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IL GOVERNO DI ELLY SCHLEIN: NOMI, MINISTERI E IL SENATO A CONTE

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LE INDISCREZIONI SULLA SQUADRA DELL’ESECUTIVO IN CASO DI VITTORIA

Uno schema di massima sulla squadra di governo. Nell’ipotesi che il centrosinistra guidato dal Partito Democratico di Elly Schlein vinca le elezioni. E la scadenza del 2027, ovvero quando si chiuderà naturalmente la legislatura. Dei potenziali ministri dell’esecutivo Elly parla oggi Il Giornale. E nel quale il Movimento 5 Stelle avrebbe la presidenza del Senato destinata a Giuseppe Conte. Più altre due caselle rilevanti.
Come sarà il governo di Elly Schlein
Per i nomi del governo Schlein si parte da Marta Bonafoni, fedelissima della segretaria del Pd e già in movimento per la composizione delle liste. Classe ’76, professione giornalista, due volte consigliera regionale nel Lazio, è oggi la coordinatrice nazionale della segreteria del Partito Democratico. Lei potrebbe approdare a Palazzo Chigi oppure avere le Pari Opportunità, a cui ambisce anche Alessandro Zan. Marco Furfaro invece andrebbe al Welfare. Poi altri tre nomi di rito schleiniano: Chiara Braga ai Rapporti con il Parlamento, Annalisa Corrado che viene associata al ministero dell’Ambiente e Camilla Laureti alle Politiche Agricole.
Gli altri nomi
Poi c’è Nicola Zingaretti, che potrebbe finire alle politiche giovanili. Schlein vorrebbe poi un politico all’economia: il nome è Francesco Boccia, capogruppo al Senato del Pd e già ministro degli Affari regionali nel secondo governo Conte. Ma c’è anche Antonio Misiani, responsabile economico del Pd e vice ministro a Via XX settembre nell’esecutivo dell’avvocato del popolo. Agli Esteri viene visto in ascesa Peppe Provenzano che segue il dossier per il Nazareno in Parlamento. Il capogruppo a Montecitorio sarebbe Igor Taruffi.
(da agenzie)

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L’INDAGINE SULL’ADOZIONE IN URUGUAY DI NICOLE MINETTI: QUELLO CHE NON TORNA NELLA VERSIONE DI CIPRIANI

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

GLI ESPERTI E LA PATOLOGIA DEL BAMBINO: SI POTEVA CURARE ANCHE IN ITALIA… LE VOCI SULL’ILLEGALITA’ DELL’ADOZIONE

L’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay (Inau) ha avviato formalmente un’indagine amministrativa interna per verificare se l’adozione di un bambino da parte dell’imprenditore italiano Giuseppe Cipriani e della sua compagna Nicole Minetti sia avvenuta nel rispetto delle procedure previste. Lo fanno sapere diversi media uruguaiani. Sottolineando che tale decisione è stata presa dopo che l’Interpol italiana aveva richiesto all’Uruguay informazioni relative ai precedenti e al contesto in cui era avvenuta l’adozione del bambino.
Giuseppe Cipriani e l’intervista al Corriere
Intanto Il Fatto Quotidiano torna oggi sull’intervista rilasciata dall’imprenditore al Corriere della Sera. Replicando su un punto: la patologia del bambino adottato. Thomas Mackinson fa sapere di aver consultato molti primari di ospedali italiani. I quali hanno detto che non serviva andare fino a Boston per far operare il bimbo e per definire una terapia di controllo che oggi va fatta negli Stati Uniti. E che viene citata nella domanda di grazia in quanto ostativa dei servizi sociali per Minetti. Secondo il quotidiano in Italia ci sono numerosi centri di eccellenza come il Bambino Gesù, Gemelli, Cardarelli, Meyer, Gaslini, Salesi e Besta dove quella patologia è trattata comunemente.
Gli ospedali e la patologia del bambino
Della vicenda parla il professor Maurizio Iacoangeli, primario di neurochirurgia infantile ad Ancona. «È una patologia ancora molto comune, anche in Italia, seppur diminuita con la prevenzione con la Folina in gravidanza e l’ecografia perinatale.
Tuttavia rappresenta ancora una patologia che si tratta abbastanza comunemente nei reparti di Neurochirurgia infantile. Si interviene spesso con approccio chirurgico combinato neurochirurgico e chirurgo plastico», premette. «Poi nulla vieta a chi è abbiente, come qualche paziente mi dice: professore lei è molto noto e bravissimo, però io voglio il meglio per mio figlio dove posso andare dal migliore al mondo? È una scelta e nulla vieta di preferire un grosso centro a livello mondiale quale è Boston», conclude
L’illegalità dell’adozione
Cipriani dice anche che l’adozione è stata definita illegale dai giornali. In realtà è la procura generale presso la Corte d’Appello di Milano a voler verificare la regolarità delle pratiche di affidamento. Così come è l’Inau che oggi ha aperto un’indagine. Insieme a un’inchiesta parlamentare su 114 minori deceduti negli ultimi cinque anni e passati per l’ente. E poi la stampa uruguaiana ha documentato che il dirigente della divisione adozioni dell’INAU, Darío Moreira, si era inizialmente opposto all’affidamento giudicando incompatibile la condanna italiana. E riguardo l’affermazione sulla prostituzione legale in Uruguay, fatta dai legali di Minetti per rispondere all’appunto, lo sfruttamento nel paese sudamericano rimane illegale.
Cipriani ed Epstein
Infine, Cipriani smentisce i rapporti con Jeffrey Epstein. Ma tra i due, quando il finanziere era già indagato per pedofilia, c’è stata senza dubbio una frequentazione. Vero è che Cipriani non ha mai visto concretizzarsi le occasioni di affari con Epstein, ma l’archivio degli Epstein Files contiene tutte le carte di questo e altri affari tra i due.
(da Open)

