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TOMMASO VERDINI AGLI ARRESTI DOMICILIARI: E’ ACCUSATO DI CORRUZIONE IN UN’INDAGINE SULLE COMMMESSE ANAS

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI ROMA CONTESTA AL FIGLIO DI VERDINI ANCHE IL REATO DI TURBATA LIBERTA’ DEGLI INCANTI

Ai domiciliari Tommaso Verdini, il figlio dell’ex parlamentare berlusconiano Denis. L’ipotesi della procura di Roma è di corruzione e turbata libertà degli incanti.
L’inchiesta, che vede coinvolte altre sei persone riguarda commesse sulla società pubblica Anas per tre miliardi di euro. In tutto sono 5 persone ai domiciliari e sono state emesse 2 interdittive da 12 mesi
Il rampollo, a capo della società di lobbing Inver, nel luglio scorso era stato perquisito dalla Guardia di Finanza insieme all’ex ad Simonini e altri cinque alti dirigenti del colosso pubblico, indagati anche loro a vario titolo per traffico di influenze e corruzione.
L’inchiesta ha ricostruito un sistema di consulenze e appalti pubblici banditi da Anas, società di stato che gestisce le arterie stradali del Paese e che dal 2017 è sotto il controllo di Ferrovie dello Stato i cui manager sono del tutto estranei agli accertamenti investigativi.
Nel decreto di perquisizione firmato lo scorso anno si legge che Verdini junior, insieme ad altri indagati, avrebbe promesso a “pubblici ufficiali di Anas il loro intervento o comunque il peso politico istituzionale delle loro conoscenze per favorirne la riconferma in Anas in posizioni di vertice o comunque la ricollocazione in ruoli apicali ben remunerati di società private o di organismi di diritto pubblico”.
In cambio i pezzi grossi di Anas avrebbero dovuto “favorire la definizione di progetti e transazioni a cui erano interessati imprenditori a loro vicini”.
Gli indagati, pedinati dalla guardia di finanza di Roma, si sarebbero incontrati varie volte in bar e ristoranti. Incontri sarebbero avvenuti anche con politici o esponenti di vertice del Mef, “che ha voce in capitolo nelle nomine delle partecipate”.
Per questo motivo l’inchiesta della procura di Roma in questo momento fa tremare i palazzi delle istituzioni.
(da agenzie)

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LE OPPOSIZIONI DIVISE DANNO FORZA AL GOVERNO

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

IL MIGLIOR ALLEATO DEL GOVERNO E’ CONTE

Sappiamo con certezza e abbondante chiarezza chi la destra detesta, per nome e cognome. Sappiamo chi sono i nemici giurati, contro i quali il governo si è “speso” in questo primo anno con zelo: i poveri, i minorenni che marinano la scuola, i partecipanti ai rave, i salariati senza contratto. Gente che per il governo non vale nulla, anche perché sembra che non vada a votare. Che sia lasciata a sé stessa non comporta alcun rischio.
La propaganda la si fa sulla scena internazionale: accordi con capi di stato contro gli scafisti e per recludere i migranti irregolari. La si fa ad Atreju, con un’accoglienza principesca all’uomo «più ricco del pianeta», un Guinness dei primati; sei ricco, dunque sei dei nostri. I fatti contano più delle parole.
Non è vero che Meloni non dice quale sia la sua idea di paese: lo dice ogni volta che può e lo mostra ogni volta che decide. Ha scritto sui social Carlo Calenda che in «un grande paese quando la presidente del Consiglio interviene in un evento pubblico, parla della sanità, della scuola, dei salari, degli investimenti, non attacca un’influencer. Spiega invece la sua visione dell’Italia. Questa politica sempre e solo contro conduce al nulla».
Purtroppo per Calenda e per noi, questa politica da influencer «conduce» a cose concrete, quelle di cui non è necessario parlare e che vengono messe in atto. La politica sulla sanità e sulla scuola parla attraverso la decurtazione degli investimenti: le classi pollaio e la penuria di insegnanti, i pronto soccorso intasati, l’umiliazione dei medici, forse nella speranza che prendano la strada delle cliniche private convenzionate (con le quali il governo è generoso).
La determinazione della destra è chiara. Il problema non sta qui. Sta dall’altra parte della siepe, oltre la quale c’è il buio, per parafrasare il titolo di un vecchio bel film americano.
L’OPPOSIZIONE
Nello spazio dell’opposizione non succede molto e se succede non è, ancora, per il meglio. Come nel 1922-1924, anche oggi la frammentazione e i mille distinguo dei leader grandi e piccoli sono parte della forza di cui gode il governo.
Neppure il rischio di una riforma regressiva della Costituzione che vuole spostare lo scettro dal parlamento a Palazzo Chigi sembra capace di unire.
Il leader dei Cinque stelle non se ne preoccupa tanto, e non disdegna un “premier forte”, un vago dire che lascia aperte tutte le porte. Giuseppe Conte, che pure diede un’ottima prova di sé nei momenti più bui della pandemia, oggi sembra preoccupato più della sua immagine che della forza dell’opposizione. Le cui anime non sanno trovare l’orgoglio di essere una e plurima: unirsi per creare un’alternativa al governo, nella specificità di ciascuna parte.
Se solo Pd e Cinque stelle riuscissero a dedicare l’anno che verrà a questo obiettivo, ci sarebbe uno spiraglio di luce oltre la siepe. Senza bisogno di fare appello a grandi progetti unitari, che non è necessario che ci siano: sarebbe sufficiente che i leader dei due partiti avvertissero la responsabilità del loro ruolo.
Una responsabilità non solo verso il nostro paese, ma anche verso l’Europa, che fu istituita non per soddisfare gli orgogli dei nazionalisti, ma per scongiurarli. Un grande paese che fu tra i fondatori non solo della Ue, ma dell’idea di federazione sovranazionale come condizione di civiltà e di pace, meriterebbe una leadership europeista più determinata e forte.
(da editorialedomani.it)

