Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
“SE SALVINI RITIENE, NON DEL TUTTO IMMOTIVATAMENTE, CHE SIA UN PROCESSO POLITICO, CAPISCO, MA LA VALUTAZIONE SU EVENTUALI DIMISSIONI VA FATTA CASO PER CASO” – CHISSA’ COSA NE PENSA MATTARELLA CHE, DA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, E’ A CAPO DEL CSM
“Io confido sempre nei giudici e non c’è nulla di male che loro ogni tanto diano torto all’accusa. Evidentemente un giudice a Berlino c’è. Ho rispetto per la pubblica accusa, ma anche quando crede di agire per il meglio, spesso è ideologizzata”. E’ vero “che ci deve essere l’interpretazione della legge, ma ci si deve fermare quando dall’interpretazione si passa alla creazione di una legge
Confido che ci siano giudici che sappiano applicare la legge”. Così il presidente del Senato Ignazio La Russa durante un’intervista a ‘The Young hope’ risponde alla domanda su cosa accadrà in caso di condanna di Salvini al processo Open Arms.
“A destra non bisogna fare regole fisse su questo tema. Abbiamo vissuto una stagione di ‘avviso di garanzia-dimissioni’, ma non sono d’accordo che ci sia questa ghigliottina automatica”, osserva La Russa.
“Se c’è una sensibilità in questo senso e qualcuno si vuole dimettere” prima della condanna definitiva “bene, altrimenti no. Se Salvini ritiene, non del tutto immotivatamente, che sia un processo politico, capisco, ma la valutazione va fatta caso per caso”. “La Stampa di Torino ha parlato di giudici che hanno chiesto la condanna nei confronti di Salvini, ma quelli non sono giudici, sono i pubblici ministeri, cioè la pubblica accusa”.
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
L’ULTIMA COSA DA FARE E’ PORRE UN VETO A CHI NELLA SOFFERENZA USA PAROLE SBAGLIATE
C’è del macabro nel celebrare il 7 ottobre come “data di una rivoluzione”. Non solo per il
massacro perpetrato quel giorno di civili israeliani ritenuti da Hamas meritevoli di morte perché usurpatori di una terra assegnata da Dio ad altri.
C’è del macabro anche perché è la data che segna l’inizio dell’anno più nero nella storia del popolo palestinese – altro che riscossa – per numero di vittime e sofferenze patite. Chi ha promosso la manifestazione nazionale di sabato prossimo spacciando per Resistenza il fondamentalismo nazionalreligioso di Hamas, schiaccia i palestinesi di Gaza e Cisgiordania su una leadership che li ha condotti nel baratro.
Ma decidendo di vietare quella manifestazione il governo commette a sua volta un errore che evidenzia assoluta incapacità di dialogo. E finge oltretutto di ignorare che l’opinione pubblica, con ragione, a larghissima maggioranza, reputa indifendibile il modo in cui Israele ha reagito al 7 ottobre e solidarizza con le vittime palestinesi.
Ha ragione Enrico Mentana: “Non è vietando la manifestazione che si fa cambiar idea” a chi lancia parole d’ordine sbagliate, le quali avranno così diffusione ancor più vasta. Al contrario, sfoggiando ottusa intransigenza di facciata, si contribuisce all’importazione fra noi del fanatismo: lo stesso che nutre l’inimicizia fra due popoli destinati a convivere. Ci serve il confronto, non lo scontro. Nei giorni scorsi il presidente della Comunità palestinese di Lombardia ha condannato l’esibizione in corteo, a sua insaputa, dell’indecente cartello ostile a Liliana Segre.
