Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“HANNO MESSO UN LORO AMICO CHE FA NCC A FROSINONE A GUIDARE I SERVIZI CULTURALI DI QUESTO PAESE. PERCHÉ LUI?” … “GIORGIA MELONI TIRA A CAMPARE, NON GOVERNA. VEDO UN DAY BY DAY, TIPICO DI UN’INFLUENCER. MA ANCHE PER LE INFLUENCER ARRIVA IL PANDORO PRIMA O POI. NON NECESSARIAMENTE A NATALE”
Parlando con Matteo Renzi, si capisce quel “camerata” rivolto al presidente del Senato Ignazio La Russa, non è un normale screzio d’Aula. Vuole farne una questione politica: «Cercano di far tacere chi non la pensa come loro. Non parlo di minaccia democratica ma certo c’è un uso proprietario delle istituzioni. Stai con me? Bravo. Sei contro? Ti faccio una legge ad personam e ti stacco il microfono in diretta Tv».
Scusi, Renzi, al di là del battibecco di ieri, lei accusa il presidente del Senato di gestire l’Aula in modo non corretto?
«Quello che lei chiama battibecco è gravissimo. L’obbligo del presidente del Senato è quello di consentire il dibattito, tutelando i diritti soprattutto delle opposizioni. E invece: non si può discutere la manovra perché è stato introdotto dal governo un monocameralismo di fatto e poi in Aula, invece di garantire l’ordine quando il suo partito rumoreggia, La Russa attacca un senatore dell’opposizione. Follia!».
Però lei ha delle responsabilità nell’elezione di quello che chiama “camerata”, è storia.
«Bastano i numeri a smentire questa ricostruzione. La Russa è passato con trenta voti delle opposizioni. Noi ne avevamo cinque. Ammesso e non concesso che Italia Viva abbia votato per lui, i nostri consensi sarebbero stati ininfluenti: dove sono i 25 voti decisivi?».
Andiamo oltre. Sta dicendo che c’è un tema di agibilità democratica di un’Aula del Parlamento?
«Dico che l’arbitro non può fermare un giocatore perché gli sta antipatico. E dico che c’è un uso illiberale delle istituzioni: Lollobrigida ferma un treno perché è in ritardo; un parlamentare spara, perché è Capodanno; la premier fa meno conferenze stampa di Putin; sua sorella esige una norma ad hoc contro un senatore, reo di averla criticata».
È illiberale il principio che un senatore della Repubblica non può prendere soldi da Stati stranieri?
«A me va bene votare una norma che dica questo. Come votare una norma che dica che un parlamentare non può fare altri lavori. Ma qui è diverso: di notte si è presentato un subemendamento che ha come obiettivo colpire personalmente me perché ho osato criticare le sorelle della Garbatella».
È una questione di metodo?
«Le norme ad personam, scritte alle quattro del mattino a Chigi e presentate dai relatori nottetempo non sono degne di un Paese civile. Io posso fare anche gratis le mie conferenze. Ma non accetto che una maggioranza aggredisce uno dell’opposizione. In settanta anni non era mai successo. Ma la ragione è semplice».
Quale sarebbe?
«Una ritorsione nei miei confronti da parte delle Meloni, dopo che ho sollevato il tema delle nomine all’Ales. Hanno messo un loro amico che fa NCC a Frosinone a guidare i servizi culturali di questo Paese. Perché lui? E aggiungo: invece di avere paura di chi, come me, paga le tasse in modo trasparente, dovrebbero preoccuparsi chi non fa fattura e alimenta il nero, attività caratteristica di diversi ambienti della destra romana».
Frase allusiva. Sta dicendo “io so, ma non ho le prove? ” ?
«Non alludo. Combatto a viso aperto. E il 2025 sarà un anno interessante. Chi vivrà vedrà».
Però l’opposizione è inchiodata allo stesso punto.
«Questa è la forza di Giorgia Meloni. Lei tira a campare, non governa. Ma è lì grazie alle divisioni della sinistra».
Vede in atto una radicalizzazione per stabilire un rapporto con Trump?
«No, vedo un day by day, tipico di un’influencer. Va di moda Biden, e si segue Biden, Va di moda Trump, e si segue Trump. Ursula no, Ursula sì. Non c’è un’idea di Paese, di Europa, di mondo ma il tentativo di prendere il consenso della gente usando in modo spregiudicato famiglia, persone, rapporti. Ma anche per le influencer arriva il Pandoro prima o poi. Non necessariamente a Natale».
È d’accordo con Bersani sull’inutilità di un partito di centro?
«No. Bersani e gli altri teorici della ditta hanno attaccato chi come me, e prima ancora Veltroni, sognava la vocazione maggioritarie. Hanno preferito perdere il Paese pur di riprendersi la ditta. Non polemizzo con Bersani che pure è stato il primo testimone dell’accusa su Open, processo finito nel nulla. Ma sul centro non la penso come lui».
