Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
IL FERMO RISALE AL 19 DICEMBRE, IGNOTE LE ACCUSE… OGGI HA RICEVUTO IN CARCERE LA VISITA DELL’AMBASCIATRICE ITALIANA
La giornalista Cecila Sala è stata arrestata il 19 dicembre scorso a Teheran, in Iran, mentre si recava in aeroporto per rientrare in Italia.
Lo rende noto un comunicato della Farnesina. “Su disposizione del ministro degli Esteri, Antonio Tajani – si legge nella nota – l’ambasciata e il consolato a Teheran stanno seguendo il caso con la massima attenzione sin dal suo inizio. In coordinamento con la presidenza del Consiglio, la Farnesina ha lavorato con le autorità iraniane per chiarire la situazione legale di Cecilia Sala e per verificare le condizioni della sua detenzione”. In giornata, inoltre, l’ambasciatrice Paola Amadei ha effettuato “una visita consolare per verificare le condizioni e lo stato di detenzione” della giornalista, che in precdenza ha potuto telefonare due volte alla famiglia.
A quanto risulta, il regime di Teheran accusa Sala di aver infangato il nome di Ali Khamenei e di aver contribuito a diffondere notizie a favore dei suoi antagonisti. Falsità.
Sala – giornalista e scrittrice grande esperta di esteri, collaboratrice del Foglio, autrice di podcast per Choramedia, una delle croniste italiane con il più importante seguito sui social, con migliaia di follower – si trovava in Iran per fare semplicemente il suo lavoro.
Era a Teheran, con regolare visto giornalistico, da una decina di giorni durante i quali aveva pubblicato già alcuni reportage su come stessero cambiando le cose in Iran dopo la caduta, in Siria, di Assad.
Sala è grande esperta di cose iraniane e ci era tornata per l’ennesima volta per raccontare le trasformazioni del paese in un momento così delicato per il Medio Oriente, sempre con un occhio particolare alle condizioni delle donne.
Il 17 dicembre per esempio aveva, in un podcast, conversato sul “patriarcato a Teheran”. Mentre due giorni prima, il 15, era “tornata a casa di Kanaani, uno dei fondatori dei pasdaran, dopo un anno in cui è cambiato tutto”.
Sala aveva cioè intervistato uno degli uomini che per 45 anni ha contribuito alla creazione dell’“Asse della resistenza”, “la galassia di milizie alleate di Teheran sparse per il Medio Oriente: da Hezbollah in Libano a Hamas in Palestina agli houthi di Ansar Allah in Yemen passando per il regime di Assad in Siria”.
Sala è oggi rinchiusa nel carcere di Evin, nella capitale, dove dal 1972 vengono rinchiusi tutti gli oppositori del regime. E’ in buone condizioni come ha potuto raccontare telefonicamente ai suoi genitori che ha sentito nelle scorse ore. E come ha verificato l’ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei, che l’ha incontrata stamane in cella.
Stamattina è in programma a Roma un vertice tra Tajani, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio e l’Autorità delegata, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano: obiettivo è trovare nell’immediato le strade tecniche e diplomatiche per far liberare Cecilia Sala e riportarla al più presto in Italia.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO 10 ANNI DI CIALTRONATE, PEGGIORATE DAI SOVRANISTI LE CONDIZIONI DEI PENSIONATI
Va bene che la memoria è corta, ma sono passati meno di dieci anni da quando il Salvini,
con un manipolo di ardimentosi, andò a fare caciara sotto la casa di Elsa Fornero.
Un domicilio privato eletto a bersaglio pubblico; un gesto che faceva parte, a pieno titolo, del pacchetto di intimidazioni individuali e aggressioni verbali, in stile curva da stadio, che il futuro ministro dell’Interno eresse a metodo politico, anche grazie all’indimenticabile attività social della sedicente Bestia, di nome e di fatto.
Il pretesto, lo ricordiamo bene, erano le drastiche misure di contenimento della spesa pubblica che Fornero, ministro del Lavoro del governo Monti, aveva adottato, anche a costo di procrastinare, per alcune categorie, l’età della pensione.
Ora che la destra, dopo anni di scomposta demagogia, ha imparato suo malgrado a far di conto, e di conseguenza ha confermato, protratto e se necessario aggravato le misure forneriane, ci si domanda sotto casa di chi il Salvini possa andare a manifestare tutta la sua iracondia.