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EUROPEE, MI CANDIDO E POI MI DIMETTO: LA TRUFFA IN LISTA

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

I LEADER COME SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE

Mi candido in Europa, prendo centinaia di migliaia di preferenze, vengo eletto, faccio finta di niente e resto a casa. O al limite mi dimetto alla prima occasione utile. È la storia delle elezioni europee: per i leader nazionali il voto per l’Unione europea è soprattutto uno specchietto per le allodole, uno strumento per misurare il consenso interno. I nomi “pesanti” sulla scheda elettorale fanno la differenza, ma in Italia: del Parlamento di Strasburgo interessa il giusto.
Una storia che almeno non riguarda solo il nostro Paese, a giudicare dall’editoriale con cui il corrispondente del Guardian, John Palmer, introduceva le prime elezioni europee nel 1979: “Nella Germania Ovest, in Irlanda, in Belgio e nei Paesi Bassi ci sembra che verranno usate come un comodo sondaggio nazionale per interpretare il consenso riguardo a temi interni”.
Da noi però l’abuso è diventato regola. Il maestro di questa strategia vagamente truffaldina è stato, nemmeno a dirlo, Silvio Berlusconi. La legge elettorale per l’Europarlamento (un sistema proporzionale con voto di preferenza) non solo non tutela dalle candidature acchiappa-voti, ma permette di presentarsi in contemporanea in tutte e cinque le circoscrizioni in cui è diviso il territorio italiano. Berlusconi lo ha fatto ogni volta che ha potuto. Una “cultura” politica che ha attecchito bene a destra ed è stata imitata spesso e con profitto anche dagli ex alleati di Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni.
Le Europee del 2019, per esempio, sono state quelle della riabilitazione politica dell’ex Cavaliere, le prime alle quali si è potuto ricandidare dopo la condanna per frode fiscale e gli effetti della legge Severino. Berlusconi si è presentato da capolista in tutte le circoscrizioni (tranne in Italia centrale, lasciata al fido Antonio Tajani) ed è stato eletto con oltre mezzo milione di preferenze complessive. Anche Salvini e Meloni si sono candidati in tutte e cinque le aree elettorali. Il capo della Lega ha portato a casa il record di preferenze: 2.366.300. Meloni ha trascinato Fratelli d’Italia (all’epoca ancora un piccolo partito) fino 6,4% a livello nazionale grazie alle sue 490 mila preferenze. Tutti voti “finti” perché ovviamente né Salvini né Meloni avevano alcuna intenzione di onorare l’impegno. Berlusconi, se non altro, ha onorato l’impegno a Strasburgo fino al 2022, quando è stato rieletto al Senato della Repubblica ed è tornato a Roma. Ma l’ex Cavaliere era stato capolista in tutte e cinque le circoscrizioni anche alle Europee del 2009 e del 2004: ha occupato e personalizzato ogni elezione possibile (nel 2014 non gli fu permesso per via della condanna), portando a casa milioni di preferenze che servivano solo alla sua leadership nazionale. Meloni invece è stata capolista di FdI in tutte le circoscrizioni nel 2014 (non eletta) e nel 2019 (eletta), senza mai passare nemmeno un minuto a Strasburgo o a Bruxelles: con la probabile candidatura alle elezioni del prossimo giugno, la premier metterebbe a segno la tripletta da capolista “farlocca”.
La fotografia italiana nell’ultima legislatura europea non è luminosa. Nel 2019 si erano presentati alle urne ben 37 candidati che avevano già incarichi incompatibili con quello di parlamentare europeo (assessori e consiglieri regionali, deputati e senatori). Tra i leader nazionali in questa posizione, oltre a Meloni e Salvini, c’erano Emma Bonino e Nicola Fratoianni (nessuno dei due è stato eletto).
Molti di quelli che si sono effettivamente insediati in Europa, invece, hanno fatto marcia indietro prima del termine del mandato: tra i 73 eurodeputati italiani eletti nel 2019, ben 13 si sono candidati alle Politiche del 2022 con l’obiettivo di tornare a casa.
La maggior parte di loro c’è riuscita: oltre ai citati Berlusconi e Tajani, a destra il nome più noto è quello di Raffaele Fitto. Nello schieramento opposto invece spiccano Simona Bonafè (che ha “tradito” le 170 mila preferenze che l’avevano fatta eleggere in Europa) e soprattutto Carlo Calenda, che nel 2019 si era iscritto al Pd e si era fatto eleggere a Strasburgo da capolista nella circoscrizione Italia nord-orientale (quasi 280 mila preferenze), ma ha mollato subito il partito (per fondare Azione) e poi il seggio europeo (per approdare al Senato).
Il malcostume della candidatura farlocca è praticato con assoluta disinvoltura a destra, ma non è disdegnato nemmeno a sinistra. Nel 2004 Massimo D’Alema, presidente e frontman dei Ds, decise di affrontare Berlusconi sul suo campo e si presentò da capolista di Uniti nell’Ulivo in Italia meridionale. Ottenne una vittoria schiacciante: 836 mila preferenze contro le 454 mila dell’ex Cavaliere. Ma in quella tornata delle Europee tutti i leader di partito si sfidarono tra di loro in una conta spietata: anche Gianfranco Fini, Umberto Bossi, Fausto Bertinotti si presentarono da capilista in tutte e cinque le circoscrizioni. Pure Fini andò molto vicino a un’affermazione clamorosa contro Berlusconi e fu sconfitto con margine ridotto: circa 50 mila preferenze sia al Centro che al Sud. Persino all’interno dei partiti si scatenò una campagna senza quartiere tra candidati (dentro Alleanza Nazionale, ad esempio, Gianni Alemanno ottenne lo scalpo di Maurizio Gasparri (280 mila a 203 mila). Risultati significativi solo a Roma. Battaglie personali, di lista o di corrente del tutto ininfluenti per il Parlamento europeo: Berlusconi, Bossi, Fini, Alemanno, Gasparri hanno ovviamente rinunciato all’elezione. D’Alema invece fu parlamentare europeo per poco più di un anno e mezzo: da luglio 2004 ad aprile 2006. Come lui, anche Pier Luigi Bersani: eletto in Italia Nord-occidentale con 343 mila preferenze, entrò e uscì da Strasburgo esattamente lo stesso giorno del leader dei Ds; un anno e mezzo di parentesi europea prima di tornare alla Camera dei deputati (e alla poltrona di ministro dello Sviluppo economico nel governo Prodi). Pure Bertinotti, leader di Rifondazione comunista, rientrò in Italia nel 2006 (e fu eletto presidente della Camera).
Nelle liste di Uniti nell’Ulivo quell’anno corse anche Michele Santoro, una delle candidature “di bandiera”: anche il giornalista ottenne un risultato notevolissimo (oltre 200 mila preferenze), ma resistette lontano dalla televisione non più di un anno, poi si dimise e tornò in Italia per condurre Rockpolitik con Adriano Celentano.
(da ilfattoquotidiano.it)

