Destra di Popolo.net

“IL RICHIAMO AL FASCISMO È UN TRAGICO ERRORE”. GIORDANO BRUNO GUERRI, PRESIDENTE DEL VITTORIALE, SUGLI SCONTRI A BOLOGNA: “NON È UNA LOTTA DI IDEE MA DI TIFO. I FASCISTI ERANO QUELLI DEL VENTENNIO. I NEOFASCISTI DI OGGI NEMMENO CONOSCONO LA STORIA. I NEOANTIFASCISTI, A DIFFERENZA DEGLI ANTIFASCISTI DELL’EPOCA, NON RISCHIANO LA VITA E LA GALERA”

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

“CASAPOUND? BISOGNEREBBE BUTTARLI FUORI DALLA SEDE IN VIA NAPOLEONE III A ROMA, VISTO CHE SI TRATTA DI UN REATO REITERATO E CONTINUO. NON HANNO LA MIA SIMPATIA”

Professor Giordano Bruno Guerri, il sindaco Lepore dice che il governo ha mandato le camicie nere a Bologna.
“Questo continuo richiamo al fascismo è un tragico errore perché il fascismo era un fenomeno straordinariamente strutturato, che aveva dietro un pensiero e anche una notevole pericolosità: dire a qualunque straccione che ha voglia di menare le mani che è un fascista svilisce prima di tutto l’antifascismo. I fascisti erano quelli del Ventennio. Quelli di oggi, i neofascisti, nemmeno conoscono la sua storia. Amano solo l’idea di un uomo fortissimo che risolve i problemi. I neoantifascisti, a differenza degli antifascisti dell’epoca, non rischiano la vita e la galera, ma solo qualche applauso. Come quelli che cerca Lepore”.
Però una manifestazione dei Fascisti del Terzo Millennio proprio alla stazione di Bologna è un po’ fuori luogo, non trova?
“Certamente, ma quelli fanno sempre cose fuori luogo e fuori tempo. Però è quello che ci si aspetta da loro. Ma cercare di menarli – perché mi sembra che questo sia accaduto – mette chi li aggredisce sul loro stesso piano”.
Forse bisognerebbe anche decidere se CasaPound può liberamente manifestare oppure se è un partito che merita lo scioglimento per apologia di fascismo.
“Prima di tutto bisognerebbe buttarli fuori dalla sede in via Napoleone III a Roma, visto che si tratta di un reato reiterato e continuo. Non hanno la mia simpatia. Però devono poter manifestare pacificamente almeno finché qualcuno non deciderà che sono fuorilegge”.
Intanto il leader della Lega dice che quelli che hanno assaltato la polizia sono “zecche rosse, comunisti delinquenti, criminali da centro sociale” e chiede di chiuderli.
“Sì, non è una lotta di idee ma di umori e di tifo. Io credo che sia quelli di CasaPound che coloro che li hanno attaccati avrebbero fatto meglio ad andare a casa a leggere un libro. Per esempio il mio Benito. Storia di un italiano”.
(da Quotidiano.net)

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ALTRO CHE “POTERE DELLE TOGHE ROSSE”, IL CSM È IN MANO AI SOVRANISTI: TRA I 20 MEMBRI TOGATI NEL CONSIGLIO SUPERIORE IL GRUPPO DI MAGGIORANZA RELATIVA È “MAGISTRATURA INDIPENDENTE”, LA CORRENTE DEI CONSERVATORI DI CUI HA FATTO PARTE ALFREDO MANTOVANO

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

ANCHE TRA I LAICI (ELETTI DAL PARLAMENTO) LA MAGGIORANZA È ESPRESSIONE DEL CENTRODESTRA. PER NON PARLARE DEL VICEPRESIDENTE, FABIO PINELLI, NOMINATO IN QUOTA LEGA… LE PRINCIPALI PROCURE D’ITALIA SONO GUIDATE DA MAGISTRATI “CONSERVATORI”