Sotto casa Meloni? Sotto casa Giorgetti? Sotto casa sua, citofonandosi e dandosi del pirla, come affettuosamente usa fare, a Milano, anche tra amici?
Si sa che la correttezza è rara, in politica, quanto il ciclismo tra le vongole; ma forse un paio di frasi di scusa, anche se non sentite, anche se ipocrite, per pura buona educazione, il Salvini potrebbe spenderle. Sarebbe un breve interludio beneducato in un lungo percorso fatto di modi bruschi e di parole sgradevoli. Un’eccezione che non gli rovina la media.
(da repubblica.it)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
IL GRADIMENTO REGISTRA UN CALO DI 13 PUNTI RISPETTO AL MOMENTO DELL’INSEDIAMENTO… BENE PD E AVS
Si avvicina la fine dell’anno: è tempo di bilanci, anche politici. Il sondaggista Nando Pagnoncelli, per il Corriere, ha analizzato come si sono mossi i flussi di consensi rispetto al voto del 25 settembre 2022. Il primo elemento rilevato è una certa solidità del governo Meloni. Seppure il gradimento si è contratto, le crisi politiche in Francia e in Germania hanno fatto risaltare l’esecutivo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia sullo scenario internazionale. D’altro canto, però, la flessione della crescita economica, le criticità del potere d’acquisto delle famiglie e le difficoltà di alcuni settori, su tutti gli automotive, causerebbero un potenziale di arretramento di preferenze per le forze di maggioranza. L’esecutivo, dunque, ha toccato per Pagnoncellli un indice di apprezzamento pari a 41, con un calo di 3 punti rispetto al 2023 e di 13 punti rispetto all’insediamento. Una contrazione che, tuttavia, risulta lieve se confrontata con i precedenti governi che sono durati almeno due anni in carica (il Berlusconi IV aveva ridotto i consensi nei primi due anni di 16 punti, il governo Renzi di 23).
Dove perde consensi Meloni
La situazione dell’esecutivo riflette quella del suo capo. Giorgia Meloni ha oggi un gradimento stimato a 42, con una perdita di due punti nell’anno e di 16 punti rispetto al momento dell’insediamento. A pesare maggiormente sulla flessione è l’apprezzamento della presidente del Consiglio nelle classi popolari: i cittadini di un’età medio-alta, con bassi titoli di studio e una condizione economica non buona, quindi disoccupati, operai e chi fa una vita da casalingo, si sono dimostrati particolarmente delusi da Meloni. «È un dato piuttosto tradizionale – fa notare Pagnoncelli – sempre, nel momento in cui si passa al governo vero e proprio del Paese, la delusione risulta più elevata in questi ceti, più disposti a dare credito alle promesse elettorali».
L’andamento delle tre principali forze politiche
Guardando ai singoli partiti, Fratelli d’italia è salito al 27,6%, in crescita di 1,6 punti rispetto al 2022. Nel campo dell’opposizione – il sondaggista si è soffermato sulle prime tre forze elettorali -, il Partito democratico fa meglio, collocandosi al 22,5%, ovvero 3,4 punti sopra il risultato delle ultime elezioni politiche. Male il Movimento 5 stelle, dato al 13,3%, oltre due punti sotto il risultato del 25 settembre 2022. Alleanza Verdi-Sinistra si attesta invece al 6%, due punti sopra il proprio risultato alle politiche.
(da Open)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
I DEM HANNO PUBBLICATO SUI SOCIAL ALCUNE “CARDS” CON LE RISPOSTE PER I PARENTI DESTRORSI CHE SI LAMENTANO (“PARLIAMO DI TUTTE LE COSE CHE SI POTEVANO FARE CON GLI 800 MILIONI SPRECATI PER I LAGER IN ALBANIA”; “QUAL È STATO IL TUO CONDONO PREFERITO?”)… PANARARI: “IL PD È RIUSCITO A DETTARE L’AGENDA”
La campagna elettorale non si arresta nemmeno sotto le feste. Del resto, se lo facesse, che
campagna permanente sarebbe? A dispetto dei vari video deepfake e dei filmatini realizzati con l’intelligenza artificiale – anch’essa, di questi tempi, “più buona” – che mettono in scena baci appassionati fra politici rivali, la polarizzazione fra sinistra e destra cresce senza sosta.