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CANADA ON MY MIND

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

L’IDEA CHE IL CANADA POSSA ENTRARE NELL’UNIONE EUROPEA NON E’ STRAVAGANTE

L’idea che il Canada possa entrare nell’Unione Europea poteva essere definita, fino a poco tempo fa, molto stravagante. Oggi, dopo avere letto l’articolo di Daniele Castellani Perelli su Repubblica capisco che può essere entusiasmante. Per una ragione, lo ammetto, puerile: se Trump vuole prendersi la Groenlandia, noi ci prendiamo il Canada (vuoi mettere?).
Ma anche per una ragione molto più seria. L’alleanza tra paesi democratici minacciati dal dispotismo e dal militarismo di Russia e Stati Uniti, o semplicemente contrari — anche quando non direttamente minacciati — alla prepotenza dei più forti, al disprezzo per la democrazia, i diritti umani e l’integrità territoriale che Putin e Trump hanno messo in campo, potrebbe essere già adesso un’esigenza concreta e una carta da giocare.
Molti di noi hanno accolto con sollievo e ammirazione più di un discorso del premier canadese Carney (ieri in Armenia ospite di un vertice della Comunità europea). Se possiamo permetterci di definirli discorsi “europei” come scala di valori, è anche per demerito di Trump, che ha trascinato gli Stati Uniti in territori ideologici e culturali infradiciati dal suprematismo bianco, dal fanatismo religioso, dall’idolatria del denaro.
Se in questo momento qualche canadese sta pensando (e i sondaggi lo confermano) “L’Europa, perché no?”, è per le stesse ragioni per le quali un europeo sta pensando “il Canada, perché no?”. Il defunto Occidente potrebbe riorganizzarsi su basi nuove. Meno geografiche e belliche, più ideali ed etiche. E soprattutto, nel
momento in cui Dio viene usato, a Mosca e Washington, come una clava: più laiche.
(da Repubblica)

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IL MODELLO SANT’ANNA, PRIMO ATENEO IN ITALIA NELLA ROBOTICA

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL RETTORE: ”MERITO, MOBILITA’ SOCIALE E INNOVAZIONE I NOSTRI CAPISALDI”

Settima al mondo, seconda in Europa e prima in Italia. La classifica dello ShanghaiRanking posiziona la Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa ai vertici della robotica nazionale e internazionale. Un risultato che riflette non solo la qualità della ricerca di frontiera, ma anche un’idea chiara di cosa può essere una università: un luogo in cui formare talenti, garantire eque opportunità e interpretare e anticipare il cambiamento sociale e politico. Dalla capacità di attrarre, formare e trattenere giovani talenti alle sfide delle discipline STEM, da un nuovo “umanesimo tecnologico” in cui l’innovazione si fonde con la dimensione etica fino ai nodi dell’accesso e della mobilità sociale: è su questi temi che si misura oggi il ruolo dell’università. Ne abbiamo parlato con il rettore della Scuola Superiore Sant’Anna, Nicola Vitiello.
Rettore, i ranking internazionali vi posizionano ai vertici nella robotica, prima università in Italia. Cosa dicono questi risultati sulla qualità del vostro modello formativo?
«I ranking certificano la qualità del nostro modello. Siamo tra le prime 250 università al mondo secondo il Times Higher Education e tra le prime a livello globale nella robotica secondo lo Shanghai Ranking. Nonostante le dimensioni contenute, siamo altamente competitivi. Questo significa che i nostri studenti possono accedere a un’esperienza formativa di altissimo livello, lavorando a stretto contatto con ricercatori e scienziati di primo piano su temi all’avanguardia e soprattutto con metodiche avanzate. La nostra forza credo sia la doppia anima di formare talenti e fare ricerca di frontiera. In questo modo, la ricerca non solo produce conoscenza, ma diventa anche uno strumento per formare al meglio i giovani che scelgono di intraprendere un percorso da noi».
Oltre all’eccellenza tecnica, quali sono oggi le vere sfide delle discipline scientifiche STEM nel periodo storico attuale, che sta attraversando importanti transizioni a livello tecnologico. E quale ruolo avranno nel futuro dell’università e della società?
«Il futuro delle discipline Stem è abbastanza chiaro. Stiamo attraversando grandi transizioni, quella digitale, quella ecologica, ma anche le rivoluzioni legate alle scienze omiche, genomica, proteomica, metabolomica, trascrittomica, che studiano la vita a livello cellulare e subcellulare e tutto ciò che riguarda le interazioni digitali. Siamo in un’epoca in cui i progressi della scienza e della tecnologia migliorano rapidamente la qualità della vita. Per questo, avere persone preparate in questi ambiti è sempre più fondamentale. Oggi uno dei limiti allo sviluppo di un Paese non è solo economico, ma riguarda anche la disponibilità di menti capaci di portare avanti ricerca, innovazione e sviluppo. Detto questo, sarebbe un errore pensare che basti formare competenze tecniche. Scienza e tecnologia, da sole, non sono sufficienti, è necessario formare anche la società affinché sia pronta ad adottarle in modo consapevole ed etico. Per questo, accanto allo sviluppo tecnologico, è essenziale considerare anche la dimensione umana e sociale, il diritto e l’etica, che sono fondamentali per rendere l’innovazione realmente efficace nella vita quotidiana. C’è una lunga lista di tecnologie brillanti, ma poi spesso non riescono a entrare nel vivere quotidiano».
Essere un’istituzione pubblica d’eccellenza implica una responsabilità sociale. Come riuscite a garantire che il merito prevalga sulla provenienza economica?
«Siamo un’istituzione pubblica e il nostro modello si basa su merito e mobilità sociale. Gli studenti ammessi non sostengono costi perché ricevono alloggio, formazione integrativa e alcuni supporti economici. Investiamo anche in attività di orientamento, per incoraggiare studenti talentuosi, anche da contesti meno favorevoli, a intraprendere il percorso universitario. Il merito per noi è centrale. Abbiamo inoltre aumentato le borse di dottorato, oggi intorno ai 1.600 euro mensili, per garantire condizioni dignitose in una città come Pisa».
Per formare gli studenti in modo adeguato, l’attuale struttura universitaria italiana è sufficiente o servirebbe una maggiore integrazione nei percorsi di studio avanzati?
«Il sistema universitario attuale è strutturato sul modello 3+2, in linea con il contesto internazionale. Tuttavia, un tema interessante è quello dei graduate program, che integrano laurea magistrale e dottorato in un unico percorso. All’estero, in Paesi come Stati Uniti e Cina, è una pratica diffusa. In Italia questo non è ancora possibile per vincoli normativi, ma è un tema su cui sarebbe utile aprire un dibattito».
Nonostante gli sforzi del mondo accademico, ci sono ancora molti ostacoli culturali e strutturali, che, ad esempio, frenano le donne dal percorrere una carriera scientifica. Come si pone di fronte a questo tema che continua a interrogare la società e cosa fate per intervenire?
«Credo che uno dei nodi principali sia la mancanza di role model. La bassa presenza femminile nelle STEM riduce gli esempi positivi a cui fare riferimento, ma il problema non riguarda solo i numeri: riguarda anche la loro visibilità e, di conseguenza, l’esposizione a questi modelli. Bisognerebbe dare più spazio alle donne per raccontare in prima persona che è possibile intraprendere una carriera scientifica. C’è poi il tema della conciliazione tra vita lavorativa e privata, in particolare legato alla maternità. Servono politiche che supportino questo equilibrio. Alla Scuola Sant’Anna lavoriamo su entrambi i fronti, valorizziamo le nostre figure femminili e sviluppiamo politiche per favorire una migliore conciliazione tra vita professionale e personale, che è un tema che riguarda tutti, non solo le donne
In quest’ottica, un ruolo centrale lo occupa il progetto PNRR Merita, una rete per il talento che coinvolge cinque prestigiose istituzioni accademiche italiane: Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Scuola Normale Superiore di Pisa, Collegio Superiore dell’Università di Bologna, Scuola Galileiana di Studi Superiori dell’Università di Padova e Scuola Superiore di Studi Avanzati della Sapienza Università di Roma. All’interno del progetto Merita, abbiamo diverse iniziative di orientamento tra cui “STEM: le ragazze si mettono in gioco”, un corso di orientamento residenziale, completamente gratuito, dedicato a promettenti studentesse di quarta superiore, provenienti da tutta Italia, e MEMO (Mobilità e Merito), un programma di orientamento che si propone di sostenere studentesse e studenti di merito provenienti da contesti socio-economici fragili (first generation student) verso una scelta universitaria più consapevole».
Guardando avanti, qual è l’obiettivo sul lungo periodo che intende portare avanti?
«La sfida principale è ampliare l’accesso senza perdere la nostra identità. Oggi accogliamo ogni anno circa ottanta nuovi allievi e cento nuovi dottorandi, ma sappiamo che molti talenti restano fuori. Il nostro obiettivo è permettere a un
numero sempre maggiore di persone meritevoli di accedere a questa esperienza formativa».
(da Open)

