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CONFINDUSTRIA, È DERBY GENOVESE PER LA SUCCESSIONE A CARLO BONOMI ALLA GUIDA DELL’ASSOCIAZIONE DEGLI INDUSTRIALI: DA UNA PARTE IL PRESIDENTE DELLA ERG, EDOARDO GARRONE, DALL’ALTRA ANTONIO GOZZI, NUMERO UNO DEL GRUPPO DUFERCO

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

IL PRIMO HA DALLA SUA PARTE MARCEGAGLIA, TRONCHETTI PROVERA E DIANA BRACCO. IL SECONDO È APPOGGIATO DAGLI INDUSTRIALI LIGURI E DA ANTONIO D’AMATO

La guerra del pesto per Confindustria. A fronte della disponibilità di Antonio Gozzi, l’eventuale disponibilità di Edoardo Garrone a candidarsi alla successione di Carlo Bonomi è già bollata come derby genovese per la presidenza di viale dell’Astronomia. Una sfida che piace soprattutto ai sostenitori dell’emiliano Emanuele Orsini, il vice presidente di Bonomi che risulta in pole nella corsa, in vantaggio rispetto ad altri due vice, Alberto Marenghi e Giovanni Brugnoli.
Molti osservatori sono convinti che un’eventuale sfida Gozzi-Garrone premierà Orsini. I più espliciti sostengono che tra i più convinti sostenitori di Garrone ci sia la past president Emma Marcegaglia di cui Garrone è stato vice dal 2008 al 2012, “antagonista storica” del due volte leader di Federacciai Gozzi.
La situazione è ancora fluida, i giochi si faranno a gennaio. La potenziale disponibilità di Garrone ha spiazzato Gozzi, che però tira dritto, e provocato mal di pancia tra gli industriali liguri, schierati compatti a sostegno del patron di Duferco. I più arrabbiati sono i capofila: il presidente di Confindustria Liguria, Giovanni Mondini, e il numero uno di Confindustria Genova, Umberto Risso.
Mondini, che ventiquattrore prima aveva fatto endorsement per Gozzi, ha appreso da indiscrezioni di stampa dell’eventuale disponibilità del cugino e socio in Erg. E si è chiuso nel più assoluto e cupo dei silenzi.
Risso, ugualmente sorpreso e arrabbiato, pare abbia chiamato Garrone per avere chiarimenti, ma si sia sentito rispondere che arriveranno quando il presidente dell’ospedale pediatrico Gaslini di Genova tornerà da New York, dove è volato per trascorrere le vacanze natalizie.
Che cosa può aver fatto cambiare idea al presidente de Il Sole 24Ore, che ora si dice sia pronto a dimettersi dal cda per candidarsi alla presidenza di Confindustria, lasciando la guida del board del quotidiano economico a Carlo Bonomi?
«Garrone viene ciclicamente corteggiato per le successioni di viale dell’Astronomia, a questo giro il pressing deve essere aumentato perché Gozzi è un imprenditore di alto livello, ma divisivo in ambito confindustriale, gode di un forte consenso verticale, di settori, ma non trasversale ed è sostenuto da Antonio D’Amato», riflette una fonte vicina al dossier.
Gozzi e Garrone sono legati da reciproca stima e amicizia. Gira voce che Gozzi si sia affrettato a chiamare Garrone per un confronto, ma tale voce non trova conferma presso i diretti interessati. Gozzi ha confermato ai suoi amici di non essere intenzionato a fare passi indietro. Anzi, l’eventuale tentativo di arginarlo confermerebbe, a suo avviso, l’esigenza di un cambio di passo a Roma.
Una telefonata che invece trova conferma è quella fatta dal leader di Duferco a Enrico Carraro, potente presidente di Confindustria Veneto, dopo l’intervista rilasciata al Corriere della Sera in cui dice «no ai professionisti della rappresentanza» e sostiene l’esigenza di un presidente «capace di ripensare il modo di fare rappresentanza, che arrivi da una realtà medio-grande, multilocalizzata e con presenza sui mercati esteri»; qualcuno capace di attuare politiche per «aumentare la presenza in Europa» poiché «le questioni cruciali dell’industria si decidono là».
Identikit che si adatta al profilo dello stesso Carraro, da alcuni dato in corsa – lui a domanda specifica risponde «io una poltrona ce l’ho già e poi sono un uomo di fabbrica, ruvido, lontano dai salotti romani» – ma anche a Gozzi, che lo avrebbe chiamato condividendo la visione.
Il nome di Garrone si dice sia emerso dopo un incontro promosso da Diana Bracco cui hanno partecipato Marco Tronchetti Provera e Marcegaglia. Il presidente di Erg godrebbe dell’appoggio non solo dei big lombardi, vista la brillante carriera che lo ha visto a capo dei Giovani, vice di Marcegaglia e di Cordero di Montezemolo.
Oltre al supporto di D’Amato, Gozzi conta sul sostegno di Bergamo, Lecco e Brescia grazie al peso dell’amico Giuseppe Pasini (che quando scese in campo gli fu opposta la candidatura di Marco Bonometti e la spuntò Bonomi); persino della territoriale di Udine guidata da Gianpietro Benedetti, storico competitor, a fronte di un accordo per una vice presidenza ad Anna Mareschi Danieli; e poi di Roberto Callieri (Federbeton), Lamberti e Buzzella (Federchimica), Poli (Assocarta), Dal Poz (Federmeccanica), Zanardi (Assofond), Ignazio Capuano (Conai).
(da agenzie)

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BRUXELLES PROVA A TUTELARE L’INFORMAZIONE LIBERA, IL GOVERNO MELONI LA BERSAGLIA

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

IN EUROPA C’È L’ACCORDO SULLA LEGGE CONTRO LE DENUNCE TEMERARIE MA PALAZZO CHIGI FA L’OPPOSTO… L’ITALIA HA IL PRIMATO PER LE “SLAPP”, LE QUERELE-BAVAGLIO CONTRO I CRONISTI, E IL GOVERNO SPINGE PER LEGALIZZARE LO SPIONAGGIO DEI GIORNALISTI

