Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
LA MELONI CI RISPARMI LE SUE FOTO CON LE DONNE DI FAMIGLIA, E’ QUELLO CHE DICE E CHE NON FA CHE FA TESTO… CRITICARE UN PREMIER NON E’ UN DELITTO DI LESA MAESTA’, SI ABITUI ALLA DEMOCRAZIA
Otto e mezzo, puntata del 20 novembre. È la tragedia di Giulia
Cecchettin a calamitare i discorsi degli ospiti della trasmissione. A un certo punto, la conduttrice Lilli Gruber parla della presidente del Consiglio come «un’espressione della cultura patriarcale».
Giorgia Meloni non ci sta e risponde alla giornalista con un post sui social: «Non so come facciano certe persone a trovare il coraggio di strumentalizzare anche le tragedie più orribili pur di attaccare il governo. Ora la nuova bizzarra tesi sostenuta da Gruber è che io sarei espressione di una cultura patriarcale. Davvero senza parole».
E pubblica una foto in cui compare insieme ad altre tre donne della sua famiglia, la madre, la nonna e una bambina appena nata, probabilmente la figlia.
Passa poco tempo per la controreplica di Gruber. Che non smorza i toni, anzi: «Ritengo che sia sempre pericoloso, per il buon funzionamento democratico, quando una presidente del Consiglio attacca direttamente la stampa e singoli giornalisti. Per fortuna, il diritto al pensiero libero e critico è ancora ben tutelato dalla nostra Costituzione».
Introducendo la sua nota, la conduttrice in forza a La7 esorta la leader di Fratelli d’Italia a confrontarsi con i giornalisti: «Ringrazio Meloni per l’attacco che considero una prima dimostrazione della sua volontà di aprire un dialogo costruttivo con la stampa, un esercizio di democrazia al quale lei è poco abituata. Le porte di Otto e mezzo sono sempre aperte».
(da agenzie)
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Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
L’ITALIA QUALIFICATA GRAZIE A UN EVIDENTE RIGORE NEGATO VERGOGNOSAMENTE ALL’UCRAINA… QUELLA FRASE DEL PRESIDENTE UEFA CEFERIN: “TROPPO IMPORTANTE LA PARTECIPAZIONE DELL’ITALIA ALLE FINALI”
“Ucraina derubata”, “Mafia italiana”, “Il sogno di Ceferin si è avverato”. Sono solo alcuni dei titoli dei media stranieri che non hanno risparmiato forti critiche all’arbitro spagnolo Gil Manzano, colpevole di non aver fischiato, in pieno recupero, il fallo da rigore di Cristante su Mudryk che avrebbe permesso alla nazionale di Rebrov di qualificarsi direttamente a Euro 2024, condannando gli azzurri allo spettro dei play-off.
Se il ct dell’Ucraina Rebrov, da calciatore ex gemello del gol di Shevchenko ai tempi della Dinamo Kiev, è stato abbastanza composto nel fine gara (”il rigore c’era, ma il Var non ha ritenuto opportuno richiamare l’arbitro al video”), il giorno dopo i media internazionali sono andati giù pesante.
In Ucraina soprattutto ricordano le parole pronunciate lo scorso ottobre dal presidente della Uefa, Ceferin, che aveva definito ”troppo importante” la presenza della nostra Nazionale alla prossima competizione europea in Germania e di ”disastro” in caso di mancata qualificazione.
Per questo, dagli spalti della BayArena di Leverkusen, i tifosi gialloblù hanno esposto uno striscione con la scritta ‘Uefa Mafia’ prima dell’errore di Gil Manzano. ”Il sogno di Ceferin si è avverato”, incalza l’edizione online del quotidiano ucraino Sport.ua.
Le polemiche sul mancato penalty sono arrivate anche oltremanica, dove contemporaneamente l’Inghilterra ha protestato per un dubbio rigore concesso alla Macedonia del Nord nel match, inutili ai fini della qualificazione, terminato 1-1 a Skopje. ‘
‘Ucraina derubata’, è l’apertura del Daily Star, che aggiunge come Mudryk sia stato “abbattuto” da Cristante. Più moderato il Guardian che rimarca come l’Italia sia “sopravvissuta” al rigore non fischiato.
Anche il Telegraph e il Daily Mail non hanno dubbi: ”all’Ucraina viene negato un rigore in extremis”. E lo spagnolo Gil Manzano non viene risparmiato nemmeno in patria: la sua decisione viene definita un ”pasticcio”. Il dado ormai è tratto: i ragazzi di Rebrov si giocheranno tutto ai play-off, mentre Donnarumma e compagni si godono l’accesso diretto con un enorme sospiro di sollievo.
(da agenzie)
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Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
LA LUCIDITA’ DI UNA DONNA CHE STA FACENDO IMBESTIALE LA FECCIA REAZIONARIA E MASCHILISTA
Sta succedendo qualcosa di imprevedibile nella vicenda del
femminicidio di Giulia Cecchettin, e cioè che sua sorella Elena si stia rivelando un’implacabile sentinella dell’informazione e del linguaggio. E non è un fatto scontato, visto che la cronaca è piena di familiari di vittime che negli anni sono stati spremuti, manipolati, strumentalizzati da politica e televisione.
Elena Cecchettin, nonostante le luci dei media addosso e un lutto tutto da elaborare, sta gestendo la comunicazione e le morbosità da cronaca nera in maniera coraggiosa e, per certi versi, rivoluzionaria.
