Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
I DATI DEL FORMATO DIGITALE (IN PDF) SONO UN LAGO DI SANGUE: LA MEDIA È DI CIRCA 190MILA COPIE GIORNALIERE… IL GRUPPO CAIRO/RCS DETIENE IL 19,1% DEL MERCATO, SEGUITO DA GEDI CON IL 14,7% E POI DA CALTAGIRONE EDITORE (9,2%) E MONRIF (7,8%). IL “POLO ANGELUCCI” VALE SOLO IL 4,0%
La crisi dell’editoria quotidiana prosegue anche nei primi nove mesi del 2024. In media,
nel periodo gennaio-settembre, giornalmente, sono state vendute 1,29 milioni di copie, in flessione su base annua del 9,4% e del 30,0% rispetto al corrispondente periodo del 2020.
A rilevarlo è l’Osservatorio sulle Comunicazioni dell’Agcom. Suddividendo la distribuzione tra testate nazionali e locali, nel confronto con i primi nove mesi del 2023 i quotidiani nazionali hanno registrato una riduzione leggermente inferiore rispetto a quelli locali (-9,2% vs -9,8%).
Tendenza che si conferma anche con riferimento all’intero periodo analizzato (2020-2024), con le testate nazionali che riducono le vendite del 29,0% mentre i quotidiani locali registrano una flessione più accentuata del 31,3%.
Le copie vendute giornalmente in formato cartaceo (1,10 milioni) su base annua si sono ridotte del 9,4% (risultavano pari a 1,22 milioni nel 2023) e del 32,8% rispetto al 2020 (quando ne venivano vendute giornalmente 1,64 milioni di copie).
La scarsa attrattiva dei quotidiani venduti in formato digitale si conferma anche con riferimento ai dati dei primi nove mesi dell’anno, con una media di circa 190mila copie giornaliere.
La vendita di copie digitali – fa notare l’Autorità – è maggiormente concentrata rispetto a quella cartacea: nel 2024, le prime cinque testate del segmento digitale (Corriere della Sera, Il Sole 24Ore, La Repubblica, Il Fatto quotidiano e La Stampa), infatti, rappresentano poco meno del 60% delle copie complessivamente vendute.
Il corrispondente valore per la versione cartacea (in questo caso i primi cinque quotidiani sono il Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport, La Repubblica, Avvenire e La Stampa) è invece pari al 34,0%.
L’analisi per gruppi editoriali in termini di copie complessivamente vendute vede, da inizio anno, Cairo/Rcs quale principale player sul mercato (19,1% che include Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport), seguito da Gedi con il 14,7% (il dato comprende, al 30 settembre 2024, 6 testate tra cui La Repubblica e La Stampa), da Caltagirone Editore (Il Messaggero, Il Mattino e altre tre testate) e Monrif Group (che sotto il marchio QN-Quotidiano Nazionale comprende Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione) rispettivamente con il 9,2% e l’7,8%.
Seguono il Sole 24 Ore (4,7%), Nord-est Multimedia (Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso, La Nuova di Venezia e Mestre, Il Corriere delle Alpi, Il Messaggero Veneto, Il Piccolo con il 4,6%, Amodei (Corriere dello Sport e Tuttosport comprensive delle edizioni del lunedì rappresentano il 4,5% del mercato) e il Gruppo Tosinvest con il 4,0% (con le testate Il Giornale, Libero e Il Tempo)
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
E POI RINCARA LA DOSE: “IL TRADIZIONALE INCONTRO CON LA STAMPA CHE SI SVOLGE DURANTE LE VACANZE DI NATALE È STATO SPOSTATO AL 9 GENNAIO: COSA HA DA FARE DI COSÌ FONDAMENTALE LA MELONI PER EVITARE I CRONISTI IN QUESTI GIORNI?”
“Nell’anno solare 2024 Giorgia Meloni ha fatto meno conferenze stampa di Vladimir Putin”, attacca Matteo Renzi su Instagram. Precisamente, la premier nel 2024 si è presentata davanti alla stampa italiana solo due volte (lo scorso 4 gennaio e quella del G7 in Puglia a giugno) rinviando più volte diversi appuntamenti già fissati.
