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“A EVIN NON CI SONO LETTI, DORMI PER TERRA IN MEZZO ALLE BLATTE, AI CAPELLI E ALLE LACRIME”: ALESSIA PIPERNO, RINCHIUSA PER 45 GIORNI NEL CARCERE IRANIANO DOVE È RECLUSA LA GIORNALISTA CECILIA SALA, RACCONTA LE CONDIZIONI DELLA PRIGIONE

Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile

“A CECILIA IDEALMENTE DICO DI TENERE DURO: NEL CARCERE DI NON RISPARMIANO LE TORTURE PSICOLOGICHE. UNA VOLTA MI HANNO DETTO CHE ERA MORTA MIA MADRE”

“A Cecilia Sala idealmente dico di tenere duro come ho fatto io per 45 giorni: nel carcere di Evin a noi stranieri fisicamente non torcono un capello, ma mentalmente ti provano molto”.
Lo spiega Alessia Piperno in un’intervista alla Stampa, la donna è stata rinchiusa nella prigione iraniana di Evin per 45 giorni. “So cosa vuol dire il terrore di stare in una cella da soli. Abbraccio i suoi genitori – prosegue -, immagino il loro dolore che è come quello che hanno provato i miei”.
Sul Corriere della Sera la donna racconta come passava le giornate in carcere. “Guardando il soffitto. Sono finita nel reparto 209, dove non hai accesso a nulla, nemmeno a un libro – dice – . È il braccio delle prigioniere politiche, dove si trova Narges Mohammadi. Ci sono altri luoghi, come il 2 A, che dicono essere un po’ più tranquilli. A volte non davano l’acqua”.
“Contro di noi almeno non alzavano le mani, non ci toccavano, anche se non ci risparmiavano le torture psicologiche – prosegue -. Una volta mi hanno detto che era morta mia madre, un’altra che dovevo rimanere lì per dieci giorni. A differenza di Sala mi era stato concesso di sentire la famiglia solo due settimane dopo”.
A Repubblica Piperno spiega le condizioni di vita dentro il penitenziario. ” Non ci sono letti, dormi per terra in mezzo alle blatte, ai capelli e alle lacrime. C’è costantemente freddo perché non ti danno le coperte quando le chiedi – racconta -. Ricordo quelle pareti bianche e una minuscola grata in alto dalla quale non vedevi il cielo. Per noi c’erano solo dieci minuti di aria per due volte a settimana”.
Infine sul Messaggero racconta come lei venne imprigionata con due amici conosciuti all’ostello. ” Luis Arnaud, un francese, è tornato a casa solamente lo scorso giugno dopo un anno e 9 mesi. Era stato condannato a 5 anni, io a 10. Anche lui come me è rimasto in contatto con i compagni di cella – spiega -. Uscire da un’esperienza del genere non è facile, ti segna per sempre”.
(da agenzie)

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L’ARRESTO IMMOTIVATO DI CECILIA SALA E’ UNA RITORSIONE PER IL FERMO IN ITALIA DELL’IRANIANO RICERCATO NEGLI STATI UNITI

Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile

TRE GIORNI PRIMA IL FERMO ALLA MALPENSA DELL’IMPRENDITORE CHE FORNISCE COMPONENTI ELETTRONICHE PER I DRONI IRANIANI

Nessuno lo conferma ma la sorte di Cecilia Sala, la giornalista italiana arrestata il 19 dicembre a Teheran, è legata a una partita politico-diplomatica complicata. Perché tre giorni prima, il 16 dicembre all’aeroporto di Malpensa, la polizia italiana ha arrestato un facoltoso imprenditore svizzero-iraniano su mandato degli Stati Uniti che ne chiedono l’estradizione. Lo accusano di aver fornito componenti elettronici per i droni ai pasdaran iraniani, responsabili di attacchi ai soldati americani in Giordania. Per il suo arresto il ministero degli Esteri di Teheran ha ufficialmente protestato con l’ambasciata italiana. E ora si tratta, con l’Iran e anche con gli Usa.
Solo ieri l’Italia ha saputodell’arresto di Cecilia Sala. La giornalista romana è da otto giorni in isolamento a Evin, nel carcere in cui finiscono i dissidenti iraniani. L’hanno arrestata proprio i pasdaran, giovedì 19 attorno alle 12,30, nell’albergo in cui alloggiava a Teheran. Era in Iran dal 12 dicembre per Chora Media, la società di podcast guidata dall’ex direttore di Repubblica Mario Calabresi, che nei giorni precedenti aveva pubblicato i suoi lavori sul velo obbligatorio, sulla storia dei pasdaran, sulla comica Zeinab Musavi finita in galera per i suoi sketch. Sala lavora anche per il Foglio, a 29 anni è una firma più che affermata sulle questioni internazionali, molto presente in tv e con grande seguito sui social. Per l’Iran aveva un regolare visto giornalistico, ottenuto dopo sei mesi, spiegano dalla redazione. Sarebbe dovuta tornare in Italia il 20.
“Giovedì 19 – raccontano i suoi colleghi ­– abbiamo perso i contatti”. Poi Sala ha fatto due telefonate, alla madre e al compagno, il giornalista del Post Daniele Raineri. “Ha detto di stare bene e di non essere ferita. È possibile – ricostruisce il Post – che abbia dovuto leggere un testo scritto, perché ha usato alcune espressioni che non suonano naturali in italiano, ma sembrano più una traduzione dall’inglese. Non le è stato permesso di aggiungere altro”.
La notizia del suo arresto è stata resa nota dalla Farnesina e qualche minuto dopo da Chora Media. Il ministero degli Esteri, che con Palazzo Chigi e i Servizi è al lavoro dal primo giorno per la liberazione di Sala, aveva chiesto di non diffonderla fino a ieri mattina, quando la giornalista ha ricevuto la visita dell’ambasciatrice italiana a Teheran, Paola Amadei. La Farnesina stessa conferma che il governo iraniano non ha chiarito i motivi dell’arresto della giornalista. Ieri a Palazzo Chigi si è tenuto un vertice con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il sottosegretario delegato ai Servizi Alfredo Mantovano e i direttori delle agenzie di intelligence. Sono in corso anche contatti con il governo Usa. Se la Farnesina, nella sua nota, invitava “alla massima discrezione la stampa per agevolare una veloce e positiva risoluzione della vicenda”, il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato ancora più netto: “Le trattative con l’Iran non si risolvono, purtroppo, con il coinvolgimento dell’opinione pubblica occidentale e con la forza dello sdegno popolare ma solo con un’azione politica e diplomatica di alto livello”, ha scritto su X.
L’iraniano arrestato il 16 dicembre si chiama Mohammad Abedini Najafabadi, ha 38 anni ed era arrivato a Malpensa con un volo da Istanbul. Portato inizialmente in Calabria, è stato poi trasferito a Opera dove ha ricevuto la visita del console iraniano prima che l’ambasciatrice italiana potesse incontrare Sala a Evin. È stato fermato quasi per caso, sulla base di una nota Interpol.
La Corte federale di Boston lo accusa di cospirazione per aver esportato illegalmente dagli Usa, attraverso una società svizzera, componenti elettronici di droni. Li avrebbe forniti ai pasdaran iraniani ritenuti responsabili dell’uccisione di tre militari americani un anno fa in Giordania. Per gli Usa i pasdaran sono terroristi. Per la Repubblica islamica Abedini e il suo coimputato Mohammad Sadeghi, statunitense-iraniano di 42 anni arrestato negli Stati Uniti con le stesse accuse, sono personaggi di rilievo. Nei giorni scorsi il ministero degli Esteri iraniano ha protestato con l’ambasciata italiana e con quella svizzera, che rappresenta gli interessi Usa in assenza di relazioni diplomatiche tra Washington e la Repubblica islamica. L’arresto dell’iraniano è stato convalidato dalla Corte d’appello di Milano, la procedura di estradizione è solo all’inizio.
(da ilfattoquotidiano.it)

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INTERVISTA ALLA SOCIOLOGA DELLA PORTA: “I SOVRANISTI SONO CONTRO I POVERI, IL PD PER RECUPERARE VOTI DEVE MOBILITARE GLI ASTENUTI SENZA INSEGUIRE I PARTITI DI MAGGIORANZA”

Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile

“IL 40% DEI GIOVANI NON VA A VOTARE, MA SONO RECUPERABILI”

