Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
IL GENERALE ELETTO ALL’EUROPARLAMENTO CON LA LEGA DISSE RIFERENDOSI ALL’EGONU: “GLI ITALIANI SONO BIANCHI, CHI HA I TRATTI SOMATICI AFRICANI NON CI RAPPRESENTA” E FU QUERELATO DALLA PALLAVOLISTA
Paola Egonu è stata scelta da Volleyball World , portale collegato alla Fivb (la
Federazione internazionale di pallavolo), come miglior pallavolista al mondo per il 2024.
Il riconoscimento alla giocatrice italiana, oro olimpico a Parigi, ha suscitato reazioni anche nel mondo politico. «C’è tanto di veneto e di coneglianese nel meritato titolo di miglior giocatrice del mondo assegnato a Paola Egonu», ha commentato il governatore veneto ed esponente della Lega Luca Zaia.
Parole che vanno in controtendenza con le prese di posizione su Egonu del generale Roberto Vannacci, eletto eurodeputato proprio nelle liste della Lega. «Quando io vedo una persona che ha la pelle scura non la identifico immediatamente come appartenente all’etnia italiana non perché sono razzista ma perché da 8 mila anni l’italiano stereotipato è bianco», aveva detto Vannacci nel 2023 tornando poi in diverse circostanze sull’argomento.
(da agenzie)
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Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
“OGGI I GENITORI HANNO TROPPA PAURA DELLA FRUSTRAZIONE DEI FIGLI, PENSANO CHE I TRAUMI DANNEGGINO LA LORO ANIMA PER SEMPRE. LA STORIA DIMOSTRA CHE NON È COSÌ: ALTRIMENTI DOPO LA GUERRA, CON UNA GENERAZIONE CRESCIUTA TRA BOMBE E MISERIA, COSA SAREBBE DOVUTO SUCCEDERE?”
Julio Velasco ha già regalato la tuta di Parigi: i ricordi gli stanno sempre un po’ stretti. Ha cominciato la prossima vita combattendo contro una squadra formidabile, le formiche di campagna che non vorrebbero lasciare la sua casa. In attesa del Mondiale di fine agosto in Thailandia.
Quando si è reso conto che aveva vinto l’oro olimpico?
«In quel momento, a Parigi, c’è stata solo emozione. Poi, in questi mesi, ho pensato “ci sono riuscito”. L’oro non era una mancanza ma vincerlo mi ha dato un senso di pienezza».
Nel discorso di fine anno il presidente Mattarella ha chiesto di ascoltare il disagio dei giovani, tema a lei caro. Sono molto cambiati?
«No, assolutamente. Ma è cambiato il mondo, è cambiata la velocità di cambiamento del mondo».
Colpa del web? Colpa dei social?
«Faccio parte della generazione di rottura, quella degli anni Sessanta, quando contestavamo il sistema. Anche allora gli adulti criticavano tante cose che, secondo loro, ci avrebbero reso peggiori. Ora non so se il web aumenta la stupidità, ma so che aumenta la possibilità di accedere a certe cose, di imparare a farle, di esprimerti se vuoi cantare o suonare. Trovo ingeneroso dire che i giovani hanno poca voglia di fare: il problema è che fanno troppe cose, il corso di inglese, l’allenamento sportivo, lo studio, e hanno poco tempo davvero libero, per la noia e l’ozio creativo. Ma soprattutto penso che ad essere cambiati siano i genitori».
Perché?
«Non so, forse per il senso di colpa di non poter stare tanto a casa. Oggi i genitori hanno paura della frustrazione dei figli, pensano che i traumi danneggino la loro anima per sempre. La storia dimostra che non è così: altrimenti dopo la guerra, con una generazione cresciuta tra bombe e miseria, cosa sarebbe dovuto succedere?».
I genitori vogliono evitare che i figli soffrano.
«E per questo intervengono troppo.
Parlano con l’allenatore, parlano con l’insegnante. Per aiutarli, ovviamente, ma non capiscono che ciò che ti rende forte è un buon sistema immunitario. Per costruirlo, però, devi anche ammalarti e superare il virus. E lo devi superare tu, da solo. C’è un paradigma sottinteso: se non intervieni non ti prendi abbastanza cura. Ma non è così: mia madre quando ci diceva che dovevamo arrangiarci lo usava come metodo. Perché quando la mano del genitore ti molla come fai? Poi c’è un altro punto».
Quale?