Vuole polemizzare sulla Margherita?
«Questo sì. Un partito di centro serve. E sarà decisivo. Senza un centro cattolico, liberale, riformista accanto al Pd di Schlein, le elezioni non si vincono. Ho l’ambizione di costruirlo, non di guidarlo. E non voglio regalare il voto dei garantisti, degli imprenditori, dei cattolici a questa destra illiberale». «Lo spazio c’è e va coperto. La destra della Meloni e molto diversa dalla destra di Berlusconi: è una coalizione giustizialista che rifiuta la cultura liberale. Non dimentichiamo adesso che sono stato assolto su Open che il partito che insieme ai Cinque Stelle ha massacrato la mia famiglia è stato proprio Fratelli d’Italia».
Chi guida il centrosinistra?
«Chi ha più voti. E il centro lo guida chi ha più idee».
(da La Stampa)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
DIVERSI GIOVANI FERITI MA LE AMBULANZE ARRIVANO DOPO OLTRE MEZZORA
Da stamattina è in corso uno sgombero al Forte Portuense, da anni occupato. Sul
posto, verso le ore 9 di oggi, lunedì 30 dicembre 2024, sono arrivati carabinieri e polizia di Stato. Non sono mancati scontri fra gli agenti e i giovani presenti. Alcune persone sono rimaste ferite alla testa e al naso.
Secondo quanto appreso da Fanpage.it, davanti al Forte Portuense sarebbe stato in corso un presidio pacifico, quando sono arrivati sul posto gli agenti a bordo di sette camionette della celere che lo hanno accerchiato.
Arrivata la polizia posto, in breve tempo si è alzata la tensione fra occupanti e agenti che, secondo quanto riporta chi si trovava lì, avrebbero negato ogni tentativo di dialogo e portato via un ragazzo impedendogli di parlare con il suo avvocato. “Ancora non sappiamo dove si trovi adesso”, hanno fatto sapere dal collettivo Tortuga.
Altri due ragazzi sono stati portati via: il primo non voleva lasciare lo spazio occupato, l’altro perché aveva lanciato oggetti contro gli agenti.
La situazione si è scaldata ancora di più fino ad arrivare alle cariche degli agenti che hanno iniziato le cariche verso le persone che si trovavano lì, al Forte Portuense. Si tratterebbe di circa una cinquantina di persone quelle presenti davanti alle cariche degli agenti.
In particolare alcune sarebbero rimaste ferite alla testa e al naso, in alcuni casi, invece, secondo quanto dichiarato da chi si trovava lì, si sarebbero ritrovate le mani al collo.
In particolare, una ragazza perde sangue dalla testa, mentre un altro resta a terra dolorante. Soltanto dopo oltre mezz’ora di attesa dalla richiesta di intervento da parte dei soccorritori, le persone ferite non sarebbero state ancora soccorse da un’ambulanza né trasportate in ospedale per essere sottoposte alle cure del caso.
La tensione resta alta: le ambulanze stanno arrivando sul posto soltanto adesso.
“Immotivate cariche”
Giovanni Barbera, membro del comitato politico nazionale di Rifondazione comunista, è intervenuto sulla vicenda. E ha commentato: “Condanniamo le brutali cariche a più riprese delle forze dell’ordine contro il pacifico presidio di una cinquantina di persone che protestava contro lo sgombero dell’occupazione del Forte Portuense, in atto a Roma da questa mattina dalle 9. Il presidio è stato accerchiato da 7 automezzi e aggredito a manganellate senza alcuna evidente giustificazione, come si evince dai video che stanno circolando su tale inquietante episodio e di cui siamo venuti in possesso. Ci sono feriti sanguinanti a terra, colpiti alla testa, che al momento in cui siamo stati avvisati ancora attendevano di essere soccorsi dalle ambulanze. Chiediamo che su tale ennesimo grave episodio che vede ancora una volta protagoniste le nostre forze dell’ordine si faccia immediata chiarezza. Non è accettabile che la gestione dell’ordine pubblico si traduca sistematicamente in violenti e immotivati pestaggi dei manifestanti, come ormai succede da troppo tempo”.
(da Fanpage e Roma Today)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
TRADOTTO: L’INPS SARÀ COSTRETTO A DECURTARE IL CONTRIBUTO O A BLOCCARE LE DOMANDE, UNA VOLTA RAGGIUNTO IL LIMITE
A sostegno della natalità e della famiglia, primo punto del programma elettorale di Giorgia Meloni, la legge di Bilancio ha confermato alcune misure e introdotto qualche novità.