Ai tempi della Prima Repubblica, quando governava la Dc, ed esisteva il mitico Manuale Cencelli per la spartizione delle cariche, la poltrona di procuratore capo di Roma valeva quanto due ministeri. Questo per dire che il potere politico non ha mai, proprio mai, perso di vista il potere giudiziario, temendone la forza.
E infatti la suddetta procura di Roma si era meritata il nomignolo di “Porto delle nebbie”. Un ufficio dove le inchieste che facevano male ai politici si perdevano fatalmente.
Altri tempi. Oggi, come durante tutto il ventennio berlusconiano, i due poteri si guardano in cagnesco. O meglio, il centrodestra si sente sotto attacco. Per dirla con le parole del ministro Carlo Nordio, che ha il dente avvelenato con gli ex colleghi, la magistratura “ha esondato” e sarebbe ora che facesse un passo indietro. A volte però, le apparenze ingannano. E se si va a ben guardare il tanto mitizzato peso delle “toghe rosse”, ci si accorgerà che pesano molto meno di un tempo.
Qualche numero dunque, per capire dove batte il cuore della magistratura italiana.
Nel Consiglio superiore della magistratura ci sono 20 membri togati, eletti dai colleghi. Il gruppo di maggioranza relativa è Magistratura Indipendente, con 7 rappresentanti. È la corrente dei conservatori, accusata a mezza bocca dagli altri di “collateralismo” con il governo di Giorgia Meloni, tanto più che Alfredo Mantovano, potente sottosegretario alla Presidenza, è un magistrato prestato alla politica ed è stato un pilastro di MI.
Seguono i progressisti di Area con 6 rappresentanti; i centristi di Unicost con 4; Magistratura democratica ha 1 solo rappresentante; e poi ci sono due indipendenti. Tra qualche mese, a gennaio, si voterà per il rinnovo dei vertici dell’Associazione nazionale magistrati e si vedrà se ci sono movimenti, ma allo stato il quadro pende per il conservatorismo in toga.
La componente laica
Sempre al Csm c’è anche una forte maggioranza di membri laici, quelli eletti dal Parlamento, espressione del centrodestra. Anche il vicepresidente, l’avvocato Fabio Pinelli, viene da lì. Comunque Pinelli è un uomo dalle relazioni trasversali: è stato indicato in particolare dalla Lega, ma aveva buoni rapporti con Matteo Renzi ed era stimato da Luciano Violante.
Questa geografia politica tra togati e laici nel primo anno di attività ha causato non poche frizioni perché si è visto spesso un asse tra i 7 rappresentanti di MI, i laici di centrodestra, Pinelli che non ha disdegnato di votare in alcune occasioni cruciali, con ciò rompendo una tradizione di astensioni, e qualche volta anche i membri di diritto, cioè Primo presidente di Cassazione e procuratore generale di Cassazione, che sono confluiti su nomi di magistrati conservatori. Anche la prima presidente di Cassazione Margherita Cassano è stata una figura di spicco di Magistratura Indipendente.
Il ruolo delle procure
È un fatto, comunque, che le maggiori procure italiane siano rette da magistrati di grande valore, ma anche di conclamata prudenza e provenienti da correnti conservatrici. Certo non dei “descamisados”.
Così è per Roma, dove il procuratore capo è Francesco Lo Voi, già capo a Palermo per 8 anni, vicino a Magistratura Indipendente, che si insediò nel gennaio 2022 dopo aspra contesa con il facente funzioni Giuseppe Prestipino e Marcello Viola, che era procuratore aggiunto di Firenze.
Lo stesso è per Milano, dove i tempi d’oro e l’armonia tra i sostituti procuratori sono un lontano ricordo. Dopo la delusione romana, Marcello Viola è procuratore nel capoluogo lombardo dall’aprile del 2022 (nomina appena confermata dal Consiglio di Stato). E anche Viola, come Lo Voi, proviene da Magistratura Indipendente.
A Napoli, poi, governa il notissimo Nicola Gratteri, già procuratore capo di Reggio Calabria. L’uomo è vulcanico e sarebbe totalmente sbagliato collegarlo a una corrente. Però è un fatto che sulla sua nomina, conservatori e progressisti hanno litigato di brutto e anche nel suo caso pesò la convergenza tra Magistratura Indipendente e i laici di centrodestra, cui si aggiunse il vicepresidente Pinelli. Accadeva nel settembre 2023. Quella volta, i progressisti di Area, sconfitti, scrissero un comunicato di fuoco.
Le principali procure d’Italia, insomma, sono rette da uomini di Magistratura Indipendente se si eccettuano Palermo (dove c’è Maurizio De Lucia) o Catania (il Csm ha scelto Francesco Curcio per sostituire Carmelo Zuccaro, ma poi il ministro Nordio ha tardato mesi a controfirmare la nomina
(da La Stampa)

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L’UNICA VOCAZIONE CHE CONOSCONO ALCUNI MEDICI È QUELLA PER I SOLDI: GLI OSPEDALI SONO STRAPIENI DI DOTTORI A GETTONE CHE PREFERISCONO NON FARSI ASSUMERE PER GUADAGNARE DI PIÙ E NON DOVERSI SOTTOPORRE A TURNI MASSACRANTI

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

C’È CHI CONFESSA: “DA OSPEDALIERO PRENDEVO 3MILA EURO AL MESE LAVORANDO 12 ORE IN CORSIA. ORA POSSO ARRIVARE A 7MILA CON CINQUE ORE AL GIORNO”

«È sconfortante, ogni sera mi ritrovo in reparto un medico diverso. Ma lo sa che poche sere fa, in uno dei più affollati pronto soccorso di Milano, a gestire i pazienti era un medico dei trasporti? Quelli che certificano il rinnovo delle patenti per capirci. Solo che finito il doppio turno è andato a incassare il suo bel gettone da 1.200 euro». A Giorgio, primario in un ospedale lombardo che preferisce rimanere anonimo, bastano poche parole per far capire perché il fenomeno dei medici a gettone rappresenti una minaccia per la salute dei pazienti.
Roberto Malesani è un neurologo. Anni fa si è licenziato dall’ospedale di Castelfranco e ora si divide tra ambulatori di Castelfranco, Montebelluna e Feltre, come privato. «Lavorando in ambulatorio a Feltre dal lunedì al sabato per cinque ore al giorno, contro le 12 in corsia, posso arrivare a 7mila euro netti al mese invece dei 3mila che guadagnavo prima», confida. «Oggi – continua – è diventata una catena di montaggio: contano solo i numeri, il rapporto col paziente è saltato di fronte a ritmi insostenibili e a direttori generali che ti dicono anche quanto deve durare una visita».
Il dottor Riccardo Stracka invece non ha mai lavorato come dipendente in ospedale, ma sempre “a chiamata
Non è un giovane neo laureato senza specializzazione ma un professionista esperto, specializzato vent’anni fa in medicina d’emergenza e urgenza, conseguita con lode, seguita da una sfilza di qualifiche professionali. A quelli come lui gli ospedali spalancherebbero le porte in un baleno. Ma come tanti suoi colleghi preferisce mantenere un piede fuori. «In questo modo ho avuto la possibilità di variare il mio lavoro. Ad esempio organizzo corsi di primo soccorso in aziende, faccio l’istruttore per l’uso del defibrillatore. E poi sinceramente a scoraggiare ci sono anche i turni massacranti imposti oramai in quasi tutti gli ospedali».
«Lavoro a gettone in un ospedale Veneto ma non ho la specializzazione. Al pronto soccorso faccio soprattutto codici bianchi e verdi, ma quando mi capita un caso più difficile mi rendo conto che avere una specializzazione sarebbe stato utile».
Così quando si trova in difficoltà Valentina, il nome è di fantasia perché lei come tanti preferisce restare anonima, chiede aiuto ai colleghi
(da agenzie)