A suo dire, il punto centrale era e resta l’astensione, che cresce senza fermarsi: “La partecipazione legittima la democrazia, che deve dare spazio e voce a tutti. Ma in questi ultimi anni la democrazia non è diventata più sociale, e lo si nota nelle urne”.
Un problema innanzitutto per i partiti progressisti, spiega Donatella Della Porta, professoressa di Scienza Politica presso la Scuola Normale Superiore di Firenze: “Se vogliono recuperare voti e essere competitivi nelle Politiche, i partiti di centrosinistra devono rivolgersi innanzitutto ai tanti cittadini in difficoltà economica che non vanno più a votare. Devono mobilitare gli astenuti, invece che inseguire e imitare le destre”.
L’analisi di ieri di Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera racconta innanzitutto di una maggioranza e di una premier che tengono a livello di consenso, anche se calano tra le fasce di popolazione con reddito più basso. Che ne pensa?
Partiamo da un dato, ossia che questo governo porta avanti politiche anti-poveri, micidiali sul piano sociale. Basti citare l’assalto al reddito di cittadinanza e al welfare in generale. E in parte sorprende, perché ci si poteva aspettare che attaccasse innanzitutto i diritti delle donne e i temi di genere, cosa che in parte è anche avvenuta.
Però nelle elezioni europee e locali, come nei sondaggi, Giorgia Meloni resta forte. Perché?
Perché può contare sui mezzi di informazione, non solo politici, dove si presenta come una donna del popolo, che rappresenta determinati valori. E poi guida un partito che c’è, che esiste, insomma strutturato.
Forse alla premier giova un dato strutturale, evidenziato da anche da diversi suoi studi, ossia che poveri e precari vanno sempre di meno a votare.
Bisogna distinguere. Esiste un’astensione che riguarda cittadini politicizzati, i quali non trovano partiti che li rappresentino e restano a casa per una protesta anti-sistema. Per capirci, è una fascia di elettorato dove ultimamente ha recuperato voti Alleanza Verdi e Sinistra. Poi c’è un altro tipo di astensione che caratterizza coloro che sono in difficoltà economica. E il loro è un distacco molto più profondo, perché ritengono che i partiti non si occupino più dei loro problemi.
Riportarli alle urne è più difficile, quindi?
Certamente, anche perché i partiti hanno perso strutture e canali con cui tradizionalmente parlavano a certi mondi. Penso alle sezioni del Pci o alle parrocchie per la Dc, dove la gente cercava e riceveva aiuto, e dove il voto di molti veniva orientato.
Pagnoncelli conferma che i Cinque Stelle restano il partito più votato da poveri e precari, forte soprattutto al Sud. Ma nel contempo, è forse quello che ha pagato più l’astensione.
Il M5S si è caratterizzato per il reddito di cittadinanza e altre misure di sostegno alle fasce più in sofferenza. Ma ha perso consenso perché gli mancano le strutture, ossia un vero radicamento sul territorio. Lo dimostrano le sue difficoltà nelle elezioni locali, come la mancanza di grandi mobilitazioni contro lo smantellamento del reddito di cittadinanza. Ha un elettorato poco organizzato, anche perché è un movimento ancora giovane, e con una classe dirigente solo in parte cresciuta dal basso.
Elly Schlein ha riportato l’asse del Pd verso sinistra. Ma sembra ancora fare fatica a riportare al voto tanti cittadini, no?
Ai democratici serve un po’ di più. Pagano innanzitutto il fatto di essere un partito con un elettorato di età media alta. E come dicevamo prima, gli manca un raccordo con i movimenti sociali.
Schlein insiste sui temi sociali, con parole d’ordine che spesso coincidono con quelle del M5S.
Vero, ma il Pd balbetta su molti argomenti, come la Palestina e il precariato. E poi Schlein deve fare i conti con le correnti del suo partito, che messe assieme non costruiscono certo una sinistra omogenea.
Astenuti spesso fa rima con giovani. Concorda?
Assolutamente sì: il 40 per cento dei ragazzi non va a votare. Però in diversi sono orientati a sinistra, anche se non si riconoscono nei partiti tradizionali. Sono recuperabili, a patto che si trovi un modo per parlargli. In fondo lo dimostra il successo elettorale di nuovi partiti in Spagna e in Grecia, che si rivolgono innanzitutto ai giovani.
(da ilfattoquotidiano.it)

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PSICODRAMMA TRA I MELONIANI SULLA MANOVRA BLINDATA

Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile

LIRIS, IL RELATORE DI FDI, SI DIMETTE PER PROTESTA CONTRO IL GOVERNO, L’IRA DELLA MELONI SU DI LUI CHE POI SI RIMANGIA LA CRITICA

