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PERCHE’ GLI SCANDALI NON PUNISCONO IL CENTRODESTRA

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

LA RETORICA DELL’ONESTA’ SPOSTA VOTI SOLO NEL CENTROSINISTRA, L’ELETTORE SOVRANISTA SI RICONOSCE NEL CORRUTTORE

La sconfitta del centrosinistra in Liguria – dove il centrodestra ha trionfato nonostante la condanna per corruzione del governatore uscente Giovanni Toti – andrebbe analizzata non solo per il fallimento dell’alleanza Pd-M5S, ma perché conferma che un’inchiesta per corruzione, per quanto clamorosa, non determina di per sé la sconfitta dell’avversario politico.
Questo poteva valere, forse, trent’anni fa: oggi è un’illusione destinata a infrangersi contro la realtà delle urne. C’era già un precedente: quando Roberto Formigoni fu accusato di corruzione – in un processo che si sarebbe concluso con la sua condanna a sette anni e mezzo di carcere – gli elettori della Lombardia non scelsero come suo successore un uomo del centrosinistra ma il leghista Roberto Maroni, un alleato del governatore inquisito.
Certo, quando si vota per una persona – il presidente della Regione – la scelta del candidato ha un peso importante, anche se non decisivo. Ma resta il fatto che in Liguria lo scandalo che ha travolto Toti non ha prodotto l’effetto sperato. Perché?
Una possibile spiegazione è che oggi, 32 anni dopo la scoperta di Tangentopoli e dopo innumerevoli repliche di quello scandalo, molti italiani hanno perso la speranza che la politica sia in grado di eliminare il cancro della corruzione, e dunque non si indignano ma si accontentano dell’allontanamento dell’inquisito. Ed è anche possibile – anzi probabile – che chi vota Meloni, Salvini e Tajani nutra ormai una radicata diffidenza verso la magistratura, ritenendola troppo politicizzata. Fatto sta che gli elettori del centrodestra, anche di fronte a scandali e condanne, non voltano automaticamente le spalle a chi li ha governati.
Al contrario, quando le inchieste hanno investito i governatori del Pd – l’umbra Catiuscia Marini nel 2019 e il calabrese Mario Oliverio nel 2020 – il voto ha ampiamente premiato l’altro schieramento, segno evidente che nel centrosinistra il grado di sensibilità alla questione morale è più alto che nel campo avverso.
La reazione degli elettori del centrodestra è dunque diversa.
La sconfitta in Liguria dimostra che è sbagliato dare per scontato che gli errori degli avversari bastino per vincere. Per anni la sinistra ha vissuto nella convinzione che la moralità politica e la giustizia potessero diventare le armi vincenti contro un centrodestra che sembrava affogare nei propri scandali. Ma non è più così. Non basta puntare il dito contro le colpe altrui e sperare che questo basti a spostare voti. Serve un candidato autorevole e credibile. E serve un progetto politico che sappia parlare alla testa e al cuore degli elettori, che offra soluzioni concrete ai problemi quotidiani, che vada oltre la retorica dell’onestà, che è il presupposto essenziale della politica.
Se il centrosinistra vuole davvero tornare competitivo, deve ritrovare una visione, un progetto politico chiaro e incisivo, che parli ai bisogni reali delle persone. Non bastano più le accuse, non basta più ricordare agli elettori chi ha fatto cosa. Serve offrire un futuro, una speranza concreta. Serve ritornare a essere un’alternativa credibile capace di scaldare i cuori – come fecero il Pci di Enrico Berlinguer negli anni Settanta o l’Ulivo di Romano Prodi negli anni Novanta – non solo un «male minore» rispetto a un avversario brutto, sporco e cattivo.
(da lespresso.it)

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“QUESTI GIUDICI DEVONO ANDARSENE”: CI MANCAVA IL COCAINOMANE CHE SI PERMETTE DI CONTESTARE LA DECISIONE DEI GIUDICI ITALIANI IN MERITO ALLA LIBERAZIONE DEI SETTE MIGRANTI DETENUTI ILLEGALMENTE NEL CENTRO DI GJADER, IN ALBANIA

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

LA RISPOSTA DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI: “MUSK RISPETTI LA MAGISTRATURA E LA GIURISDIZIONE”

“Questi giudici devono andarsene” (These judges need to go). Così Elon Musk su X commenta un post di un utente che riporta la notizia della sospensione della convalida del trattenimento per sette migranti decisa dalla sezione immigrazione del Tribunale di Roma che si è anche rimesso alla Corte Ue.
– “L’auspicio è che ci sia maggior rispetto istituzionale per la magistratura e per la giurisdizione. L’invito e l’auspicio è che si recuperi maggior equilibrio anche nella comunicazione”. Così il segretario generale dell’Anm Salvatore Casciaro a RaiNews risponde a una domanda sugli attacchi di Elon Musk alla magistratura italiana.
(da agenzie)