«A volte i genitori usano i figli come specchio narcisistico. Per avere conferme su di loro. I figli ti devono piacere perché sono tuoi, non perché sono i migliori. Non c’è un ranking: tuo figlio non vale solo se arriva in alto, altrimenti è un fallito. Quando un genitore dice “mio figlio è bravo ma non lo capiscono”, sta tranquillizzando se stesso. “Non è colpa sua” vuol dire “non è colpa mia”».
Da genitore come si è comportato?
«Una volta mia figlia mi ha detto: so che non vuoi sentire queste cose, ma quel professore ce l’ha con me. Io le ho risposto: ti credo, ma si tratta proprio di questo. Tu devi riuscire a essere promossa da chi ce l’ha con te, devi imparare a gestirlo. Lei voleva solo essere capita e infatti l’ha risolta. Spesso quando allenavo le giovanili incontravo i padri e le madri perché va anche detto che non c’è una università per genitori. Si riflette poco su che tipo di genitori siamo. Più che parlare del disagio dei figli, parlerei del disagio dei genitori».
Che non si affronta?
«Più che altro sembra non esserci spazio per questo. L’opinione pubblica vive in modo frenetico, c’è sempre un fatto che va commentato, un’altra urgenza che merita attenzione. Non c’è un luogo o un tempo di riflessione sull’aiuto che serve. I giovani nella maggior parte dei casi sanno risolvere le cose, hanno meno paura di cambiare perché non hanno molto da perdere, c’è chi attraversa momenti difficili, ma spesso questi momenti fanno parte dei problemi comuni a tanti ragazzi. Non tutto è patologico. Poi se qualcuno ti bullizza il figlio, l’istinto sarebbe menarlo, ma non è la soluzione».
I giocatori maschi sono diventati più insicuri?
«Anche prima si sentivano insicuri, solo che i maschi, una volta, non potevano dirlo. Nelle vigilie delle grandi sfide, ai giocatori migliori sudano le mani e lo stomaco si blocca. Il coraggio non ce l’ha chi non sente la paura, quella è incoscienza, ma chi riesce a gestirla. Oggi però abbiamo una scala di misurazione delle insicurezze accuratissima, stiamo attenti a ogni piccolo segnale. Che va bene, ma bisogna dare il giusto peso alle cose».
Perché è tornato ad allenare a più di 70 anni?
«Perché sono un allenatore e perché volevo capire le differenze nella gestione delle donne, volevo imparare a usare paradigmi diversi. Con i maschi usi “guerrieri”, “occhi della tigre”, con le ragazze non è così. L’aggressività e la carica hanno strade diverse. Ho chiesto anche alle giocatrici e ho parlato loro del coraggio delle donne argentine nella lotta per i desaparecidos».
Cercava un’altra occasione dopo l’Olimpiade di Atlanta del 1996 e quell’argento con la nazionale maschile?
«Non era tanto per il 1996, quanto per il 1997, quando avevo iniziato con le donne. Volevo mettermi alla prova con loro. E rispetto alla generazione di allora, le ho trovate diverse, questo sì. Le donne oggi sono protagoniste di una rivoluzione in corso. Ai nostri tempi, nonostante l’inizio di certe consapevolezze, restavi sempre “la compagna di”. Oggi le ragazze rifiutano i ruoli secondari e vogliono quelli da protagoniste».
Perché la infastidiscono le storie sul gruppo unito?
«Perché si confondono le cose. Anche chi perde può avere un gruppo unito. Aiutare una compagna non è un gesto di solidarietà o di affetto, ma fa parte del gioco. Tu devi aiutarla perché è il tuo compito, se non lo fai stai giocando male, perché la copertura fa parte del metodo di gioco.
Non abbiamo parlato dei problemi che c’erano stati tra le giocatrici negli anni precedenti, ma, per esempio, abbiamo ruotato sempre le camere, ogni settimana si cambiavano le compagne di stanza e, per quel che so, ci sono stati chiarimenti tra loro. Ma riguardava loro. Certi stereotipi sono alimentati anche da noi sportivi. Da noi allenatori. Lo facciamo ogni volta che esortiamo e non diamo indicazioni concrete. Diciamo “giochiamo di squadra” o “dobbiamo sbagliare meno”. La verità è che tu allenatore non sai bene cosa dire e quindi esorti».
L’oro olimpico di Parigi è stata la gioia più grande?
«Nel 1989 per l’Europeo e nel 1990 per il Mondiale con la nazionale maschile, tutto è stato più forte. A Parigi mi ha impressionato il modo in cui abbiamo vinto, quasi senza perdere un set. Ma appunto il rischio di questi bilanci è quello di trasmettere che la chiave è stata la gestione del gruppo, invece le chiavi sono state il cambiamento tecnico e quello metodologico».
