Destra di Popolo.net

IL NUOVO SCHIAFFO DI BRUXELLES A BUTTAFUOCO: “LA BIENNALE NON DEVE ESSERE UN’OCCASIONE PER LA RUSSIA DI METTERSI IN MOSTRA”

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE, HENNA VIRKKUNEN, CONFERMA L’INVIO DI UNA SECONDA LETTERA ALLA BIENNALE IN CUI SI CONDANNA LA DECISIONE DEL PRESIDENTE PIETRANGELO BUTTAFUOCO DI CONSENTIRE ALLA RUSSIA DI PARTECIPARE ALLA MOSTRA D’ARTE: “SE LA VIOLAZIONE DELLA SOVVENZIONE DI 2 MILIONI DI EURO SARA’ CONFERMATA, NON ESITEREMO A SOSPENDERE O REVOCARE IL FINANZIAMENTO, IL DENARO DEI CONTRIBUENTI EUROPEI DEVE SALVAGUARDARE I VALORI DEMOCRATICI”

“Posso confermare che abbiamo inviato una seconda lettera alla Biennale sulla base di ulteriori prove. E ritengo importante concentrarci sul messaggio principale: sono stata molto chiara nel condannare con forza la decisione della Biennale di consentire alla Russia di partecipare alla mostra d’arte.
La Biennale apre sabato. Ironia della sorte, sabato è la Giornata dell’Europa. E la Giornata dell’Europa dovrebbe essere un giorno per celebrare la pace, non un’occasione per la Russia di mettersi in mostra alla Biennale”. Lo ha dichiarato la vice presidente della Commissione europea Henna Virkkunen in un punto stampa a Bruxelles.
“Se la violazione della sovvenzione di due milioni di euro sarà confermata, non esiteremo a sospenderla o a revocarla, perché il denaro dei contribuenti europei dovrebbe salvaguardare i valori democratici e la diversità. E sappiamo che questi valori non sono rispettati nella Russia di oggi”, ha aggiunto Virkkunen.
Aperto oggi, con ingresso su invito, il Padiglione russo alla Biennale d’arte di Venezia. Performance musicali con suoni ancestrali e tanti fiori accolgono nel padiglione della discordia.
Al piano superiore il grande albero dell’evento “The Tree is Rooted in the Sky” (L’albero è radicato nel cielo) al centro della stanza e installazioni video con il paesaggio sonoro della Buriazia fra la neve, i cavalli, le montagne.
Tutti i sensi sono coinvolti, anche l’olfatto con il profumo dei fiori che si diffonde nelle stanze, ma l’evento che vuol essere una festa dopo sette anni di chiusura del Padiglione è un po’ disorientante.
Tra suoni di campane ed esibizioni alla chitarra si alterneranno per tutta la giornata gli artisti, nel complesso una trentina, e non tutti russi ma anche stranieri.
L’opening ufficiale su invito è previsto domani alle 17.00. La registrazione dell performance proseguirà fino all’8 maggio. Poi il padiglione verrà chiuso per tutta la durata della Biennale arte, fino al 22 novembre, e la performance potrà essere vista dal pubblico dall’esterno, su maxi schermi.
(da agenzie)

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STELLE, STRISCE E GUAI PER GIORGIA: L’INCONTRO DI VENERDÌ PROSSIMO CON IL SEGRETARIO DI STATO USA, MARCO RUBIO, È UN’INSIDIA PER MELONI, SCARICATA DA TRUMP E TIMOROSA DI NUOVI ATTACCHI DAL TYCOON

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

MASSIMO FRANCO: “LE RECENTI LODI AMERICANE A SALVINI FANNO PARTE DELLA STRATEGIA AMERICANA PER DIVIDERE GLI ALLEATI. ALLA CASA BIANCA, DOPO I PROLUNGATI RICONOSCIMENTI DEL PASSATO A MELONI, RICAMBIATI, ADESSO PIACE SALVINI PERCHÉ È IL CRITICO PIÙ TETRAGONO DELL’UE E PERCHÉ È CONSIDERATO PIÙ DOCILE QUANDO SI CHIEDE ALL’UCRAINA UNA RESA”

