Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
“INVECE CHE ANDARE A PONTIDA, A ME PIACEREBBE MOLTO CHE SALVINI SI OCCUPASSE ANCHE UN PO’ DEI TRASPORTI, PERCHÉ I PENDOLARI STANNO SOFFRENDO MOLTISSIMO, LO STESSO VALE PER CHI NON TROVA IL TAXI O CHI PRENDE LA METRO”
A Pontida Salvini ha portato personaggi che fino all’altro ieri erano alleati di Giorgia
Meloni. Victor Orban ha sfilato alla Meloni Santiago Pascale, il capo di Vox. Tra l’altro lasciami dire delle che a me piacerebbe molto che Salvini si occupasse anche un po’ dei trasporti, perché siccome è il ministro dei Trasporti, gli italiani stanno soffrendo moltissimo.
Dopo un’estate dura arriva un autunno che è anche peggio per tutti. I pendolari, i viaggiatori al Freccia rossa, quelli che prendono la metro, quelli che non trovano il taxi. Salvini è il peggior ministro dei Trasporti dai tempi dell’invenzione della ruota. Se si occupasse un po’ di più del suo, del suo mestiere che non di andare su un Prato di Pontida, secondo me sarebbe anche nel suo interesse.
Ciò premesso, è chiaro che Salvini ha scelto di smarcarsi dalla Meloni, diciamo da destra. Tajani è stato definito scafista dai giovani della Lega. Qualche fibrillazione c’è…
Aldo Cazzulo
(da Otto e mezzo)
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Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
IL GIUDICE HA ORDINATO L’IMPUTAZIONE COATTA
Andrà a processo davanti al giudice militare Roberto Vannacci, l’attuale europarlamentare della Lega su cui aveva indagato la procura di Roma, in un fascicolo con l’ipotesi di diffamazione, in merito al contenuto del suo libro Il mondo al contrario.
I pm militari non avevano ravvisato un reato, e avevano inoltrato richiesta di archiviazione.
Di diverso avviso però la valutazione del giudice per le indagini preliminari, che ha respinto l’istanza dei pubblici ministeri e assegnato alla Procura militare di Roma il termine di dieci giorni per formulare l’imputazione coatta.
Vannacci era sta già indagato in atri due fascicoli simili e che si erano conclusi con l’archiviazione. In un caso, i giudici militari avevano trovato non fondata la denuncia per istigazione all’odio razziale, ma contestualmente avevano chiesto ai pm di indagare su possibili diffamazioni contenute nel testo del libro.
Una eventualità che la Procura militare, dopo aver verificato, aveva escluso, chiedendo l’archiviazione respinta ora dal giudice.
A differenza del diritto penale, dove occorre sempre una denuncia, nel diritto militare anche la diffamazione è perseguibile d’ufficio, per questo giudici e pm hanno potuto procedere a indagine sebbene il militare di cui parla il legale di Vannacci non abbia presentato istanza.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
GLI OGGETTI PIÙ RICERCATI SONO I LIBRI, GLI OROLOGI, I GIOIELLI E LE BANCONOTE, MA SONO IN CRESCITA ANCHE BAMBOLE, SCARPE E FIGURINE
Dagli orologi alle sneakers, dalle figurine alle borse, dalle monete alle bambole, dai fumetti
ai gioielli: gli italiani sono un popolo di collezionisti. Sei su dieci si definiscono tali e se la percentuale viene riportata sul totale significa che sono 33 milioni quelli che inseguono qualche passione raccogliendo oggetti e spendendo, in media, 1.381 euro l’anno.
L’interesse è talmente forte da superare per valore l’importo messo in conto per le proprie vacanze estive, per le quali si spendono in media 1.130 euro a persona. E’ la fotografia dell’Italia che colleziona scattata in occasione della presentazione del rapporto sui 100 oggetti iconici del 21/mo secolo realizzato da Catawiki, il portale di aste on line per oggetti selezionati.
Nella lista appaiono la casa giocattolo Malibu di Barbie e il whisky giapponese Yoichi Nikka, la roadster elettrica Tesla prodotta nel 2008 in soli 2.450 esemplari e la carta Charizard della prima edizione dei Pokemon, gli orologi Omega indossati da James Bond e la cover per il telefonino a forma di sacchetto di patatine MacDonalds realizzata da Moschino. Ma non mancano anche oggetti inattesi, come il tappeto che riproduce uno scontrino di Ikea o la maglietta dei trasportatori DHL firmata dal brand elitario Vetements e venduta già all’inizio a 185 dollari.
