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I RETROSCENA: LA NOTIZIA RICEVUTA DA MANTOVANO E IL VERTICE DI EMERGENZA, POI LA DECISIONE “ATTACCHIAMO I MAGISTRATI, FACCIAMO LE VITTIME”

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA RIUNIONE DELLO STAFF PER LE RIPRESE SUI SOCIAL E L’IMPUT AI MEDIA ASSERVITI AL GOVERNO

Succede attorno alle 13.30, secondo la ricostruzione del cerchio magico meloniano. L’ufficiale di polizia giudiziaria della procura di Roma varca il portone di Palazzo Chigi per recapitare l’avviso a Giorgia Meloni. In quel momento la premier non c’è. Bastano però pochissimi minuti perché il lampo diventi tuono. I plichi consegnati nella sede dell’esecutivo sono due: anche Alfredo Mantovano conosce il suo destino di indagato. Contatta subito la presidente del Consiglio: c’è una lettera sulla sua scrivania. Non è difficile immaginare di cosa si tratti.
La mattina, d’altra parte, non prometteva nulla di buono. Meloni è costretta a leggere l’intervista a Daniela Santanchè, una sfida aperta al suo potere decisionale. Nulla, rispetto a quello che la aspetta.
Alle 11, si presenta al Quirinale per celebrare il Giorno della memoria. Ascolta Liliana Segre e Sergio Mattarella, il ricordo struggente dei sopravvissuti dell’Olocausto. Meloni è seduta tra Matteo Piantedosi (un altro degli indagati nel caso Almasri) e Ignazio La Russa. Non è escluso che l’indiscrezione inizi a circolare in qualche modo, ma comunque: nulla di ufficiale. Qualche minuto prima delle 11 anche Mantovano si allontana da Palazzo Chigi: è in una chiesa romana per partecipare al funerale della madre del segretario generale della Presidenza del Consiglio, Carlo Deodato.
Attorno alle 12.40, Meloni lascia il Colle. La incrociano alcuni cronisti. Fa capire di non avere voglia di parlare e concede solo due brevi battute sulla Shoah. Sulla carta, ancora non sa dell’indagine. Pranza fuori da Palazzo Chigi. Mantovano, intanto, è rientrato. Tocca a lui, dunque, riceve la notizia dell’indagine che lo riguarda e contattare la leader, che fa rientro a palazzo poco dopo. Nel suo ufficio, prende visione dell’atto. La tensione è evidente.
Nel frattempo, attorno alle 14.30, anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio riceve l’avviso e si chiude in ufficio con i suoi collaboratori. Anche al Csm la notizia inizia a circolare. L’agitazione è massima. Meloni, intanto, riunisce d’urgenza lo staff. È un gabinetto di guerra. A premere per lo scontro è Giovanbattista Fazzolari. Al termine, la leader comunica come intende reagire: attaccando. In pochi minuti viene abbozzato un testo. È il copione da recitare per un video che finirà prima sui social e poi su tutti i tg. La tesi, riferiscono dal cerchio magico, è questa: «Respingere l’attacco della magistratura, ribaltarne gli effetti». Tradotto: la presidente del Consiglio è convinta che convenga mostrarsi «vittima» di decisioni politicizzate per poter cavalcare lo scontro. E lucrare consensi.
Il messaggio è un avvertimento chiarissimo alle toghe. La tesi è che esistano alcune «correnti politicizzate» che non accettano la separazione delle carriere e reagiscono provando ad «abbattere il governo». Ribaltare quanto accaduto, allora, diventa anche un modo per mobilitare gli elettori — con slogan che ricordano quelli del berlusconismo — in vista del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia.
Il bersaglio numero uno è Francesco Lo Voi. A lui, la premier imputa anche il fatto che la Procura di Roma da lui guidata abbia inserito nel fascicolo a disposizione dei quattro giornalisti indagati del Domani la notizia degli accertamenti dell’Aisi sul suo capo di gabinetto, Gaetano Caputi. Una circostanza riservata che, secondo fonti dell’esecutivo e dell’intelligence, doveva restare fuori dagli atti. Sarà dunque battaglia con i giudici. E se mai gli attacchi dovessero intensificarsi, non va esclusa neanche la reazione più drastica: un “grande reset” elettorale. Una minaccia ciclica, certo. Ma evocarla è già un segnale.
(da La Repubblica)