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ZECCHE ROSSE? PER ANNI SALVINI STAVA COI CENTRI SOCIALI: “SI BEVE E CI SI DIVERTE, NON USEREBBERO MAI SASSI E SPRANGHE”

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

GIORGIO GORI RICORDA I TEMPI DI QUANDO SALVINI FREQUENTAVA IL LEONCAVALLO E DIFENDEVA I SUOI ATTIVISTI

Zecche rosse? Criminali da spedire in galera? All’inizio della sua carriera politica Matteo Salvini si sarebbe messo le mani nei capelli nel leggere le dichiarazioni urticanti del Salvini oggi ministro e vicepremier. «Nei centri sociali ci si trova per discutere, confrontarsi, bere una birra e divertirsi», assicurava leggiadro l’allora 21enne consigliere comunale della Lega, ex frequentatore – come noto – del Leoncavallo di Milano. In occasione del suo primo intervento a Palazzo Marino, trent’anni fa esatti, il Corriere della Sera gli aveva dedicato un ritratto.
Colui che «ha messo d’accordo tutto il consiglio», si legge. E proprio su alcuni «incidenti» che avevano coinvolto i centri sociali. Toni e parole ben diverse da quelle pronunciate ieri dallo stesso, dopo gli scontri di Bologna. «Bisogna chiudere i centri sociali occupati dai comunisti, covi di criminali e zecche rosse», suonava il messaggio del ministro.
A riesumare la pagina di giornale e di storia del leader leghista è stato questa mattina Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo e oggi europarlamentare Pd. Nel suo primo intervento post-elezione, il giovane Salvini aveva persino difeso quelli che oggi bolla come «delinquenti» o «criminali».
«Non prenderebbero mai in mano un sasso o una spranga», aveva assicurato all’epoca. È ormai nota la militanza del leghista presso il centro sociale milanese: «Dai 16 ai 19 anni, mentre frequentavo il liceo Manzoni, il mio ritrovo era il Leoncavallo: stavo bene, mi ritrovavo in quale idee, in quei bisogni», si legge nell’articolo del Corsera, postato da Gori.
(da agenzie)

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CACCIA AI CERVI IN ABRUZZO, IL CONSIGLIO DI STATO FERMA LA STRAGE: “STOP AL REGALO DELA POLITICA SOVRANISTA ALLE DOPPIETTE”

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

RIBALTATA LA DECISIONE DEL TAR, BLOCCATA L’INUTILE STRAGE

I 469 cervi che vivono in Abruzzo sono salvi. I giudici del Consiglio di Stato hanno accolto il ricorso delle associazioni animaliste e ambientaliste e sospeso la delibera della Giunta guidata da Marco Marsilio.
Il collegio di secondo grado ha ribaltato la decisione del Tar e ha rimandato allo stesso tribunale amministrativo il pronunciamento nel merito.
Tra le principali ragioni addotte per dare il via libera alla strage c’era quella della sicurezza stradale, ragione però smontata dai giudici, che hanno suggerito alla Regione di adottare misure di prevenzione alternative, “come l’apposizione di recinzioni e la realizzazione di attraversamenti faunistici”.
Gli abbattimenti, dopo mesi di proteste, appelli e cortei, sarebbero dovuti incominciare lo scorso 14 ottobre. Tuttavia gli Atc (Avezzano, Sulmona, area Subequana, L’Aquila e Barisciano) non avevano ancora diffuso gli avvisi pubblici relativi ai capi da abbattere (di fatto, posticipando l’inizio della caccia). Finché, quello stesso giorno, il Consiglio di Stato aveva fermato le uccisioni attraverso un provvedimento urgente di sospensione della delibera di Giunta, accogliendo il ricorso di Lav, Lndc e Wwf Italia. Le associazioni animaliste e ambientaliste avevano impugnato l’ordinanza del Tar Abruzzo che, la settimana precedente, aveva dato il via libera all’abbattimento.
Oltre alle decine di migliaia di firme raccolte dalla Lav per chiedere a Marsilio un passo indietro, nel corso dei mesi sono intervenute diverse personalità del mondo della cultura e dello spettacolo. Dalle pagine de il Fatto Quotidiano, per esempio, lo ha fatto la scrittrice Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Strega 2024. Ma a chiedere lo stop alla strage di cervi ci sono state anche le voci di Franz Di Ciocco, Al Bano, la conduttrice Alba Parietti, il giornalista Igor Righetti, la cantautrice Grazia Di Michele, la giornalista e conduttrice Alda d’Eusanio, la cantante Fiordaliso, gli attori Andrea Roncato ed Enzo Salvi.
“Si tratta di un precedente importante per chiarire che la programmazione venatoria deve essere fondata su dati certi, raccolti nelle modalità previste dalla legge. Cosa che non è avvenuta in questo caso, come conferma questa pronuncia del Consiglio di Stato. Una pronuncia che potrà valere anche per altre Regioni e riguardanti altri animali”.
Lo ha detto Michele Pezone, l’avvocato che ha curato il ricorso presentato delle associazioni, che hanno espresso “soddisfazione per il risultato ottenuto in difesa di animali che rischiavano di essere uccisi senza alcun motivo reale, se non per fare l’ennesimo regalo alla lobby venatoria che rappresenta un bacino elettorale importante per una certa parte politica. Il Consiglio di Stato rimane un baluardo di legalità e di rispetto delle norme, sempre prezioso quando si tratta di arginare politiche che vanno contro gli animali e l’ambiente. Dedichiamo questa vittoria alle centinaia di migliaia di cittadini che hanno sostenuto le nostre iniziative a favore dei cervi abruzzesi e ai milioni di turisti che ogni anno affollano la Regione attratti dalla sua natura e dagli animali selvatici che la popolano”.
(da IL Fatto Quotidiano)