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INTERVISTA AL SOCIOLOGO GIUSEPPE DE RITA: “ITALIANI POPOLO DI CASALINGHE E GUARDONI, VOTANO IL POLITICO DI MODA IMPOSTO DALLA TV

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

“L’OPINIONE GOVERNA IL PAESE, I POLITICI SCELGONO IN BASE AI DESIDERI DELLA MASSA”

Gli italiani sono un popolo di casalinghi, schiavi della televisione e delle opinioni veicolate attraverso social e mass media, sostiene Giuseppe De Rita, sociologo, fra i fondatori del Censis.
Secondo l’analisi di Alessandra Ghisleri un elettore su 2 di Giorgia Meloni si dichiara poco o per nulla soddisfatto della situazione italiana. E pure nella Lega non va molto meglio mentre tra chi ha votato Forza Italia la soddisfazione sale all’80%.
«Dati che possono essere delle reazioni legati alle appartenenze politiche. Il dato che più colpisce dell’analisi è un altro».
Quale?
«Quasi il 70% si dichiara soddisfatto della propria vita e solo il 23% appare soddisfatto di come vanno le cose in Italia».
Da che cosa dipende?
«Da come si legge la realtà. Se la si prende in considerazione in termini soggettivi, nella veste di attori protagonisti, si è portati a pensare che va tutto bene perché si ha una bella casa, dotata di tutte le comodità. Se invece si deve parlare della situazione generale, da attori si diventa spettatori e questo sposta la percezione sulle onde dell’opinione quindi si finisce per essere influenzati dal peso esercitato dai social, dai mass media, dagli amici».
Quindi anche chi non ha motivi per lamentarsi finisce per essere condizionato da un’atmosfera di pessimismo generale?
«L’ultimo rapporto Censis-Auditel mostra come stia aumentando la casalinghità della società italiana. Gli italiani vivono in un appartamento ben attrezzato con dei salotti che assomigliano sempre di più a sale cinematografiche con schermi di oltre 50 pollici. Hanno la possibilità e la voglia di vedere tutto al meglio e quindi stanno bene in una dimensione di casalingo medio. È così che si formano il giudizio sul mondo esterno, attraverso quello che hanno visto con il televisore con uno schermo di oltre 50 pollici, dotato della migliore tecnologia possibile».
Vuol dire che quella italiana è una società di casalinghi, sempre più individualisti?
«La dimensione della soggettività è in aumento dagli anni Settanta. Gli italiani sono sempre di più dei casalinghi guardoni, soggetti ai flussi di opinione esterni. Per questo il modo in cui viene loro descritto il Covid, l’Ucraina o l’inflazione li colpisce particolarmente».
Quindi non solo una società di casalinghi, sempre più individualisti, ma anche alla mercé di social e mass media?
«Viviamo sull’onda dell’opinione del giorno. In base a quello che ascoltiamo possiamo essere pessimisti o sostenere personaggi politici. È l’opinione che traina, non la realtà. È una tragedia nel mio mestiere perché puoi fare analisi su analisi ma quando poi arriva l’onda di opinione sei spiazzato, non puoi fare alcuna verifica strutturale e non resta che accompagnare il chiacchiericcio generale».
È una tendenza pericolosa, soprattutto quando si votano politici sull’onda dell’opinione e non in base alla concretezza delle proposte.
«È il problema di questo Paese. Tutti i cambiamenti politici degli ultimi anni sono avvenuti sulla base dell’onda dell’opinione. Da Berlusconi a Grillo, Salvini e ora Meloni non ci troviamo di fronte a rivoluzioni politiche ma alla capacità di singoli di gestire le onde. Silvio Berlusconi aveva i mezzi e li usava, Giorgia Meloni è stata molto abile a creare un tam tam a partire dal libro “Io sono Giorgia” fino a conquistare il potere».
Si vota il politico di moda e non quello che è effettivamente più capace?
«Gli italiani dicono mi piace Meloni e non Salvini ma non sono in grado di valutare, per esempio, quanto Meloni possa incidere sul loro conto corrente o sul loro lavoro. Hanno un’opinione politica generica e seguono le onde al contrario di quanto accadeva in passato. Nessun politico della Dc si è basato sull’opinione quando si è trattato di creare l’Ue o di prendere altre decisioni di peso. Oggi invece se il politico si rende conto che una scelta può provocare un calo nei sondaggi si spaventa. È l’opinione che governa il Paese. A questo processo contribuiscono i mass media creando loro stessi un’onda di opinione su un argomenti per settimane e poi passando all’onda successiva quando cala l’interesse. Anche noi che creiamo cultura collettiva dovremmo farci un esame di coscienza: andando avanti così resta il nulla».
Dobbiamo immaginare il futuro con gli italiani chiusi nelle loro splendide case con enormi televisori e fuori un panorama di macerie?
«Magari fossero macerie. Sarebbe la base per poter costruire di nuovo. Invece qui è stato distrutto qualcosa che si è autoconsumato lasciando un vuoto intorno».
(da La Stampa)

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PEDEMONTANA VENETA, LA STRADA DEI RECORD: SETTIMA INAUGURAZIONE, MA E’ ANCORA INCOMPLETA

