Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
COSI RYANAIR DOMINA I CIELI D’ITALIA
All’aeroporto «Sant’Anna» di Crotone, tolta la continuità
territoriale con Roma, vola soltanto Ryanair. A Trapani — scalo che ha vissuto vicende alterne negli ultimi tempi — ogni dieci decolli oltre nove sono effettuati dalla low cost irlandese. Più o meno come a Roma Ciampino. Mentre a Bergamo-Orio al Serio, terzo aeroporto d’Italia, l’80% dei sedili messi in vendita quest’anno sono sui Boeing 737 con l’arpa gialla sulla coda. Il resto è conteso da tutti gli altri vettori.
Nei 34 aeroporti
Il dominio di Ryanair — prima aviolinea in Italia per passeggeri grazie alla strategia di espansione, alla debolezza di Alitalia prima e Ita ora, e con l’«aiuto» della pandemia — è nei numeri dei nostri aeroporti. E, accusa qualcuno, anche nel generoso pacchetto di incentivi erogati dalle società di gestione: nel 2023 presi i 34 impianti principali in 19 la low cost domina con oltre il 50% dell’offerta, secondo l’analisi del Corriere sui dati forniti dalle piattaforme specializzate. In altri cinque ha una quota di mercato tra il 40 e il 49%. E dove non vola — soltanto quattro scali — potrebbe farlo prossimamente in virtù degli accordi commerciali o del rilascio degli slot come condizione per le «nozze» Ita-Lufthansa. O perché, semplicemente, non è interessante esserci
Aerei pieni
Se poi si va a conteggiare il numero dei passeggeri, la fotografia è ancora più netta: nei primi otto mesi di quest’anno Ryanair ha trasportato la metà della clientela che ha volato sulle tratte brevi e medie, escludendo l’intercontinentale (dove la low cost non opera). Considerando invece tutti i tipi di collegamenti — quindi anche il lungo raggio — la quota scende a poco meno del 38%. Un record, in ogni caso, perché i clienti trasportati sono più di quelli, messi insieme, delle tre aviolinee inseguitrici: easyJet, Wizz Air e Ita Airways.
Gli obiettivi
L’obiettivo, annunciato il 23 settembre scorso dal direttore commerciale Jason McGuinness ad analisti e investitori, è di trasportare il 50% dei passeggeri sul mercato italiano «nei prossimi anni» considerando tutti i segmenti di viaggio. Per farlo, secondo la presentazione mostrata, si dovrebbero basare in Italia altri 50 velivoli — da aggiungere agli oltre 90 presenti adesso — che potrebbero fare parte dei 386 aerei in attesa di consegna da Boeing.
Il peso dell’Italia
Per il 2023 Ryanair ha messo in vendita, in tutto il suo network (92 basi, 228 aeroporti serviti in 36 Paesi), quasi 188 milioni di posti. Di questi più di un quinto sono sui voli in partenza dagli aeroporti italiani. E l’Italia è il Paese dove la low cost offre più sedili con i suoi 563 velivoli e i 3.300 decolli giornalieri. Più della Spagna (18%) e del Regno Unito (14%). In ambito italiano l’aeroporto di Bergamo è quello dove l’aviolinea irlandese investe di più, seguito da Fiumicino e Bologna.
L’evoluzione
Gli esperti dell’Iccsai dell’Università di Bergamo guidati dal professore Stefano Paleari (peraltro ex commissario di Alitalia in amministrazione straordinaria) hanno «scorporato» i dati dei vettori sulla base dei voli domestici — cioè all’interno dell’Italia — e di quelli tra Italia ed Europa. E viene fuori che sul fronte dei collegamenti nazionali Ryanair è passata dall’offrire il 15% dei posti nel 2011 al 45,2% quest’anno. Considerando che il tasso di riempimento è attorno al 96%, ben superiore alle altre aviolinee, ecco che oltre la metà dei passeggeri «domestici» vola con la low cost irlandese.Le rotte internazionali
Nel segmento dei voli Italia-Europa — escludendo il dato domestico — Ryanair è passata dal 20,5% (del 2011) al 38,7% di quest’anno, con un picco nel 2022 dovuto ancora all’effetto della coda pandemica, per cui diversi vettori continentali non avevano ripristinato la loro rete di collegamenti con l’Italia. Come per i voli nazionali, anche in questo caso con un tasso di riempimento elevatissimo — il più alto d’Europa — Ryanair è destinata ad avere nei dodici mesi il 43-44% del traffico tra il nostro Paese e il Vecchio continente.
Oltre 300 milioni di utili
Di sicuro rispetto allo stesso periodo del 2022 — quando aveva trasportato il 44% dei passeggeri italiani sulle tratte nazionali ed europee — nei primi otto mesi di quest’anno Ryanair ha guadagnato più di cinque punti sugli stessi segmenti, portandosi appunto a quasi il 50%. Sul fronte finanziario i passeggeri in partenza dagli scali italiani hanno portato nelle casse della low cost circa 1,8 miliardi di euro di ricavi tra gennaio e agosto e oltre 300 milioni di utili. «Ryanair è il “vettore nazionale” per il domestico e il corto medio-raggio», commentano gli esperti di Iccsai.