Sviluppare senso critico e autocritico (anche nelle Comunità ebraiche!), confutare le semplificazioni, vivere il lutto del 7 ottobre come tragedia comune, è più faticoso che asserragliarsi nelle scomuniche reciproche. L’ultima cosa da fare è opporre un veto a chi nella sofferenza usa parole sbagliate.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
“È ORMAI GUIDATO DA UNA ÉLITE MESSIANICA CHE SOGNA DI MODELLARE IL NUOVO MEDIORIENTE CON LA COMPLICITÀ DI UN MONDO SEMPRE PIÙ A DESTRA. HAMAS HA COMPIUTO UN MASSACRO, MA LA RISPOSTA È STATA PUNIRE L’INTERA POPOLAZIONE DI GAZA. IL 7 OTTOBRE È IL PRETESTO PER IL MOVIMENTO DEI COLONI DI FARE PULIZIA ETNICA”
Su Tel Aviv piomba la risposta degli ayatollah e il Medioriente si blinda, l’orizzonte prima della pioggia. Il commento dello storico israeliano Ilan Pappé, critico irriducibile del sionismo a cui è dedicato anche il suo ultimo libro Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina (Fazi), è lapidario: «Israele non avrà mai pace né sicurezza finché non metterà fine all’occupazione di milioni di palestinesi».
Nessun cedimento alla memoria del 7 ottobre, all’alba del primo anniversario. Pappé scuote la testa canuta: «La pulizia etnica iniziata nel ’48 è la causa, la guerra la risposta».
Chiusa lì, occhio per occhio.
L’invasione del Libano, i missili iraniani su Israele. Siamo già oltre il baratro?
«Alla fine l’Iran dovrà trattenersi, non può affrontare una guerra regionale. In Israele invece la leadership politica è convinta che il potere militare sia l’unica strada, non considera alcuna soluzione diplomatica e vede il controllo dell’intera Palestina storica come l’unica chance di pacificare un Paese spaccato tra religiosi e laici.
Per questo, come in Libano, Israele insisterà con la forza: non so se schiaccerà la terza intifada iniziata il 7 ottobre, ma non rimuoverà il vero ostacolo alla pace che non è Hezbollah né l’Iran bensì l’occupazione di milioni di palestinesi».
Che Paese è oggi Israele?
«Un anno dopo il 7 ottobre Israele è quel che era prima, un Paese fratto dove lo Stato di Giudea guadagna terreno. I più laici stanno facendo le valigie e quelli che restano si condannano al silenzio, perché rifiutano la teocrazia ma non hanno un piano per la Palestina. Israele è ormai guidato da una élite messianica che sogna di modellare il nuovo Medioriente con la complicità di un mondo sempre più a destra e in spregio delle Nazioni Unite».
C’è chi chiama terrorismo la risposta israeliana al pogrom del 7 ottobre. È così e crede sia plausibile paragonare Israele, Hamas e Hezbollah?
«Hamas ha indubbiamente compiuto un massacro di civili. Ritengo però che la risposta d’Israele sia stata del tutto sbagliata, non tanto all’inizio, a caldo, ma dopo, quando ha deciso di punire con Hamas l’intera popolazione di Gaza. Il 7 ottobre non è la causa di quella politica genocidiaria ma il pretesto, l’opportunità per il movimento dei coloni di fare pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania».
Lei è un implacabile critico del sionismo. Neppure dopo il massacro dei kibbutz più pacifisti ha deposto le armi
«Quei kibbutz definiti pacifisti sono stati costruiti sulle rovine dei villaggi palestinesi distrutti prima e dopo la nascita d’Israele mentre chi li ha attaccati appartiene alla terza generazione di profughi. Nel ’48 è stato il sionismo di sinistra a incoraggiare i coloni, cacciando le popolazioni indigene e creando a Gaza il mega campo profughi che dopo il ’67 sarebbe diventato una mega prigione. Non puoi vivere accanto a una prigione e pensare che là dentro ti amino perché li aiuti.».
Da un lato c’è Israele ostaggio di coloni irriducibili, dall’altro una causa palestinese a cui l’islamismo ha scippato la matrice anticoloniale volgendola in religiosa. Di Israele ci ha detto, del fronte opposto?
«Penso che gran parte dei palestinesi non voglia Hamas ma la liberazione e che veda il movimento islamico come l’unica forza in lotta per la liberazione».