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

E LA REGIONE PREVEDE GIA’ PERDITE MILIONARIE

Pedemontana Veneta, la strada dei record: settima inaugurazione, ma è – L’autostrada dei record (che non è un’autostrada, ma solo una superstrada a pagamento) sta per battere l’ultima sfida che la vede in vetta a qualsiasi classifica da Guiness dei primati infrastrutturali. È giunta alla settima inaugurazione nell’arco di quattro anni e mezzo, ma non è ancora completata. È una delle più care d’Italia. Costerà sulla carta 2,3 miliardi di euro, ma in realtà, attraverso i canoni che saranno pagati al concessionario Sis, il prezzo totale sarà di circa 12 miliardi. E poco importa se i pedaggi non riusciranno a raggiungere quella cifra nell’arco di 39 anni, la Regione Veneto si è impegnata a versare tutti i soldi, a botte di 300 o 400 milioni di euro all’anno. Occorrerà un ottavo taglio del nastro, tra qualche mese, per permettere che la Pedemontana Veneta colleghi per davvero la A4 Milano-Venezia (all’altezza di Montecchio Maggiore) fino alla A27 Venezia-Belluno (all’altezza di Spresiano). Perché se si aggiungono gli ultimi 22,3 chilometri che il governatore Luca Zaia si appresta a varare nelle gallerie di Malo, manca ancora la porta d’ingresso, il casello della Serenissima che consente di far confluire il traffico proveniente dalla trafficata direttrice est-ovest del Nord Italia.
Quattro anni di inaugurazioni
Ogni volta che è stato aperto un pezzettino di costosissimo chilometro d’asfalto della Pedemontana, che attraversa le industrialissime province di Vicenza e Treviso, è stata suonata la grancassa dell’appuntamento con la storia, con titoloni sui giornali per il traguardo raggiunto, anche se solo parzialmente. È cominciato il 3 giugno 2019, con i 7,2 chilometri da Breganze alla A31, poi, per altre sei volte si è arrivati da una parte a Malo, dall’altra a Bassano, Montebelluna e Treviso. Vicenda infinita, che racconta la gestione del potere a Nordest, la demagogia della politica, gli interessi delle imprese e la fatica di tradurre i progetti in strade. Perché sono trascorsi dodici anni da quando il 10 novembre 2011 fu posta la prima pietra. Nel bel mezzo del cammino (dopo incidenti, vittime sul lavoro, crolli di gallerie e inchieste giudiziarie) si è scoperto che il concessionario non ce l’avrebbe fatta a tener fede ai suoi impegni. Così è stato rinegoziato l’accordo, portando in carico alla Regione Veneto il rischio del fatturato, in cambio di una riduzione dell’impegno di spesa, sufficiente però a fissare in 12 miliardi di euro il denaro che sarà pagato a Sis, a prescindere dal raggiungimento dei volumi di traffico previsti e finora sovrastimati.
La Regione anticipa il taglio del nastro: manifestanti beffati
A Palazzo Balbi, sede della giunta regionale, era stato appuntamento per il 29 dicembre alle 11, ma all’ultimo minuto è stato anticipato di un giorno, a causa della concomitanza con il lutto regionale per il funerale di Vanessa Ballan, uccisa con otto coltellate a Riese Pio X, che si terrà a Castelfranco alle 14 di venerdì. Nel frattempo si erano organizzati i contestatori storici del Covepa di Massimo Follesa e quelli più recenti di PfasLand, dopo la scoperta di sostanze perfluoroalchiliche della Miteni di Trissino nelle acque di scolo delle gallerie. Covepa e PfasLand hanno convocato una contro-manifestazione proprio a Vallugana, vicino a Malo, per il giorno 29. Adesso accusano la Regione di aver voluto evitare le concomitanti proteste popolari: “Mentre i fascicoli di denuncia giacciono da anni sui tavoli della Procura di Vicenza, assistiamo a una cerimonia dentro il tunnel dei Pfas, mentre nessuno ha evitato lo scarico delle acque inquinate in alcuni fiumi della zona”.
Nel bilancio regionale previste perdite per 60 milioni
La partita della Pedemontana è tuttora aperta, con contraddizioni e problemi segnalati anche dalla Corte dei Conti. Nei bilanci della Regione 2024-26 sono già state previste perdite per una sessantina di milioni di euro, quale differenza tra introiti dei pedaggi e versamenti al concessionario. Ma siamo solo all’inizio perché non è stato ancora pagato il primo canone da 321 milioni di euro che scatterà nel momento dell’entrata in funzione completa dell’opera, probabilmente nel 2025. C’è poi il capitolo delle penali per i ritardi che non sono ancora state calcolate, ma sono di circa 25 mila euro al mese. Ci sono anche 20 milioni di Iva che Sis ha incamerato, ma che la Regione non avrebbe dovuto versare, con conseguente contenzioso. Si aggiunge la non esaudita richiesta di ottenere il riconoscimento di titolo di “autostrada”, mentre ora la Pedemontana è solo una superstrada con limite di velocità a 110 chilometri all’ora. Infine, il bubbone del flusso di traffico, che è tutto da verificare. Soltanto a Pedemontana funzionante sapremo se si avvicina alla previsione che vent’anni fa era di 33.000 veicoli medi al giorno, ma che nel 2017 venne ridotta dall’Area Engineering della Regione Veneto a 18-20.000 veicoli. Se qualcuno ha sbagliato i conti, a pagare saranno i contribuenti veneti.
(da ilfattoquotidiano.it)

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IL PONTE SULLO STRETTO FINANZIATO CON IL SACCHEGGIO DEI FONDI DESTINATI AL SUD, E’ RIVOLTA BIPARTISAN NEI COMUNI

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

IL GOVERNO SENZA SOLDI SCARICA SULLE REGIONI L’OPERA DEL MITOMANE… SICILIA E CALABRIA PERDERANNO 1,6 MILIARDI DESTINATE A SCUOLE, ACQUEDOTTI E INTERVENTI URGENTI

