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GIORGIA MELONI VUOLE PIANTARE LA BANDIERINA DI FRATELLI D’ITALIA SUL VENETO A TUTTI I COSTI: COME FARE, SENZA FAR SALTARE IN ARIA LA LEGA, E QUINDI METTERE A RISCHIO IL GOVERNO?

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

IL PIANO DELLA DUCETTA È TRATTARE DIRETTAMENTE CON LUCA ZAIA, CORTEGGIANDOLO CON QUALCHE OFFERTA, MAGARI ANCHE UN RUOLO DI GOVERNO… L’ATTEGGIAMENTO SBRUFFONE DEI MELONIANI VERSO IL CARROCCIO: “È SEMPRE LA SOLITA SOLFA, POI SI CALMANO”. MA SE IN BALLO C’È IL POTERE NELLA RICCHISSIMA REGIONE FORTINO, POTREBBE ESSERE DIVERSO

Di terzo mandato non intende neanche sentire parlare: è una questione chiusa, che Giorgia Meloni non è disponibile a riaprire. Semmai proverà per davvero a governare il Veneto, piantando la bandiera di Fratelli d’Italia sulla regione più leghista d’Italia.
Per adesso, però, la presidente del Consiglio cerca di evitare il conflitto diretto con il Carroccio. Schiva il contenzioso pubblico con Matteo Salvini. Ed evita di affondare il colpo contro Luca Zaia. Non è un caso: pensa che alla fine la matassa sarà sbrogliata trattando direttamente con il governatore uscente. Escludendo invece dalla mediazione Matteo Salvini.
La premessa di ogni ragionamento è questa, a Palazzo Chigi: siamo il primo partito d’Italia e non possiamo essere esclusi dal governo delle grandi regioni del Nord. Ci sarebbe la Lombardia, ma nella regione più grande d’Italia si tornerà alle urne nel 2028: comunque un’eternità, per di più dopo le prossime politiche. L’unica possibilità è dunque prendere il Veneto. Un destino ineluttabile, per la presidente del Consiglio, visto che il suo partito si attesta nei sondaggi attorno al 30%.
Pragmaticamente, la premier è consapevole che la regione di Zaia sarà uno dei pezzi pregiati di una mediazione che coinvolgerà anche altri centri chiamati alle urne nei prossimi mesi: Campania, Puglia, Marche, Toscana e Valle d’Aosta. Ma sa anche che proprio il Veneto è il tassello politicamente più rilevante: mai, da quando esistono, i meloniani hanno conquistato una regione di peso del Nord.
Parlerà dunque con Zaia, questo è il progetto. Al momento opportuno e scavalcando di fatto Salvini. Con il governatore veneto, d’altra parte, continua a mantenere un filo diretto. Con lui, nei momenti di massima debolezza di Salvini prima delle Europee, aveva discusso informalmente anche di una possibile transizione morbida in caso di dimissioni del segretario dalla guida del partito.
Ha molto da offrirgli, anche in termini di caselle di governo. È evidente che una mossa del genere smuoverebbe gli equilibri nel Carroccio e aprirebbe una crepa nei rapporti tra la premier e il ministro delle Infrastrutture. Ma non è detto che questo scenario dispiaccia poi troppo a Palazzo Chigi.
Ultimamente, quando sentono nominare la Lega, i tanti dirigenti e ministri di Fratelli d’Italia si irrigidiscono, alzano gli occhi al cielo, sbuffano. «No comment, tanto è sempre la solita solfa, poi si calmano», rispondevano anche ieri . Era una risposta standard, che gli si chiedesse delle divisioni sul ddl Sicurezza o delle incertezze sull’Autonomia o, ancora, del rischio di spaccare la coalizione in Veneto. È una stanchezza, quasi un’esasperazione, che devono aver percepito anche dalle parti di Palazzo Chigi, tanto da muovere Giovanbattista Fazzolari, fedelissimo della premier, a imporre il silenzio alle truppe: «Nessuno reagisca alle dichiarazioni dei leghisti sul Veneto e Zaia», questo il senso del messaggio.
La premier, già da tempo, ha chiarito ai suoi di non voler alzare pubblicamente i toni su una polemica solo divisiva, memore dei veleni che poco meno di un anno fa affondarono il centrodestra in Sardegna. E poi prevede che la battaglia di Matteo Salvini, alla fine, non sia davvero legata al terzo mandato
(da agenzie)

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MORTE RAMY, IL VIDEO REGISTRATO CON UNA BODYCAM DOPO L’INCIDENTE: “I CARABINIERI MI HANNO FATTO CADERE”