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
OMBRE SUI SUOI SOCI… L’INCHIESTA DI REPORT… DUBBI SU UN SUO COLLABORATORE CHE AVREBBE CHIESTO AIUTO ALLA ‘NDRANGHETA
Una rete sull’asse Paternò-Milano tra clientele politiche, strani soci e affari in call center ma non solo. Una rete che ha al centro il presidente del Senato Ignazio La Russa. A ricostruirla una inchiesta di Report, che andrà in onda oggi alle 21 su Rai Tre e che inizia con le “promozioni” di professionisti e politici amici di La Russa, e tutti originari di Paternò, nelle istituzioni: dal Csm al Senato.
Alla Camera è stato eletto Francesco Cincitto che dice: «Sono il dentista di La Russa, milito in FdI da 30 anni». Poi, sempre dal cerchio magico di Paternò targato La Russa, Giuseppe Failla, ex sindaco, è stato scelto come componente della commissione paritetica della Conferenza Stato-Regione e fa parte anche della Commissione contenzioso del Senato. La collega di studio di Failla, l’avvocata Rosanna Natoli, candidata alla Camera non è stata eletta: adesso il Parlamento l’ha eletta membro laico del Csm. Per una città di 48 mila abitanti non male. Report ricostruisce anche le «fortune» politiche e societarie del padre del presidente del Senato, Nino La Russa, prima con il discusso finanziere che amava giocare in Borsa Michelangelo Virgillito e le sue aziende, dove investì anche Michele Sindona, e poi con l’ingegner Salvatore Ligresti. Report intervista l’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio che ha raccolto le ultime confessioni di Luigi Ilardo, un collaboratore di giustizia ucciso dalla mafia, secondo il quale nel 1994 Cosa nostra in Sicilia orientale avrebbe sostenuto Nino La Russa: il presidente del Senato ha già annunciato querela per diffamazione per queste affermazioni in un video che andrà in onda durante la puntata.
Ma Report solleva soprattutto il caso delle avventure societarie di La Russa e dei suoi familiari. A partire dell’apertura a Paternò di un call center che lavora per la sanità lombarda da diversi anni. Report intervista una ex assessora della Regione Lombardia ai tempi del governatore Roberto Formigoni: Monica Rizzi. Secondo quest’ultima sarebbe stato Romano La Russa, fratello di Ignazio, che «in prima persona avrebbe spinto per l’apertura del call center». Dice Report: «L’operazione viene gestita da Giovanni Catanzaro, che sedeva accanto a Nino La Russa nei cda di Sai e Richard Ginori ed è entrato in società con Ignazio, Vincenzo e Romano nella Idrosan». Catanzaro apre a Paternò anche un altro call center: si chiama Midica e in questa società ha una partecipazione anche Gaetano Raspagliesi, cognato di Ignazio La Russa. Oltre 300 le assunzioni. Il call center però entra in crisi e allora arriva un imprenditore a investire: Patrizio Argenterio, che intervistato da Report sostiene di aver ricevuto un invito ad investire da Ligresti e avrebbe incontrato anche La Russa allora ministro della Difesa (siamo nel 2008). Argenterio, che finirà col patteggiare un anno per bancarotta per questa avventura, aggiunge: «Quel giorno mi dice “ah guarda noi stiamo facendo un progetto che si chiamerà “Difesa”, perché vogliamo informatizzare polizia, carabinieri, finanza e quindi ve ne faremo fare un bel pezzo”». La Russa non fa riferimento all’investimento nel call center del cognato, ma avrebbe parlato di cento milioni di investimenti della Difesa. Del progetto ministeriale non se ne farà nulla. Il giornalista Giorgio Mottola chiede all’imprenditore se questo colloquio ha avuto un ruolo nella scelta di investire 3 milioni in una azienda decotta. La risposta di Argenterio è netta: «Certo».
C’è infine un socio attuale di La Russa in una srl immobiliare con delle ombre di non poco conto. Si chiama Sergio Conti. Un imprenditore che ad un certo punto si sarebbe rivolto ad esponenti della cosca di ‘ndrangheta di Pepè Onorato per recuperare un credito. Da questa vicenda nasce un processo che dopo due condanne finisce con l’assoluzione di Conti in Cassazione: perché il reato viene riqualificato da estorsione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza. Fattispecie che richiede una querela di parte. Ma la vittima non presenta denuncia. Davanti ai microfoni di Report Conti, che ancora oggi è socio e amministratore dell’azienda di La Russa, conferma di essersi rivolto agli ‘ndranghetisti per avere i soldi indietro. Conclude Report: «È opportuno che il presidente del Senato abbia come socio un imprenditore che si è rivolto alla ndrangheta?».
(da La Repubblica)
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Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
MENO MALE CHE C’E’ RAMPELLI A DIFENDERE LA NOSTRA SOVRANITA’ DA OPERETTA
«Via quel quadro: Napoleone depredò l’Italia di immensi tesori:
quadri, statue, arazzi». Così Fabio Rampelli, deputato di FdI, ha annunciato la rimozione del ritratto «Napoleone imperatore e re d’Italia», che si trova davanti al suo studio di vicepresidente della Camera. Si tratta di un raffinato dipinto (datato 1805) del pittore milanese Andrea Appiani, alfiere del neoclassicismo in Italia.