Nella puntata di venerdì di Quarto Grado è intervenuta in collegamento mentre l’assassino Filippo Turetta era ancora ricercato. Gianluigi Nuzzi la stava intervistando, lei spiegava che aveva inviato dei messaggi su WhatsApp a Filippo e che erano arrivati a destinazione perché avevano la doppia spunta grigia.
Nuzzi, a cui non bastava la dichiarazione ma voleva del mangime più fresco da dare in pasto agli spettatori, le ha chiesto di mostrare il telefono alle telecamere. Lei ha esitato un secondo. E ha risposto con un secco: “No”. Un’azione apparentemente innocua, ma che rappresenta invece un esemplare gesto di ribellione alla cronaca morbosa quando rosicchia tutto quello che può dalle vittime, anche quelle secondarie.
Ospite di Paolo Del Debbio, poi, Elena ha fatto qualcosa di ancor meno prevedibile. Si trova davanti alla sua abitazione, sta per unirsi alla fiaccolata del paese dedicata a sua sorella. Del Debbio si sfrega le mani, convinto di trovarsi davanti il solito familiare con la bava alla bocca o con la lacrima telegenica. E invece Elena è compunta, impassibile. Guarda dritto nella telecamera e fa un discorso lucido, razionale.
Non cede all’emotività, non tira in ballo il suo dolore, quello della sorella. Decide di parlare il linguaggio del femminismo, di parlare della cultura dello stupro. Spiega che Turetta non è un mostro, “lui mostro non è, mostro è colui che esce dai canoni normali della nostra società, lui è un figlio sano della società patriarcale che è pregna della cultura dello stupro”. È vero, sembrava un discorso imparato a memoria e forse lo era, ma questo è un indizio importante, e a suo favore: vuol dire che Elena ha capito quanto importante fosse il suo megafono in quel momento, e non ha voluto sprecare l’occasione di essere ascoltata da una platea così vasta.
Era a un bivio: fare del populismo invocando vendetta e forconi, riconducendo la vicenda solo a sé e al suo vissuto, o trasformarla in materia che riguarda tutte e tutti. Ha imboccato la seconda strada, preparando un discorso con fare chirurgico.
Ma Elena non si è fermata qui. Si è ribellata anche alla strumentalizzazione della politica. Quando l’immancabile Matteo Salvini, a proposito del femminicidio di Giulia, ha twittato: “Se colpevole nessuno sconto di pena e carcere a vita”, lei ha immediatamente replicato: “Il ministro dei Trasporti che dubita della colpevolezza di Filippo Turetta perché bianco e di buona famiglia. Anche questa è violenza, violenza di Stato”.
A quel punto, probabilmente stordito da una reazione inattesa, Salvini ha cercato di raddrizzare il tiro parlando di castrazione chimica e galera. Un giustizialismo da bar che nessun familiare di Giulia ha mai praticato, per giunta. Anche il padre di Elena e di Giulia, Gino Cecchettin, aveva infatti dichiarato: “Adesso penso a Giulia e alle tante Giulie che ci sono nel mondo. Non provo rancore o odio, non provo nulla. Non ho sentito i genitori di Filippo. Come ho detto, anche loro stanno vivendo un dramma”.
Tanta civiltà ha destabilizzato politica e platea al punto che ieri sono circolate voci becere e complottiste proprio su Elena. Sembra una battuta e invece è tutto serissimo: da alcuni – perfino dal consigliere regionale in Veneto, Stefano Valdegamberi – proprio la sorella della vittima è sospettata di essere un’adoratrice di Satana per via di una sua felpa che evocherebbe riti satanici. Peccato che quella felpa sia di un marchio noto, Thrasher, e che pure se Elena fosse davvero Belzebù con l’eye-liner, il femminicidio della sorella rimarrebbe il gesto di un uomo che non ha saputo accettare la fine di una relazione, la libertà di lei.
Quella libertà che Elena sta onorando con il coraggio e la dignità di una donna che per sua sorella non cerca il silenzio, ma il rumore delle parole scelte con cura.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
L’APPROCCIO SOLO REPRESSIVO SENZA L’EDUCAZIONE
“Si finge di non vedere molto spesso quello che sta accadendo, perché il problema della violenza sulle donne è un problema che continua a essere estremamente presente nella nostra società, ma che tutti hanno il coraggio di denunciare, salvo quando i responsabili sono i clandestini o sono immigrati”. Era il 9 giugno 2022 e Giorgia Meloni era solo la leader di Fratelli d’Italia. Il riferimento era alle molestie verificatesi a Peschiera del Garda durante un raduno organizzato col passaparola su Tik Tok, al quale avevano partecipato molti ragazzi di origine africana. Il suo governo sarebbe arrivato tre mesi dopo. E, si sa, un conto è stare all’opposizione, un conto al governo. Per cui, quando si è trattato di mettere in piedi rapidamente un piano di contrasto alla violenza di genere, di concreto l’esecutivo non ha fatto nulla – se non, vedremo, un ddl non ancora in vigore – ma le belle parole si sono sprecate.
