni balneari ha chiarito che le concessioni di occupazione delle spiagge italiane non possono essere rinnovate automaticamente ma devono essere oggetto di una procedura di selezione imparziale e trasparente. I giudici nazionali e le autorità amministrative sono tenuti ad applicare le norme pertinenti di diritto dell’Unione, disapplicando le disposizioni di diritto nazionale non conformi alle stesse.
(da il Sole24Ore)

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STIPENDI, PERCHE’ GUADAGNIAMO MENO DEL 1990 IN TERMINI REALI?

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

COME SI PUO’ ALZARE LA BUSTA PAGA

L’inflazione è una grande tassa che pesa in particolare sui redditi fissi da lavoro dipendente. Prendiamo un barista e un operaio. A parità di aumento dei prezzi, il barista potrà aumentare le sue entrate alzando il prezzo del caffè, recuperando così, almeno in parte, la crescita dei costi. Per l’operaio è più difficile. Perché i contratti di lavoro si rinnovano se va bene ogni tre anni (ma spesso ci vuole più tempo, tant’è che oggi oltre il 50% dei contratti è scaduto). Da qui l’emergenza salari, contro cui sabato 7 ottobre la Cgil scende in piazza con una manifestazione nazionale.
Il vero indicatore
La vera misura di quanto guadagnano le persone è quello che in economia si chiama salario reale, cioè il salario rapportato ai prezzi. Secondo i dati Ocse, l’Italia è tra le grandi economie il Paese in cui i salari reali sono diminuiti di più dal nell’ultimo anno. Meno 7,3%. Il problema è che piove sul bagnato. Nel senso che i salari reali in Italia, sempre secondo l’Ocse, erano già scesi del 2,9% dal 1990 al 2020. Insomma, l’alta inflazione generata dalla guerra in Ucraina e della veloce ripresa post Covid aggrava un problema che avevamo già. Se fino a questo punto i protagonisti della storia sono due — i salari e i prezzi — per capire che cosa stia succedendo bisogna introdurre un terzo attore: la produttività. La produttività è la quantità di prodotto che si riesce a sfornare nell’unità di tempo. Prendiamo due fabbriche che producono bicchieri identici, di pari qualità. Se nella prima ogni lavoratore ne produce due all’ora e nella seconda tre all’ora è evidente che la seconda realtà è decisamente più produttiva. Avrà bisogno di meno dipendenti per produrre la stessa quantità di bicchieri. Di conseguenza avrà costi più bassi e si potrà permettere anche di pagare retribuzioni più alte.
Anni Novanta: lo spartiacque
Il problema dell’Italia è che la nostra produttività ha smesso di crescere da un pezzo. Precisamente dalla metà degli anni Novanta, e infatti è da allora che le retribuzioni reali hanno smesso anch’esse di crescere. Dal 2000 al 2020, secondo l’Eurostat, in media la produttività in Italia è aumentata dello 0,33% l’anno contro l’1% della Germania e lo 0,94% della Francia. Tutto questo era già un problema prima che arrivasse l’inflazione, ma ora lo è ancora di più. Se crescesse la produttività si potrebbero aumentare le retribuzioni compensando almeno in parte la crescita dei prezzi, e nello stesso tempo non si metterebbe in difficoltà l’economia. Quest’ultima postilla è fondamentale. In realtà i salari potrebbero aumentare anche senza che cresca la produttività. Ma in quel caso si metterebbe in atto una controproducente spirale prezzi-salari. Torniamo al barista dell’esempio precedente: se il suo dipendente pretende un aumento perché il carrello della spesa è cresciuto, allora il barista, a parità di produttività, potrebbe reagire aumentando a suo volta il prezzo del caffè per recuperare quanto ha sborsato in più. Ma se tutti si comporteranno così allora tutti i prezzi aumenteranno. E il dipendente chiederà un secondo aumento. Il solito cane che si morde coda. Se invece aumentasse la produttività, si potrebbero incrementare le buste paga senza bisogno di alzare subito i prezzi. Insomma, senza rivalersi sul consumatore.
La spirale ferma ai box
In realtà nel nostro Paese, nonostante la produttività sia ferma al palo, la temuta spirale prezzi salari non è mai partita. Questo è avvenuto prima di tutto grazie a un sistema di contrattazione pensato e varato nel 1993 anche nell’ottica di stabilizzare i prezzi ed evitare la spirale. Come si diceva all’inizio in Italia i contratti vengono aggiornati se va bene ogni tre anni. E poi la contrattazione si svolge a due livelli: nazionale e aziendale. Ma a livello aziendale la contrattazione è praticata solo dal 26% delle imprese. E poi c’è da dire che, in generale, nei settori dove la produttività è bassa contrattare è più difficile. Il settore chimico produce ricchezza, ha investito, è all’avanguardia, e infatti i contratti si rinnovano appena scaduti e, di solito, con discreti aumenti. Lo stesso si può dire per la metalmeccanica. Ma nei settori a bassa produttività, soprattutto nei servizi, si spuntano aumenti risicati. Basti pensare alla vigilanza dove il contratto nazionale è stato rinnovato di recente e i lavoratori guadagnano 5,37 euro l’ora, ben sotto dei nove euro che l’opposizione vorrebbe come salario minimo.
Un comitato al Cnel
Tutto risolto allora? Non proprio. Se la «tassa» generata dall’inflazione è pagata per la quasi totalità dai lavoratori dipendenti allora è tutto il Paese ad avere un problema. Non bisogna dimenticare che oltre il 60% del nostro prodotto interno lordo è legato dai consumi interni, delle persone che abitano sul nostro territorio. Se il valore reale delle retribuzioni si abbassa così tanto e così velocemente è tutta l’economia che ne risente. E questo è un rischio soprattutto oggi perché la frenata dei consumi interni non può essere compensata da un aumento delle esportazioni visto che la locomotiva tedesca a cui siamo strettamente agganciati sta rallentando e anche l’economia cinese è in stallo. È arrivato il momento di mettere la produttività al centro. Avremmo dovuto farlo prima ma ora non si può più rimandare. Dal 2016, a seguito di una raccomandazione del Consiglio europeo, molti Paesi dell’Unione hanno nominato dei comitati per la produttività. Oggi nell’area Ocse operano una ventina di productivity board. Il Cnel si è candidato per l’Italia a diventare la sede dove elaborare proposte. Potrebbe essere un punto di partenza, purché si faccia sul serio.
(da il Corriere della Sera)