Un’icona che, però, non va giù a Rampelli, che si lancia in una nuova battaglia sovranista: «L’arte non ha confini né appartenenze, questo quadro starebbe benissimo in una galleria — spiega —. Ma mi infastidisce che sia qui, nel palazzo che rappresenta il tempio della sovranità nazionale».
Rampelli, di fatto l’unico finto oppositore di Giorgia Meloni dentro a FdI con la sua corrente dei «Gabbiani», punta il dito sul ritratto del «flagello d’Europa», come lo chiamavano i nemici, appeso sulla parete dell’anticamera del suo studio a Montecitorio.
Una tela che i francesi ci invidiano e Rampelli vive come una beffa e di cui vuole disfarsi, perché a suo dire celebra chi ha depredato i tesori italiani. Non è la prima volta che l’ex missino, già maestro politico dell’attuale premier, si lancia in una campagna con impronta sovranista.
Poche settimane fa era partito all’attacco con una proposta di legge: «Multe fino a 100 mila euro per chi usa termini inglesi». «Sono contrario alla cancel culture — spiega al Corriere —. Non ritengo però sia normale che opere che richiamano personalità controverse e comunque anti italiane stanno nel piano nobile di Palazzo Montecitorio. Certamente possono avere, nella loro indiscutibile bellezza legata al genio degli autori, una posizione alternativa. Non ne avrebbe un maschio neppure l’imperatore Bonaparte
(da il Corriere della Sera)
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Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
MOLTI SINDACI CONTRO IL DECRETO ASSET CHE PREVEDE LICENZE AGGIUNTIVE PER I TAXI… IL GOVERNO HA SCARICATO LA PATATA BOLLENTE DELLE LICENZE SUI SINDACI SENZA PROCEDERE A UNA VERA LIBERALIZZAZIONE DEL SETTORE
Nello scontro velenoso tra sindaci e governo sui taxi è difficile schierarsi dalla parte del secondo.
La verità è che l’esecutivo nel tentativo di non urtare la sensibilità delle auto bianche – lobby che ha sempre difeso – ha fatto l’ennesimo pasticciaccio normativo riuscendo in un solo colpo a scontentare tutti: sindaci, tassisti che minacciano lo sciopero, e soprattutto gli utenti alle prese con file interminabili ed estenuanti.
Il decreto Asset prevede – senza il riferimento alle Regioni – la possibilità di licenze aggiuntive (pari al 20% in più) per i grandi Comuni e quelli dove c’è un aeroporto (circa una sessantina, è la stima del Mimit).
Una norma contro cui si sono scagliati molti sindaci, da Roberto Gualtieri (Roma) a Beppe Sala (Milano) fino a Dario Nardella (Firenze). Dice Gualtieri: con l’iter standard il denaro derivato dall’acquisto delle licenze va all’80% ai tassisti detentori delle licenze pre-esistenti, a titolo compensatorio, e al 20% al Comune. Con il dl Urso si risparmia sì del tempo ma quei soldi vanno al 100% ai tassisti, “e in una città come Roma parliamo di svariati milioni”.
Sull’aumento delle licenze dei taxi e il decreto che le regola, dice Sala, “vorrei fare una riflessione con gli altri sindaci perché vedo che sul tema c’è molto disappunto rispetto alle regole che sono uscite. Certamente c’è un tentativo, anche dalle dichiarazioni che ho sentito, di scaricare di nuovo il problema sui sindaci”.
Nardella invece sottolinea come il decreto legge “elimina le licenze temporanee che a Firenze abbiamo efficacemente sperimentato”, non aiuta granché sui tempi e paradossalmente “mette un tetto del 20% all’aumento comprimendo l’autonomia dei Comuni che in teoria ne avrebbero potute prevedere anche di più”.
Insomma il governo ha scaricato la patata bollente delle licenze sui sindaci senza procedere a una vera liberalizzazione del settore. Ma nonostante questo i tassisti sono lo stesso scontenti.
Lontani anni luce dal rispetto dei principi base della concorrenza e della liberalizzazione, del resto, hanno dato prova di essere le destre non solo nella difesa dei tassisti, ma anche dei balneari e degli ambulanti.
Come per il salario minimo il governo si è affidato al Cnel per affossare la proposta dei 9 euro l’ora così, sui balneari, ha scaricato a un tavolo di lavoro istituito al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sotto la regia del ministro Matteo Salvini, la responsabilità di affossare la direttiva comunitaria che impone concorrenza sul mercato nel settore delle concessioni.
Il Consiglio di Stato ha annullato la proroga delle concessioni fino al dicembre 2033 ammettendone la validità solo fino al 31 dicembre 2023, e precisando che qualsiasi proroga automatica oltre quella data sarebbe stata disapplicabile. Eppure il governo ha approvato una proroga di un anno fino al 31 dicembre 2024 o fino a tutto il 2025 in caso di impedimenti oggettivi alle gare.
Obiettivo delle associazioni del settore e del governo che le difende è confutare la teoria della scarsità di risorsa del bene demaniale e dunque appoggiare in sede europea la tesi che le gare si debbano fare solo per le spiagge libere, salvaguardando gli attuali concessionari.