E quella in versione natalizia non poteva trovare bersaglio migliore di uno dei pilastri – a volte, va detto, un po’ subiti, al pari degli eccessi calorici… – di questa stagione di pranzi e cene luculliane: il ritrovo del parentado. La reunion di queste famiglie allargate ante litteram, che si celebra nei dintorni di alberi e presepi, è diventata l’ennesimo oggetto della disfida social-propagandistica fra il Partito democratico e Fratelli d’Italia, la quale segna un punto a favore della formazione capitanata da Elly Schlein – a conferma della regola sempiterna (e quasi scientifica) che chi spara il primo colpo si costruisce un vantaggio competitivo.
Ovvero, per dirla in «bersanese» (ci sia consentita la licenza lessical-letteraria): «chi prima arriva, meglio alloggia». L’antitesi di quella – deliberata o involontaria – “strategia dell’opossum” nei confronti dei nemici e del porgere l’altra guancia nei riguardi dei sedicenti amici che sta eccessivamente caratterizzando il Pd.
Stavolta, invece, a precedere i competitor sono stati proprio i dem con la campagna social Qualche spunto per sopravvivere al Natale con i tuoi parenti un po’ di destra, la quale – a dispetto del titolo (un po’) wertmülleriano – si è rivelata azzeccata. Una collezione di card per le piattaforme digitali di propaganda (anti)parentale che funziona perché, nel corso delle giornate correnti, la pressione a registrarsi e “targetizzarsi” sul modello della famiglia idilliaca risulta, va da sé, fortissima, generando qualche crisi ansiogena alle persone – per molteplici ragioni – “non conformi” in materia.
Insomma, contrariamente al software interiorizzato pure più del dovuto (e, per certi versi, addirittura “suo malgrado”, vien da dire), il Pd è riuscito a mettere in piedi una campagna comunicativa vagamente (e opportunamente) cattivista – anche se, da quelle parti, l’attributo rimane appannaggio esclusivo del dalemismo.
Questa spruzzata di “politicamente (un po’) scorretto” fa ricorso all’iconografia dei Dursley, gli – insopportabili e non precisamente di larghe vedute – zii babbani di Harry Potter, protagonista di quello che è un ciclo di pellicole giustappunto anche natalizie. Alla tavolata del cenone con Vernon e Petunia e il cugino bullo Dudley vengono abbinati gli “spunti di conversazione” sull’attualità per rintuzzare le linee politiche del governo Meloni e le polemiche del destracentro.
Dai tagli alla sanità pubblica alla riduzione del Fondo affitti, dal fallimento dei centri per migranti in Albania al salario minimo, dalla «teoria gender che esiste quanto Babbo Natale» al payoff – chiamiamolo così – «No, zia, non è solo un acquazzone. Si chiama crisi climatica ed è un’emergenza».
Puro politainment, che si avvale dei codici della cultura di massa (nella fattispecie dei personaggi tratti dalla saga del celeberrimo maghetto), secondo un registro assai consueto nella comunicazione politica anglosassone. A rivelarsi efficace è l’utilizzo dell’ironia (e di un certo sarcasmo), evitando così di innescare inappropriate – specie dato il periodo – “guerre di religione”, e salvaguardando l’idea che a Natale i parenti debbano assolutamente, e giustamente, ritrovarsi.
Niente avventata e fuori luogo cancel culture, in buona sostanza, e un brioso rispetto delle tradizioni nell’ambito di una campagna varata la mattina della vigilia quale risposta “non convenzionale” ai più classici auguri fatti dalla presidente del Consiglio. E un’ulteriore spia del fatto che l’iniziativa dem ha colto nel segno lo evidenzia il contro-lancio da parte di FdI del Manuale d’uso per una vigilia con parenti di sinistra.
E dire che una norma di base del marketing politico suggerisce, appunto, di non andare mai a rimorchio, né di procedere esclusivamente “per reazione” consegnando all’antagonista il primato dell’azione propagandistica. Questa volta, quindi, il Pd è riuscito a dettare l’agenda.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
FORSE NON SI SONO ACCORTI CHE IL CONTRIBUTO ITALIANO È GIÀ TRA I PIÙ BASSI IN EUROPA (AL 14ESIMO POSTO CON “SOLI” 2,5 MILIARDI, LA METÀ DELLA FRANCIA E QUASI 7 VOLTE MENO DELLA GERMANIA)
Quando i 27 ambasciatori Ue si sono riuniti per preparare il Consiglio europeo della scorsa settimana, i rappresentanti di Estonia e Lettonia avrebbero voluto scrivere nero su bianco che «l’Ucraina dovrà prevalere» ma gli altri governi hanno scelto di riposizionarsi su una formula diversa: «La Russia non dovrà prevalere».