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ALLA FINE HA VINTO CROSETTO: SALVATORE LUONGO SARÀ IL NUOVO COMANDANTE GENERALE DEI CARABINIERI. LO HA DECISO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

LA NOMINA È STATA OGGETTO DI SCAZZO TRA IL MINISTRO DELLA DIFESA E GIORGIA MELONI, CHE SU INPUT DI MANTOVANO E FAZZOLARI AVREBBE PREFERITO MARIO CINQUE, PER NON DARLA VINTA A CROSETTO

Il Consiglio dei ministri, a quanto si apprende, ha dato il via libera alla nomina di Salvatore Luongo come comandante generale dei carabinieri. Luongo, attualmente vicecomandante generale, prenderà il posto di Teo Luzi.
L’appuntamento era fissato già da tempo: oggi il governo dovrebbe nominare il nuovo comandante generale dei Carabinieri. Salvatore Luongo, vice in carica, è il nome su cui il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha puntato sin dal principio.
Crosetto in queste settimane è stato molto chiaro. «Quando la nomina sarà ufficializzata, capirete – ha detto ieri a chi gli chiedeva – che con la premier c’è la massima condivisione già da una settimana».
In realtà, proprio una settimana fa il ministro della Difesa avrebbe ricordato per iscritto che la scelta del comandante dei carabinieri arriva sì con un decreto del presidente della Repubblica, dopo una deliberazione del consiglio dei ministri. Ma la proposta spetta unicamente al ministro, sentito il capo di stato maggiore della Difesa.
Quella lettera non era solo un passaggio formale. Ma una risposta politica a chi – dentro il governo e anche a Chigi – lo aveva accusato di non voler condividere la scelta con i colleghi.
«Non se ne voglia Guido, ma è il cdm che deve deliberare», dicevano proprio da FdI ricordando, con malizia, l’incarico di capo dell’ufficio legislativo al ministero della Difesa che Luongo aveva ricoperto con i ministri del Pd, Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini.
(da agenzie)

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IL PARLAMENTO EUROPEO RINVIA A DATA DA DESTINARSI LA VALUTAZIONE SU RAFFAELE FITTO COME VICEPRESIDENTE ESECUTIVO DELLA COMMISSIONE UE

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

SULLA NOMINA DELL’ITALIANO SI È SPACCATA LA MAGGIORANZA CHE SOSTIENE URSULA VON DER LEYEN: I SOCIALISTI NON HANNO GRADITO L’INDICAZIONE DI UN ESPONENTE DEL GRUPPO DI DESTRA ECR, CHE NON HA VOTATO LA COMMISSIONE…POSTICIPATO ANCHE IL VOTO SULL’ESTONE KAJA KALLAS

I coordinatori della commissione Affari Regionali dell’Eurocamera hanno optato per un rinvio a “data da destinarsi” per la valutazione dell’audizione di Raffaele Fitto come vicepresidente della Commissione Ue. Lo spiegano all’ANSA fonti parlamentari.
I coordinatori della commissione Affari Esteri hanno deciso di rinviare a data da destinarsi la valutazione sulla candidata a Alto Rappresentante Ue Kaja Kallas.
La decisione riflette perfettamente quella presa su Raffaele Fitto dai coordinatori della commissione Affari regionali ed è in linea con l’intesa presa all’interno della maggioranza Ursula di congelare il voto su tutte e sei i vicepresidenti esecutivi in pectore. Nelle ore scorso era prevalsa l’ipotesi che il voto sia rimandato a domani ma fonti parlamentari spiegano che il rinvio si prospetta più lungo, nell’attesa di una mediazione di Ursula von der Leyen.
(da agenzie)

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MIGRANTI ALBANIA, COLUCCI (M5S): “MELONI CREDEVA DI ESSERE AL DI SOPRA DELLA LEGGE, ORA CHIEDA SCUSA AGLI ITALIANI”