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MOZAMBICO: DECAPITAZIONI, VIOLENZE E LAVAGGIO DEL CERVELLO: COSI’ OPERA LA CELLULA JIHADISTA CHE VUOLE CREARE UNO STATO ISLAMICO IN AFRICA

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DI PADRE MELONI

Risale al 30 aprile l’ultimo attacco che ha visto agire la nota cellula jihadista Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, attiva dal 2017 soprattutto nel nord del Mozambico. Ad essere colpito questa volta è stato il villaggio di Meza, dove è stata devastata e data alle fiamme anche la chiesa della Parrocchia San Luigi Maria Grignion de Monfort, sede della missione dei Padri Scolapi. Dall’inizio degli attacchi, più di 300 cattolici sono stati uccisi, la maggior parte per decapitazione. Tra loro, molti catechisti, animatori parrocchiali e fedeli, mentre sono state distrutte 117 chiese e cappelle, di cui 23 solo nel corso del 2025. Il 23 aprile scorso i miliziani avevano preso d’assalto il villaggio di Mitope, nel distretto di Mocìmboa da Praia, uccidendo sette soldati mozambicani e dando alle fiamme la caserma. Padre Giuseppe Meloni, conosciuto da tutti come padre Beppe, padre dehoniano di origine bergamasca presente nel Paese dal 2005, ha raccontato a Open la difficile situazione di cui è vittima la popolazione del Mozambico e che rende sempre più difficile l’operato delle congregazioni missionarie nel Paese.
Padre Beppe, cosa ci sa dire dell’attacco del 30 aprile al villaggio di Meza e alla sua chiesa?
«Si tratta della Parrocchia San Luigi Maria Grignion de Monfort, costruita nel 1946, e sede della missione dei Padri Scolapi. È situata nel villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. I Padri missionari di origine camerunense che normalmente sono sul posto, quel giorno erano in viaggio a Nampula da 2 giorni e non si trovavano nel distretto. Erano quindi presenti solo i collaboratori della missione, come il guardiano e il cuoco. Come spesso accade nel caso di queste vere e proprie scorribande, la gente aveva avuto notizia che i terroristi di al-Shabaab (altro nome con cui sono localmente noti i miliziani di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, ndr) stessero circolando in quella zona, ma non erano certi di essere nelle loro mire.
Quando i miliziani sono arrivati, hanno distrutto la chiesa, la casa che era delle suore – ma ora usata dai padri – gli uffici parrocchiali e l’asilo. Hanno poi ucciso molti maiali, capre, galline, che erano fonte di entrata per la parrocchia. Hanno dato fuoco alla chiesa e per questo motivo il tetto è completamente crollato. Chi era sul posto è stato poi costretto a sentire i discorsi di odio con cui spesso vengono accompagnati questi episodi di violenza inaudita».
Si tratta di una zona spesso colpita da questi eventi ed incursioni violente?
«Assolutamente sì. Nella zona la presenza stanziale di congregazioni missionarie come la nostra è infatti molto limitata, soprattutto dopo il rapimento di due suore della congregazione di San Giuseppe di Chambery nell’agosto del 2020 a Mocímboa da Praia, poi fortunatamente rilasciate. Diverso invece il destino di Suor Maria De Coppi, 84 enne di origini venete, che era finita vittima di un fuoco incrociato nel settembre del 2022 nella comunità comboniana di Chipene, nel nord del Paese. La situazione è quindi estremamente instabile e pericolosa nella regione»
Come avete reagito voi missionari a questo ennesimo caso di violenza?
«Ogni volta fa molto male. Questi episodi sono il classico esempio di come ci vogliano anni per far crescere una foresta e in dieci minuti la si possa bruciare tutta. Non si può non vedere la cattiveria, la violenza, il male, il dare la morte che questi gruppi portano con sé».
Che cos’è la Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a?
«Si tratta di un gruppo paramilitare di ispirazione salafita-jihadista che ha legami, influenze e reclutamento transfrontaliero dal Kenya e dalla Tanzania, presente nel Paese dal 2007 ma attivo con attacchi dal 2017. Parliamo di un gruppo di terroristi islamisti, che nulla ha a che vedere con la presenza islamica nel Paese, e che ha la sua sede nevralgica in Mocímboa da Praia. Sono localmente conosciuti anche come al-Shabaab, sebbene si tratti di un’organizzazione separata dal movimento di provenienza somala. Gli episodi di violenza e devastazione hanno uno specifico disegno: la creazione e l’espansione di uno Stato Islamico, che non coinvolga solo il Mozambico, ma tutta l’Africa. Si nascondono nelle zone boschive per uscire allo scoperto con attacchi lampo, anche molto violenti, quando vogliono riprendere il controllo della situazione nell’area. Spesso, purtroppo, ricorrono a violenza e
decapitazioni, oltre a distruggere tutto ciò che trovano e a fare razzia dei beni, per potersi sostentare. Ci tengo però a specificare che, per quanto le parti coinvolte siano caratterizzate da appartenenze religiose diverse, non si tratti di una “guerra di religione”, bensì di un problema essenzialmente politico e ideologico. È anche sintomatico notare come si siano stabiliti in una zona molto strategica, ricca di gas naturale che negli anni ha attratto diversi investitori stranieri, tra cui ENI e Total».
Come opera e come si muove sul territorio la Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a?
«La cellula jihadista è entrata nel Paese dal confine nord, che è una sorta di colabrodo, impossibile da controllare, caratterizzato dalla fortissima presenza di grandi foreste. La lingua parlata nel nord è lo Swahili, la stessa parlata dai jihadisti, quindi non il portoghese, lingua ufficiale nel resto del Mozambico. L’organizzazione opera promettendo un lavoro nell’agricoltura o nella pesca, e un futuro migliore: tanti giovani reclutati sono rimasti invischiati in questo vortice con la promessa di poter cambiare la loro vita in meglio. Esiste poi un fenomeno poco raccontato: i ragazzi vengono rapiti, indottrinati e drogati, con una sorta di lavaggio del cervello. Le ragazze vengono spesso prese, portate via e violentate. Il messaggio di fondo è: “Comandiamo noi e abbiamo nelle nostre mani la vostra vita e il vostro futuro”».