L’indagine sui mondo delle collezioni, realizzata insieme a Hiperbeast, ha monitorato cinque paesi europei con 4500 persone intervistate, per analizzare tendenze e caratteristiche di questa passione. Per l’Italia i dati mostrano un trend in crescita per il collezionismo, che tra i più attivi vede i lombardi seguiti dai campani, siciliani, laziali e veneti. La spesa nei prossimi 3-5 anni – stima la ricerca – potrebbe crescere in Italia del 37%, più che negli altri Paesi esaminati, raggiungendo i 1.892 euro a testa, con una particolare propensione da parte dei giovani della generazione X che in media potrebbero arrivare a 2.092 euro.
Al momento, invece, nei cinque Paesi la spesa media si attesta a 1.500 euro e vede quasi la metà degli adulti europei avere una collezione. Ad attirare gli italiani sono soprattutto i libri (49%), gli orologi (33%) i gioielli (32%), le fotografie (32%) e le tradizionali banconote e monte (32%). Ma l’Italia, a guardare i dati del portare Catawiki, risulta essere il primo Paese per l’acquisto di borse e il secondo per coloro che le mettono in vendita.
“L’Italia è il primo mercato in termini di spesa tra i Paesi chiave in cui è presente l’azienda – ha dichiarato il Ceo di Catawiki Ravi Vora – Lo scorso anno, sono stati oltre 250.000 gli italiani che hanno fatto un’offerta sul portale, in crescita di circa il 18% rispetto al 2022”. Queste cifre riflettono la passione dietro questo hobby che il 96% dei collezionisti italiani vive anche tramite il web e le fiere, si seguono per rimanere aggiornati.
Il 22% segue sui social media influencer o esperti relativi alla propria passione e un altro 22% conduce personalmente ricerche approfondite per diventare esperto nell’area di interesse. Già perchè il collezionismo per alcuni è una passione, per altri un guadagno. Tra gli italiani il 36% degli intervistati ha iniziato a collezionare per preservare gli oggetti di valore per le generazioni future, il 68% dei collezionisti italiani controlla regolarmente il valore della propria collezione e il 32% prevede di rivenderla per aumentare il proprio reddito (percentuale che sale al 42% per la generazione Z).
Ognuno segue per la propria collezione/passione percorsi diversi. Lo raccontano bene due dei selezionatori italiani di Catawiki esperti in due settori molto gettonati. “Per le bambole il fenomeno Barbie rimane imbattuto, anche in Italia, soprattutto dopo il successo del film – spiega Cecilia Vicini Ronchetti esperta di bambole ed orsacchiotti – L’impatto si è visto anche sui prezzi di vendita che sono aumentati del 20%”.
Mirco Castagnoli è invece esperto di sneakers, ne seleziona circa 250 al giorno per il portale e racconta come dopo il boom del 2016, in cui ci si accapigliava per avere una specifica scarpa, c’è stato un ritracciamento con la scelta dei marchi di nuovi designer e prodotti belli. Già perché alcuni dei prodotti iconici non sempre erano belli e indossabili. Sicuramente ‘ugly’ appaiono le Salomon Cross Low – evidenzia Mirco Castagnali – che però alcuni trovano bellissime per i loro outfit.
Mentre gli stivali Big Red Boot di Mschf, prodotti nel 2023 e diventati virali sui social “non sono indossabili, sembrano usciti da un cartone animato e dimostrano come l’apparenza di un brend può essere più influente del prodotto stesso. Chi li ha acquistati magari li tiene in casa esposti sul comodino” Le differenze generazionali si vedono anche nell’approccio.
Per la generazione Z collezionare oggetti rappresenta un nuovo modo di interagire e socializzare. I Millennials sono la generazione che attualmente spende di più per il collezionismo (1.450 euro all’anno), mentre i Boomer lo vivono più come un ‘affare privato’ e sono meno inclini a rivendere gli oggetti e solo il 15% sarebbe disposto a farlo.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
AVEVA IRONIZZATO SUL GOVERNO, IN DIRETTA TV, PER LA GESTIONE DEI MIGRANTI IRREGOLARI, PROVENIENTI DALL’AFRICA SUBSAHARIANA…LA DONNA HA RICEVUTO UNA NUOVA ORDINANZA DI ARRESTO PER LO STESSO EPISODIO
Nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per l’avvocata e opinionista tunisina Sonia Dahmani, in carcere dall’11 maggio scorso con l’accusa di avere violato il decreto anti-fake news, e condannata dalla Corte d’appello di Tunisi a otto mesi di reclusione.