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

IL VIDEO CONFERMEREBBE LA TESI DEL TESTIMONE E AUMENTA I DUBBI SULLA VERSIONE DEI CARABINIERI

Nuovi filmati registrati dalla bodycam di un carabiniere mostrano quanto accaduto la sera dello scorso 24 novembre, tra via Ripamonti e via Quaranta a Milano, subito dopo l’incidente che ha portato alla morte di Ramy Elgaml. Si vedono i militari, appena scesi dalle pattuglie impegnate nell’inseguimento, soccorrere il 19enne e Fares Bouzidi e richiedere l’intervento dei sanitari. Il 22enne, che guidava lo scooter Tmax, era rimasto sveglio dopo l’impatto, chiedeva delle condizioni di salute dell’amico e rispondeva alle domande sulla dinamica dell’incidente. “Perché non ti sei fermato?”, gli ha chiesto un carabiniere, “non ho la patente”, ha risposto il 22enne aggiungendo: “I carabinieri mi hanno fatto cadere”.
Le fasi successive all’incidente e le risposte di Fares Bouzidi
I video delle fasi successive all’incidente del 24 novembre sono stati pubblicati in esclusiva ieri sera, giovedì 16 gennaio, dalla trasmissione Dritto e Rovescio di Retequattro, condotta da Paolo Del Debbio. Le prime immagini riportano come orario le 23:12 e mostrano un carabiniere chiamare i soccorsi via radio. Era passato all’incirca un minuto da quando i militari avevano segnalato la caduta dello scooter TMax su cui viaggiavano Fares Bouzidi e Ramy Elgaml. I due ragazzi, dopo un inseguimento che si è prolungato per 8 chilometri, arrivati all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta erano finiti a terra.
Il militare che indossava la bodycam era uno di quelli che aveva prestato soccorso a Bouzidi, ferito e disteso a terra, ma ancora sveglio. I carabinieri lo invitavano a restare fermo, sdraiato, in attesa dell’ambulanza, mentre lui lamentava dolore alla testa. “Sei andato a sbattere”, gli hanno detto, provando a rassicurarlo: “Il tuo amico sta bene, non ti preoccupare”.
In realtà, Elgaml aveva riportato ferite ben più gravi del 22enne. L’autopsia, infatti, stabilirà che nell’impattare contro un palo, il 19enne aveva riportato la lesione dell’arteria aorta che ne determinerà poco dopo il decesso. I carabinieri, comunque, stavano provando a rianimarlo, restando in contatto telefonico con i sanitari, che arriveranno dopo quasi 10 minuti dalla prima richiesta.
“Cos’è successo?”, ha chiesto Bouzidi mentre veniva caricato in ambulanza, “siete caduti con lo scooter”, gli ha risposto il carabiniere. Un’operatrice sanitaria, poi, ha continuato a domandare: “Tu guidavi?”, “sì” ha detto il 22enne aggiungendo di ricordare “solo i carabinieri dietro e poi mi hanno sbattuto”. Subito dopo, Bouzidi ha affermato di non ricordare “niente”, ma che “i carabinieri mi hanno fatto cadere”.

La ripresa della bodycam si è interrotta durante il tragitto verso l’ospedale San Carlo, dove poi è ripresa nella sala d’aspetto. Là c’erano alcuni parenti di Bouzidi, che chiedevano spiegazioni a uno dei carabinieri che avevano partecipato all’inseguimento. “Ha perso il controllo del motorino ed è andato a sbattere sul marciapiede”, ha spiegato un militare.
“Non sono andati a sbattere contro l’auto?”, ha domandato la sorella del 22enne, “no c’era la macchina nostra dietro, ma davanti no. Il problema è che il ragazzo che portava lui è messo male”, ha aggiunto il carabiniere. Poco dopo, è arrivata la notizia del decesso di Ramy Elgaml. Per la morte del 19enne sono indagati per omicidio stradale in concorso Bouzidi e il vicebrigadiere che guidava la Giulietta che li seguiva. Due carabinieri sono indagati per depistaggio e favoreggiamento personale.
(da agenzie)
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SANTANCHE’ A PROCESSO PER IL CASO VISIBILIA: RINVIATA A GIUDIZIO PER CONCORSO IN FALSO IN BILANCIO

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

RINVIATI A GIUDIZIO ANCHE IL COMPAGNO DIMITRI KUNZ, LA SORELLA FIORELLA GARNERO E LA NIPOTE SILVIA GARNERO… CHE FARÀ ORA GIORGIA MELONI? DIFENDERA’ ANCORA LA MINISTRA, SU CUI PENDE ANCHE UNA SECONDA RICHIESTA DI PROCESSO PER L’IPOTESI DI TRUFFA ALLO STATO? O LA INVITERA’ A LASCIARE LA POLTRONA?