Come reagisce la popolazione locale alla loro presenza?
«C’è un fortissimo malcontento, anche perché è importante sottolineare come, per quanto abbiano avuto molta risonanza mediatica le violenze mosse nei confronti della comunità cristiana, nessuno è mai immune dai loro attacchi, sia esso musulmano o legato ai culti ancestrali. Il malcontento però è generalizzato e accompagnato da una forte disillusione: alcuni megaprogetti legati all’estrazione del gas, nel grandissimo giacimento chiamato Rovuma, con la loro promessa di portare lavoro, maggiore benessere, scuole, ospedali, infrastrutture, hanno fallito nel loro intento. Non c’è stato un concerto organizzato a livello politico che tenesse presente la necessità di una effettiva e strutturale responsabilità sociale di queste grandi multinazionali. Non è stato così per tutte le realtà approdate qui: la nostra Eni, che è presente con una piattaforma fluttuante offshore, la Coral South, e tra un annetto aprirà un’altra piattaforma più a Nord, Coral North, ha fatto tantissime
azioni di promozione, interventi a livello sociale, educativo, professionale. Ciò che manca davvero per migliorare la situazione è, però, un coordinamento vero tra le diverse iniziative, anche a livello locale e governativo».
Chi si occupa di contrastare queste cellule?
«Il governo centrale si occupa di contrastare i jihadisti, con le Forze Armate di Difesa del Mozambico (FADM), ma non è solo. Le truppe speciali ruandesi sono venute in suo soccorso dopo gli episodi di violenza del 2021 a Moshimboa da Praia. Il loro aiuto era stato imposto dalla Francia, dopo che il presidente del Mozambico era stato in visita a Parigi. Era poi arrivato il contingente internazionale delle truppe del SADC (Comunità di sviluppo dell’Africa australe), tutt’ora presente con 4.000 uomini, che nell’aeroporto di Pemba aveva creato una zona militare con tendopoli, elicotteri, mezzi blindati, con ragazzi del Botswana e del Sudafrica. Inizialmente gli aggiornamenti sugli esiti dei loro interventi erano giornalieri: ogni sera, per la prima settimana, veniva condiviso una sorta di bollettino in televisione. Ma è durato pochissimo, solo qualche giorno. Poi, il silenzio: non sappiamo come l’esercito stia operando né dove. A metà marzo di quest’anno, però, il governo ruandese ha reso noto di essere pronto a ritirare i suoi soldati se la missione di contenimento non riceverà risorse finanziarie sufficienti. Il contributo dell’Unione Europea è stato fino a oggi di 23 milioni di dollari, ma è stato stimato che costituisca solo un decimo del necessario. Sappiamo che la guerra finora ha causato più di 6.000 morti e almeno un milione di sfollati».
Da quanto tempo lei si trova in Mozambico e di cosa si occupa?
«Sono arrivato nel 2005 come padre missionario. Inizialmente ero arrivato per insegnare teologia, ma nel tempo sono diventato il direttore generale dell’Istituto Superiore Don Bosco, un’università dei salesiani, l’unica istituzione in tutto il paese che forma i docenti delle scuole professionali. Questo Istituto è particolarmente importante se si pensa che attualmente la popolazione del Mozambico è di 35 milioni e il 60 per cento di loro ha meno di 18 anni. Si tratta di una società giovanissima e la prospettiva è che raddoppi nei prossimi 25 anni, fino a toccare i 68-70 milioni di abitanti nel 2050. La grande sfida che questo Paese sta affrontando in questo momento è quella di dare una risposta a queste nuove generazioni i
termini di formazione, creazione del lavoro e minore esposizione ai fenomeni che devastano la gioventù, dalla droga, alla microcriminalità. Mi sposto comunque molto per il Mozambico e vado diverse volte all’anno nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, interessata dal recente attacco, per portare avanti i nostri progetti di formazione e di sviluppo»
Quali religioni sono presenti in Mozambico e come convivono tra loro?
«C’è una presenza cristiana, sparsa, con comunità cattoliche e protestanti che coinvolgono circa il 50 per cento della popolazione. Poi abbiamo una presenza islamica, per un 20 per cento, e infine c’è una buona fetta di popolazione che è intercettata da un mix di sette e culti ancestrali. Spesso succede che la religione importata conviva comunque con una spiritualità e religiosità ancestrali di fondo, dal culto degli spiriti alla relazione con gli antenati, gli antepassados («antenati» in portoghese), tipica di tutti i popoli Bantu, che pensano alla vita come a un grande fiume che passa dagli antenati e continua nella loro discendenza. Capiamo così come anche il fare figli, significhi avere la benedizione dei propri antenati. Lo Stato invece è un Stato laico, crede nella possibilità di una convivenza pacifica e armoniosa di tutte le varie espressioni religiose e nel riconoscimento della libertà religiosa fondamentale. C’è un ministero regolatore, il Ministero di Giustizia e degli Affari Religiosi, e una serena presenza di tutte queste espressioni religiose tra i governanti e le loro famiglie. Esistono inoltre anche delle belle iniziative di dialogo interreligioso, come quelle nella mia università. Per il momento, quindi, se tagliassimo il pezzettino di Mozambico costituito dalla provincia estrema Nord di Cabo Delgado, dove si concentrano gli attacchi come quello del 30 aprile, si dovrebbe proprio riconoscere che la convivenza pacifica di varie religioni e varie espressioni qui è una realtà».
(da agenzie)