Non si può dire che l’arrivo del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, avvenga sotto i migliori auspici. Gli insulti di Donald Trump a Leone XIV e a Giorgia Meloni sono un macigno difficile da rimuovere. E l’insistenza con la quale il presidente Usa minaccia di alzare i dazi contro le auto europee, e di ritirare i soldati americani della Nato aggiunge elementi di sconcerto.
Per Palazzo Chigi, l’incontro dell’8 maggio tra la premier e Rubio si presenta dunque come un’insidia e non solo come un’opportunità.
Ma è lo stesso per Rubio, chiamato a un’impervia missione di rassicurazione degli alleati. Le parole caute, guardinghe con le quali ieri Meloni ha commentato le minacce di Trump sulle truppe in Europa fotografano un imbarazzo palpabile. Dire «non condividerei» una decisione del genere e ricordare che «l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni» nella Nato, è una linea difensiva.
E sembra tradire il timore che qualunque parola diversa potrebbe essere accolta oltre Atlantico come un ulteriore pretesto per colpire.
Visti i precedenti, reagire in maniera misurata è l’unica posizione ragionevole: anche se esprime una debolezza che è di tutta l’Ue. La spregiudicatezza con la quale Trump cerca di dividere gli alleati aggiunge elementi di tensione su uno sfondo già incerto
Le recenti lodi americane al vicepremier leghista Matteo Salvini sono un
frammento di questa strategia, se si può definire così. Alla Casa Bianca, dopo i prolungati riconoscimenti del passato a Meloni, ricambiati, adesso piace Salvini perché è il critico più tetragono dell’Unione europea; e perché viene considerato più docile quando si chiede all’Ucraina una resa, più che una tregua.
Ma per il governo è un problema ulteriore. In una situazione economica di stallo e con tensioni sociali latenti, scaricare la colpa sull’Ue è uno sport diffuso. E la tentazione di farlo, nel governo e tra le opposizioni, riprende vigore sotto la spinta di calcoli elettorali più o meno miopi.
L’offensiva contro i vincoli di spesa imposti dal Patto di stabilità continua. E vede Lega e FI su posizioni agli antipodi; e FdI, il partito della premier, incerto se assecondare o bloccare queste pulsioni.
Salvini scommette su un aggravamento dei dati economici. E vede l’occasione per spingere l’intera coalizione allo scontro frontale con l’Ue. Arruola lo stesso ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che finora ha tenuto in ordine i conti pubblici. Prezzi e inflazione sono «una questione di sopravvivenza», secondo il vicepremier.
Se Bruxelles si mette di traverso, «sono convinto che l’intero governo approverà la possibilità di spendere dei soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei». Suona come una sfida agli alleati, prima che all’Europa.
(da Corriere della Sera)

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IL CARCERE DI BUSTO ARSIZIO “E’ UN INFERNO, CELLE SENZA SPAZIO VITALE”

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI CECILIA STRADA, DOPO LA VISITA COME EUROPARLAMENTARE: “SOVRAFFOLLAMENTO DEL 200%, CONDIZIONI INDEGNE”… MA IL GOVERNO DEVE PENSARE A FAR LA GUERRA AI MAGISTRATI