E a tale conclusione, guarda caso, è arrivato il tavolo di cui parlavamo sopra. Il 67% delle coste italiane è libero, solo un terzo è dato in concessione. Questa conclusione conferma che la risorsa naturale disponibile non è scarsa, e quindi non si applica a questo settore la direttiva Bolkestein che impone nuove gare. Da quanto fanno filtrare fonti di centrodestra, quella percentuale è il punto di partenza per avviare l’interlocuzione con la Commissione Ue.
Ma gli imprenditori di lidi e ristoranti in spiaggia, che da anni contestano la normativa europea, chiedono di prorogare i lavori del tavolo, per mappare anche le coste di laghi e fiumi, e di considerare anche le coste rocciose. Intanto quel dato è considerato “certo e incontrovertibile” da chi per Forza Italia segue da tempo il dossier.
“Non vi è scarsità di risorse. Viene quindi meno uno dei presupposti dell’applicabilità della direttiva Bolkestein, e quindi l’obbligo di mettere a gara le concessioni in essere”, hanno affermato gli azzurri Deborah Bergamini e Maurizio Gasparri. “I numeri parlano chiaro: le spiagge in Italia non sono un bene limitato e quindi non possono essere sottoposte alla disciplina della direttiva Bolkestein”, ha detto il leghista Gian Marco Centinaio.
L’Italia è già sotto procedura di infrazione da parte di Bruxelles, che chiede di assegnare con “selezione aperta, pubblica e basata su criteri non discriminatori, trasparenti e oggettivi” le concessioni balneari in quanto considerate beni pubblici e a disponibilità limitata. Non possono, quindi, essere rinnovate automaticamente. E devono essere limitate nel tempo. E a maggio la Commissione Ue ha ribadito come “i continui ritardi” nelle gare “rimangono una fonte di preoccupazione e comportano una significativa perdita di entrate”. Un rischio che le associazioni di settore ora contano di scampare.
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
CONTINUERA’ L’AIUTO A CHI SALVA ESSERI UMANI, CATTIVA NOTIZIA PER RAZZISTI, AFFOGATORI E RIFIUTI UMANI
Il quotidiano tedesco Bild ha pubblicato un’indiscrezione
secondo cui il governo sarebbe intenzionato a non rinnovare il finanziamento di due milioni l’anno alle Ong. Il giornale sarebbe entrato in possesso di una bozza del budget del 2024: al suo interno, nessuna menzione ai fondi destinati alle organizzazioni che si occupano del salvataggio dei migranti.
A stretto giro, però, la notizia è stata smentita dal ministero degli Esteri. Il mancato inserimento della voce nel bilancio di previsione 2024 sarebbe stata «una svista tecnica» ed è previsto «da settimane» che venga posto rimedio. «Le notizie riportate dai media non sono corrette», ha sottolineato il portavoce del dicastero guidato dalla Verde Annalena Baerbock, commentando all’Ansa le indiscrezioni.
«Il Ministero degli Esteri sta attuando il mandato del Bundestag di promuovere il soccorso civile in mare con progetti a terra e in mare» stesso, ha aggiunto il portavoce del dicastero di Berlino.
«A causa di una svista tecnica, l’attuale bozza del budget 2024 non include esplicitamente i relativi fondi di bilancio, per il momento», ha scritto ancora. «Da diverse settimane si prevede di correggere questo aspetto nel corso dell’ulteriore procedura di bilancio. Il finanziamento del salvataggio in mare è previsto anche per gli anni dal 2024 al 2026 con stanziamenti d’impegno da parte del Parlamento federale. Li attueremo», ha concluso il portavoce senza fornire altre indicazioni.
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
OGGI ALLE URNE QUASI UN TEDESCO SU QUATTRO
Venti milioni circa di tedeschi oggi andranno al voto in Assia e Baviera, un quarto della popolazione dell’intera federazione. Una routine che si ripete ad intervalli quinquennali nei diciannove Laender tedeschi.
Ma quest’anno è diverso. Mai prima d’ora un test regionale ha assunto un significato così importante a livello federale, riflettendo gli umori della Bundesrepublik nei confronti del governo in carica e nella proiezione di eventuali maggioranze alternative.
Consumata in fretta la luna di miele con gli elettori, la coalizione di Berlino entro i primi cento giorni di governo si è trovata a confrontarsi con l’invasione russa dell’Ucraina, il timore per la sicurezza del Paese, il rischio di passare l’inverno al freddo con le riserve di gas a zero e poi a seguire la crisi energetica e il rialzo delle bollette, l’inflazione, i dati economici in picchiata, l’aumento dei tassi di interesse della Bce, e nel frattempo la transizione energetica. È su tutto questo che gli elettori saranno chiamati a votare, non tanto sui temi regionali.
Secondo gli ultimi sondaggi i tre partiti di governo sono scesi rispetto al 2018 sia in Assia che in Baviera. I verdi – sotto di circa due punti rispetto a cinque anni fa – scontano l’essere percepiti come una forza che minaccia l’economia e aggredisce le tasche dei cittadini.