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“NON SO SE SIA VERO CHE LA MELONI NON È RICATTABILE. PERCHÉ TUTTA QUESTA STORIA IL SOSPETTO CHE IL GOVERNO SIA SOTTO RICATTO DEI RAS LIBICI LO FA VENIRE”

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL DEM MATTEO ORFINI SMONTA IL VIDEO IN CUI LA DUCETTA COMUNICA DI ESSERE STATA INDAGATA: “NON È VERO CHE IL GUARDASIGILLI NON ERA STATO INFORMATO (IL MINISTERO ERA STATO RIPETUTAMENTE SOLLECITATO). UNA COSA PERO’ E’ VERA: GIORGIA MELONI È RIUSCITA IN UN VIDEO DI APPENA 2 MINUTI E 16 SECONDI A DIRE UNA SERIE DI FALSITA’”

A proposito del video della Meloni di oggi:
1. Non è vero che Nordio non era stato informato (il ministero era stato ripetutamente sollecitato)
2. Non è vero che l’avvocato che ha fatto l’esposto è legato a Prodi e nemmeno che è di sinistra. Peraltro viene da una lunghissima militanza nel Msi e in An (come la Meloni) e poi nel partito di Di Pietro
3. Non è vero nemmeno che Meloni, Nordio, Piantedosi, Mantovano abbiano ricevuto un avviso di garanzia. Hanno ricevuto una comunicazione di iscrizione, che è una cosa diversa.
4. Non è vero che la comunicazione di iscrizione è una rappresaglia delle terribili toghe rosse per la riforma della giustizia. È un atto dovuto in caso di un esposto. Le carte poi vanno al tribunale dei ministri che deciderà se archiviare o no
5. Non è vero che la scelta di rimettere in libertà Almasri era inevitabile. Bastava appunto che Nordio rispondesse alle ripetute sollecitazioni e attivasse la procedura prevista in questo caso, invece di stare 3 giorni inerte a guardare il soffitto.
6. Non è nemmeno vero che una volta rilasciato convenisse all’Italia caricare Almasri su un volo di stato e riportarlo in Libia perché pericoloso. C’erano tantissime altre opzioni che avrebbero impedito di rimandarlo nell’unico luogo al mondo dove ha l’assoluta garanzia di immunità
7. Non so nemmeno se sia vero che la Meloni non è ricattabile. Perché tutta questa storia il sospetto che il governo sia sotto ricatto dei ras libici lo fa venire
8. Una cosa però è vera: Giorgia Meloni è riuscita in un video di appena 2 minuti e 16 secondi a dire tutte queste falsità.
Ci vuole una certa capacità, bisogna riconoscerlo.
Restiamo in attesa che venga prima o poi in Parlamento a spiegare per bene e nel dettaglio cosa hanno combinato
Matteo Orfini

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MELONI INDAGATA, COSA NASCONDE L’ECCESSO DI REAZIONE

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA VOLONTA’ DI EVITARE DI RISPONDERE ALLE DOMANDE E IL TENTATIVO DI ADDOSSARE UN ATTO DOVUTO AL SOLITO “GOMBLOTTO” DEI MAGISTRATI