La strada di Hezbollah è lastricata dalle lapidi di Samir Kassir, May Chidiac, Gebran Tueni, intellettuali uccisi per le loro critiche. C’è un Ilan Pappé nel mondo islamico?
«Ne conosco molti. Ma nelle guerre di liberazione le critiche non sono benvolute, dubito che i partigiani italiani in lotta contro i nazifascisti ambissero al confronto democratico».
Ripete che c’è un prima del 7 ottobre. Può, nel dopo, un Iran ridimensionato riaprire gli accordi di Abramo e il piano due popoli per due Stati?
«Quella di due popoli per due Stati è una strada morta. E non vedo speranza nella politica israeliana futura: continuerà a virare a destra. Inoltre, non sono i popoli ma i regimi a volere gli accordi di Abramo. E se gli Stati arabi diventassero democratici sarebbero ancora più ostili a Israele perché la causa palestinese incarna un sogno che essendo ancora in potenza potrebbe correggere gli errori dei Paesi già decolonizzati. L’unica via d’uscita dalla violenza è un’iniziativa internazionale volta a far nascere uno Stato democratico dal fiume al mare».
Uno Stato binazionale?
«Uno Stato per gli ebrei e i palestinesi, rifugiati compresi».
E come dovrebbe chiamarsi?
«Il nome non conta, potrebbe chiamarsi Nuova Palestina».
Una provocazione. E Israele?
«Gli ebrei dovrebbero accettare di non essere più maggioranza nel nuovo Stato. L’alternativa è la guerra, seguita dalla scomparsa d’Israele. Non puoi pensare di vivere opprimendo un altro popolo in eterno».
La pace si fa con i nemici, insegna Oslo: Israele potrebbe stringere la mano a Hamas?
«Dividersi la terra è impossibile. Forse non lo era nel ’67 ma ora le colonie sono ovunque.
Alla Palestina toccherebbe il 22%: non si parla di strette di mano ma di contenuti».
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
PER PAGARE MENO “LICENZIA” DA AMMINISTRATRICE LA MOGLIE E NE PRENDE IL POSTO, COME IMPONEVA LA LEGGE DI AGEVOLAZIONE FISCALE
Beppe Grillo ha deciso di trasformare la sua storica società immobiliare, la Gestimar srl,
licenziando da amministratore unico perfino la moglie Pavin Tadjik, per potere avere un consistente sconto fiscale consentito da una serie di norme stabilite da Giorgia Meloni appena diventata premier e contenute nei commi 100-105 dell’articolo 1 della sua prima legge di bilancio. Secondo quelle norme le società immobiliari, a patto di avere come oggetto esclusivo la gestione del mattone e a patto che nessuno abbia cariche salvo i soci, avrebbero potuto trasformarsi da srl in società semplici godendo di notevoli agevolazioni fiscali.
Con lo sconto di Giorgia Grillo paga l’8% di tasse invece del 27,9% che versava
Secondo le nuove norme fatte approvare dalla Meloni per altro con l’opposizione dura proprio del Movimento 5 stelle le immobiliari così trasformate avrebbero pagato un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’Irap dell’8% invece delle aliquote che venivano pagate fino a quel giorno: 24% di Ires e 3,9% di Ires (in tutto dunque 27,9% di tasse). Optando per la Meloni invece di sposare la battaglia del M5s, Grillo ha così potuto risparmiare il 71,3% delle tasse che aveva pagato fino all’anno precedente. E ha cambiato subito la sua società immobiliare per potere cogliere l’occasione.