Molto contestata nei media la legge sul riscaldamento che spinge verso la transizione dalle caldaie a gas a quelle a pompa di calore, ora modificata. Anche i liberali perdono due punti, l’essere forza conservatrice in un governo a maggioranza progressista li fa rischiare di restare fuori dal Parlamento in Baviera per mancanza del quorum.
Mentre l’Spd perde due punti e mezzo nei sondaggi in Assia e rimane stazionario in Baviera.
In rialzo netto di 5 punti la Cdu in Assia e costante l’alleata bavarese Csu al 37%, come 5 anni fa. Il gruppo Cdu/Csu può giocare la carta dell’opposizione e puntare il dito contro il governo: «Negli altri Paesi l’economia cresce e da noi si contrae per colpa della coalizione semaforo», ha detto il leader bavarese Markus Soeder in un comizio nel chiostro di Andechs, a fine settembre. In crescita anche il partito di estrema destra Alternative für Deutschland, nei sondaggi al 16%, con due punti e mezzo in più rispetto al 2018 in Assia, e in Baviera al 14%, quattro punti in più.
La Baviera, come sempre, è un caso a sé. Nel Land che ha convinto il mondo intero che l’Oktoberfest sia la rappresentazione più fedele della Germania, dove è più forte la concorrenza tra città e campagna, oltre un 67% della popolazione sostiene addirittura tre partiti conservatori. I cristianosociali della Csu (alleata alla Cdu) fanno la parte del leone con oltre il 35% dell’elettorato, i Freie Wähler (i Liberi elettori) al 15%, una forza comunale conservatrice in grande ascesa grazie al carisma populista del suo leader Hubert Aiwanger – al centro di uno scandalo per aver sostenuto in giovane età posizioni antisemite e revisioniste sui campi di concentramento – e l’ultradestra di Alternative für Deutschland al 14%. Entrambe le ultime due formazioni di destra hanno una contiguità ideologica e culturale per cui pescano nello stesso bacino elettorale. Ma la particolarità del caso Baviera è nel fatto che la Csu è forza di governo nel Land e forza di opposizione a Berlino, rispetto all’esecutivo federale. Questo le ha permesso in campagna elettorale di giocare la carta «di lotta e di governo», rivendicando per sé il benessere della Baviera – «tutti ci invidiano» ha detto Soeder nel comizio di Andechs – ma puntando il dito contro Berlino per la riduzione del Pil: «Dobbiamo mantenere la nostra agiatezza e non è scontato».
(da la Stampa)
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Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
È STATO CRONISTA DI NERA E CORRISPONDENTE DI GUERRA. SEGUÌ DA INVIATO LA PRIMAVERA DI PRAGA E IL SETTEMBRE NERO IN GIORDANIA… HA SCRITTO OLTRE 50 LIBRI, DAL SAGGIO STORICO AL ROMANZO, VENDENDO PIU’ DI TRE MILIONI DI COPIE
L’occhio allenato del cronista esperto di umanità, il sottile senso
dell’umorismo, la penna lieve e benevola anche nell’irrisione. Sono le tre qualità principali che avevano fatto dell’emiliano Luca Goldoni, scomparso ieri pomeriggio a 95 anni all’hospice di Casalecchio di Reno (Bologna), dove era stato ricoverato negli ultimi giorni per un peggioramento delle condizioni di salute, non solo un giornalista coi fiocchi, ma anche e soprattutto uno scrittore di strepitoso successo, con oltre tre milioni di copie dei suoi libri complessivamente vendute, specializzato nell’ironizzare sui costumi (e il malcostume) degli italiani.
Qualche esempio sparso tra quelli, assai numerosi, editi da Mondadori: Esclusi i presenti (1973), Non ho parole (1978), Se torno a nascere (1981). Ma la stessa vena un po’ beffarda veniva messa in mostra da Goldoni nel raccontare i personaggi del passato nelle sue biografie, confezionate in uno stile che ricordava per certi versi i libri di storia di Indro Montanelli, ma con un’indulgenza e una bonomia maggiori rispetto al più severo collega toscano.
Nato a Parma il 23 febbraio 1928, Goldoni aveva cominciato a lavorare da giovane come cronista di nera. Prima per il quotidiano della sua città d’origine, la «Gazzetta di Parma», e poi per «Il Resto del Carlino» di Bologna, testata della quale era poi divenuto un inviato di punta sui grandi avvenimenti internazionali: memorabile resta l’aneddoto della corrispondenza da Praga, subito dopo l’invasione sovietica dell’agosto 1968, che Goldoni dettò in dialetto parmigiano per sfuggire alle interferenze di un centralinista poliglotta e ficcanaso.
Poi era arrivata l’assunzione al «Corriere della Sera», che per poco non era saltata a causa di un’impuntatura di Goldoni, deciso a non spostarsi da Bologna, dove ormai aveva messo le radici. In compenso il quotidiano di via Solferino gli aveva fatto girare il mondo, con servizi da grandi metropoli e da luoghi sperduti, spesso in occasione di guerre, colpi di Stato, insurrezioni popolari.
Goldoni ci rideva sopra, evidenziando il paradosso: quando sei un giornalista giovane, ansioso di partire per le destinazioni più esotiche e pericolose, ti mandano a cercare notizie in questura, mentre in età più matura, quando hai messo su famiglia e avresti voglia di infilarti metaforicamente le pantofole, ti ritrovi a prendere di continuo l’aereo per raggiungere in fretta terre lontane.
