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ANDREA, STUDENTE E RIDER: “MILLE EURO AL MESE PER 12 ORE DI LAVORO AL GIORNO, 7 GIORNI SU 7, CHI PUO’ FARE ALTRO?”

Dicembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

“ORA CHE STO STUDIANDO PER LA MAGISTRALE, PREFERISCO FARE ALTRI LAVORETTI DOVE TI TRATTANO DA ESSERE UMANO. A RISCHIARE LA VITA’ PER 3 EURO L’ORA SONO RIMASTI SOLO GLI IMMIGRATI”

“Adesso che ho iniziato la Magistrale lavoro raramente come rider. Preferisco concentrarmi sull’Università e semmai fare altri lavoretti: anche se mi pagano come collaboratore, però mi fanno contratti con tutti i crismi, e mi trattano come una persona”. Andrea Pratovecchi ha 23 anni, studia Economia e Sviluppo e vive a Firenze con altri studenti, in una camera in affitto.
Per quanto tempo ha lavorato come rider?§
“Per almeno due anni, con diverse piattaforme”.
Che dice della direttiva su cui Consiglio e Parlamento hanno appena raggiunto l’accordo?
“MI sembra un passo fondamentale: il tema è che il lavoro su piattaforma si sta espandendo e si espanderà sempre di più. I riders sono solo i lavoratori più visibili, ma ce ne sono molti altri, persino psicologi, avvocati, insegnanti che danno ripetizioni online…Non sono un esperto, ma da quando ho cominciato ho visto questo fenomeno esplodere sotto i miei occhi, e quindi la legge è fondamentale perché se il mercato del lavoro sta andando in quella direzione, va regolato. Il lavoro a cottimo non è ammesso dalla legge in Italia, ma di fatto i riders sono pagati a cottimo, non hanno nessuno tipo di tutela e le aziende sfuggono a ogni tipo di controllo perché hanno le sedi legali da qualche altra parte in Europa. Una buona scusa per non applicare la legge, e spesso neanche la decenza, nei rapporti di lavoro. Il sindacato a livello territoriale fa molto, ma siccome le piattaforme agiscono e si organizzano a livello europeo e mondiale, è fondamentale che a regolarne il funzionamento sia una legge perlomeno di rilevanza europea».
FIn Italia però c’è anche chi contesta l’obbligo delle piattaforme di assumere i lavoratori. E c’è anche un sindacato, l’Ugl, che ha stipulato un contratto collettivo di lavoro in cui i riders sono considerati autonomi.
“All’inizio, quando le piattaforme sono arrivate, si guadagnava bene: anche se non avevi diritti, in molti, tra cui anche tanti miei amici e colleghi, lo vedevano come un lavoretto sano. Anch’io mi dicevo ‘in fondo il sabato non ho niente da fare, mi faccio 20, 30 euro in un pomeriggio”. E anche chi lavorava full time metteva insieme una bella cifra, e quindi lo considerava un rapporto di lavoro onesto. Ci dicevamo che andava bene così, che non valeva la pena di cambiare niente. Io adesso anche se lavoro poco come rider, continuo a frequentare il sindacato, il Nidil Cgil, sento racconti di persone che lavorano 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana e che a fine mese arrivano al massimo a 1.000, 1.200 euro lordi. Le piattaforme fanno il loro gioco: all’inizio ti pagano un sacco per invogliarti, poi siccome i lavoratori non sono assunti, e quindi per loro non c’è nessun costo, averne 5 o 1.000 è la stessa cosa, ne mettono tanti in concorrenza e abbassano le tariffe. Nella mia città sono arrivati a pagare 2,50 euro per consegne a sei chilometri, che significa che devi pedalare 45 minuti tra ristorante, casa del cliente e ritorno al ristorante”.
E quindi lei adesso ha deciso di lasciar perdere?
“Sì. Tutti quelli che conosco ci hanno ripensato e sono andati a fare altro. Dopotutto gli studenti non sono così ricattabili, non sono in condizioni così cattive da essere costretti a rischiare di farsi ammazzare per 3 euro l’ora. Solo i migranti per il momento lo sono, ma quanto tempo ci vorrà perché, con il continuo deterioramento delle condizioni dell’economia, sempre più persone non siano in grado di dire di no anche alle peggiori condizioni di lavoro?”.
(da agenzie)