Cacciata perfino la moglie dalla porta, poi l’ha fatta rientrare (pagando) dalla finestra
Nel verbale di trasformazione della Gestimar srl in società semplice si cita espressamente come ragione l’opportunità offerta dalla legge della Meloni e si liquida l’amministratore della società prendendo atto «che, in conseguenza della trasformazione e con decorrenza dalla data della sua efficacia cessa dalla carica l’amministratore sig.ra Parvin Tadjik, in quanto estranea alla compagine sociale». Il suo posto è stato preso proprio da Giuseppe Grillo detto Beppe. Qualche mese dopo però il fondatore del Movimento 5 stelle ha riparato il torto subito dalla consorte, varando un aumento di capitale della Gestimar riservato proprio a lei. Beppe aveva 30 mila azioni della società, alla signora Parvin ne sono state riservate altre 303 (l’1% circa del capitale) però con sovrapprezzo, visto la signora che ha dovuto versare per il loro acquisto 11.050 euro.
Beppe fece lo stesso nel 2005, sfruttando il condono tombale di Tremonti da lui avversato
Non è la prima volta che Grillo attacca in pubblico le scelte fatte da leader politici avversari, ma poi corre subito a beneficiarne quando si tratta dei suoi affari privati. Accadde anche nel 2005, quando proprio la sua Gestimar decise di aderire al condono fiscale tombale di Giulio Tremonti contro cui il comico si era violentemente scagliato durante i suoi spettacoli e perfino sul suo blog, ironizzando pure sull’italiano medio «che è abusivo e condonista». A verbale della Gestimar restò però scritta la scelta opposta a quella predicata: «In considerazione della possibilità concessa dalla legge finanziaria 2003 di definire la propria posizione fiscale con riferimento ai periodi di imposta dal 1997 al 2001 (…) si è ritenuto opportuno avvalersi della fattispecie definitoria di cui all’articolo 9 della predetta legge (condono tombale)».
(da Open)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
STASERA SARA’ IN TV A PIAZZAPULITA DA FORMIGLI
«In questa vicenda mi sono data una regola. Io non voglio più parlare, a meno che non sia obbligata a farlo, e purtroppo è accaduto più volte, perché si scrivono falsità che colpiscono la mia immagine al punto da costringermi a difendermi». Maria Rosaria Boccia torna a parlare e lo fa in una intervista rilasciata a Luca Telese e pubblicata su Il Centro. Stasera l’imprenditrice sarà anche ospite a PiazzaPulita. Boccia spiega di dover ancora difendersi sui media «per un motivo semplice: con una scelta che considero surreale, Sangiuliano ha denunciato, lui che denuncia me». Molti, le viene sottolineato, leggendo quella denuncia hanno trovato raccontati molti fatti inquietanti che sembrano credibili: «Solo a chi non conosce la realtà. Le bugie si demoliscono molto facilmente, altre sono delle cantonate quasi comiche, frutto temo di analfabetismo digitale. Gli ottimi magistrati che giudicheranno adesso hanno in mano le prove che confermano per filo e per segno la mia versione».
Le prove
Le prove, secondo Boccia, sarebbero state fornite da Sangiuliano stesso: «Il sequestro di tutti i dispositivi digitali. Lì ci sono le nostre chat, i messaggi che lui mi ha inviato e che lui ha usato per la sua denuncia, non io. Ma adesso, per fortuna, i magistrati le leggeranno in integrale». Scopriranno «che se c’è una vittima, in questa storia sono io! Penso che consultando i dialoghi integrali, quelli da cui il ministro si dichiara minacciato, si metteranno a ridere». L’influencer si difende sulla storia della caricatura di Sangiuliano incinto, uscita prima delle indiscrezioni: «Su Google ho trovato e screenshottato l’autore della burla. È un signore che non avevo mai visto né conosciuto, e basta leggere la didascalia per capire che si riferisce alle cosiddette gaffes da ministro: ‘Il ministro in attesa di partorire l’ennesima c…ata’».
La tesi della denuncia
Secondo Boccia «metà della denuncia poggia sulla tesi che l’intervista di Marianna Aprile e lei sia parte preponderante della presunta minaccia al corpo politico. Il giorno prima dell’intervista a La7 Sangiuliano sottoscriveva una lettera di diffida che mi inibiva dal diffondere qualsiasi materiale o citazione che lo riguardasse, la raccomandata l’ho ritirata alla posta qualche giorno dopo. La lettera è del 5, spedita quando Sangiuliano era ancora ministro». Il dialogo però andò in onda venerdì 6, ricorda anche Telese: «Al termine della registrazione ci avete comunicato che secondo l’Ansa Sangiuliano stava rassegnando le dimissioni. Quindi quando l’intervista è andata in onda lui era un privato cittadino. Quindi zero reati e minaccia a ‘corpo politico’».