Quali?
«Abbiamo cambiato le cose da allenare: per esempio la battuta e la ricezione, dando loro importanza. E il metodo, perché rispetto alla ricezione l’abitudine è che a battere siano gli allenatori, ma così le giocatrici si esercitano poco. Abbiamo allenato la difesa con attacchi fatti da loro, non da un tavolo con uno che ti schiaccia palloni addosso. Ecco i tavoli li abbiamo eliminati, usando le situazioni di gioco per chi attacca e chi difende».
Infatti Paola Egonu l’ha ringraziata per le rullate, che è un tipo di difesa. Quante domande ha avuto su di lei?
«Non tante in verità. Ed è merito suo perché sta imparando a gestire una cosa complicatissima, come il ruolo di star. Ne avevamo parlato all’inizio, anche io avevo avuto difficoltà quando sono diventato “un personaggio”».
Una volta ha detto: mi cercano perché sono un ottimista.
«Un po’ sono così di carattere, un po’ hanno inciso le esperienze che aiutano a relativizzare, dall’Argentina al tempo della dittatura fino alla malattia di persone che ami. L’ottimismo non è “andrà tutto bene” quanto piuttosto “non va bene, ma non è così grave”. Ci sono persone che, a prescindere dal problema, si lamentano in continuazione. Bisogna godersi le cose. Anche quelle piccole, come dice Wenders: strofinarsi le mani quando fa freddo ti dà una bella sensazione calda».
L’errore è più complicato da gestire per le donne?
«Ne abbiamo discusso molto con la squadra, le donne soffrono tanto l’errore, perché a loro storicamente non venivano perdonati. Non ci si può concentrare solo sull’errore, perché certe volte le altre fanno punto perché sono brave, non sempre c’è una colpa. Così dire “mia” quando perdi una palla per mostrare a tutti che sei la responsabile del danno, prolunga il tempo dedicato all’errore. Ti mortifichi, ma il protagonista è sempre l’errore».
(da la Repubblica)
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Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
L’EUROPA SI E’ STANCATA DI ESSERE IL BANCOMAT DEL REGIME ORBANIANO CHE SI RIFIUTA DI COMBATTERE LA CORRUZIONE… LA SOLIDARIETA’ TRA SERVI DI PUTIN
L’Ungheria ha perso definitivamente il diritto a ricevere 1,04 miliardi di euro di
finanziamenti dall’Unione europea che erano stati congelati da Bruxelles per preoccupazioni sullo stato di diritto. Avrebbe dovuto attuare sufficienti riforme entro la fine del 2024 per prevenire conflitti di interesse e combattere la corruzione, ma il satrapo Orbán, presidente in carica, è sempre stato convinto che l’Unione europea fosse un bancomat sempre aperto.
Promesse mancate
In questi ultimi anni ha promesso in cambio di fare il lavoro sporco ai confini, respingendo le persone migranti con modalità degne di un regime. L’Ungheria, che avrebbe dovuto cambiare l’Europa, sta nell’angolo con le orecchie da asino. Orbán, leader amato pubblicamente da Salvini e privatamente da Meloni, ha concluso il suo semestre di presidenza europea guadagnando poco più di qualche amorevole buffetto dal suo sodale Putin. È la prima volta che l’Ue adotta una soluzione del genere, andando oltre la procedura di “condizionalità”.
Uno stato europeo che è disposto a perdere un miliardo di euro pur di non contrastare efficacemente la corruzione al suo interno dovrebbe essere un’onta per i suoi governanti e per i loro amici.
Ieri, invece, la Lega ha deciso di vergare una nota in cui dice che “il taglio dei fondi europei all’Ungheria è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia”.
Capolavoro: rivendicano i diritti per chi oscura i diritti. Ma, del resto, loro sono fatti così: per loro sono “stati di diritto” solo i Paesi con presidenti disposti a scattare un selfie con Matteo Salvini. Il resto è burocrazia difficile da comprendere.
(da lanotiziagiornale.it)
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Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
LA CORTE HA EMESSO UN PROVVEDIMENTO “TRANSITORIO”, IN ATTESA CHE SI PRONUNCI LA CORTE EUROPEA, MA PER LA CASSAZIONE IL GIUDICE HA IL POTERE DI DISAPPLICARE IL DECRETO DEL GOVERNO “CASO PER CASO”
L’ultima mistificazione riguarda l’ordinanza emessa il 30.12 dalla Cassazione in tema di migranti che viene trionfalmente evocata al fine di divulgare la falsa notizia che avrebbe “dato ragione al governo e torto a quei magistrati che fanno un uso politico della giustizia” (così Gasparri di FI). A sua volta, il noto “gaffeur”, sottosegretario alla Giustizia di FdI Delmastro, esulta: “La Cassazione pone una pietra tombale sulle speranze immigrazioniste della sinistra italiana: la lista della definizione dei Paesi sicuri spetta al governo, così come le politiche migratorie”.