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IMPOVERITI E ANGOSCIATI: ECCO COME STANNO I CITTADINI DOPO TRE ANNI E MEZZO DI GOVERNO MELONI: PER L’84% DEGLI ITALIANI LA PRINCIPALE PREOCCUPAZIONE È IL COSTO DELLA VITA. IL 40% DICHIARA DI SENTIRSI ECONOMICAMENTE PIÙ POVERO RISPETTO A UN ANNO FA

Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile

GHISLERI: “ENTRARE IN UN SUPERMERCATO CON 50 EURO E USCIRNE CON UNO SCONTRINO PIÙ LUNGO DEL PREVISTO E UN CARRELLO PIÙ VUOTO RISPETTO A UN ANNO FA, È DIVENTATA UN’ESPERIENZA COMUNE PER MOLTE FAMIGLIE ITALIANE”… “OGGI, IL VERO ‘CARRELLO DELLA SPESA’ NON È FATTO SOLO DI CIÒ CHE SI ACQUISTA, MA SOPRATTUTTO DI CIÒ A CUI SI RINUNCIA”

Entrare in un supermercato con 50 euro e uscirne con uno scontrino più lungo del previsto e un carrello più vuoto rispetto a un anno fa, è diventata un’esperienza comune per molte famiglie italiane.Non è soltanto una sensazione, purtroppo è la fotografia di un cambiamento reale nelle abitudini di consumo. Oggi, il vero “carrello della spesa” non è fatto solo di ciò che si acquista, ma soprattutto di ciò a cui si rinuncia.
Il 40,5% degli italiani dichiara infatti di sentirsi economicamente più povero, mentre il 47,3% afferma di essere rimasto nella stessa condizione economica dello scorso anno. Una stabilità che, più che rassicurare, solleva un interrogativo di fondo: uguale, rispetto a quale situazione? A una condizione economicamente soddisfacente, oppure a una già segnata da difficoltà?
Perché intervistati sul principale problema che affligge il nostro Paese, l’84,4% dei cittadini italiani lo individua proprio nel costo della vita.
Se poi si scende sul piano personale, nel confronto tra quelle che vengono percepite come le emergenze quotidiane, quasi un cittadino su due (47,9%) indica ancora il carovita come priorità assoluta.
Seguono le liste di attesa per ottenere una visita medica e, più in generale, le criticità del sistema sanitario, segnalate dal 35,2%, le tasse ritenute eccessive per
famiglie e imprese (25,5%) e il lavoro, nelle sue diverse fragilità, dal livello degli stipendi alla stabilità occupazionale (24,6%).
Più distanziati, ma comunque presenti nella percezione collettiva, compaiono la guerra, avvertita come un rischio senza una chiara via d’uscita (19,1%), i temi della sicurezza legati a microcriminalità e degrado urbano (18,2%), l’evasione fiscale e l’illegalità diffusa (17,4%) e la gestione dell’immigrazione (17,2%).
Chiudono la “top ten” il cambiamento climatico e la vulnerabilità del territorio (14,6%) e la mancanza di prospettive per le giovani generazioni (9,1%). Un quadro che restituisce una gerarchia di preoccupazioni fortemente ancorata alla dimensione economica e materiale della vita quotidiana, ma che lascia emergere anche un sottofondo di incertezza più ampio, che attraversa sicurezza, salute e futuro.
Eppure, nello stesso contesto, secondo più ricerche e sondaggi nazionali ed europei una quota di italiani superiore al 60,0% si dichiara felice o abbastanza felice.
Se da un lato una famiglia su tre riduce la spesa alimentare (dato Istat), dall’altro si sono stimati circa 7,2 milioni di italiani in viaggio per il ponte del Primo Maggio (secondo le stime di Confturismo-Confcommercio). Un contrasto che solleva una domanda: tutto questo si tratta di risparmio o di compensazione?
Le scelte sembrano indicare una ridefinizione delle priorità. Si riduce la spesa quotidiana, ma si preservano – per quanto possibile – momenti di svago e socialità. Si rinuncia a beni considerati essenziali fino a poco tempo fa, come alcuni prodotti alimentari, ma non all’idea di benessere, anche se declinata in forme diverse e più contenute. Il contesto economico spiega questa trasformazione.
Negli ultimi anni, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di circa il 24,0% rispetto al 2021, mentre l’energia ha registrato un incremento cumulato del 34,4% in cinque anni (Fonte ConfCommercio – FederConsumatori).
Dinamiche che hanno inciso profondamente sul bilancio delle famiglie, a fronte di salari che non hanno seguito lo stesso ritmo di crescita. Di fronte a questa pressione, gli italiani si adattano, cambiano abitudini, scelgono marchi alternativi, attendono promozioni, confrontano prezzi con attenzione crescente
La gestione della spesa quotidiana si trasforma in un esercizio di calcolo e pianificazione. Parallelamente, si osserva una riallocazione dei consumi. Si spende meno per alcuni beni materiali e più per servizi, tecnologia e intratteniment modificando il carello della spesa – e spingendo il mercato del “second hand”. Circa la metà delle famiglie possiede almeno un abbonamento a piattaforme digitali, con una spesa media mensile tra i 25 e i 27 euro (fonte Il Sole 24 Ore).
Restano poi le differenze territoriali: nel Nord si continua a spendere significativamente di più rispetto al Sud, delineando un Paese che, anche nei consumi, si muove a velocità diverse.
La questione, allora, non è solo stabilire se gli italiani stiano peggio o meglio, ma comprendere come stiano cambiando. Quando oltre l’80,0% della popolazione percepisce il costo della vita come un problema centrale, il tema supera i confini dell’economia e diventa clima sociale, percezione diffusa, esperienza quotidiana.
Forse il nuovo “sogno” non è più legato all’accumulazione, ma alla semplicità: poter fare la spesa senza dover calcolare ogni voce, senza la necessità di rinunciare, senza l’ansia del totale finale. Una normalità che oggi appare meno scontata.
Nel frattempo, le famiglie continuano a muoversi con cautela, adattandosi a un contesto incerto, bilanciando rinunce e concessioni. In un equilibrio fragile, dove più che pianificare si procede a vista.
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa”