Il nemico misterioso
Boccia racconta anche un altro particolare inedito: «Il giorno prima della sua intervista al Tg1 Sangiuliano mi chiamò e mi disse riferendosi a chi non voleva la mia nomina: “Non farmelo ripetere al telefono, tu conosci bene il motivo. Tu sai perché!”. In quella lunga telefonata del 3 settembre, il giorno prima del Tg1, Gennaro non ebbe il coraggio di dirmi che avrebbe parlato di me e di fatti personali al Tg1. È lui che ha parlato della mia persona violando la mia privacy. Le sembra che fosse lui la vittima? Io non avevo detto una parola in pubblico su di lui». «In quella telefonata ero delusa dal suo comportamento. Lui diceva; siamo entrambi vittime. Soffriva per la satira, le battute, e diceva che eravamo diventati entrambi dei bersagli. Disse una cosa grottesca: ‘Mi seppellirò nell’ultimo ufficio della Rai. Farò l’archivista nella redazione Regioni in mezze maniche. Mi ritiro in convento’. E poi: ‘imparerò il cinese, e andrò a fare il cameriere in un ristorante a Pechino’».
Il telefonino
«Ma poi c’è la perla», prosegue Boccia. «Diceva che avrebbe comprato un telefonino e che avrebbe dato il nuovo numero solo a me. Il giorno dopo questa drammatica richiesta di aiuto si presentava davanti agli italiani e affermava di averla lasciata e spiegava: ‘Giorgia Meloni ha respinto le mie dimissioni’». Colpire Meloni? «Mai! Perché dovrei?» Paura della denuncia? «Nessuna paura. Per tutti i motivi che le ho detto no: zero timori e fiducia piena negli ottimi magistrati inquirenti».
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
IL CAVO DANNEGGIATO E IL SISTEMA DI ALIMENTAZIONE ALTERNATIVO FERMO… DANNI DA 20 A 40 MILIONI DI EURO AI VIAGGIATORI
Un chiodo. Piantato da una ditta che lavorava alla manutenzione della rete ferroviaria.
Peruna manutenzione ordinaria, «di quelle che si fanno tutti i giorni». Ma evidentemente non era stato fornito agli addetti il piano di posa dei cavi. E il cavo danneggiato scoperto grazie alla canalina aperta, di cui oggi Repubblica pubblica la foto, ha interamente bloccato le stazioni ferroviarie di Termini e Tiburtina. A causa di una «disconnessione degli impianti» che ha colpito «la cabina elettrica che alimenta l’impianto di circolazione nel nodo di Roma», come ha spiegato Trenitalia. E come ha detto il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Che però non ha spiegato perché basta un pezzettino di ferro ben piantato per mandare nel caos l’intero sistema dei trasporti ferroviari italiani.
Il chiodo e i sistemi ferroviari
Per tutta la giornata di ieri 2 ottobre la circolazione è risultata «fortemente rallentata». Sono state cancellate 35 corse dell’Alta Velocità e degli Intercity, altre 40 hanno subito una parziale cancellazione e ulteriori 54 hanno avuto ritardi superiori a 60 minuti. Trenitalia ha fatto sapere che non si è verificato nessun attacco informatico né sabotaggio. Ma il blocco è stato possibile perché nella Capitale c’è una linea che alimenta tutti i sistemi ferroviari, treni e stazioni incluse. La linea, scrive il Corriere, ha due dorsali e poi un gruppo di continuità a supporto. Per questo ieri mattina l’intera rete è andata in blocco nello stesso istante. In tarda serata Rete Ferroviaria Italiana ha sospeso il contratto della ditta. Mentre l’amministratore delegato Gianpiero Strisciuglio spiega che dopo il chiodo piantato è arrivato «il malfunzionamento della cabina».