In realtà, la Cassazione ha detto qualcosa di molto diverso. Vi era da esultare se la Corte avesse accolto il ricorso del governo avverso la sentenza del Tribunale di Roma, ma non è stato così. La Cassazione, con un provvedimento interlocutorio, ha sospeso il giudizio in attesa che si pronunzi (25.2) la Corte europea di giustizia investita della medesima questione da numerosi giudici italiani (Tribunali Firenze, Bologna, Roma), ritenendo tale pronuncia “destinata ad avere effetti sulla decisione che la Cassazione è chiamata a emettere”.
Già questo dimostra inequivocabilmente che la Cassazione ha ritenuto corretta la procedura adottata dai predetti magistrati del “rinvio pregiudiziale” alla Corte sovranazionale dell’Aia, procedura che era stata invece contestata dal governo. È vero che la Cassazione ha affermato che “la designazione di Paese sicuro spetta in via generale soltanto al ministro degli Affari esteri e degli altri ministri che intervengono in sede di concerto”, ma anche qui l’esultanza è strumentale perché si tratta di un principio incontestabile dal momento che nessuno ha mai messo in discussione il potere dell’esecutivo di designare i “Paesi sicuri”.
Ciò che, invece, era in discussione – e veniva contestato dall’esecutivo che accusava i giudici di non applicare il decreto governativo e di fare così un uso politico della giustizia con provvedimenti “abnormi” (così il ministro di Giustizia Nordio) – era il potere del giudice di disapplicare l’atto normativo.
E anche su tale questione, la Cassazione ha dato ragione ai magistrati. Invero, la Corte – dopo aver più volte affermato che “il giudice è garante della effettività del diritto fondamentale alla libertà personale” – aggiunge che egli “non si sostituisce al governo, ma è chiamato a riscontrare nell’ambito del suo potere istituzionale la sussistenza dei presupposti di legittimità della designazione di un certo Paese di origine come sicuro, rappresentando tale designazione uno dei presupposti giustificativi della misura di trattenimento”; e ciò dopo aver affermato che “il giudice ordinario, sebbene non possa sostituirsi all’autorità governativa, ha, non di meno, il potere-dovere di esercitare il sindacato di legittimità del decreto ministeriale nella parte in cui inserisce un certo Paese di origine tra quelli sicuri, ove esso contrasti in modo manifesto con la normativa europea”.
In conclusione, la Cassazione, a differenza di quanto sostenuto dal governo che aveva con forza attaccato i magistrati, ha ribadito il principio che il giudice può disapplicare l’atto normativo e ciò avviene “incidenter tantum” e “in parte qua”, valevole, quindi, non “erga omnes” e, cioè, per la generalità dei casi, ma per il singolo caso previo accertamento della sussistenza di gravi motivi per ritenere che il “Paese di origine non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova… tenendo conto delle univoche ed evidenti fonti di informazione affidabili e aggiornate sul Paese di origine del richiedente”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile
“È UN PERICOLO CHE PUÒ AIUTARE REGIMI AUTORITARI O GOVERNI CHE SPINGONO VERSO L’AUTORITARISMO. È COME I BARONI DEL PETROLIO ALL’INIZIO DEL NOVECENTO, I TECNO-MILIARDARI COMBATTONO I CONTROLLI GOVERNATIVI SUL PROPRIO BUSINESS”… IL PERICOLO PER L’EUROPA, DOPO CHE IL MR TESLA IMBOTTITO DI KETAMINA HA APPOGGIATO LE SVASTICHELLE DELL’AFD
«Siamo in una nuova era, l’era della battaglia tra chi appoggia la tecno destra e chi vi si
oppone». È il parere di Bill Emmott, ex-direttore dell’Economist, sul dibattito aperto nei giorni scorsi da un editoriale di Ezio Mauro su Repubblica. I tecnomiliardari sono una minaccia alla democrazia, afferma l’autorevole commentatore britannico, che può «spingere verso l’autoritarismo».
Prima a braccetto con Trump in America, poi con Farage nel Regno Unito, ieri il governo tedesco lo ha accusato di volere influenzare le elezioni di febbraio in Germania: c’è una tendenza nelle esternazioni di Musk o addirittura è la nascita di un movimento internazionale?