Il governo sbatte contro il “monocameralismo” della manovra. Il cortocircuito va in scena al mattino, quando la commissione Bilancio del Senato riduce l’esame della Finanziaria a una formalità. Appena mezz’ora di discussione, poi i lavori si fermano. L’esecutivo ha fretta di chiudere la partita per evitare l’esercizio provvisorio. Per questo gli 814 emendamenti delle opposizioni finiscono nel cestino. E per la stessa ragione la legge di bilancio viene spedita in aula senza il mandato al relatore.
Ma è proprio quest’ultimo a scoperchiare il vaso della manovra blindata da Palazzo Chigi. “Mi sono dimesso da relatore”, annuncia il senatore Guido Liris (FdI) tra i corridoi di Palazzo Madama. Poi aggiunge: “Chiedo al presidente (della commissione ndr) di farsi mediatore perché non ci sia più la singola lettura e si torni alla doppia lettura che manca dal 2018”.
I senatori delle opposizioni sono increduli. “Liris si dimette contro il governo Meloni o si dimette in polemica con il suo partito che ha sottomesso i gruppi di maggioranza alla volontà ottusa del governo?”, incalza il capogruppo del Pd, Francesco Boccia. Ma l’esponente di Fratelli d’Italia insiste: “È una volontà della maggioranza dire questa cosa qui”. Questa cosa qui è, appunto, la doppia lettura che il governo e la maggioranza non sono riusciti a garantire dato che il Senato non ha potuto toccare il testo della manovra licenziato dalla Camera.
Il tempo di rimbalzare sulle agenzie di stampa e la dichiarazione del relatore finisce sotto esame a Palazzo Chigi. Giorgia Meloni è furibonda. Uno scivolone senza senso, è la reazione a caldo secondo quanto riferiscono fonti di FdI. Anche a via della Scrofa, l’uscita di Liris viene bollata come avventata: si racconta che anche Arianna Meloni non abbia affatto gradito le parole del relatore di FdI.
La traccia – è il ragionamento – doveva essere decisamente diversa: le opposizioni che bloccano la commissione con centinaia di emendamenti e il governo che invece pensa al bene degli italiani approvando la manovra nei tempi previsti.
È questo lo spin che parte dal partito poche ore dopo le dichiarazioni di Liris. “Quest’anno – è il messaggio – andranno in esercizio provvisorio Francia, Spagna e Germania, mentre noi saremo attenti alla crescita economica nonostante la crisi internazionale”. Ma non basta.
Le opposizioni insorgono. “Il governo Meloni sta violando la Costituzione in modo sfacciato, ha umiliato il Parlamento e persino alcuni parlamentari di Fratelli d’Italia si stanno ribellando”, tuona il leader di Italia Viva, Matteo Renzi.
La presidente del Consiglio affida a Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del suo partito, il compito di bacchettare Liris. Non solo. Dopo un confronto acceso con il capogruppo al Senato, Lucio Malan, Liris prova a fare retromarcia. “Non era una questione di dimissioni, si è preso atto dell’impossibilità di esaminare il provvedimento di fronte agli oltre 800 emendamenti presentati dalle opposizioni”.
E intanto montano i malumori dei senatori della Lega e anche da Forza Italia trapela fastidio per l’uscita del collega di FdI. Tocca al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, caldeggiare una revisione delle procedure parlamentari anche se, sottolinea, “l’iniziativa non spetta al governo”. Nell’aula di Palazzo Madama che a sera si trasforma in un’arena contro il governo, Giorgetti rivendica l’impostazione prudente della manovra: “Non ci possiamo permettere di essere né temerari, né avventati e né sconsiderati”. Poi il rammarico: “Avrei voluto fare di più per la famiglia e per i figli”. Oggi il voto finale con il lucchetto della fiducia, ultimo atto della manovra che si è schiantata contro la forzatura del “monocameralismo”.
(da Repubblica)

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IN TILT I SITI DI MALPENSA. LINATE E FARNESINA: ATTACCO DEGLI HACKER RUSSI

Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile

L’AZIONE RIVENDICATA DAL GRUPPO NONAME

«I russofobi italiani ricevono una meritata risposta informatica». Così la gang di hacker filorussa NoName057 rivendica su Telegram l’attacco ai siti di trasporti e istituzionali italiani in corso da stamattina. Da quelli degli aeroporti milanesi di Malpensa e Linate a quello della Farnesina, che da sabato mattina risultano irraggiungibili o malfunzionanti e rallentati nell’accesso. Tra gli altri target del collettivo ci sono la Federazione italiana trasporti e le Autolinee Siena e Torino.
L’attacco hacker sta creando disagi, più che altro a chi vuole verificare gli orari degli aerei in arrivo e in partenza o comprare un posto al parcheggio dei due scali via web ma non sta incidendo in alcun modo sull’operatività dei voli e dei servizi operativi.
A rendere irraggiungibili i siti, è stata una pioggia di attacchi Ddos (che sta per interruzione distribuita di servizio) ovvero l’invio di continue richieste fasulle di accesso ai sistemi informatici di una infrastruttura che li sovraccarica e li manda in tilt.
Una modalità di disturbo che il collettivo è solito usare, «fanno questo di mestiere» dicono gli investigatori. Gli specialisti del Cnaipic della Polizia postale stanno supportando gli obiettivi coinvolti nell’attivare i sistemi di risposta che hanno mitigato l’attacco e stanno svolgendo le relative attività di indagine.
(da agenzie)

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CHIUDE L’EDIZIONE ITALIANA DEL QUOTIDIANO GRATUITO “METRO”, L’ULTIMO GIORNALE FREE PRESS NEL NOSTRO PAESE ORA SARÀ “LEGGO” DI CALTAGIRONE

Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile

MA IN TUTTA EUROPA IL SETTORE DELLA STAMPA GRATUITA SE LA PASSA MALISSIMO: IL SISTEMA CHE SI BASA SOLO SULLA RACCOLTA PUBBLICITARIA NON REGGE

Chiude Metro, quotidiano che rappresentava uno degli ultimi baluardi della stampa gratuita in Italia. Ora rimane solamente Leggo di Caltagirone Editore (quello del Messaggero). Però anche nel resto d’Europa non se l’è passata bene il segmento editoriale della free press, che poggia non su ricavi diffusionali ma sulla sola raccolta pubblicitaria.
È successo in Francia con 20 Minutes, che pubblica adesso solo online; è successo con il britannico London Evening Standard, che ha cambiato nome in London Standard ed è diventato settimanale.
In Italia, invece, Metro ferma sia l’edizione cartacea sia quella sul web. Al momento, a supporto della redazione, c’è solo un’ipotesi di cassa integrazione a zero ore, ancora da validare, secondo quanto risulta a ItaliaOggi.
Con l’addio a Metro, però, si archivia una vera e propria epoca della stampa in Italia quando, agli inizi degli Anni 2000, si puntava su ampie diffusioni tra i lavoratori in movimento, per esempio su mezzi pubblici e metropolitane,
Sono nate così testate come DNews, E Polis e City, che rappresentava l’impegno nel business di un grande gruppo editoriale come Rcs-Corriere della Sera. Non solo, Metro sbarca in Italia in quel periodo, con l’imprimatur del grande gruppo editoriale omonimo che, dalla Svezia, aveva esportato la testata in vari mercati. Almeno fino all’agosto 2009, quando il gruppo svedese si disimpegna dalle attività oltreconfine (e poi arriverà a fermare anche il suo Metro nel 2019).
In Italia, in parallelo, il giornale gratuito cambia proprietà e questo succede un paio di volte per poi essere ceduto, nel 2020, un’ultima volta. Al momento di questo ulteriore cambio, comunque, Metro viene stampato ancora a Roma, Milano e Torino e si trascinano piani di espansione ipotizzati pure a Sud, per esempio a Napoli. Il quotidiano finisce nuovamente sotto l’editrice New Media Enterprise diretta dall’editore e direttore Salvatore Puzzo.
Ma l’inizio dell’epilogo è l’agosto 2024, quando la società va in liquidazione. Fino alla scorsa settimana, la redazione con 7 giornalisti era in cassa integrazione, secondo un accordo valido fino al prossimo ottobre con prepensionamenti inclusi. Ma, lunedì 23 dicembre, Puzzo ha annunciato che le pubblicazioni s’interrompevano.
A fine 2021, l’editrice comunicava 180 mila copie distribuite tra Milano e Roma, Torino, Bologna e Perugia.
(da “Italia Oggi”)