Il femminicidio di Giulia Cecchettin si è portato dietro uno tsunami emotivo, che ha obbligato anche la maggioranza a intervenire. A partire proprio da colei che nel frattempo è diventata presidente del Consiglio: “È già stato approvato all’unanimità dalla Camera, e mercoledì prossimo sarà in aula al Senato – ha annunciato l’altro ieri Meloni –, il nostro disegno di legge per il rafforzamento delle misure di tutela delle donne in pericolo grazie a una maggiore prevenzione – ammonimento, braccialetto elettronico, distanza minima di avvicinamento – l’arresto anche in ‘flagranza differita’ e soprattutto attraverso tempi stringenti – 20 giorni – per valutazione da parte della magistratura del rischio e applicazione delle misure cautelari”.
Un ddl, che approda oggi in commissione e domani in aula (il Pd non presenterà emendamenti, ma ordini del giorno), che interviene sulle misure giudiziarie e non su quelle culturali. È passato un anno da quando la premier annunciava, il 22 novembre 2022: “C’è molto lavoro da fare e intendiamo portarlo avanti a 360 gradi, incentrando il nostro impegno su tre pilastri d’azione: prevenzione, protezione e certezza della pena”. Sul primo, non esiste nulla se non un eterno battibecco tra maggioranza e opposizione (su tutti, il leghista Sasso che il 26 ottobre ha attaccato la proposta 5S di reintrodurre l’educazione affettiva nelle scuole bollandola come “porcheria”) e proposte di legge nei cassetti.
Tra l’insediamento del governo e l’uccisione di Giulia Cecchettin, è avvenuto però un altro femminicidio che ha scosso il Paese: quello di Giulia Tramontano, ammazzata al settimo mese di gravidanza dal suo compagno, Alessandro Impagnatiello. In quell’occasione, Meloni aveva parlato di “grande sfida culturale”, auspicando un “accordo trasversale sulle nostre norme”. La premier non è stata l’unica a dire e ridire le stesse cose. Il vicepremier, Matteo Salvini, che l’altro giorno ha usato un “se” di troppo nel caso di Filippo Turetta – “se è stato lui”, salvo poi rimangiarselo –, ritiene che certezza della pena e castrazione chimica siano la soluzione a tutti i mali: “Penso a quel bastardo, che deve marcire in galera fino alla fine dei suoi giorni – il giudizio su Impagnatiello –. Il giudice per il momento non ravvisa crudeltà e premeditazione… A maggior ragione, approveremo una riforma della giustizia che in questo Paese serve come il pane”. E ancora, il 22 agosto: “Spero che le Commissioni parlamentari prendano in esame il prima possibile la proposta che la Lega ha copiato da altri Paesi europei e del mondo di sperimentare il blocco androgenico per chi stupra una donna o un bambino”. L’ultima perla è di ieri: “La famiglia deve fare la famiglia”.
Si ripete anche l’altro vicepremier, Antonio Tajani: “Basta con i femminicidi. Non sono sufficienti le norme in vigore” (16 agosto); “Questa vicenda deve farci riflettere sulla questione dei femminicidi. Ci siamo impegnati sia al governo che in Parlamento per avere delle norme che finalmente blocchino questa mattanza” (19 novembre).
Di “azione collegiale, confronto in Parlamento, collaborazione e condivisione” aveva parlato a giugno il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che domenica ha rincarato: “In Parlamento è in corso di esame il ddl che rafforza l’azione di prevenzione agendo su più fronti. In quella sede si possono valutare tutti quegli ulteriori interventi. Ma non basta. Occorre agire sul piano culturale ed educativo”.
Il 9 giugno era intervenuta anche la ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, a proposito del testo che rafforza il Codice Rosso: “Il cuore di questo ddl è la prevenzione. Anche gli strumenti repressivi servono a interrompere il ciclo della violenza prima dell’irreparabile”. Ieri, in un’intervista alla Stampa, ha pronunciato nuovamente la parola “prevenzione”, mostrandosi disponibile a discutere con l’opposizione di una legge sull’affettività nelle scuole, ma peggiorando il vecchio stereotipo secondo cui i figli sono delle madri: “È fondamentale che le madri educhino i figli maschi ad avere rispetto delle donne e della loro libertà”. Nei prossimi giorni, il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, presenterà la sua proposta di educazione scolastica, progetto dedicato solo alle superiori e che vedrà la partecipazione di cantanti e influencer. Per tre mesi all’anno. “Prevenire la violenza di genere attraverso l’educazione: una questione culturale”, aveva annunciato il 28 settembre la ministra per l’Università, Anna Maria Bernini, che l’altroieri ha rimarcato: “Non è più un fatto penale: serve un rafforzamento della prevenzione, più che l’aspetto sanzionatorio”. Quasi non appartenesse a questo governo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
DARIO DI CATERINO E’ COLUI CHE HA DENUNCIATO GLI AFFARI DI SGARBI
Il sottosegretario Vittorio Sgarbi aveva detto che conosceva il
nome del “Corvo” che aveva fatto conoscere i suoi compensi per conferenze e presentazioni svolte durante l’incarico nel governo Meloni. Descrivendolo come «un tizio che collaborava con me ai tempi di Rinascimento e un bel giorno sparì, la madre raccontò che era in coma, invece era agli arresti domiciliari per truffa».