A prima vista sembra una sfumatura lessicale ininfluente, anche perché il Consiglio europeo ha ribadito il sostegno a Kiev «fino a quando sarà necessario». Eppure, dietro questa nuova formulazione si nasconde un cambio di passo significativo: l’Ue sta ormai abbandonando l’idea che l’Ucraina possa vincere sul campo e dunque si concentra sulla necessità di una soluzione negoziata del conflitto.
Anche perché questo sembra essere ormai il sentimento prevalente nell’opinione pubblica dei principali Paesi europei: secondo un sondaggio di YouGov diffuso ieri dal quotidiano britannico The Guardian, è in netto calo il numero dei cittadini che vogliono che i loro governi continuino a sostenere l’Ucraina «fino alla vittoria», anche a costo di prolungare il conflitto, mentre è in netta crescita la quota di quelli che si dicono aperti a «soluzioni alternative»
Il sondaggio è stato effettuato in Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Danimarca e gli italiani risultano essere quelli più desiderosi di porre fine al conflitto, anche se questo comporterà la firma di un accordo che lasci alla Russia una parte delle zone occupate dopo l’invasione del febbraio 2022.
Soltanto il 15% degli italiani è convinto che sia necessario sostenere l’Ucraina fino a quando i russi non saranno stati spinti al di fuori del suo territorio. Una percentuale che sale al 23% in Francia, al 25% in Spagna, al 28% in Germania, al 36% nel Regno Unito, al 40% in Danimarca e al 50% in Svezia.
Ma il dato significativo è che in tutti i Paesi la percentuale è nettamente inferiore rispetto alla rilevazione effettuata nel febbraio del 2023 (una decina di punti in meno). Al contrario, cresce il numero dei cittadini che vorrebbero soluzioni alternative: anche in questo caso, gli italiani sono in testa (lo chiede il 55%), seguiti dagli spagnoli (46%), dai tedeschi (45%), dai francesi (43%), dai danesi (34%), dai britannici (32%) e dagli svedesi
In Italia, secondo YouGov il 39% degli intervistati vorrebbe ridurre il sostegno all’Ucraina (è il dato più alto) e soltanto l’11% vorrebbe aumentarlo (è il dato più basso). Meno di un italiano su tre (è il dato più basso, insieme con i tedeschi) giudica negativamente un eventuale accordo di pace che preveda una cessione dei territori ucraini alla Russia.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DEL CENSIS: “ABBIAMO UNA SOCIETA’ COSI’ FRAMMENTATA E DIVISA, CHE E’ MOLTO DIFFICILE RICONDURRE A UNITA'”
Ha attraversato sessant’anni di storia repubblicana. Le sue ricerche sono state studiate da
decine di ministri e presidenti del Consiglio, e da una mezza dozzina di presidenti della Repubblica. Ha fondato, nel 1967, il Censis, il più importante istituto di ricerca economico e sociale d’Italia. E a 92 anni, Giuseppe De Rita, è ancora uno dei più lucidi osservatori della società italiana.
La politica nel nostro paese «oggi rischia di avere più gerarchi che oligarchi». È una frase che lei ha pronunciato qualche settimana fa durante il forum organizzato da Coldiretti. A cosa pensava?
Noi abbiamo oggi una società così frammentata, articolata e divisa, che è molto difficile ricondurre a unità. E chi ci sta provando a farlo, sogna la verticalizzazione del potere attraverso progetti come il premierato. Pensano che verticalizzandolo, la gente sta dentro quel potere e in questo modo non resta così confusa e disarticolata. Questa idea esiste oggi, ma ricorreva anche qualche tempo fa con Matteo Renzi e il suo progetto di riforma costituzionale. Invece la società moderna ha bisogno di essere governata a livello medio-alto, ma in termini non gerarchici, bensì di indirizzo, di sostegno, di interpretazione. Ogni gruppo sociale vanta persone che ragionano di sistema all’interno del loro stesso gruppo. E queste donne e questi uomini finiscono per essere degli oligarchi di quel settore, ma soltanto quando riescono a collegare le loro azioni a quelle di altri settori. In questo senso l’oligarca diventa tale non per meriti propri, ma per le sue capacità di interpretare il proprio ambito di riferimento e di collegarlo ad altri. Penso al mio ambito, che da sessant’anni è quello della ricerca.
