Ottobre 22nd, 2024 Riccardo Fucile
UN PRETESTO PER NON PARLARE DELLO SCONTRO CON LE TOGHE E DEL DECRETINO LAST MINUTE SUI “PAESI SICURI” – LA NUOVA LEGGE CAMBIERÀ POCO E NULLA: IL DIRITTO EUROPEO PREVALE SU QUELLO ITALIANO: I TRIBUNALI CONTINUERANNO AD APPLICARE LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE
Il Consiglio dei ministri che doveva ovviare alla falsa partenza del centro per migranti in
Albania è durato pochissimo. Giorgia Meloni lo ha affrontato in un silenzio inconsueto e con il volto adombrato, racconta chi era seduto a quel tavolo.
Un annuncio che alcuni nella maggioranza adesso giudicano un po’ precipitoso. E a queste obiezioni la premier non risponderà oggi, visto che la conferenza stampa prevista per stamattina è stata annullata con un tempismo che ha destato più di un sospetto.
La versione ufficiale consegnata dallo staff di Palazzo Chigi è che l’incontro con i giornalisti, inserito nell’agenda ufficiale della premier, sia saltato a causa di impegni improrogabili del vicepremier Antonio Tajani, impegnato per tutto il giorno al G7 dei ministri dello Sviluppo a Pescara. Un appuntamento sì improrogabile, ma di certo non improvviso. Un pretesto, insomma.
L’oggetto ufficiale della conferenza stampa era la presentazione della manovra, ma la legge di bilancio non è ancora arrivata al Parlamento, «ancora non esiste di fatto», spiega un esponente della maggioranza.
E quindi sarebbe stato difficile parlarne in profondità. Ma il cambio di programma, secondo fonti vicine alla premier, si deve anche a una certa difficoltà nella comunicazione della vicenda dei centri albanesi.
Meloni non ha alcun problema a spostare su questo terreno il cuore dei suoi messaggi, lo ha fatto a lungo in questi giorni, ma l’esito (almeno finora) della parte normativa sui trasferimenti dei migranti non l’ha affatto soddisfatta e quindi meglio rimandare la conferenza stampa.
Oggi poi ricorre il secondo anniversario del giuramento del governo. Una data che Meloni avrebbe voluto celebrare, tanto da aver incaricato i ministri di fornirle slide e analisi del lavoro svolto in questi due anni. Il passo falso in Albania, non risolto, avrebbe macchiato l’autocelebrazione.
Ragionamenti politici che nulla tolgono alle difficoltà giuridiche nella scrittura del decreto. Man mano che i giorni passavano, d’altronde, era sempre più chiaro ai tecnici dei ministeri incaricati, con la supervisione di Palazzo Chigi, che non sarebbe stato semplice districarsi tra le maglie della giurisprudenza italiana e soprattutto europea.
Il testo del decreto che avrebbe dovuto rimediare alla sentenza del Tribunale di Roma che di fatto impediva i trasferimenti dei migranti nei nuovi centri in Albania è stato al centro di un giallo durato tutta la giornata e nemmeno i ministri sono riusciti a leggerne il contenuto, prima di votarlo.
I fogli con il contenuto del decreto infatti sono rimasti davanti al sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano, senza che fosse distribuito ai presenti, come avviene di solito.
La convocazione della riunione inviata ai ministri nel primo pomeriggio già rivelava le difficoltà: «Il Consiglio dei ministri è convocato in data 21 ottobre alle ore 18,30 a Palazzo Chigi. Seguirà ordine del giorno». Questo ordine del giorno però nessuno lo vedrà fino alle 19 inoltrate.
«Stiamo limando il testo», è stata la risposta per tutta la giornata delle strutture incaricate della scrittura di questo testo delicatissimo. A coordinare i lavori c’è il sottosegretario Mantovano, il più adatto non solo per le competenze giuridiche (è un magistrato), ma anche per il dialogo fluido con gli uffici del Quirinale. Una certa confusione sulla redazione del testo, infatti, si deve anche al timore diffuso nel governo di entrare in conflitto con la presidenza della Repubblica e soprattutto con il diritto europeo.
Di interlocuzioni ce ne sono state, come è d’abitudine, tra Quirinale e palazzo Chigi. Ma Sergio Mattarella non può promulgare un decreto legge in base a semplici pourparler degli uffici giuridici: ha bisogno di valutare fino alle virgole il testo definitivo
Di qui la prudenza del Colle cui ieri si aggiungeva un filo di scetticismo, motivato dall’impossibilità di aggirare le regole europee che, com’è noto, prevalgono sulla legge ordinaria italiana.