La donna è stata riarrestata l’ 11 settembre nell’ambito del procedimento per il quale era stata già fermata nel maggio scorso, a causa di commenti sarcastici – rilasciati alla tv Carthage+ – a proposito della situazione nel Paese, legata ai migranti provenienti dall’Africa subsahariana.
Lo rendono noto diversi media locali, secondo cui a Dahmani sarebbe stata rigettata una nuova richiesta di remissione in libertà e notificata una nuova ordinanza di custodia relativa ad un altro fascicolo. Secondo la figlia di Dahmani, sono diversi i procedimenti penali che pendono sulla donna, oggetto nei mesi scorsi del suo rocambolesco arresto, accompagnato da una vasta campagna di solidarietà mondiale da parte dei suoi colleghi. Dahmani dovrà comparire di nuovo davanti ai giudici il 17 ottobre.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
LE CAMERE SONO CAMBIATE IN PEGGIO
Quattro anni fa una variegata maggioranza di partiti, come estremo e, pare finale, atto di
purificazione collettiva e sottomissione a un certo modo populista di interpretare la democrazia, implorò gli italiani di confermare la riforma costituzionale che mozzava poltrone e cadreghe e portava il numero di senatori da 315 a 200 e il numero di deputati da 630 a 400. Due anni fa, avviata la legislatura XIX, la riforma ha iniziato a rilasciare i suoi effetti che, a detta dei padri costituenti palesatesi per l’occasione, dovevano essere benefici per la spesa pubblica (meglio noto come lo spreco) e salvifici per la democrazia malaticcia. Né l’uno né l’altro. Non ci sono risparmi clamorosi, invero vanno rintracciati con il microscopio. Non si percepisce una ritrovata vitalità dei parlamentari, confinati da almeno tre decenni nel ruolo di chiassosi vidimatori di leggi pensate, studiate, corrette altrove. Al governo, e dove sennò?
Ridurre deputati e senatori da 945 esattamente a 600 non aveva una ragione specifica. Se non che facesse cifra tonda. Certo, le Camere pagano meno indennità e meno contributi, ma le cariche apicali, le commissioni permanenti, bicamerali, speciali, i lavori in assemblea, le delegazioni internazionali, eccetera, non si possono sopprimere e ugualmente costano, e come se costano, per quanto è cara, e ci è cara, la Repubblica parlamentare. Tutto è rimasto identico a sé stesso. E lo dimostrano i bilanci interni alle Camere. E lo esplicitano le statistiche di Openpolis. Un momento. Qualcosa è cambiato. Si è acuita la distanza fra elettori ed eletti. Per una formula micidiale: una legge elettorale senza preferenze, collegi sterminati, le province ininfluenti, la ritirata dei partiti.
Vediamo la voce soldi, che tanto appassiona. In un anno senza interruzioni e senza riforma (2021), il rendiconto di Montecitorio dichiarava una dotazione statale di 943 milioni di euro, 1,240 miliardi di entrate, 1,241 miliardi di spese impegnate, un avanzo di esercizio di 8,4 milioni. In un anno senza interruzioni e con la riforma (2023), il rendiconto di Montecitorio ha dichiarato una dotazione statale di 943 milioni di euro, 1,284 miliardi di entrate, 1,234 miliardi di spese impegnate, un avanzo di esercizio di 59 milioni. La colonna “spese impegnate”, dunque, differisce soltanto di 6 milioni di euro.
I vicini del Senato, che hanno una dotazione statale di 505 milioni di euro, a consuntivo hanno segnalato spese correnti per 484, 481, 485 milioni di euro nel triennio 2020-2022, per il 2023 ci sono ancora i progetti di bilancio che vanno oltre i 500 milioni. Quel che colpisce, invece, è un passaggio della relazione dei senatori-questori: ricordano che in un decennio, prima della riforma con 315 eletti più i senatori a vita, Palazzo Madama ha armonizzato la sua gestione e ha risparmiato 397 milioni di euro.
Terminate queste premesse da apprendisti commercialisti, è opportuno trasferire l’attenzione sulle prestazioni dei parlamentari per capire se sono peggiorate o migliorate. Indubbiamente, sono affannate. Poiché i parlamentari coprono più posti nelle commissioni, non sempre attinenti fra loro, spesso dovrebbero farlo in contemporanea. Questo riguarda più la Camera, che non ha sforbiciato le commissioni permanenti, che il Senato rapido ad aggiornare il regolamento.