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

IL PARLAMENTARE HA VISITATO I CPR IN ALBANIA

I magistrati del tribunale di Roma – chiamati a decidere sul trattenimento di sette migranti, trasportati dalla Marina militare nei centri in Albania – hanno deciso di sospendere il giudizio e rinviare la questione alla Corte di Giustizia Europea. Nel frattempo, le persone che erano rinchiuse a Gjader sono state riportate in Italia, dove verranno liberate. Si tratta del secondo stop su due tentativi, al progetto voluto dal governo di Giorgia Meloni. Deciso sulla base della sentenza del 4 ottobre 2024 del tribunale Ue, che impedisce di applicare la procedura accelerata di frontiera ai Paesi non considerati interamente sicuri.
Il deputato del M5S Alfonso Colucci ha passato gli ultimi giorni in missione in Albania, dove ha potuto visitare i centri per migranti e parlare con alcune delle sette persone, che si trovavano lì. “Io credo che quella della magistratura romana sia una scelta dovuta, considerando la sentenza della Corte di giustizia europea – dice Colucci a Fanpage.it -. I giudici hanno l’obbligo di non applicare la normativa italiana, che sia in contrasto con la normativa comunitaria. Finché le leggi sono queste, i giudici hanno questo dovere”.
Cosa ha visto nella sua ispezione all’interno delle strutture albanesi?
Sembra di entrare in aree assimilabili a dei penitenziari, perché sono circondate da grandi barriere che rendono questi centri totalmente impenetrabili dall’esterno. A Gjader ci sono anche vari cancelli che separano le zone, quindi con diversi livelli di accesso. Per il resto le strutture sono ancora n corso di realizzazione, quindi fervono lavori giorno e notte.
Cosa le hanno detto i migranti con cui ha parlato?
Io ho trovato persone molto stanche e provate, mi hanno descritto dei viaggi che sono davvero delle Odissee. Un migrante egiziano mi ha detto di aver viaggiato un anno e mezzo, partendo dal suo villaggio, passando dalla Libia, dove per mesi – con il passaporto ritirato dagli scafisti – ha dovuto lavorare per poter pagare i costi del viaggio stesso. Alla fine è stato salire su un barchino con altre 19 persone.
E cosa è successo in mare?
Quando era in vista di Lampedusa, il barchino è stato abbordato da dei gommoni, che hanno caricato i migranti e fatto una cernita sommaria. Alcuni di loro così selezionati sono stati portati sulla nave della Guardia Costiera Libra, dove hanno appreso che non sarebbero stati fatti sbarcare in Italia, ma sarebbero andati in Albania. E hanno dovuto affrontare altri quattro giorni di navigazione, per arrivare al porto di Shengjin.
I migranti erano a conoscenza dell’eventualità di essere dirottati in Albania?
No, lo hanno appreso una volta a bordo della nave Libra. Uno dei migranti mi ha raccontato che una volta saputo che non sarebbe andato in Italia, ha detto ai soccorritori: lasciatemi qui in mare e fatemi morire. Questa persona peraltro ha dichiarato di avere due fratelli regolarmente dimoranti nel nostro Paese, uno di questi addirittura avrebbe chiesto la cittadinanza.
Non c’è stato quindi per ora l’effetto deterrenza sbandierato dal Governo. Quello secondo cui le persone – consapevoli del rischio di finire in territorio albanese – avrebbero evitato di partire.
La cosa che mi ha particolarmente colpito è che queste persone non mi hanno espresso un progetto di vita, ma la necessità di sfuggire alla morte. Quindi da questo punto di vista, l’effetto di deterrenza è molto relativo. Alcune hanno raccontato che sfuggivano da una persecuzione di natura essenzialmente religiosa. Come ad esempio un bengalese di religione indù, che è scappato da un Paese come il Bangladesh, musulmano e in una fase politica assolutamente frammentata e violenta.
Si tratterebbe quindi anche di uomini che hanno vissuto sulla loro pelle, il fatto che i loro Paesi di provenienza non possano essere considerati sicuri?
Sì, è esattamente così. Qui il tema è che tutto il protocollo Albania si basa su una procedura accelerata, che comprime notevolmente i tempi e l’accuratezza dell’istruttoria, per stabilire se singolarmente, il soggetto sia o meno vulnerabile. Il divieto di sottoporre a procedura accelerata persone che provengano da Paesi considerati non sicuri si riferisce direttamente alla limitazione istruttoria, che questo tipo di procedimento determina. Naturalmente questo mina al cuore l’essenza del protocollo e dall’Albania.
Secondo l’esecutivo però i giudici sarebbero stati tenuti ad applicare il nuovo decreto sui Paesi sicuri, da poco varato. I leader della maggioranza descrivono di nuovo quella dei magistrati, come una decisione politica
Gli articoli 11 e 117 primo comma della Costituzione dispongono la conformità della normativa interna nazionale alla normativa Ue. Su questo è unanime l’orientamento del della Corte di Giustizia europea, della Corte Costituzionale italiana, dei massimi esperti che si sono occupati della materia, ma anche delle camere penali. Il mondo del diritto è univoco in questo senso, solo il Governo la pensa diversamente.
Quindi lei ritene che il tribunale del Lussemburgo – chiamato a dirimere la questione – smentirà la posizione del Governo?
Io penso che la pregiudiziale che è stata sollevata da molti giudici – a partire dal Tribunale di Bologna – non può che portare ulteriore elemento di chiarezza. Aspettiamo adesso che la Corte si pronunci, ma allo stato dell’arte il quadro è questo. Viene da pensare che il Governo ritenga che la legittimazione derivante dal voto popolare lo metta in qualche modo al di sopra delle leggi. In uno Stato di diritto non è così. Anche il Governo, anche Giorgia Meloni sono soggetti alle leggi.
Si è parlato molto anche del tema dei costi per il funzionamento di tutto il sistema dei centri in Albania. Nel corso della sua visita, che idea si è fatto?
Si tratta assolutamente di uno spreco, sia per quanto riguarda il costo di realizzazione delle strutture, sia per i costi di gestione. Mentre io sono stato a visitare le strutture, come detto, erano presenti solo sette migranti. Ma c’erano centinaia di operatori delle forze dell’ordine, sanitari, traduttori, mediatori, di tecnici per far funosa dovrebbe fare la premier Meloni per uscire dal vicolo cieco in cui sembra essere finito il progetto Albania?
Io ho presentato un esposto alla Corte dei conti per danno erariale, perché con un quadro giuridico è così chiaro e uniforme ,queste attività non avrebbero dovuto essere intraprese. Pensiamo pure all’esborso per la navigazione della Libra, una nave di ottanta metri con ottanta unità di personale, che si è mossa per soli sette migranti. E che ora ora deve anche portare in Italia queste persone. Io credo che le autorità contabili dovrebbero intervenire a difesa del bilancio, delle tasse dei nostri cittadini. E che Meloni dovrebbe chiedere scusa agli italiani.
(da agenzie)