Il sistema di alimentazione alternativo
Perché a quel punto doveva intervenire il sistema di alimentazione alternativo. Ma invece è scattata la messa in sicurezza dell’operatività. E tutto è stato scollegato. «La cabina di per sé ha una dotazione che le consente di supplire al primo malfunzionamento. Ma in realtà all’interno della stessa cabina, come detto, qualcosa si è bloccato. E questo è tuttora oggetto di ulteriori approfondimenti. Le cosiddette ridondanze tecniche che salvaguardano il funzionamento dell’impianto sono state, ripeto, vanificate da questa catena di anomalie», ha spiegato Strisciuglio. L’incidente, racconta Repubblica, è avvenuto nella notte. Probabilmente verso le 3. Il tassello in ferro piantato per errore ha colpito un cavo che finisce direttamente alla centralina della stazione Termini.
Le cabine elettriche rosse
Sono quelle cabine elettriche rosse che dovrebbero incorporare sistemi che consentono il funzionamento anche in caso di interruzioni alla linea della corrente. Infatti ha funzionato fino alle 6,30. Grazie alle batterie di continuità. Che però dopo tre ore si sono esaurite. Ed è scoppiato il caos. Mentre il segnale di allarme non è arrivato. Secondo i tecnici perché il cavo non è stato tranciato di netto. Una «circostanza rara», spiegano i tecnici. Che ha provocato, secondo i calcoli de La Stampa, danni compresi tra i 20 e i 40 milioni di euro. Da sommare a tutte le altre spese. Un costo che in parte dovrà pagare Trenitalia in base alle regole.
«In caso di ritardo all’arrivo dei treni Frecciarossa, Frecciargento e Frecciabianca e del servizio Freccialink compreso tra i 30 e 59 minuti rispetto all’orario programmato, Trenitalia riconosce un bonus pari al 25% del prezzo del biglietto che potrai utilizzare per i successivi acquisti. Per tutti i treni in caso di ritardo all’arrivo si ha diritto a una indennità per ritardo, in bonus o in denaro a scelta dell’utente, pari al 25% del prezzo del biglietto per un ritardo compreso tra 60 e 119 minuti e al 50% del prezzo del biglietto per un ritardo pari o superiore a 120 minuti», hanno spiegato le Ferrovie.
I guasti e i ritardi
Il problema è che questa è stata l’estate nera dei trasporti ferroviari. Tra gennaio e giugno otto treni dell’Alta Velocità su dieci avevano andamenti regolari, cioè ritardi inferiori ai dieci minuti. Ma a luglio sono usciti dai binari due treni merci (uno è sviato a a Parma il giorno 11 ed uno tra Salerno e Paola il 22) ed i conti sono saltati. L’indice di puntualità è infatti franato dall’80 al 61,1%. In pratica 4 treni su 10 hanno subito ritardi. Solo tra il 16 ed il 25 luglio, segnala il Codacons, si sono registrati 74 casi di rallentamenti o sospensioni della circolazione. Ad agosto la situazione è migliorata appena (75% di treni puntuali), ma dal calcolo sono stati esclusi in quanto programmati gli effetti del piano di lavori straordinari previsti sulla linea. Tra il primo e il 15 agosto si sono registrati 104 casi di forti rallentamenti. A settembre l’indice è sceso al 73%.
Il Garante
E solo nell’ultima settimana si sono registrati 9 guasti. Tanto che l’Autorità garante dei trasporti ferroviari nella sua ultima relazione al parlamento ha certificato che ogni anno si certificano circa 10 mila interruzioni di linea. Ovvero 27 al giorno. E la durata si allunga. «Nel primo semestre 2022» si sono prolungate per 17.913 ore; nel primo semestre 2023 per 19.978 ore. E «nel primo semestre 2024 per ben 22.904 ore». E sotto accusa c’è la manutenzione dei binari e degli impianti per prevenire le avarie. Per questo il Garante ha chiesto alle Ferrovie «un significativo cambio di rotta gestionale e industriale». Per evitare «il collasso di singole modalità» e garantire «competitività e vivibilità al Paese».