Il decreto appena varato si limiterà a stabilire quali siano i Paesi “sicuri”, ai fini pratici nulla cambierà perché i tribunali continueranno ad applicare la sentenza della Corte di giustizia Ue (che ha fissato criteri più stringenti per i rimpatri). In questo caso è difficile che Mattarella vi ravveda conflitti con la Costituzione.
Anche se si tratterà di un decreto inefficace, magari addirittura inutile, tutto fa pensare che vi metterà la firma. Se invece accerterà nelle prossime ore che il testo finale del decreto contiene forzature inaccettabili, promulgarlo per Mattarella diventerà un problema. A Palazzo Chigi ne sono informati.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 22nd, 2024 Riccardo Fucile
E’ CIRCONDATA DA INCAPACI MA POI “CI PENSA” LEI … E CI SONO SEMPRE I BEOTI CHE DI CREDONO
Giorgia Meloni festeggia oggi i primi due anni di un one-woman-show politico di successo, che resiste a ogni sabotaggio e mantiene alto il consenso malgrado l’andamento spesso squinternato della sua squadra e le rinunce a certe esagerate promesse elettorali su flat tax, accise, blocchi navali eccetera.
C’è una operazione nella quale la presidente del Consiglio ha fatto centro: quella di utilizzare come elementi di forza i pasticci combinati dai suoi stessi fedelissimi.
Meloni è risultata nel biennio il deus ex machina delle situazioni impossibili, la Cassazione delle controversie imbarazzanti, la Croce Rossa degli arruffoni. «Risolverò anche questa» ha risposto a caldo a chi le chiedeva un commento sulla bocciatura giudiziaria del trasferimento dei primi migranti in Albania, e l’espressione dice tutto: ancora una volta devo rimboccarmi le maniche io, perché quelli che dovevano capire non hanno capito, quelli che dovevano prevedere non hanno previsto, quelli che dovevano fare non hanno fatto.
È un’immagine attentamente coltivata nella retroscenistica, il sale di ogni racconto sugli affari di palazzo. «Meloni furiosa» con Tizio, Caio o Sempronio della sua maggioranza, «Meloni minaccia i suoi di mollare», sono i titoli che hanno accompagnato a cadenza settimanale la vicenda della premier, dalla straniante conferenza stampa dopo il disastro di Cutro fino al caso Sangiuliano, l’alfa e l’omega delle catastrofi comunicative di questi due anni. Gli elettori apprezzano. Per fortuna c’è lei. E così il lungo elenco di scivoloni ministeriali, amicali e persino famigliari, anziché metterla in difficoltà è diventato una risorsa. «Meloni aggiusta cose» è oggi uno dei principali fattori di popolarità e consenso della premier, vero cemento del brand Giorgia che come tutti i marchi di successo funziona a prescindere da ogni considerazione razionale.
Poi, certo, c’è il lato oscuro dell’one-woman-show. È cruccio che da sempre affligge la destra, fin dai tempi dei governi a trazione berlusconiana ma anche in precedenza, e cioè quello di non riuscire a incidere davvero nella vicenda italiana con qualcosa di significativo e permanente.
Il sogno sangiulianesco dell’egemonia culturale, il presidenzialismo o il premierato, l’autonomia regionale, la separazione delle carriere, le Riforme con la maiuscola che consentono di dire «abbiamo fatto la storia» restano congelate per motivi di opportunità politica. Troppo alti i rischi di consenso, troppo scarse le risorse materiali e forse anche quelle intellettuali, troppi i precedenti che consigliano il galleggiamento sull’esistente.
È il colpo d’ala che storicamente è mancato ai conservatori, nei tempi difficili della Prima Repubblica per oggettiva emarginazione dal sistema, nell’era del berlusconismo per scarsa rilevanza nei luoghi del potere reale, e ora per una pragmatica considerazione dello stato dell’arte: Meloni può facilmente coltivare il suo consenso nell’ordinario tran-tran del Paese, ma avventurarsi nella sfera delle decisioni straordinarie richiede qualcosa in più della popolarità di una donna sola al comando. Servirebbe una squadra efficace, un giro di amicizie più largo dei fedelissimi, la capacità di attrarre consenso oltre il «noi contro loro» che è il mantra di ogni scelta di governo, ma nessuna di queste cose c’è. Così, i primi due anni di Giorgia sono anche gli anni di una grande ambizione frustrata: il progetto di rifondare l’Italia, farsi madre di una nuova patria, rinviato a data da destinarsi.