“È un fatto molto triste per la qualità dell’informazione italiana ma nessuno dice nulla. Nelle vacanze di Natale è consuetudine che il presidente del Consiglio tenga la tradizionale conferenza stampa di fine anno. Non sono chiari i motivi per cui Giorgia Meloni abbia deciso di rinviare anche questo appuntamento: cosa ha da fare di così fondamentale in questi giorni per non incontrare la stampa come hanno fatto tutti i premier che l’hanno preceduta?”, domanda Renzi sui social.
Ad esempio, da gennaio ad aprile 2024, Meloni ha incontrato la stampa solo una volta. Per non parlare della soluzione-escamotage trovata altre volte: una sorta di finta conferenza stampa come avvenuto a Tunisi ad aprile scorso.
Poi c’è il precedente di un anno fa, la consueta conferenza stampa di fine rinviata più volte per un’influenza. Inizialmente fissata per il 20 dicembre 2023, poi posticipata al 28 dicembre alle ore 11 e rimandata al 4 gennaio 2024 “a causa del persistere dell’indisposizione dei giorni precedenti”, come riportava una nota di Palazzo Chigi. Quest’anno il tradizionale appuntamento di fine anno sarà ad anno nuovo già iniziato, precisamente il prossimo 9 gennaio.
(da La Repubblica)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE AZERO, ILHAM ALIEV, È INFURIATO CON MOSCA E PER “MAD VLAD” È UN GUAIO: L’ECONOMIA RUSSA SOPRAVVIVE ALLE SANZIONI SOLO GRAZIE AI PAESI EX SOVIETICI
Una medaglia per i meriti e un abbraccio affettuoso, dedicati dal presidente ceceno
Ramzan Kadyrov a suo nipote Khamzat, 27enne capo del Consiglio di sicurezza della repubblica caucasica. Soltanto il giorno prima Khamzat si era vantato sui social della «distruzione di tutti i droni» nel cielo della Cecenia.
Letteralmente un’ora dopo un aereo di linea della Azerbaijian Airlines ha compiuto un atterraggio di emergenza, esplodendo al contatto con la pista di Aktau, nel Kazakhstan. Il volo 8432 era diretto da Baku, capitale dell’Azerbaigian, a Grozny, ma non aveva ricevuto l’autorizzazione ad atterrare nell’aeroporto ceceno, in quel momento chiuso per un attacco di droni ucraini.
Il disastro del giorno di Natale ha fatto 38 vittime: delle 67 persone a bordo se ne sono salvate 29, tutte occupanti delle ultime file dell’Embraer 190. I telegiornali russi insistono che a provocare i danni sia stato uno «stormo di uccelli» nel motore.
Ma i filmati dei buchi lasciati nella carcassa del velivolo hanno fatto nascere in diversi blogger militari russi un atroce sospetto: l’aereo azero avrebbe potuto essere stato abbattuto dall’antiaerea russa, che l’aveva scambiato per un drone ucraino.
Un sospetto confermato dalla reazione del presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliev, che al momento della sciagura era diretto a un vertice dei Paesi ex sovietici a Pietroburgo, e che ha dato ordine di invertire la rotta e tornare a Baku mentre stava già sorvolando Mosca.
Fonti anonime del governo azerbaigiano hanno confermato a Reuters che il volo 8432 sarebbe stato colpito da un missile della batteria di difesa antiaerea Panzir-S, inviata in Cecenia dopo che Kadyrov aveva chiesto a Vladimir Putin di rinforzare le sue difese contro gli stormi di droni ucraini che attaccano aeroporti militari e depositi carburante in territorio russo.
Molti esperti si interrogano anche sulla dinamica misteriosa dell’incidente: l’aeroporto di Grozny poteva in effetti essere stato chiuso per l’attacco dei droni, ma a quanto pare l’equipaggio azero non era stato avvertito del pericolo. Inoltre, il volo 8432 non aveva avuto il permesso di atterrare in nessun altro aeroporto vicino russo, ed era stato costretto a sorvolare per un’ora il Mar Caspio, fino alla pista di Aktau.
Mentre nei social impazza la versione cospirazionista che i russi avrebbero respinto l’aereo nella speranza che sarebbe caduto in mare, cancellando le tracce del loro errore, l’indagine è stata affidata alle autorità del Kazakhstan. […] Il vicepremier di Astana Kanat Bozymbaev prudentemente dice di non potere «né confermare, né smentire» alcuna ipotesi.