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IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA, GIOVANNI MELILLO, HA SPEDITO UNA LETTERA AI MINISTRI NORDIO E PIANTEDOSI E ALLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA, CHIARA COLOSIMO, PER DIRE SENZA GIRI DI PAROLE CHE LA RIFORMA SULLE INTERCETTAZIONI VOLUTA DAL GOVERNO FRENA LE INDAGINI SU MAFIA E TERRORISMO

Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile

“C’È UN OBIETTIVO ARRETRAMENTO DELLA LINEA DI EFFICACIA DELLE INVESTIGAZIONI” – CON LA NUOVA LEGGE SONO IMMUNI, DALL’UTILIZZO DI INTERCETTAZIONI RACCOLTE IN PROCEDIMENTI DIVERSI, TUTTI I REATI DEI “COLLETTI BIANCHI” CHE COLLABORANO CON LE ORGANIZZAZIONI MAFIOSE

Nel linguaggio sempre un po’ felpato delle comunicazioni ufficiali, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo la definisce «urgente necessità di riflessione sulle criticità riscontrate», ma si tratta di un vero e proprio allarme.
Termine che comunque compare nella lettera che Giovanni Melillo ha inviato ai ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, oltre che alla presidente della commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, quando scrive che l’effetto della riforma «si è rivelato oltremodo grave e allarmante, in ragione dell’obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo».
Il riferimento del procuratore nazionale è alla nuova disciplina sulla utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche e ambientali in procedimenti diversi da quelli per cui sono state disposte, modificata da un decreto-legge varato dal governo nell’agosto 2023 poi convertito in legge dalla maggioranza di centrodestra, intitolato «Disposizioni urgenti in materia di processo penale».
Prevede che i colloqui registrati nell’ambito di un’indagine non possano diventare fonte di prova per ulteriori inchieste o approfondimenti, anche quando si intravede la commissione di nuovi illeciti, «salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza».
Prima l’estensione riguardava anche tutti i reati per i quali sono consentite le intercettazioni, ma questa parte è stata eliminata. Col risultato di escludere un lungo elenco di reati che compaiono spesso nelle indagini contro le associazioni criminali, anche attraverso l’aggravante della finalità di agevolazione di organizzazioni mafiose.
Melillo ne fa un rapido e sommario sunto: «Si va dai più gravi delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, ivi compresi quelli di concussione e corruzione, a tutti i reati in tema di traffico di rifiuti, sino ai delitti di scambio elettorale-mafioso, a quelli di intestazione fittizia dei beni e altre utilità provenienti da delitto e autoriciclaggio, per giungere a tutti i reati finanziari, societari e fiscali che rivelano il loro valore strategico per l’espansione affaristica delle mafie».
In sostanza, restano immuni dall’utilizzo di intercettazioni raccolte in procedimenti diversi tutti o quasi tutti i reati dei «colletti bianchi» che collaborano con le
organizzazioni criminali, provocando «un sostanziale arretramento dell’efficacia dell’azione di contrasto a quei fenomeni».
Che il procuratore Melillo ha voluto denunciare rivolgendosi alle «competenti autorità politiche», cioè governo e Parlamento, «per le valutazioni a loro riservate, in ossequio ai doveri di leale collaborazione istituzionale».
E avverte che il passo indietro riguarda anche le inchieste sul terrorismo, giacché la nuova norma «impedisce il ricorso alle intercettazioni disposte in procedimenti collegati per l’accertamento di condotte quali la partecipazione a un’associazione sovversiva e di assistenza agli associati, ovvero l’istigazione e apologia di reato con finalità di terrorismo che reggono le dinamiche di reclutamento, anche di minori, in quelle pericolose organizzazioni criminali».
«Risulta possibile — scrive — utilizzare le intercettazioni di altro procedimento per perseguire il delitto di ricettazione di denaro o cose provenienti da rapina, estorsione e furto aggravato ma non per provare delitti di riciclaggio mafioso, così come possono usarsi nei procedimenti per detenzione di un documento d’identificazione falso ma non in quelli per scambio elettorale-mafioso».O ancora, si potranno utilizzare «per un delitto di truffa aggravata ma non quando si procede per casi di indebita compensazione di crediti fiscali e previdenziali di imprese mafiose per decine di milioni di euro».
Per evitare le inevitabili «dispersioni probatorie», spiega, le diverse Procure distrettuali impegnate nelle inchieste antimafia e antiterrorismo «si ritrovano sovente costrette a disporre l’esecuzione delle medesime intercettazioni in ciascuno dei procedimenti», attivando di fatto una registrazione per ogni fascicolo, «con conseguente lievitazione dei costi e dispersione di preziose risorse per lo svolgimento delle attività delegate alla polizia giudiziaria»; ulteriore causa di un «complessivo e progressivamente sempre più grave indebolimento degli sforzi di contrasto dei più pericolosi fenomeni criminali».