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PROCESSO FIGLIO GRILLO, L’AVVOCATA BOIANO CHE DIFENDE LA RAGAZZA: “SI INDAGA SE HA RESISTITO O MENO, COSI’ SUL BANCO DEGLI IMPUTATI FINISCE LA VITTIMA”

Dicembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

LA SOLITA SCONCIA PROCEDURA DOVE SI CERCA DI FAR PASSARE LA VITTIMA PER CONSENZIENTE… POI CI SI CHIEDE PERCHE’ MOLTE NON DENUNCIANO

«Siamo ancora a “Processo per stupro” quarantaquattro anni dopo? La difesa dei violentatori che chiama in causa la “mancata reazione durante il rapporto orale”, per dimostrare che quello stupro fosse in realtà un rapporto consenziente. Sembra di riascoltare le incredibili parole che pronunciò l’avvocato del violentatore, secondo il quale sarebbe bastato “un morsetto” della ragazza per far cessare l’aggressione».
Ilaria Boiano, avvocata dell’associazione “Differenza donna” che difende e sostiene le vittime di violenza, non fa sconti. In aula a Tempio Pausania, durante le udienze sullo stupro di gruppo per il quale sono indagati Ciro Grillo, Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia, «ancora una volta invece di indagare sull’imputato si punta a colpevolizzare la vittima».
Esattamente come mezzo secolo fa, quando per la prima volta un processo per stupro fu filmato e trasmesso in televisione. Era il 1979, la ragazza violentata si chiamava Fiorella, l’avvocata era Tina Lagostena Bassi.
Avvocata Boiano, sono legittime queste domande? Slip, morsi, reazioni fisica durante lo stupro?
«È legittimo fare domande che aiutino a ricostruire la dinamica del fatto. Non è legittimo invece cercare di spostare il focus dalla responsabilità dell’aggressore alla resistenza o meno della vittima». La questione del morso appunto. Alla ragazza è stato chiesto precisamente perché non si fosse difesa dall’imposizione del rapporto orale con un morso».
«Capite? Siamo ancora lì, a “Processo per stupro”. Abbiamo sentenze enormemente innovative in Cassazione, ma nei tribunali di merito siamo indietro anni luce».
Ma a cosa puntano queste domande? Ad esempio: come le sono stati tolti gli slip? Non è violenza nella violenza?
«La strategia è chiara: constatare se c’è stata resistenza da parte della vittima. Se la donna non riesce a dimostrare di aver reagito, queste le tesi dei difensori degli stupratori, vuol dire che c’era consenso e dunque non si tratta di violenza. Ma noi sappiamo benissimo che in queste situazioni le donne si paralizzano, non gridano, non si muovono, perché la paura è quella di essere ammazzate. Può mai essere considerato consenso quello di una ragazza che subisce un atto sessuale con violenza e non morde o non resiste, semplicemente perché sa che potrebbe anche essere ammazzata?».
Dunque, scusi la franchezza, se lo slip è strappato si tratta di violenza, se è integro c’è stato consenso?
«Forse l’equazione non è così diretta ma la filosofia è quella».
Sembra la famosa sentenza della Cassazione per la quale se una donna indossava i jeans non poteva essere stata stuprata, vista la difficoltà di sfilare dei pantaloni così stretti.
«La cosa grave, ripeto, è che nei casi di stupro si continui a indagare sulla reazione, anche fisica, della vittima, piuttosto che sulle azioni dell’imputato. Questo sovverte la logica del processo, con la vittima che finisce sul banco degli imputati. Addirittura la strategia consiste nell’indagare su cosa abbia provato chi subisce lo stupro, come abbia reagito il suo corpo. Sempre per spostare il focus sul consenso o, figuriamoci, del piacere».
Ieri come oggi le donne faticano ad essere credute nei tribunali?
«Sì, anche se molto è stato fatto. Ma come dimostra questo processo la strada è ancora lunga».
(da agenzie)

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SEQUESTRATO IL CPR DI VIA CORELLI A MILANO, LA DECISIONE DELLA PROCURA DOPO L’ISPEZIONE: AI MIGRANTI CIBO SCADUTO CON I VERMI E SENZA CURE MEDICHE

Dicembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

LA STRUTTURA E’ STATA ASSEGNATA A SOCIETA’ PRIVATA DALLA PREFETTURA: IL VIMINALE NON HA NULLA DA DIRE?