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COSA SUCCEDE DOPO IL NUOVO STOP DEI GIUDICI AI MIGRANTI IN ALBANIA

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

“TUTTO FERMO FINO A LUGLIO”… “NO SI CONTINUA”… IL GOVERNO SPERA NELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA E INTANTO POTREBBE CONGELARE GLI HOTSPOT… A DICEMBRE ARRIVERA’ LA CASSAZIONE…E I COSTI DEL CPR AUMENTANO

Il governo se lo aspettava. Anzi, non aspettava altro. Il nuovo stop dei giudici ai migranti in Albania non ha preso alla sprovvista Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi. E adesso tra Palazzo Chigi e il Viminale si studiano le prossime mosse. Anche se il viaggio della Libra la scorsa settimana è diventato un altro flop, come da previsioni. E anche se le sentenze dei giudici della sezione immigrazione del tribunale di Roma rimandano alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la questione dei paesi sicuri che il governo pensava di aver risolto con un decreto. Adesso, scrive il Giornale, gli hotspot di Schengjin e Gjader sono «congelati» fino a luglio. Anche se la prima sentenza (quella per Bologna) è attesa per gennaio. E prima ancora, a dicembre, arriverà quella della Cassazione.
«Meglio la Cgue che i giudici italiani»
Secondo Meloni, è il racconto di un retroscena di Repubblica, «meglio dipendere dalla Corte di Giustizia europea che dai giudici politicizzati italiani». Perché, è il ragionamento della premier, sull’esito della sfida influirà il pragmatismo dell’Unione Europea. Con uno stop definitivo, sostiene Giorgia, si paralizzerebbero le politiche migratorie dei 27. Che però invece continuano a utilizzare la loro lista senza pretendere una procedura accelerata insieme a una standard. Quindi è difficile che una sentenza sull’Italia paralizzi il resto dell’Ue. Il Viminale si costituirà di fronte alla Corte. Intanto la Libra prepara un nuovo viaggio. Non subito, ma tra una decina di giorni. La nave tornerà a caricare naufraghi scegliendo quelli per il rimpatrio, li porterà in Albania, attenderà il diniego dei giudici e li riporterà in Italia. Uno schema che potrebbe in ogni caso regalare consenso all’esecutivo
La sentenza della Cassazione
Il 4 dicembre intanto la Cassazione deve decidere su un altro caso. Che soltanto lontatamente c’entra con la questione Albania. «Ma i giudici potrebbero rinviare alla Cgue a loro volta», avverte Andrea Natale, giudice della sezione protezione internazionale di Torino. Natale spiega oggi in un’intervista a Repubblica che « governo ha la responsabilità di definire le politiche migratorie nel rispetto delle fonti di diritto sovraordinate, i magistrati di verificare che succeda». E che «nelle democrazie costituzionali la frizione fra poteri diversi è fisiologica, la patologia sta nei toni. I provvedimenti sono stati motivati dal punto di vista giuridico. Le sentenze si possono commentare e criticare, ma nel merito, non accusando noi magistrati di “essere tutti comunisti”. Non si rende un buon servizio al cittadino che ha il diritto di capire».
«Si continua fino a nuovo ordine»
«Continuiamo fino a che non ci sarà la sentenza», è l’ordine arrivato dai piani alti del governo. E diramato dal sottosegretario Giovambattista Fazzolari sulle chat dei parlamentari. Ma, è il ragionamento de La Stampa, se il decreto paesi sicuri andrà in conversione senza un pronunciamento della Corte Ue, potrebbe essere Sergio Mattarella a fermare tutto. Il presidente della Repubblica potrebbe respingere l’intero decreto chiedendo lo stralcio di quella parte. Oppure potrebbe fare come con i balneari: inviare una lettera dove mette per iscritto i rilievi e chiedere di correggere una legge in palese contrasto con il diritto europeo. Una via che però finirebbe per portare il Quirinale all’interno di una battaglia politica che si preannuncia complicata.