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
SE AI TEMPI DEL DUCE I TRENI ARRIVAVANO IN ORARIO, E’ INDUBBIO CHE QUESTO E’ IL GOVERNO PIU’ ANTIFASCISTA DELLA STORIA
Da quando il ministro dei Trasporti ha rivelato che a bloccare la circolazione ferroviaria dell’intero Paese è stato un chiodo — un piccolo, miserabile chiodo piantato sopra un cavo — non riesco a pensare ad altro che all’anonimo operaio che nel cuore della notte vibra la fatal martellata. Avrà avuto coscienza degli effetti del suo insano gesto? D’altronde, se il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo, è perfettamente credibile che un singolo chiodo sia riuscito a crocefiggere migliaia di passeggeri, stravolgendo la giornata di aziende, famiglie, tassisti, macchinisti, controllori, facchini, borseggiatori (chiedo scusa per essermi cimentato in un tipico elenco salviniano, senza tuttavia possedere il talento del titolare).
Ogni governo, si sa, ha la sua dannazione e quello in carica sembra ossessionato dai treni. Ricordate il Freccia-Lollo con le fermate personalizzate, a gentile richiesta del signor ministro dell’Agricoltura? E il pasticciaccio brutto di Ferragosto, con i lavori sui binari, programmati proprio per la settimana dell’esodo?
Evidentemente non si era riusciti a finirli tutti: rimaneva ancora un chiodo. Salvini ha addossato la colpa a una ditta privata (scelta dallo Spirito Santo, immagino), ma intanto una cosa è certa: se è vero che ai tempi del Duce i treni arrivavano in orario, questo è il governo più antifascista della storia.
(da Il Corriere della Sera)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
PROPRIO LÌ ERA AFFISSO UN CARTELLO ENORME CON SCRITTO “FILI ELETTRICI, PERICOLO DI MORTE”… L’AD DI RFI:”È UN CASO RARO, MA LA RESPONSABILITÀ È DI ALTRI”… NON HA FUNZIONATO LA CABINA CHE AVREBBE DOVUTO NEUTRALIZZARE IL GUASTO
“È stata sospesa qualsiasi attività tra Rfi e la ditta intervenuta sulla tratta ferroviaria Parco
Prenestino – Roma Termini, dove si è verificato un danno alla linea con conseguenze sulla circolazione dei treni.
La firma è avvenuta in questi minuti, dopo le necessarie verifiche. Il vicepremier e ministro Matteo Salvini aveva espresso fin da subito l’esigenza di verificare l’accaduto per accertare eventuali responsabilità e agire di conseguenza”. Lo fa sapere il Mit.
“Come premessa ci tengo a dire che è doveroso scusarsi per i disagi della giornata. C’è stato un guasto a una cabina elettrica che alimenta gli impianti di circolazione all’interno del nodo di Roma, tutto è capitato intorno alle 6.30 del mattino rendendo impossibile l’utilizzo degli impianti delle stazioni di Roma Termini e di Roma Tiburtina.
Il guasto è stato provocato da alcuni lavori notturni effettuati da un’azienda esterna al gruppo Ferrovie, un’attività svolta in modo non corretto che ha danneggiato un cavo e compromesso il funzionamento dell’alimentazione elettrica di una cabina”. Lo spiega Gianpiero Strisciuglio, amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana, in una intervista al ‘Corriere della Sera’.
“A quel punto si è aggiunto il malfunzionamento della stessa cabina, anziché intervenire il sistema di alimentazione alternativo è scattata la messa in sicurezza dell’operatività, scollegando tutto. Una serie di malfunzionamenti, ma originati dal danno sulla linea elettrica causato dalla ditta esterna”, prosegue Strisciuglio, che sottolinea: “Noi ci siamo subito attivati con tutte le verifiche, ma il primo responso attribuisce in maniera chiara la responsabilità al danno sul cavo come causa principale dell’interruzione del servizio”.