In parallelo con il mestiere di inviato Goldoni aveva coltivato il suo talento per l’osservazione del nostro carattere nazionale e dei suoi tic. Dopo i primi volumi pubblicati dall’editore Cappelli di Bologna, come Italia veniale (1969) e Il pesce a mezz’acqua (1970) erano venuti i bestseller con Mondadori, a partire da È gradito l’abito scuro (1972).
Erano libri frutto di un’ispirazione naturale, coniugata tuttavia con un’applicazione assidua. «Ironia e umorismo — diceva Goldoni — non bussano alla porta, arrivano. Dell’umorismo di solito dico che è un’equazione di terzo grado che riesce o non riesce. Se sbagli una virgola o l’ordine delle parole, non riesce più». E lui raramente sbagliava.
A un certo punto aveva deciso di passare dalla cronaca alla storia, mantenendo immutato il suo approccio. Insieme a Enzo Sermasi aveva raccontato il regime fascista attraverso le sue reminiscenze d’infanzia e adolescenza nel volume F iero l’occhio, svelto il passo (Mondadori, 1979), dotato di un ricco apparato fotografico. Estraneo a ogni inclinazione nostalgica nei riguardi del ventennio nero, Goldoni aveva però inteso rievocare, in una sorta di amarcord felliniano, l’atmosfera nella quale era cresciuto insieme a milioni di altri italiani.
Ancora in campo storico, si era poi dedicato a un personaggio centrale nelle vicende della sua Parma, la duchessa che era stata moglie di Napoleone, nel libro Maria Luigia donna in carriera (Rizzoli, 1991), cercando di uscire dagli stereotipi consueti e con un tocco attualizzante. Con benevola indulgenza si era quindi rivolto a un’altra donna ancora più controversa e considerata il simbolo della dissolutezza antica, la moglie dell’imperatore romano Claudio, nella biografia Messalina. Una spudorata innocenza (Rizzoli, 1992).
In quella direzione tra il sarcastico e lo sconsolato andava per esempio il libro del 2013 Tranelli d’Italia (Barbera editore), testimonianza concreta di uno spirito rimasto vivace anche in tarda età, come dimostravano del resto anche gli articoli che continuava a scrivere per il «Corriere» e altre testate.
Si rimane colpiti, scorrendo i suoi testi del passato anche piuttosto remoto, dalla perseveranza italica in fatto di cattive abitudini, tanto che certe annotazioni corrosive di Goldoni, un po’ da grillo parlante, sembrano ancora umide d’inchiostro. Ecco per esempio come si conclude un capitolo di Cioè, forse il suo maggiore successo, uscito da Mondadori nel 1977: «Il vero problema italiano è che stiamo andando tutti, ciascuno col suo buonsenso, verso una società senza senso». Serve aggiungere altro?
(da il Corriere della Sera)
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Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
UN RUOLO CHIAVE SEMBRA ESSERE STATO RIVESTITO DAI DELTAPLANI: L’AZIONE DI QUESTI “UOMINI VOLANTI, SINCRONIZZATA CON I BOMBARDAMENTI DI MINUSCOLI DRONI TELEGUIDATI, AVREBBE DATO UN CONTRIBUTO DECISIVO
La disfatta degli 007 israeliani ha aperto le porte dell’inferno. «Non ce l’aspettavamo ha ammesso l’ambasciatore in Francia Raphael Morav – , è il fallimento della nostra intelligence». Una catastrofe informativa mai vista prima, superiore a quella che impedì all’America di cogliere le avvisaglie dell’ 11 settembre. A Gaza è stata pianificata un’operazione con il coinvolgimento di migliaia di miliziani, senza che questo lavoro sotterraneo venisse percepito dal servizio segreto più temuto del pianeta. Una cupola di silenzio ha protetto l’organizzazione di un attacco senza precedenti, che ha scatenato una massa di mezzi primordiali seguendo una strategia sofisticata.
Hamas infatti ha messo in scena l’evoluzione della “guerra asimmetrica”, la dottrina bellica con cui il terrorismo jihadista ha tenuto sotto scacco Europa e Stati Uniti dalle Torri Gemelle in poi: ha trovato il modo di ribaltare l’inferiorità numerica e tecnologica delle sue forze per realizzare un assalto tanto brutale quanto clamoroso. Rispetto agli attentati del passato, questa volta però è stata un’azione militare su larga scala e “multidominio” ossia lanciata contemporaneamente in cielo, terra, mare e forse persino con attività di disturbo elettromagnetico.
Gli strumenti utilizzati sono poverissimi rispetto alla potenza delle armi israeliane: razzi senza sistemi diguida, deltaplani a motore, furgoncini pick up, gommoni. Seguendo però i modelli che gli iraniani sperimentano da anni, li hanno uniti in uno sciame: un’ondata simultanea di incursori superiori a quelli che le difese potessero intercettare.