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IL GUARDRAIL DEL VIADOTTO DI MESTRE DOVEVA ESSERE SOSTITUITO DAL 2017: UN GRUPPO DI TECNICI DEPOSITÒ UNA RELAZIONE AL COMUNE DI VENEZIA, IN CUI SI EVIDENZIAVANO LE CRITICITÀ DEL CORDOLO ARRUGGINITO

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

IL GUARDRAIL ERA STATO COSTRUITO NEGLI ANNI ’60 E NON C’ERA MAI STATA ALCUNA MANUTENZIONE, NONOSTANTE UNA RACCOMANDAZIONE DELL’UNIONE EUROPEA DEL 2012 PREVEDESSE L’ISPESSIMENTO E L’INNALZAMENTO DEI PARAPETTI NELLE STRADE AD ALTA CIRCOLAZIONE

L’unità di misura dell’urgenza è sempre il denaro. Correva l’anno 2017, quando «le indagini conoscitive sulla struttura» indicavano «la necessità» di sostituire i guardrail su entrambi i sensi di marcia del Nuovo cavalcavia superiore di Marghera, citando non solo l’esigenza dell’adeguamento normativo delle barriere di sicurezza, in ossequio alla raccomandazione dell’Unione europea varata nel 2012 che prevede criteri unici per tutti Paesi membri, tra i quali è viene citato l’innalzamento e l’ispessimento dei parapetti sulle strade ad alta circolazione.
Nel parere depositato da un gruppo di tecnici scelti per l’occasione dal Comune di Venezia erano stati segnalati anche casi di «ammaloramento delle fasce metalliche dovuto agli effetti degli agenti aggressivi esterni». Alla ruggine, insomma. Erano vecchi, e andavano cambiati.
Per farlo, procedendo all’adeguamento auspicato dagli esperti, serviva un intervento di manutenzione straordinaria, che avrebbe previsto il rifacimento delle solette sulle quali si reggono le putrelle di sostegno dei parapetti, e il parziale rifacimento della pavimentazione, che avrebbe dovuto sopportare il peso di barriere più moderne, ma più pesanti.
Quei cinquanta metri di lamiera divelta e il varco nel quale si è infilato il bus elettrico sono il punto di partenza dell’inchiesta giudiziaria. «Disporremo una consulenza tecnica sul guardrail». Il procuratore capo di Venezia ha rivelato quel che sembrava fin da subito inevitabile. Verranno cercati i soggetti adeguati ai quali affidare l’incarico, parole sue.
Ci si perde nei meandri della burocrazia e nella notte dei tempi per ricostruire la storia del cavalcavia dal quale è precitato il pullman uccidendo ventuno passeggeri. «Completato alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, non è stato oggetto di interventi di manutenzione straordinaria e rinforzo strutturale successivi alla sua realizzazione».
Così si legge nel progetto esecutivo dei lavori che sarebbero cominciati a breve, dopo avere ottenuto il via libera al finanziamento con i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il titolo esprime una certa consapevolezza. «Adeguamento normativo e consolidamento» del cavalcavia.