“Le condizioni che esistono all’interno del carcere di Busto Arsizio (Varese, ndr) sono inaccettabili”, ha commentato a Fanpage.it l’eurodeputata del Partito Democratico Cecilia Strada che lo scorso 31 marzo è entrata nell’Istituto per un’ispezione.
Quello che è emerso è un tasso di sovraffollamento “oltre il 200 per cento” e detenuti costretti a stare in celle “dove non c’è spazio vitale”. In tali condizioni, però, si perde la finalità rieducativa che dovrebbe essere sottesa alla pena e la reclusione diventa “una sospensione del tempo, priva di senso e di prospettiva”, ha aggiunto Strada.
I numeri ufficiali, aggiornati di recente, parlano chiaro: 437 persone recluse a fronte di una capienza regolamentare di 240. Le cosiddette “stanze di detenzione” sarebbero 177, ma 18 risultano inagibili. Anche sul fronte del personale la situazione è fragile: su 190 agenti previsti, ne mancano 21. “Una realtà nota da tempo”, secondo Strada, ma che starebbe “progressivamente peggiorando”.
L’eurodeputata ha, infatti, denunciato con toni duri le condizioni riscontrate durante l’ultima visita. “Sono stata nel carcere di Busto Arsizio dove il tasso di sovraffollamento è superiore al 200 per cento: è un inferno”, ha spiegato a Fanpage.it. Poi, ha descritto un’immagine che non lascia spazio a interpretazioni: “Letti a castello fino a tre piani, detenuti costretti a dormire a pochi centimetri dal soffitto, senza spazio vitale”.
Intervenuta a Strasburgo durante il dibattito sullo stato di diritto, Strada ha anche descritto una struttura segnata da criticità diffuse: “Cavi elettrici scoperti, carenze nei servizi essenziali, acqua calda insufficiente sia per i detenuti che per il personale”. Così, però, la situazione “diventa inaccettabile”, ha continuato l’eurodeputata, sottolineando che se “tre persone non possano stare in piedi contemporaneamente nella stessa cella”, non è più solo una questione logistica, ma una compressione sistematica della dignità.
Inoltre, tra sovraffollamento, carenza di personale e insufficiente assistenza sanitaria e psicologica, si creano condizioni di vita sempre più degradanti e viene meno ogni prospettiva. “Si deve dare una speranza a chi è in carcere”, ha aggiunto Strada, ricordando che la qualità di una democrazia si misura anche da come tratta le persone private della libertà. Eppure, nel carcere di Busto Arsizio questa prospettiva sembra mancare. Anche perché “non esiste un piano concreto per ridurre la pressione sulla struttura”, ha rincarato a Fanpage.it. “Al contrario, continuano ad arrivare trasferimenti da altri Istituti del Nord Italia, alimentando un sovraffollamento già oltre il limite”.
Non finisce qui, perché il problema non è solo all’interno del carcere. Una parte dell’opinione pubblica tende ancora a considerare tali condizioni come una sorta di “punizione meritata”. Ma, come ha ricordato l’eurodeputata a Fanpage.it, “il carcere non dovrebbe cancellare i diritti fondamentali”. Perché quando ciò accade, non si colpiscono solo i detenuti: si incrina l’intero sistema di garanzie su cui si dovrebbe fondare lo Stato di diritto e il carcere diventa un luogo in cui “muore la dignità” e, con lei, la sua funzione rieducativa.
(da Fanpage)

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L’ITALIA RISCHIA DI PERDERE I SOLDI DEL PNRR: COSA C’ENTRANO LE RIFORME GIA’ APPROVATE