Fra queste, c’è la “Carta nuovi nati” o bonus bebè: un sostegno una tantum, pari a 1.000 euro, riservato solo ai bimbi nati o adottati dal 1° gennaio 2025 (ne hanno diritto le famiglie con Isee fino a 40 mila euro). Spesa: 330 milioni di euro per l’anno 2025 e 360 milioni di euro annui a decorrere da 2026. Secondo le proiezioni dell’Istat, però, la platea potenziale è stimata in 380 mila beneficiari.
Dunque, l’importo necessario sarebbe più alto di quanto stanziato e questo costringerebbe l’Inps o a decurtare il contributo o a bloccare le domande, una volta raggiunto il limite.
Fra gli interventi confermati, il principale è l’Assegno unico e universale. Introdotto a marzo 2022 dal governo di Mario Draghi, questa misura ha inglobato tutti gli interventi a sostegno della genitorialità e natalità.
La prima versione riconosceva a tutti (indipendentemente dalla condizione lavorativa e senza limiti di reddito) un contributo per il figlio, dal settimo mese di gravidanza fino ai 21 anni di età (o senza soglia in caso di disabili), con un importo che aumentava al diminuire dell’Isee.
Oggi prevede un contributo con una forbice compresa fra i 57 e i 199 euro al mese. Stando ai dati dell’Osservatorio dell’Assegno unico universale dell’Inps, nel 2023, la media mensile dei beneficiari è stata di 5.672.708 famiglie con un importo medio mensile per figlio pari a 162 euro.
Confermato ed esteso il “bonus asilo nido”, altro tassello del programma elettorale. Qui, l’impegno era quello di offrire asili nidi gratuiti e aperti fino all’orario di negozi e uffici con un sistema di apertura a rotazione nel periodo estivo per le madri lavoratrici.
Tuttavia, al momento, ci si dovrà accontentare di aiuti più limitati: per i nati dal 2024 in nuclei con redditi Isee inferiori a 40 mila euro, il beneficio sarà portato a 3.600 euro e riconosciuto a prescindere dalla presenza di altri figli (ma i fondi aggiuntivi stanziati potrebbero non bastare in caso di più richieste del previsto).
Inserita anche l’estensione del periodo di congedo parentale – indennizzato all’80% della retribuzione – a tre mesi complessivi entro il sesto anno di vita del figlio. Esteso anche il bonus mamme alle lavoratrici a tempo determinato e autonome (se non hanno optato per il regime forfettario).
Si tratta di uno sgravio contributivo che, dal 2025, è riconosciuto alle lavoratrici madri di due o più figli fino al compimento del decimo anno d’età del più piccolo, mentre dal 2027 l’esonero contributivo spetterà fino al compimento della maggiore età del più piccolo (sempre per le madri con tre o più figli). Anche in questo caso, tuttavia, l’esonero è riconosciuto soltanto a condizione che la retribuzione o il reddito imponibile ai fini previdenziali non sia superiore a 40 mila euro annui.
Molto discusso, infine, l’aumento del tetto per le detrazioni fiscali per le spese scolastiche nelle scuole paritarie: innalzato da 800 a mille euro. Per le opposizioni «un insulto al principio costituzionale che dovrebbe garantire una scuola pubblica, gratuita e accessibile a tutti».
(da La Stampa)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
C’E’ UNA STRADA TUTTA POLITICA
Tempo, il fattore tempo è un aspetto chiave della vicenda della giornalista Cecilia
Sala, il cui arresto è avvenuto a Teheran lo scorso 19 dicembre ed è stato reso pubblico una settimana più tardi. Ieri il dipartimento Usa a Repubblica ha invitato l’Iran «a rilasciare i detenuti arrestati arbitrariamente», dando conferma che la vicenda è legata a doppio filo con quella di Mohammad Abedini Najafabani, ingegnere 38enne, con doppio passaporto svizzero iraniano, fermato all’aeroporto di Malpensa il 16 dicembre scorso.
Però proprio Repubblica oggi, in un pezzo a firma di Giuliano Foschini, sottolinea come ci vogliano non meno di due mesi perché la Corte di appello di Milano decida sull’estradizione dell’ingegnere accusato negli Stati Uniti di associazione per delinquere, violazione delle leggi sull’esportazione e sostegno a una organizzazione terroristica.
L’Iran aspetta dall’Italia segnali molto prima: il governo di Teheran non ha nascosto ieri all’ambasciatrice Paola Amadei che vedrebbe come un gesto di grande attenzione la concessione degli arresti domiciliari verso l’uomo, per esempio. Non a caso l’avvocato di Najafabadi, Alfredo de Francesco, presenterà una richiesta al tribunale di Milano nelle prossime ore. C’è poi una seconda via.
La mossa “Nordio” (che al momento sembra impossibile)
C’è una via, tutta politica, per scarcerare subito Najafabadi, spiega il quotidiano. E si basa sul secondo comma dell’articolo 718 del codice di procedura penale che prevede, in caso di un detenuto in attesa di estradizione, come la revoca della misura «cautelare è sempre disposta se il ministro della giustizia ne fa richiesta».