Sta dicendo che si augura un ritorno del ruolo delle grandi organizzazioni, partiti di massa e corpi intermedi come li abbiamo conosciuti durante la Prima Repubblica?
Più che le grandi organizzazioni in sé, sono i loro leader che ne hanno costituito la loro forza, in passato. Sono questi che definisco gli oligarchi. Se penso all’immediato Dopoguerra, la Coldiretti non sarebbe diventata quella grande organizzazione senza una guida autorevole come Paolo Bonomi. E ancora: la Cisl non sarebbe neppure nata senza Giulio Pastore; oppure, la Cgil, cosa sarebbe stata senza Giuseppe Di Vittorio e Bruno Trentin? Nell’ambito dei corpi intermedi, degli organismi sociali, è sempre il leader che rende grandi le organizzazioni, forgiando le loro caratteristiche.
A proposito della Cgil, mi viene in mente che durante l’incontro al forum di Coldiretti, lei ha criticato la frase pronunciata da Maurizio Landini sulla necessità della rivolta sociale, sostenendo che non andava detta perché non bisogna istigare le emozioni.
Ma non è solo quello, l’istigare alle emozioni. Anche Giuseppe Di Vittorio, autorevole predecessore di Landini, suscitava le emozioni. Il problema è strategico: se hai di fronte una realtà faticosa e difficile da affrontare, devi saper andare oltre, altrimenti resti un minoritario. Landini ha una sua capacità di mobilitazione, però, a mio avviso, deve avere un’idea chiara di cosa significhi per il sindacato andare oltre, oltre la crisi della conservazione, della contrattazione. Se non va oltre, finisce in un’oltranza, cioè in un oltre generico ma non reale. Dire in questo senso che le persone devono fare la rivolta sociale, significa che non si ha una visione, un programma di lungo periodo per poter attraversare la crisi. Ma questo ultimo aspetto combacia con l’identità degli italiani che negli ultimi 50 anni si è forgiata nel superare le difficoltà quotidiane, mai con una visione di lungo periodo.
Eppure proprio il gruppo di studiosi in cui Lei è si è formato agli inizi della sua carriera, penso a Pasquale Saraceno e alla fucina dello Svimez che poi ha lasciato a metà degli anni ’60 per fondare il Censis, sono la testimonianza della pianificazione, di una visione delle cose. Mi riferisco alla politica industriale dei poli di sviluppo, pur con tutte le sue contraddizioni che poi il tempo ha fatto venir fuori.
La società italiana ha saputo uscire dalle sue fasi di crisi, procedendo per tentativi. Siamo usciti dalla guerra, dal terrorismo, dall’inflazione, dalla pandemia, ma senza mai avere la capacità della programmazione. È il carattere distintivo di un popolo che è stato costruito negli ultimi 70 anni. Che ha avuto la capacità di inventare sulla propria stessa storia, come diceva Benedetto Croce. Un popolo che ha saputo inventare, per superare le sue stesse crisi, prima il lavoro sommerso, poi i localismi e la piccola impresa, ben impiantandoli, però, nelle fondamenta della propria storia, di cui uno dei caratteri centrali è la pesantezza della propria pubblica amministrazione. Una visione riformista non c’è mai stata perché mai è esistita una pianificazione di lungo periodo della società italiana. Il gruppo di studiosi di cui ho fatto parte ci ha provato, ma è stato sconfitto proprio dal carattere distintivo della società italiana. Dall’eterno presentismo che ci caratterizza.
Alcuni pilastri di questa pianificazione di politica economica sono stati poi sconfitti dalla storia, nonostante l’importanza rivestita allora da questi progetti, la costruzione dell’impianto siderurgico più grande d’Europa nel Mezzogiorno d’Italia, a Taranto, per esempio. Cosa è possibile salvare quella idea di sud Italia?
Ciò che sarebbe possibile salvare, è tutto messo nero su bianco nei documenti preparatori alla legge sul Mezzogiorno dei primi anni ’60, non c’è nei documenti ufficiali. Lì, in quelle carte, si diceva proprio che non occorrevano soltanto i grandi investimenti, ma si sarebbe dovuto recuperare in primo luogo il rapporto con il popolo meridionale, si sarebbero dovuti costruire nuovi rapporti tra l’amministrazione centrale e il Sud, fondandoli sul potere dei sindaci e dei cittadini e sulla mobilitazione delle forze sindacali ed imprenditoriali. Sono sempre stato convinto che nel Mezzogiorno l’intervento pubblico abbia avuto l’effetto di addormentare la società.