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

DALLA UE TOLLERANZA ZERO SULLE SCADENZE DEL 2026 CON IL RISCHIO DI DOVER RESTITUIRE I FONDI RICEVUTI

Per anni abbiamo immaginato il PNRR come una gigantesca corsa contro il tempo per aprire cantieri e spendere miliardi entro la fatidica estate del 2026. Ma la realtà che emerge dalle ultime linee guida della Commissione Europea è molto più
profonda e, per certi versi, vincolante. Bruxelles ha infatti appena alzato la posta: i fondi del Next Generation EU non sono un premio alla carriera, ma un prestito condizionato. E se le condizioni vengono tradite, il conto sarà salatissimo.
Il dogma dell’ “irreversibilità”
Fino a oggi, l’Europa è stata una madre comprensiva. Se l’Italia non riusciva a centrare un obiettivo in tempo, poteva contare sul meccanismo di sospensione: i soldi venivano congelati e il governo aveva sei mesi per mettersi in regola. Da questa estate, però, questa flessibilità finisce. Entro il 31 agosto 2026, il sipario deve infatti calare su tutti i 617 traguardi e obiettivi del Piano italiano. Non ci saranno più “supplementari”: se un obiettivo viene mancato, la Commissione non aspetterà più e procederà direttamente al taglio della rata. Per l’Italia, che deve ancora affrontare la sfida della decima rata (la più corposa e complessa, con circa 150 obiettivi da centrare) ogni errore amministrativo si tradurrà d’ora in poi in una perdita secca per le casse dello Stato.
La fine dei “tempi supplementari”
Il rischio finanziario non si esaurisce però con la consegna dei cantieri, ma si sposta su un piano molto più profondo, e cioè quello della tenuta delle leggi. È qui, infatti, che Bruxelles ha calato l’asso, introducendo il principio di irreversibilità. Le riforme (dalla Giustizia alla Pubblica Amministrazione, fino alla Concorrenza) sono ora considerate “blindate”. Cosa significa concretamente? Se l’Italia ha incassato miliardi promettendo di velocizzare i processi o rendere trasparenti gli appalti, non può più cambiare idea. Se un governo futuro dovesse fare marcia indietro per calcolo elettorale, scatterebbe il cosiddetto “meccanismo di recupero”.
Immaginiamo questo scenario: lo Stato riceve i fondi per costruire una nuova linea ferroviaria ad alta velocità a patto di riformare il sistema dei trasporti. Se, tra tre anni, quella riforma venisse smantellata, la Commissione avrebbe il diritto di chiedere indietro i soldi, anche se la ferrovia è già completata e i treni sono in viaggio. In pratica, Bruxelles non guarda solo all’opera fisica, ma al “clima” normativo in cui essa vive. Per l’Italia, questo si traduce in una forma di sovranità condivisa: chiunque siederà a Palazzo Chigi nei prossimi anni avrà le mani legate.
Non sarà possibile tornare ai vecchi vizi della burocrazia senza innescare un rimborso miliardario capace di aprire un buco insanabile nel bilancio dello Stato.
I numeri della sfida
Finora l’Italia è stata in linea con le scadenze. Una volta pagata la nona rata da 12,8 miliardi, approvata proprio nei giorni scorsi, Roma avrà incassato 166 miliardi di euro, una cifra imponente se confrontata ai 194,4 miliardi complessivi previsti dal Piano italiano. Di questo tesoro, circa 24 miliardi potranno essere utilizzati anche dopo l’agosto 2026, poiché confluiti in veicoli finanziari speciali (come i piani per la fibra ottica o gli alloggi per studenti gestiti da CDP), ma a condizione che le loro regole d’ingaggio siano perfettamente operative entro l’estate.
L’ombra lunga dei controlli (fino al 2031)
Un altro punto importante da tener a mente è che la responsabilità non finisce nel 2026. L’Europa ha stabilito un periodo di “osservazione speciale” che arriverà fino al 2031.
Cosa rischia l’Italia
Oggi l’Italia è in una posizione di forza: ha già incassato 166 miliardi (circa l’85% del totale). Il rischio però non è più “non ricevere i soldi”, ma “doverli ridare”. Il governo ha una finestra sottile fino al 31 maggio per correggere il tiro e limare quei progetti che appaiono irrealizzabili. Ma una volta chiusa quella finestra, il Piano diventerà un binario unico senza uscite di emergenza. La scommessa dell’Europa è insomma ora quella di trasformare l’Italia non solo attraverso le opere pubbliche, ma attraverso un cambio di mentalità profondissima, sia burocratica che legislativa. Per i cittadini e le cittadine, questo significa che il PNRR non è una pioggia di denaro passeggera, ma se mai un impegno generazionale: se falliamo nella gestione o se rinneghiamo le riforme tra qualche anno, il debito che lasceremo ai figli non sarà solo quello finanziario, ma quello di un’opportunità sprecata e di una credibilità internazionale perduta.
(da agenzie)