Il dono dell’ubiquità non è calato sui parlamentari e neppure i parlamentari pendolari bramano dal desiderio di fermarsi a Roma il venerdì o addirittura precipitarsi il lunedì. Le attività assembleari sono immutate: nel 2019 si sono tenute 176 sedute per un totale di 834 ore, nel 2023 si è arrivati a 191 sedute per un totale di 883 ore. Le commissioni permanenti ne hanno risentito un po’: nel 2019 si sono tenute 2.472 sedute formali per un totale di 1.243 ore, nel 2023 si è arrivati a 2.187 sedute per 955 ore.
Lo stesso è accaduto per gli emendamenti presentati; diminuendo il gruppo dei proponenti, diminuisce la quantità delle proposte di modifica delle norme: 10.944 (2019), 23.730 (2020), 8.273 (2023). E le approvazioni hanno seguito un andamento simile: 302 (2019), 125 (2020), 95 (2023).
Il Parlamento com’era, è: periferico. Anzi sempre di più: «Emerge una chiara differenza rispetto agli altri governi nell’utilizzo imponente dei decreti legge. Delle leggi entrate in vigore – spiega la Fondazione Openpolis che monitora le evoluzioni e soprattutto le involuzioni della democrazia italiana – dall’inizio della legislatura il 41,7% sono conversioni di decreti legge. Solo il governo Letta (che però è rimasto in carica pochi mesi) riporta un dato più alto (58,3%). Il governo Conte II si ferma al 34,3%. In valori assoluti, per decreti leggi, il governo Meloni è secondo (72, considerando anche l’ultimo approvato che però non è ancora in Gazzetta ufficiale) superato solo dal governo Berlusconi IV (80), che è rimasto in carica molto più tempo. Poi ci sono Draghi (63) e Renzi (56). Considerando il dato sulla media di decreti legge pubblicati al mese, i governi Conte II, Draghi (3,07) e Meloni (3,05) sono sostanzialmente in linea. Bisogna evidenziare che, di fatto, l’attuale esecutivo sta continuando a produrre decreti allo stesso ritmo che è stato tenuto durante la pandemia».
Insomma, a distanza di quattro anni dalla riforma costituzionale, a due anni dal suo ingresso nei meccanismi democratici, il Parlamento non è diventato più sparagnino, laborioso, incisivo. E la riforma del “premierato” firmata dal governo Meloni, che una volta è il tema del giorno e un’altra, a convenienza, è riposta nei cassetti della memoria, è perfettamente coerente con gli ultimi trattamenti riservati al Parlamento. È quella che, dopo una lunga agonia, stacca la spina.
(da lespresso.it)
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Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
A “DRITTO E ROVESCIO” SI PARLA SOLO DI CRIMINI DI STRADA, INVASIONI DI MIGRANTI, SICUREZZA DELLE PERIFERIE, DECLINATI IN POLITICA… MAI DEI COLLETTI BIANCHI CHE RUBANO
Il tono è quello del taxi driver De Niro davanti allo specchio: “Ehi! Voglio dire all’assistente di studio che se continua a rompermi i coglioni con i suoi cartelli, mi alzo e vengo lì! È chiaro?”. Ma chi è ’sto buzzurrone in diretta tv? Un pazzo fuori dai gangheri che su Retequattro si crede Del Debbio? Oppure è un Del Debbio che è diventato matto? Ma sì. Al netto del capello phonato, della barba sfatta, del vestito affittato per officiare in pubblico la Prima Comunione con la Meloni e il popolo sovrano, è proprio lui, Paolino Del Debbio da Lucca, che da ragazzo dell’altro secolo doveva fare il prete, in seminario a 16 anni, per poi trasvolare verso gli studi di Filosofia alla Pontificia, pregando e strascicando i piedi tra la Toscana anarchica, la sua copertura, e la Città santa del potere, la sua destinazione. Addestratosi in proprio a fare finta di ribellarsi al mondo, per poi ubbidire con zelo al prevosto o al capofabbrica del momento. Pescato, intorno ai trent’anni, dal dottor Berlusconi Silvio che lo sceglie dal mazzo aziendale, spremuto in teologia fino a rendere compatibile le virtù cardinali con lo sterco del demonio e le soubrette, buttato prima in politica, poi nella cattiva televisione, che dentro al santuario di Arcore stavano diventando la stessa cosa. Era il mitico anno 1993. Racconterà: “Un giorno il Dottore mi disse ‘sto per fondare un partito. E siccome vincerò le elezioni, mi servirebbe un programma. Ti metti là e me lo scrivi’”. Tale fu l’emozione che, uscito stordito da Arcore, il neofita Del Debbio guidò talmente tanto “che mi ritrovai a Torino”.