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UMBRIA, DOMENICA SI VOTA PER ELEGGERE IL PRESIDENTE DI REGIONE ED È TESTA A TESTA TRA LA CANDIDATA LEGHISTA DONATELLA TESEI, GOVERNATRICE USCENTE, E QUELLA DEL “CAMPO LARGO”, STEFANIA PROIETTI

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

A ESSERE DETERMINANTE SARÀ LA MANCIATA DI VOTI IN MANO AD “ALTERNATIVA POPOLARE”, IL PARTITO DEL SINDACO DI TERNI, CHE SOSTIENE LA TESEI (OVVERO COME I SOVRANISTI HANNO RAGGIUNTO IL FONDO DEL BARILE)

«Il cambiamento da portare avanti», per Matteo Salvini. «La sanità pubblica smantellata da ricostruire», per Elly Schlein. E ancora l’idea di «rivoluzione ambientale come grande opportunità di crescita sostenibile», rilanciata a Terni dal sindaco della Capitale Roberto Gualtieri, con il deputato Claudio Mancini.
Nell’ultima domenica di campagna elettorale, il viavai della politica per le elezioni regionali ha quasi intasato le strade della piccola Umbria, alle prese ieri pure col derbyssimo.
Si giocava Perugia-Ternana, che tra le colline del Cuore verde è un evento da 8mila spettatori anche in Serie C e stavolta ricordava in controluce un altro derby da campagna elettorale. Quello tra due sindaci-personaggio: l’istrionico Stefano Bandecchi, primo cittadino di Terni, segretario nazionale di Alternatica Popolare entrato da titolare nella squadra del centrodestra e Vittoria Ferdinandi, sindaca di Perugia fresca di elezione e chiamata a giocare il ruolo di spalla-fantasista nel centrosinistra.
La governatrice leghista Donatella Tesei, in corsa per il bis e la sfidante sindaco di Assisi e presidente della Provincia di Perugia Stefania Proietti (civica) sanno di avere davanti 5 giorni da sprint al fotofinish. Ancora ieri, hanno fatto tappa in Umbria pure il presidente del Pd Stefano Bonaccini, l’europarlamentare Marco Tarquinio, che gioca in casa perché è assisano come Proietti e la ministra per le disabilità Alessandra Locatelli, tornata a Perugia dopo aver organizzato tra Assisi e il capoluogo, meno di un mese fa, il G7 dell’inclusione.
Oggi arriva Carlo Calenda e giovedì a Perugia ci sarà Giorgia Meloni insieme a Salvini e Tajani. Il segretario della Lega, complici gli impegni istituzionali e le percentuali diverse rispetto al 2019, non s’è visto tanto quanto cinque anni fa quando percorse in lungo e in largo tutti i piccoli borghi della regione per portare la “sua” Tesei, allora senatrice, a vincere col 65 per cento e la Lega a quota 37 in una regione che un tempo si raccontava rossa
«A Todi ho incontrato una signora – ha ricordato Elly Schlein – che mi raccontava come per una risonanza magnetica le hanno detto di dover aspettare più di un anno, lei non aveva quell’anno da aspettare e ha dovuto tirare fuori 300 euro per andare in un ambulatorio privato»
La contesa si gioca anche sui giovani, non tanto sul loro voto, ma sulle ricette per invertire la tendenza di una regione d’emigrazione, che perde laureati a ritmo veloce diventando sempre più anziana e sempre più piccola: meno 34mila residenti in 10 anni, l’equivalente di un medio comune come Gubbio sparito. Il pepe è arrivato da un’inchiesta per abuso d’ufficio archiviata, che vedeva indagate la presidente Donatella Tesei e l’assessore a bilancio, turismo e fondi europei Paola Agabiti.
Al centro i fondi pubblici per il settore agricolo e l’azienda di proprietà del marito dell’assessore, in cui lavora pure il figlio della governatrice. «Archiviata perché il governo ha abolito il reato», l’attacco dal centrosinitra. «Non c’è nulla, solo indegna speculazione», la posizione del centrodestra. E ora lo sprint.
(da La Repubblica)