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LA “UNO BIANCA” LAVORAVA PER I SERVIZI! LE RIVELAZIONI DI ROBERTO SAVI, IL CAPO DELLA BANDA CHE TRA GLI ANNI OTTANTA E NOVANTA SEMINÒ IL PANICO NEL CENTRO ITALIA, A “BELVE CRIME”: “L’OMICIDIO DI PIETRO CAPOLUNGO UNA RAPINA? MA VA LÀ, LUI ERA UN EX DEI SERVIZI PARTICOLARI DEI CARABINIERI. VOLEVANO UNA SCUSA, FARLO FUORI IN QUALCHE MANIERA”

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

“OGNI TANTO VENIVAMO CHIAMATI E SONO SUBENTRATI PERSONAGGI, NON DELINQUENTI, CHE CI HANNO GARANTITO PROTEZIONE. CI SENTIVAMO SICURI DI MUOVERCI”… DEDICATO A QUEI SOVRANISTI CHE “STANNO SEMPRE DALLA PARTE DEI SERVIZI A PRESCINDERE”, QUANDO INVECE UNA VERA DESTRA QUESTE COLLUSIONI DOVREBBE DENUNCIARLE

Anticipazione da “Belve Crime”, in onda martedì 5 maggio, in prima serata, su Rai2
Per la prima volta dopo 32 anni di silenzio, dal carcere di Bollate, il capo della Banda della Uno Bianca Roberto Savi concede un faccia a faccia a Francesca Fagnani per Belve Crime, rilasciando dichiarazioni scioccanti.
Un’intervista intensa e complessa, con rivelazioni che potrebbero riaprire anche i processi, come da tempo chiedono i familiari delle vittime, convinti che la verità giudiziaria accertata non coincida pienamente con quella storica.
Savi incalzato da Fagnani rilegge uno dei fatti di sangue più controversi della storia della Uno Bianca: l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio
del 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo.
Messo alle strette dalle domande di Francesca Fagnani, Savi afferma che non si trattò di una rapina, come invece stabilito dalle sentenze: “Ma va la, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa” è la rilevazione di Savi. “Qual era il motivo?”, chiede Fagnani. “Lui era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo?” svela Savi.
Savi ammette anche che quella è stata una delle azioni che alla banda veniva chiesta dagli «apparati». “Ogni tanto venivamo chiamati: “Facciamo così, e facevamo così”, racconta l’ex poliziotto. “Com’è stato possibile?” affonda ancora Fagnani, “che per sette anni siete andati avanti senza essere scoperti? Come mai non vi hanno preso? Non le sembrava strano?”.
“Un po’ sì”, risponde Savi con un sorriso beffardo. “C’è stata una copertura della rete investigativa?”, incalza la giornalista. E il criminale rivela: “Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci”, racconta, aggiungendo un importante dettaglio legato alla sua frequente presenza a Roma in quegli anni: “Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma”.
“Con chi parlava?”, incalza Fagnani. “Eh, con chi parlavo…”, risponde Savi sardonico e prosegue “Andavo giù per parlare con loro”. “Loro chi? I Servizi?”, chiede la giornalista. “Ma sì (…) Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere”.
(da agenzie)

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MENO MALE CHE ERA LA SINISTRA AD AVERE LE IDEE CONFUSE IN POLITICA ESTERA

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

DI POLITICHE ESTERE NE HA ALMENO TRE, COMPLETAMENTE DIVERSE UNA DALL’ALTRA

Senza politica estera non si governa.
Quante volte l’avete sentita questa frase, rivolta alla sinistra, o campo largo, o non destra che dir si voglia
La tesi, magari poco generosa, di certo con più di un fondo di verità, è che in una fase come questa sia importante che una coalizione sia coesa nel decidere che posto voler dare al proprio Paese nello scacchiere geopolitico
L’ipocrita silenzio di chi vede emergenze e odio ovunque, tranne quando a sparare è uno di loro
Il problema è che forse, magari, avrà senso occuparsi delle visioni diverse di Conte e Schlein, Renzi e Fratoianni, tra qualche mese.
Ma oggi abbiamo al governo Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Che
proprio in questi giorni, e proprio in relazione alla politica estera, hanno raggiunto il massimo livello possibile di incompatibilità.
Fredda cronaca degli ultimi giorni.
Meloni, dopo aver fatto la portavoce di Trump e Netanyahu in Europa per tre anni buoni – giustificandone i dazi, dicendo che gli Usa hanno attaccato il Venezuela per difendersi, aderendo al Board of Peace come osservatrice, augurandosi che vinca il Nobel, giusto per ricordarne qualcuna – , decide di allontanarsi dalla Casa Bianca dopo esserci accorta che le scelte di Trump, a partire dalla guerra in Iran, stavano trascinando lei e l’Italia nel baratro.
Trump comincia a insultare Meloni ogni volta che può, la dipinge come un’ingrata, “minaccia” di ritirare le truppe americane dall’Italia, e già che c’è elogia Matteo Salvini, ripescando una sua vecchia intervista.
Salvini, che non ha detto una parola in difesa di Meloni quando Trump se l’è presa con lei, gonfia il petto e ricorda di essere l’unico ad aver sempre difeso ogni scelta di Trump, dazi all’Europa e attacco all’Iran compresi. Gli stessi dazi e lo stesso attacco che sia Meloni che Tajani hanno condannato.
Non pago, Salvini ricorda anche che lui è sempre stato a fianco di Netanyahu, che ha ricevuto persino il premio di politico più amico di Israele, lo scorso anno. Quello stesso Israele da cui Meloni ha preso le distanze più volte, negli ultimi mesi.
Non bastasse, Salvini continua a dire, in ogni intervista e da ogni palco, che bisogna fare pace con Putin e tornare a comprare il gas dalla Russia, mentre il megafono mediatico di Putin, Vladimir Soloviev inveisce contro Meloni e le dà della donna di facili costumi in italiano, rea di stare a fianco all’Ucraina e di continuare a sostenerla militarmente ed economicamente.
C’è solo una cosa, insomma, su cui Meloni e Salvini vanno d’accordo, ultimamente: entrambi vogliono violare il patto di stabilità, le regole di bilancio che il loro stesso governo ha votato e ratificato due anni fa. Peccato che non sia d’accordo Antonio Tajani, che a differenza loro fa parte del Partito Popolare Europeo, che quelle regole le difende e le sostiene più di qualunque altra forza politica continentale. E ancor di più la famiglia Berlusconi, vera padrona di Forza
Italia, sostiene quella stessa linea filo-europea e filo tedesca cui Meloni e Salvini vorrebbero andare contro.
Del resto, in Europa, Tajani è nel Partito Popolare Europeo, il primo partito della maggioranza che sostiene la commissione Von der Leyen, mentre Salvini è nei Patrioti Europei, il gruppo che è più ferocemente contro, mentre Meloni sta nel mezzo: il suo partito europeo è contro, ma uno dei suoi fedelissimi, Raffaele Fitto, è commissario europeo, quindi è pure un po’ a favore.
A proposito di Europa. In tutto questo, la coalizione di destra potrebbe pure imbarcare il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci, per non perdere le prossime elezioni. E lui, Vannacci, è uno che ha mollato la Lega perché è troppo poco filo russa, troppo poco trumpiana e troppo morbida con Von der Leyen. E magari pure il leader di Azione Carlo Calenda, che si è fatto tatuare sul braccio il simbolo delle forze armate ucraine e sostiene con forza l’idea che l’Europa debba armarsi per avere una politica estera autonoma a Trump e agli Usa.
E forse è vero, questa è un’ottima lezione per il centrosinistra, o campo largo, o non destra: che puoi mascherare tutte le incoerenze che vuoi, ma prima o poi, in politica estera come altrove, i nodi vengono al pettine e devi farci i conti.
Ma è anche vero, concedetecelo, che quando Meloni e i suoi parlano di una sinistra con le idee confuse, sono come un cervo adulto che sta dando del cornuto a un mulo.