Sin dall’esordio di questo governo, il rapporto di Giorgia Meloni con i media / indipendenti è stato uno dei primi e inequivocabili segnali di erosione dello stato di diritto e di antieuropeismo. Gli attacchi ai giornalisti hanno subito destato sconcerto nelle istituzioni europee. Adesso però quella distanza tra Palazzo Chigi e Bruxelles sta diventando una voragine. Da una parte c’è una Unione europea che fa quel che le è possibile per tutelare la libertà giornalistica: proprio di recente le istituzioni Ue hanno trovato l’accordo sia per la legge Ue contro le querele bavaglio (le “slapp”) che sul regolamento europeo per la libertà dei media.
E, da una parte che più opposta non si può, c’è il governo Meloni che a Bruxelles preme per lo spionaggio dei giornalisti e che a Roma li querela e manda a processo. C’è l’emendamento Costa […] C’è «quella insofferenza verso la libera informazione tipica di una “populista contro il popolo” che prova a indebolire i contropoteri, come ha già fatto Viktor Orbán prima di lei», dice il segretario generale della Federazione europea dei giornalisti (Efj) Ricardo Gutiérrez.
Per capire la distanza ormai abissale che separa Chigi da Bruxelles si può partire da due date estremamente ravvicinate: il 30 novembre le istituzioni europee hanno raggiunto un accordo sulla legge europea anti slapp; il 14 dicembre l’Europa è tornata in allerta per i bavagli del governo, con il j’accuse del sindacato europeo dei giornalisti (Efj) per l’ennesimo atto di Durigon contro Domani. Mentre Bruxelles prova a tutelare l’informazione libera, il governo Meloni la bersaglia
Con la “legge anti slapp”, l’Unione europea, facendo leva sul carattere transfrontaliero delle querele volte a inibire giornalisti e difensori dei diritti, mostra capacità di reazione su un tema per il quale altrimenti non avrebbe specifiche competenze per intervenire; lo fa con la consapevolezza che quasi il 43 per cento di querele temerarie parte da esponenti politici, e che non sempre i governi nazionali intervengono.
Un recente studio commissionato dall’Europarlamento mostra che l’Italia ha il primato in fatto di slapp: il 25,5 per cento, ovvero un caso su quattro, si configura come querela bavaglio. Da quando Meloni è al governo, la Federazione europea dei giornalisti, che fa le sue allerte su una apposita piattaforma del Consiglio d’Europa, ha visto a sua volta i numeri impennarsi. Che una premier porti a processo i giornalisti – come ha fatto con Roberto Saviano e come succederà poi quest’estate al direttore di Domani – ricorda precedenti allarmanti.
Il caso dei carabinieri che si presentano nella redazione di Domani per sequestrare un articolo online dopo una querela di Durigon ha fatto rumore in Ue, tra interrogazioni di eurodeputati e interventi delle organizzazioni per la libertà di informazione: da allora, in Europarlamento gli attacchi di Meloni contro i giornalisti sono entrati nella storia.
Verso fine anno, dopo che il sottosegretario ha diffidato Domani dal pubblicare altre notizie e ha chiesto la rimozione degli articoli («Per ogni giorno che passa dovete darmi 500 euro in più»), l’eurodeputata liberale olandese Sophie in’t Veld ha chiamato in causa ancora una volta la Commissione europea, allertandola perché «ancora una volta un membro del governo italiano attacca i media».
Il sindacato europeo ha a sua volta stigmatizzato l’episodio: «Ecco l’ennesimo tentativo di silenziare il lavoro giornalistico di inchiesta!»
Il 15 dicembre le istituzioni Ue hanno trovato l’accordo sullo European Media Freedom Act (Emfa).
Nasce come tentativo della Commissione di far leva sulle proprie competenze regolatorie del mercato comune per puntellare con regole europee il pluralismo. Il governo Meloni si è accodato ad altri sei stati membri – con la Francia di Emmanuel Macron in testa – per provare a usare l’Emfa come un cavallo di Troia volto a legalizzare lo spionaggio dei giornalisti (l’alibi era la sicurezza nazionale).
Ma a Bruxelles questa linea liberticida non è passata. Quando Emfa entrerà in vigore, operazioni come la presa della Rai – il «cambio di narrazione», per usare l’espressione meloniana – strideranno ancor più con le regole europee. Basti ricordare l’articolo 5 della bozza: parla di «imparzialità e pluralità» per il servizio pubblico, imponendo procedure «aperte e trasparenti» per la nomina dei vertici. Cosa farà Meloni quando l’Ue passerà dalle raccomandazioni agli obblighi?
(da agenzie)

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COSA C’È DIETRO ALLO STRANO FEELING TRA GIORGIA MELONI E ELON MUSK? IL “WALL STRET JOURNAL” DEDICA UN ARTICOLO ALLE SMANCERIE TRA LA PREMIER E IL PATRON DI TESLA

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

“È FACILE CAPIRE COSA TRAGGA LEI: L’ACCESSO A UN MONDO ACCATTIVANTE. È MENO CHIARO È COSA CI GUADAGNI LUI. ALCUNI RITENGONO CHE STIA CERCANDO ALLEATI POLITICI IN EUROPA, PROPRIO MENTRE L’UE CERCA DI REGOLAMENTARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E ESAMINA LA PROPRIETÀ DI X”