(da “Corriere della Sera”)

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LO PSICODRAMMA DELLA DESTRA A VENEZIA DIVENTA “INTERNATIONAL”: TUTTI I PIÙ GRANDI GIORNALI DEL MONDO INFILANO LA PENNA NELLA PIAGA DELLE BEGHE LAGUNARI DELLA MELONI

Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL “FINANCIAL TIMES”: “IN QUANTO A GUERRE CULTURALI, POCHE SUPERANO QUELLA DEL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, DOVE L’ORCHESTRA SI È RIBELLATA PER MESI CONTRO LA NUOVA DIRETTRICE MUSICALE, SCELTA PER LA SUA AFFINITÀ POLITICA CON LA PREMIER. IL CONFLITTO È STATO SOLO UNO DI UNA SERIE DI CONTROVERSIE CHE HANNO OSTACOLATO IL TENTATIVO DEL GOVERNO DI DESTRA DI MELONI DI IMPRIMERE IL PROPRIO MARCHIO SULLA VITA CULTURALE ITALIANA. ‘SEMBRANO INCIAMPARE DA UN ERRORE ALL’ALTRO”

In quanto a guerre culturali, poche superano quella del Teatro La Fenice di Venezia, dove l’orchestra si è ribellata per mesi contro la nuova direttrice musicale, apparentemente scelta per la sua affinità politica con la premier Giorgia Meloni.
La disputa è giunta di recente al culmine quando Beatrice Venezi ha dichiarato a un giornale argentino che l’orchestra stessa era un covo di nepotismo «dove le posizioni vengono praticamente tramandate di padre in figlio». Nel giro di pochi giorni è stata licenziata per aver denigrato il prestigioso teatro.
Sebbene la risoluzione del contratto di Venezi abbia calato il sipario su quella vicenda, il conflitto è stato solo uno di una serie di controversie che hanno ostacolato il tentativo del governo di destra di Meloni di imprimere il proprio marchio sulla vita culturale italiana.
«Sembrano inciampare da un errore all’altro», ha dichiarato Marianna Griffini, autrice di The Politics of Memory in the Italian Populist Radical Right. «Ciò a cui fanno riferimento in termini culturali è Il Signore degli Anelli. Come si traduce poi questa ossessione per Il Signore degli Anelli nella definizione delle politiche?»
Da quando ha preso il potere alla fine del 2022, Meloni ha spinto affinché il governo eserciti un’influenza più forte su istituzioni culturali prestigiose come teatri e musei, che aveva lamentato essere stati dominati «dalla sinistra».
Sebbene su scala più modesta, le sue mosse riecheggiano le guerre culturali condotte da Donald Trump, mentre il presidente degli Stati Uniti cerca di rimodellare istituzioni artistiche come il Kennedy Centre per adattarle ai suoi gusti.
Il governo Meloni è «in una battaglia per nominare i propri uomini — per dimostrare di avere buoni intellettuali o artisti di destra», ha affermato Andrea Mammone, professore di politica alla Sapienza.
Andrea Estero, presidente dell’Associazione nazionale dei critici musicali e direttore della rivista mensile Classic Voice, ha dichiarato che la presidente del Consiglio e i suoi alleati «ritengono la cultura strategica» e hanno l’impulso a «centralizzare il controllo della cultura in generale».
Tuttavia molte nomine si sono rivelate controproducenti, generando controversie e perfino battaglie legali, lasciando teatri d’opera e musei in subbuglio e creando notevoli imbarazzi per Meloni.
«È evidente che esiste una fondamentale mancanza di competenze professionali in queste nomine motivate politicamente», ha detto un operatore del settore artistico che ha chiesto di restare anonimo. «Se si mette qualcuno senza esperienza alla guida di una grande istituzione culturale, le cose vanno male.»
La Biennale di Venezia, la prestigiosa fiera internazionale d’arte, si apre questa settimana tra le proteste nell’Unione europea per la decisione di consentire il ritorno della Russia nonostante la guerra in corso in Ucraina. Il padiglione è curato da due figlie di importanti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin.
Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco — nominato dal governo Meloni nel 2024 — ha resistito alle pressioni, anche da Roma, per fare marcia indietro sulla partecipazione della Russia.
Bruxelles ha tagliato 2 milioni di euro di finanziamenti agli organizzatori della Biennale a causa della partecipazione di Mosca. Ma Buttafuoco ha mantenuto la sua posizione, citando il desiderio di opporsi a «qualsiasi forma di esclusione o censura» e definendo la fiera un «luogo di apertura, dialogo e libertà artistica».
Tale è l’imbarazzo per Meloni, che sostiene fermamente l’Ucraina, che il suo ministro della Cultura, Alessandro Giuli, diserterà l’inaugurazione. La giuria
internazionale incaricata di selezionare i vincitori dei premi artistici della fiera si è dimessa venerdì.
«È una guerra culturale interna», ha affermato Griffini a proposito dello stallo. «Stanno affrontando tensioni tra i loro stessi intellettuali di estrema destra e le necessità più pragmatiche imposte dall’esercizio del governo.»
Quando si tratta dei propri gusti estetici, Meloni e i suoi alleati politici si orientano decisamente verso la cultura popolare — con una forte enfasi sul pop.
Nel 2023, il governo ha organizzato una mostra alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea dedicata allo scrittore britannico JRR Tolkien e alla sua saga fantasy Il Signore degli Anelli — da tempo fonte di ispirazione per l’estrema destra italiana. Tra gli oggetti esposti figuravano un flipper, costumi tratti dal film, copertine dei libri e opere dei fan.
L’opera lirica è un altro ambito centrale, essendo un genere nato in Italia e diffusosi in tutta Europa. Ma Estero ha affermato che Roma vuole che i teatri d’opera italiani privilegino una manciata di popolari «best-seller» del «repertorio tradizionale italiano», piuttosto che sperimentare ed evolversi come cultura viva.
«Si concentrano molto sulla tradizione — compositori tradizionali — Verdi, Bellini, Puccini e così via», ha detto. «La loro strategia è concentrarsi su una sorta di museo di questa eredità: questi grandi compositori di queste grandi opere.»
Poco dopo essere arrivato al potere, il governo ha imposto un nuovo limite massimo di età di 70 anni per qualsiasi cittadino straniero alla guida di una delle 13 fondazioni lirico-sinfoniche statali italiane. Ha utilizzato la nuova norma come pretesto per rimuovere il celebre direttore francese Stéphane Lissner dal Teatro San Carlo di Napoli, dove aveva ottenuto riconoscimenti per le sue messe in scena innovative e per l’ingaggio di grandi star.
Lissner — che in precedenza aveva diretto la Scala di Milano e l’Opéra di Parigi — ha contestato con successo la sua estromissione in tribunale. Quando l’anno scorso ha lasciato definitivamente al termine del suo contratto quinquennale, si è lamentato di «troppa politica nel teatro».
I pubblici ministeri stanno ora indagando su Lissner, sul suo team e sulle star dell’opera da loro ingaggiate per accuse secondo cui i cantanti sarebbero stati pagati eccessivamente in violazione delle norme italiane. Lissner e il suo team hanno dichiarato di non poter commentare mentre l’indagine è in corso.
Il tenore tedesco Jonas Kaufmann ha dichiarato di essere rimasto «sorpreso» nell’apprendere dai media italiani di essere sotto inchiesta. «È corretto che l’assegnazione di fondi pubblici sia attentamente esaminata», ha affermato in una dichiarazione, aggiungendo: «Ho adempiuto pienamente ai miei obblighi contrattuali».
A Venezia, La Fenice dovrà cercare un nuovo direttore musicale, mentre Venezi si definisce vittima di una «campagna d’odio».
Estero afferma che il processo della sua nomina è stato così insolito da rendere impossibile per i musicisti accettarlo: «È stata una nomina politica per un incarico che non può tollerare nomine politiche», ha detto. «Le scelte artistiche devono essere fatte per ragioni musicali.»