Sequestro preventivo d’urgenza della società che gestisce il Cpr di via Corelli a Milano, nel quale la Guardia di finanza aveva già effettuato un’ispezione negli scorsi giorni ipotizzando la frode e la turbativa nei confronti della società Martinina srl. Durante l’accesso dei finanzieri era emerso che i migranti ospiti del Centro di permanenza e rimpatrio non ricevevano cure e mangiavano cibo scaduto con i vermi all’interno. L’indagine ha svelato che i servizi previsti dal bando non erano erogate attraverso la falsificazione di documenti e firme false anche di persone già morte. Tra le conseguenze l’assenza di visite mediche e psicologiche per i migranti anche se malati di tumore, epatite o patologie psichiatriche.
Adesso i pm Paolo Storari e Giovanna Cavalleri – coordinati dall’aggiunto Tiziana Siciliano – hanno deciso di agire nei confronti della società che – come riporta Il Corriere della Sera – si era vista rinnovare lo scorso 13 novembre il contratto per tutto il 2024. Il provvedimento, se verrà convalidato dal giudice per l’udienza preliminare, porterà alla nomina di un amministratore giudiziario per gestire la struttura. La stipula del nuovo contratto – pare di capire – fosse una vicenda non comunicata alla procura che, all’esito delle ispezioni, aveva chiesto di interdire la società dallo stipulare nuovi contratti con la Pubblica Amministrazione (l’udienza è in programma proprio venerdì).
Quella richiesta non avrebbe avuto effetti sul contratto già firmato e quindi la Martinina avrebbe potuto continuare a gestire il Centro di via Corelli per un altro anno in forza del via libera per il 2024 già avuto dalla Prefettura di Milano.
L’ispezione della Guarda di Finanza ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati dell’imprenditore Alessandro Forlenza e della madre Consiglia Caruso, amministratori di fatto e di diritto della società che gestisce la struttura alla periferia del capoluogo lombardo. Con il sequestro della società i pm intendono impedire che la stessa partecipi a gare per altri centri per migranti (in passato ha gestito il Cpr di Potenza e strutture in Puglia) fino a quando non sarà risanata del tutto la situazione.
(da agenzie)

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DAVIGO: “IL VERO PROBLEMA IN ITALIA È IL NUMERO DEI PROCESSI”

Dicembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

L’EX PM DI MANI PULITE CRITICA LA RIFORMA NORDIO: “È SOLO FUMO NEGLI OCCHI PER NASCONDERE I VERI PROBLEMI DELLA GIUSTIZIA. ABBIAMO POCHI MAGISTRATI E PRODUCONO MOLTISSIMO, A SCAPITO DELLA QUALITÀ. MOLTI SONO INUTILI. MA NON È CHE I MAGISTRATI SE LI VANNO A CERCARE”-