Intanto le autorità kazakhe hanno arrestato il blogger Azamat Sarsenbaev, che aveva filmato l’impatto dell’aereo contro la pista. Resta da vedere se decideranno di assecondare la Russia o l’Azerbaigian: la testata di Baku Caliber_Az scrive che Aliev sta aspettando le scuse (e i risarcimenti) di Mosca, e i canali Telegram vicini al Cremlino riferiscono di un presidente azero «infuriato».
Una situazione imbarazzante per il Cremlino, che è riuscito finora ad alleviare parzialmente l’impatto sia economico che diplomatico successivo all’invasione dell’Ucraina proprio grazie ad alcuni ex satelliti sovietici di Mosca, Paesi come Azerbaigian e Kazakhstan appunto, che pur non sostenendo la guerra hanno però approfittato delle sanzioni per arricchirsi.
Proprio ieri la testata Vyorstka ha rivelato che nel 2024 in Russia sono stati importati 28 aerei di produzione occidentale (americani, canadesi e francesi), aggirando le sanzioni attraverso Paesi terzi come la Turchia o il Kazakhstan. La complicità di molti governi del “Sud globale” (non solo postsovietico) è un elemento importante delle strategie di Putin, e Aliev in particolare era uno degli alleati più fidati di Mosca, alla quale doveva anche il sostegno nel conflitto con l’Armenia.
Ora, se l’ipotesi di un abbattimento – per quanto casuale – venisse confermata, Putin si troverebbe nella faticosa situazione di dover scegliere tra l’intoccabile Kadyrov e i vicini cruciali per la sopravvivenza dell’economia russa.
(da La Stampa)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
DA 25 ANNI COSTRETTO A LAVORARE SOLO CON CONTRATTI PRECARI… UN ABUSO SISTEMICO: L’ITALIA NEL MIRINO DELL’UE, COINVOLGE 250.000 DOCENTI OGNI ANNO
C’è una data che un docente di religione cattolica di Torino non dimenticherà mai nella sua lunga carriera: il giorno in cui, dopo 25 anni di sole supplenze, ha ottenuto un risarcimento di quasi 74mila euro. Per la precisione: 73.711,44 euro. Per un quarto di secolo, il docente ha lavorato e vissuto nell’incertezza, firmando contratti su cattedre vacanti che sembravano non voler mai diventare definitive.
Una routine stancante, fatta di rinnovi, attese e speranze infrante, in netto contrasto con le normative europee e i principi sanciti dalla Costituzione italiana. Fino a quando, esasperato, si è rivolto al sindacato che ha avviato una battaglia legale contro il Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Perché ha vinto il ricorso
A seguire il ricorso del docente è stato il sindacato Anief che si è presentato davanti al tribunale di Torino, denunciando come il ministero dell’Istruzione e del Merito, guidato oggi da Giuseppe Valditara, abbia reiterato contratti a termine in violazione della Direttiva Ue 70/Ce del 1999, che impone di stabilizzare i lavoratori dopo 36 mesi di precariato, e diverse norme nazionali e sovranazionali. Nel caso del docente torinese, questo limite è stato ampiamente superato, raggiungendo un incredibile traguardo di 25 anni di precariato. «Il giudice di Torino ha applicato il nuovo regime sanzionatorio, contenuto nella Legge 166 del 2024, pubblicata in Gazzetta Ufficiale poco più di un mese fa: nella sentenza si spiega, infatti, che è stato condannato il Ministero dell’Istruzione e del Merito al massimo della sanzione, pari a 24 mensilità. Riteniamo che, in questo modo, è stato fatto davvero un bel regalo di Natale al nostro ricorrente, dopo tantissimi anni di ingiustizia subìta in campo lavorativo a causa della mancata stabilizzazione nei ruoli dello Stato italiano», ha dichiarato l’avvocato Giovanni Rinaldi, che ha rappresentato il docente di religione in questione
Un abuso sistemico: l’Italia nel mirino dell’Ue
Quello del docente torinese non è un caso isolato. L’abuso di contratti a termine nella scuola italiana è un problema diffuso che, stando ai dati riportati dai sindacati, coinvolge circa 250mila supplenti ogni anno. E il nostro Paese è stato deferito alla Corte di Giustizia Europea per la gestione inadeguata del personale scolastico, accusato di ignorare le direttive comunitarie e perpetuare una situazione insostenibile per migliaia di lavoratori. Lo scorso ottobre, un’altra insegnante di Ivrea ha ricevuto un risarcimento di 30mila euro dopo ben 22 anni consecutivi di contratti rigorosamente a termine. Anche in quel caso, secondo il giudice, era evidente la reiterazione abusiva di contratti precari.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