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BIGNAMI HA GIA’ FATTO INCAZZARE TUTTI A DESTRA – IL NEOCAPOGRUPPO ALLA CAMERA, SCELTO DA GIORGIA E ARIANNA MELONI, HA PRESO DI MIRA GLI “ASSENTEISTI” DI FDI. E PER QUESTO È GIA’ CIRCONDATO DA VELENI E MALUMORI NEL PARTITO

Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

AL SUO DEBUTTO ALLA CONFERENZA DEI CAPIGRUPPO, È STATO RICHIAMATO DAL PRESIDENTE DELLA CAMERA, IL LEGHISTA FONTANA, A USARE “MODI PIÙ CONSONI AL RUOLO” … IN UN FACCIA A FACCIA INFUOCATO, INFINE, IL FORZISTA GIUSEPPE MANGIALAVORI GLI AVREBBE DETTO: “SE CONTINUI COSÌ, TI BUTTO DALLA FINESTRA”

Vuole far lavorare i 117 deputati di Fratelli d’Italia che presiede. Ha modi spicci, diretti. Ce l’ha con gli assenteisti, coloro che bigiano le commissioni di competenza e si fanno sostituire. Ha dato mandato agli uffici di farsi inviare un report dettagliato di chi c’è e chi non c’è. Galeazzo Bignami è stato scelto da Giorgia e Arianna Meloni per sostituire Tommaso Foti,
Intorno all’ex viceministro dei Trasporti però iniziano a volare malumori e piccole cattiverie. Rimpianti del passato e lamentele. “Il codice Galeazzo” non piace. E così la sfuriata della settimana scorsa durante la manovra si arricchisce di un dettaglio in più
Durante la conferenza dei capigruppo Bignami se l’è presa con la lentezza degli uffici nel mettere a punto i testi che sarebbero dovuti andare in Aula. Un’uscita legittima, ma dai toni abbastanza aspri, al punto che il presidente della Camera Lorenzo Fontana, terminata la riunione, lo ha convocato nella sua stanza. “Mi segua”.
Durante il faccia a faccia, raccontano fonti di Montecitorio, la terza carica dello stato ha in qualche modo redarguito Bignami. Gli ha detto di usare modi più consoni al ruolo che ha. Il capogruppo di FdI si era lamentato delle 36 ore richieste dagli uffici per mettere in ordine i testi perché in ballo c’era la manovra, che oggi approda in Senato dopo la fiducia, e il lavoro di tutti i dipendenti, non solo quello dei parlamentari, di Montecitorio.
Bignami proprio nelle ore concitate della finanziaria è stato protagonista di un altro faccia a faccia abbastanza “maschio” con Giuseppe Mangialavori di Forza Italia, presidente della commissione Bilancio.
Complice la stanchezza e qualche nervosismo di troppo, il forzista avrebbe stoppato gli assalti verbali del collega di Fratelli d’Italia con parole nette: “Se continui così, ti butto dalla finestra”. Tutto rientrato, tutta acqua passata.
Il partito di Giorgia Meloni all’esterno è un monolite perché FdI non contempla all’esterno divisioni e veleni. E però prima di Natale diversi parlamentari hanno scritto e cercato Arianna Meloni per lamentarsi dei modi di Galeazzo, di quel codice un po’ troppo duro, da parte di chi non ha esperienza d’Aula.
Come al solito le malelingue hanno tirato in ballo Giovanni Donzelli e la vicecapogruppo Augusta Montaruli che starebbero assumendo spazio di manovra in un gruppo che ancora rimpiange i bei tempi di Foti e soprattutto di Francesco Lollobrigida
(da Il Foglio)

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NO BIPARTISAN DEL CSM ALLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE: DEPOSITATO IL PARERE CONTRARIO ALLA RIFORMA NORDIO CHE APPRODA IN PLENUM L’8 GENNAIO, NORDIO E’ RIUSCITO A FARSI BOCCIARE PERSINO DAI MAGISTRATI “DI DESTRA”

Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

LA RELAZIONE DI 60 PAGINE EVOCA SIA IL RISCHIO DELLA DIPENDENZA DEI PUBBLICI MINISTERI DAL POTERE POLITICO, SIA QUELLO DELLA FORMAZIONE DI UN “CORPO AUTONOMO DI FUNZIONARI-PM” “SOTTRATTO A QUALSIASI FORMA DI CONFRONTO E CONTROLLO” ,,, “I PASSAGGI DA PM A GIUDICE, RIGUARDANO PERCENTUALI LARGAMENTE INFERIORI ALL’1% DELL’ORGANICO IN SERVIZIO”