(da lastampa.it)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 22nd, 2024 Riccardo Fucile
VITTO “TRICOLORE”, ALLOGGIO DI LUSSO E 100 EURO EXTRA AL GIORNO PER FAR LA GUARDIA AL BIDONE SOVRANISTA
Turisti per caso. Al resort Rafaelo, superlusso all inclusive – piscina a sfioro, prato all’inglese e
grande statua della libertà a liberare l’animo dalle urgenze quotidiane – cento poliziotti attendono il da farsi.
Lunghe passeggiate mattutine, adeguato addestramento fisico, l’albergo ospita soggiorni con la straordinaria formula del remise en forme, esercitazione al poligono di tiro e impegni più collegati alla valutazione della sicurezza dei centri di trattenimento di Gjader e Shengijn.
Sono per adesso cento i poliziotti, riferisce Repubblica, già presenti in Albania e già pronti all’ingaggio degli ospiti indesiderati dall’Italia, i migranti maschi provenienti dal sud del mondo.
Cento euro al giorno come extra in busta paga per ciascuno dei cento fortunati, più il vitto tricolore (con qualche misurata incursione nella cucina albanese). Si attendono ordini. Nell’attesa passeggiano.
La prima settimana è trascorsa con misurati picchi lavorativi: effettuato con successo il check in per i 16 maschi africani traghettati in Albania a cui è seguito, per ordine della magistratura, un check out e il ri-traghettamento in Italia. A ranghi completi saranno 337 i tutori dell’ordine inviati oltre confine (176 poliziotti, 77 carabinieri, 47 finanzieri, 40 della penitenziaria).
L’unica questione da risolvere, diciamo così, è la rotazione dei militi. Il sindacato interno Siap propone una specie di ruota della fortuna: non devono essere sempre i soliti a solcare l’Adriatico.
Scaglioni di celerini, impegnati in terra nazionale nei reparti mobili, devono avere la possibilità di servire l’Italia in terra d’Albania godendo dei bonus già illustrati (gastronomia tricolore, piscina a sfioro, prato all’inglese, area wellness, eccetera).
(da ilfattoquotidiano.it)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 22nd, 2024 Riccardo Fucile
ANDREA SCANZI: “PER BOCCHINO ANCHE LA CEDRATA POTREBBE DIVENTARE PERICOLOSA”
Otto giorni fa, lunedì 14 ottobre, Otto e mezzo. È il gran (?) giorno del varo dell’accordo Italia-Albania. Bocchino, stranamente filo-governativo e ancor più stranamente identico per contenuti (si perdoni la parola) a Donzelli (con rispetto parlando), parla di operazione storica, che fungerà da deterrente e che tutti copieranno (“anche i laburisti inglesi”, e qui sono in molti a pensare “e sticazzi!”).
Mi permetto di elencare tutte le falle dell’operazione, prevedendo (e non ci voleva nulla) che tutti e 16 i migranti sarebbero stati rimandati di lì a poco in Italia a seguito della sentenza della Corte di Giustizia europea. Ovviamente Bocchino glissa, non entra nel merito (non lo fa mai) e lascia intendere che quella sentenza è roba da niente.
Come sempre la realtà gli darà pienamente ragione. In un mondo normale, ma anche solo non capovolto, Bocchino avrebbe fatto ammenda e chiesto scusa. Macché. Il patriota Italo rovescia la narrazione e si scaglia contro la magistratura rossa, comunista e va da sé eversiva. Passano i giorni, lui continua a interpretare a modo suo la sentenza della Corte dell’Unione europea e due giorni fa tappa a È sempre Cartabianca. Qui, alla domanda sul fatto che è delirante – come ha deliberato il governo Meloni – ritenere “paesi sicuri” Egitto e Bangladesh (le due nazionalità dei migranti tornati in Italia dopo la costosissima scampagnata in Albania), evita come sempre di rispondere e ribatte che, stando ai giudici europei, dovremmo ritenere qualsiasi paese del mondo insicuro. “Allora anche gli Stati Uniti non sarebbero sicuri, perché in Texas c’è la pena di morte” (testuale). Certo: è proprio questo il senso. E pure l’Italia non andrebbe reputata sicura, perché in effetti in certe periferie non si può camminare da soli di notte. Dunque le torture del regime egiziano (do you remember Regeni?) equiparate a Rozzano o la Magliana: leggenda Italo!