DA FRATELLI D’ITALIA AVVERTONO: “SE LO PRESENTANO, LI COSTRINGEREMO A RITIRARE IL TESTO” – ANCHE FORZA ITALIA PRENDE LE DISTANZE DALLA LEGA
Sono giorni di riflessione in casa Lega, con un occhio puntato sull’Ucraina e un altro sugli
Stati Uniti. Matteo Salvini continua a organizzare insieme con il premier ungherese Viktor Orban e Marine Le Pen, suoi alleati a Bruxelles, un viaggio a Washington per l’insediamento del presidente eletto Donald Trump, il prossimo 20 gennaio. Dieci giorni prima, invece, sarà l’attuale inquilino della Casa Bianca Joe Biden a essere in visita a Roma per incontrare Giorgia Meloni.
Salvini, che sembra aver già buttato dalla finestra tutte le sue vecchie cravatte scure per comprarne solo di rosse fiammanti, da provetto imitatore di Trump, cerca di giocare d’anticipo e starebbe ragionando sulla possibilità di presentare, proprio in quei giorni, un testo in Parlamento che impegni il governo a inviare un ultimo pacchetto di aiuti a Kiev, il decimo, poi mai più.
Ipotesi che non piace affatto agli alleati di Fratelli d’Italia né agli azzurri guidati da Antonio Tajani. Se la Lega presenterà davvero in Aula quest’ordine del giorno «li costringeremo a ritirare il testo», dicono a brutto muso dal quartier generale di FdI. «E noi di certo non lo voteremo», fanno eco da Forza Italia.
L’accordo, è chiaro, andrebbe trovato su un’altra linea, perché questa agli uomini di Meloni sembra tanto una provocazione. La interpretano come l’ennesimo tentativo del vicepremier leghista di correre in avanti e da un lato «giocare a fare il pacifista», pur firmando con la maggioranza ogni tipo di sostegno all’Ucraina passato dal Parlamento e in Consiglio dei ministri negli ultimi tre anni, mentre dall’altro accarezza l’elettorato sovranista e si allinea alla promessa fatta da Trump in campagna elettorale di chiudere al più presto i rubinetti per Kiev.
La minaccia di FdI di costringere i leghisti a fare un passo indietro non è casuale. Era già successo quasi un anno fa, quando il capogruppo in Senato, Massimiliano Romeo, aveva presentato un ordine del giorno in cui sosteneva che la vittoria di Trump avrebbe portato in breve tempo a un disimpegno in Ucraina e sottolineava come «l’opinione pubblica italiana non supporta più pienamente gli aiuti militari che il nostro Paese continua a inviare in sostegno all’esercito ucraino e auspica una soluzione diplomatica del conflitto».
Meloni pur ammettendo la sua «stanchezza» e iniziando così anche lei a mostrare il suo lato più trumpiano, non può ancora disallinearsi rispetto ai partner europei. Sulle rassicurazioni offerte a Zelensky in termini di aiuti militari e logistici, per quanto esigue siano ormai diventate, la premier punta molte delle sue fiches nella speranza di ottenere un posto in prima fila quando verrà affrontato il tema della ricostruzione in Ucraina
(da la Stampa)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
E, NONOSTANTE I PROCLAMI DI SALVINI, LA LEGGE FORNERO RESISTE, ANZI, PEGGIORA PER I GIOVANI – L’ULTIMO CETRIOLO È PER I DIPENDENTI PUBBLICI: SALE DA 65 A 67 ANNI IL LIMITE PER LA PENSIONE DI VECCHIAIA, CHE PUÒ ARRIVARE ANCHE A 70 ANNI
L’ultima doppia novità in materia di pensioni riguarda i dipendenti pubblici. Dal prossimo anno si alza a 67 anni il limite ordinamentale per l’età di vecchiaia per i settori che lo prevedevano a 65 anni. E ci si può spingere fino a 70 anni, se serve all’amministrazione e sempre che il dipendente sia d’accordo
Esclusi magistrati, avvocati e procuratori dello Stato. Ma non militari. Questo governo, nella sua terza manovra, si conferma dunque allergico alla flessibilità in uscita. E, a dispetto di tutto, la legge Fornero resiste. Anzi peggiora, in qualche caso. Come per i giovani.