Oggi il Fatto Quotidiano e Report incontrano Dario Di Caterino, ex social media e manager del critico d’arte che ha rivelato le attività “parallele” di Sgarbi. Ha 45 anni, è pugliese e il rapporto professionale con il sottosegretario è cominciato nel febbraio 2022. Ovvero all’epoca della candidatura alle elezioni amministrative del movimento Io Apro, poi diventato Io Apro Rinascimento dopo la fusione con quello di Sgarbi
Di Caterino dice di essere pronto ad essere ascoltato dai pubblici ministeri. Gli incassi totali delle presentazioni di Sgarbi durante il periodo di governo ammontano a 300 mila euro. Mentre il sottosegretario è indagato a Roma per evasione fiscale.
L’Antitrust ha avviato un’istruttoria per conflitto d’interessi. Il social media manager racconta che ha inviato una lettera a Giorgia Meloni e a Gennaro Sangiuliano con tutti i dati.
«Non ne potevo più di vedere gli uffici dei ministeri ridotti a un covo di affaristi», dice. Aggiunge che la lettera che ha inviato «tanto anonima non era. C’è il dettaglio delle informazioni e c’è questa intervista a viso aperto». E quando Thomas Mackinson gli ricorda che Sgarbi lo definisce “Corvo”, risponde: «Strano. Fino a non molto tempo fa diceva di volermi assumere al ministero». E sull’accusa di furto di dati: «Ho scaricato le mail, ma le password me le avevano date loro».
Il contratto
Il social media manager dice di aver lavorato con Sgarbi per la candidatura a Bologna nelle liste di “Noi moderati”. Il rapporto è andato avanti fino al 25 settembre 2023.
«C’era un accordo con Sabrina Colle per ricevere una parte dei proventi maturati dalla gestione dei canali social di Vittorio tramite la sua società Hestia. Li ho richiesti più volte, mai ricevuti».
Mentre i pagamenti avvenivano in buste di contanti consegnate a mano: «Erano le direttive della Colle e di Nino Ippolito, il suo capo segreteria». Dice di aver visto effettuare sopralluoghi per le valutazioni. E riferisce episodi in cui Sgarbi ha fatto pressioni dirette su soprintendenti: «Non dovete notificare opere con meno di 70 anni».
Il tariffario e i gettoni
Poi parla del suo tariffario e dei gettoni di presenza. Per una conferenza non meno di 3.500 euro. Per uno spettacolo teatrale 5 mila. Una prefazione a un libro 4 mila. Un evento del 16 novembre 2022 a Pordenone ricevette un finanziamento da una multinazionale austriaca: 5 mila euro poi raddoppiati. Parla anche di una prefazione a un libro. E mostra un messaggio di Colle che risale al 19 luglio scorso: «Duemila euro schifosi per una presentazione di un sottosegretario. Ma che ti dice la testa». Infine, il licenziamento: «Per me sei fuori». Di Caterino spiega anche la vicenda degli arresti domiciliari: «Fui coinvolto in alcune vicende giudiziarie per le quali provavo un profondo malessere”. Sgarbi sapeva di una condanna a Perugia. Ma sua madre, forse per pudore, «disse che ero malato fino a gennaio 2023, quando ripresi a collaborare». Il patteggiamento risale ad aprile 2023: «Questo oggi mi fa più male, me lo sarei risparmiato».
Le multe
Infine c’è la storia delle multe. L’associazione Controcomunicazione ha ricevuto da Sgarbi trentamila euro per acquistare un’auto da dare in comodato d’uso al sottosegretario. Il contratto prevedeva che pagasse oneri di manutenzione e multe. Da giugno 2023 ne sono arrivate «7-8 al giorno». Oggi sono a quota 100 mila euro di cartelle. Una di queste parla di un eccesso di velocità: «Fiorenzuola d’Arda, Piacenza, 23 giugno, ore 00.04. Velocità rilevata: 192 km/h. Il termine è scaduto, i 700 euro sono raddoppiati.
(da Open)
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Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
“SONO UNA STUDENTESSA, MI VOGLIO LAUREARE, MA NON LASCERO’ CADERE QUESTA COSA”
Elena Cecchettin vuole che quello che è successo alla sorella Giulia «non sia stato invano». E dice che «tutte le donne sanno che devono stare attente a qualcosa. Il pericolo spesso è più vicino di quanto pensiamo. L’assassino ce lo troviamo in casa più di quanto possa avvenire in strada. L’80% dei femminicidi avviene in famiglia, una percentuale spaventosa». Poi spiega perché secondo lei Filippo Turetta non è un mostro: «Quando avviene un femminicidio succede sempre un fenomeno. Da una parte si sminuisce parlando di “bravo ragazzo”. Cercando di dare la colpa alla donna. Oppure avviene l’opposto. Il colpevole è un mostro, un malato, una bestia. Ma così nessuno si prende la responsabilità». Perché invece «nessuno nasce mostro», spiega oggi in un’intervista a la Repubblica.
La cultura dello stupro
Al contrario: «Nella crescita di una persona conta l’educazione familiare, scolastica, quella data dalla società. Ci sono comportamenti malsani che vengono sdoganati. Si giustifica la gelosia, il controllo del telefono, si dice “è un po’ possessivo”. Invece questi comportamenti possono costituire un’escalation che porta a botte, stupri, femminicidi. La punta della piramide della cultura dello stupro».