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L’ITALIA È LA NAZIONE PIÙ ANZIANA D’EUROPA: METÀ DELLA POPOLAZIONE SUPERA I 48 ANNI, UN QUARTO NE HA PIÙ DI 65. NEGLI ULTIMI 20 ANNI IL NOSTRO PAESE HA PERSO 3.5 MILIONI DI UNDER 35 (-21%)

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

MOLTI GIOVANI SONO PARTITI PER STUDIARE ALL’ESTERO E NON SONO PIÙ TORNATI. E TE CREDO: PERCHÉ DOVREBBERO PREFERIRE FARE I PRECARI PER DUE SPICCI A STIPENDI E OPPORTUNITÀ DECOROSE? L’87% DEGLI STUDENTI VEDE IL PROPRIO FUTURO LAVORATIVO NON IN ITALIA

L’Italia non è un Paese per giovani. E, anzitutto, non è un Paese di giovani. Al contrario. È il più anziano d’Europa. Secondo i dati di Eurostat, infatti, metà della popolazione italiana supera i 48 anni e circa un quarto più di 65. In sintesi, l’età media degli italiani è di 46,4 anni.
Calata in modo significativo la popolazione più giovane. Negli ultimi due decenni, infatti, abbiamo assistito a una riduzione di quasi 3,5 milioni di giovani under 35, con un tasso di decremento di circa il 21%. Questo fenomeno ha colpito particolarmente il segmento femminile, con una diminuzione di circa il 23%. Un dato che, rispetto all’incidenza dei giovani sulla popolazione, pone l’Italia ben sotto la media dell’Unione Europea. È anche per questa ragione che gli italiani hanno una visione pessimista, sul futuro dei giovani. Come mostra un recente sondaggio condotto da Demos per Repubblica. Quasi due terzi degli intervistati, infatti, ritengono che i giovani di oggi avranno, in futuro, una posizione sociale ed economica peggiore rispetto a quella dei loro genitori.
Negli ultimi 20 anni solo tra il 2012 e il 2017 si è osservata una valutazione sensibilmente più pessimista, con valori oltre il 70%. Tuttavia, allora la quota di coloro che ritenevano il futuro dei giovani in modo più positivo era maggiore. Superava di poco il 10%. Mentre attualmente è di poco al di sotto del 10%. Oggi, come ieri, invece, prevale decisamente l’atteggiamento opposto. La sfiducia. Che si traduce nella convinzione che sarà difficile, per i giovani sopravvivere in futuro. E al futuro. Visto che avranno pensioni inadeguate. Insufficienti. Così, se intendono fare carriera, l’unica strada possibile, per loro, è partire. Andarsene altrove. Oltre confine. In particolare, in Europa. Come già avviene. Molti giovani italiani, infatti, durante l’età degli studi partono per specializzarsi e qualificarsi in settori che in Italia non hanno centri di formazione (ritenuti) adeguati. O, più semplicemente, perché cercano opportunità e occasioni per nuove esperienze. Altrove. In altri Paesi. Si tratta di una tendenza utile e positiva, perché permette loro di sperimentare percorsi di formazione diversi. E perché, comunque, allarga gli orizzonti della nostra società.
Il problema è che molti di questi giovani partono. Ma non rientrano. Non solo perché trovano soluzioni e ambienti interessanti. Ma perché in Italia le opportunità di fare carriera e, comunque, di dare seguito alle competenze e alle esigenze acquisite sono ritenute inadeguate. Comunque, più limitate. Per questa ragione, nelle nostre indagini, abbiamo parlato, in alcune occasioni, di generazione “E”. Europea. In seguito, “G”. Globale. Per definire una generazione proiettata verso l’Europa e il Mondo. Oltre i confini. Perché i nostri confini sono divenuti sempre più angusti. E costrittivi. E per questo oltre 8 persone su 10, se pensano al loro futuro professionale, guardano e si proiettano oltre confine. Una misura che sale ulteriormente fra i più giovani e raggiunge l’87% fra gli studenti. Non ci sono, invece, grandi differenze, in base alla posizione politica e di partito. Anche se l’invito ad andare altrove appare un po’ più ampio fra gli elettori di centrosinistra.
Occorre sottolineare, inoltre, come questa tendenza abbia riflessi cognitivi significativi. In quanto modifica anche la nostra concezione della vita. E del suo percorso. In particolare, ha determinato e determina un mutamento significativo della definizione stessa della giovinezza. E, ovviamente, della vecchiaia. Agli occhi e nella testa dei cittadini, infatti, si è giovani sempre più a lungo. Mentre l’inizio della vecchiaia viene spostato più avanti, nel corso della vita. In altri termini: ci si percepisce per sempre o quasi sempre giovani. E, parallelamente, quasi mai vecchi. Secondo un sondaggio condotto da Demos per la Fondazione Unipolis nel 2022, infatti, si resta giovani fino a 51 anni. E si diventa vecchi a 74 anni. Secondo i più anziani, oltre gli 80. In altri termini, se si considerano le statistiche demografiche sulle aspettative di vita, si accetta la vecchiaia solo dopo morti.
Per queste ragioni dobbiamo guardare ai giovani con attenzione. Investire su di loro. Perché i giovani sono il futuro. E se si accetta di sbiadirne l’immagine, in realtà, si sbiadisce il futuro. Si delinea una società confusa e senza futuro. Perché, in questo modo, anche il presente è sbiadito. Anzi, è già passato.
(da La Repubblica)