Il video con cui Giorgia Meloni ha rivelato l’indagine a suo carico per favoreggiamento e peculato è senza dubbio un’abile mossa propagandistica. Rientra nel canone inaugurato da Matteo Salvini con il processo per sequestro di persona, ma in fondo l’ispirazione vera è il Berlusconi d’antan, che aveva fatto del vittimismo giudiziario un’arte.
Non si parla più di cosa è successo, ma si attaccano i pubblici ministeri, poi si prova a screditare l’autore dell’esposto, fino a immaginare una grande cospirazione ai danni del governo italiano con al centro la Corte penale internazionale.
Per questo è necessario diradare la nebbia della propaganda e provare a dare un senso a una mossa politica che porta allo zenit lo scontro con la magistratura in un momento delicatissimo.
Meloni avrebbe infatti potuto affidarsi al Tribunale dei ministri per la valutazione di quello che sembra, a tutti gli effetti, un atto dovuto a fronte di un esposto. E serenamente rispettare il proprio ambito istituzionale. Se invece ha deciso di percorrere la strada opposta, quello dello scontro frontale con un altro potere dello Stato, è evidente che alla base c’è qualcos’altro.
L’uscita di ieri (martedì 28 gennaio) non può non essere messa in relazione con quanto avvenuto nei distretti giudiziari di tutta Italia sabato 25 gennaio, con la protesta delle toghe contro il progetto di riforma costituzionale del ministro Nordio.
Un’opposizione che ha unito tutte le varie sensibilità presenti nella magistratura, tutte le sigle, le correnti di destra, di sinistra e di centro. Una mobilitazione come non si vedeva da anni, confermata dalla rilevante affluenza (oltre l’ottanta per cento) alle urne per il rinnovo dell’Associazione nazionale magistrati.
Spiazzata da questo muro, lei che proviene da un partito di tradizione giustizialista e che ha sempre rivendicato di ispirarsi a Falcone e Borsellino, deve aver visto come una benedizione la comunicazione recapitatole dalla Procura di Roma. Quale miglior regalo per “buttarla in politica” e far apparire la notifica come l’ennesimo colpo di una magistratura politicizzata che vuole evitare la separazione delle carriere. Ma le cose stanno davvero così?
E qui veniamo al merito della questione, il rimpatrio di Almasri, che deve tornare in primo piano nonostante lo sforzo del governo sia quello di girare pagina il più velocemente possibile. Cosa chiede infatti l’avvocato Luigi Li Gotti (che non è un amico di Prodi e non è nemmeno di sinistra, anzi ha militato per trent’anni nel Msi-An) nel suo esposto?
Semplicemente quello che si chiedono tutti gli italiani di buon senso da giorni, gli italiani che non si bevono la versione raccontata dal ministro Piantedosi in Parlamento e ripetuta da Meloni.
Ovvero che il capo della milizia libica Rada, il generale Najem Osama Almasri, sia stato rimandato a Tripoli perché minacciava la sicurezza nazionale. La ricostruzione di quanto accaduto presenta tali “buchi” logici che è impossibile non vederci dietro altro.
Ripetiamo qui alcune delle domande rimaste senza risposta. Perché Almasri è stato in tutta fretta riportato in Libia da un aereo dei servizi segreti invece che arrestato di nuovo visto che rappresentava una minaccia?
Perché il ministero della Giustizia è rimasto inerte, costringendo i giudici a scarcerarlo, nonostante per due volte, prima dalla polizia giudiziaria e poi dalla stessa Corte, Nordio era stato coinvolto nel caso?
§Perché la pratica Almasri non è stata trasmessa per tempo a Roma dalla rappresentanza diplomatica che l’aveva ricevuta dalla Cpi?
Un’inerzia collosa, un muro di gomma troppo evidente per non sospettare una precisa volontà politica, motivata dalla ragion di Stato, che siano le forniture di gas dalla Libia o il blocco dei migranti (non a caso, nei giorni di detenzione di Almasri, gli sbarchi dalla Libia sono ripresi). Entrambe motivazioni configurabili, queste sì, come “ricatti” a cui Meloni si è piegata.
Così torniamo al punto. La volontà di evitare di rispondere in maniera precisa a queste domande, insieme al tentativo di contropiede rispetto alla protesta della magistratura, appaiono al momento le uniche ragionevoli spiegazioni al polverone sollevato dalla premier.
(da agenzie)