Una mossa forte sì, ma se il ministro Carlo Nordio volesse la liberazione dell’iraniano potrebbe esser immediata. Come accadde nel 2022, quando la Russia chiese l’estradizione del regista ucraino Yeven Eugene Lavrenchuk, fondatore del Teatro Polacco a Mosca. Arrestato a Napoli in un albergo mentre stava per partire per Tel Aviv fu rilasciato su richiesta del ministro a marzo (sotto la guida ministeriale di Marta Cartabia). In quel caso però era scoppiato un conflitto tra Mosca e Kiev e il ritorno del russo in terra natale sarebbe stato molto pericoloso per il regista stesso. In questo caso oltre al mantenimento dei buoni rapporti con gli Usa il ministero, “liberando” l’ingegnere smentirebbe, sé stesso. Perché è stato proprio via Arenula a chiedere il «mantenimento della misura cautelare» sull’uomo, dopo l’arresto del 16 dicembre. Perché esiste un pericolo di fuga. Gli americani stanno preparando la richiesta di estradizione inviando, così come prevede la legge, tutti i documenti dell’accusa tradotti, con una perizia giurata, in italiano.
Una volta ricevuto il ministero girerà gli atti al procuratore generale di Milano. Secondo il legale dell’uomo non ci sono le condizioni per l’estradizione.
Il legale dell’iraniano: perché l’estradizione non è fattibile. «Rischia negli Usa condizioni carcerarie inaccettabili per il nostro diritto»
L’avvocato di Najafabadi sostiene che non ci siano le condizioni per l’estradizione perché due dei reati che vengono contestati al cittadino iraniano sono punibili negli Stati uniti con l’ergastolo. Un carcere a vita senza benefici come in Italia. E Cassazione, Corte costituzionale e anche la Corte europea hanno stabilito che «non è possibile estradare in paesi dove sono previsti trattamenti inumani e degradanti». «E il mio assistito, con accuse di terrorismo – afferma a Repubblica l’avvocato De Francesco – rischia negli Usa condizioni carcerarie inaccettabili per il nostro diritto».
(da Open)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
UNA RITORSIONE PER L’ARRESTO DELL’IRANIANO MOHAMMAD ABEDINI-NAJAFABADI: IL REGIME CHIEDE LA SCARCERAZIONE DEL TECNICO DEI DRONI, ARRESTATO SU MANDATO DEGLI STATI UNITI (CHE CHIEDONO L’ESTRADIZIONE E NON ACCETTANO RIPENSAMENTI),,, L’IPOTESI DEI DOMICILIARI È IMPROBABILE: GLI AMERICANI NON SI FIDANO DOPO LA FUGA DEL RUSSO ARTEM USS
Oggi l’autorità giudiziaria iraniana dovrebbe formalizzare i capi d’accusa contro Cecilia Sala, da undici giorni detenuta nel carcere di Evin, a Teheran. Le imputazioni verranno raccolte dall’avvocato messo a disposizione dall’ambasciata. Anche se ormai, in ambienti di governo, ci si prepara a una trattativa lunga e giocata, soprattutto, su altri tavoli.
Se immediatamente dopo l’arresto nell’esecutivo si respirava un moderato ottimismo, negli ultimi giorni qualcosa ha raffreddato gli animi e adesso si parla più vagamente di «tempi che possono anche diventare più lunghi di quelli del caso di Alessia Piperno», liberata dopo 45 giorni.
Per questo, la Farnesina si è attivata soprattutto per ottenere rassicurazioni sul trattamento riservato a Sala in carcere. Proprio ieri, l’ambasciatrice italiana nella Repubblica islamica, Paola Amadei, ha incontrato il viceministro degli Esteri iraniano Vahid Jalalzadeh ottenendo garanzie principalmente su due fronti: la tutela delle condizioni di detenzione della giornalista italiana e, non meno importante, il consolidamento del canale di comunicazione e di collaborazione a livello politico e diplomatico che si è aperto con il regime.
Le trattative per la liberazione sono invece in mano all’intelligence. Ieri Palazzo Chigi ha informato i vertici del Copasir degli ultimi sviluppi e spiegato la necessità di mantenere ancora un alto livello di riservatezza e di prudenza.
Punto sul quale si sta dimostrando una forte collaborazione istituzionale, anche con le opposizioni. L’organo parlamentare di controllo sui servizi segreti, infatti, non si riunirà nei prossimi giorni per discutere l’argomento, come sarebbe altrimenti di prassi.
Allo stesso modo, i partiti di centrosinistra non insisteranno nel chiedere al ministro degli Esteri Antonio Tajani di riferire in Parlamento. Frutto di un accordo che prevede, da parte del governo, la promessa di tenere informati in via del tutto informale i leader del centrosinistra.