La ministra del Turismo Daniela Santanchè, con altre persone, è stata rinviata a giudizio dalla gup Anna Magelli per false comunicazioni sociali in merito al caso Visibilia, una delle società del gruppo da lei fondato dal quale ha dismesso le cariche. Quello che si aprirà a Milano è il primo processo che la senatrice dovrà affrontare in qualità di imprenditrice.
La gup di Milano Anna Magelli ha rinviato a giudizio la ministra del Turismo Daniela Santanche’ per l’accusa di concorso in falso in bilancio relativa alle comunicazioni sociali di Visibilia tra il 2016 e il 2022. Il processo comincera’ il 20 marzo davanti al Tribunale di Milano.
A processo finiscono in tutto 16 persone – tra loro anche il compagno Dimitri Kunz, la sorella Fiorella Garnero e la nipote Silvia Garnero, l’ex compagno della ministra Canio Giovanni Mazzaro che hanno avuto ruoli all’interno della spa – più un società, Visibilia srl in liquidazione. La giudice ha accettato il patteggiamento di Federico Celoria, ex consigliere di amministrazione, e delle altre due società indagate, Visibilia Editore ed Editrice, che avevano proposto una sanzione amministrativa.
Al centro del contendere c’è, per la procura, il presunto “disegno criminoso” di chi rivestendo allora ruoli apicali avrebbe omesso “ogni attività di accertamento” sul bilancio della spa Visibilia Editore, quotata sul mercato gestito da Borsa Italiana, con il fine “di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto” e l’effetto finale di indurre in errore gli investitori e mettere a rischio la continuità della spa.
Le indagini del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza di Milano, coordinate dalla procura di Milano e nate su input di alcuni soci di minoranza, tra cui il finanziere Giuseppe Zeno (parte civile insieme ad altri due piccoli azionisti), riguardano i bilanci tra il 2016 e il 2022 che, a dire dell’accusa, sarebbero stati ‘truccati’. Tra le contestazioni ‘chiave’ c’è quella relativa all’iscrizione ”nell’attivo dello stato patrimoniale” nei bilanci della spa Visibilia Editore, dal 2016 al 2020, dell’avviamento (il valore intrinseco della società, ndr) per cifre che vanno dagli oltre 3,8 milioni di euro a circa 3,2 milioni, senza procedere” alla ”integrale svalutazione” già nel dicembre 2016.
La decisione della giudice di Milano, che rischia di avere ripercussioni politiche, è solo la prima. Il prossimo 29 gennaio, la Cassazione dovrà decidere sulla competenza tra Milano o Roma sul caso in cui Santanchè con altri risponde di truffa aggravata ai danni dell’Inps per la vicenda che riguarda la cassa integrazione in Visibilia durante il periodo del Covid.
In più, la senatrice di Fratelli d’Italia è anche indagata per bancarotta dopo il fallimento di Ki Group srl, società della galassia del bio-food un tempo guidata dalla senatrice. Liquidazione giudiziale che, a dicembre, ha riguardato anche Bioera, altra società del gruppo, e anche in questo caso ci sono profili di bancarotta al vaglio.
“Non e’ una vittoria, lo sara’ solo quando riavremo i nostri soldi, circa 400mila euro”. E’ il commento del socio di minoranza di Visibilia, Giuseppe Zeno, da cui e’ partita l’indagine che ha portato a processo la ministra Daniela Santanche’.
(da agenzie)

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IN UNA POLITICA NORMALE DE LUCA SAREBBE GIA’ A CASA ED ESPULSO DAL PARTITO

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

INVECE CONTINUA AD AGITARSI E A RICATTARE IL PD… FA BENE ELLY SCHLEIN A RIPULIRE IL PARTITO… SI ABBIA IL CORAGGIO DI DIRE CHE E’ STATO UN MEDIOCRE GOVERNATORE

In un mondo politico normale, Vincenzo De Luca dovrebbe essere già a casa da tempo ed espulso dal suo partito. Invece, è in campo per un terzo mandato, continua ad agitarsi convulsamente e a ricattare il Pd. È incredibile come la sorte personale di un esponente regionale possa condizionare a tal punto la politica italiana e la principale forza di opposizione.
Mentre Elly Schlein ribadisce con coerenza la sua posizione contro i cacicchi, nel suo partito è incominciata la gara a chi propone a De Luca contropartite per farlo recedere dal proposito di presentarsi comunque alle elezioni anche contro il Pd. Una mediazione masochistica è stata messa in campo in questi giorni da Bersani, Ricci, Bonafoni, con parole elogiative del ruolo del tirannello campano, auspicando un ripensamento del figliuol prodigo.
Certo, se le pretese di De Luca non si fossero incrociate con i rapporti tesi tra Meloni e Salvini, tra la richiesta di Fratelli d’Italia di scalzare i rappresentanti della Lega dalla guida di alcune regioni del Nord (in particolare il Veneto di Zaia), la vicenda sarebbe rimasta una questione interna al Pd. Ma mentre la Lega procede compatta a difendere Zaia e i suoi feudi elettorali del Nord, ultimo avamposto di un partito in disarmo, nel caso di De Luca si è innescata una lotta politica dentro il Pd che ha al centro questioni non secondarie per la politica e per la sinistra: il governo locale può essere a vita? La clientela politica può rappresentare l’identità del Pd nel Sud? Chi abusa del proprio potere può sfidare impunemente un’intera comunità politica? Si può trasformare una regione in un regno? Le regioni sono esentate dal rispetto delle leggi nazionali? Perché i prepotenti godono di tanta considerazione?
Sta di fatto che ancora una volta i contrasti interni al Pd impediscono a questo partito di approfittare dello scontro aspro nel centro-destra perché non si riescono a tenere a bada le pretese di eternizzazione del potere di un esponente locale. Un partito diviso in componenti, purtroppo, difende anche i peggiori in vista di congressi nei quali le tessere dei cacicchi possono essere determinanti, come lo sono stati nel passato. La Schlein ha cercato di spazzare via questo sistema, e gliene va dato atto, ma la strada è lunga e le resistenze fortissime. Insomma, non si vogliono tenere in nessun conto gli insegnamenti della grande e della piccola storia: i prepotenti, se incoraggiati dalle concessioni degli interlocutori, commettono altre prepotenze fino alle estreme conseguenze.
Degli interessi del Pd De Luca se ne infischia: odia il partito che gli ha concesso tutto in questi anni, lo vedrebbe distrutto senza rimpianti perché nella sua concezione lui viene prima di ogni altra cosa (assieme alla sua famiglia); è convinto che gli spetti di diritto un ruolo nella storia (perché pensa di essere un protagonista della storia, almeno italiana).
Insomma, De Luca appartiene alla categoria degli “egodistruttori”, quelli che, se non primeggiano, sono capaci di causare solo rovine attorno a sé. O, meglio, a quella degli “egoaltruisti”, persone che giurano che le loro scelte vanno unicamente in direzione dei superiori interessi degli elettori, mentre lavorano nei fatti a consolidare le loro fortune personali. De Luca è uno dei più autentici rappresentanti italiani del populismo parolaio.
D’altra parte, ogni tentativo di mediazione andrebbe solo a suo vantaggio. Infatti, se il ricorso del governo contro la legge regionale campana viene respinto, De Luca si presenta alle elezioni contro il candidato del Pd, contribuendo alla vittoria del centro-destra. Se il ricorso viene accolto, De Luca non può presentarsi e a quel punto che cosa il Pd gli dovrebbe offrire? Candidare un suo uomo? Accettare una lista con il suo nome e i suoi accoliti? E a quel punto romperebbe con i 5 Stelle e gli altri alleati, che neanche lontanamente accetterebbero proposte del genere. Un’eventuale mediazione, quindi, sarebbe in contrasto con la possibilità del Pd di allearsi con i suoi interlocutori privilegiati e premierebbe un politico capace solo di attaccare il Pd o di ricattarlo.
Oltretutto l’affermazione secondo cui De Luca sarebbe un esempio di buon governo è destituita di ogni fondamento. Si è dimostrato nei fatti un mediocre amministratore regionale.
La Campania non si è schiodata in questi dieci anni dall’ultimo posto nelle classifiche nazionali. Lui sostiene addirittura di aver realizzato un sistema sanitario migliore di quello svedese. Peccato che nessuno se ne sia accorto. Secondo l’Istat, sono i cittadini campani i più insoddisfatti per i servizi resi dalla propria regione. Si discuta di questo, al posto di avallare uno dei sistemi di governo più inefficienti e clientelari che il Sud ha conosciuto negli ultimi decenni.
(da ilfattoquotidiano.it)