Era ancora fatto di pasta e ribollita. Veniva da una povera infanzia in lucchesia, nato il 2 febbraio 1958, mamma sigaraia, babbo internato in un campo di concentramento durante la guerra, poi operaio della Ferrero, “tutti e due umilissimi, onestissimi, il mio orgoglio”.
Prima del Seminario è stato “il piccino di macelleria”, il garzone del lattaio, il cameriere. Quando s’è scocciato di frequentare “la scuola dei deboli”, si è trasferito in quella di Sant’Agostino che lo ha condotto al matrimonio con Gina Nieri, famiglia d’alto lignaggio di Lucca, manager della emergente Fininvest, che è stata la diagonale del suo ascensore sociale, poveri bye bye.
A quel tempo serviva da assistente di Fedele Confalonieri, ammirava Martelli, votava Craxi e qualche volta i Radicali che si portano con tutto. Si vantava di dirsi liberal e liberale, nonostante gli inchini al più agguerrito tra i monopolisti in circolazione.
Ma ora che l’età si è di molto allargata, il danno degli infiniti signorsì gli hanno piegato la schiena e l’umore, voltando le sue radici di devozione populista nella quotidiana ginnastica di insolenze che fanno ridere i suoi ospiti, specialmente quelli della sinistra più sciocca, che corre contenta a fare da pietanza alla sua cena mediatica intitolata 4 di sera, dove gli ingredienti vengono scottati sulla brace della cronaca voltata in politica: crimini di strada, invasione dei migranti, sicurezza nelle periferie, emergenza scippi, emergenza risse, emergenza movida.
Fino al capolavoro della sua personale Opera Rom, anno 2023, sei ore di televisione in cinque puntate di Diritto e rovescio, dedicate alle borseggiatrici, le famigerate streghe della metropolitana, come fossero anche loro emergenza nazionale, non il narcotraffico, non la mafia del suo amico Dell’Utri, meno che mai la corruzione delle élite. E guai a dissentire: “Chi pensa che le borseggiatrici non siano un problema, è pregato di andare a abitare vicino a un campo Rom”.
Aizzare rancori sociali è la sua personale missione e miniera d’ascolti. Che hanno finito per trasformarlo in un Satanasso del monoscopio, nonostante le scenografiche burbanze da parroco d’oratorio: “Aggiustate il volume, non sento un cazzo!”. “Se vi sovrapponete vi tolgo il microfono, siete avvertiti”. Che hanno alimentato l’equivoco buonista di considerarlo un Mario Giordano di gomma piuma. O a volte un Gianfranco Funari con la mandibola e le narici scariche.
In realtà la sua catechesi serale è un’aggravante: sa quel che fa e fa quel che dice, esplorare la società liquida, tuffandosi nei suoi liquami, per poi incassare, tra un segno della croce e l’altro, la sua milionata di ingaggio annuale.
Se la merita, visti gli incassi di ascolto che in apparenza fa con la mano sinistra in tasca, arrivando in studio un minuto prima della messa in onda. “È pronto il copione?” Si siede là in fondo sul gradino, accende il mezzo toscano, legge anzi, leggiucchia, si stufa, ha fretta, dice “Embè, cominciamo?”.
La formazione della squadra è fissa e collaudata: un paio di bamba comunisti a far da esca, “certo che ci vuole la patrimoniale!”, un Capezzone illividito che strilla “Zitto tu, antisemita!”, un Belpietro che furoreggia contro “la dittatura dei vaccini” e un Sallusti contro quella “delle toghe rosse”.
Più la trattoria o la piazza in collegamento a dare fiato alla vox populi, vox dei, che strilla: “Ma cosa ce ne frega a noi della Palestina?!”. Giusto, bombardiamo le borseggiatrici.
A perfezionare la sua fama di narratore, “pensatore poliedrico”, difensore degli ultimi – “a me Bertinotti mi fa una sega” – due perle vanno segnalate tra la sua dozzina di libri pubblicati: “Le dieci cose che ho imparato dalla vita”, vissuta conciliando “l’amore per Dio, per le donne, per la gente comune”.
E il capolavoro “In nome della libertà”, dedicato alla memoria di Silvio, dove non si parla mai dei soldi accumulati, dei processi schivati, meno che mai dei “pullman di troie” promessi, ma solo del suo lascito politico, morale, anzi etico, che trascolora nel suo ultimo manoscritto consegnato alla figlia Marina, in forma di decalogo e testamento: “Forza Italia è il partito del cuore, il partito dell’amore, il partito del cristianesimo”.