(da agenzie)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
CON IL PROGETTO DI LEGA NAZIONALE NAUFRAGATO, LA BASE DEL CARROCCIO HA TROVATO IL SUO PORTAVOCE…DA FRATELLI D’ITALIA MINIMIZZANO: “SONO SPARATE CHE SERVONO A DARE SEGNALI ALL’INTERNO DI UN PARTITO IN FIBRILLAZIONE”
Il capogruppo del senatori del Pd Francesco Boccia l’ha buttata lì al collega leghista
Massimiliano Romeo. «Siamo pronti a farle spazio qui tra i banchi dell’opposizione, perché mi sa che si sentirebbe più a suo agio». Un invito ironico ovviamente respinto, ma la battuta ci stava alla luce dell’intervento dell’esponente della Lega nell’Aula di Palazzo Madama e, più in generale, per le uscite di diverse figure di primo piano di via Bellerio.
Dalla nostalgia di Matteo Salvini per il Viminale ai distinguo sulla strategia nei confronti dell’Ucraina, dalla difesa della legge sull’Autonomia (anche rispetto alle critiche di Forza Italia) fino alla presa di distanza, seppur solo a parole, dalla norma anti-Renzi, c’è chi intravede nella Lega la voglia di un rinnovato protagonismo dentro il centrodestra, radicalizzando le posizioni per marcare le differenze, soprattutto con chi elettoralmente è il concorrente interno (gli azzurri).
Salvini al recente congresso della Lega lombarda, dove proprio Romeo è stato eletto sull’onda di dure critiche alla gestione del partito, ha ricordato che il 2025 sarà senza elezioni (nei Comuni sono state rinviate al 2026, è probabile che il governo sposti le Regionali). È la condizione migliore per rilanciare le battaglie identitarie insieme a quelle che possono portare consensi quando si tornerà alle urne.
Quindi, ecco l’Ucraina per cogliere la crescente insofferenza degli italiani per la guerra. Ecco l’Autonomia per tener buoni i governatori del Nord (Luca Zaia in particolare). Ecco la rivendicazione della linea dura sull’immigrazione. Ecco il nuovo Codice della strada e il ponte sullo Stretto. Un modo di «marciare divisi per colpire uniti» (il centrosinistra), secondo la strategia di un glorioso generale prussiano.
Ma non si preoccupano granché dalle parti di FdI: quelle della Lega vengono derubricate a «sparate» funzionali a «dare segnali all’interno di un partito in fibrillazione». I forzisti, invece, mostrano qualche traccia di nervosismo perché «va bene tirar fuori la castrazione chimica anche se tutti sappiamo che non si discuterà mai in concreto, ma provare a frenare sulle armi in Ucraina crea problemi di immagine al Paese».
È vissuta grosso modo così, in casa degli alleati, la nuova stagione leghista. «Credevamo che fosse una strategia da campagna elettorale, invece sembra tornata quella Lega di protesta, meno attenta, rispetto al passato, al suo profilo di responsabile forza di governo», osserva uno dei massimi dirigenti del partito di Meloni.
Nessun terremoto possibile, quindi, anche perché all’ipotesi rimpasto non crede nessuno. «Ma nemmeno Salvini stesso» sibila un alleato che confida tuttavia di «non capirne la strategia». Serpeggiano però preoccupazioni in vista dei prossimi possibili conflitti in Aula: il voto per il decimo pacchetto di armi da inviare in Ucraina, e le modifiche al ddl sicurezza.
Ora che il progetto della “Lega nazionale” è naufragato elezione dopo elezione, ora che il consenso al Sud si è prosciugato e che consiglieri e amministratori locali sono migrati verso le più sicure sponde di Forza Italia, i leghisti di Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Piemonte tentano di riacquistare peso.
I governatori del Carroccio — Zaia, Fontana e Fedriga — da tempo hanno mosso rilievi critici e invocato maggiore attenzione al leader. Loro però non sono in prima fila, in questa partita. È diventato Romeo, come detto vincitore del congresso lombardo con tanto di ritirata del candidato di riferimento di Salvini, il riferimento di tutta un’area di malcontento interna.
A cosa approderà il riposizionamento in corso lo si capirà solo nei prossimi mesi. C’è chi, dietro anonimato, parla di una possibile corrente di minoranza destinata a crescere. Chi di un primo passo verso una sfida più aperta alla leadership di Salvini.
Sarà davvero Romeo l’alter ego del “capitano” di un tempo? Certo è che la recente sentenza di assoluzione nel processo Open Arms di Palermo ha facilitato le manovre interne.In caso di condanna, tutto il partito si sarebbe chiuso a riccio in difesa del segretario federale. Da quel 19 dicembre invece paradossalmente i giochi si sono riaperti.