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A PALAZZO CHIGI E’ RECORD DI STIPENDI

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

IN ATTESA DEL CONTRATTO A MUSK, LA PREMIER TAGLIA I FONDI A ESA E ASI… MENTRE COLLABORATORI E CONSULENTI PESERANNO PER 22,5 MILIONI DI EURO, UN RECORD

Nell’attesa di accelerare sull’accordo con Elon Musk per i satelliti Starlink, con un’ipotetica spesa da un miliardo e mezzo di euro, il governo pianta una certezza nel bilancio preventivo di palazzo Chigi: il taglio agli investimenti sulla ricerca aerospaziale italiana.
La spesa, con il governo Meloni, scende a un miliardo e 268mila euro con un calo di 371 milioni di euro. Uno dei motivi, si legge nella nota preliminare del bilancio, è il «mancato rifinanziamento delle somme destinate alla partecipazione italiana al programma spaziale Artemis».
Peccato, però, che la spesa prevista per quel progetto, nel 2024, ammontasse solo a 20 milioni di euro. All’appello mancano comunque 350 milioni di euro, tra cui rientrano i 23,7 milioni tolti all’Agenzia spaziale italiana (Asi) e i 242 milioni previsti per i progetti di cooperazione internazionale portati avanti con l’European space agency (Esa).
Eppure proprio ieri, di buon mattino, la premier Giorgia Meloni ha gongolato sui social per «il lancio, avvenuto dalla base Vandenberg in California, del primo satellite per la costellazione nazionale Iride. Un risultato che consolida la leadership dell’Italia nel settore spaziale e testimonia l’efficace utilizzo dei fondi del Pnrr» e «proietta la nostra nazione sempre più nel futuro della ricerca spaziale».
Record per i consulenti
E mentre si fanno tagli cospicui alla ricerca per le politiche aerospaziali, guardando a Starlink, come ammesso alla Camera anche dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, c’è una voce che continua a salire con la destra al governo: i costi per gli uffici di diretta collaborazione, ossia gli staff di Meloni, dei due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e dei vari ministri senza portafoglio e sottosegretari di stanza a palazzo Chigi, da Alfredo Mantovano a Giovanbattista Fazzolari. In un anno la previsione dell’esborso fa segnare un aumento di quasi un milione e mezzo.
Gli stipendi di collaboratori e consulenti graveranno infatti sulle casse per un totale di 22 milioni e 654mila euro. In confronto all’ultimo anno del governo Draghi la spesa è cresciuta di 3,8 milioni di euro e sono quasi 6 milioni di euro in più rispetto al Conte II. Se il raffronto viene fatto con gli esecutivi guidati da Matteo Renzi, il balzo va oltre i 10 milioni di euro: il costo per gli staff, con l’allora segretario del Pd a palazzo Chigi, si era fermato a poco più di 12 milioni di euro.
Ma non solo. Con il governo Meloni risultano in risalita pure le spese generiche per il funzionamento della presidenza, che arrivano a 423 milioni di euro, quasi 19 milioni di euro in più in confronto al precedente anno.
Il motivo, spiega la nota preliminare, è il «nuovo assetto organizzativo», voluto dagli uffici di Meloni. E ancora: sulle casse pubbliche pesano poi le strutture di missione – tra cui quelle per il Piano Mattei e della Zes unica – istituite. L’esborso ammonta a 27 milioni e mezzo di euro (+13,6 milioni di euro) per remunerare il personale di questi organismi.
Certo, il costo complessivo della presidenza del Consiglio cresce di poco meno di 2 milioni di euro, per una spesa complessiva di 5 miliardi e 391 milioni di euro.
Meno famiglia e poco sport
Ma contano anche gli equilibri. E il follow the money racconta molto bene come la propaganda venga tradita dalle scelte concrete. Il bilancio preventivo svela una serie di tagli a fondi per vari settori che, sulla carta, dovrebbero essere al centro dell’azione di governo. Su tutti il dipartimento della Famiglia, affidato alla ministra Eugenia Roccella.
Le risorse assegnate sono 141 milioni di euro con una flessione del 6,1 per cento. Tradotto: sono 9,2 milioni di euro in meno. In questa voce rientrano la riduzione di un milione e 300mila euro del fondo destinato all’adolescenza e all’infanzia e di 2 milioni e 800mila euro delle risorse previste per le adozioni internazionali.
La scure di Meloni si è abbattuta pure sulle politiche sportive nel loro insieme, guidate da Andrea Abodi. Lo stanziamento fa registrare un calo di 49 milioni di euro, legato principalmente «al venir meno dell’incremento di dotazione del fondo di 50 milioni di euro per la garanzia sui finanziamenti erogati dall’Istituto per il credito sportivo», spiega ancora la nota che accompagna il bilancio.
Nel calderone di questi definanziamenti spiccano i 6 milioni di euro in meno per il bando Sport e periferie, il progetto che punta a sviluppare l’attività sportiva nelle zone più disagiate.
A pagare dazio alle sforbiciate di Meloni a palazzo Chigi ci sono addirittura le iniziative a sostegno della gioventù. L’apposito dipartimento subisce una decurtazione dei fondi di quasi 18 milioni di euro, passando da 73,7 milioni a 55,8 milioni di euro. Calano drasticamente, inoltre, le somme destinate all’Agenda digitale, quasi dimezzate in confronto al 2024, passando a 115 milioni di euro.
E ancora: spariscono tanti altri capitoli di spesa, come lo sviluppo del sistema It-Alert, gestito dalla Protezione civile, per garantire un sistema moderno di allarme pubblico in caso di calamità. L’iniziativa avanza a rilento. Palazzo Chigi fa sapere che la questione è stata trasferita ad altri ministeri, che dovranno farsi carico delle spese.
(da editorialedomani.it)