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I DESTRONZI DE’ NOANTRI, CHE HANNO BRINDATO AL TRIONFO DI TRUMP, SI ACCORGERANNO PRESTO DI AVER FESTEGGIATO UNA VITTORIA DI PIRRO

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

LA POLITICA ESTERA SARÀ LA DISCRIMINANTE DI QUEL POPULISMO TRUMPIANO CHE HA SEDOTTO MINORANZE ETNICHE E CLASSE LAVORATRICE: “L’UNIONE EUROPEA CI STA DERUBANDO NEGLI SCAMBI COMMERCIALI E NOI LA DIFENDIAMO CON LA NATO”

Per uno che ha sadicamente strumentalizzato la famiglia, allontanando la moglie Melania, la figlia Ivanka col genero Kushner, il rampollo Baron, per non parlare dei “compagni di viaggio” (da Mike Pompeo a Nikki Halley) gettati via come kleenex usati, usare e abusare di colui che gli ha messo a disposizione la potenza propagandista di un social (X) per la riconquista della Casa Bianca non sarà un problema.
La sbandierata presenza di Elon Musk alla telefonata di Trump con Zelensky è avvenuta solo perché il prossimo presidente degli Stati Uniti aveva bisogno della presenza del ketaminico sudafricano naturalizzato americano che vuole occupare Marte: “The Donald” doveva dare una “carota” al premier ucraino, in attesa di rifilargli future “bastonate”.
Infatti, su input del Trumpone, presa la cornetta, Musk ha dovuto rassicurare l’ex comico che, dall’alto dei cieli, i satelliti della sua StarLink continueranno, “senza problemi”, a mandare avanti le comunicazioni dell’Ucraina.Le “bastonate” trumpiane per l’impaludato Zelensky arriveranno quando Putin sarà disponibile a una trattativa per chiudere la guerra.
Cosa che accadrà solo una volta che “Mad Vlad” avrà portato a termine la conquista di un’altra fetta del territorio ucraino (operazione già in atto nella regione di Kursk, occupata dai militari di Kiev, con 50mila soldati, di cui 20mila nordcoreani che rischiano la vita al posto di quelli russi, evitando così di perdere troppi consensi in patria).
La politica estera sarà la discriminante di quel populismo trumpiano che ha sedotto la classe lavoratrice e le minoranze etniche americane
E la politica estera sarà affilata come una ghigliottina: oltre ai dazi alla Cina e ai prodotti europei, calerà sugli onerosi aiuti militari e finanziari all’Ucraina, il 60 per cento dei quali sono sganciati dagli Stati Uniti (prima di girare i tacchi, Biden ha annunciato “un nuovo pacchetto di sicurezza di 425 milioni di dollari”), il restante è a carico dell’Unione Europea.
Seduto alla Casa Bianca, Trump aspetta solo di ricevere il sicuro no di Zelensky alle soluzioni di pace che saranno imposte da Putin (cioè: riprendersi Crimea e parte del Donbass), per chiudere il rubinetto degli aiuti all’Ucraina.
A quel punto, che farà una Unione Europea mai così disgregata? Troverà l’unità politica (e i soldi) per sostenere il paese invaso dalle truppe di Mosca?
Tutti i destronzi de’ noantri, che hanno brindato alla sua vittoria, si accorgeranno presto di aver festeggiato una vittoria di Pirro. E sarà interessante, con un alleato di governo trumpissimo come Salvini, assistere alle scelte di Giorgia Meloni.
Il camaleontismo della premier, sempre così pro-Biden e filo-Zelensky, davanti alle mosse di Trump, verrà messo a dura prova: la Ducetta alle vongole starà con l’Europa di Ursula o con l’America di Donald?
Terza via non c’è: il Tycoon col ciuffo trapiantato ha sempre sottolineato durante la sua campagna elettorale che dell’Europa se ne fotte. Peggio: la vuole fottere. Lo squaderna un pezzo dell’Ansa. In un recente comizio in Pennsylvania, improvvisando perfino un’imitazione di Angela Merkel con tanto di accento tedesco, Trump ha tuonato: “Vi dirò una cosa, l’Unione Europea sembra così carina, così adorabile, vero? Tutti quei bei paesini europei che si uniscono…”. Ma “non prendono le nostre auto. Non prendono i nostri prodotti agricoli. Vendono milioni e milioni di auto negli Stati Uniti. No, no, no, dovranno pagare un prezzo elevato”, ha detto rilanciando il suo ‘Trump reciprocal trade act’ che prevede di imporre una tariffa del 10% sulle importazioni da tutti i Paesi e dazi del 60% sulle importazioni dalla Cina. Del resto – aveva già accusato una settimana prima – ai suoi occhi l’Ue è una “mini Cina, non poi così mini”.
Le spese per la difesa sono l’altro atto di accusa di Trump verso i Paesi europei: l’Ue si “approfitta di noi” negli scambi commerciali” e “noi li difendiamo con la Nato: dovrebbe pagare quanto noi per l’Ucraina”, ha detto nei mesi scorsi, arrivando a minacciare di escludere dalla protezione dell’articolo 5 quegli alleati che non pagano abbastanza per la Nato, suo storico mantra antieuropeo.
All’inizio dell’anno il tycoon raccontò anche di quando disse ai leader dell’Alleanza che avrebbe addirittura “incoraggiato” la Russia a “fare quello che diavolo voleva” ai Paesi che non avevano pagato il dovuto. La Nato “è più importante per loro che per noi. Noi abbiamo un bellissimo oceano che ci separa” dai problemi. “Il giorno dopo – assicurò – miliardi e miliardi di dollari erano stati versati”. L’ultima stoccata: “L’Europa sembra così carina, ma ci sta derubando. Pensano che siamo stupidi”.
Dall’alto della potenza di fuoco americana, Trump, coadiuvato dal vice Vance ha il coltello dalla parte del manico e preferisce un ricattatorio bilateralismo: trattare con i singoli stati, costringendoli alle sue condizioni. E a rimetterci saranno i paesi più deboli come l’Italia, zavorrata dal più mostruoso debito pubblico europeo, che esporta ogni anno negli Usa prodotti per quasi 67 miliardi di euro (e ne importa 25, per un saldo commerciale positivo di 42 miliardi)
Vedrete, quanto la Melona rimpiangerà la democrazia liberale degli Obama, Clinton, Biden…
(da Dadoreport)