«Vedo una tendenza e pure una campagna politica internazionale.
Con due aspetti interessanti. Il primo è che, paradossalmente, Trump è un antiglobalista, il suo slogan è America first, prima l’America, e qui abbiamo il suo più stretto collaboratore che prova a interferire in elezioni in tutto il mondo.
La seconda considerazione è che, d’altra parte, le iniziative di Musk non sono davvero una novità: i grandi imprenditori hanno sempre provato a influenzare la politica. La differenza è che una volta lo facevano comprando giornali e stazioni televisive, adesso con il web e con una audience internazionale. Musk è dunque qualcosa di nuovo e di vecchio: una sorta di Citizen Kane globale, per citare il magnate dell’editoria dell’omonimo film di Orson Wells».
Lo stesso Musk ha scritto su X di identificarsi nel concetto di Tech Right: cos’è esattamente, secondo lei, la tecnodestra?
«Un movimento che va oltre Musk, abbracciando molti dei tecno miliardari impegnati a combattere i controlli governativi sul proprio business, contrari alle regolamentazioni di ogni tipo. La deregulation, del web e non solo, è chiaramente un’agenda di destra. Ma non credo che queste persone abbiano in comune altre posizioni della nuova destra, come abbiamo già visto sulla questione dell’immigrazione, in cui Musk si è scontrato con altri esponenti del movimento Maga, tra cui Steve Bannon».
C’è un rischio per la democrazia, quando l’uomo più ricco del mondo, armato delle più potenti tecnologie digitali, prova a influenzare governi e politiche?
«Una massiccia concentrazione di potere e ricchezza è sempre una minaccia per la democrazia: valeva per i baroni del petrolio all’inizio del Novecento, poi per il complesso militar-industriale, vale oggi per i tecno-miliardari. E questo è indubbiamente un pericolo, che può assistere regimi autoritari o governi che spingono verso l’autoritarismo. La distorsione della democrazia negli interessi di un’oligarchia è un antico problema che si ripropone in forme nuove».
La tecnodestra americana può trovare terreno fertile in Europa?
«Lo sta cercando in Germania, dove Musk sostiene l’Afd perché quel partito di estrema destra è contrario a ogni forma di regulation. Sembra averlo trovato nel Regno Unito, dove potrebbe aiutare Nigel Farage, il leader populista fautore della Brexit, a superare il partito conservatore alle prossime elezioni. In Italia non ci sono piani di deregulation, ma sicuramente la tecnodestra punta a moltiplicare la propria influenza in tutta Europa».
Come dovrebbero reagire i governi e i partiti?
«In America, per i prossimi quattro anni, ogni reazione sarà limitata alle file dell’opposizione, perché con Trump la tecnodestra di Musk sarà al governo. Ma l’Unione Europea dovrà difendere con fermezza il Digital Services Act e rafforzare le regolamentazioni. Queste sono le prime cose da fare per proteggersi dalle ingerenze indebite dei tecno miliardari».
Un’altra ingerenza della tecnodestra riguarda la guerra in Ucraina, da cui Musk, come Trump, vorrebbe prendere le distanze, mettendosi d’accordo con Putin il prima possibile. Lei ha affemato recentemente che il presidente ucraino Zelensky dovrebbe dimettersi per facilitare la pace: non è una contraddizione, rispetto alle sue critiche alla tecnodestra?
«Capisco che possa sembrare così ma non credo sia contraddittorio e colgo l’occasione per spiegare perché. Considero Zelensky un eroe simile al Churchill della Seconda guerra mondiale. Ma in una democrazia il tempo che un leader trascorre al potere è limitato e penso che il presidente ucraino potrebbe usare in modo costruttivo al tavolo del negoziato con Mosca la decisione di non ricandidarsi».
Ma perché Zelensky dovrebbe rinunciare a candidarsi?
«Perché un suo ritiro potrebbe essere una carta da giocare nella trattativa di pace, al fine di ottenere in cambio qualcosa di importante per l’Ucraina. Se la guerra va avanti, beninteso, Zelensky deve rimanere al suo posto. Soltanto quando ci fosse la pace potrebbe offrire di ritirarsi»
Tornando alla minaccia della tecnodestra, siamo entrati in una nuova era politica?
«In parte la nuova era della democrazia digitale, in cui web e social hanno una importanza fondamentale, è cominciata da alcuni anni. Ma oggi siamo di fronte a una battaglia intellettuale fra chi sostiene il potere sprigionato dalla tecnodestra e chi lo considera pericoloso. Siamo nell’era di questa battaglia e non sappiamo ancora chi la vincerà».
(da la Repubblica”)
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