Quanto è meridionalista questo governo. Solo i maligni potevano pensare che due ministri lombardi, di cui uno è anche vicepremier, avrebbero sfavorito il Sud negli investimenti. Figurarsi. Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, leghisti debossizzati, stanno definendo il piano per rilanciare il ponte tra la Sicilia e la Calabria. Ardito sarà il progetto tecnico. Audacissimo è il montaggio finanziario che per ora ha inserito in legge di bilancio un aperitivo da 607 milioni di euro da gustare il prossimo anno sull’opera stimata 11,6 miliardi e destinata a costarne ben più di 14.
L’ultimo aumento di capitale della Stretto di Messina (Sdm), società pubblica concessionaria dell’opera, è stato sottoscritto dal ministero dell’economia guidato da Giorgetti in modo da arrivare a 672 milioni complessivi. Gli equilibri fra i soci sono stati ridisegnati con il Mef che sale in maggioranza e il tandem Rfi-Anas, entrambe del gruppo Fs, diluite a un 42 per cento complessivo. Le due regioni sono confinate a un minimale 1,16 per cento ciascuna. L’ad della Sdm Pietro Ciucci ha illustrato gli obiettivi dell’aumento capitale di dicembre senza del tutto riuscire a spiegarne la ratio. I finanziamenti dell’opera saranno infatti consegnati direttamente da governo e regioni al general contractor, il consorzio Eurolink. Per dimostrare che dal 2024 si fa sul serio, Sdm ha concluso la sua campagna acquisti dirigenziali, in larga parte dall’Anas, dopo la lunga fase di liquidazione e si prepara al trasloco di sede fissato al prossimo gennaio. Il nuovo quartier generale è alla stazione Termini, previo sfratto proprio dell’azionista Anas che in piazza dei Cinquecento teneva la divisione international.
Che l’assetto finanziario sia un aspetto quasi altrettanto problematico di quello progettistico lo dimostra l’aggressione al Fondo di coesione e sviluppo (Fsc). Come aveva previsto qualche mese fa sull’Espresso l’ex ministro del Mezzogiorno, il democrat siciliano Giuseppe Provenzano, i 40 miliardi di euro di Fsc messi a disposizione del Sud fino al 2029 sono stati trasformati in un bancomat governativo. Invece di scuole, acquedotti, infrastrutture stradali e ferroviarie urgenti, interventi sul territorio richiesti dai sindaci, il Fsc verrà decurtato per alimentare il ponte. Le reazioni sulle due rive sono state molto diverse. Renato Schifani, presidente berlusconista della regione siciliana, ha protestato. Il calabrese Roberto Occhiuto, anche lui forzista, si è dichiarato favorevole. Il terzo azzurro interessato da vicino alla questione è Raffaele Fitto. Il ministro ha la delega sul Mezzogiorno, su un Pnrr che quest’anno ha già visto il taglio di 1,5 miliardi di opere in Sicilia e sul Fsc. Vaso di coccio nella morsa Salvini-Giorgetti, Fitto deve fare buon viso a cattivo gioco.
La differenza di posizioni fra isola e continente è presto spiegata. Sulla sponda sicula la dotazione Fsc per il periodo 2021-2027 è di 6,6 miliardi. L’accordo con Schifani prevedeva un prelievo pro-ponte da 1 miliardo. La cifra è poi cresciuta di 300 milioni con un peso proporzionale che sfiora il 20 per cento del totale. Sulla sponda calabra si parla di appena 300 milioni su una dotazione Fsc di 2,86 miliardi. È il 10,5 per cento del fondo, circa metà di quanto chiesto alla Sicilia che, secondo la vulgata governativa, sarebbe la principale beneficiaria del ponte. Pertanto è giusto che paghi di più, anche se Salvini nelle sue apparizioni ai convegni confessa il primario interesse nell’opera delle aziende lombarde, a cominciare dalla capocordata di Eurolink, l’impresa Webuild con sede a Rozzano, per seguire con le altre consorziate dove non figura un solo azionista a sud di Roma, almeno in attesa delle cessioni in subappalto che preoccupano don Ciotti di Libera, e non solo lui, per le possibili infiltrazioni criminali.