A Rosario Di Raimondo Giulia Cecchettin dice che serve «educazione. A livello scolastico e familiare. Una presa di coscienza. Dire che va bene essere deboli, tristi, piangere, e che se veniamo lasciati non possiamo prenderci con la forza quello che vogliamo. Dobbiamo accettare i rifiuti e la libertà di uscire da una relazione». La 24enne aggiunge che questi sono Omicidi di Stato perché «lo Stato non fa abbastanza per intervenire. Non finanzia adeguatamente i percorsi formativi, l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole».
Omicidi di Stato
E ancora: «È complice perché non condanna apertamente questi episodi. Non rende sicure le donne». Cecchettin spiega anche perché ha attaccato sui social network il ministro Salvini: «Ha messo in dubbio che Turetta possa essere colpevole. Nessuno lo è finché non viene giudicato come tale, ma sappiamo tutti cosa è successo. In altri casi non si è espresso allo stesso modo, quando il presunto colpevole non era una persona bianca. Penso che la sua sia stata una mancanza di rispetto verso mia sorella, un’ambivalenza di cattivo gusto». Manda un messaggio alle donne: «Alla prima avvisaglia di una relazione tossica, meglio farsi forza e parlarne piuttosto che sottovalutare il pericolo. Meglio ferire l’orgoglio di un uomo che finire ammazzate».
Le relazioni tossiche
E poi agli uomini: «Siate persone migliori. Fate un esame di coscienza, pensate a quando avete mancato di rispetto a una donna, a quando avete ferito, umiliato». Mentre lei adesso non sa cosa cambia nella sua vita: «Devo capire. Sono una studentessa, mi voglio laureare. Non lascerò cadere questa cosa. Farò in modo che quello che è successo a Giulia non sia stato invano».
(da Open)
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Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
DARA’ IL COLPO DI GRAZIA ALL’ECONOMIA ARGENTINA
Ha vinto la motosega. Ed apparentemente non c’è stata partita.
Javier Gerardo Milei, il “Trump de las Pampas”, il pittoresco e scarmigliato castigamatti della “casta”, ha battuto Sergio Massa, ministro dell’Economia ed ultima, melliflua versione di quella sorta di “eternità argentina” che si chiama peronismo, per un sonoro 56 a 44, molto al di là dei pronostici che – in un’ennesima debacle per la sempre meno esatta scienza del sondaggismo – avevano profetizzato una battaglia all’ultimo voto. Domenica sera, quando Sergio Massa s’è rivolto al paese riconoscendo la propria sconfitta, non erano trascorse che due ore dalla chiusura dei seggi. Ed era bastata una mezzoretta per capire in quale inequivocabile ed irreversibile direzione stessero andando le cose. Milei stava vincendo ovunque. Solo nella capitale, Buenos Aires, Massa stava in qualche modo resistendo – sia pur con un risicatissimo vantaggio – a fronte d’una inequivocabile ondata di ripudio. In tutta la, chiamiamola così, “Argentina profonda”, avanzava, visibilissima, una totale debacle. Particolarmente dura quella subita a Córdoba, in tempi non lontani bastione peronista, dove Milei ha infine vinto con il 75 per cento dei voti.
Ha vinto alla grande, Milei. Ha vinto – e forse non poteva esser altrimenti – la rabbia del ‘que se vayan todos”, in quella che, mutatis mutandis, sembra una mitigata replica del dramma che, nel dicembre del 2001, aveva visto la fuga in elicottero di Fernando de la Rua, presidente radicale eletto due anni prima, dai tetti di una Casa Rosada circondata da folle inferocite. Ha vinto – ed ha vinto democraticamente, come lo stesso Massa ha cavallerescamente sottolineato esaltando, nella sconfitta, “la solidità e la trasparenza della democrazia argentina a quarant’anni dalla sua rinascita dopo la notte dell’ultima dittatura militare” – il “rompitutto” giunto dal nulla. O, meglio, lo stravagante “giustiziere” a colpi d’insulti e sceneggiate risalito, come una sorta di mostro di Loch Ness, dalle abissali e tragicomiche profondità dei peggiori talk show televisivi. Ed ha vinto anche – paradossalmente, ma non più di tanto – lo scolaretto spaurito e pasticcione, spaesato, nervoso e palesemente impreparato che, appena una settimana fa, l’oggi perdente Sergio Massa aveva portato a spasso, come un cagnolino al guinzaglio, nell’ultimo dibattito televisivo prima del voto.
Gli analisti politici più accorti l’avevano pronosticato. La patetica esibizione televisiva del “leone” Milei, il suo farsi pecora di fronte a Massa, avrebbe potuto diventare – come di fatto è diventato nel ribollente clima di un’Argentina devastata da un’economia allo sbando e da un’inflazione che sfiora il 150 per cento – un punto a suo favore. O, se si preferisce, un’ulteriore testimonianza dell’arroganza di quella “casta” che è oggi l’emblema d’ogni male passato, presente e futuro. Sergio Massa non aveva soltanto vinto quel dibattito, l’aveva stravinto, umiliando l’avversario. Ed umiliandolo lo aveva beatificato, martirizzandolo. O, fuori da ogni religiosa metafora, l’aveva aiutato rafforzando la sua immagine di salvifico “outsider”, offrendo all’elettorato una ragione di più per punire, votando il suo rivale, la strafottenza di chi oggi comanda.