Dice che «in Italia mancano le teste». E che il pallino dei governi è sempre stato quello di «rendere procure e Tribunali obbedienti, senza capire che magistrati addomesticati rischiano di ritorcersi domani contro gli stessi politici che li hanno voluti».
L’ex pm di Mani pulite, Piercamillo Davigo, è critico su ogni punto della riforma del Guardasigilli Carlo Nordio: «Come quelle che l’hanno preceduta, è solo finalizzata a gettare fumo negli occhi dei cittadini spiega – per nascondere i veri problemi della giustizia che oggettivamente non funziona».
Perché non funziona?
«Abbiamo pochi magistrati. Calcolati sui numeri della popolazione, sono la metà rispetto alla media europea. Eppure, producono moltissimo, anche se a volte a scapito della qualità: definiscono il doppio dei procedimenti rispetto ai colleghi francesi e il quadruplo di quelli tedeschi. Il vero problema in Italia è il numero dei processi».
Troppi?
«Così tanti che riescono a dare da vivere a 250 mila avvocati che già è un’impresa: il doppio della media europea. Nel 1921 anche il padre costituente Piero Calamandrei ha scritto un libro dal titolo: “Troppi avvocati’».
Occorrono più magistrati?
«La colpa è anche dell’università, che non riesce a formare gente preparata a superare il concorso. Salvo eccezioni, agli orali non viene ammesso neanche un numero di candidati pari a quello dei posti disponibili».
Ma tutti questi processi sono necessari?
«Molti sono inutili. Ma non è che i magistrati se li vanno a cercare: il lavoro gli arriva. E la causa è soprattutto la pubblica amministrazione che in Italia, a differenza di quel che accade all’estero, non funziona».
Sarà utile la tanto dibattuta pagella per i magistrati?
«E l’ennesimo inutile tentativo di risolvere problemi complessi con soluzioni semplici. La politica non riesce a comprendere l’importanza dell’indipendenza dei singoli magistrati anche rispetto ai loro vertici.
Con queste valutazioni per ottenere il massimo dei voti, giudici e pm finiranno per assecondare ogni volontà di chi deve dare quel giudizio, quindi del capo dell’ufficio. Diventeranno come gli impiegati della pubblica amministrazione e l’indipendenza andrà a farsi friggere».
Ritiene che sia un tentativo di ingerenza dell’esecutivo sulle toghe?
«Solo se si riescono a piegare tutti i capi degli uffici. Perché potrebbe accadere anche il contrario, e tutti i magistrati saranno comunque pronti a obbedire al superiore».
Cosa pensa della separazione delle carriere?
«Nordio parla a vanvera, dice che ci sarebbe un pm separato e indipendente. Questa è fantascienza. Gli avvocati delle Camere penali ritengono così di ottenere ‘eguaglianza rispetto ai pm. Ma se un pm invoca la condanna di un imputato che ritiene innocente commette il reato di calunnia. Se invece un avvocato dice al giudice di non assolvere il suo assistito perché è Jack lo squartatore, rischia di essere punito per infedele patrocinio e rivelazione del segreto professionale… Di che cosa parliamo?».
Nordio sostiene la necessità di questa riforma per «rinsaldare il rapporto di fiducia dei cittadini nei confronti della magistratura». E questa sfiducia di sicuro non si può negare. Da cosa nasce?
«È vero, ma la fiducia si costruisce rendendo efficiente la giustizia. Perché il cittadino vede che la giustizia non funziona e pensa che la colpa sia del magistrato, non se la va a prendere col ministro».
Dopo la sua condanna a Brescia, che ha fatto tanto clamore, crede ancora nella giustizia?
«Assolutamente sì, era solo il primo grado del ventisettesimo procedimento che ho affrontato a Brescia. Tutti gli altri si sono conclusi bene. Confido anche in questo, perché non ho commesso nessuna violazione di legge».
(da La Stampa)

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COVID, LA DENUNCIA DI GIMBE: “ANZIANI SONO A RISCHIO, IL GOVERNO PENSA TROPPO AL CONSENSO DEI NO VAX”

Dicembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

“AUMENTANO I CASI MA IL GOVERNO NON NE PARLA PER NON SCONTENTARE CERTI SUOI ELETTORI”