E della società attuale, «questa fabbrica degli ignoranti» secondo la definizione del Censis, «una società che avanza alla cieca è terribile» per dirla con Walter Benjamin, cosa le fa paura?
Mi fa paura la mediocrità, soprattutto quella dei suoi governanti, che da camerieri si sono trasformati in dei semplici portapiatti. L’altra cosa che mi tormenta è la mancanza di cultura collettiva, la nostra è una una cultura di adattamento e non ha capacità di evoluzione e costruzione. Non è un caso che gli unici momenti di costruzione collettiva siano stati quelli immediatamente successivi al Dopoguerra, quando non c’era più nulla e bisognava ricostruire tutto daccapo, e sono stati redatti i piani per la casa, il sud, per il lavoro, per la scuola.
Lei ha attraversato tre repubbliche, analizzando i cambiamenti intervenuti nella società e segnalandoli con indipendenza e obiettività, tra gli altri, a decisori pubblici, ministri, segretari di partito, boiardi di stato. Le è stato mai proposto di assumere cariche politiche, per esempio durante i governi tecnici?
L’ho già raccontato in un mio libro di qualche anno fa, Oligarca per caso. La prima proposta mi arrivò con Giovanni Goria presidente del Consiglio alla fine degli anni ’80; mi fu proposto il Mezzogiorno perché su quello degli Affari sociali c’erano pressioni da parte del mondo del volontariato. E rifiutai. E poi l’altra proposta, quella più straordinaria, fu quella di Silvio Berlusconi che mi disse che avrei dovuto fare il capo dello schieramento avverso al suo, invece che Francesco Rutelli. Poi il Pds mi avvicinò per sondare la mia disponibilità a presiedere la Repubblica dopo il settennato di Carlo Azeglio Ciampi. Ma poi i dirigenti puntarono su Giorgio Napolitano, presi soltanto una trentina di voti, quelli del gruppo di Clemente Mastella, che li aveva usati per contarsi.
(da editorialedomani.it)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
LA SPARTIZIONE DI 30 MILIONI DI EURO… IL CASO ROTONDI: E’ DEPUTATO FDI MA E’ CAPO DELLA DC
Sarà pur vero che l’astensionismo dilaga, ma a quanto pare il 2xmille fa sempre più gola: nel 2025 saranno infatti ben 30 i partiti politici in lizza per contendersi la quota Irpef del 730 dei contribuenti italiani. Una vasta offerta che va dal Pd a Fratelli d’Italia, dal Movimento 5 Stelle a Forza Italia, dalla Lega 1 e 2 (quella per Salvini premier e il Carroccio) a Italia dei Valori che fu di Antonio Di Pietro. Eppoi Italia Viva di Renzi, Azione di Calenda, i Verdi, Sinistra Italiana, i Moderati di Lupi, Coraggio Italia del sindaco di Venezia Brugnaro, Radicali, Socialisti e chi più ne ha più ne metta. Compresi gli autonomisti di ogni specie o quasi, dai Valdostani della Stella Alpina, ai Tirolesi del Südtiroler Volkspartei o i trentini di Campobase. E che dire di Sud Chiama Nord di Cateno De Luca, il Movimento Associativo Italiani all’Estero o l’Unione Sudamericana Emigrati Italiani? Tutti pronti a sfidarsi in questa sfida per accaparrarsi gli elettori se non alle urne almeno dal commercialista.
E allora pronti, partenza, via! Con alcune novità rispetto al passato. La prima è la seguente: nella prossima dichiarazione dei redditi gli italiani potranno scegliere anche la DC anche se non proprio quella originale. Gianfranco Rotondi, benchè eletto con Fratelli d’Italia, ha infatti ottenuto l’iscrizione della sua creatura (Democrazia Cristiana con Rotondi) al registro dei partiti che spalanca le porte alle detrazioni fiscali e al 2Xmille. Niente da fare invece per Stefano Bandecchi a cui, da questo punto di vista, il Natale non riserva doni ma solo carbone. Per essere ammessi ai benefici di legge, ossia le detrazioni fiscali e la destinazione del 2xmille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, è necessario infatti un doppio requisito, ossia l’iscrizione al registro dei partiti ma anche la presenza di un rappresentante in Parlamento. Per questo la Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti politici ha rigettato la richiesta di Alternativa Popolare di Bandecchi ma non solo: fuori dai giochi anche i Liberali Democratici Europei (il Libdem di Oscar Giannino e Sandro Gozi), il Patto per l’Autonomia (attivo in Friuli-Venezia Giulia), Rassemblement Valdotaine e il Süd-Tiroler Freiheit, il partito fondato da Eva Klotz nel 2007 al grido “il Sud Tirolo non è Italia”.