È accaduto con la pioggia di razzi; migliaia in una manciata di minuti e quindi troppi perché le batterie di Iron Dome riuscissero a fermarli tutti: una percentuale minima è arrivata sui bersagli, ma è stata sufficiente a seminare morte e confusione in una parte consistente del Paese. Mentre civili e militari erano nei rifugi per ripararsi dagli ordigni, l’orda si è gettata contro Israele. Le motovedette hanno distrutto parecchi dei barchini dei jihadisti palestinesi; i droni hanno sparato missili contro diversi fuoristrada quad che puntavano verso reticolati. Altri però sono riusciti a passare e mettere in crisi le difese hitech di Israele.
Un ruolo chiave sembra essere stato rivestito dai deltaplani, che hanno trasportato guastatori armati fino ai denti oltre i reticolati della frontiera. I palestinesi li utilizzano dal 1981: un tempo decollavano dal Libano meridionale e nel 1987 gli hanno permesso di fare atterrare un miliziano accanto alle tende di un reparto dell’esercito, uccidendo sei soldati e ferendone otto. Poi gli hezbollah libanesi li hanno perfezionati, dotandoli di razzi e lanciagranate. Insomma, una minaccia ben conosciuta che eppure è piombata indisturbata sugli obiettivi. Come è stato possibile? C’è il sospetto, privo di conferme, che in alcune zone Hamas abbia impiegato apparecchi jammer per accecare i radar e rendere invisibile il raid dal cielo.
L’azione di questi “uomini volanti” – così li chiama da anni la propaganda di Teheran – sincronizzata con i bombardamenti di minuscoli droni teleguidati avrebbe dato un contributo decisivo all’apertura delle brecce nel Muro, in particolare a Sderot: hanno immobilizzato il tank Merkava che presidiava il confine, mitragliato le pattuglie di guardia e gettato cariche di tritolo contro le barriere. Nei varchi si sono rapidamente infilate le camionette dei rinforzi, sparando all’impazzata sui passanti, e l’intero dispositivo difensivo è semplicemente collassato: centinaia di miliziani hanno fatto irruzione nel territorio di Israele.
Almeno due caserme fortificate sono cadute in mano ai jihadisti, che hanno catturato tre Merkava. Per avere un’idea dell’asimmetria, ognuno di questi carri armati d’ultima generazione costa 5 milioni di euro; i deltaplani e i droni che li hanno sconfitti si acquistano con 5mila euro.
La risposta è stata incredibilmente lenta. C’è un altro aspetto di questa offensiva da non sottovalutare: la regia mediatica. Hamas ha inondato i social di filmati dell’invasione, mostrando i combattimenti, decine di civili e militari catturati, lo scempio dei corpi delle vittime. Immagini praticamente in diretta che hanno amplificato il risultato raggiunto sul campo, spargendo un proclama di odio che mira a infiammare l’intero mondo arabo.
(da La Repubblica)
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Ottobre 8th, 2023 Riccardo Fucile
HAMAS HA REALIZZATO UN’OPERAZIONE MILITARE IN GRANDE STILE DIETRO CUI SI VEDE LA MANO DELL’IRAN
Cinquanta anni fa l’attacco coincise con il giorno della
espiazione, Yom Kippur, la più solenne delle feste ebraiche, quando il fedele si spoglia di tutte le scorie terrene e si apparta in un dialogo misterioso con il suo Dio. La sonnolenza religiosa che avvolgeva le città israeliane si era trasmessa a tutto il Paese, anche alle prime linee del fronte sul canale di Suez e sulle alture del Golan che sovrastava la Siria, nei fortini che presidiavano la terra di nessuno. Dal 1967 sembravano frontiere infrangibili.
Dall’altra parte invece tutto era pronto per “l’operazione Badr”. Anche qui un Dio era in campo: era il decimo giorno del ramadan quando il profeta aveva iniziato la preparazione alla battaglia che doveva portarlo a la Mecca e all’avventura che avrebbe steso la bandiera dell’Islam sul mondo.
Centinaia di cannoni si scatenarono sui fortini israeliani colti di sorpresa con una sorta di gioia satanica, il deserto si ravvivò di boati, sulle trincee e le pietraie del Golan diluviarono schegge. I trentacinque disossati fortini della Maginot israeliana sul Canale caddero uno dopo l’altro, come sempre accade a tutte le Maginot invalicabili. Alla tv egiziana, la sera del primo giorno, mostrarono immagini che fecero balzare il cuore a tutto il mondo arabo: dozzine di soldati israeliani in ginocchio nella sabbia sotto il sole che morde, le mani sopra la testa, e file di prigionieri con le uniformi a brandelli trascinati nelle retrovie con sul volto non l’angoscia o la stanchezza ma lo stupore della impossibile sconfitta. “Mesh momken”: impossibile: sì sembrava davvero impossibile. Gli arabi vincevano, la possente Israele rischiava la disfatta.
In Israele le sirene ululavano lamentosamente. La radio era vietata nel giorno del perdono ma i bollettini funesti cominciarono a sgranarsi uno dopo l’altro. La preghiera lasciò subito il posto alla guerra, alle tre del pomeriggio i rabbini fermarono le sacre invocazioni. La notte a Tel Aviv e a Gerusalemme, quando doveva trionfare secondo il rito il regno della luce che avrebbe segnato la fine dell’incubo sacro, l’oscurità fu totale. La notte scese sul Paese come un sudario. I riservisti tentavano freneticamente da ore in tutti i modi di raggiungere, a sud e a nord, i fronti spezzati: con l’autostop, su auto private, con i bus della compagnia che gestiva il servizio per i turisti. Golda Meir, con sul volto rugoso i segni della stanchezza impressi come ferite, cercò di camuffare il disastro «abbiamo sempre saputo che il Cairo e Damasco stavano per attaccare. Di fronte al pericolo il nostro esercito ha fatto il necessario» …Una bugia.