Tutti i canali di anticipo vengono confermati, ma nella loro versione iper penalizzata di quest’anno: Ape sociale con età e finestre allungate, Opzione donna quasi azzerata per via dei rigidi paletti di accesso, Quota 103 con il ricalcolo, oltre alle finestre tirate al punto che pur avendo i requisiti poi si finisce fuori l’anno dopo. La relazione tecnica illumina la stretta.
Il governo prevede 26.600 uscite anticipate nei tre canali: 18 mila con Ape sociale, 6 mila con Quota 103 e 2.600 con Opzione donna. Previsioni sin troppo generose rispetto ai dati più contenuti di quest’anno.
La manovra spinge al contrario per restare al lavoro. E infatti rafforza il bonus Maroni che diventa esentasse e si estende non solo a chi ha i requisiti per Quota 103 e non esce. Ma anche a chi ha 42 anni e 10 mesi di contributi (uno in meno per le donne) e non se ne avvale. Il bonus vale i contributi a carico del lavoratore che anziché andare a Inps finiscono in busta paga per intero senza essere mangiati dalle tasse: il 9,19% per i privati, l’8,8% per i pubblici.
I giovani e tutti i post 1996 (“contributivi puri”) traggono notizie contraddittorie dalla legge di bilancio. L’anno scorso il valore soglia per uscire a 64 anni con 20 di contributi è stato alzato da 2,8 a 3 volte l’assegno sociale, pari a una pensione di 1.600 anziché 1.500 euro. Quest’anno viene alzato ancora a 3,2 volte, cioè 1.724 euro: si applicherà dal 2030 a tutti.
Per evitare che questo diventi un canale da “ricchi”, la Lega ha introdotto il cumulo tra pensione pubblica e privata. Vale sia per la pensione di vecchiaia contributiva, per la quale è richiesto un assegno almeno pari all’assegno sociale, quindi 539 euro. Sia per i 64 anni.
Qui però la situazione si fa complicata. Perché gli anni di contribuzione si allungano da 20 a 25 a partire dal 2025. Per diventare poi 30 anni dal 2030. Non solo. I neoassunti del 2025 potranno versare fino a 2 punti di contributi in più all’Inps (tagliandosi la paga) godendo di una deducibilità del 50% ai fini Irpef.
Ma questo montante in più, che farà crescere la pensione futura, non varrà ai fini del valore soglia delle 3,2 volte. Da un lato si spinge l’accumulo nei fondi. Dall’altro si incentiva il versamento extra all’Inps. Da un lato si scoraggia l’uscita a 64 anni. Dall’altro non si consente di usare l’accumulo pubblico per agganciare l’anticipata.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
ROMANA, 29 ANNI, E’ DIVENTATA UNA DELLE FIRME PIU’ NOTE DEL GIORNALISMO DI ESTERI: DAL VENEZUELA AL CILE, DALL’UCRAINA A KABUL FINO ALL’IRAN, UNA REPORTER SEMPRE IN PRIMA LINEA
Romana, 29 anni, Cecilia Sala è una giornalista italiana che si trova al momento nel
carcere di Evin, a Teheran, in Iran. La reporter è stata arrestata lo scorso 19 dicembre ma la notizia è stata diffusa solo dopo Natale perché sono in corso da giorni trattative tra il governo italiano e quello iraniano per il rilascio della giovane e i negoziatori avevano chiesto il massimo riserbo per non comprometterle.
Il governo locale non ha ancora reso noto le accuse a suo carico. Di certo, Sala si trovava in Iran dove aveva raccolto informazioni per il suo podcast “Stories” di Chora Media, che quasi quotidianamente racconta una storia dal mondo. Proprio qualche giorno prima dell’arresto, il 16 dicembre, Sala aveva pubblicato un podcast dal titolo “Una conversazione sul patriarcato a Teheran”, in cui racconta della sua conversazione con una 21enne iraniana, Diba, e della nuova legge sull’hijab.