Elon Musk e il primo ministro italiano Giorgia Meloni hanno formato una delle più improbabili alleanze transatlantiche del 2023. Dietro la loro nascente amicizia si celano interessi comuni su questioni politiche come l’immigrazione e la demografia, nonché sulla regolamentazione del settore tecnologico e sui rischi associati all’intelligenza artificiale.
Musk, il 52enne miliardario dietro Tesla, SpaceX e X, ha visitato l’Italia diverse volte quest’anno e questo mese è stato l’ospite di punta di un festival politico a Roma ospitato dal partito di destra Fratelli d’Italia della Meloni.
A giugno, la Meloni ha ospitato Musk nella sede ufficiale della Presidenza del Consiglio a Roma, dove i due hanno parlato di IA e hanno mostrato la loro chimica ridendo e abbracciandosi. La maggior parte dei visitatori riceve una stretta di mano.
Musk ha dichiarato di aver parlato con la Meloni, 46 anni, all’inizio di quest’anno, quando stava cercando un antico luogo romano dove lui e Mark Zuckerberg avrebbero potuto organizzare un combattimento. A ottobre, Musk ha messo like a un post della leader italiana su X in cui annunciava la fine della sua relazione decennale con il padre di sua figlia.
“Per la Meloni, Musk è un grande visionario, quindi è facile capire cosa tragga dalla relazione: l’accesso a quello che per lei è un mondo nuovo e accattivante”, ha dichiarato Stefano Quintarelli, ex legislatore italiano diventato imprenditore tecnologico e investitore in capitale di rischio. “Ciò che è meno chiaro è cosa ci guadagna lui”.
Alcuni in Europa ritengono che Musk stia cercando alleati politici nella regione mentre l’Unione Europea cerca di regolamentare l’IA. Musk sta anche affrontando un esame da parte dell’UE per la sua proprietà di X. La piattaforma sta affrontando un’indagine dell’Unione europea sulla sua gestione di contenuti illegali e disinformazione. Se si scoprisse che ha violato le regole comunitarie sui contenuti online, X rischia una pesante multa in un momento in cui i ricavi sono stati colpiti dal ritiro di alcuni inserzionisti insoddisfatti di alcuni post di Musk.
Musk e Meloni non hanno risposto alle richieste di commento. La Meloni, che ha conquistato il potere alle elezioni italiane del 2022, si è fatta un nome come personaggio di destra nelle guerre culturali italiane sull’immigrazione e sui valori tradizionali della famiglia.
Per anni, la sua promessa politica più importante è stata quella di fermare l’immigrazione clandestina attraverso il Mar Mediterraneo, dall’Africa all’Italia, anche se da quando è entrata in carica ha lottato per impedire un aumento degli arrivi di migranti.
Quest’autunno, quando la Meloni ha denunciato la Germania per aver finanziato le organizzazioni non governative che soccorrono i migranti nel Mediterraneo, Musk è intervenuto su X. “Sicuramente è una violazione della sovranità dell’Italia il fatto che la Germania trasporti un gran numero di immigrati clandestini sul suolo italiano”, ha postato, aggiungendo: “Sento vibrazioni di invasione…”.
I due hanno anche trovato un terreno comune nell’aumento delle nascite e nella lotta contro quello che lui ha definito il “virus della mente sveglia”. Entrambi i temi hanno avuto un ruolo di primo piano al festival politico di Roma di questo mese.
“Ogni anno guardo i tassi di natalità ed è piuttosto deprimente”, ha detto Musk all’evento romano, a cui ha partecipato con uno dei suoi figli. “Non si può dipendere da altri Paesi per l’immigrazione. L’Italia è il popolo italiano”.
L’imprenditore ha detto che si preoccuperebbe di investire in un Paese con il basso tasso di natalità italiano. “Ci saranno abbastanza persone per lavorare lì?”. Ha detto Musk durante l’evento. “Per favore, fate più italiani, è quello che sto dicendo”.
La Meloni, che è una conservatrice convinta, da tempo chiede che la società italiana torni ad avere più figli, sostenendo che la “cultura dominante” progressista ha denigrato la paternità.
L’apparizione di Musk è stata anche un colpo per la Meloni, che cerca di aumentare le sue credenziali tecnologiche. L’Italia è destinata a presiedere le riunioni del G7 nel 2024 e la Meloni vuole fare della regolamentazione dell’IA uno dei suoi temi centrali per le discussioni del G7. Ha detto che l’IA potrebbe essere “la più grande sfida della nostra epoca”.
Musk ha lanciato una società di IA, definendo la tecnologia una delle maggiori minacce per l’umanità. Il potere di Musk in tutto ciò che riguarda la tecnologia e la sua disponibilità a pontificare liberamente sui benefici e le potenziali insidie dell’IA, potrebbero favorire lo sforzo della Meloni di inserire la tecnologia nell’agenda politica internazionale.
La Meloni è la prima donna leader in Italia e il primo Presidente del Consiglio proveniente dall’estrema destra anti-establishment. Le sue radici politiche affondano in un partito post-fascista chiamato Movimento Sociale Italiano, fondato dopo la Seconda Guerra Mondiale da ex membri del Partito Fascista di Benito Mussolini. Il gruppo ha trascorso decenni ai margini della politica italiana, ma alla fine ha cercato di diventare un movimento democratico di destra.
La Meloni ha preso le distanze dal suo passato di estrema destra, abbracciando politiche conservatrici tradizionali in materia di economia e affari esteri, tra cui il sostegno all’adesione dell’Italia all’euro, all’alleanza di sicurezza con gli Stati Uniti e alla difesa dell’Ucraina contro l’invasione della Russia.
Continua a fare appello alla sua base di estrema destra sulle guerre culturali italiane, con posizioni dure contro l’immigrazione illegale e la genitorialità omosessuale. Ha inveito contro la maternità surrogata, dicendo che “i bambini non vanno comprati e venduti”. Il suo governo vuole rendere la maternità surrogata un cosiddetto reato universale, il che significa che gli italiani che ricorrono a una madre surrogata potrebbero incorrere in accuse penali anche se lo fanno all’estero. Questa categoria è solitamente riservata ai crimini più efferati, come la schiavitù, il genocidio e la pedofilia.
La maternità surrogata è una questione su cui lei e Musk non sono d’accordo. Musk sostiene la pratica, ha avuto almeno un figlio attraverso la maternità surrogata. Ha dichiarato: “Nascono già troppi pochi esseri umani”.
A luglio, un legislatore italiano dell’opposizione, Alessandro Zan, ha urlato in Parlamento che Meloni dovrebbe guardare Musk negli occhi e dirgli che è un criminale. Meloni non ha risposto.
Il governo di Meloni sta anche cercando di convincere le case automobilistiche a costruire veicoli e batterie in Italia per contribuire a compensare il declino produttivo del Paese. La Fiat, casa automobilistica a lungo dominante in Italia, è ora una forza in via di estinzione nell’economia del Paese, poiché il suo proprietario, Stellantis, ha spostato la produzione altrove. Finora Musk non ha indicato che potrebbe prendere in considerazione l’Italia per una fabbrica Tesla.
Quest’anno Musk si è recato in Europa per diversi viaggi di alto profilo, incontrando, oltre alla Meloni, anche i leader del Regno Unito e della Francia. I frequenti viaggi in Europa rappresentano un cambiamento per il miliardario, che negli ultimi anni ha trascorso la maggior parte del suo tempo in Texas e in California.
Dopo la sua apparizione sul palco dell’evento della Meloni, è partito per un vorticoso tour privato di Roma con il ministro della Cultura italiano, postando su X una clip di dipinti di Caravaggio e un’altra dal tetto del Pantheon.
Eric Sylvers e Margherita Stancati
(da Wall Street Journal)