Nel documento sono riprodotti anche gli elaborati di progetto originali dell’intero cavalcavia, redatto dalla Società autostrade di Venezia e Padova e risalente al 1967. In una delle figure, appare anche il disegno di una scaletta che dalla strada sottostante conduce al marciapiede di servizio che costeggia la carreggiata nel punto in cui lunedì sera è caduto il bus elettrico. Può sembrare un dettaglio, ma forse è qualcosa di più. Perché quell’accesso era l’unica ragion d’essere del «buco» di due metri nel nastro d’acciaio, che ha di fatto privato il bus elettrico dell’unica difesa dal disastro.
C’èun rapporto di causa ed effetto evidente, testimoniato dalle strisciate degli pneumatici sulla linea bianca esterna, che si interrompono proprio quando il guardrail si apre. Con la scaletta, quel punto di passaggio tecnico comune a tutte le infrastrutture realizzate tra gli anni Sessanta e Settanta avrebbe ancora un senso. Ma la sua rimozione risale a quando ancora l’intero tratto di strada era gestito dall’Anas, che lo ha ceduto al Comune nel 2001, così sostengono i tecnici veneziani.
Se fosse davvero così, quel varco risultato poi fatale sarebbe rimasto aperto per oltre vent’anni senza che nessuno sentisse la necessità di chiuderlo aggiungendo due metri di barriera e tappando così un buco potenzialmente pericoloso per chi perdesse il controllo dell’auto in quella zona.
Oggi si accede al cavalcavia sfruttando due rampe metalliche costruite dalle Ferrovie dello Stato, che distano quasi cento metri dal passaggio, e obbligano eventuali avventori a camminare rasente le macchine in movimento. Il buco era inutile, e non da ieri.
Le schede tecniche del Comune allegate al Progetto definitivo rivelano anche una sorta di «vorrei ma non posso» che si protrae nel tempo. Il piano di Fattibilità tecnico economica viene approvato nel settembre del 2018, dopo i rilievi e le indagini conoscitive sulla struttura effettuati nel 2017. L’approvazione del Progetto definitivo risale al giugno del 2020. Pronti, via. «Risanamento cordoli e sbalzi laterali, rifacimento pavimentazione, sostituzione barriere a parapetti».
Ma non se ne fa nulla. Il costo previsto tra manutenzione ordinaria e straordinaria supera i sei milioni di euro. L’apertura dei cantieri per i lavori di rafforzamento strutturale viene differita al 2021. Poi al 2022, «quando saranno disponibili i 6.3 milioni necessari come di seguito dettagliato». Passa un altro anno. Il 4 settembre 2023 si apre il primo cantiere, durata prevista dei lavori venti mesi. Quelli sul tratto dove è avvenuto il disastro sarebbero cominciati all’inizio dell’inverno.
(da il il “Corriere della Sera”)

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TRUMP NON SA TENERE LA BOCCA CHIUSA, AVREBBE RIVELATO INFORMAZIONI TOP SECRET SUI SOTTOMARINI NUCLEARI A UN CLIENTE DEL SUO RESORT DI MAR-A-LAGO, IN FLORIDA

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

UN MILIARDARIO AUSTRALIANO CHE, A SUA VOLTA, AVREBBE CONDIVISO LE INFORMAZIONI CON ALTRE 45 PERSONE, COMPRESI ALCUNI GIORNALISTI…LE RIVELAZIONI? IL NUMERO ESATTO DI TESTATE NUCLEARI TRASPORTATE