Toghe compatte e sul piede di guerra, com’era ormai prevedibile, al Consiglio superiore della magistratura contro la separazione delle carriere. Il plenum di Palazzo Bachelet ne discuterà l’8 gennaio prossimo, ma pesa la relazione, depositata già in Sesta commissione del Csm, che argomenta per quasi sessanta pagine il suo parere contrario.
Che evoca sia il rischio della dipendenza dei magistrati della pubblica accusa dal potere politico, sia quello della formazione di un “corpo autonomo di funzionari-pm” che guida la polizia giudiziaria ma è “sottratto a qualsiasi forma di confronto e controllo”, un unicum insomma mai visto nei sistemi democratici.
In calce, le firme di tutte le componenti: dalla corrente di destra Mi, consigliere Eligio Paolini, al laico del Pd Roberto Romboli, dall’esponente di Area Antonello Cosentino a quello di Unicost Roberto D’Auria insieme a Roberto Fontana, l’indipendente vicino alla sinistra.
L’altra relazione invece, favorevole alla separazione delle carriere (la riforma “è necessaria” e “pone al centro del sistema giudiziario la garanzia dei diritti e la tutela delle libertà dei cittadini”), porta la firma del laico di FdI, Felice Giuffré, ed è il tentativo di dividere il parlamentino dei magistrati, dopo l’unità mostrata dai giudici nell’Assemblea dell’Anm di fine anno.
Che ha dato il via anche alla formazione nel Paese di comitati referendari anti-separazione aperti alla società civile e ad esponenti dell’Accademia e dell’avvocatura.
Tornando al parere depositato dai cinque consiglieri, invece, il disegno riformatore della destra al governo, “pur lasciando formalmente intatti” presìdi e garanzie, nel concreto sviluppo della riforma, “non elimina il rischio di un affievolimento dell’indipendenza del Pm rispetto agli altri poteri dello Stato”.
Anzi, la previsione è ben più fosca quando i consiglieri scrivono che “secondo alcuni, la separazione delle carriere unitamente alla contestuale istituzione di un autonomo organo di autogoverno composto esclusivamente da magistrati requirenti, con membri laici, porterebbe alla separazione di un corpo,di funzionari pubblici ,deputato alla direzione della polizia giudiziaria, essenzialmente autoreferenziale; un secondo e autonomo potere giudiziario, indipendente da ogni altro”. E citano così le parole del costituzionalista Alessandro Pizzorusso: “Il potere dello Stato più forte che si sia mai avuto in alcun ordinamento costituzionale dell’epoca contemporanea”.
Nel clima politico riacceso, nelle scorse settimane, dalle sentenze nei confronti di Renzi e Salvini, la relazione bipartisan non manca poi di ribadire i due dati di fatto: non solo “i passaggi dall’una all’altra funzione”, da pubblico ministero a giudice, “riguardano percentuali largamente inferiori all’1% dell’organico in servizio”, ma sono condizionati da “limitazioni di natura funzionale e territoriale” tali da non poter comportare, “neanche sotto il profilo dell’apparenza, rischi di ricadute negative in termini di imparzialità e terzietà”.
D’altra parte, scrivono i cinque consiglieri che hanno firmato il parere contrario, “appare indubbio che l’evocato necessario miglioramento della qualità e dell’efficienza della giurisdizione passi per un superamento delle persistenti criticità organizzative che caratterizzano il servizio giustizia, dal fronte delle carenze degli organici del personale amministrativo e dei magistrati, a quello delle difficoltà insite nel cammino di informatizzazione delle procedure e degli uffici giudiziari, temi sui quali è impegnata l’azione del ministro della Giustizia”
(da agenzie)

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TELE-MELONI? UN TELE-FLOP: FINISCE L’ANNO ED È TEMPO DI METTERE IN FILA TUTTI I FALLIMENTI DEL NUOVO CORSO DESTRORSO DELLA RAI

Dicembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

IL FIASCO DELL’EX IENA ANTONINO MONTELEONE CHE SU RAI2 HA RAGGIUNTO IL RECORD NEGATIVO CON UNO MISERO SHARE DELLO 0,99% (IL PROGRAMMA È STATO CHIUSO)… MALE ANCHE PINO INSEGNO, REDUCE DEL FLOP DEL “MERCANTE IN FIERA”, CON IL QUIZ “REAZIONE A CATENA” … E POI IL FIASCO DI NUNZIA DE GIROLAMO, ELISABETTA GREGORACI E LUCA BARBARESCHI A CUI NEANCHE PIACEVA IL SUO “SE MI LASCI NON VALE”

Fine anno, tempo di bilanci e il saldo di non pochi programmi televisivi è negativo. In alcuni casi, il rosso è stato talmente profondo da portare alla chiusura di format – vecchi, nuovi o rispolverati –, ognuno finito sotto il cappello che nessun conduttore tv vorrebbe mai indossare, quello del flop.
Tutte le trasmissioni felici sono uguali, ogni trasmissione infelice è infelice a modo suo. Ci sono stati, ad esempio, gli azzardi, quelli per cui bisogna avere coraggio, e ne serve parecchio per prendere il posto che era stato di Fiorello con Viva Rai 2! . Ci hanno provato Andrea Perroni, Carolina Di Domenico e Gianluca Semprini con Binario 2 , il morning show subentrato nella fascia oraria «inventata» dallo showman.
Ma se con lui si viaggiava attorno al 19% di share, in due mesi la nuova produzione della Rai non è riuscita a sfondare il tetto del 3%. Risultato: chiusura anticipata e una nota della Rai in cui si ammette che questo «esperimento conteneva un margine di rischio… non è stato premiato dagli ascolti».
Nel gruppo dei coraggiosi ci finisce di diritto anche Amadeus: non in molti avrebbero accettato di passare dai numeri stellari dei suoi Sanremo a quelli ben diversi di una rete giovane come il Nove, ma lui, in cerca di nuove sfide, si è tuffato in questa avventura, trovandosi, però, in un’acqua un po’ più freddina del previsto. Chissà chi è , il quiz con cui su Rai 1 intratteneva milioni di spettatori (aveva solo un altro titolo: Soliti ignoti ), ha dimostrato il teorema per cui se cambi il tasto del telecomando il risultato cambia: ascolti fermi al 3,6% di share e la scelta da parte di Warner Bros.
Discovery di ripartire da gennaio con una nuova collocazione, in prima serata, fascia che ha sorriso di più al conduttore con l’esperimento, stavolta riuscito, della sua Corrida . Al capitolo «a volte ritornano» c’è anche La Talpa , una trasmissione diventata un piccolo cult dei primi anni duemila, tornata con una veste rinnovata su Canale 5, sotto la guida di Diletta Leotta: dovevano essere sei puntate, ma visti i bassi ascolti si è passati alla chiusura anticipata a quattro, con gli ultimi episodi accorpati.
Sportiva, così come lo è stata Nunzia De Girolamo nel commentare l’insuccesso del suo talk show politico, Avanti popolo , chiuso a gennaio dopo 15 puntate: «Io non lo volevo fare, perché pensavo che fosse presto per
Chi invece non ha mai voluto usare questa parola è Pino Insegno, nonostante il suo ritorno con un quiz (in passato) molto amato come Reazione a catena non sia stato certo soddisfacente, tanto che in Rai si era perfino temuto per il basso traino per il Tg1. Insegno, reduce dalla chiusura nel 2023 de Il mercante in fiera aveva commentato a Tvblog : «Certe cose non riesco a capirle… Si sono persi 2-3 punti percentuali… se una flessione c’è stata è per gli episodi eccezionali che si sono susseguiti quest’estate».
L’Altra Italia dell’ex Iena Antonino Monteleone era stato definito alla presentazione dei palinsesti Rai come «uno tra i programmi più attesi di questa stagione». Solo, stando agli ascolti, non si è capito da chi: i numeri sconfortati del programma si sono trasformati, nella puntata del 17 ottobre, in «ascolti mai visti prima nella storia della Rai» (così hanno commentato dal Pd), con uno share dello 0,99% e 169mila telespettatori.
A fine ottobre la trasmissione ha chiuso, così come è successo a Elisabetta Gregoraci con Questioni di stile e a Luca Barbareschi con Se mi lasci non vale , altro titolo di Rai 2. Solo che, questa volta, perfino il conduttore era il primo che mai avrebbe guardato il programma: «Se sono dispiaciuto della chiusura anticipata? No, perché non mi piaceva». [.
(da agenzie)

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