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LA LEGGE E’ (ANCORA) UGUALE PER TUTTI, PURE PER IL GOVERNO

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA MANCANZA DI SENSO DELLO STATO NELL’ERA SOVRANISTA

Alla fine, la macchina della propaganda torna sempre utile. E non si può certo negare che, all’occorrenza, il governo Meloni sia abilissimo a manovrarla. Così, mentre si scopre che a gennaio di quest’anno gli sbarchi sono più che raddoppiati, con un balzo del 135% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ecco che scatta l’operazione di distrazione di massa degna dell’Istituto Luce.
E invece di parlare dei 3.074 migranti approdati sulle nostre coste in meno di un mese, a tenere banco sono i 49 disperati imbarcati su una nave della Marina Militare per essere spediti in Albania.
Pazienza se, come peraltro già avvenuto, un giudice dovesse stabilire che anche stavolta quei trasferimenti non si potevano fare. Il rischio è calcolato: sarebbe un altro assist alla propaganda del governo, con la grancassa dei media amici al seguito, per accusare la magistratura di remare contro la volontà popolare per il solo fatto di disapplicare norme in contrasto con la legislazione e la giurisprudenza europee.
Del resto i sondaggi continuano a sorridere alla premier Giorgia Meloni e a Fratelli d’Italia. Ma il consenso e l’uso che se ne fa non sempre viaggiano sullo stesso binario. La vicenda Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica, arrestato in Italia su ordine della Corte penale internazionale dell’Aja per una serie agghiacciante di crimini contro l’umanità ma poi rilasciato e rispedito in Libia su un Falcon dei nostri Servizi, è emblematica.
La premier Meloni ha archiviato il caso addossandone la responsabilità alla Corte d’Appello di Roma che ne ha deciso la scarcerazione. Omettendo, però, un passaggio chiave della decisione dei magistrati. Quello sul “ministro interessato da questo Ufficio in data 20 gennaio u.s. immediatamente dopo aver ricevuto gli atti dalla Questura di Torino, e che, ad oggi, non ha fatto pervenire nessuna richiesta in merito”. Un’inerzia che non ha lasciato ai giudici altra scelta se non quella di ordinare “l’immediata scarcerazione” di Almasri.
E ora che per quella vicenda la premier Meloni è stata indagata, insieme ai ministri Nordio, Piantedosi e al sottosegretario Mantovano, per favoreggiamento e peculato, riecco la propaganda: “Non sono ricattabile e non mi faccio intimidire”, ha tuonato la premier. Come se l’indagine, a seguito di una denuncia, non fosse un atto dovuto.
È il senso dello Stato nell’era sovranista: l’investitura popolare, peraltro opinabile in una Repubblica parlamentare, e il consenso prevalgono su tutto. Peccato non bastino per considerarsi al di sopra della legge. Almeno finché l’azione penale sarà obbligatoria, per il comune cittadino come per il capo del governo. Riforma sulla separazione delle carriere permettendo.
(da La Notizia)

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LI GOTTI: “GRAVISSIMO SCARCERARE UN BOIA”

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

“DI FRONTE A UN MANDATO D’ARRESTO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE NON SI PUO’ RIMANERE INERTI, POTREBBE AGGIUNGERSI ANCHE IL REATO DI OMISSIONE DI ATTI D’UFFICIO”

È stato l’avvocato Luigi Li Gotti a presentare in procura a Roma la denuncia da cui è nato il procedimento che vede indagata la premier Giorgia Meloni, i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano.
«Come cittadino – dice contattato da La Stampa – mi sono sentito ingannato. L’inerzia e il silenzio del ministro era programmata. E lo dimostra il Falcon dei servizi già pronto prima che si decidesse la scarcerazione».
«Non mi andava di essere preso in giro – ha sottolineato al Tg1 –, ritenevo un fatto gravissimo che venisse scarcerato uno che secondo l’accusa è un boia». La denuncia è stata presentata due giorni dopo la scarcerazione del comandante della polizia giudiziaria libica Almasri, il 23 gennaio scorso.
Cosa dice la denuncia di Li Gotti
L’avvocato Li Gotti, nella sua denuncia, ha ipotizzato il favoreggiamento (nel 2022, nella norma è stato inserita come oggetto passivo del reato anche la Corte penale internazionale) e il peculato. «Potrebbe esserci anche l’omissione di atti d’ufficio – sottolinea –. Di fronte a un mandato d’arresto della Cpi non si può rimanere inerti. E in questo caso, oltre all’inerzia, è stato posto anche il silenzio».
«Io ho fatto una denuncia ipotizzando dei reati e ora come atto dovuto, non è certo un fatto anomalo, la Procura di Roma ha iscritto nel registro la premier e i ministri – spiega Li Gotti –. Ora la Procura dovrà fare le sue valutazioni e decidere come proseguire, se individuare altre fattispecie o inviare tutto al tribunale dei Ministri. Io mi sono limitato a presentare una denuncia».
(da agenzie)

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LI GOTTI NON E’ UN AVVOCATO “DI SINISTRA”, HA MILITATO 30 ANNI PRIMA NEL MSI E POI IN AN, NON A CASO SI E’ INDIGNATO PER LA LIBERAZIONE DI ALMASRI, A DIFFERENZA DEI PRESUNTI SOVRANISTI

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

UN PENALISTA AFFERMATO CHE SI E’ FATTO LE OSSA NELLO STUDIO DI FRANESCO BARBUTO, SEGRETARIO PROVINCIALE DII CROTONE DEL MSI

Luigi Li Gotti è un “ex politico di sinistra”, dice Giorgia Meloni nel video in cui cita l’avvocato che ha presentato l’esposto che ha portato all’avviso di garanzia per peculato e favoreggiamento per il rimpatrio del comandante libico Almasri. La premier aggiunge che Li Gotti è “molto vicino a Romano Prodi, conosciuto per avere difeso pentiti del calibro di Buscetta, Brusca e altri mafiosi”.
Peccato però che Li Gotti può essere definito molte cose meno che di sinistra, anzi, l’avvocato ha cominciato a fare politica nel crotonese negli anni Sessanta proprio nel Msi – come la premier – partito del quale è diventato successivamente segretario di federazione e che ha rappresentato in Consiglio comunale dal 1972 al 1977.
Scriveva il Giornale nel 2007: Li Gotti “come avvocato ha debuttato nel grosso studio crotonese di Francesco Barbuto, federale del Msi. Il socio principale di Barbuto era uno dei 101 che, dopo lo sbarco in Sicilia del ’43, resistettero – per patriottismo e fedeltà a Mussolini – alle truppe Usa davanti allo stretto a Villa San Giovanni. Insomma, come si vede, Luigi, stava proprio nel cuore del neofascismo meridionale. Il suo leader in quegli anni era Franco Servello, calabrese pure lui, ma trapiantato a Milano”.
Comunque come la premier anche Li Gotti è passato ad Alleanza nazionale dopo la svolta di Fiuggi. Dalla creatura di Gianfranco Fini esce nel 1998 per passare poi nel 2022 in Italia dei valori di Antonio Di Pietro.
Li Gotti con Idv diventi sottosegretario alla Giustizia del Prodi II (2006) sotto il ministro Mastella. Nel 2008 terminata l’esperienza dell’Unione, l’avvocato crotonese ritorna in Senato sempre con Di Pietro e ci resta un’intera legislatura.
Per quanto riguarda la difesa dei pentiti di mafia, invece, poco da obiettare: da Buscetta a Contorno a Giovanni Brusca i suoi assistiti. Da aggiungere che ha rappresentato le parti civili nel processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, ha assistito le famiglie delle vittime della strage di piazza Fontana e quelle degli uomini della scorta di Aldo Moro trucidati dalle Br.
(da La Repubblica)

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RACHELE SCARPA (PD) IN ALBANIA STA SEGUENDO LE PROCEDURE DI IDENTIFICAZIONE DEI 49 MENO 5 MIGRANTI DEPORTATI: “LA MARINA MILITARE NON PUO’ FARE LE VISITE MEDICHE AL POSTO DELL’OIM”