Chi è Cecilia Sala, la giornalista italiana arrestata in Iran
Ma chi è Cecilia Sala? Nonostante la giovane età (è nata nel 1995), è già una delle penne più importanti del giornalismo italiano. Dopo aver mosso i primi passi nel mondo dell’informazione come collaboratrice di testate come Vice Italia, nel 2016 approda nella redazione di Servizio Pubblico di Michele Santoro su La7, dove diventa giornalista professionista. Nel frattempo, dal 2014 al 2018, frequenta l’università Bocconi a Milano, interrompendo poi gli studi pochi mesi prima di conseguire la laurea proprio per dedicarsi alla passione del giornalismo.
La carriera di Cecilia Sala e il Podcast “Stories”
Negli anni successivi segue sul campo la crisi in Venezuela, le proteste in Cile, la caduta di Kabul nelle mani dei talebani e la guerra in Ucraina come freelance. Dal 2019 collabora sempre come giornalista freelance con Il Foglio e dal 2022 inizia a lavorare come conduttrice e autrice ad un podcast quotidiano, “Stories”, prodotto da Chora Media, dove parla, per l’appunto di esteri attraverso il racconto di una storia dal mondo.
Ha scritto anche libri, come “Polvere. Il caso Marta Russo”, edito da Mondadori, pubblicato il 25 maggio 2021. Sempre per Mondadori ha pubblicato nel 2023 “L’incendio. Reportage su una generazione tra Iran, Ucraina e Afghanistan”.
(da Fanpage)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
SCHLEIN: “UNITI PER RIPORTARE CECILIA IN ITALIA”… IL FOGLIO: “E’ UNA SFIDA ALL’OCCIDENTE”… LA SOLIDARIETA’ DI ZAKI
Iniziano ad arrivare le reazioni politiche alla notizia dell’arresto della giornalista Cecilia Sala in Iran. La prima a intervenire è la segretaria del Pd Elly Schlein che chiede al governo “di mettere in campo ogni iniziativa per fare chiarezza e riportare in Italia Cecilia Sala quanto prima”. Segue l’appello di Amnesty Italia: “Scarcerarla. Il giornalismo non è reato”. “Massimo sostegno agli sforzi diplomatici del governo”, afferma il leader di Italia viva, Matteo Renzi. Mentre Sandro Gozi (Renew) e Riccardo Magi (+Eu) chiedono anche l’impegno dell’Ue nella vicenda. “Tutelare i suoi diritti”, chiede il rossoverde Angelo Bonelli. Non lesina toni duri il Foglio, il quotidiano con cui Sala collabora: “L’arresto di Cecilia Sala – scrive il direttore Claudio Cerasa – è l’ennesima sfida di Teheran all’Occidente”. Dal governo parla il ministro della Difesa Guido Crosetto che definisce l’arresto “inaccettabile” e prova a rassicurare: “Siamo al lavoro fin dal primo giorno seguendo ogni strada”. Il M5S chiede a Teheran la liberazione dell’italiana, e a Tajani di riferire in Parlamento. Chiede “il massimo impegno” al governo anche l’Anpi.
Il caso è seguito dalla presidenza del Consiglio e dalla Farnesina, che dichiara in una nota, “ha lavorato con le autorità iraniane per chiarire la situazione legale di Cecilia Sala e per verificare le condizioni della sua detenzione”.
Oggi la reporter ha ricevuto la visita dell’ambasciatrice italiana in carcere a Teheran. La famiglia è stata informata dell’esito della visita, e, conclude il comunicato “in accordo con i genitori della giornalista la Farnesina invita alla massima discrezione la stampa per agevolare una veloce e positiva risoluzione della vicenda”.
“Sono con te”, scrive sui social Alessia Piperno, la scrittrice e travel-blogger detenuta per 45 giorni nel carcere di Evin, lo stesso in cui è ora Sala. “Il giornalismo non è un crimine”, ha postato su X l’attivista egiziano Patrick Zaki, esprimendo solidarietà all’italiana.