Strisciuglio, che ha definito il guasto come ‘raro’, intende dire che “la rarità è nel fatto che la cabina di per sé ha una dotazione che le consente di supplire al primo malfunzionamento, ma in realtà all’interno della stessa cabina, come detto, qualcosa si è bloccato e questo è tuttora oggetto di ulteriori approfondimenti. Le cosidette ridondanze tecniche che salvaguardano il funzionamento dell’impianto sono state, ripeto, vanificate da questa catena di anomalie”.
“La riparazione del cavo è ancora in corso, ma in un paio di ore (alle 8.30, ndr) abbiamo rimesso in funzione il sistema di backup. Si tratta di un intervenuto molto complesso che i nostri manutentori hanno ripristinato in tempi record, ma poi occorre comunque del tempo per riavviare con gradualità i nostri impianti in modo di assicurare la necessaria sicurezza della circolazione dei treni”, aggiunge l’ad di Rfi.
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2024 Riccardo Fucile
VENNE SOPRANNOMINATO DA VINCENZO DE LUCA “SINDACO DELLE FRITTURE” – ALFIERI, INSIEME AD ALTRE CINQUE PERSONE, È ACCUSATO DI CORRUZIONE…LE INDAGINI HANNO RIGUARDATO ALCUNE PROCEDURE DI AFFIDAMENTO DI LAVORI PUBBLICI
E’ finito stamane in carcere Franco Alfieri, attuale sindaco di Capaccio Paestum e presidente della Provincia di Salerno, esponente del Pd.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Salerno hanno dato esecuzione ad un’ordinanza applicativa di misure cautelari personali e reali nei confronti suoi e di altri cinque indagati cui risultano contestati a vario titolo i reati di turbata libertà degli incanti e corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio.
E’ stata disposta la custodia domiciliare nei confronti di Vittorio De Rosa ed Alfonso D’Auria, rispettivamente legale rappresentante e procuratore speciale della Dervit spa, Elvira Alfieri, legale rappresentante della Alfieri Impianti S.r.l. nonché sorella del sindaco, Andrea Campanile, dipendente del comune di Capaccio facente parte dello staff del sindaco, e Carmine Greco, responsabile tecnico del comune di Capaccio nonché RUP dei procedimenti che riguardano le contestazioni. Contestualmente si è proceduto anche al sequestro, nella forma diretta e per equivalente, di un importo superiore ai 543mila euro.
Le indagini, condotte dal Gruppo della Guardia di Finanza di Eboli e dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Salerno, hanno riguardato alcune procedure di affidamento di lavori e, in particolare, quella relativa all’intervento di adeguamento, ampliamento e efficientamento energetico dell’impianto di pubblica illuminazione a Capaccio Paestum e quella relativa ai lavori di adeguamento dell’illuminazione stradale del Comune, con l’uso di led e sistemi automatici di telegestione del flusso luminoso. Entrambe le gare, bandite dal Comune, sono state vinte dalla Dervit Spa. Secondo la ricostruzione accusatoria, gli indagati a vario titolo si sarebbero spesi per favorire l’azienda nella aggiudicazione dei lavori.
Alfieri, iscritto al Partito Democratico, è stato sindaco di tre comuni diversi in zona: Torchiara, Agropoli e Capaccio-Paestum. È diventato famoso quando in un audio il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca elogiò la sua capacità di fare clientele e suggerì ironicamente di usare anche le fritture di pesce per portare la gente a votare per la riforma costituzionale di Matteo Renzi.
Da presidente della Provincia di Salerno ha contrastato l’autonomia differenziata. Ed ha risolto il problema del terzo mandato per le sue cariche elettive spostandosi (e facendosi eleggere) da un comune all’altro.
(da agenzie)
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