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

SONO 8 EGIZIANI E 36 DEL BANGLADESH, ALTRI 5 GIA’ RIPORTATI IN ITALIA A BRINDISI

Le operazioni di salvataggio e accoglienza delle persone migranti continuano a sollevare interrogativi sulla gestione delle frontiere in Europa, mentre il governo italiano accelera le sue trattative con il governo albanese per gestire il flusso migratorio.
Questa mattina, la nave Cassiopea della Marina Militare italiana è arrivata al porto di Shengjin, in Albania, con a bordo 49 persone migranti provenienti da Paesi come Bangladesh, Gambia, Costa d’Avorio ed Egitto. Per cinque di loro, quattro minori e una persona vulnerabile, tuttavia la destinazione finale non sarà l’Albania, ma l’Italia, già a partire da questa sera, diretti verso Brindisi.
Il governo italiano non intende arrendersi alla situazione che si è venuta a creare nei mesi precedenti, quando due tentativi di accordo con Tirana sono stati bloccati dai giudici per il contrasto con le normative europee sulla definizione dei cosiddetti “Paesi sicuri”. La terza operazione, che oggi ha portato alla sbarco dei migranti, mira a riproporre la stessa strategia, ma con una serie di criticità ancora aperte.
“I numeri sono cambiati rispetto a quelli iniziali”, commenta la deputata Rachele Scarpa (Partito Democratico) a Fanpage.it, “in principio, si parlava del ritorno in Italia di un solo minore, ma ora la situazione è diversa. In totale, per ora, otto egiziani e trentasei bengalesi saranno trasferiti a Gjader, mentre cinque di loro torneranno in Italia”.
Il primo giorno di accoglienza è sempre caotico, spiega Scarpa, “caratterizzato dalla frenesia delle operazioni di identificazione e screening sanitario”.
La deputata dem si trova all’esterno dell’hotspot di Shengjin in Albania, dove si stanno concludendo le operazioni di identificazione e di screening medico delle 49 persone migranti: “Non abbiamo avuto ancora accesso diretto ai migranti e non abbiamo quindi ancora potuto parlare con loro. Abbiamo soltanto posto domande sui momenti più critici di questa operazione. Non tanto a Shengjin, che sta procedendo in maniera simile alle operazioni precedenti, quanto alla selezione fatta sulla nave”.
Una delle criticità più evidenti riguarda proprio la fase di selezione a bordo della Cassiopea: secondo la deputata “continua a esserci un problema sistemico a livello di protocollo Italia-Albania. In particolare, manca l’intervento dell’OIM, l’Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, che dovrebbe occuparsi di valutare le condizioni di vulnerabilità. In questa occasione, le visite mediche sono state effettuate invece dal personale della Marina Militare”.
L’esito di queste visite mediche, può sembrare poco trasparente, da un lato perché la Marina Militare non si occupa in Italia di persone con storia di migrazione, dall’altro perché ci dovrebbe essere terzietà rispetto al governo. In aggiunta anche perché non si può escludere che le persone individuate come “non idonee” a essere trattenute siano state in numero nettamente inferiore rispetto alle volte precedenti.
“Continueremo a monitorare la situazione, come deputati del Partito Democratico”, ha affermato Scarpa, “è essenziale che venga garantita una presenza fisica costante. Vogliamo lanciare un messaggio importante e critico contro questa politica di esternalizzazione delle frontiere. Non solo non funziona, perché non diminuisce i flussi migratori, ma ha un costo molto più elevato rispetto all’accoglienza diretta, che crea solo sofferenza e stress aggiuntivi per persone che già hanno vissuto viaggi dolorosi e, probabilmente, hanno anche attraversato i centri di tortura in Libia”.
L’esternalizzazione delle frontiere può portare anche alla creazione di “zone grigie” in cui i diritti fondamentali degli individui sono compromessi, rendendo difficile l’accesso a procedure di asilo e protezione internazionale.
Cosa succederà ora
Il futuro dell’operazione Italia-Albania dipenderà dal pronunciamento della Corte di Giustizia Europea, che si esprimerà il 25 febbraio, con l’obiettivo di fare chiarezza sulle questioni legate alla legittimità dei trattenimenti. Nel frattempo, il governo italiano ha già deciso di riformare il processo di valutazione dei “Paesi sicuri”, sottraendo la competenza ai tribunali di Immigrazione e assegnandola alle Corti d’Appello. Dunque la domanda resta aperta: i giudici convalideranno o meno i trattenimenti? La risposta potrebbe arrivare presto, ma al momento la situazione rimane incerta, con sempre più persone migranti che continuano a subire l’incertezza di un futuro sospeso.
(da Fanpage)

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“NON POSSO, NON VOGLIO E NON DEVO ESSERE LA PROSSIMA VITTIMA SACRIFICALE. LA MIA VITA VALE DI PIÙ” : LA GIORNALISTA NAPOLETANA LUCIANA ESPOSITO, CHE HA RACCONTATO L’ASCESA DELLA CAMORRA DI PONTICELLI, DICE ADDIO ALLA SUA ATTIVITA’ GIORNALISTICA DI DENUNCIA

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

“NON CI SONO PIÙ LE PREMESSE E I PRESUPPOSTI PER CONTINUARE. SOPRATTUTTO ALLA LUCE DI UN RAPPORTO AMBIGUO TRA ALCUNI POLIZIOTTI ED ESPONENTI DELLA CRIMINALITÀ. SU UNA DELLE ULTIME MINACCE CHE HO RICEVUTO C’È LA FIRMA DI UNA PERSONA CHE RICOPRE UN INCARICO DIRIGENZIALE DEL COMMISSARIATO DI POLIZIA. OGGI QUI COMANDANO I DE MICCO E SE LO STATO HA SCELTO DI VOLTARE LE SPALLE A QUESTO QUARTIERE, NON HA SENSO CHE IO CONTINUI”