Le diverse posizioni dei forzisti Schifani e Occhiuto vanno al di là della misura del prelievo. Il presidente della Calabria, che ha incassato le proteste dei sindaci Nicola Fiorita (Catanzaro) e Giusy Caminiti (Villa San Giovanni), appoggiati dai consiglieri regionali di opposizione Nicola Irto, Ernesto Alecci e Antonio Lo Schiavo, sta giocando una partita complessa che vede la sua città, Cosenza, al centro di appalti su larga scala. Il più sicuro è quello dell’autostrada del Mediterraneo per il tratto problematico a sud della città silana, sebbene la nuova A2 Salerno-Reggio sia stata dichiarata completa più volte, l’ultima a dicembre del 2016 dal premier Paolo Gentiloni.
Il vero jackpot per Occhiuto è l’alta velocità ferroviaria dove sta prendendo piede una follia progettistica senza precedenti in Italia. Invece di seguire la costa tirrenica, come fa la linea ferroviaria adesso, si vuole portare il treno veloce sulle montagne del cosentino con un allungamento significativo del percorso in termini chilometrici e un aumento esponenziale dei costi dovuti a un percorso quasi del tutto in galleria. Per adesso i soli interventi definiti prioritari da Rfi e limitati a 207 chilometri valgono 11,2 miliardi di euro, un altro ponte sullo Stretto. L’opera intera costerebbe almeno il triplo.
Il fronte della politica siciliana rimane caldo grazie all’incendiario Cateno De Luca, ex sindaco di Messina e oggi primo cittadino a Taormina con il suo movimento Sud chiama Nord. De Luca ha proposto la sfiducia a Schifani accusandolo di essere un pupo di Salvini e di essersi inventato la delibera da 1 miliardo di euro per sostenere il ponte con i fondi regionali. Anche l’attuale sindaco di Messina, Federico Basile, si è espresso in termini molto critici. Nel rissoso centrodestra isolano spicca il derby peloritano tra il senatore salviniano Nino Germanà e il deputato forzista Tommaso Calderone, che ha definito uno scippo il prelievo di 1,3 miliardi dalle casse regionali.
A tentare la mediazione è intervenuta la sottosegretaria ai rapporti con il parlamento, la forzista Matilde Siracusano. «C’è stato un equivoco sui 300 milioni in più», ha dichiarato la deputata messinese compagna di Occhiuto. «Tutto verrà chiarito con l’accordo di coesione insieme al ministro Fitto».
Da chiarire con urgenza è la possibilità, piuttosto bassa, di centrare la scadenza per il Fsc 2014-2020, fissata entro fine anno. Secondo un documento della Camera dei deputati, l’Italia «pur collocata al secondo posto tra i Paesi UE in termini di risorse finanziarie assegnate a valere sui Fondi Strutturali, si colloca al penultimo posto in termini di attuazione finanziaria». Il rischio è di perdere quello che non sarà stato investito entro il prossimo 31 dicembre.
Le cose non vanno più spedite per la fase 2021-2027 del Fsc. Dopo la delibera Cipess di inizio agosto che ha fissato in 32,4 miliardi la dotazione del fondo da distribuire per quattro quinti al Sud, il governo ha annunciato il primo accordo sulla programmazione con la Liguria di Giovanni Toti il 22 settembre mettendo a disposizione 265 milioni di euro. Il secondo accordo è arrivato il 7 dicembre, quando Giorgia Meloni ha firmato con il presidente del Piemonte Alberto Cirio per 865 milioni di euro.
La precedenza nordista per un investimento ideato a prevalente vantaggio delle regioni meridionali non è un caso e l’idea del governo centrale in fondo è semplice. Con il mastodontico collegamento fra Calabria e Sicilia si saltano le inadeguatezze tecnico-amministrative degli enti locali. Si concentra il massimo dei soldi nel grande calderone pontista governato dalle imprese del Nord. E il meridionalismo in versione leghista è servito.
(da L’Espresso)

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DALLE FRANE ALLE ALLUVIONI, FINO ALLE TEMPERATURE RECORD: IL 2023 ANNO DA BOLLINO ROSSO PER IL CLIMA IN ITALIA

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

GLI ESPERTI LANCIANO L’ALLARME: “ATTENTI ALLE MALATTIE DEL NUOVO CLIMA”

Nel corso del 2023 in Italia si sono verificati 378 eventi estremi, registrando un aumento del 22% rispetto all’anno precedente. È quanto fotografa l’Osservatorio Città Clima di Legambiente. Le conseguenze sono state disastrose con danni sia economici, di valore miliardario, che di perdite umane con la morte di 31 persone. Le regioni del Nord del Paese, con 210 eventi meteorologici estremi, sono state le più colpite, seguite da quelle del Centro (98) e del Sud (70). Si è verificato un aumento significativo delle inondazioni e delle esondazioni fluviali (+170% rispetto al 2022), temperature record nelle aree urbane (+150%), frane causate da precipitazioni intense (+64%), mareggiate (+44%), danni provocati da grandinate (+34,5%) e fenomeni di allagamento (+12,4%). Non solo: lo zero termico ha raggiunto quota 5.328 metri sulle Alpi, contribuendo al ritiro dei ghiacciai.
Nella Penisola si sono registrati vari eventi climatici estremi nel 2023, tra cui 118 casi di allagamenti dovuti a forti piogge, 82 casi di danni causati da trombe d’aria e venti forti, 39 casi di danni da grandine, 35 esondazioni dei fiumi, 26 danni da mareggiate, 21 derivanti da una prolungata siccità, e 20 situazioni di temperature estreme nelle città. Questi eventi hanno interessato principalmente città come Roma, Milano, Fiumicino, Palermo e Prato. Se si volge lo sguardo a livello regionale, sono Lombardia ed Emilia Romagna le più colpite quest’anno, con rispettivamente 62 e 59 eventi dannosi, seguite dalla Toscana con 44, e poi dal Lazio (30), Piemonte (27), Veneto (24) e Sicilia (21). Si evidenzia che solo nel mese di luglio la Lombardia è stata interessata da ben 28 eventi, che hanno provocato la morte di due persone. Tra le province più colpite spiccano Roma con 25 eventi meteorologici estremi, Ravenna con 19, Milano con 17, Varese 12, e infine Bologna e Torino con 10.
L’allarme dell’esperto: «Attenti alle malattie del nuovo clima»
I cambiamenti climatici hanno un impatto estremamente rilevante sulla salute umana. Aumenti delle temperature, eventi meteorologici estremi e inquinamento atmosferico incidono, infatti, anche sulla diffusione di malattie. «Bisogna stare sempre più attenti al rapporto tra malattie e cambiamenti climatici, che sono responsabili dell’insorgenza di molte patologie», lancia l’allarme Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, dalle colonne del Corriere della Sera. «Malaria, dengue, Ebola, SARS, Zika e altre infezioni causano milioni di morti ogni anno e ci sono quasi trecento condizioni patologiche aggravate dal cambio del clima», chiosa.
(da Open)

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SUPERBONUS, SPUNTA L’IPOTESI DELLA MINI PROROGA A DETERMINATE CONDIZIONI