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NON C’E’ PIU’ PARAGONE: L’ADDIO DEL GIORNALISTA ALLA POLITICA, STRAPPO DEFINITIVO CON ITALEXIT

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

“TORNO A FARE IL GIORNALISTA, NON USATE PIU’ IL MIO NOME”

Non è solo un addio al partito che lui stesso ha fondato, ma sembra proprio un ritiro dalla politica quello di Gianluigi Paragone. In una lunga lettera pubblicata sul sito di Italexit, Paragone annuncia le dimissioni da segretario «irrevocabili». Finisce dopo tre anni l’avventura di Paragone da leader politico. Nel 2020 era stato espulso dal M5s, con cui era entrato in Parlamento, dopo aver votato contro la Legge di Bilancio. Convinto No Green Pass e No Vax, ha fondato «Italexit con Paragone», poi diventato semplicemente Italexit a fine 2022, dopo diversi scontri interni sulla sua leadership.
Paragone ha ribadito che da ora in poi il partito non potrà più usare il suo nome e cognome per ogni tipo di attività. Sui motivi della rottura, lui stesso non si sbilancia: «Non c’è una sola ragione che può motivare una scelta così radicale. Ci si arriva perché il tempo fa maturare alcune idee e alcuni pensieri. Intanto avevo sempre detto che non sarei rimasto segretario a lungo: è giusto che altre persone si carichino l’impegno di elaborare, con rinnovato entusiasmo, tesi politiche. Penso che sia arrivato questo tempo: energie nuove per sfide da rilanciare a tempo pieno».
Paragone dice di voler tornare di fatto alle origini, quando cioè faceva il giornalista. Già direttore della Padania, poi vicedirettore di Libero e infine passato in Rai e su La7, dove ha condotto diversi programmi di approfondimento, Paragone dice che continuerà a elaborare il mio pensiero nelle vesti che mi sono più proprie, ossia quelle giornalistiche e di saggista. Avendo accresciuto il mio impegno professionale (com’era normale che fosse non volendo campare di politica), non intendo generare confusione nell’elettore, nel telespettatore e nel lettore laddove guardandomi o leggendomi possa pensare: parla il politico o il giornalista?»
L’addio quindi sarebbe totale e definitivo: «Ecco, anche nel massimo rispetto altrui, è giusto che io sciolga totalmente il mio rapporto con il partito. Che da questo momento in avanti non potrà più avvalersi del mio nome e del mio cognome per le proprie attività: questione di correttezza. Pertanto ho dato mandato affinché sul sito scompaiano i miei riferimenti personali così da non generare confusione; chiederò inoltre alle società di sondaggio di eliminare il mio cognome dal nome del partito. Sono stati anni di intense battaglie, che rifarei tutte. Per questo le tengo nella mia memoria e nel mio cuore. Grazie a tutti coloro che ci hanno dato fiducia e sostegno. A tutti auguro buona strada».
(da agenzie)

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IL PRESIDENTE DELLA CAMERA, LORENZO FONTANA, SCOMUNICA LA LINEA DI SALVINI E SI OPPONE ALL’ALLEANZA IN EUROPA CON MARINE LE PEN E LE SVASTICHELLE TEDESCHE DI AFD

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

“DOPO IL VOTO SI POSSONO RIVEDERE LE ALLEANZE. LA LEGA DEVE ESSERE PARTE DEL PROCESSO DI CAMBIAMENTO A BRUXELLES ED ENTRARE NELLE DECISIONI SULLA PROSSIMA PRESIDENZA DELLA COMMISSIONE EUROPEA. MANTENERE I VOTI IN CONGELATORE FUNZIONA POCO” … IL VETO SU VANNACCI: “NON CONDIVIDO LE FRASI CONTENUTE NEL SUO LIBRO”

Le Europee sono sempre più vicine e la Lega non può permettersi di passare altri cinque anni a Bruxelles da emarginata. Questo è il messaggio inviato ai vertici del partito, sotto forma di «auspicio», dal presidente della Camera Lorenzo Fontana in occasione dei tradizionali saluti di fine anno con la stampa parlamentare.
La Lega deve «essere parte del processo di cambiamento a Bruxelles» ed entrare «pienamente nelle decisioni sulla prossima presidenza della Commissione europea e sul futuro presidente del Parlamento europeo», dice Fontana. Insomma, l’invito a Matteo Salvini è di «mettersi in gioco. Mantenere i voti in congelatore funziona poco».
Resta però uno scoglio da superare: il veto posto dal Partito popolare europeo sugli alleati di Matteo Salvini, a partire dai francesi di Marine Le Pen e dai tedeschi dell’Afd. I Popolari non ne vogliono sapere di un’intesa con l’intero gruppo dei sovranisti di “Identità e democrazia”, ma lasciano la porta aperta alla Lega, se mai volesse sganciarsi dai suoi ingombranti alleati. Ed è in questa direzione che sembra spingere anche il presidente della Camera, quando ricorda a tutti che «non ci sono veti nei confronti della Lega».
E se il centrodestra europeo ha il terrore degli alleati di Salvini, è anche vero che «a Bruxelles nessuno ha paura di noi». In fondo, fa notare Fontana, «le vere alleanze si fanno il giorno dopo le elezioni». E quel «vere» viene volutamente sottolineato con il tono della voce, per far intendere che, tutto sommato, non si tratta di legami indissolubili. Oggi si è alleati, domani chissà. A scanso di equivoci, Fontana precisa ulteriormente: «Dopo il voto si vedrà davvero quali partiti nazionali aderiranno a quali gruppi europei».
Le geometrie costruite in questi anni potrebbero quindi sgretolarsi un minuto dopo le elezioni. Questo è lo scenario che ipotizza Fontana, mentre Salvini è costretto a tenere una linea diversa e insistere sulla possibilità di portare i suoi “scomodi” alleati, tutti insieme, nella stanza dei bottoni di Bruxelles, seduti allo stesso tavolo con Popolari, Conservatori e Liberali europei. Una posizione alternativa, quella di Fontana, che si estende anche al giudizio sul generale Vannacci.
Tra i fedelissimi di Salvini c’è chi, come il vicesegretario Andrea Crippa, sostiene che Vannacci parli «come un leghista» […] il presidente della Camera rispondere che «no, non condivido quelle frasi di Vannacci e non ho letto il suo libro», anche se «quello sulle candidature – puntualizza – è un discorso che faranno i vertici della Lega». È un periodo, questo, in cui emergono alcuni distinguo all’interno del partito. Oggi Fontana sulla strategia in vista delle Europee, ieri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti favorevole al Mes.
(da La Stampa)