Del Debbio, da antico seminarista, fa finta di credere a tutto. Persino a Giorgia Meloni, nuova titolare del potere, per la quale allestisce un’intervista in versione televendita alla Emilio Fede.
Nel frattempo e per non sbagliare si dichiara “anarchico con voglia di assoluto”. In realtà lavora, come sempre, alle strette dipendenze degli eredi, Pier Silvio & Marina, che vogliono coltivare il brivido di un nuovo centro – sempre più lontano dalla Lega di Salvini – che coniughi la destra e i diritti, lo Stato securitario con l’amore fluido, il privilegio dei ricchi, ma con tanta compassione per la povertà.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
“FAZZOLARI IN DUE ANNI HA RIDOTTO GIURISTI DI CHIARA FAMA A LAVAPIATTI. VOGLIONO ANDARSENE IL SEGRETARIO GENERALE, CARLO DEODATO, E IL CAPO DI GABINETTO, GAETANO CAPUTI. VOLEVA LASCIARE IL CONSIGLIERE ECONOMICO, LOIERO, HA LASCIATO LO SHERPA G7, FERRARI… “FAZZOLARI, L’UOMO TRAGICO DEL METODO MISHIMA, LO SBUDELLAMENTO DELL’OPPOSIZIONE, IL ‘TAGLIAMOLA CORTA’. TAGLIAMOLA CORTA”
Rimarrà il genio, Fazzolari, ma resterà solo Fazzolari. Palazzo Chigi vuole lasciare Palazzo
Chigi. Vuole andarsene il segretario generale, Carlo Deodato, vuole andarsene il capo di gabinetto, Gaetano Caputi, il consigliere Francesco Marini, non ce l’ha fatta ma per una “talpa”, e ci riprova. Voleva lasciare il consigliere economico, Loiero, ha lasciato lo sherpa G7, Ferrari.
Naturalmente diranno che è falso, ma lo dirà sempre Fazzolari che si occupa di comunicazione, strategia, che chiama i direttori di quotidiani, ministri, gli ad delle partecipate, della Rai.
Le nomine che gestiva Caputi ora le gestisce Emilio Scalfarotto, che di Fazzolari è il capo della sua segreteria tecnica, la Notre-Dame de Chigi. Sono passati due anni ed è ormai chiaro a tutti che Palazzo Chigi è il Campanile di Fazzolari, che le campane le suona lui e che Meloni, Esmeralda, davvero si è consegnata alla sua sapienza, al suo “me la vedo io”.
Fazzolari in due anni ha ridotto giuristi di chiara fama a lavapiatti, i direttori, quando telefona, hanno la stessa soggezione e lo ascoltano come se a telefonare fosse Gianni Agnelli, dall’al di là. Le sue “veline” vengono adesso rimodulate con zelo, e grazia, da giornalisti amanuensi, un suo mezzo sorriso vale un ruolo nei cda
E’ un sottosegretario senza portafoglio, ma tiene il portafoglio di Giorgetti, e tiene sull’attenti Mantovano, che ha la delega alla sicurezza, ai servizi, ma non è un segreto che quelli veri, i segreti, li custodisce l’altro che non si perde nel rituale.
Al Quirinale, a parlare con Zampetti, il segretario di Sergio Mattarella, va Mantovano, e Mantovano torna e dice, “serve il dialogo”, che è il sale sulla ferita di Fazzolari, l’uomo tragico del metodo Mishima, lo sbudellamento dell’opposizione, il “tagliamola corta”. Tagliamola corta.
Con il pretesto della grande occasione, del quando ci ricapita, ora o mai più, Francesco Saverio Marini, il filosofo del premierato (che non si presentò il giorno in cui la riforma venne illustrata alla Camera: “Professore Marini? Professore?”) si è offerto per andare alla Corte Costituzionale.
Meloni intende presto riprovare, intende riproporre il suo nome, ma solo perché ha già l’altro nome da far uscire dal campanile, quello di Carlo Deodato, il segretario generale di Palazzo Chigi. Se non c’è Marini sarà Deodato
Quando per stizza, la premier ha mandato via gli agenti dal suo piano, per impiegarli meglio, disse, sarebbe bastato chiamare Deodato ma con Meloni di segretaria ce n’è una, e basta e avanza. A che serve un segretario generale? E’ Patrizia Scurti e la nipote, Camilla, lavora con Fazzolari, come sua segretaria particolare. Il premierato è stato superato dal segretariato
Deodato è amico antico di Mantovano ma il primo a pensare che sia un bene avere Deodato alla Consulta è Fazzolari. E se fosse per Fazzolari sarebbe un altro bene avere Gaetano Caputi, il capo di gabinetto di Meloni, alla guida di un’autorità indipendente, magari Arera o al posto di Paolo Savona, in Consob, dato che Caputi viene dalla Consob, dunque chi “meglio di lui?”.
A Caputi è stato tolto il dossier nomine che è stato preso in carica da Emilio Scalfarotto, che è l’unico di cui si fida Fazzolari. In due anni sono stati degradati a consiglieri, che è la miserabilità, del “ci sei, grazie, ma fai come dico io”.
L’unico consigliere economico di Meloni è Renato Loiero, dicono eccellente, ed è un altro che si sa già, “appena potrà, andrà via”. Forza Italia e Lega il giorno del seppuku, della Consulta, il fallimento del metodo Mishima, si mordevano la lingua: “E’ stato Fazzolari. E’ opera sua questo fallimento”.
Solo il vice della Lega, Claudio Durigon ha avuto il coraggio di dire, ma a mezza voce, “ma che modo è? Ci si siede con l’opposizione, si fa notte e poi si trova un nome. Quanto n’amo fatte de cose insieme. Uno a te e uno a me. E se va’ a dormire. Nun va bene”.
Meloni è piena di ministri narcisi, di ministri da albergo (Locarno o De Russie? E il conto?) e poi c’è Fazzolari sul campanile. Sono passati due anni e Fazzolari è indubbiamente più forte di prima, più ascoltato di prima, con meno rivali di prima.
(da il Foglio)
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Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
FINALMENTE UN GIUDICE CORAGGIOSO CHE CONTESTA IL FERMO CONTRARIO A TUTTE LE NORME INTERNAZIONALI… UN DECRETO VERGOGNOSO CHE CI RENDE COMPLICI DEI CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA
La giudice del tribunale di Brindisi, Roberta Marra, ha ritenuto non manifestamente infondati profili d’incostituzionalità del decreto legge Piantedosi che regola la gestione dei soccorsi in mare e prevede il fermo delle navi delle Ong e ha rimesso gli atti alla Consulta.
La decisione è giunta nell’ambito del procedimento sul ricorso contro il fermo della Ocean Viking di Sos Mediterranee, disposto il 9 febbraio a Brindisi dalla Guardia Costiera per presunte violazioni del decreto.
La giudice Marra aveva già accolto, sospendendo il fermo, il ricorso dei legali della Sos Mediterranee, Francesca Cancellaro e Dario Belluccio.
I profili di incostituzionalitàrilevati dalla giudice riguardano gli articoli 3, 25, 27, 117 e 11 della Costituzione.
A quanto si apprende, ci sarebbero profili che riguardano la legittimità della sanzione accessoria del fermo amministrativo, così come è concepita nel decreto, e quindi la sanzione fissa e automatica invece che graduata in base alle situazioni.
Questo violerebbe i principi di proporzionalità, ragionevolezza e di personalità della responsabilità, sostanzialmente penale.
Nell’ordinanza della giudice Marra è menzionato anche un profilo di incostituzionalità che riguarda la Libia, in violazione degli articoli 10 e 117 della Costituzione, nella misura in cui si riconosce la validità della zona Sar libica, e la legittimità degli ordini impartiti da quella autorità nelle operazioni di soccorso.
Questo sarebbe in contrasto con gli obblighi imposti all’Italia dal diritto internazionale e convenzionale.
Intanto domani alle 13, a Roma, su questo tema ci sarà la conferenza stampa convocata da Sos Mediteranee, presso la “Città dell’Altra Economia”, alla presenza tra gli altri di Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione di Arci nazionale, Giorgia Girometti, responsabile comunicazione operazioni Sos Mediterranee, e degli avvocati che hanno seguito il caso.
(da La Repubblica)
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Ottobre 11th, 2024 Riccardo Fucile
LA MISSIONE, CHE COSTA 500 MILIONI DI EURO ALL’ANNO (150 SOLO ALL’ITALIA), HA UN MANDATO DI “PEACE KEEPING”. TRADOTTO: I MILITARI DEVONO SOLO “OSSERVARE”, RIFERIRE LE VIOLAZIONI E STARE A GUARDIA DEI “BIDONI BLU” PIAZZATI COME CONFINE
Sul mandato di Unifil-2 c’è stato a lungo un grosso malinteso. Molti l’avevano inteso come
un’azione di forza dell’Onu, in gergo di “peace enforcing”. Ovvero ci si aspettava che i Caschi Blu prendessero il controllo del territorio e disarmassero chiunque trovassero nell’area proibita. Invece il mandato è molto diverso: i Caschi Blu sono lì per il “peace keeping”, devono osservare e riferire violazioni della tregua al Palazzo di Vetro, e devono assistere l’esercito regolare libanese, cui è demandato il lavoro sporco.
Sennonché questo esercito è debolissimo, certo molto più debole di Hezbollah. Insomma, gli hanno affibbiato il classico compito impossibile.
Ciò che non ha fatto la missione Unifil in Libano è evidente. Primo, non è riuscita ad assistere le forze armate libanesi nel ristabilire il controllo del territorio. Il Sud del Libano, dove operano gli oltre 10 mila caschi blu, è stato per anni sotto occupazione di Israele e poi di gruppi armati cristiani alleati di Tel Aviv.
Quando sono arrivati i soldati di pace (1978) avrebbe dovuto tornare sotto il potere del governo ufficiale di Beirut e invece è rimasto sostanzialmente in mano a chi l’aveva liberato: le milizie del Partito di Dio Hezbollah.
Secondo fallimento. Unifil non è riuscita a impedire che Hezbollah e Israele si sparassero attraverso il confine, anzi, siccome non è stata firmata alcuna pace tra i due Paesi e quindi non esiste un confine riconosciuto, attraverso la «linea blu» che segna una divisione provvisoria tra i due Stati.
Terzo fallimento, fresco degli ultimi giorni. Unifil non è riuscita a impedire che Israele invadesse di nuovo il Libano come aveva fatto nel 1978, nel 1982 e nel 2006
Unifil non è quindi servita a nulla? No. Ha aiutato lo sviluppo dell’area, difeso i civili, abbassato la tensione quando le due parti si stuzzicavano, ma soprattutto è riuscita a disegnare la «linea blu», il «confine provvisorio» marcato con bidoni di petrolio dipinti di blu.
Mesi di trattative per ognuno. Un centimetro avanti e due indietro fino a convincere entrambe le parti che quella poteva essere la posizione giusta. Un barile a vista del successivo e una linea tra l’uno e l’altro passando in mezzo a boschi, ruscelli, creste e villaggi.
Ci sono ancora poche aree che le due parti non hanno accettato di spartirsi. La principale è quella delle fattorie Shebaa che Israele non intende restituire.
Il costo della missione a cui partecipano decine di Paesi supera i 500 milioni annui di cui 150 solo per l’Italia. I soldati di pace morti sono stati più di 300. Ne valeva la pena per una colonna di bidoni blu?
Ma soprattutto, adesso che l’ambiente si fa caldissimo non è meglio ritirarsi? Israele l’ha chiesto apertamente. Negli ultimi mesi ha anche fatto pressione perché il contingente irlandese, espressione di un Paese molto critico nei confronti della violenza esercitata a Gaza contro i civili palestinesi, venisse ritirato.
Poi è passato alle pressioni militari. Soldati israeliani hanno sparato a telecamere e fari anche del quartier generale di Naqoura dove sono dislocati molti soldati italiani. Avevamo «ordinato alle forze Onu di rimanere in spazi protetti» si è giustificata l’Idf, Israeli Defence Force.
Il modus operandi è simile a quello usato con i civili a Gaza e in Libano: prima l’ordine di evacuazione o di mettersi al riparo e poi fuoco a volontà. Le Nazioni Unite, per il momento resistono.
Perché Israele vuole liberarsi dell’Unifil? Nel campo delle ipotesi ce ne sono due molto plausibili: una di immagine internazionale e una militare. Israele non vuole l’Unifil per non avere testimoni dei suoi combattimenti, ad esempio dell’uso di armi chimiche vietate come il fosforo bianco
Il secondo motivo è tattico. Commando e riservisti stanno penetrando in territorio libanese soprattutto dalle fattorie Shebaa che sono al limite di nord-est del Libano meridionale.
Se Unifil si ritirasse si aprirebbe un corridoio lungo la costa, a sud-ovest dell’area contesa. Gli israeliani potrebbero così realizzare una classica manovra a tenaglia con le unità provenienti dalle fattorie. I combattenti di Hezbollah sarebbero in trappola.
(da Il Corriere della Sera)
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