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

COSA VUOLE IL MINISTRO GIORGETTI E COSA VUOLE INVECE FORZA ITALIA

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe metter la parola fine alla saga del Superbonus 110%, chiarire come cambierà definitivamente e se ammettere o meno una sua eventuale proroga, come auspica Forza Italia e M5S. Anche perché il nodo dei cantieri – oltre 30 mila aperti, precisa oggi Il Corriere della Sera – rimane, con il rischio che saltino imprese, posti di lavoro e che vadano restituiti i crediti ceduti. Secondo le nuove regole da gennaio le detrazioni scenderanno al 70 per cento. Il rimanente 30 per cento lo dovranno pagare condomini e famiglie. Mentre salgono i costi dello Stato: secondo i dati Enea di fine novembre la misura costerebbe già 97 miliardi di euro. Forza Italia spera in un provvedimento ad hoc con una miniproroga di 2 o 3 mesi. Probabilmente però, grazie all’intervento del Mef, la proroga verrà concessa solo con delle limitazioni: attraverso il Sal, lo Stato di avanzamento lavori, per chi è almeno al 70% dell’opera. Ieri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato netto. Ha detto che il buco di finanza pubblica si è rivelato ancora più grande di quello ipotizzato solo a fine settembre nella Nadef (extracosto di 80 miliardi di euro per i prossimi 4 anni). «In cuor mio so quale è il limite che posso fare e che proporrò al consiglio dei ministri. Oltre quello non si può andare, perché questa è la realtà dei numeri. Una norma fatta in un momento eccezionale ha degli effetti radioattivi che non riusciamo a gestire».
(da agenzie)

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MARLENE DIETRICH FOREVER: BISESSUALE, ATEA, COLTA, COLLEZIONISTA DI AMANTI. I SEGRETI DELLA DIVA TEDESCA RACCONTATI DALLO SCRITTORE ALFRED POLGAR NEL LIBRO “MARLENE. RITRATTO DI UNA DEA”, PUBBLICATO PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

LA STELLA DELL’“ANGELO AZZURRO”, LA PRIMA DIVA A VESTIRSI DA UOMO, RIFIUTÒ LE AVANCES DI HITLER, RINNEGÒ LA GERMANIA NAZISTA E VOLÒ IN AMERICA

Nasceva oggi Marlene Dietrich, nel remoto 1901, con il nome di una santa, Marie Magdalene. Lo pseudonimo è la somma delle iniziali dei nomi di battesimo e grazie a lei è diventato un simbolo del fascino. Soprattutto in musica: Marlene compare in Alexanderplatz di Franco Battiato; nelle canzoni di Suzanne Vega, Peter Murphy, Leonard Cohen.
Bellezza fatale, Marlene non è il soggetto di un’opera d’arte seriale di Warhol, come Marilyn. Non era per la massa, eppure sedusse il mondo. La si potrebbe definire una sintesi di contrasti. Un volto incantevole, per proporzioni e mutevolezza, in cui si ravvedono i tratti di un’implacabile volontà prussiana; lo sguardo obliquo, un po’ ambiguo anche – la Dietrich era notoriamente bisessuale – tradisce una brillante intelligenza.
Infine le gambe, lunghe, toniche, che per prima, con saturnina oculatezza, assicura per una cifra folle, che hanno camminato sulla walk of fame, ma anche per vie più impervie. Del resto servono carattere e fermezza per restare sulla cresta dell’onda tutta la vita, per giunta rimanendoci anche dopo, visto che a trent’anni dalla morte siamo qui a scrivere di lei.
È un ritratto di Alfred Polgar a fornire l’abbrivio per commemorare il suo anniversario, cosa che peraltro ci fa rimpiangere gli anni in cui servivano fascino e classe per sedurre. Un’età dell’oro in cui le dive non avevano bisogno di mostrare le terga per animare il desiderio di un uomo. Donne così non erano di cartapesta, men che meno virtuali; sebbene furoreggiassero nella celluloide, avevano carisma e personalità. In questo la Dietrich è l’esempio più emblematico.
In Marlene, ritratto di una dea (Adelphi, p. 112, €12) che lo scrittore, ebreo austriaco, ha redatto nel pieno della tragedia ebraica nell’Europa dei totalitarismi, la vera Dietrich è tra le righe. Poco importa che Polgar fosse stato l’animatore di un club viennese intitolato all’attrice negli anni Venti, quando lei ancora non ha girato L’angelo azzurro ed è solo una figurante in cerca di gloria: al tempo della stesura i rapporti di forza si erano già capovolti.
Marlene rinnega la Germania nazista, vola in America, nonostante il regime volesse farne il simbolo del cinema teutonico, e diventa una diva internazionale. Polgar invece vaga disoccupato nel vecchio mondo, finché non riesce a imbarcarsi per il nuovo. Quando la Dietrich gli commissiona il libro, con ogni probabilità lo fa per camuffare la volontà di aiutarlo, ma offrendogli lavoro e non elemosina. Non vuole umiliare uno scrittore che stima.
Quando Polgar le invia una raccolta di prose allega un biglietto: “Per Marlene Dietrich, ringraziandola vivissimamente di essere al mondo”. Lei, gentile, fa recapitare allo scrittore e alla moglie dei fiori. Poi verranno gli assegni – uno, di 500 dollari, è riprodotto nel libro – ma sempre con misurata signorilità, anzi, negandosi al telefono per non far pesare il debito contratto dalla sua generosità.
Ma Polgar crede nel libro, cui si dedica quando le circostanze lo permettono, portando con sé il manoscritto nei suoi spostamenti tra l’Austria e la Francia. Leggendolo si capisce perché: è scritto con stile di letterato e argomentato con sottigliezza di critico nei giudizi sull’artista, la cui chiave del successo a suo avviso sta proprio nel passaggio dal muto al sonoro, perché Marlene è una cantante dal timbro inconfondibile e “La singolarità della voce di questa donna corrisponde perfettamente alla singolarità del suo aspetto e del suo essere”.
(da Libero)

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