La mia battaglia termina qui. A partire da questo momento non mi occuperò più della camorra di Ponticelli.
È una decisione dolorosa, dolorosissima, perché non ci sono più le premesse e i presupposti per continuare.
Soprattutto alla luce di un rapporto quantomeno ambiguo tra alcuni poliziotti ed esponenti della criminalità. Non posso non tener conto sul fatto che su una delle ultime minacce che ho ricevuto c’è la firma di una persona che ricopre un incarico dirigenziale del commissariato di polizia di Ponticelli.
Inoltre, Ponticelli non rientra nei piani di riqualifica né dell’amministrazione locale né del governo centrale. Lo dimostra la scelta di investire su Scampia- Secondigliano dopo Caivano. Questo significa che i nostri bambini, i nostri ragazzi dovranno fare i conti ancora e sempre con gli stessi diritti negati.
Il mio pensiero va alle tante, tantissime persone che in questi anni hanno supportato il mio lavoro. Consentitemelo, una menzione speciale la meritano i Ponticellesi. Dirvi grazie non è abbastanza. Siete stati la mia forza, la mia più grande ricchezza. Mentre vi parlo mi scorrono davanti agli occhi tantissimi ricordi, alcuni bellissimi, che porterò sempre nel mio cuore, altri un po’ meno perché raccontano tutto il dolore e tutta la sofferenza che troppe volte abbiamo condiviso in silenzio. Proprio per questo mi sento in dovere di salutarvi rivolgendovi una preghiera accorata. Andate via, lo dico per il bene dei vostri figli. Andate via, a Ponticelli non c’è futuro.
Allo stesso modo mi congratulo con i De Micco perché hanno conquistato la supremazia sul campo e questo glielo devo riconoscere. Lo scorso ottobre, dopo il blitz che portò all’arresto di 60 affiliati, il procuratore Gratteri disse che le strade di Ponticelli erano più libere. Beh, io lo invito a fare una passeggiata non nei rioni da sempre controllati dai clan, ma a Viale Margherita, Corso Ponticelli, strade che un tempo erano libere e che oggi rappresentano il quartier generale del clan. Strade dove è palpabile la paura della gente. Quella paura introdotta dalla strategia del terrore, voluta dai De Micco per assoggettare tutti e tutti.
A Ponticelli, lo Stato non è mai sceso in campo contro la camorra, limitandosi a vincere qualche sporadica battaglia, molte volte, troppo spesso, scendendo a compromessi. Come dimostra il pentimento farsa di alcuni fratelli Sarno, che si sono serviti dello Stato e che non hanno mai preso le distanze dalla camorra. Oggi a Ponticelli comandano i De Micco , regnano le loro leggi, questo è sotto gli occhi di tutti. E se lo Stato ha scelto di voltare le spalle a questo quartiere, non ha senso che io continui ad alimentare la luce che da anni mantiene un riflettore acceso su quelle dinamiche. Lo trovo uno spreco di energie inutile, oltre che pericoloso.
Qualcuno prima di me ha detto che questo non è un Paese per giornalisti giornalisti. E rendere omaggio alla memoria di quella persona, significa anche trarre il doveroso insegnamento dal suo sacrificio. Io aggiungo che questo non è un Paese che ha bisogno di eroi, ma solo di uomini e donne che facciano correttamente il loro lavoro.
Io la mia parte l’ho fatta, ma evidentemente non ero in buona compagnia. So che in cuor vostro accetterete la mia decisione, l’approverete e non la vivrete come un tradimento. I De Micco vivono di azioni dimostrative, questo è lampante. E io non posso, non voglio e non devo essere la prossima vittima sacrificale. La mia vita vale di più . Sono sicura che su questo punto sarete tutti d’accordo con me. Non ho rimpianti, non la vivo come una sconfitta. Esco di scena a testa alta, a differenza di chi avrebbe potuto affiancarmi per provare a scrivere un finale diverso, per provare a realizzare quel sogno di legalità che per tanti anni abbiamo condiviso. Ma qualcuno evidentemente la sua scelta l’ha fatta e ha deciso ancora una volta di abbandonarci al nostro triste e amaro destino”.
Luciana Esposito

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L’ALLARME DEI COSTRUTTORI ITALIANI: “10 MILIONI DI FAMIGLIE NON RIESCONO A COMPRARE CASA”