Ma il 2025 comunque non delude: i 30 partiti ammessi sono una cifra record se si pensa che nel 2014, il primo anno dopo la legge sulla progressiva abolizione del finanziamento pubblico, i partiti ammessi al nuovo regime erano stati appena 12. L’anno successivo erano già 19, anche se la sperimentazione del 2xmille non aveva dato grandi soddisfazione: in quell’anno fiscale infatti circa 1 milione di contribuenti aveva opzionato uno dei partiti in lizza con il risultato che il due per mille aveva portato in totale nelle loro casse appena 2,7 milioni di euro. Nel 2023 i contribuenti che hanno effettuato la scelta sono saliti a 1,7 milioni (rispetto ai 41 milioni di contribuenti totali): fatto sta che la torta del 2xmille da spartire è salita a quota 24 milioni e il 2025 sarà ancora più ricca anche se le fette, come di consueto, non saranno tutte uguali.
Nel 2023 (redditi 2022) il Pd è stato scelto da circa 530 mila contribuenti per un incasso pari a 8,1 milioni di euro (33,74% del totale delle risorse) seguito da Fratelli d’Italia con 348 mila contributi per un totale di 4,8 milioni di euro, terzo classificato con 1,8 milioni di euro di incasso il Movimento 5 Selle e a seguire tutti gli altri per un totale assegnato di 24 milioni rispetto a un tetto fissato a 25 milioni di euro. In previsione di un ulteriore incremento delle opzioni rispetto alle dichiarazioni dei redditi del 2024, il decreto fiscale approvato recentemente in Parlamento ha incrementato il tetto a circa 30 milioni. Questo dopo il tentativo di mettere le mani anche sull’inoptato che avrebbe fruttato alle casse dei partiti in un colpo oltre 40 milioni di euro. Blitz sfumato per il niet del Quirinale.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
CAMERA E SENATO SEMPRE PIU’ UMILIATI DAL GOVERNO E RESI INUTILI ORPELLI
Ci risiamo, ma non per questo ci si deve rassegnare al peggio. Oggi (venerdì 27 dicembre)
la manovra sarà in aula al Senato e domani (sabato 28 dicembre) sarà approvata con la fiducia. Fine delle discussioni, tutti gli emendamenti spazzati via, proteste scontate delle opposizioni e via così fino al prossimo anno. Eppure, non dovrebbe essere così.
Senza bisogno di scomodare la Magna Charta Libertatum, ovvero la pietra miliare dello Stato di diritto, che imponeva al re di passare dal voto del consiglio dei baroni nel caso di nuove tasse, da che esiste la democrazia parlamentare è la legge di bilancio l’atto più importante che i rappresentanti del popolo sono chiamati a votare. Eppure, da qualche anno, nel nostro Paese è invalsa una prassi deteriore che vede il Parlamento sempre più umiliato dal governo e reso, di fatto, un inutile orpello.
Quest’anno, nella cabala meloniana, ricorre il numero tre: è la terza manovra del governo delle destre, porta in dote 30 miliardi, ma soprattutto sarà affare privato di una trentina di persone, i membri della commissione bilancio di palazzo Madama e i sottosegretari, che se la sbrigheranno in trenta ore. Stop.
È quello che Michele Ainis definisce il monocameralismo alternato. Quest’anno tocca ai senatori ingoiare il boccone senza masticarlo, l’anno prossimo sarà la Camera. Un ramo del Parlamento discute e tratta, l’altro si limita a ratificare. E in più, per sbrigarsi e tacitare ogni eventuale fronda interna, il governo gli appioppa anche la fiducia, che cancella ogni emendamento.
Si può ancora chiamare democrazia parlamentare un sistema che funziona in questo modo? La domanda è aperta. Quello che si deve doverosamente aggiungere in questa sede è che, purtroppo, così fan tutti. Destra e sinistra, europeisti e sovranisti.
Ricordate il Conte 1, maggioranza Lega+Cinquestelle? Ingaggiò un braccio di ferro con la Commissione europea sul deficit, che Bruxelles non voleva al 2,4 per cento del Pil. Tira e molla, finché si arriva al trucco contabile del 2,04 per cento. Si sposta la virgola e il gioco è fatto. Ma ormai siamo arrivati a fine anno e non c’è più tempo di dibattere. La manovra va approvata in ventiquattr’ore e così sia, tra le alte proteste del Pd.