(da agenzie)

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NEL MONDO PAZZO DI TRUMP, ANCHE LE PULCI HANNO LA TOSSE: PERSINO NEL PACIFICO PERU’ INIZIANO A CIRCOLARE SPINTE BELLICISTE

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

ANTAURO HUMALA, FRATELLO DELL’EX PRESIDENTE E ALLEATO POLITICO DEL CANDIDATO PRESIDENZIALE ROBERTO SÁNCHEZ, SOSTIENE CHE IL PERU’ DOVREBBE RIVENDICARE ALCUNE ZONE DI CONFINE CON IL CILE “PER VIA DIPLOMATICA O ARMATA”

Hanno provocato forti polemiche in Perù e in Cile le dichiarazioni di Antauro Humala, alleato politico del candidato presidenziale peruviano Roberto Sánchez, secondo cui Lima dovrebbe “rivendicare nei fatti Tarapacá e Arica, per via diplomatica o armata”.
Lo ha affermato in un’intervista al quotidiano Perú 21 il fratello dell’ex presidente Ollanta Humala, attualmente in carcere per riciclaggio di denaro a causa del loro coinvolgimento nello scandalo Odebrecht.
Antauro Humala ha inoltre annunciato che, in caso di vittoria di Sánchez al ballottaggio del prossimo 17 giugno, proporrebbe di rivedere i trattati che definirono i confini tra Perù e Cile dopo la Guerra del Pacifico (1879-1883).
Le sue parole hanno suscitato reazioni trasversali nel mondo politico cileno mentre Sánchez ha preso nettamente le distanze dalle dichiarazioni dell’ex militare, precisando su X che “non rappresentano né la posizione né il programma di Juntos por el Perú”, il suo partito. Sánchez ha aggiunto che, in caso di vittoria, privilegerà relazioni di cooperazione e amicizia con il governo cileno guidato dal presidente José Antonio Kast.
(da agenzie)

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“CHIARITE SULLE SANZIONI, LA RESPONSABILITÀ È VOSTRA” – LA COMMISSIONE EUROPEA SCRIVE DI NUOVO AL GOVERNO PER OTTENERE MAGGIORI GARANZIE SUL PADIGLIONE RUSSO IN FASE DI ALLESTIMENTO ALLA BIENNALE DI VENEZIA

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

L’EUROPA NON È SODDISFATTA DELLE RISPOSTE RICEVUTE FINORA DALL’ITALIA E CONTESTA IL POTENZIALE “BENEFICIO ECONOMICO” INDIRETTO CHE L’ISTITUZIONE CULTURALE TRARREBBE GRAZIE ALLO SPAZIO DEL CREMLINO – L’IPOTESI CHE LA BIENNALE POSSA AVER OFFERTO ALLA FEDERAZIONE RUSSA ALCUNI SERVIZI ILLEGALI SENZA LE OPPORTUNE DEROGHE