Gennaio 29th, 2025 Riccardo Fucile

I LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE CALATI DEL 22%

I dati diffusi dall’Ance rivelano come nel 2024 ci sia stata una prima frenata degli investimenti in costruzioni per i cittadini. Eccezione positiva per i comuni: la spesa per le opere pubbliche vola
Il boom dell’edilizia, frutto del Superbonus 110% e degli investimenti post-pandemia, è ormai un ricordo del passato. A certificarlo sono gli ultimi dati diffusi dall’Ance, l’Associazione nazionale dei costruttori edili, che rivelano come nel 2024 ci sia stata una prima frenata degli investimenti in costruzioni. A guardare bene, in realtà, le opere pubbliche hanno segnato un +21% rispetto all’anno precedente. Ma il crollo dell’edilizia privata, e soprattutto degli interventi di ristrutturazione, ha fatto chiudere comunque il 2024 con una flessione del 5,3%. «Il ciclo espansivo post pandemia è giunto al termine», ha commentato Federica Brancaccio, presidente dell’Ance. Il calo degli investimenti, infatti, dovrebbe proseguire anche nel 2025, con l’associazione dei costruttori che prevede un’ulteriore flessione del 7%.
Vola la spesa dei comuni, crolla l’edilizia abitativa
I dati dell’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzione dell’Ance rivelano una vera e propria «riscossa dei comuni». Nel giro di un anno, la spesa per opere pubbliche degli enti territoriali è cresciuta infatti del 16,2%, raggiungendo nel 2024 quota 21,7 miliardi di euro. Questo aumento drastico della spesa dei comuni ha permesso di recuperare tutti i mancati investimenti dell’ultimo decennio e nasconde una spiegazione molto semplice: il Pnrr. Ad oggi, circa il 54% della spesa sostenuta con i fondi europei (circa 32 miliardi di euro) è riferibile proprio al settore delle costruzioni. Secondo l’Ance, restano da realizzare investimenti per altri 54 miliardi di euro entro il 2026.
A mettere in crisi i costruttori, semmai, è la flessione degli investimenti per l’edilizia abitativa. Nel 2024, la costruzione di nuove case è calata del 5,2% rispetto all’anno precedente, mentre i lavori di ristrutturazione – complice il ridimensionamento dei bonus edilizi – sono crollati del 22%. Questo trend proseguirà quasi sicuramente anche nel corso del 2025, con l’Ance che prevede un -2,6% per la nuova edilizia abitativa e un -30% per gli interventi di riqualificazione. «Il settore tira ancora e contribuisce in maniera fondamentale all’economia, però ci sono i primi segnali di rallentamento perché il Pnrr sta piano piano diminuendo il suo impatto», commenta la presidente Brancaccio.
L’emergenza abitativa e l’idea di un «Piano Casa»
Al di là del calo degli investimenti in edilizia, c’è un altro fenomeno su cui l’osservatorio dell’Ance accende i riflettori: la crisi abitativa. Nelle grandi città, si legge nei dati diffusi oggi, ci sono 10 milioni di famiglie con un reddito fino a 24mila euro che non riescono a comprare casa. Milano, Roma e Napoli vengono indicate come le tre metropoli con i prezzi meno accessibili. L’associazione stima che le famiglie spendono in media la metà del proprio reddito per pagare la rata del mutuo, mentre il 20% meno abbiente arriva a spendere anche più di due terzi del reddito mensile. Lo stesso discorso vale anche per l’affitto, che nelle grandi città – si legge nel documento dell’Ance – è diventato ormai fuori portata per le famiglie più fragili.
Nelle scorse settimane, Ance e Confindustria hanno presentato una proposta di un piano casa per i lavoratori e le famiglie, «così da soddisfare il bisogno strutturale di alloggi a un costo sostenibile», precisa Brancaccio. Il piano dell’associazione dei costruttori passa da tre pilastri: semplificazioni urbanistiche e amministrative; misure fiscali; sviluppo di strumenti finanziari e di garanzia che rendano possibile la partecipazione all’investimento dei privati. «Ormai è chiaro a tutti – ha detto Brancaccio – che questo problema sociale ha delle implicazioni profonde e determina evidenti difficoltà allo sviluppo delle persone e delle famiglie a una vita serena e finalizzata a progetti di crescita».
(da agenzie)

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