Si replica l’anno dopo, con il Conte numero 2. Pochi giorni per approvare la Finanziaria, stavolta la “scusa” è il Covid, e a protestare è il centrodestra, perché nel frattempo la maggioranza è diventata Pd+Cinquestelle.
Il record, dicono gli archivi, fu però del governo Gentiloni, appena venti giorni per la navetta tra Camera e Senato. Anche quella volta, c’era una buona “scusa”, si doveva andare al voto nel 2018 e occorreva correre per poter sciogliere le Camere.
Come si vede, ogni pretesto è buono, ce n’è sempre una per non dare ai parlamentari tempo e modo di esaminare una legge che, oltretutto, è anche incomprensibile ai comuni mortali, infarcita com’è di commi e rimandi ad altre norme. Un vero obbrobrio linguistico, un oscuro alfabeto per iniziati, che per decifrarlo non basterebbe la stele di Rosetta.
Allora che fare? Luigi Marattin, un deputato dell’opposizione, ieri ha detto che il re è nudo. C’è un monocameralismo di fatto? Allora tanto vale “abolire Camera e Senato, creare un’unica Assemblea nazionale di 600 membri” e non se ne parli più.
Potrebbe anche essere un’idea alla Jonathan Swift. Il celebre scrittore irlandese, di fronte alla terribile carestia dei suoi anni, scrisse un libretto satirico intitolato “Una modesta proposta per impedire che i bambini della povera gente siano di peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli utili alla comunità”. Il suggerimento provocatorio era di darli da mangiare ai ricchi, naturalmente dopo averli ben pasciuti, in questo modo si sarebbe risolto sia il problema della denutrizione dei bambini che della sovrappopolazione irlandese.
Ecco, si potrebbe emendare l’idea di Marattin e suggerire una “modesta proposta” ai nostri legislatori: che la legge di bilancio del prossimo anno, scritta da Giorgetti e Meloni, sia approvata e discussa dal solo Consiglio dei ministri, senza bisogno di passare dall’inutile Parlamento. Senza dubbio un gran risparmio di tempo e di denaro.
(da repubblica.it)
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Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile
IN ITALIA IL COSTO STIMATO PER CRESCERE UN FIGLIO FINO AI 18 ANNI È DI 175MILA EURO E, SOPRATTUTTO TRA I PIÙ GIOVANI, CRESCE LA VOGLIA DI CONCENTRARSI SOLO SU DI SE’
Due cuori e una bella casa, tanti viaggi e ogni comodità. Di una possibile e tenera prole neanche l’ombra. Le coppie Dink (Dual income, no kids), ovvero le coppie con un doppio stipendio ma senza figli, rappresentano un fenomeno in crescita, specie tra i più giovani. Questo stile di vita, nato negli anni Ottanta, è oggi tornato alla ribalta. La decisione di non avere bambini, almeno temporaneamente, consente a chi si “basta” di godere di una maggiore libertà economica e personale e di dedicarsi a passioni e progetti di carriera.
Secondo gli ultimi dati Istat lo scorso anno si è registrato un calo del 3,4% e, fino a luglio 2024, le nascite sono state 4.600 in meno rispetto allo stesso periodo del 2023. Secondo l’Istituto di statistica il numero medio di figli per donna scende arrivando a 1.21 […] In compenso aumentano le famiglie con un doppio stipendio che scelgono di vivere una vita più “appagante” a livello individuale, concentrandosi sulla relazione a due e sugli obiettivi di carriera.
Non mancano le critiche. Dopo che alcune coppie hanno iniziato a usare le definizioni “doppio reddito, niente figli” su TikTok per ostentare i loro stili di vita fortunati (“dormiamo otto ore intere e a volte di più”; “la nostra casa è pulita e silenziosa”) le vanterie sono state accolte con astio sui vari social. Il Mail Online riferisce di coppie definite “tristi perdenti”, insieme a una litania di accuse rivolte alle persone che non hanno figli: egoisti, materialisti, senza alcun interesse nel futuro e destinati a morire in solitudine
Ma quanto costa mantenere un figlio? In Italia, il costo stimato per crescere un figlio fino ai 18 anni si aggira intorno ai 175.000 euro, al netto delle spese universitarie.
(da agenzie)
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