La Commissione Ue ieri ha scritto – di nuovo – al governo italiano per ottenere maggiori garanzie sul padiglione russo in fase di allestimento alla Biennale di Venezia. L’oggetto della lettera – di cui Repubblica ha preso visione – è inequivocabile: «Richiesta di chiarimenti in merito al rispetto delle sanzioni Ue» della Biennale.
L’esecutivo europeo non è affatto soddisfatto delle risposte ricevute finora dall’Italia, per il tramite del rappresentante permanente a Bruxelles Vincenzo Celeste. Non solo: insiste sul sospetto che la fondazione possa aver violato le norme in vigore contro Mosca.
Per due ragioni, in sintesi: il potenziale «beneficio economico de facto» che l’istituzione culturale trarrebbe dal padiglione del Cremlino; e l’ipotesi che la Biennale possa aver offerto alla Federazione russa alcuni servizi illegali senza le opportune deroghe. Al governo italiano, inoltre, l’Ue ricorda le proprie responsabilità: «L’attuazione e applicazione delle sanzioni sono responsabilità primaria degli Stati membri».
Alla Commissione Ue non è bastato. Così ieri al rappresentante a Bruxelles è arrivata la seconda lettera. Per sollecitare più dettagli e capire che misure siano state prese. È fitta di riferimenti legali. L’Europa ipotizza, da parte della Biennale, la violazione di due codicilli del Regolamento Sanzioni. Il primo è l’articolo 5t: «È vietato accettare donazioni, benefici economici o sostegno, compresi finanziamenti e assistenza finanziaria, direttamente o indirettamente» dal Cremlino.
La Commissione ne dà un’interpretazione estensiva: «Qualsiasi costo sostenuto dalla Russia per la partecipazione della sua delegazione – argomenta – va a beneficio della Biennale e sembra qualificarsi come fornitura indiretta di sostegno economico».
Poi c’è l’articolo 5n: impedisce «la fornitura di determinati servizi» al governo di Vladimir Putin. Qui l’accusa dell’Ue si fa circostanziata: «La Commissione ha appreso che la Biennale» invece «fornirà servizi» alla Russia, e in particolare «potrebbe fornire servizi relativi all’organizzazione di attività all’interno del padiglione (inclusi (…) consulenza legale, pubblicità, servizi commerciali e di gestione, pubbliche relazioni e servizi accessori)». Collaborazioni possibili solo con specifiche deroghe.
L’Ue ora pretende dal governo «una valutazione fattuale». Come a dire, assai più concreta e verificabile della prima lettera di spiegazioni ricevuta. L’Italia ha una settimana per replicare. Prima ancora, l’11 maggio scadrà invece il tempo a disposizione della Biennale per inviare in Europa la propria difesa e non perdere 2 milioni di sovvenzioni.
La Commissione non molla la presa. Vuole risposte. Da tutti gli attori in campo, compreso il governo italiano che finora ha creduto bastasse prendere le distanze a parole dalla «scelta autonoma» del presidente Pietrangelo Buttafuoco. A giorni, del resto, le carte del pasticciaccio Biennale finiranno anche sul tavolo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
(da agenzie)

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ALLERTATE I FISIOTERAPISTI: ORA TUTTI SI IMPROVVISANO CORRIDORI. GIA’ PRONTE UN MILIONE E 300 MILA DOMANDE DI ISCRIZIONE PER LA MARATONA DI LONDRA DEL 2027

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

A “ISPIRARE” E’ STATO IL KENIOTA SAWE, CHE UNA DECINA DI GIORNI FA HA ABBATTUTO, IN RIVA AL TAMIGI, IL MURO DELLE DUE ORE: UN RECORD CHE HA FATTO VENIR VOGLIA DI METTERSI A CORRERE

Effetto record del mondo sulla maratona di Londra: a dieci giorni dall’impresa del keniano Sawe che ha abbattuto il muro delle due ore sulle strade della capitale inglese, le iscrizioni per l’edizione 2027, che si correra’ il prossimo 25 aprile, ha fatto registrare un primato assoluto di domande di iscrizione: in totale sono 1.338.544 le persone che vogliono partecipare, e anche quest’anno la scelta sara’ fatta con un sorteggio. E’ stato cosi’ battuto il record dello scorso anno (un milione e 333 mila domande).
L’edizione 2026 ha visto ammessi 59.830 partecipanti, ed e’ stato – sottolineano gli organizzatori – il più grande eventodi raccolta fondi di un solo giorno al mondo. “Questo incredibile numero di candidati conferma Londra come la maratona più ambita al mondo”, ha dichiarato Hugh Brasher, amministratore delegato di London Marathon Events. I risultati del sorteggio saranno pubblicati all’inizio di luglio, con l’assegnazione dei posti tramite estrazione casuale. Per la prima volta sono state presentate oltre un milione di candidature solo dal Regno Unito, e si è registrata una quasi parità tra iscrizioni maschili e femminili. Gli organizzatori stanno ancora valutando la possibilita’ di disputare la maratona 2027 su due giorni, sabato e domenica, dividendo ovviamente tra competitiva e non competitiva.
(da agenzie)

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