Le tre ragioni
Secondo il governo ci sono tre ragioni per ottenere ragione davanti al Palazzaccio. La prima è che il nuovo patto europeo sulle migrazioni, non ancora entrato in vigore, prevede le procedure accelerate e la costituzione di centri fuori dai confini nazionali. La seconda è che la sentenza della Grande Chambre sarebbe in qualche modo datata rispetto al patto politico. In ultimo, sempre secondo l’esecutivo, con il decreto legge varato appena pochi giorni fa, «abbiamo già fatto una scrematura ulteriore dei cosiddetti Paesi sicuri, quelli per i quali è consentita in Albania la procedura accelerata di massimo 28 giorni per il rimpatrio, e siamo scesi da 22 a 19 Stati». E occorre aggiungere, spiega il Corriere della Sera, che la Corte in ogni caso ha indicato dei parametri. Non ha mai fatto un elenco.
Le parti insicure dei paesi sicuri
E dunque resta la ferma convinzione, a Palazzo Chigi come al Viminale, che la legge nazionale non sia in contrasto con le norme europee, anzi, che ne abbia piuttosto definito e chiarito i contorni. Secondo il governo per i giudici europei il concetto di sicurezza di un Paese extraeuropeo può anche essere «segmentato», e dunque un Paese può essere al contempo sicuro ma anche no, almeno in una porzione dei suoi territori. «Ma se continuiamo a interpretare in questo modo i giudici euro pei, allora nemmeno l’Italia e la Francia sono Paesi sicuri, visto che nelle periferie francesi o in quelle napoletane albergano situazioni che con la sicurezza, sociale, economica, civile, hanno nulla a che fare», sostiene con il quotidiano una fonte di governo. Alla quale evidentemente sfugge la differenza tra i problemi di ordine pubblico e la persecuzione di etnie, classi sociali o singole persone per i gusti sessuali.
La disapplicazione
Vero è che non esistono negli altri paesi europei casi di disapplicazione degli elenchi di paesi sicuri. Ma è anche vero che l’elenco del governo italiano è tra i più lunghi. Anche perché è lo Stato Ue con il maggior numero di ingressi irregolari. Intanto Salvatore Casciaro, consigliere della Corte di Cassazione e membro di spicco di Magistratura Indipendente (la corrente conservatrice, opposta a Magistratura Democratica), a La Stampa spiega che «le nuove direttive entreranno in vigore solo con l’estate 2026. Non hanno immediata operatività. Nel frattempo valgono le vecchie. E la sentenza dell’ottobre scorso della Corte di giustizia ha interpretato la disciplina attuale vigente, dando una indicazione al giudice comunitario di valutare la sicurezza del paese, ai fini di un eventuale rimpatrio, nella sua generalità e interezza»
I costi
Prima o poi però il governo dovrà fare i conti con il punto debole della sua strategia. Ovvero i costi del centro. Stimati in 650 milioni di euro per i prossimi cinque anni, anche se soltanto per poliziotti e carabinieri si parla già di un milione di euro l’anno. 130 euro lordi in più al giorno per 4-6 mesi di servizio. Con la possibilità di rientrare in Italia a spese dell’amministrazione. 30 mila euro al giorno, 900 mila in un mese. Mentre per i costituzionalisti il decreto paesi sicuri è scritto sull’acqua e fa parte della politica-spettacolo.
(da Open)