Si passa al caso Open Arms. Qui Bocchino alza il tiro: anticipando le parole di La Russa (i due si copiano a vicenda e se ne vantano), ripete che l’unico “sovrano” deve essere il popolo che elegge, e se il popolo ha votato la Meloni allora la Meloni deve in buona sostanza poter fare il gran ca**o che vuole senza che i giudici rompano troppo le p*lle. Tesi affascinante e soprattutto democratica, a metà strada tra la monarchia assolutista e Bokassa. “Lo hanno detto anche i Padri costituenti”, insiste Bocchino, “i politici non possono soggiacere come gli altri cittadini alla giustizia”. Tu pensa: Calamandrei voleva Craxi e Toti impuniti, e io non me n’ero accorto. Oltretutto Bocchino si gasa da matti se i processi riguardano politici di centrosinistra: evidentemente, in quei casi lì, Calamandrei aveva previsto un trattamento diverso. “Serve l’autorizzazione della Giunta in Parlamento”, ripete Italo, e neanche sa che infatti Salvini è a processo dopo l’autorizzazione della Giunta. Poi cita la mail del procuratore Marco Patarnello di Magistratura democratica, usandola come prova di un sistema giudiziario palesemente bolscevico e stalinista (e qui anche Ilaria D’Amico, con quel suo approccio eternamente renzian-calendiano, nel suo piccolo pare esaltarsi).
Passano i minuti e Bocchino è sempre lì. Adesso si parla di droghe. Bianca Berlinguer gli chiede che senso abbia vietare la cannabis light. Lui: “Perché si comincia così e si arriva al crack” (sic). Provo a dire: “Al limite questo potrebbe valere per la cannabis, ma nella light non c’è niente…”. Risposta geniale: “Appunto: proprio perché dentro non c’è niente, è un ottimo inizio per poi drogarsi”.
Ragionamento granitico. Quindi, stando così le cose, andrebbe vietata anche la Coca Cola, perché dentro non c’è niente e quindi è perfetta per avvicinarsi alla cocaina. E magari andrebbe vietata pure la cedrata, perché – si sa – si comincia con una Tassoni e poi ci si butta in un amen sulle metanfetamine. Daje Italo!
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 22nd, 2024 Riccardo Fucile
AGGIORNARE LE RENDITE DEGLI IMMOBILI È UN’IMPRESA IMPOSSIBILE, CHE NON È RIUSCITA A NESSUN GOVERNO NEGLI ULTIMI ANNI: LA STORIA INSEGNA CHE, IN ITALIA, CHI TOCCA LA CASA SI FA MALE – INFATTI NEL DOCUMENTO PROGRAMMATICO DI BILANCIO INVIATO A BRUXELLES L’ARGOMENTO NON VIENE NEANCHE CITATO
Anche questa volta, tanto rumore per nulla. Nel disegno di legge di Bilancio per il 2025, non c’è
alcun intervento sulle rendite catastali. È bastato che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, accennasse all’aumento delle stesse per chi ha usufruito del Superbonus per provocare un mezzo terremoto nella maggioranza di governo, costringendo lo stesso Giorgetti a correre ai ripari, spiegando che lui si riferiva alla precedente legge di Bilancio che semplicemente prevede, sui lavori importanti di ristrutturazione, l’aggiornamento delle mappe catastali
E poi ha spostato l’attenzione sull’altra misura, anche questa già prevista dalle norme ma mai attuata in modo efficace: l’accatastamento delle case «fantasma» già scovate attraverso le rilevazioni aeree e l’incrocio dei dati, che sono ben 2 milioni, secondo l’Agenzia delle Entrate.
Detto questo, tutti tranquilli: non c’è alcun aggiornamento delle rendite catastali, tanto meno ai valori di mercato, e quindi non si pagheranno più tasse sulla casa. Pericolo scampato, anche stavolta
Del resto, la storia insegna che, in Italia, chi tocca la casa muore. L’impianto del catasto risale ancora alla fine degli anni Trenta del secolo scorso. Ci sono stati degli aggiornamenti parziali delle rendite (l’ultimo alla fine degli anni Ottanta) che però restano ben distanti dal valore reale degli immobili. Sul possesso della prima casa non si pagano tasse: nel 2008 fu abolita l’Ici e dal 2014 l’Imu.