Ancor più probabile, tuttavia, è che quel dibattito non abbia, in realtà, cambiato nulla in un’Argentina che già aveva, sostanzialmente e da tempo, emesso il suo verdetto. Massa poteva, a quel punto, vincere, stravincere o perdere rovinosamente. Ma per l’argentino “de la calle” era e restava quello che era: il ministro dell’Economia d’un governo che, per ovvie e validissime ragioni, veniva ritenuto responsabile del quotidiano disastro vissuto di fronte alle casse dei supermercati, al momento del pieno di benzina nelle stazioni di servizio, o all’ora di pagare l’affitto a fine mese. O, peggio, all’ora di non pagarlo nella prospettiva d’un imminente sfratto per insolvenza.
La domanda ora è: quale dei due Javier Milei, entrerà, tra un mese, nella Casa Rosada? Quello della motosega o quello, annichilito e timido, che ha fatto da impotente sparring partner a Sergio Massa nell’ultimo dibattito televisivo? Il vero problema è che, nell’uno o nell’altro caso, difficile è immaginare, nell’immediato (e anche non tanto immediato) futuro dell’Argentina qualcosa che appaia, per il Paese e per il nuovo presidente, più allettante d’un disastro.
Dovesse Milei attuare – cosa improbabile considerato che il suo partito, La Libertad Avanza, è in netta minoranza nel Congresso – tutte le drastiche (e in alcuni casi decisamente demenziali) cose da lui promesse agitando la “motosierra”, provocherebbe una sorta di economica apocalisse, come ricordato giorni fa da un documento sottoscritto da un centinaio di eminenti economisti. E, cosa ancor più importante, come testimoniato dall’allarme con il quale il mercato – vero caposaldo del culto liberista che Milei professa con toni da ayatollah – ha fin qui reagito di fronte alla sua avanzata (piaccia o no Sergio Massa è, a dispetto del deplorevole stato dell’economia argentina, considerato un fattore d’equilibrio dalla finanza internazionale).
E non molto meglio andrebbero le cose, dovesse il “vero” Milei risultare, alla prova della “vera” politica, lo scolaretto impreparato e timido che una settimana fa ha fatto, sugli altari del dibattito in tv, la figura dell’agnellino sacrificale. Dopo la prima tornata elettorale dello scorso ottobre, sul carro che ha portato Milei alla vittoria sono saliti – con ruoli che si presumono determinanti – personaggi che l’uomo della motosega aveva in passato classificato come tra i peggiori rappresentanti della “casta”. Vale a dire: l’ex presidente Mauricio Macri (da Milei a suo tempo definito “un delinquente massimo corresponsabile del disastro economico”), l’ex ministro della Sicurezza e candidata alla presidenza Patricia Bullrich (che Milei ha a suo tempo definito, rammentando il di lei passato di montonera, “un’assassina che metteva bombe negli asili infantili”) e, con loro, tutto l’apparato di Juntos por el Cambio (per l’appunto, il partito di Macri e della destra tradizionale).
Un carico pesante. Tanto pesante che non pochi – tra i sunnominati analisti politici più accorti – sono coloro convinti che, alla fine, il “delinquente” e l’ “assassina” finiranno per fare col Milei presidente, quello che, durante dibattito in tv, Sergio Massa ha fatto col Milei candidato. Ovvero: che lo porteranno al guinzaglio – lui l’indomabile e capelluto leone, lui il furente ma impreparato “rompitutto” – lungo i crinali di “normali” politiche economiche destinate, come già accadde nei quattro anni della presidenza Macri, a tradire ogni attesa, specie quelle, sproporzionate e messianiche, sollevate dal Milei in versione motosierra. Il tutto in attesa d’una ennesima rivincita peronista tra quattro anni.
Ieri notte, nel suo discorso della vittoria, Javier Gerardo Milei s’è fermato, per così dire, nella terra di nessuno che separa le due rappresentazioni di sé stesso. Lo ha fatto pomposamente riproponendo la natura “storica” della sua vittoria – “oggi comincia la ricostruzione dell’Argentina…”, “…oggi finisce l’età della decadenza e comincia una nuova era…” – ed invocando, come ogni demagogo e populista di destra che si rispetti, un mitico passato di gloria. Quello d’una Argentina che fu “potenza mondiale” e che tale, sotto il suo comando, tornerà ad essere. Ma lo ha fatto anche – inevitabilmente ricordando lo scolaretto umiliato da Massa – leggendo con toni inusualmente contenuti l’intero discorso, solo alla fine concedendosi al suo tradizionale e esaltato “Viva la Libertà, carajo!”.
Si vedrà. Di certo c’è che la vittoria di Milei è, sul piano internazionale, un indiscutibile trionfo della peggior destra. Quella dei Bolsonaro in Brasile e dei Kast in Cile. Quella di Trump. Quella di Vox in Spagna. Quella che in Brasile, come in Cile, come in Spagna, come in Italia, emette, ad ogni gesto e ad ogni parola, un inequivocabile tanfo di rivincita. La “Libertad” alla quale – con tanto di “carajo!” – va inneggiando Milei non è infatti soltanto quella, liberista e da tempo squalificata, della “impresa privata”. È anche – soprattutto per molti versi – quella di chi nega che in Argentina vi sia mai stata una dittatura militare. Solo due giorni fa, la vicepresidente prescelta da Milei, Victtoria Villaruel, ha reclamato lo smantellamento del Museo della Memoria allestita all’Esma in quello che fu il maggior centro di tortura della dittatura. E solo qualche giorno prima aveva difeso la sghignazzante battuta con la quale uno dei militari del tempo aveva orgogliosamente ricordato, ammiccando, come nel portabagagli della Ford Falcón (l’auto preferita dagli sgherri della Junta) entrassero, sia pur un po’ ‘apretadas”, ammucchiate, ben sette persone. Sette di quegli esseri umani che la dittatura arrestava, torturava e poi faceva sparire gettandone, dagli aerei dei “voli della morte”, i corpi nelle acque del Rio de la Plata.