Amy Kazmin
per il “Financial Times”-

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LA GRANDE PAURA DI PUTIN SI CHIAMA SERGEI SHOIGU: IL CREMLINO RAFFORZA LA SICUREZZA DI “MAD VLAD” CHE TEME UN COLPO DI STATO DELL’EX MINISTRO DELLA DIFESA, UN TEMPO STRETTO COLLABORATORE DEL PRESIDENTE

Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile

SHOIGU, ATTUALMENTE SEGRETARIO DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA, VIENE ASSOCIATO AL RISCHIO DI GOLPE POICHÉ CONSERVA “UNA NOTEVOLE INFLUENZA ALL’INTERNO DELL’ALTO COMANDO MILITARE” … UN DOCUMENTO CITATO DA “CNN” E “FINANCIAL TIMES” AGGIUNGE CHE L’ARRESTO DI RUSLAN TSALIKOV, EX VICE DI SHOIGU, AVVENUTO IL 5 MARZO, È CONSIDERATO “UNA VIOLAZIONE DEGLI ACCORDI DI PROTEZIONE TACITA TRA LE ÉLITE”

Secondo report di intelligence provenienti da fonti europee, citati da Financial Times e Cnn, la Russia ha intensificato i protocolli di sicurezza intorno al presidente Putin.
Il timore è che Putin possa essere assassinato o deposto con un colpo di Stato. Il
tutto avviene mentre – secondo quanto riportato dall’Ft – lo stesso presidente diventa «sempre più isolato e assorbito dalla guerra in Ucraina», e passa sempre più tempo «in bunker sotterranei» gestendo aspetti minuti del conflitto.
A partire da marzo, la preoccupazione del Cremlino per un colpo di stato o per un tentativo di assassinio, in particolare con l’uso di droni, si è intensificata di colpo.
Negli ultimi mesi – continua il quotidiano britannico – i servizi segreti che si occupano della scorta degli alti funzionari hanno drasticamente inasprito le misure di sicurezza intorno al presidente: i controlli per le persone che lo incontrano di persona sono diventati ancora più severi. Dai cuochi in giù, chiunque lo avvicini ha il divieto di prendere mezzi pubblici o usare attrezzatura collegata a internet. Nelle case dei collaboratori più stretti sono stati installati sistemi di sorveglianza.
L’elenco dei luoghi che il presidente visita si è notevolmente ridotto: né lui né la sua famiglia si recano più nelle residenze nella regione di Mosca o a Valdai.
A causa dell’aumento del livello di sicurezza, le reti di comunicazione sono periodicamente disattivate in alcune zone di Mosca: gli operatori telefonici hanno comunicato che a partire da domani nella capitale ci saranno interruzioni dei servizi.
Fra i membri dell’élite politica russa che preoccupano Putin ci sarebbe Sergei Shoigu, un tempo stretto collaboratore del presidente. L’ex ministro della Difesa, attualmente segretario del Consiglio di Sicurezza, «è associato al rischio di un colpo di stato, poiché conserva una notevole influenza all’interno dell’alto comando militare».
Il documento della fonte dell’intelligence europea citato da Cnn e Ft aggiunge che l’arresto di Ruslan Tsalikov, ex vice di Shoigu, avvenuto il 5 marzo, è considerato «una violazione degli accordi di protezione tacita tra le élite, che indebolisce Shoigu e aumenta la probabilità che egli stesso possa diventare oggetto di un’indagine giudiziaria»
(da corriere.it)

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