Le stesse dichiarazioni di Romeo si spiegano proprio con una maggiore libertà di movimento. Dopodiché è assai difficile, va detto, che tutto questo approdi a qualcosa di concreto già in vista del congresso né è un caso che Salvini abbia accelerato sui tempi senza fare chiarezza sulle regole per celebrarlo.
L’obiettivo del segretario è la rapida rielezione, magari per acclamazione, entro i primi di marzo. Chiudere come fosse una formalità, evitando di concedere spazi e voce a una potenziale opposizione. Quel che il leader non potrà evitare è che al congresso si levino critiche alla linea.
“Salviniano” si dichiara anche Romeo, che però a differenza di altri non è una creatura del capo: fu alla guida dei giovani padani negli anni ’90, prima di lasciare il posto proprio all’amico Matteo.
(da la Repubblica)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“LA SUA MASSIMA COMPETENZA NON È SOLO LA LOGISTICA MILITARE E CIVILE DI CUI CONFESSA DI ESSERE INNAMORATO. LO APPASSIONA PURE LA MUSICA DELLA CARRIERA” … GIORGIA MELONI ORA SPEDISCE L’ALPINO NEL CONO D’OMBRA DEI SERVIZI, NON CAPO, MA VICECAPO
Dietro le medaglie, l’uomo. Dietro l’uomo, l’alpino. Dietro l’alpino, il patriota. Dietro il patriota, l’intera nazione. E dietro l’intera nazione, anche al netto di qualche fregatura, finalmente di nuovo l’uomo.
Al secolo Francesco Paolo Figliuolo, con il dittongo, la penna, la tromba, il moschetto, detto Il Generalissimo Multitasking, un metro quadrato di decorazioni sul petto, compresa la stella cometa e secondo Maurizio Crozza, massimo esperto di facce e comportamenti dei nostri migliori campioni, anche la bottoniera con l’interfono per le emergenze che quando suona l’allarme lui, il generale, è sempre pronto, anzi prontissimo. Parola d’ordine strillata: “Fuoco a tutte le polveri!”.
Dall’Afghanistan al Kosovo ha comandato contingenti per conto della Nato. Dal Kosovo al Covid ha governato la somministrazione dei vaccini per conto di Mario Draghi. Dal Covid alle alluvioni in Emilia Romagna ha sovrinteso gli aiuti a singhiozzo per conto di Giorgia Meloni.
Mentre da domani si prepara a misurarsi di nuovo sull’intero scacchiere internazionale per difendere la Patria, spiare i malvagi del terrorismo internazionale, misurare i vantaggi e gli svantaggi delle guerre in corso, esplorare i labirinti e le opportunità di quelle future, nei nuovi panni di vice comandante dei Servizi segreti esteri. Suo viatico preferito: “Sono abituato a vincere”.
La sua massima competenza non è solo la logistica militare e civile di cui confessa di essere innamorato: “Mi piace moltissimo, la trovo romantica ”. Lo appassiona pure la musica della carriera, visto che si fa trovare sempre sull’attenti e pronto alla nomina.
Compresa la più clamorosa, quella di commissario speciale per gli aiuti all’Emilia-Romagna dopo la catastrofica alluvione del maggio 2023, 17 vittime, 36 mila sfollati, 100 comuni coinvolti, una stima da 10 miliardi di euro di danni.
Giorgia Meloni – che passeggiò con Ursula von der Leyen tra gli sfollati, coadiuvata da una dozzina di telecamere – era tanto addolorata da quel paesaggio di vite finite nel fango, che impiegò quaranta giorni per scegliere un commissario straordinario. Quaranta giorni e quaranta notti, purché non fosse Stefano Bonaccini, Visto che c’erano le amministrative in ballo. E dal cilindro del sommo cinismo venne fuori la penna sull’attenti dell’alpino.
Figliuolo sorvolò. Misurò. Allestì tende e conferenze stampa. Promise. Inciampò. Si eclissò. Coprì il governo che intanto stanziava trenta milioni di spiccioli dopo averne promessi milletrecento. Tutto rallentò di mese in mese. La sua “macchina rombante”, “la macchina che tutto il mondo ci invidia”, si ingolfò. Passato un intero anno, il generalissimo si risvegliò. Trasalì.
Tentò una ingegnosa manovra diversiva dettando una lettera a sé stesso, ma astutamente indirizzata ai sottoposti, intimando loro di attuare con “somma urgenza” gli “interventi ancora incompleti” da “finalizzare in modo pieno e rigoroso”.
A completare il pasticcio vennero le elezioni regionali, novembre 2024. Perse dalla destra, vinte dall’erede di Bonaccini, Michele De Pascale. Da qui la ritirata strategica di Meloni, coperta dai fumogeni della propaganda, che per parlare d’altro, ora spedisce l’alpino con il record di medaglie e nastrini nel cono d’ombra dei Servizi, non capo, ma vicecapo, bye bye. Ci dirà il futuro se per sempre o cosa.