Vale la pena ripeterlo. Come andrà a finire non si sa. Ma di certo non finirà bene.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
NON SONO LE DONNE A DOVERSI DIFENDERE, SONO GLI UOMINI A NON DOVERLE UCCIDERE
Scoppia la polemica in Liguria sulla celebrazione del 25 novembre, e non solo: il presidente della Regione, Giovanni Toti, ha organizzato, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne un’iniziativa nella principale piazza del capoluogo che sta scatenando la protesta sui social, l’ha chiamata “EnergicaMENTE” e ha invitato “tutte le donne e la cittadinanza ad assistere e a provare le discipline di autodifesa sotto il porticato di piazza De Ferrari dalle 14 alle 17”.
“Invece di finanziare e rafforzare le strutture adeguate, Toti lancia un messaggio gravissimo e lo fa in piazza: “Imparate a difendervi da sole” – denuncia Eva, per conto dell’assemblea Non una di meno di Genova – invece di finanziare i soggetti che mettono a terra e realizzano i principi della convenzione di Istanbul, carica ancora una volta la questione sulle donne. E lo fa in piazza, come fosse uno dei suoi primati: lo scivolo in mezzo alla città, la focaccia più lunga del mondo. E intanto dal governo i centri antiviolenza non hanno ancora ricevuto i finanziamenti per poter funzionare. E intanto, l’unico presidio psicologico di Genova per vittime di violenza, in un unico pronto soccorso, al Galliera, sta in piedi grazie a due precari il cui contratto scade ogni sei mesi: eppure la sanità è competenza regionale”.
E le associazioni di donne, e non solo, della città stanno organizzando una manifestazione di protesta: “Non il 25 novembre, perché siamo già pronte a partire, come ogni anno, abbiamo fissato il pullman e partecipiamo alla manifestazione di Roma, tutte insieme – prosegue Eva – ma mercoledì sera protesteremo per le vie di Genova, con una “passeggiata furiosa”: contro il clima che respiriamo, ch ci dice che dobbiamo essere “brave” donne, fare figli e se vogliamo ci insegnano anche a difenderci”.
«Non sono le donne a doversi difendere. Sono gli uomini a non doverle uccidere. Il corso di autodifesa organizzato da Regione Liguria in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, il 25 novembre, è l’ennesima dimostrazione che la Regione di Toti non ha capito nulla del problema», attaccano anche le attiviste e gli attivisti di Generazione P, di fronte all’iniziativa della Regione Liguria. «Questa è ipocrisia – dicono Eleonora Bartolini e Fabrizio Aloi, attivisti di Generazione P – serve sicurezza nel rispetto, non nella paura. Così si delega alle donne il compito della propria sicurezza e quasi si attribuisce loro anche la responsabilità del fenomeno». «La Regione riconosce l’esistenza di un problema ma passa la palla alle donne su come affrontarlo», aggiunge Nadia Puntureri. «Tutto questo è assurdo: anziché corsi per difendersi bisognerebbe promuovere percorsi di educazione sessuale e all’affettività, psicologica ed emotiva».Secondo il collettivo Generazione P va resa obbligatoria l’educazione all’affettività nelle scuole. «L’indipendenza delle donne passa anche dalla loro indipendenza economica», interviene Ornela Casassa. «Serve prevenzione, educazione, rispetto, consapevolezza. Non siamo nel Far West dove la gente deve difendersi da sola. Se siamo a questo punto è anche e soprattutto per colpa di questa visione retrograda e superficiale frutto del patriarcato. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale».
E sul caso interviene anche il Pd della Liguria: “Pensare che le discipline di autodifesa siano la soluzione per sfuggire o salvarsi da un uomo violento, significa caricare ancora una volta solo sulle spalle della donna la tutela della sua vita, che non passa da un gioco di forza, ma dal riconoscimento di diritti e dall’eliminazione di stereotipi e pregiudizi di genere – dice Davide Natale, segretario regionale del Pd – La Regione Liguria anziché prevedere un corso di autodifesa per aiutare le donne a proteggersi, presenti invece un progetto di educazione all’affettività con personale qualificato che coinvolga non solo le scuole, ma anche i luoghi di aggregazione. Con questa proposta la Regione svilisce il problema della violenza contro le donne, che è diventato un dramma e una piaga della nostra società”.
A innescare le polemiche, già nella serata di domenica, è stato il megaschermo in cui il presidente Toti ha trasformato la facciata principale della sede della Regione Liguria e su cui ha proiettato il volto di Giulia Cecchettin, con alcuni versi della poetessa Alda Merini: “Sembrava un saluto a una cara amica scomparsa. “Ciao Giulia” hanno scritto – denuncia l’assemblea Non una di meno Genova – il suo nome era Giulia Cecchettin, non era una loro amica, è stata ammazzata dal suo ex findanzato. L’ennesima vittima di violenza. Non c’è nulla da romanticizzare, con quei versi decontestualizzati”.