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IL SINDACO DI BOLOGNA LEPORE: “SBAGLIATO SCAMBIARE COLLABORAZIONE PER OBBEDIENZA, LA CITTÀ È STATA OLTRAGGIATA”

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

“IL COMITATO PER LA SICUREZZA AVEVA ASSEGNATO UNA PIAZZA IN PERIFERIA, MELONI E PIANTEDOSI DICANO CHI E’ INTERVENUTO PER SPOSTARE LA MANIFESTAZIONE DI CASAPOUND IN CENTRO”

«Io di faccia ne ho una sola, guardo ai cittadini bolognesi e chiedo rispetto per la mia città oltraggiata sabato da un corteo di 300 camicie nere. La premier Giorgia Meloni non confonda la collaborazione con l’obbedienza, non possono esserci scambi su questo ».
Il sindaco Matteo Lepore risponde a stretto giro alla premier Meloni, dopo giorni di polemiche sugli scontri che sabato hanno portato 13 feriti tra manifestanti antifascisti e forze dell’ordine, durante la manifestazione dei “Patrioti”.
Sindaco Lepore, Meloni l’ha accusata di doppiezza, con private richieste di aiuto e pubbliche accuse, a cosa si riferisce?
«Io ho chiesto aiuto pubblicamente alla premier, come sindaco di Bologna, città alluvionata. Questo non significa che la collaborazione implichi obbedienza.Inoltre io non ho dato a Meloni della picchiatrice fascista».
Allora cosa c’entra il governo con il corteo di sabato a Bologna?
«Chiedo spiegazioni sulla gestione dell’ordine pubblico. Perché è stato permesso che 300 persone con le svastiche al collo e, ribadisco, la camicia nera, sventolassero le loro bandiere marciando al passo dell’oca a pochi passi dalla stazione? Il fatto che sia stato permesso è un oltraggio alla città».
Non era d’accordo con il fatto di autorizzare il corteo dei “Patrioti”?
«Nel comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza avevamo convenuto che dovessero manifestare in piazza della Pace, in periferia, vicino allo Stadio, dove già in passato altre volte si erano riuniti. C’è il verbale, il documento della Prefettura. La gestione pattuita in comitato non si è mantenuta, si sono prese decisioni al di fuori, negandolo fino ad oggi, anche con prese di posizioni false».
Lei ieri ha parlato della volontà di creare un caso, a pochi giorni dal voto per le regionali…
«Direi che i manifestanti in camicia nera sono riusciti a creare un caso politico perché è stato loro permesso. Su quanto accaduto sono intervenuti tutti: dalla premier al ministro della difesa Guido Crosetto, da Matteo Salvini al presidente del Senato, Ignazio La Russa. Oltre a numerosi parlamentari. Neanche se fosse scoppiata la terza guerra mondiale avrebbero dichiarato tutti insieme così velocemente. Credo abbiano capito che qualcosa è andato storto e di aver commesso un errore madornale».
La campagna elettorale quanto c’entra?
«Diciamo che andrebbe fatta sulle questioni che interessano i cittadini. Ci ritroviamo a parlare di 300 fascisti venuti in città senza che nessuno lo impedisse. Io ringrazio la polizia, si sono comportati in modo professionale, ma sono stati messi in una situazione sfavorevole, la piazza è stata tenuta con il senso di responsabilità di tutti».
I toni sono esasperati, Gasparri ha detto che Elly Schlein riporta alle “soglie del brigatismo”, La Russa ha evocato i “facinorosi”, lei cosa risponde?
«Non sanno di cosa parlano, noi non prendiamo lezioni da persone che hanno partecipato anche ai comizi di Casapound».
(da agenzie)

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LA PROCURA DI ROMA HA CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO PER IL SINDACO DI TERNI: È ACCUSATO DI AVER EVASO QUASI 14 MILIONI DI EURO COME AMMINISTRATORE DI FATTO DELL’UNIVERSITÀ TELEMATICA NICCOLÒ CUSANO