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I PARLAMENTARI DI FRATELLI D’ITALIA HANNO MESSO 50 EURO A TESTA PER IL REGALO DI NATALE ALLA LORO CAPA, GIORGIA MELONI

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

A RADUNARE I SOLDI CI HA PENSATO AUGUSTA MONTARULI, SUSCITANDO L’IRONIA DELLE COLLEGHE, CONSIDERANDO I VECCHI GUAI GIUDIZIARI PER LE SPESE “NON ORTODOSSE” QUANDO ERA CONSIGLIERE REGIONALE IN PIEMONTE

Un camioncino carico di regali è stato visto partire prima di Natale da via della Scrofa verso casa di Giorgia Meloni, Roma sud. Piccoli e grandi presenti – compreso un enorme pacco cubico – destinati alla presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia
Siccome consegnare cadeaux a Palazzo Chigi è ormai una pratica rischiosa e antipatica, viste le norme stringenti dell’anticorruzione, il mondo che conta ha deciso di augurare un felice Natale alla donna più potente del paese passando dalla sede del partito.
Davanti a una moltitudine di “pensierini” tale da far impallidire le renne di Babbo Natale, da FdI hanno deciso la svolta pragmatica.
Pura logica a pacchetto: caricateli tutti su un camioncino e portateli a casa della Capa! I circa 170 parlamentari di Fratelli d’Italia hanno deciso di unire le forze per inviare un bel regalo a donna Giorgia.
E’ partita così la settimana scorsa una raccolta fondi: 50 euro a testa [che messi insieme, al di là di svariate defezioni, fanno comunque la loro porca figura.
A raccogliere il malloppo e a decidere cosa comprare ha pensato, come sempre, la deputata Augusta Montaruli (suscitando le perfide ironie di alcune colleghe di partito, visto che per una serie di spese non proprio ortodosse passò qualche guaio giudiziario per via dei rimborsi della regione Piemonte).
“A Giorgia ho regalato un kit di cosmetici, ovviamente made in Italy”, racconta il senatore di FdI Renato Ancorotti, che nella vita è soprattutto un imprenditore di fama internazionale nel campo della cosmesi.
E’ mister Crema, commendatore e cavaliere del lavoro, fatturato da oltre 150 milioni di euro all’anno. Quest’anno ha messo a disposizione di parlamentari e staff un kit per farsi belli e rimanere tali.
Una matita per gli occhi, ombretti, profumi, ciprie. Uno sforzo messo in campo anche grazie alla collaborazione delle aziende del settore. Patrioti, vi vogliamo tutti profumati e senza rughe per un anno alle essenze dell’Europa.
Ma torniamo in via della Scrofa, da dove è partito il camioncino straboccante di qualsiasi sorpresa e prelibatezza per il palato e per gli occhi. Un altro segno dei tempi: fino a un paio di anni fa i grandi manager, i super imprenditori inviavano altrove i loro pensieri per essere pensati, ma ora non è così. Sicché caricate tutto e portate nella magione meloniana. A scartarli ci penserà lei.
(da agenzie)

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VALE LA PENA SPENDERE PIÙ DI 4 MILIARDI DI EURO PER UNA “MANCETTA” DA 20 EURO AL MESE?

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

VIA LIBERA DEL GOVERNO ALLA RIFORMA DELL’IRPEF: GLI EFFETTI SARANNO ESIGUI, IL MASSIMO “SCONTO” È DI 260 EURO ALL’ANNO, PER UN COSTO DI 4,3 MILIARDI COMPLESSIVI … L’INCOGNITA PER IL 2025: CONFERMARE IL TAGLIO DEL CUNEO E LA NUOVA IRPEF SERVONO 14,5 MILIARDI ALL’ANNO (E I SOLDI NON CI SONO)

Con il «Sì» finale ottenuto ieri in consiglio dei ministri il decreto che avvia il nuovo primo modulo della riforma Irpef diventa definitivo e pronto a produrre dal 1° gennaio i propri effetti. Passa da lì l’alleggerimento ulteriore della pressione fiscale sulle buste paga dei lavoratori dipendenti, per i quali il taglio del cuneo contributivo previsto dalla manovra si limita a confermare per l’anno prossimo gli sconti già in vigore nei mesi scorsi, e per i pensionati.
Il carico complessivo dell’Irpef si riduce di 4,3 miliardi con la scomparsa dell’attuale secondo scaglione, quello che alzava dal 23% al 25% la richiesta sulle fasce di reddito comprese tra i 15mila e i 28mila euro lordi all’anno, e per l’aumento da 1.880 a 1.955 euro della detrazione di base per i lavoratori dipendenti, che quindi si vedono allineare la No Tax Area a quella già prevista per i pensionati.
Nel 2024, quindi, anche i redditi dell’attuale secondo scalino si vedranno chiedere il 23% dell’imponibile. Per il 2025 si vedrà, perché qui si annida l’incognita più pesante su tutta l’operazione: la replica dell’accoppiata di sconti contributivi e Irpef a tre aliquote richiede circa 14,5 miliardi all’anno, da trovare però in un contesto che fra prospettive di finanza pubblica e riforma del Patto di stabilità chiude sostanzialmente ogni margine per l’extradeficit nei prossimi anni.
Più delle nuove regole contabili europee, è la linea del debito gravata da 25 miliardi annui di eredità del Superbonus per i prossimi quattro anni a rendere acrobatica qualsiasi ipotesi di scostamento futuro. Per il 2024, comunque, i 4,3 miliardi necessari ad abbassare l’Irpef ci sono, e arrivano dal fondo per la riduzione della pressione fiscale rifinanziato una tantum a maggio dal decreto lavoro con i proventi strutturali della lotta all’evasione.
Sul piano degli effetti concreti, il taglio vale 75 euro di imposta all’anno per i redditi compresi fra il livello appena superiore alla fascia esente fino a 15mila euro lordi all’anno, che beneficiano in pieno dell’aumento della no tax area
Lo sconto scende poi a 11 euro annui a 16mila euro di reddito lordo annuo per salire poi progressivamente fino al picco dei 260 euro annui, che si raggiunge a 28mila euro di reddito e si mantiene per tutte le fasce superiori. Per i redditi superiori a 50mila euro all’anno il beneficio è compensato da un taglio equivalente alle detrazioni fiscali, che però ovviamente colpisce solo chi le utilizza.
E non sono tutti i contribuenti, come confermano i dati del dipartimento Finanze che indicano in oltre 500mila i titolari di redditi superiori a 50mila euro all’anno privi di detrazioni nel 2021, ultimo anno disponibile nei dati pubblicati dal Mef.
A conti fatti, la torta dei benefici Irpef sul 2024 è divisa in due fette quasi equivalenti: i 4,2 miliardi di taglio di aliquota nei calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio producono un risparmio medio da 190 euro all’anno, cioè 14,6 euro al mese su 13 mensilità, per 22,8 milioni di contribuenti.
Il 45% degli sconti va ai redditi fino a 28mila euro all’anno, e l’altro 55% finisce a chi ha dichiarazioni superiori. Ma quando si parla di imposta sui redditi l’effetto degli sconti è misurato più efficacemente dalla riduzione percentuale della somma da versare. E da questo punto di vista il massimo viene raggiunto dai contribuenti che dichiarano fra 21mila e 28mila euro lordi all’anno, gli unici a cui sarà indirizzato uno sconto superiore al 5%.
Nell’accoppiata con il taglio contributivo, il vantaggio cresce fino al massimo di 1.351,7 euro all’anno (104 al mese per 13 mesi) a 35mila euro di reddito, e la sua distribuzione si fa più progressiva offrendo il vantaggio percentuale massimo, al 6%, sulle fasce di reddito più basse. Ma l’unione delle due misure fa anche salire a 14,5 miliardi la dote da trovare sul 2025 per evitare una perdita equivalente nel potere d’acquisto dei diretti interessati.
(da agenzie)

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INTERVISTA ALLA REGISTA PAOLA CORTELLESI: “COSA TI AUGURI PER L’ANNO CHE VERRÀ? IN PRIMO LUOGO CHE VENGANO DIFESI I DIRITTI DELLE DONNE”

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

“C’E’ ANCORA DOMANI” E’ IL FILM PIU’ VISTO IN ITALIA NEL 2023: “HO VOLUTO RACCONTARE LE DONNE A CUI SI FACEVA CREDERE CHE FOSSERO DELLE NULLITÀ”

Paola Cortellesi, dopo questo anno per te fantastico, cosa ti auguri per quello che viene
«In primo luogo che vengano difesi i diritti delle donne. La grandezza dell’approccio che le donne hanno avuto nelle loro battaglie fa sì che le loro conquiste non si presentino mai come obbligo per l’individuo, ma come possibilità per ciascuna.BPer fare in modo che milioni di persone di sesso femminile non fossero costrette ad andare avanti nella vita “come se niente fosse”, si è stabilito, dopo dure battaglie, che potessero scegliere. Scegliere di sposarsi e di divorziare, scegliere di mettere al mondo un figlio quando hanno deciso di farlo (quanto ancora c’è da fare per le donne single.
La posizione opposta è un divieto, un obbligo. Prendiamo la legge sull’aborto. È una grande conquista che dovrebbe essere accompagnata da politiche attive a favore di una maternità consapevole. E invece l’unica cosa di cui si parla oggi, anche negli Usa, è di mettere in discussione la libertà di scelta della donna. Io ho preso sul serio la promessa dell’attuale premier, una donna, di non toccare la legge 194
I femminicidi continuano, in tutto il mondo.
«Non smettono, lo vediamo ogni giorno. Sono il segno di un’idea di possesso maschile che è dura a morire.
Però, specie dopo l’assassinio di Giulia Cecchettin, ho visto dei segni importanti di risveglio della coscienza, specie tra i giovani. Nelle manifestazioni c’erano tante ragazze, ma anche tanti ragazzi che si stanno mettendo in discussione.
Mi sembra che si stia imparando a coltivare le parole giuste e lo si faccia insieme, donne e uomini. Ecco un altro augurio per il 2024. Che le parole prendano il sopravvento sulla violenza, che le si allevi insieme, perché sono lo strumento principale capace di assicurare una vita comune. Le parole scambiate, accettate, sono il contrario della violenza».
E per Roma, la città che ami?
Dico una cosa ovvia, ma vera. Che ci sia un soprassalto di senso civico. L’amministrazione deve funzionare, deve farlo davvero, ma noi dobbiamo aiutare con comportamenti più attenti e rispettosi del prossimo. Ci vuole, a cominciare dall’alto, spirito di comunità; una città soffre per l’individualismo sfrenato non meno che per l’inefficienza».
Cominciamo dall’inizio, da Paola piccola…
«Condividevo la stanza con mia sorella, che ha sette anni più di me. Sulla parete vicino al mio letto c’era il poster di John Taylor, era il periodo dei Duran Duran. Ovunque, disseminati, gli stickers della rivista Cioè. E un pallone da basket. Amavo l’Nba, seguivo le sue partite, veneravo Magic Johnson e ogni anno era una festa quando mio fratello mi portava a vedere gli Harlem Globetrotters al Palazzo dello Sport. Ma a giocare ero scarsissima. Ero scoordinata, per di più mancina e se per un caso sventurato mi trovavo a destra sbagliavo sempre il terzo tempo. Ero davvero improbabile, a basket. Il pallone era nella mia stanza un po’ come una decorazione e un po’ come emblema delle mie imperfezioni»
Avevi un diario?
«Mai tenuto. Me li regalavano le zie. Magari li iniziavo ma poi mi stufavo, anzi mi vergognavo. Se li ritrovassi sarebbero un rosario di incipit. Non faceva per me. Mi sembrava di dover rendere conto al diario di quello che facevo o pensavo. E poi, in generale, le confidenze mi sembrava più prudente affidarle alla caducità dell’istante, non renderle eterne sulle pagine di un diario con i fiorellini».
Che facevano i tuoi?
«Mio padre ispettore di commercio, mia madre casalinga, era anche una sarta bravissima, una modellista perfetta. Io ho studiato al liceo e poi mi sono iscritta a Lettere, indirizzo musica e spettacolo, che ho lasciato a metà percorso per studiare teatro. Volevo fare questo, nella vita.
Ma per la mia famiglia era una scelta bizzarra, non era il nostro mondo. Per cui sembrava solo un sogno, uno di quelli meravigliosi che si fanno da ragazzi. I miei volevano solo proteggermi da eventuali delusioni. Ma non mi hanno mai tarpato le ali, mai hanno fatto prevalere le loro legittime preoccupazioni sulla mia passione. Mi hanno seguito con affetto e discrezione»
Tuo padre è mancato qualche anno fa. Cosa ti direbbe oggi, dopo il successo incredibile di «C’è ancora domani»?
«L’esistenza di mio padre mi ha illuminato la vita. Mi ha insegnato che ridere è una cosa seria. Mi ha insegnato l’umorismo e l’autoironia che mi hanno sempre salvato. Cosa mi direbbe oggi? “Bella di papà”, mi direbbe».
Come ti è venuta l’idea del film?
«Volevo raccontare i diritti delle donne. In particolare di quelle donne che non si è mai filato nessuno. Ho ascoltato tanti racconti di nonne e bisnonne che hanno vissuto quel tempo. Per questo il film è in bianco e nero, perché quando loro parlavano io le immaginavo così, le loro storie. Storie raccontate con disincanto, quasi con fatalismo.
Nel film sono rappresentate dalle donne che commentano tutto nel cortile. Mi è rimasta nella testa una frase che dicevano, a proposito di quelle, tra loro, maggiormente vessate: “Eh, porella”. Da piccola ascoltavo i loro racconti e mi sembrava che ci fosse una contraddizione, come uno stridere, tra la drammaticità del racconto di queste donne schiacciate dai mariti violenti e il tono che usavano, quasi leggero»
È l’inizio del tuo film…
«Quello schiaffone preso per cominciare la giornata, come fosse una cosa normale. E soprattutto l’andare avanti “come se niente fosse”. Tante vite di donne si sono svolte “come se niente fosse”. Nella mia vita ho dato voce, da attrice, a donne gigantesche come Nilde Iotti o Maria Montessori. Ho voluto invece raccontare nel film la vita delle donne a cui è stato fatto credere di essere delle nullità, a cui, nella vita, non è mai stata data una pacca sulla spalla. Per parlare di loro non ho scelto un tono drammatico, il registro è ironico, talvolta surreale».
Nel tuo film la musica mi è sembrata decisiva, proprio per il suo essere spesso in totale astrazione dal tempo storico raccontato.
«L’idea mi è venuta ascoltando “Nessuno”, una canzone della fine degli anni cinquanta reinterpretata meravigliosamente da Petra Magoni, già questo un gioco del tempo. Quando nel testo si dice la parola “eternità”, ho sentito una fiocinata. È il peso che si sente nella storia che ho raccontato. Vite senza via d’uscita, vite come condanna, vite come gabbie.Non vite come promessa, non vite come scelte. Eternità diventa così un incubo, sotto le vesti di scena di un matrimonio. È in fondo il tema di un’altra canzone che ho messo nel film, scritta da Daniele Silvestri, “A bocca chiusa”, che celebra il valore della parola usata “senza scudi per proteggermi né armi per difendermi/né caschi per nascondermi o santi a cui rivolgermi”. La parola con la quale tante cose sono cambiate e tante devono ancora cambiare»
E il finale? Quello scoprire, con un movimento di macchina da presa, che non si è sole?
«Stavo leggendo a mia figlia Lauretta il libro “Nina, i diritti delle donne”. E lei scopriva, con quelle parole, che tutto quello che per lei era scontato — il voto delle donne, il divorzio — fino alla metà del novecento e oltre non era consentito.
Le ho detto come le abbiamo conquistate, perché c’è una continuità nella sofferenza e nell’emancipazione delle donne, e che però non dobbiamo mai, lo vediamo in questi mesi, dare per acquisito nulla. Non è vero che non cambia mai nulla, ma è vero che c’è sempre qualcosa da cambiare»
Ti aspettavi l’incredibile successo di questi mesi? Il tuo film è nella top ten dei dieci più visti nella storia del cinema in Italia e il quinto di quelli prodotti nel nostro Paese. Credo anche l’unico diretto da una donna
«Ovviamente no. Speravo che si diffondesse, magari crescendo nel tempo, un’emozione. Quello che sognavo erano sale piene e grande partecipazione emotiva
Quando lo abbiamo scritto, con Giulia Calenda e Furio Andreotti, ci siamo detti quanto fosse perfetto l’ equilibrio tra i registri ne “La vita è bella” di Roberto Benigni, un film che ho molto amato proprio per la capacità di raccontare la più spaventosa tragedia dell’umanità attraverso la leggerezza.
Quella di cui parla Italo Calvino: “Leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Essere lievi non significa togliere gravitas al dolore, per me. Un altro film che mi colpì, in questo senso, è “Il grande dittatore” di Chaplin. Il mondo che stava precipitando in una guerra spaventosa era rappresentato con la leggerezza di un pallone gonfiabile con cui il despota di turno giocava, come fosse cosa sua».
Torniamo per questa via a un tema antico e attuale. Il cinema si fa per il pubblico o per «gli ambienti bene informati della capitale? «Sono cresciuta nutrendomi del cinema di Risi, Comencini, Scola, Monicelli, Benigni. Sono stata una loro spettatrice.NLa mia scelta è stata sempre rivolta agli autori che con le loro storie sapevano emozionarmi. Cercavo quelli che mi sapevano toccare il cuore, anche facendomi male, e che mi regalassero dei dubbi. Perché il dubbio è libertà, ed è sempre un dono. Il dubbio è il veleno di ogni dittatura.
Con il cinema si può e si deve sperimentare, per creare un linguaggio e cercare un confronto. Farlo per una ristretta cerchia di fedelissimi che ti copre di elogi ti mette al riparo per un po’, ma c’è la possibilità che poi ti buttino via con la stessa facilÈ un atteggiamento gratuitamente aristocratico, spesso ammantato del suo contrario.
«La ricerca dell’armonia tra qualità e popolarità è difficile, si naviga in mare aperto e non sempre riesce. Separare queste due dimensioni è molto facile. Ci si muove come all’interno di un nido, in una comfort zone rassicurante.
A me non piace considerare il pubblico, i suoi gusti, con sussiego, come una “massa” indistinta, di persone da guardare dall’alto in basso, spesso pensando che meno sono, meglio è. Penso sia giusto cercare di portare il contenuto più alto al pubblico più largo. “La grande guerra”, “Il Sorpasso”, “Una giornata particolare” non sono forse riusciti proprio a far questo? Nella platea che qualcuno presuntuosamente definisce “massa” ci sono talenti, competenze, cuori che meritano attenzione e rispetto».
Nella «massa» ora ci sono anche i social…
«Li trovo pericolosi. Io li utilizzo per promuovere il mio lavoro o condividere cose belle o divertenti, ma non capisco perché debbano essere la vetrina della propria vita personale. Che senso ha esporsi, per come ti vesti o come mangi, al giudizio di persone che non conosci?
Mi preoccupano soprattutto gli adolescenti, il cui impatto con la vita, nella stagione della loro formazione, avviene in un clima di tribunale permanente. Non tutti hanno la forza di superare critiche feroci e derisioni. Avere un “pubblico”, a quattordici anni, è pericoloso, molto pericoloso»
Tu hai sempre affrontato la vita e il lavoro con leggerezza, non sei certo una persona «pesante».
«Non lo so. Un po’ è il mio carattere, un po’ l’ho coltivata. La pratica della leggerezza ti aiuta a rifiutare il rancore, l’odio, l’astio, la volgarità, la spietatezza. Tutte cose che cerco di fuggire. Non è che mi piacciano tutti, ma, a fatica, cerco di passare sopra a quello che mi potrebbe dare dolore. Ora so che tutto sparisce velocemente e che molto non merita il mio dolore. Cerco, anche qui, di usare l’umorismo come forma di autodifesa».
Mi dici un film e un disco dai quali non ti separeresti mai?
«“C’eravamo tanto amati” di Scola e “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla».
Immagina di trovarti al parco con Lauretta, di vedere una bambina che ti assomiglia e di scoprire che sei tu piccola. Che consiglio daresti a Paoletta?
«Le direi che “Va bene così”. Di non preoccuparsi mai se quello che fa non piace proprio a tutti. Io all’inizio mi nascondevo, ero invisibile. Non amavo gli exploit. Ero e sono, checché sembri, una persona piuttosto timida. A Paoletta direi “È giusto quello che pensi sia giusto”. E mi piacerebbe vederla giocare con Laura, la figlia che verrà nella sua vita».
(da agenzie)

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BAGARRE ALLA CAMERA, LE OPPOSIZIONI: SALVINI VENGA A RIFERIRE IN PARLAMENTO SUGLI APPALTI PUBBLICI BANDITI DA ANAS”

Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile

“DEVE CHIARIRE I CONTATTI CON I POLITICI DEL FIGLIO DI VERDINI ARRESTATO PER CORRUZIONE”

L’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, su appalti pubblici banditi dall’Anas entra in Parlamento. Nel giorno in cui si approva la manovra l’opposizione chiede che Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, venga urgentemente a riferire sul sistema di consulenza e appalti” visto il presunto coinvolgimento di un sottosegretario (non indagato) e vertici del Mef a incontri con Verdini e altri indagati dalla procura di Roma per corruzione e turbativa d’asta.
A chiederlo è Federico Cafiero de Raho, ex procuratore nazionale Antimafia e oggi deputato del M5S, una richiesta a cui si sono associati il Pd e Avs, ma non il Terzo Polo. ntervenendo in Aula a Montecitorio: «Bisogna che il parlamento sappia – dice de Raho – in quale misura i fatti coinvolgano Anas, per quanti e quali appalti, quali misure adottate per prevenire la corruzione, quale coinvolgimento degli esponenti delle istituzioni» e per questo «chiediamo che il ministro venga urgentemente a riferire rispettando in pieno la presunzione di innocenza ma pretendendo chiarezza sui fatti di cui la stampa parla».
«Sono le 11 e ancora nessuno ha ritenuto di smentire gli articoli che mostrano una certa gravità intervenendo in Aula alla Camera”, dice Debora Serracchiani (Pd), «Oltre alla vicenda giudiziaria c’è la necessità di dare trasparenza e chiarezza a rapporti e relazioni che non possono coinvolgere nessuno nel governo né funzionari pubblici. C’è una questione politica e chiediamo che rispetto a questa questione politica ci sia un intervento del governo, che smentisca ed elimini questa ambiguità, politica prima ancora che giudiziaria».
«Non siamo interessati alla vicenda giudiziaria – aggiunge Angelo Bonelli – ma quando si cominciano a incontrare imprenditori a casa o nei ristoranti, per discutere questioni che attengono un dicastero, c’è un problema che riguarda il comportamento rigoroso che dovrebbe avere un ministro o un sottosegretario. C’è un problema che attiene la trasparenza che voi continuate a negare a questo paese».
(da agenzie)

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