Mesi dopo aver lasciato la Casa Bianca, Donald Trump rivelò informazioni potenzialmente top secret riguardanti i sottomarini nucleari Usa con un cliente del suo resort di Mar-a-Lago, in Florida: un miliardario australiano che avrebbe a sua volta condiviso le informazioni con almeno altre 45 persone, compresi sei giornalisti, 11 suoi dipendenti, 10 dirigenti australiani e tre ex premier australiani. Lo riferisce Abc News, citando fonti a conoscenza della vicenda, riportata al procuratore speciale Jack Smith che indaga sulle carte segrete di Mar-a-Lago.
I pubblici ministeri e gli agenti dell’Fbi hanno interrogato almeno due volte quest’anno il magnate australiano, Anthony Pratt, che gestisce la Pratt Industries con sede negli Stati Uniti, una delle più grandi aziende di imballaggio del mondo Secondo Abc News, Pratt ha riferito come – cercando di conversare con Trump durante un incontro a Mar-a-Lago nell’aprile 2021 – abbia evocato la flotta sottomarina americana, di cui i due avevano discusso in precedenza.
Ad un certo punto gli disse che secondo lui l’Australia doveva iniziare ad acquistare i suoi sottomarini dagli Stati Uniti. Al che un Trump eccitato – avvicinandosi verso Pratt come se volesse essere discreto – gli confidò due informazioni sui sottomarini statunitensi: il presunto numero esatto di testate nucleari che trasportano abitualmente e quanto esattamente possono avvicinarsi a un sottomarino russo senza essere scoperti.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI NON POTRÀ CONTINUARE A PARLARE DI MIGRANTI E GIUDICI PER MOLTO TEMPO: LO SPREAD SALE ANCORA E SUPERA I 200 PUNTI BASE, ARRIVANDO A 201,4

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

IL RENDIMENTO DEL DECENNALE ITALIANO CORRE E SFIORA IL 5%, INCOMBONO APPUNTAMENTI NON RINVIABILI: L’APPROVAZIONE DELLA MANOVRA, IL GIUDIZIO DELLE AGENZIE DI RATING E IL VOTO SUL MES

Lo spread fra Btp e Bund sale e, in avvio di giornata, supera i 200 punti toccati alla vigilia e si porta a 201,4. Corre al 4,9% il rendimento del decennale italiano dal 4,88% della chiusura di ieri.
Il vertice di Granada con il lavoro diplomatico di Meloni per mettere in primo piano il dossier migrazioni, tiene banco ma durerà ancora poco. Nel senso che certamente resterà una priorità […] ma il calendario mette in agenda altri temi di più difficile gestione. Parliamo della legge di bilancio, innanzitutto.
Tra dieci giorni sarà approvata, poi inviata a Bruxelles per superare l’esame e sarà oggetto dell’analisi dei mercati, quindi, c’è da immaginare un cambio di scena in arrivo. Le avvisaglie ci sono già con quel numerino dello spread che torna ad affacciarsi su quota 200 o i rendimenti sui titoli di Stato che sfiorano il 5 per cento.
Sono tre i macigni che pesano: le previsioni di crescita che potrebbero essere ritoccate al ribasso per l’incertezza dovuta a svariati fattori; l’ambizioso piano di privatizzazioni da 20 miliardi in tre anni; il peso del debito con il suo carico – crescente – di interessi che arriveranno a sfondare i 100 miliardi all’anno nel 2026.
Il quadro non è per niente rassicurante ma è quello con cui deve fare i conti Meloni che adesso ha la responsabilità di farsene carico. E di cui si fa carico Giorgetti che ieri ha incontrato le agenzie di rating confermando la solidità dei piani italiani.
Mentre sull’immigrazione si può fare largo uso di propaganda e messaggi politici anche allarmanti per entrare in connessione con l’opinione pubblica, sulla gestione della finanza il terreno è assai minato. Basterebbe una dichiarazione fuori tiro, una preoccupazione detta male per creare fibrillazione visto che l’Italia resta un Paese con oltre 2.800 miliardi di debito, si prepara a un ennesimo scostamento di bilancio di 23,5 miliardi e ha previsioni di crescita intorno all’1% che potrebbero essere riviste al ribasso.
In sostanza, il quadro finanziario è come quello elettrico dove certi fili vanno toccati con delicatezza o addirittura non toccati affatto. Soprattutto perché stavolta i primi a pagare sarebbero gli italiani, due volte. Come contribuenti e come risparmiatori […]. Ecco, anche tutti i rumors sui governi tecnici che talvolta sembrano alimentati ad arte dalla maggioranza sarebbe meglio archiviarli. Come ha detto l’ex ministro Tremonti «non c’è un grande complotto ma un grande debito».
(da Il Sole24ore)