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

OTTIMO BIGLIETTO DA VISITA PER L’ELETTORE SOVRANISTA, IN UMBRIA IL CENTRODESTRA PUO’ VINCERE GRAZIE A LUI

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di Stefano Bandecchi, 63 anni, sindaco di Terni, alleato con il centrodestra alle regionali che si terranno domenica e lunedì, con l’accusa di aver evaso 13 milioni e 884mila euro come amministratore di fatto dell’università telematica Niccolò Cusano . La somma non sarebbe stata versata, secondo gli inquirenti, tra il 2018 e il 2022.
A rischiare di finire in Tribunale, oltre al primo cittadino della città umbra, nonché fondatore dell’ateneo nel 2006 e patron della Ternana, ci sono altri tre imputati. […] Il primo della lista dopo Bandecchi è Giovanni Puoti, 80 anni. C’è poi Fabio Stefanelli, 48 anni. Nell’elenco compare anche Stefano Ranucci, 61 anni.
Partendo da quest’ultimo, per chiarire lo scambio di cariche, va ricordato che Ranucci – difeso dagli avvocati Paolo Gallinelli e Benedetto Marzocchi Buratti – è stato presidente dell’università tra giugno 2019 e gennaio 2021.
Nel 2017 e nel 2018 era stato anche firmatario del modello unico-enti non commerciali. Puoti invece è stato presidente dell’ateneo tra il 2015 e il 2019, mentre nel 2017 aveva dovuto sottoscrivere il modello ad hoc per questo tipo di enti. Infine va ricordata la posizione di Stefanelli, assistito dall’avvocato Filippo Morlacchini, che ha svolto la funzione di amministratore delegato tra il 2016 e il 2022.
Il sindaco di Terni fino al 2021 è considerato dalla Procura come un amministratore di fatto, mentre dopo avrebbe gestito l’ateneo da presidente del consiglio di amministrazione. È il 18 gennaio del 2023 quando la Guardia di finanza procede al sequestro di circa 21 milioni di euro, denaro che Bandecchi, secondo l’accusa, avrebbe dovuto versare come Ires, in quanto gli inquirenti considerano Unicusano una holding commerciale avendo «dismesso le finalità formative e sociali in favore delle esigenze di profitto a partire dal 2011».
La reazione, il giorno dell’esecuzione del provvedimento, è stata fuori dai denti, come capita spesso al vulcanico sindaco: «Non mi fido della Guardia di finanza e della giustizia, ma so che la ragione arriverà a premiarmi». Frasi impresse in una registrazione audio a cui seguirono diversi commenti alquanto coloriti sull’operato della giustizia e delle Fiamme gialle.
Il primo episodio di evasione, come ricostruito dalla Procura, risalirebbe al 29 gennaio del 2018. È la data in cui emerge che nella dichiarazione Ires dell’anno di imposta 2016 gli imputati non avrebbero dichiarato elementi imponibili per circa dieci milioni di euro, evadendo un’Ires complessiva pari a due milioni e 358 mila euro. Schema che, con diverse cifre, si sarebbe ripetuto fino al 2022, almeno secondo l’accusa.
(da agenzie)

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“NON RAPPRESENTO UN PARTITO O UNO STATO, MA L’EUROPA”: RAFFAELE FITTO FA PROFESSIONE DI EUROPEISMO PER CONVINCERE I PARLAMENTARI DI BRUXELLES A VOTARLO COME VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

LA SINISTRA CONTESTA LA POLITICA DEI DUE FORNI DI URSULA VON DER LEYEN, CHE ALLARGA DI FATTO LA MAGGIORANZA AL GRUPPO ECR, E CHIEDE IL RIDIMENSIONAMENTO DELLE DELEGHE DI FITTO