Inoltre, le imposte di successione sono molto basse: prevedono, per il coniuge e i parenti in linea retta, una franchigia di un milione di euro per ciascun beneficiario, sopra la quale scatta un’aliquota del 4%. Morale: secondo l’ultimo Rapporto dell’Agenzia delle Entrate sugli Immobili in Italia, a fronte di un patrimonio abitativo del valore di quasi 6 mila miliardi di euro, cioè tre volte il prodotto interno lordo, le imposte riscosse nel 2022 non hanno superato i 42 miliardi (41,9 miliardi,per la precisione).
Di questi, 20,4 vengono dal gettito dell’Imu; 13,4 dalle imposte sui trasferimenti e sulle locazioni, di cui appena un miliardo alla voce «successioni e donazioni»; poco più di 8 miliardi da Irpef e cedolare secca. In Europa, nel 2020, si legge nel Rapporto, «l’Italia mostra un’incidenza delle imposte immobiliari sulle entrate tributarie complessive pari al 3%, sostanzialmente in linea con la media Ocse (3,2%)» . Nel Regno Unito il prelievo è invece molto più alto e tocca il 9,1% del totale delle entrate. Anche in Francia si paga di più e il gettito pesa per il 5,2% sulle entrate mentre in Germania le imposte sulla casa sono più leggere che in Italia e valgono poco più dell’1% del totale.
Passando al prelievo sulle eredità,si legge ancora nel Rapporto, «le entrate derivanti dalle imposte di successione e donazione, pari allo 0,02% del Pil, si collocano in Italia su valori assai inferiori a quelle registrate nei principali paesi Ocse in cui il prelievo medio si attesta a circa lo 0,12% del Pil.
Tutti i Paesi considerati mostrano valori significativamente più alti rispetto a quelli osservati nel nostro Paese e caratterizzati da una dinamica crescente negli ultimi anni: in Germania, l’incidenza si attesta allo 0,26% del Pil, in Francia allo 0,65%, nel Regno Unito allo 0,25% e in Spagna allo 0,22%».
Non c’è da stupirsi se una delle raccomandazioni ricorrenti della commissione europea al nostro Paese sia quella di riequilibrare il prelievo fiscale a vantaggio del lavoro, aumentando le imposte sugli immobili e sulla rendita finanziaria. In particolare, Bruxelles ha ripetutamente chiesto ai nostri governi l’adeguamento del catasto e nelle ultime raccomandazioni, inviate a Roma lo scorso luglio, lamenta che «la legge delega per la riforma fiscale non contempla l’aggiornamento dei valori catastali, ampiamente obsoleti e divergenti dai valori di mercato» e chiede per l’ennesima volta di adeguarli.
Il fatto è che chi ci ha provato in passato non c’ è mai riuscito. In Italia si discute di riforma del catasto da almeno un quarto di secolo. Una proposta organica fu presentata dal governo Monti nel 2013, ma non se ne fece nulla per via della fine della legislatura. La proposta fu rilanciata dal governo Letta e approvata sotto il governo Renzi (legge 23/2014). Prevedeva rendite catastali da calcolare sui valori medi di mercato, aggiornati ogni 5 anni e il passaggio dal criterio dei vani a quello dei metri quadrati. Ma non se ne fece nulla, nonostante la riforma, ipocritamente, prevedesse che il gettito non sarebbe aumentato.
Ci riprovò nel 2021 il governo di salvezza nazionale guidato da Mario Draghi, sostenuto da tutti i partiti tranne Fratelli d’Italia, ma subito la Lega e i 5 Stelle si misero di traverso, con i ministri del Carroccio che abbandonarono la riunione del consiglio dei ministri che diede il via libera al disegno di legge riforma del fisco che, tra l’altro, conteneva la riforma del catasto.
Il governo, per non cadere, accettò di annacquare la riforma in Parlamento: le rendite catastali sarebbero state aggiornate ai valori di mercato ma solamente a fini conoscitivi, senza effetti sulla determinazione della base imponibile, che sarebbe rimasta legata alle vecchie rendite, le quali sono state aggiornate nel lontano 1988 per i terreni e nel 1990 per gli immobili. Ma anche questa versione che non cambiava nulla non passò. E ora, nel Documento programmatico di bilancio inviato dal governo Meloni a Bruxelles, di tutto si parla ma non di riforma del catasto.
Come disse qualche anno fa il sociologo Giuseppe De Rita, «la casa, per gli italiani, è un mito, uno status e quindi anche un tabù: guai a chi la tocca». E dunque forse serve prima di tutto un cambio culturale, in un Paese dove il 77% delle famiglie vive in casa di proprietà e la principale preoccupazione pensando al futuro dei figli è spesso stata quella di dar loro una casa, prima ancora che investire nella loro formazione.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »