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SALVINI, L’EX COMUNISTA PADANO ALL’ATTACCO DELLE “ZECCHE ROSSE”

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

LA SUA CAPACITA’ DI PRODURRE CAZZATE, UNITA AL TALENTO DI NON AVERE MAI TALENTO

Ah, Salvini. Parlandone da (politicamente) vivo, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. La sua capacità di produrre bischerate, unita a quel suo squisito talento nel non avere mai talento (e men che meno ragione), commuovono davvero. Da sempre allergico a qualsivoglia forma di coerenza, il fu cazzaro verde si impone ossessivamente di sparare ogni giorno belinate monumentali. E in questo, va detto, è abile come pochi.
L’ultima (per ora) derapata riguarda un video in cui se l’è presa con le “zecche rosse” dei centri sociali, e già qui – anche solo a livello meramente semantico – si sogna come se non ci fosse un domani: “zecca rossa” è infatti uno dei tre o quattro cavalli (morti) di battaglia degli hater fascioleghisti più neuronalmente vuoti (a differenza di Salvini, come noto intellettualmente prossimo a Kierkegaard).
Bella come sempre anche la location: nel video pubblicato in quel che resta dei suoi profili social, spoglie mortali dei fasti della “Bestia” virtuale che fu, Salvini è immortalato mentre deambula plasticamente (?) in un immaginifico contesto, tra chiese antiche e cactus messi a casaccio sopra un pozzo. Golf blu e viso un po’ stropicciato/gonfio, a parlarci – non lo dimenticate – è il cosiddetto vicepresidente del Consiglio e ancor più cosiddetto ministro delle Infrastrutture e Trasporti (mai messi mali come adesso: dove passa Salvini non cresce più neanche una rotaia).
Il Dux della Lega, in quel video già leggendario, gesticola a caso e ancor più a caso commenta i fatti di Bologna. Le sue parole si rivelano lucide come Bukowski alle cinque del mattino e profonde come una pozzanghera minore del Vingone.
Ascoltiamolo: “Zecche rosse, comunisti, delinquenti, criminali da centro sociale”. Si vola. “Non lo so, definiteli come volete voi, però quello che abbiamo visto ieri a Bologna e a Milano è qualcosa di indegno, di vergognoso che non si deve più ripetere”. Poi: “La caccia al poliziotto dei delinquenti rossi a Bologna o la caccia all’ebreo dei delinquenti rossi a Milano sono scene vergognose per il 2024”. Quindi: “Chiudere i centri sociali occupati abusivamente dai comunisti che sono ritrovi di criminali. Questo dobbiamo fare, perché un conto è manifestare, altro conto è prendere a sassate i poliziotti o dar la caccia all’ebreo”.
Ora: di fronte a simili vette del pensiero, così pregne di spunti filosofici e per nulla appesantite da preconcetti beceri, è per noi miseri plebei impossibile anche solo tentare un’analisi del testo. Con Salvini si può solo sognare. Sognare e ricordare. E se non ci resta nulla se non rimembrare, la memoria torna subito ai tempi in cui il fiero scudisciatore dei centri sociali era – lui stesso – un garrulo frequentatore fricchettone del Leoncavallo. Di più: Salvini era il leader dei “comunisti padani”, così convinto di quella posizione iper-alternativa da andare a inizio carriera ospite di Santoro, in veste di orgoglioso giovin leghista ecoattivista e antisistema. Si nasce incendiari e si muore pompieri, ma si nasce pure comunisti padani e si invecchia ruota di scorta della Meloni. Se Salvini non fosse quel che è, e se non arrecasse danni ogni dì alle nostre vite, verrebbe quasi il ghiribizzo – la perversione – di provare pietà per la triste fine che gli è toccata. Oscurato da Donna Giorgia e financo da Vannacci. Peggior ministro dei Trasporti degli ultimi sei millenni. Privo di qualsivoglia coerenza e credibilità. Politicamente postumo di se stesso. Ieri comunista padano e oggi quasi (quasi?) più a destra della Le Pen. Ancora intento a parlar di zecche rosse, come una miserrima marionetta qualsiasi di Forza Nuova. Che disastro totale. Salvini sta alla politica come Fabris ai compagni di scuola: “Guardate com’eri, guardete come sei… Me pari tu zio!”. O se preferite: “Tu c’hai avuto un crollo dall’ottavo grado della scala Mercalli”. Daje Matte’!
(da Il Fatto Quotidiano)

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SCUSATE L’ANTICIPO, IN FONDO BASTA METTERE L’OROLOGIO UN’ORA INDIETRO

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

DAL MOTTO “NON SAI QUANDO PARTI, NON SAI QUANDO ARRIVI” SIAMO PASSATI AL, NUOVO VERBO SALVINIANO “NON SAI PIU’ NEMMENO QUANDO PARTI”

Una volta si diceva «sai quando parti, non sai quando arrivi», ma adesso c’è una novità: non sai più nemmeno quando parti. Venerdì 8 novembre, santi Sciopero e Selvaggio, gli indomiti passeggeri che erano riusciti a raggiungere la stazione con mezzi di fortuna (come il giornalista de La Stampa Salvatore Settis) hanno fatto una singolare scoperta: il Frecciargento Roma-Genova delle 16 e 20 aveva già lasciato felicemente la Capitale alle 15 e 30.
Trenitalia ha spiegato che partire in anticipo era l’unico modo per non arrivare in ritardo.
Ormai chi si occupa di trasporti vive talmente in una bolla che ti fa passare le cose più incredibili come se fossero ovvie. A causa di lavori sulla linea (esiste forse una linea, in Italia, che non abbia i suoi lavori?) sarebbe stato impossibile raggiungere Genova in orario. Serviva dunque un colpo di genio, pari a quello con cui Cristoforo Colombo, e prima di lui Brunelleschi, avevano messo a sedere il famoso uovo.
Il viaggio dura un’ora in più? Basta anticipare di un’ora la partenza.
Più semplice di così. Forse sarebbe stato cortese mandare un messaggio ai passeggeri per avvertirli, ma presto non ce ne sarà più bisogno. Prima di prendere un treno o un aereo tutti ci ricorderemo di mettere indietro le lancette di un’ora. (Taxi, autobus e metro restano invece consegnati a una dimensione onirica, fuori dal tempo).
Almeno abbiamo capito perché il Frecciargento si chiama così. È un omaggio a Dario Argento, il maestro dell’horror.
(da corriere.it)

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TRUMP, LE RISPOSTE DI PADRE IN FIGLIO

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

DAL PADRE CRIMINALE AL FIGLIO MENTECATTO

Uno dei figli di Trump, tale Donald jr, ha postato, sotto una foto di Zelensky, questa frase: “Tra 38 giorni perderai la tua paghetta”. Difficile immaginare un pensiero più volgare e più piccino di fronte a quella che, comunque la si pensi, è una guerra.
Il sito “repubblicani contro Trump” (speriamo che esista un dio dei giusti che li assista) definisce “disgustoso” l’episodio, e chissà se anche a loro, che sono quanto rimane della destra americana lealista (nel senso di: leale a regole e linguaggio della democrazia), toccherà il bollo di radical chic.
Nei giorni scorsi ho letto diverse reazioni indispettite (eufemismo) alle considerazioni desolate, comprese le mie, sul livello di cultura democratica di molti elettori di Trump.
Queste considerazioni, ovviamente, non sono a prescindere. Non discendono dall’appartenenza a questa o quella fazione. Si fondano sul fatto, oggettivo, che l’assalto a Capitol Hill, che Trump aizzò come se fosse la giusta reazione a un furto elettorale, non ha avuto alcun peso nel recente voto.
Lo avrebbe avuto se buona parte dell’elettorato di Trump avesse, nel merito degli assalti ai parlamenti, qualche scrupolo. Ma un numero consistente di elettori di Trump, secondo i sondaggi, ritiene che la vittoria di Biden fu rubata, visione clinicamente paranoica che fa impressione riscontrare in masse così estese di persone.
Ma se lo si scrive, la replica non è mai nel merito. Mai una volta. Cioè: non cercano di spiegarti perché sia lecito e salubre pensare che Biden sia stato eletto con i brogli. Ti dicono soltanto: tu disprezzi il popolo. Ovvero: se uno rutta a tavola, e glielo fai notare, lo fai perché disprezzi il popolo (quale “popolo”, poi?) o perché sarebbe meglio non ruttare a tavola?
(da repubblica.it)

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TRA SEDICENTI FASCISTI E SOVRANISTI AL POTERE NESSUN GRADO DI SEPARAZIONE

Novembre 12th, 2024 Riccardo Fucile

LE ORGANIZZAZIONI ESTREMISTE HANNO LEGAMI STRETTI CON FRATELLI D’ITALIA… CHI SI CELA DIETRO LA RETE DEI PATRIOTI

La marcetta su Bologna delle nuove camicie nere è stata organizzata dalla ormai nota CasaPound e dal meno conosciuto Movimento nazionale – La rete dei patrioti. Dietro le sigle più o meno ripulite dalle nostalgie del Ventennio, alla fine ci sono sempre loro: i neofascisti. Da tempo hanno scelto una strategia di inabissamento, con un continuo mutamento di nomi, simboli e volti.
Ma, per quanto cambino, i programmi e le azioni restano i medesimi. Fascisti sotto mentite spoglie per non mettere in imbarazzo la destra istituzionale con cui flirtano, seppure senza ostentazioni. I gradi di separazione tra la destra istituzionale e le frange estreme extraparlamentari sono ridotti al minimo. In alcuni casi pari allo zero, come a Firenze nella sede di Casaggì, centro sociale attraversato da vari movimenti neri dove ha avuto la sede Fratelli d’Italia fino a poco tempo fa. E ci sono personaggi come i “colonnelli” al seguito del generale leghista Roberto Vannacci che fanno da cerniera di questi mondi solo in apparenza lontani.
A Bologna, teatro della strage alla stazione, è andata in scena la marcetta di un manipolo di camicie nere, o meglio di felpe scure armate di bandiere tricolori. Un gruppo esiguo proveniente da più parti d’Italia. Una sparuta minoranza, insignificante dal punto di vista del consenso, e dunque non degna di attenzione, secondo alcuni.
Eppure quando il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, dice al governo «ci avete mandato qui 300 camicie nere» esprime una preoccupazione reale.
Perché quando si tratta di neofascismo non conta solo la rappresentanza che esprime la galassia pulviscolare di sigle e associazioni note o sconosciute. Conta soprattutto il lavoro sporco sul territorio: fomentare la rabbia su questioni che poi l’estrema destra istituzionale al governo promette di risolvere. Vasi comunicanti, insomma.
Sul tema immigrazione, per esempio, o case popolari, non c’è distanza di vedute tra Fratelli d’Italia, Lega e neofascisti. E non è raro trovare saldature tra parlamentari italiani o europei e i movimenti che rivendicano sui loro social l’essere fascisti. Di certo esiste una rete tra le varie organizzazioni, che, al di là dell’apparente distanza, marciano nella stessa direzione.
Generali, colonnelli, patrioti
La parola è ormai patrimonio del lessico governativo. Giorgia Meloni è una patriota, i suoi Fratelli d’Italia sono il partito dei patrioti. L’arrivo del generale Roberto Vannacci nella Lega ha sdoganato definitivamente il termine all’interno della Lega: il militare eletto con mezzo milioni di voti all’Europarlamento divide il mondo tra patrioti, cioè lui e i suoi seguaci, e gli altri, intesi “i traditori”.
Il sostantivo è però anche negli slogan dei fascisti del terzo millennio di CasaPound ed è centrale nel Movimento nazionale – La rete dei patrioti, che sono stati gli animatori del raduno di Bologna di sabato autorizzato dalla prefettura nonostante i dubbi durante il vertice sull’ordine e la sicurezza pubblica che lo ha preceduto.
La Rete dei patrioti opera in sinergia con CasaPound, si tratta di fuoriusciti da Forza nuova, il partito fondato dall’ex leader dell’eversione nera Roberto Fiore. La Rete dei patrioti non è un movimento, piuttosto vuole essere un contenitore di “comunità” neofasciste. Ha già un giornale online di riferimento: il “Due di picche”, che fa capo a una società con sede a piazza Aspromonte a Milano, dove ha sede il “Presidio”, storico ritrovo di Forza nuova ora orientato al nuovo movimento di patrioti.
La società dietro la testata Due di picche ha tra gli azionisti un 28enne, Luca Bolis: la questura di Milano nel 2019 aveva chiesto la sorveglianza speciale sulla base di un lungo elenco di azioni da militante fascista di razza: croci celtiche disegnate sui muri, saluti romani, aggressioni e violenze. Il tribunale aveva però rigettato la richiesta.
Il Presidio organizza eventi culturali e strizza l’occhio alla destra di palazzo. Il 12 settembre scorso, per esempio, hanno invitato Corrado Corradi e Fabio Filomeni, ufficiali dell’esercito, legati a Vannacci. Filomeni è il braccio destro del generale europarlamentare. Animatore delle associazioni Il mondo al contrario, nate per sostenere Vannacci nel suo percorso politico dentro e fuori la Lega di Salvini. In questo caso il grado di separazione tra neofascisti dichiarati e destra di governo è pari a zero: neppure un mese più tardi l’evento al Presidio, il fedelissimo del generale sfilava all’evento annuale della Lega. Era lì a fare da scorta a Vannacci, lo seguiva a ogni passo, come farebbe ogni consigliere politico.
Filomeni è di casa anche tra i neofascisti di Rinascita nazionale. Per capire i personaggi: sul profilo social del gruppo campeggia il manifesto “Commemorazione anniversario Marcia su Roma”, che si è tenuta a Predappio, dove è sepolto Benito Mussolini.
Il fedelissimo di Vannacci è sulla loro lunghezza d’onda. Sui social scrive cose del tipo: «Il 25 aprile vorrei festeggiare la fine dell’antifascismo»; o anche che l’armistizio dell’8 settembre 1943 «ha spaccato un popolo». Rinascita nazionale dove i vannacciani sono a casa fa parte di questa nuova rete indistinta di gruppi patriottici, ma sempre neofascisti.
Acca Larentia
Da Milano a Roma fino a Bologna come nei giorni scorsi, dunque, l’osmosi tra le anime della destra estrema si manifesta in eventi, manifestazioni, battaglie comuni combattute da posizioni diverse. C’è chi sta al governo e chi nelle strade, nelle sedi che sono riferimento di tutta questa galassia nera e di quella più istituzionale, come Fratelli d’Italia. Acca Larentia è il simbolo di questa sintesi di volti e storie. Monumento alla storia politica da cui provengono le sorelle Meloni e anche i leader di CasaPound o della Rete dei patrioti, gli organizzatori della manifestazione di Bologna.
Nella vecchia sezione del Movimento sociale italiano ogni 7 gennaio si commemorano “i camerati” uccisi. Di recente è stata acquistata da un’associazione connessa a CasaPound. Comprata, ha svelato Domani, grazie a 30mila euro regalati dalla fondazione nel cui board siede la sorella della premier nonché capa del partito di governo. A proposito, appunto, dei gradi di separazione tra le «camicie nere» scese in piazza a Bologna e chi avrebbe dovuto impedire quella manifestazione, organizzata da chi nega la matrice fascista della carneficina del 2 agosto 1980. Negazionisti che ritroviamo anche in gran quantità tra i banchi della maggioranza che guida il paese.
(da editorialedomani.it)

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