Nell’ultimo mese i casi di Covid-19 in Italia sono aumentati moltissimo, e lo stesso hanno fatto i ricoveri e i decessi legati alla malattia. La nuova campagna vaccinale del governo Meloni è partita sulla carta, ma di fatto l’esecutivo non ha speso molte energie per assicurarsi che le Regioni stessero al passo. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha commentato a Fanpage.it l’andamento del Covid in Italia, le raccomandazioni che si possono dare in questo momento (ad esempio la mascherina FFP2 in spazi chiusi per anziani e fragili) e il motivo per cui il governo non è riuscito a raggiungere un tasso di vaccinazione più alto.
Professor Cartabellotta, è vero che – come denunciano molti – i numeri che abbiamo a disposizione oggi sui nuovi positivi sono molti sottostimati?
La sottostima dei nuovi casi rispetto all’effettiva circolazione virale è inevitabile, in particolare dopo l’abrogazione dell’obbligo di isolamento per i soggetti positivi.
Perché?
Perché il monitoraggio, di fatto, è su base volontaria. Da un lato la prescrizione di tamponi nelle persone con sintomi respiratori è ormai residuale (eccetto che negli ospedali e strutture sanitarie in determinati casi), dall’altro con l’utilizzo diffuso dei test antigenici fai-da-te la positività viene comunicata ai servizi epidemiologici solo occasionalmente.
Bisognerebbe intervenire?
Personalmente non ritengo serva una stima più accurata della circolazione virale, dato che le varianti della famiglia Omicron solo eccezionalmente causano malattia grave in soggetti sani under 60. Nell’ultima settimana sono stati notificati quasi 60 mila nuovi casi: sapere che realmente sono il doppio o il triplo non cambierebbe comunque la strategia di salute pubblica, che al momento è basata solo sulla protezione di anziani e fragili.
Resta il fatto che nelle ultime settimane il numero di casi è aumentato moltissimo. Siamo all’inizio di una nuova ondata?
L’aumento della circolazione virale è dovuto a vari fattori: arrivo della stagione invernale, prevalenza di varianti immunoevasive, progressiva riduzione dell’immunità da vaccino o da infezione naturale, sostanziale assenza di misure di protezione individuale. La maggior parte di queste determinanti non sono modificabili, quindi verosimilmente i casi continueranno a salire sino a quando si sarà ripristinato un adeguato livello di protezione immunitaria nella popolazione. In questo momento la circolazione del virus può essere limitata solo con l’utilizzo delle mascherine FFP2 in luoghi affollati e al chiuso. Che personalmente raccomanderei a tutti gli anziani e fragili, specialmente se non hanno ancora fatto il richiamo o non intendono farlo.
È aumentato moltissimo anche il numero di decessi legati al Covid. A proposito di anziani e fragili, cosa rischia oggi chi non si vaccina?
L’ultimo monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità ci dice che è la categoria degli over 80 ad avere la peggio quando ‘incontra’ il SARS-CoV-2. Il tasso di ospedalizzazione in area medica cresce con l’aumentare dell’età: da 41 per milione di abitanti nella fascia 60-69 anni a 472 per milione di abitanti negli over 90. I decessi sono quasi esclusivamente tra gli over 80: il tasso di mortalità medio è di quasi 4 decessi per milione di abitanti, mentre nella fascia 80-89 anni salgono a 26 per milione di abitanti e tra gli over 90 arrivano a 70 per milione di abitanti.
Per far calare questi numeri la soluzione sarebbe una campagna vaccinale più efficace?
Assolutamente sì! Bisogna proteggere gli anziani, in particolare gli over 80, e le persone fragili. Purtroppo, nonostante le raccomandazioni del ministero della Salute, i tassi di copertura negli over 60, e in particolare negli over 80, rimangono molto bassi a livello nazionale e prossimi allo zero in quasi tutte le Regioni del Sud.
Il governo Meloni ha sbagliato qualcosa nel suo approccio alla gestione del Covid-19?
Formalmente nulla: le circolari del ministero della Salute del 14 agosto e del 27 settembre hanno fornito le raccomandazioni e indicazioni per la somministrazione dei richiami negli anziani e nei fragili.
E informalmente?
Quello di cui non si è tenuto conto è che, oltre al fenomeno della “stanchezza vaccinale” e alla continua disinformazione sull’efficacia e sicurezza dei vaccini, le Regioni sarebbero andate incontro a vari problemi logistico-organizzativi: ritardo nella consegna e distribuzione capillare dei vaccini, insufficiente e tardivo coinvolgimento di farmacie e medici di medicina generale, mancata attivazione della chiamata attiva dei pazienti a rischio, difficoltà tecniche dei portali web di prenotazione. E su nessuna di queste criticità il ministero ha giocato un ruolo attivo, sia in termini di coordinamento delle Regioni, sia soprattutto di comunicazione alle persone a rischio.
Pensa che la vicinanza politica del governo agli ambienti cosiddetti ‘no-vax’ abbia influito?
È evidente che le posizioni esplicite di vari esponenti di governo e della maggioranza la dicono lunga su quanto conti ancora il consenso della frangia no-vax. Di conseguenza, di Covid-19 e, soprattutto, di vaccini bisogna parlarne senza ‘alzare troppo il tono della voce’, anche tra chi ha responsabilità dirette.
La nuova proposta del ministro Schillaci è il ritorno degli open day vaccinali. Una buona idea? È sufficiente?
L’idea è buona, ma non sarà sufficiente per assicurare in tempi rapidi una buona copertura di anziani e fragili. Permetterà di superare, solo in parte, gli ostacoli logistico-organizzativi per chi vuole fare il richiamo; ma non avrà alcun ruolo per convincere gli scettici a rischio di malattia grave. Peraltro, visto che la capacità organizzativa delle Regioni non è immediata, perché gli open day non sono stati proposti a inizio novembre, non appena la curva epidemiologica ha ripreso a salire?
Una volta superata questa ondata, c’è qualcosa che il governo dovrebbe ‘imparare’ per il futuro? È improbabile che sarà l’ultima volta che i casi di Covid-19 aumentano.
La lezione è sempre la stessa: ci troviamo ad inseguire sempre questo maledetto virus che, anche al mutare degli scenari epidemiologici, ci anticipa sempre anche quando siamo in condizioni di prevederlo. Purtroppo mancano la volontà politica e la capacità tecnica di imparare la lezione e soprattutto di applicarla.
(da Fanpage)

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