“Cinque anni fa ero seduto tra di voi, ricordo il mio viaggio politico, dal locale al nazionale a Bruxelles: ho sempre lavorato per un’Europa più forte. E’ un onore per me e sono pronto a mettere tutta la mia esperienza al servizio della Commissione. E’ un onore che il mio governo mi abbia indicato. Non sono qui per rappresentare un partito politico o uno Stato membro, ma per il mio impegno per l’Europa”. Lo ha detto il Commissario designato Raffaele Fitto aprendo il suo intervento introduttivo all’audizione al Parlamento europeo.
Tenete i mocassini e l’espresso a portata di mano, perché le cose stanno per diventare terribilmente italiane a Bruxelles.
L’uomo di Giorgia Meloni, Raffaele Fitto, si presenta per difendere la sua esperienza e le sue credenziali diplomatiche mentre viene preso in considerazione per un ruolo di vicepresidente esecutivo che supervisiona circa 400 miliardi di euro di finanziamenti per le regioni più povere.
E la situazione potrebbe diventare incandescente. La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha già fatto sapere che vuole che la distribuzione dei cosiddetti “fondi di coesione” – che si applicano a vari settori tra cui i trasporti e l’agricoltura – sia soggetta a condizioni, cosa che ha già fatto arrabbiare tutti, dagli agricoltori polacchi ai lavoratori greci.
Potrebbe esserci anche un dramma politico italiano. Fitto proviene dalla destra di Fratelli d’Italia, che si è opposta a gran voce alla riconferma di von der Leyen alla presidenza, cosa che ha fatto infuriare il raggruppamento paneuropeo dei Socialisti e Democratici.
Molti temono che il partito abbia tendenze fasciste, anche se lo stesso Fitto è considerato un moderato. La questione sarà se prevarrà la politica di partito o il patriottismo italiano.
Prepariamoci a fare casino
La decisione della Von der Leyen di nominare Fitto vicepresidente esecutivo non è piaciuta ai gruppi di sinistra, che si oppongono alla presenza di un membro del gruppo di destra dei Conservatori e Riformisti europei (ECR) in una posizione così importante.
Ma Fitto, che ha trascorso anni come membro del Partito Popolare Europeo (PPE) fino al 2014, quando è entrato nel gruppo ECR, viene difeso dai suoi ex colleghi politici.
I partiti di sinistra accusano il PPE di essersi alleato con i gruppi di destra ECR e Patrioti per l’Europa per fissare l’audizione di Fitto per questa mattina, al fine di tenere in ostaggio i legislatori del Parlamento.
Essi sostengono che se gli eurodeputati non daranno il via libera alla nomina di Fitto, i partiti di destra porranno il veto sul francese Stéphane Séjourné – membro del Partito Renew, la cui audizione è prevista per le 14.30 – e sulla spagnola Teresa Ribera – socialista, la cui audizione è prevista per le 18.30. Non è chiaro come andrà a finire.
La scorsa settimana i membri del Parlamento hanno dichiarato a POLITICO che si aspettavano che tutti si tenessero all’asciutto e che i restanti commissari designati avrebbero superato le loro audizioni e sarebbero stati approvati.
In un panorama politico globale come quello attuale, c’è poca voglia di respingere i commissari e di ritardare l’inizio del mandato del nuovo Collegio.
Ma lunedì le tensioni sono aumentate, e un deputato di Renew ha detto al mio collega Max Griera che “i legislatori stanno camminando su una linea sottile tra il desiderio di opporsi a Fitto e la protezione dei propri commissari designati”
Secondo il legislatore, “il gruppo ha concordato di assumere una posizione dura nell’audizione e deciderà la posizione finale dopo aver valutato la sua performance”.
In sintesi, non c’è alcuna garanzia che le persone giochino pulito. Rimanete sintonizzati per i potenziali fuochi d’artificio o per un’altra udienza di tipo mite.
I socialisti, insieme a Verdi, liberali e Left non accettano che il rappresentante italiano abbia anche la carica di vicepresidente esecutivo. A loro giudizio questa nomina modifica la maggioranza politica che ha eletto von der Leyen nel luglio scorso. Lo stallo, probabilmente momentaneo, è quindi mirato ad ottenere un segnale da parte della presidente della Commissione. Un messaggio che definisca i contorni politici del ruolo di Fitto.
L’obiettivo massimo del fronte contrario consiste nel ritiro della vicepresidenza esecutiva — improbabile — o nel ridimensionamento delle deleghe che gli sono state attribuite. O anche semplicemente una lettera in cui si ribadisca che la maggioranza politica è quella composta da Ppe, S&D, Renew e Verdi.
In queste ore la capogruppo di S&D, la spagnola Iratxe Garcia Peres, avrà un giro di consultazioni con gli altri capigruppo e con la stessa von der Leyen per negoziare una mediazione
Nella delegazione Pd è evidente l’imbarazzo tra l’accettare la nomina di Fitto e respingere un candidato italiano. «Il problema — è la linea dei Dem — è una scelta politica che ha fatto Ursula von der Leyen, ossia quella di inserire in maggioranza l’Ecr »
Stamattina il ministro italiano verrà ascoltato e poi si prenderà tempo prima di arrivare al voto per capire se da palazzo Berlaymont giungerà o meno un segnale di comprensione nei confronti dei socialisti. Magari, appunto, una missiva di risposta ad una lettera di censura che potrebbe accompagnare il via libera a Fitto.
Ma certo il Pse — preoccupato anche di non subire ripercussioni sulla spagnola Ribera — non appare pronto alla resa dei conti. Vuole un appiglio per giustificare il loro via libera. Una posizione che rompe ulteriormente l’ex campo largo: «Sarebbe imperdonabile — dice il grillino Pedullà — se il Pd sostenesse lo slittamento a destra della Commissione europea».
L’“Ursula bis” quindi sta nascendo con qualche contorcimento. Nessuno, però, ha il coraggio di bloccare tutto, soprattutto dopo la vittoria di Trump in Usa.
(da Politico,Eu)

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