Dayan, l’invincibile Dayan che pochi mesi prima aveva sostenuto che Israele era «sulla soglia dell’età felice del ritorno a Sion», preso dal panico parlò della «possibilità della distruzione del terzo tempio»’, come gli israeliani chiamano il loro moderno stato nei momenti di angoscia. Nella notte del sette ottobre nel deserto del Neghev i missili Jericho a testata nucleare furono armati e pronti per il lancio. Il presagio di realtà terribili è sempre latente nella religione ebraica anche nelle pause d’ombra quando sembra che il fiume della storia abbia cessato di scorrere. Gli ebrei davvero non possono dimenticare il regno della notte. Non li lascia liberi. È in loro.
“Hamekdhal”: la guerra della incompetenza la definirono allora. La Cia aveva inviato molti avvertimenti sui preparativi degli arabi per un attacco. Gli israeliani non li presero sul serio, si sentivano invincibili. Dopo la guerra fu il capo dei servizi segreti militari Eli Zeira a pagare per tutti. Vittima comoda: era considerato un incapace portaborse di Dayan.
“Hamekdhal” : cinquanta anni è ancora la parola giusta per “l’impossibile” attacco di Hamas dentro il cuore di Israele. Ma allora a mettere in pericolo Israele furono gli eserciti siriano e egiziano che la Unione sovietica aveva addestrato e armato meticolosamente, leggendo la lezione della guerra dei sei giorni per capovolgere il copione di invincibilità di Tzahal. Questa volta è peggio: a portare sanguinosamente la guerra in Israele è un minuscolo gruppo guerrigliero. Israele ha di nuovo paura, paura degli altri ma ancor più di se stesso. Anche in una fortezza qual è il peggio è possibile.
Certo: come accadde nel 1973 Israele riprenderà i controllo della situazione. Ma più che mai sono le immagini che raccontano la Storia. Mezzo secolo fa erano solo la televisione e le fotografie a fissare la realtà. E furono già decisive nello spezzare miti, ribaltare certezze che sembravano indiscutibili. Inocularono furori e sgomento: Israele poteva essere sconfitta.
Oggi le immagini di questa battaglia che ha colto Israele impreparata e confusa si moltiplicano per cento mille diventano milioni, scorrono travolgenti e terribili sui telefonini: gli edifici distrutti dai razzi iraniani, gli israeliani trascinati via oltre la frontiera di Gaza tra sputi e botte, il carro armato decapitato attorno a cui danzano i miliziani, i bambini e le donne che piangono terrorizzate non a Gaza o a Hebron ma nelle città e nei kibbutz di Israele. Questa è la vera vittoria di Hamas: qualcosa ha squarciato la realtà precedente come se fosse una facciata di cartapesta. Questo attacco polverizza le apparenze ingannevoli, obbliga Israele a smascherarsi nelle sue insospettabili debolezze. Non avveniva con un raid terroristico, l’infiltrazione di alcuni aspiranti “martiri” che uccidono qualche sventurato automobilista o i passeggeri di un autobus e poi vengono eliminati. Hamas ha realizzato una operazione militare in grande stile dietro cui si legge la mano dell’Iran, che vuol scombinare le nuove alleanze del Vicino oriente, aprire nuovi fronti. Dopo ore Israele, nel caos, non era ancora riuscito a organizzare una risposta. Se non il rituale dei bombardamenti aerei su Gaza, che in questo caso non son segno di superiorità tecnologica e distruttiva ma di impotenza. Nel 1973 il capo di stato maggiore Elazar promise: spezzeremo le ossa degli aggressori. Sembra di leggere i proclami di ieri che annunciavano punizioni inimmaginabili ai palestinesi. Mentre scorrevano le immagini dei kibbutz in fiamme. E della frontiera divelta.
Nel 1973 Israele era un Paese soddisfatto, sicuro di sé, lo guidavano i decorativi superstiti dell’ebbra generazione dei vincitori. Che vennero spazzati via da quella ambigua e faticosa “vittoria”. Golda Meir, travolta dalle polemiche sui “Mehdalim”, gli errori e l’impreparazione della guerra di ottobre, si ritirò in un kibbutz, Dayan si dimise. Stanco dei mostri sacri, gli uomini di macigno e di ferro, Israele cominciò a vivere il tempo degli anonimi, uomini di nebbia e di vento. Alla vigilia del secondo Kippur, quando ha di nuovo guardato la morte in faccia, era aspramente diviso, avvilito, tormentato dai dubbi su di sé, perfino sull’essere ancora “l’unica democrazia del Medio Oriente”, minacciato ed agitato dalle zuffe e dai colpi di mano dei mediocri che ostinatamente lo guidano. Nel 1973 la guerra causò una drammatica crisi di identità. E Oggi?
(da La Stampa)
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