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PONTE SULLO STRETTO, ALTRO SCHIAFFONE A SALVINI: AMMESSO IL RICORDO DI REGGIO CALABRIA E VILLA SAN GIOVANNI

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

IL TAR DEL LAZIO HA DICHIARATO AMMISSIBILE L’IMPUGNAZIONE DEL PARERE DELLA COMMISSIONE VIA

In piena bufera per il caos treni, smentito dal Tar sulla precettazione, Matteo Salvini incassa un colpo anche sul Ponte sullo Stretto. Il Tar del Lazio ha dichiarato ammissibile il ricorso presentato dal Comune di Villa San Giovanni e dalla Città metropolitana di Reggio Calabria contro il parere positivo della commissione Via Vas al progetto di Ponte sullo Stretto.
Il ministero dei Trasporti e la Stretto di Messina avrebbero voluto chiudere subito la partita, spegnendo sul nascere il contenzioso con una dichiarazione di inammissibilità, considerando il parere un atto endoprocedimentale. Di tutt’altro avviso gli enti, che tramite i loro legali non solo hanno insistito nel ricorso, ma alla luce dei nuovi atti emanati dopo il parere Via Vas e che su quello si basano, hanno rinunciato alla sospensiva, chiedendo un giudizio di merito e un rinvio per integrazione documentale. Richiesta accordata dai giudici del Tar del Lazio, che a margine dell’udienza – riferiscono i presenti – si sono fatti scappare: “questo sarà un procedimento lungo e complesso”.
Per i legali delle amministrazioni, il significato è molto chiaro: accettando un rinvio mirato addirittura a aggiungere motivi di ricorso (e relativi atti), il Tribunale ha di fatto dichiarato il procedimento ammissibile. Di tutt’altro avviso la Stretto di Messina, secondo cui “ciò che è avvenuto processualmente è la rinuncia alla fase cautelare del giudizio da parte dei ricorrenti, che comporterà la fissazione di una nuova udienza di merito da parte del Tribunale Amministrativo”. E questo, a detto dell’ad Pietro Ciucci, non significa che il ricorso sia ammissibile, mentre “la rinuncia alla fase cautelare da parte dei ricorrenti conferma la correttezza dell’eccezione sollevata dal Mit e dalla società circa l’assenza dei presupposti di urgenza”.
Toccherà ai giudici amministrativi sciogliere il nodo, in quello che rischia di diventare un procedimento monstre. Dopo il parere positivo, seppur condizionato al rispetto di 60 prescrizioni, della commissione Via Vas, sono stati emanati diversi atti che da quell’approvazione dipendono, a partire dal decreto di chiusura della conferenza dei servizi del 23 dicembre. Lo stesso succederà – annunciano i due enti, assistiti dall’avvocato Granara – con ogni atto che dovesse essere adottato nel frattempo perché considerati tutti viziati in origine da un parere illegittimo.
“La proposizione di un’azione giudiziaria non è certamente da “detrattori“ come da taluno siamo stati definiti – fanno sapere da Villa e Reggio Calabria – piuttosto la posizione terza ed istituzionale assunta sin dal primo momento non poteva avere altro esito se non quello di chiedere al tribunale amministrativo una valutazione di merito”.
Traduzione: gli enti hanno provato a sollevare obiezioni, evidenziare lacune progettuali e problemi procedimentali, ma le loro istanze sono state sostanzialmente ignorate. Perplessità che il sì condizionato della commissione Via Vas non ha fatto che rafforzare. Da qui la decisione di impugnarla formalmente, con l’obiettivo di ottenere un giudizio sulle forzature non solo progettuali, ma anche procedurali più volte sollevate.
L’udienza è stata rinviata a data da destinarsi, mentre sempre dalla Calabria arriva un nuovo grattacapo per il Mit. Sulle barricate sono saliti i sindaci calabresi, che hanno denunciato i ritardi nei lavori per la realizzazione dell’Alta Velocità ferroviaria, proprio mentre la circolazione dei treni si fermava per l’ennesima volta a causa di vento forte e detriti – incluso un container – sui binari. “Nonostante le promesse, non sono stati ancora stanziati finanziamenti concreti per la tratta, e il rischio che l’opera resti incompiuta è sempre più concreto”, dicono i sindaci. Rfi ha provato a smentire e il Mit altrettanto, affermando che “non c’è alcun problema sull’alta velocità Salerno-Reggio” e che i lotti al momento non finanziati lo saranno a breve. Ma al momento, di concreto non c’è nulla. Nel frattempo, in Calabria ci sono volute dodici ore perché la situazione tornasse alla normalità.
(da agenzie)

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A TREVISO UNA LIBRAIA CHE SI ERA RIFIUTATA DI VENDERE IL LIBRO DI VANNACCI HA RICEVUTO MINACCE E UNA LETTERA MINATORIA DOPO LA DENUNCIA”

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

“QUALCUNO SI E’ RAMMARICATO DEL FATTO CHE NON SI FANNO ABBASTANZA FEMMINICIDI, MOLTI MI ACCUSANO DI FARMI PUBBLICITÀ OPPURE DI ESSERMI AUTOINVIATA LA LETTERA”

Nei giorni scorsi, la titolare della libreria Ubik di Castelfranco Veneto (Treviso), Clara Abatangelo, ha ricevuto una lettera minatoria perché si è rifiutata di vendere “Il mondo al contrario” di Roberto Vannacci.
La notizia della missiva ha generato un’ondata di solidarietà nei confronti della donna, ma anche pesanti critiche, come ha raccontato la stessa Abatangelo a Il Gazzettino. Ciò che più ha colpito la libraia è “leggere i commenti di centinaia di donne dove è possibile intravedere, a volte esplicitamente, il famoso discorso ‘Te la sei cercata’”.
Il cartello: “Non chiedeteci il libro di Vannacci” Nell’agosto del 2023, Abatangelo aveva appeso in vetrina un cartello con scritto: “Si invita la gentile clientela a non chiederci il libro di Vannacci”. Da allora riceve minacce e insulti. Infatti, la lettera ricevuta qualche giorno fa è solo l’ultima di tante. “L’ho segnalato ai carabinieri”, ha sottolineato la libraia.
La lettera “Le minacce che hai ricevuto ti avranno costretta a stipulare una buona polizza antincendio – si legge nella lettera minatoria -. Concordo con la tua idea di censurare e rifiutarsi di vendere come una piccola ‘zarina stalinista’ il libro dell’onorevole europeo Vannacci”.
Le critiche Parlando della solidarietà ricevuta dopo la lettera minatoria, Abatangelo ha detto: “Sono cose che fanno bene al cuore, soprattutto considerando il tenore di molti commenti nei social, che non si limitano ad augurarci di chiudere la libreria, cosa a cui ormai abbiamo fatto il callo, ma si spingono oltre, con un livello di violenza verbale irripetibile, come ad esempio chi afferma che ‘non si fanno abbastanza femminicidi’. Noi al momento segnaliamo questo tipo di commenti, con l’auspicio che Facebook possa eliminarli”.
“Centinaia di donne – ha aggiunto la libraia – mi accusano di essere il genio del marketing, di farmi pubblicità oppure di essermi autoinviata la lettera. L’ho vissuta proprio male: affermare cose come ‘potevo starmene zitt’a’ oppure che ‘potevo fare finta di ordinare il libro’ è proprio l’applicazione del ‘teorema della minigonna’. Queste persone non riescono a riconoscere che si sono travalicati i termini di un dibattito civile e legittimo”.
(da agenzie)

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“LE ULTIME RIFORME DELLA GIUSTIZIA SONO STATE INUTILI E HANNO RALLENTATO I PROCESSI”: IL J’ACCUSE DEL PROCURATORE DI NAPOLI NICOLA GRATTERI IN COMMISSIONE ANTIMAFIA