Schlein: in contatto con governo
‘Siamo molto preoccupati per il fermo in Iran della giornalista Cecilia Sala e seguiamo il caso da vicino e con grande apprensione. Chiediamo da subito al governo, con cui siamo già in contatto, di mettere in campo ogni iniziativa utile a far luce su questa vicenda, chiarezza sui motivi di questo trattenimento e, soprattutto, a riportare Cecilia Sala in Italia quanto prima”. Così la segretaria del Pd, Elly Schlein.
Amnesty Italia: “Scarcerarla al più presto”
“Stiamo seguendo con attenzione la vicenda. Auspichiamo che sia scarcerata e possa riprendere al più presto la sua attività di giornalista, come è suo diritto. Il giornalismo non è reato”. Lo dice Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sulla notizia dell’arresto della giornalista Cecilia Sala avvenuto il 19 dicembre a Teheran.
Renzi: “Massimo sostegno agli sforzi diplomatici”
“In questo momento l’unica cosa che conta è che Cecilia Sala torni a casa subito. Massimo sostegno agli sforzi diplomatici del governo. E un abbraccio grandissimo alla famiglia di Cecilia e ai suoi colleghi giornalisti”. Lo scrive su X Matteo Renzi.
Gozi: “Si adoperi l’Ue”
“Il governo italiano e l’Unione europea si adoperino senza indugio per ottenere l’immediato rilascio di Cecilia Sala. Coraggio Cecilia, siamo con te!”. Lo scrive Sandro Gozi sui social.
Magi, vigilino governo e Ue
“Tutta la nostra vicinanza a Cecilia Sala, giornalista del Foglio e Chora News, arrestata in Iran mentre svolgeva il suo lavoro. Chiediamo al governo, che si sta già adoperando, e alle istituzioni europee di vigilare e fare tutto il possibile per riportare quanto prima Cecilia a casa”.Lo afferma il segretario di Più Europa, Riccardo Magi.
Il Foglio: “L’arresto ennesima sfida all’Occidente”
L’arresto di Cecilia Sala in Iran e’ l’ennesima sfida di Teheran all’Occidente. Lo scrive Il Foglio, quotidiano con cui collabora la giornalista, detenuta dal 19 dicembre. “Cecilia era in Iran, con un visto regolare, per raccontare un Paese che conosce e che ama”, scrive il direttore Claudio Cerasa, “un Paese in cui l’informazione viene soffocata a colpi di repressione, di minacce, di intimidazioni, di violenza, di detenzioni, spesso ai danni degli stessi giornalisti”.”L’Iran è uno dei posti peggiori al mondo dove essere giornalisti” ricorda il giornale. “Da anni”, accusa Cerasa, “l’Iran fa pressione sui governi stranieri facendo quello che da anni fa anche il regime russo: arrestare illegalmente o ‘prendere in ostaggio’ cittadini stranieri”.
Bonelli: “Tutelare suoi diritti”
“Esprimo profonda preoccupazione per il fermo della giornalista italiana Cecilia Sala, avvenuto il 19 dicembre scorso a Teheran. Chiedo al Governo italiano, con il quale siamo già in contatto, di agire con urgenza per garantire la liberazione di Cecilia Sala e il suo ritorno in sicurezza in Italia. In questa fase, è cruciale che siano adottate tutte le misure diplomatiche necessarie per tutelare i suoi diritti”. Così in una nota Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde.
Crosetto: Italia segue ogni strada dal primo giorno
“Fin dal primo giorno, da quando è arrivata la notizia dell’inaccettabile arresto di Cecilia Sala da parte delle autorità Iraniane, tutto il governo, in primis il presidente Giorgia Meloni e il ministro Tajani, si è mosso per farla liberare”. A scriverlo su X è il ministro della Difesa Guido Crosetto. “Ogni persona che poteva e può essere utile per ottenere questo obiettivo si è messa al lavoro – continua Crosetto – le trattative con l’Iran non si risolvono, purtroppo, con il coinvolgimento dell’opinione pubblica occidentale e con la forza dello sdegno popolare ma solo con un’azione politica e diplomatica di alto livello. L’Italia lavora incessantemente per liberarla, seguendo ogni strada”.