In quanto al passato è storia già stampata per i posteri quella di Francesco Paolo Figliuolo, nella autobiografia accarezzata a quattro mani in compagnia di Beppe Severgnini, 304 pagine incoronate dal titolo Un italiano, che risulta la più sorprendente tra le molte rivelazioni che contiene.
Scopriamo, per esempio, che Figliuolo ama la pace, si considera un buon padre di famiglia, “un patriota”, “un uomo generoso”, “religioso”, “affettuoso”. “Vanitoso”, ma con giudizio. “Impulsivo”, ma senza portare rancore. “Severo, ma non crudele”. Insomma un capolavoro nato a Potenza nell’anno 1961.
Studente sveglio e volenteroso. Allievo dell’Accademia militare di Modena, nutrito con “lo spirito di corpo” e “l’attaccamento alla nazione”. Innamorato della penna sul cappello: “Essere alpino non è una professione, ma una scelta identitaria”.
Diventa generale di divisione in ambito Nato, fino all’incarico di Comandante logistico dell’Esercito italiano. È in quella operosa trincea che lo pesca Mario Draghi, dicembre 2021, in piena pandemia Covid 19, per sostituire Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza durante il governo Conte .
Salito al volante della nazione, Figliuolo promette: “Vaccineremo tutti, vaccineremo chi passa”, siamo “una macchina rombante” che corre verso il traguardo della immunità di gregge.
Salvo accorgersi, in corso d’opera, che le varianti del virus hanno imboccato altre strade, altri svincoli destinati a moltiplicarsi. Ma intanto, grazie a “una certa considerazione che ho di me stesso”, si dichiara vincitore: “Ho contribuito a vaccinare una grande democrazia”. Frase che letta due volte non vuol dire nulla, ma alla terza vale una medaglia sul petto, se ci fosse posto.
(da agenzie)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“IL DISCORSO DOVREBBE INCARDINARSI SU QUESTE DUE PAROLE: ASTENSIONISMO E PARTECIPAZIONE”… IL PRESIDENTE CHIEDERÀ PIÙ PARTECIPAZIONE ALLE SCELTE COLLETTIVE E RICORDERÀ CHE LA DEMOCRAZIA NON VIVE SE VIENE SVUOTATA DA DENTRO. E SE I CITTADINI FUGGIRANNO DALLA POLITICA A VINCERE SARANNO QUEI POTERI ECONOMICI CHE CONTROLLANO LE NUOVE TECNOLOGIE
Astensionismo e partecipazione. Dovrebbe incardinarsi su queste due parole di segno
opposto la parte più politica del messaggio che Sergio Mattarella rivolgerà agli italiani domani sera, in un appello che — sintetizzato così — fa quasi pensare a uno scongiuro istituzionale.
Ciò che capita sempre più spesso nel nostro Paese, dove l’astensionismo alle urne cresce con un ritmo che è l’esatto contrario della partecipazione in drastico calo dei cittadini alla cosa pubblica. Una tendenza che bisognerà rovesciare.
Ecco il senso della preoccupazione del presidente della Repubblica, che già l’anno scorso aveva invitato tutti a non esprimersi soltanto attraverso i sondaggi o i social, ma appunto «votando, per definire concretamente la strada da percorrere insieme». È l’unico modo per rinsaldare le democrazie in sofferenza, ha ripetuto pochi giorni fa, denunciando il timore che possa allargarsi «la tentazione di un progressivo svuotamento del potere pubblico»
Alludeva al contesto internazionale, cui nessuno può comunque dirsi estraneo. Stavolta non sarà altrettanto crudo e ansiogeno, limitandosi a un discorso piano e semplice. Come lo si potrebbe fare chiacchierando in famiglia per un quarto d’ora (questo il timing previsto).
La sua riflessione partirà dalle paure e dalle attese della gente comune, in ansia anche per le guerre che stanno destabilizzando l’atlante geopolitico mondiale . Poi, concentrandosi sui problemi di casa nostra, Mattarella toccherà i temi della sicurezza nel lavoro, dell’occupazione, del precariato, dei giovani, dei femminicidi. Tuttavia, non si fermerà a questi drammi sociali. Anche se ci troviamo di fronte a prospettive non facili, il presidente dovrebbe distribuire alcune «note di ottimismo». Così come gli saranno ispirate dalla sua formazione culturale e di cattolico, pronto a celebrare il Giubileo (al quale farà un cenno).