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

“IL 50% DEI PROCESSI IN PRIMO GRADO RISCHIA L’IMPROCEDIBILITÀ, DATO CHE NON VERRÀ DEFINITO NEI TEMPI IMPOSTI DALLA CARTABIA. LE INTERCETTAZIONI? NORDIO HA TORTO SUI COSTI: A NAPOLI, IN UN ANNO, HO SPESO 5 MILIONI PER ASCOLTARE I CRIMINALI E QUESTO HA PERMESSO DI RIDARE ALLO STATO 600 MILIONI. LE ORDINANZE NON PUBBLICABILI? UN’INVOLUZIONE DEMOCRATICA. IL 41BIS? RIDOTTO QUASI A UNO SLOGAN. E POI NON C’È PERSONALE: MANCANO I CANCELLIERI PERCHÉ VENGONO PAGATI MENO DI UN DIPENDENTE DI UN COMUNE DI 3 MILA ABITANTI”

Di fronte alle nuove sfide per il contrasto alla criminalità (il dark web, le truffe informatiche, i cripto telefoni), le riforme della giustizia portate avanti in questi anni non sono che una «pietosa bugia» all’Europa che le ha finanziate.
Il capo della Procura di Napoli, Nicola Gratteri, parla per due ore in commissione antimafia e, come nel suo stile, non usa giri di parole.
Procuratore, sarebbe facile dire oggi, con gli uffici giudiziari bloccati, che il processo telematico non funziona. Ma, come ha detto in commissione, c’era da aspettarselo…
«Si sono spesi milioni di euro per complicare il lavoro dei pm e rallentare il sistema che si voleva velocizzare. Un progetto nato male e che copre oggi solo le archiviazioni, ossia l’equivalente di pochi metri su un percorso di chilometri che va dalla fase preliminare al dibattimento. Oggi il 50 per cento dei processi in primo grado rischia l’improcedibilità, dato che non verrà definito nei tempi imposti dalla Cartabia. Magari la Corte dei conti potrebbe approfondire quanto ci costano questi ritardi».
Parlando di riforme lei ha insistito molto sulla dotazione di uomini e mezzi. Basta questo in un sistema così complesso?
«Questa è la base. A Napoli ad esempio manca il 20 per cento del personale amministrativo ma il ministero dice che verrà equiparata in tutte le Procure una scopertura del 10 per cento. Si può mettere sullo stesso piano Napoli e Bassano del Grappa? E servirebbero investimenti per nuove carceri, almeno tre da 15 mila posti dedicati ai detenuti al 41bis — un regime che oggi di fatto è inapplicato — in Rems e centri di recupero per svuotare le celle da chi ha problemi psichici e di tossicodipendenza».
E sul piano della procedura penale?
«La velocità dei processi non può essere a scapito della tutela delle parti offese. Per citare un caso attuale: le truffe telefoniche e online sono procedibili solo su denuncia di parte. Se la vede una persona anziana che viene ad esporsi raccontando quello che ha subito?».
Sui «percorsi» sempre meno tradizionali della criminalità ha insistito molto.
«Parlavamo di riforme: gli uffici delle Procure avrebbero bisogno di ingegneri informatici che sappiano stare dietro a tutte le novità tecnologiche per aiutare noi magistrati a contrastarle. Ma se vengono loro offerti contratti da 1.500 euro al mese, sceglieranno sempre il settore privato».
Quanto è serio l’allarme per il dark web?
«Serissimo, tutto si muove in quel mondo in un modo che stupisce anche me. Ho personalmente ascoltato la trattativa per l’acquisto di 2.000 chili di cocaina; qui vengono reclutati killer; adesso arriverà il traffico delle armi della guerra in Ucraina. Un missile Stinger costa 30 mila euro, lo immagina in mano alla criminalità?».
Ritorna il tema delle intercettazioni.
«Il ministro Nordio ne fa una questione economica e basterebbero i dati per dargli torto: a Napoli, in un anno, ho speso 5 milioni per ascoltare i criminali e questo ha permesso di sequestrare, quindi di ridare allo Stato, 600 milioni. In due mesi ho recuperato 35 milioni in bitcoin. Intercettare conviene. L’altro falso mito è quello delle intercettazioni “a strascico”, che non esistono. Ogni ascolto va autorizzato e, anzi, spesso, pur davanti a parole chiare, non si può procedere perché non c’è una “notizia di reato”»
E quando finiscono sui giornali conversazioni private
«Se ci sono abusi, va punito chi li commette. Non va vietato lo strumento».
Anche le ordinanze non saranno più pubblicabili.
«Un’altra riforma di cui non c’era bisogno, un’involuzione democratica».
Ha detto: dopo il caso Palamara, il Csm doveva dimettersi in blocco.
«Per dare un segnale di trasparenza e ripartenza anche all’esterno e per non permettere alla politica di sparare a zero contro la categoria.
Sono favorevole al sorteggio nelle nomine al Csm anche per i membri laici (escludendo chi ha pendenze penali o altre incompatibilità)».
E sullo scudo penale alle forze dell’ordine?
«Una tutela legale serve. Nel merito non ho ancora analizzato la proposta di cui si parla».
(da agenzie)

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“LE INDICAZIONI DI VALDITARA HANNO UN SAPORE IDEOLOGICO”: LO STORICO GIANNI OLIVA STRONCA LE NUOVE LINEE GUIDA PER LA SCUOLA DEL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, CHE PREVEDONO LO STUDIO DEL LATINO GIÀ ALLE MEDIE, UNA MAGGIORE ATTENZIONE ALLO STORIA OCCIDENTALE E LA LETTURA DELLA BIBBIA

Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile

“CREA PERPLESSITÀ IL CARATTERE PARZIALE DEL PROGETTO. LO STUDIO DELLA BIBBIA È UN TRIBUTO AL DIBATTITO POLITICO SULLE ORIGINI CRISTIANE DELL’EUROPA CHE APPARE FUORI CONTESTO. LA SCUOLA È LAICA, NON CONFESSIONALE, E LE RADICI DELL’OCCIDENTE SI STUDIANO IN STORIA”

Nostalgia del “vecchio” o rinnovamento? Le “Nuove Indicazioni Nazionali” del primo ciclo di studi presentate dal ministro Valditara si prestano a qualsiasi commento, come spesso accade per il settore della formazione, dove ci sono sempre mille idee, mille certezze, mille pregiudizi e poca sintesi.
Parto dai dubbi. I primi riguardano il latino, reintrodotto come materia opzionale nella scuola media: se è necessario per accedere agli studi liceali, appare discriminatorio perché di fatto anticipa la scelta dell’indirizzo di studi agli 11/12 anni; se non lo è, si riduce ad un inutile esercizio di sapere.
Dubbi anche sull’indicazione di approfondire la storia contemporanea dell’Italia e dell’Occidente: benissimo privilegiare le nostre realtà, ma si può essere eurocentrici nella storia medievale e moderna, non nella contemporaneità, che si comprende solo in una dimensione globale.
Ma i dubbi più forti nascono dall’invito a studiare la Bibbia, un tributo al dibattito politico sulle origini cristiane dell’Europa che appare fuori contesto. Al di là della scontata osservazione sulla presenza a scuola di molti giovani che si riconoscono in altri testi sacri, che cosa si dovrebbe leggere della Bibbia? Antico o Nuovo Testamento? Quali pagine tra le tante? E quale docente dovrebbe occuparsene
La scuola è laica, non confessionale, e le radici dell’Occidente si studiano in storia, come si è sempre fatto, nella sintesi tra cultura classica e cultura cristiana. Se oggi un docente vuole ricordare il senso del messaggio cristiano, non ha bisogno di risalire alla Bibbia: basta leggere in classe un discorso di papa Francesco sulla pace, dove le “radici” si coniugano al “presente”.
In tutto questo, le “Indicazioni” hanno sapore ideologico. Ma sarebbe altrettanto ideologico respingerle in blocco. Certamente è condivisibile la premessa del lavoro: così com’è, la nostra scuola annaspa e bisogna intervenire. È vero che dalle nostre università escono eccellenze, ma è ancor più vero che la preparazione si misura sugli standard medi e questi sono bassi, come certifica il Censis e come chiunque può verificare da solo.
Altrettanto condivisibili sono alcune delle proposte. Ad esempio, l’esercizio della memoria. Nell’era di internet, dove qualsiasi informazione si ottiene in un lampo e in un lampo si dimentica, Dante insegna: «non fa scienza, senza lo ritener, aver inteso» (Paradiso, V).
La scuola fondata sull’acquisizione mnemonica è stata combattuta dal’68, in nome di un sapere critico e consapevole, ma gli anni “caldi” della contestazione hanno prodotto più rifiuti che proposte, con il risultato di cancellare l’erudizione senza fondare la consapevolezza critica. Era sbagliato scambiare la cultura con l’accumulo delle nozioni, non esercitare la memoria come funzione psichica. Ben venga, dunque, qualche forma di “ginnastica neuronale” a beneficio del “ritenere”.
Condivisibile anche il richiamo alla lettura e alla correttezza del linguaggio: la parola è la straordinaria ricchezza dell’uomo, non può avvilirsi negli acronimi dei messaggini. E condivisibile è la separazione della storia dalla geografia (“geostoria”, spesso, significa non fare né l’una né l’altra).
Al di là del giudizio su singoli aspetti, ciò che crea perplessità è il carattere parziale delle “Nuove Indicazioni Nazionali”. Lo scorso anno sono state elaborate le linee guida di fisica e matematica, quest’anno è la volta dell’area umanistica. E parliamo, nell’uno e nell’altro caso, solo di primo ciclo. E la visione didattica di insieme? L’obiettivo è la formazione di tecnici, come nella riforma delle tre “i” della Moratti (inglese, informatica, impresa)? Oppure la preparazione di cittadini consapevoli delle proprie tradizioni culturali? Oppure l’uno e l’altro, nella ricerca di un equilibrio tra i due poli?
È vero che in Italia una riforma complessiva della scuola è impresa ardua. La prima porta la firma di Francesco De Sanctis, 1861; la seconda di Giovanni Gentile, 1923. Nei cent’anni successivi, tante rettifiche e correzioni, ma una riforma complessiva mai. Può darsi che l’unica via percorribile sia quella, pragmatica, di trasformazioni introdotte un segmento alla volta. A condizione, però, che i segmenti discendano da una visione unitaria, da “linee guida” che definiscano il modello complessivo di studio.
Avrei preferito leggere prima le “Indicazioni Nazionali” per un “Nuovo sistema scolastico”, poi le specificazioni: avrei capito se andiamo verso la scuola della Bibbia e del latino o verso quella del buon italiano, della memoria, della storia come consapevolezza.
(da La Stampa)

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