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IN ITALIA C’È UNA GRAVE CARENZA DI ISCRITTI AGLI ITS: NEL NOSTRO PAESE CI SONO 25 MILA STUDENTI NELLE SCUOLE PROFESSIONALI, CIRCA L’1% DEGLI ISCRITTI DELL’ISTRUZIONE TERZIARIA, MENTRE IN SVIZZERA E IN GERMANIA SUPERA IL 40%

Ottobre 6th, 2023 Riccardo Fucile

I PROBLEMI SONO VARI: I FINANZIAMENTI (POCO MENO DI 50 MILIONI L’ANNO. MENTRE NE SERVIREBBE ALMENO UN MILIARDO), LA DIFFERENZA TRA IL NUMERO DI ISTITUTI AL NORD E AL SUD

Servono più studenti negli Istituti Tecnologici Superiori, o Its Academy, scuole professionalizzanti a cui si può accedere con il diploma, e più investimenti ordinari. Ma bisogna correre per recuperare 40 anni di ritardo.
È l’allarme lanciato dal «Rapporto Its Academy: una scommessa vincente? L’istruzione terziaria professionalizzante in Italia e in Europa», realizzato dalla Fondazione Agnelli con l’Università di Milano. Un rapporto che fotografa lo stato dell’arte dopo 15 anni dalla nascita degli Its mettendo l’Italia a confronto con Paesi come la Spagna, la Francia, la Germania e la Svizzera,
Gli studenti – al maschile, perché le femmine scarseggiano – sono troppo pochi. Mentre in Svizzera e Germania il peso dell’istruzione terziaria professionalizzante sul totale dell’istruzione terziaria supera, in termini di iscritti, il 40%, in Italia rappresenta poco più dell’1%. Nei 146 Its italiani gli studenti sono circa 25mila, quanti ne possiede un ateneo di medie dimensioni. Ogni Its ha in media solo 180 studenti, con un forte divario territoriale: 230 studenti al Nord, 170 al Centro e 125 nel Mezzogiorno. In Lombardia sono 25 gli Its, seconde a pari merito il Lazio e la Campania con 16, segue la Sicilia con 11. Ultime Umbria, Molise e Basilicata con 1, secondo dati Indire. Capitolo finanziamenti.
L’attuale finanziamento statale, poco meno di 50 milioni di euro l’anno, non basta a garantire una crescita significativa. Ipotizzando l’obiettivo di 80mila studenti ogni anno e ipotizzando per studente un costo annuo di 6. 600 euro, l’ammontare necessario a regime è circa un miliardo di euro l’anno.
La legge 99/2022 del Governo Draghi e le risorse del Pnrr (1, 5 miliardi) mirano a irrobustire il sistema ma potrebbero rivelarsi una fiammata, con il rischio che dopo il 2026 il volume di risorse ordinarie torni agli insufficienti livelli pre-pandemia. C’è poi almeno un altro ostacolo: la mancata sinergia con l’istruzione secondaria di secondo grado e l’istruzione universitaria.
«Gli attuali Its – ha esortato Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli – hanno sempre cercato di stringere legami forti con il sistema produttivo circostante, a differenza di Francia e Spagna dove sono direttamente incardinati negli istituti tecnici e professionali». Per uscire dall’impasse, prosegue Gavosto, «bisogna garantire almeno mezzo miliardo all’anno per il funzionamento ordinario, cioè didattica, assunzione di docenti di qualità, bollette, la spesa ordinaria insomma, e poi per fare campagna pubblicitaria.
Chi finisce un istituto tecnico o professionale deve sapere che gli Its sono uno sbocco d’elezione, persino emozionante, e non la serie B rispetto all’università. È necessario poi costruire un collegamento più forte con le scuole e investire nella programmazione, non più anno per anno ma almeno triennale». Nei fatti, bisogna far uscire gli Its dall’isolamento.
(da agenzie)

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