(da agenzie)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
DAL 2010 SONO ALMENO 66 GLI STRANIERI FINITI IN MANETTE E USATI COME MONETA DI SCAMBIO DAL REGIME PER OTTENERE IL RILASCIO DI PRIGIONIERI: IL PRIMO CASO NEL 1979, QUANDO 52 DIPLOMATICI AMERICANI RIMASERO SOTTO SEQUESTRO PER 444 GIORNI… LO STESSO FANNO CINA, RUSSIA, TURCHIA E COREA DEL NORD
La chiamano “diplomazia degli ostaggi”, con una definizione che ingentilisce quel che in realtà spesso nasconde: sequestri di Stato. La praticano tutti i regimi, Cina, Russia, Turchia, Nord Corea, ma nessuno come la Repubblica islamica dell’Iran l’ha resa una consolidata strategia di politica estera, la risposta asimmetrica a sanzioni, isolamento diplomatico e indagini internazionali.
Non per caso a Teheran ogni anno si celebra la prima presa d’ostaggi avvenuta in piena Rivoluzione iraniana, come a considerarla uno degli atti fondativi: il 4 novembre 1979 un gruppo di studenti occupò l’ambasciata americana dopo l’ordine dell’ayatollah Khomeini di colpire gli interessi del “Grande Satana” e 52 diplomatici americani rimasero sotto sequestro per 444 giorni. Fu il primo, eclatante, episodio: ne sono seguiti molti altri.
Cittadini stranieri, o con doppio passaporto, possono essere giornalisti, operatori umanitari, ricercatori, sostanzialmente chiunque, arrestati con un pretesto qualsiasi (Cecilia Sala è stata prelevata nel suo hotel senza neppure una contestazione formale) e poi accusati di spionaggio o di tramare per il rovesciamento del governo in carica.
Gli elementi di prova sono inesistenti, irrilevanti o costruiti ad hoc, comunque utili ai diplomatici della teocrazia per giocarseli in negoziati segreti e ottenere ora il rimpatrio di soggetti incriminati dai tribunali occidentali, ora vantaggi in trattative economiche o militari. Dal 2010 ad oggi, secondo le associazioni dei diritti umani, risultano 66 arresti di stranieri (o con doppia cittadinanza) in Iran, a novembre di quest’anno si contavano ancora una decina di occidentali imprigionati.
L’ultimo scambio è quello di Johan Floderus, diplomatico svedese dell’Unione Europea fermato nell’aprile del 2022 all’aeroporto di Teheran. Poco più che trentenne, era lì per una vacanza di una settimana con amici: le autorità iraniane lo hanno incolpato di reati che prevedono la pena di morte (spionaggio, attività contro la sicurezza dello Stato, collusione con Israele) e lo hanno tenuto nel carcere di Evin per due anni, fino al momento in cui hanno ottenuto ciò che volevano: la liberazione di Hamid Nouri, condannato in Svezia perché ritenuto responsabile delle esecuzioni di massa di dissidenti politici iraniani nel 1988.
Prima di Floderus, nel settembre 2015 aveva rivisto il cielo dopo otto anni a Evin Siamak Namazi, uomo d’affari iraniano-americano, arrestato il 13 ottobre 2023 per “aver collaborato con un governo straniero”. Il rilascio è avvenuto anche qui con uno scambio tra detenuti ma dopo che gli Stati Uniti hanno acconsentito allo sblocco di 6 miliardi di dollari di rendite petrolifere per Teheran ferme dal 2018 in Sud Corea.
E ancora: Clotilde Reiss, studentessa francese di 23 anni, in prigione in Iran nel 2009 perché accusata di sostenere il Movimento verde che contestava la rielezione di Ahmadinejad, rimpatriata dopo la scarcerazione in Francia di Vakili Rad, l’assassinio di Shapur Bakhtiar, ultimo premier sotto lo scià; Olivier Vandecasteele, operatore umanitario b elga, sentenza a 40 anni e 74 frustate perché ritenuto falsamente una spia, 455 giorni in un penitenziario fino allo scambio, mediato dall’Oman, con il terrorista Assadolah Assadi.
L’Occidente accusa la Cina di aver fatto “diplomazia degli ostaggi” su due canadesi, Michael Spavor e Michael Kovrig, incarcerati per 1.019 giorni e liberati solo dopo la decisione del governo canadese di rimettere in libertà Meng Wanshou, dirigente finanziaria di Huawai su cui pendeva un mandato d’arresto Usa.
Una settimana prima dell’invasione dell’Ucraina, poi, la cestista americana Brittany Griner è stata fermata all’aeroporto di Mosca con dell’olio di hashish nel bagaglio: condannata a 9 anni e liberata l’8 dicembre 2022 in cambio del trafficante d’armi Viktor But.
Stessa sorte per Evan Gershkovich, inviato del Wall Street Journal , nel 2023 condannato dalla Russia a 16 anni in una colonia penale e infine rilasciato in uno scambio con Vadim Krasikov, “il killer di Berlino” caro a Putin
(da La Repubblica)
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