Alessia Piperno: “Sono con te”
“Sono con te, seduta a terra in quella cella dalle pareti bianche”. Lo scrive su Instagram Alessia Piperno rivolgendosi a Cecilia Sala, detenuta in una cella di isolamento nel carcere di Evin. La stessa prigione dove Piperno è stata rinchiusa per diverse settimane dopo il suo arresto a Teheran avvenuto il 28 settembre del 2022. Piperno venne rilasciata il 10 novembre di quell’anno.
M5S a Teheran: “Libera subito”. Al governo: “Tajani riferisca”
“Esprimiamo preoccupazione e condanna per l’arresto in Iran della giornalista Cecilia Sala, detenuta da una settimana in regime di isolamento. Chiediamo spiegazioni immediate al governo di Teheran, che deve rispettare la libertà di stampa e rilasciare immediatamente la nostra connazionale. Chiediamo al ministro degli Esteri Tajani di riferire subito in Parlamento”. Lo dichiarano i parlamentari del Movimento 5 Stelle dei gruppi di Camera e Senato.
Anpi: “Governo si impegni per immediata liberazione”
“Leggo con allarme dell’arresto per ignote ragioni della giornalista Cecilia Sala in Iran. Invito il governo italiano al massimo impegno per la sua immediata liberazione e il suo rientro in Italia”. A dichiararlo à Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi.
L’ordine dei giornalisti del Lazio: “Ha raccontato con coraggio storie di popoli oppressi”
Anche il presidente dell’ordine dei giornalisti del Lazio, Guido D’Ubaldo e tutto il Consiglio chiedono la liberazione immediata della giovane giornalista italiana. D’Ubaldo ha dichiarato: «Ho avuto modo di conoscere Cecilia Sala, ne apprezzo la professionalità, ha partecipato ai nostri corsi di formazione, le ho consegnato recentemente il Premio Graldi. Ha raccontato con coraggio storie di popoli oppressi dove la libertà d’informazione è negata senza un motivo. Auspichiamo che la saggezza diplomatica della Farnesina riesca a riportare in Italia Cecilia, al fine di scongiurare conseguenze peggiori».
Zaki: “Solidarietà, giornalismo non è un crimine”
“Tutta la solidarietà alla giornalista italiana Cecilia Sala dopo il suo arresto da parte del regime iraniano. Il giornalismo non è un crimine”. Lo scrive sul social X l’attivista egiziano per i diritti umani Patrick Zaki, arrestato in Egitto nel 2020 e detenuto per 21 mesi prima della grazia e del ritorno in Italia.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
HA DETTO DI STARE BENE E DI NON ESSERE FERITA, MA È PROBABILE CHE ABBIA DOVUTO LEGGERE UN TESTO SCRITTO (HA USATO ESPRESSIONI INNATURALI)
Due telefonate: una alla madre, l’altra al suo compagno Daniele Raineri, giornalista del
Post. Sono quelle che le autorità iraniane hanno concesso a Cecilia Sala, arrestata il 19 dicembre a Teheran, prima che la connazionale ricevesse oggi la visita dell’ambasciatrice italiana Paola Amadei per verificare le sue condizioni di salute e di detenzione nel carcere di Evin.
“Per le prime 24 ore – ricostruisce proprio Il Post sul suo sito – Sala è stata tenuta in custodia senza possibilità di comunicare con nessuno. Poi le hanno permesso di fare due telefonate, una alla famiglia e una al suo compagno, il giornalista del Post Daniele Raineri. Durante le telefonate, Sala ha detto di stare bene e di non essere ferita. È possibile che abbia dovuto leggere un testo scritto, perché ha usato alcune espressioni che non suonano naturali in italiano, ma sembrano più una traduzione dall’inglese. Non le è stato permesso di dare altre informazioni”.
“Prima dell’arresto, Sala si trovava in Iran da una settimana. Aveva raccontato nel suo podcast storie sul patriarcato nel Paese e sulla comica iraniana Zeinab Musavi, arrestata dal regime per gli sketch di uno dei suoi personaggi. Aveva parlato anche con Hossein Kanaani, uno dei fondatori delle Guardie rivoluzionarie che per quasi mezzo secolo aveva contribuito a creare l’estesa rete di milizie filo-iraniane operanti in mezzo Medio Oriente”, aggiunge Il Post.
(da agenzie)
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