(da La Repubblica)
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Novembre 21st, 2023 Riccardo Fucile
PUO’ DIVENTARE DETERMINANTE PER IMPEDIRE CHE BIDEN O TRUMP ARRIVINO ALLA CASA BIANCA
Gli ultimi sondaggi che danno il presidente Joe Biden sceso sotto
la soglia del 40% dei consensi a causa della sua età e le crescenti riserve su Donald Trump anche tra i repubblicani, potrebbero stimolare l’ingresso sulla scena presidenziale di altri candidati sia nelle primarie dei partiti tradizionali che al loro esterno in quell’area che si è soliti chiamare dei “terzi candidati”. Qui vorrei esaminare cosa accadrebbe se vi fossero nel 2024 candidati terzi in grado di raccogliere un significativo pacchetto di voti popolari e/o di voti elettorali tale da distorcere il gioco bipartitico tra democratici e repubblicani e influire sul voto finale come è già accaduto in passato.
Al momento vi sono solo alcune intenzioni e voci di possibili “terze” candidature. Robert Kennedy Jr., figlio di Bob e nipote del presidente, ha dichiarato di volere correre da indipendente su una piattaforma anti-élite e anti-covid, ma dalla sua ha solo il cognome. Il senatore della Virginia occidentale, Joe Manchin, che non si ripresenterà l’anno prossimo al Senato, è oggi il più conservatore tra i democratici del Congresso in posizione strategica per garantire la maggioranza nella Camera alta al partito del presidente. Se decidesse di correre da presidente, magari in coppia con l’ex candidato repubblicano Mitt Romney, avrebbe qualche chance di attirare i voti centristi, che potrebbero essere determinanti per fare la differenza tra i due candidati maggiori.
Non sappiamo oggi se e quale “terzo incomodo” sarà in grado di presentarsi: se avesse una tendenza prossima ai democratici, gioverebbe al repubblicano; se guadagnasse voti a destra gioverebbe al democratico. È la logica del terzo candidato secondo il meccanismo elettorale presidenziale adottato nella Costituzione federale. Ogni Stato vale un certo numero di voti elettorali correlati alla popolazione (oggi dai 54 della California ai 3 di alcuni piccoli Stati del Midwest). Tutti gli Stati Uniti valgono 538 voti elettorali (pari a 435 membri della Camera, 100 senatori e 3 rappresentanti del distretto di Washington DC). Per essere eletto, un candidato deve raggiungere 270 voti elettorali: in ogni Stato il candidato che ottiene almeno un voto popolare in più conquista tutti i voti elettorali dello Stato. Se nessun candidato ottiene la maggioranza di 270 voti elettorali (e questo può accadere con un terzo candidato maggioritario in alcuni Stati), spetta alla Camera dei Rappresentanti a eleggere il Presidente. La difficile carta di trasferire l’elezione dal voto popolare al voto della Camera potrebbe essere usata dai repubblicani che oggi hanno la maggioranza tra i Rappresentanti.
Un po’ di storia dei terzi candidati può essere utile.
Nel 1968 il terzo candidato già democratico del Sud (Dixiecrat) Henry Wallace (American Independent) conquistando l’8,6% dei voti popolari e 46 voti elettorali negli Stati del Sud decretò la vittoria del repubblicano Richard Nixon che sopravanzò di poco il democratico Hubert H.Humphrey, vice-presidente di Lyndon Johnson. Nel 1992 Ross Perot (indipendente) ottenne il massimo dei voti popolari (18,9%) di un “terzo” candidato ma nessun voto elettorale con l’effetto di fare eleggere Bill Clinton (democratico) con la più bassa percentuale di voti popolari mai conseguita nel Novecento contro il presidente uscente, il repubblicano George H.W. Bush, e lo stesso accadde nel 1996 con un altro repubblicano. Nel 2000 i modesti voti popolari del verde Ralph Nader fecero vincere George W. Bush che aveva preso mezzo milioni di voti in meno di Al Gore (democratico) grazie a un contestato risultato della Florida dove i pochi voti di Nader avevano impedito la vittoria del democratico. Nel 2016 Donald Trump che aveva raccolto 3 milioni di voti popolari in meno di Hillary Clinton (62,9 milioni contro 65,8) vinse grazie ai voti popolari che si erano riversati su un terzo candidato tendente a sinistra.
Diverse voci qualificate si sono ripetutamente levate per abbandonare il sistema federale misto di elezione e a favore del calcolo basato solo sulla maggioranza del voto popolare. Ma l’equilibrio tra il peso della popolazione e il peso degli Stati è centrale nella Costituzione federale ed oggi rappresenta il bastione dei conservatori. Infatti, è la composizione del Senato dove la parità di rappresentanza (2 senatori) tra i piccoli Stati interni e i grandi Stati metropolitani delle coste che garantisce la forza dei tradizionalisti “rurali” bianchi rispetto ai metropolitani “urbani” multietnici. La sfida tra Biden e Trump con l’etichetta dei due partiti tradizionali, dunque, può essere distorta da eventuali candidati terzi di cui potrà essere fatto un uso strumentale da parte dei candidati maggiori, in particolare da Trump. Certamente nessun “terzo” candidato può aspirare a vincere la presidenza ma può divenire determinante per impedire che l’uno o l’altro dei due candidati maggiori arrivi alla Casa Bianca.
(da Huffingtonpost)
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