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INDUSTRIA DELL’AUTO: IN ITALIA A RISCHIO 50.000 POSTI DI LAVORO

Novembre 11th, 2024 Riccardo Fucile

E NON E’ TUTTA COLPA DEI CINESI

Sono già 25 mila i posti di lavoro a rischio In Italia nel settore dell’auto e a breve, se non aumentano i livelli produttivi, diventeranno almeno 50 mila. Questa la cruda analisi di Alix Partners per il tavolo dell’automotive presso il ministero delle Imprese. Il 2024 si chiuderà con meno di 500 mila veicoli prodotti in tutto. È l’effetto combinato di due fattori: lo stop al motore a scoppio dal 2035 (deciso dalla maggioranza dei Paesi Ue) e la spietata concorrenza cinese. Circostanze che però si innestano in un Paese dove la produzione è in calo dagli anni ‘90 e che quest’anno registrerà il peggiore risultato dal 1956.
Volenti o nolenti, Stellantis continua ad avere un ruolo chiave perché in Italia è l’unico grande produttore. E perché è difficile attirare nuove case in una fase in cui la domanda in Europa sta drammaticamente scendendo. Il ministro Adolfo Urso ha cercato di «convincere» Stellantis a produrre nel nostro Paese un milione di veicoli nel 2024, quota minima per difendere l’occupazione nella filiera. Ci ha provato con le buone (950 milioni di incentivi nel 2023) e con le cattive (il gruppo è stato costretto a cambiare nome alla Alfa Romeo Milano prodotta in Polonia e a togliere il tricolore dalle carrozzerie delle Topolino assemblate in Marocco). Ma non è servito a niente, come a nulla serve chiedere di restituire almeno in parte quello che il Paese ha dato al gruppo, perché Stellantis risponde così: «Fiat era un’altra realtà e oggi la famiglia Agnelli-Elkann è solo uno degli azionisti, la società non è più italiana, andiamo a produrre dove costa meno, punto».
La tempesta perfetta
Intanto mentre in Europa si litigava sul passaggio all’elettrico, la Cina ha sovvenzionato le sue aziende che ora sono una generazione più avanti in termini di tecnologia (tempo di ricarica delle batterie, infrastrutture di ricarica, software, user experience, tempo di sviluppo dei nuovi prodotti). La conseguenza è lo sbarco di auto elettriche made in China sul mercato europeo a costi competitivi (meno 20%). La reazione è stata quella dei dazi: dal 17 al 35% per i prossimi 5 anni. Una barriera commerciale necessaria a prendere tempo per innovare e recuperare competitività. Secondo i dati del rapporto Draghi, nei prossimi cinque anni la capacità produttiva dell’automotive europeo rischia di ridursi ogni anno del 10%. Ma se in Italia la produzione è in calo da trent’anni un motivo ci sarà. E da lì bisogna ripartire.
Costo del lavoro
Cominciamo a vedere il costo del lavoro nei Paesi europei dove Stellantis ha gli stabilimenti. Non è vero che l’Italia sia la più cara: per l’azienda il costo orario di un operaio metalmeccanico è di 29 euro, in Francia sale a 35 e in Germania a 44. Certo, in Polonia si scende a 12 euro e in Serbia a 7. Ma il confronto più interessante è con la Spagna, dove Stellantis ha già prodotto nel 2023 il milione di veicoli a cui noi aspiravamo. Qui il costo-azienda è di 25 euro l’ora. Confrontando gli stabilimenti di Melfi e Mirafiori con quelli di Saragozza e Madrid, secondo Stellantis, la differenza sul costo del lavoro è del 22% in più in Italia perché in Spagna c’è un grande utilizzo di personale interinale, mentre la produttività da noi è del 38% più bassa. Le ragioni sarebbero imputabili a un maggiore assenteismo rispetto alla Spagna (in ogni caso inferiore rispetto a quello della Germania) e più personale con ridotte capacità lavorative per motivi di età o sanitari. A Melfi e Mirafiori, però, la produttività è più bassa soprattutto perché i due stabilimenti italiani non viaggiano a pieno regime, e questo non dipende certo dai lavoratori. Inoltre, la produttività e il suo mantenimento dipende anche dagli investimenti (fatti o mancati). Va rimarcato che negli ultimi tre anni Stellantis ha incentivato il 20% del suo personale ad andarsene e a cogliere l’occasione sono spesso stati i più giovani. Oggi a Mirafiori l’età media dei dipendenti è di 57 anni. Con questo tipo di politiche del personale è difficile che la produttività cresca. Sul fronte della componentistica invece le aziende italiane segnalano una produttività più elevata rispetto a Francia e Spagna. È certamente improponibile pensare di recuperare competitività sulle retribuzioni in un Paese che ha visto uno dei maggiori cali dei salari reali tra i Paesi Ocse dal 1990 a oggi.
Il costo dell’energia
I costi di un assemblatore di automobili sono dovuti circa per il 10% al personale, un altro 12% dipende dall’energia. La comparazione fra i paesi europei dove Stellantis ha i sui stabilimenti mostra che l’Italia ha in assoluto il prezzo più alto: 103 euro al MWh, contro i 49,3 della Francia, i 71,4 della Germania, 92,1 della Polonia, 91,5 della Serbia e i 53,7 della Spagna. Si discute di un ritorno al nucleare attraverso i nuovi reattori modulari, ma ci vorranno almeno 12 anni, mentre la sopravvivenza del settore è in gioco adesso. Una strada la mostra il professor Massimo Beccarello, direttore del Centro di ricerca in economia e regolazione, dei servizi, dell’industria e del settore pubblico (Cesisp): «Nell’immediato una leva per rendere competitivi i settori strategici per il Paese possono essere le energie rinnovabili, vuol dire che innanzitutto il governo deve accelerare la produzione di eolico e fotovoltaico per raggiungere gli obiettivi che si è dato entro il 2030, contemporaneamente va affrontato il problema del prezzo. I costi di produzione delle rinnovabili sono più bassi, incluso quel 23% di energia prodotta da idroelettrico, ma poi viene tutta venduta allo stesso prezzo del gas. Bisognerebbe disaccoppiare i prezzi e destinare una parte di questa energia da rinnovabili ai settori a rischio delocalizzazione». Questa separazione dal prezzo del gas è peraltro prevista dal nuovo regolamento europeo (Ue 2024/1747) sul mercato elettrico.
Una logistica scarsa
Secondo i dati forniti dalle imprese della componentistica al ministero delle Imprese e Made in Italy, il costo della logistica in Italia è allineato a quello spagnolo, mentre Stellantis segnala che nei suoi siti produttivi in Italia (come Atessa, Cassino, Melfi e Pomigliano), i costi sono ancora «significativamente» più elevati rispetto agli altri Paesi europei. Un problema legato «a ritardi nei potenziamenti delle reti di trasporto e intermodalità insufficiente, che aumentano i costi di spedizione e rallentano il flusso logistico». Per quanto riguarda Atessa – segnala sempre Stellantis – servirebbero: un collegamento ferroviario verso il Tirreno, il completamento della Fondovalle Sangro per agevolare i collegamenti con Pomigliano e Cassino e il potenziamento della piattaforma logistica di Saletto Fossacesia con la costruzione dell’ultimo miglio ferroviario per favorire l’uscita delle merci. Trattandosi di investimenti mirati devono però essere vincolati alla continuità produttiva di questi stabilimenti, onde evitare di spendere soldi in infrastrutture che poi non vengono utilizzate perché l’impianto chiude. Dall’indagine di Alix Partners emerge poi che le nostre imprese della componentistica sono troppo piccole per la competizione globale: hanno un fatturato medio inferiore del 20% rispetto a quelle francesi e del 50% rispetto alle tedesche. Il settore, inoltre, dovrebbe investire di più in ricerca e sviluppo, anche in considerazione del fatto che il costo di un ingegnere in Italia è addirittura più basso che in Cina.
Assenza di programmazione
Tornando al nostro unico maggior produttore: è vero che Fiat ha ricevuto dal Paese più di quanto ha dato, ma è altrettanto vero che i governi che si sono succeduti negli ultimi 50 anni non hanno fatto quello che era necessario per avere un rapporto alla pari. Al gruppo partecipato dalla famiglia Agnelli è stato concesso di non avere concorrenti nel Paese (basti pensare alla mancata vendita di Alfa Romeo a Ford), mentre in Spagna i produttori sono diventati cinque. Quando era il momento propizio, poi, lo Stato italiano non ha nemmeno cercato di diventare azionista. Era il 2002 quando Fiat, in estrema difficoltà, si rivolse al governo. Il ceo, Paolo Fresco, fu ricevuto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non a palazzo Chigi ma ad Arcore. Lo Stato decise di non investire sul gruppo. E il consiglio di Berlusconi fu quello di fare un restyling dei modelli Fiat e cambiare il marchio mettendo Ferrari. Ora dobbiamo scegliere se continuare a lamentarci per le scelte sbagliate del passato e dell’ingratitudine di Stellantis o se cambiare passo. Al momento il rapporto con il governo è ai minimi storici e ad andarci di mezzo sono anche le aziende della componentistica. L’idea di politica industriale nel nostro Paese sta nell’ultima legge di Bilancio: i 4,6 miliardi stanziati dall’esecutivo Draghi per il settore automotive da spendere entro il 2030 sono stati cancellati con un tratto di penna.
Milena Gabanelli e Rita Querzè
(da corriere.it)

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