Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
BLINDARE L’ESECUTIVO, SIGLARE A TREGUA TRA SALVINI E TAJANI, ABBANDONARE LE VELLEITA’ TRUMPIANE, CONCENTRARSI SULLA POLITICA INTERNA E CAMBIARE COMUNICAZIONE
Il governo Meloni è diventato da poco il secondo più longevo della storia repubblicana e non era affatto scontato. Dopo la sconfitta del Sì al referendum sulla giustizia, infatti, Giorgia Meloni si era trovata di fronte a un bivio: prendere atto del fallimento e rimettere il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica (e magari successivamente in quelle degli elettori), oppure cambiare radicalmente registro, provando a ricucire il rapporto con la propria base, in modo da preparare la durissima battaglia per la riconferma alle Politiche. C’erano diversi elementi che avrebbero consigliato alla presidente del Consiglio di rimettere il mandato: le difficoltà dell’esecutivo, la complicatissima congiuntura internazionale (con le tante ripercussioni sulla stabilità economica di famiglie e imprese), le tensioni interne alla maggioranza e, non da ultimo, la constatazione delle divisioni nell’opposizione. Agire rapidamente avrebbe significato non solo costringere gli avversari ad accelerare un percorso di costruzione dell’alternativa che si annuncia molto complesso (in particolare per la scelta del leader), ma anche ridimensionare le possibilità dei suoi competitor (attuali e potenziali) nel campo del centrodestra. Né
la famiglia Berlusconi né Vannacci, in effetti, sarebbero stati pronti a insidiare l’egemonia di Meloni, nel caso di ritorno alle urne in tempi brevissimi.
La presidente del Consiglio ha evidentemente scelto un’altra strada, probabilmente ancora più complessa dal punto di vista politico. Perché si è trattato di ripensare la strategia in modo globale, analizzando gli errori commessi negli anni e impostando cambiamenti consequenziali. Tanto si è detto della svolta in politica estera, con la fine della pia illusione di porsi come ponte tra Trump e l’Unione Europea in nome di una visione ormai anacronistica (e sicuramente semplicistica), che non teneva conto della trasformazione della democrazia statunitense e degli enormi sconvolgimenti globali degli ultimi anni.
Tanto si è scritto anche della questione dell’egemonia culturale, ricordando la pretesa di fare dell’Italia il laboratorio della coesistenza fra la nuova destra identitaria e quella conservatrice. Un progetto sul quale il cerchio magico di Meloni aveva investito molto, nella consapevolezza che si trattasse di un tema molto caro ai militanti e nella speranza di dover guidare il Paese per un lungo lasso di tempo. Dopo aver piazzato (o cercato di piazzare) pedine nei gangli vitali della cultura e dichiarato guerra al vecchio establishment, il vascello della destra ha più volte rischiato il naufragio, non dando mai l’impressione di conoscere la rotta (malgrado al timone si siano alternati Sangiuliano, Giuli, lo stesso Fazzolari e altri capitani de facto). Il disimpegno della presidente sul caso Venezi e sul disastro della Biennale, in tal senso, è la testimonianza di una resa o, al massimo, di come la questione sia stata messa in ghiaccio, in attesa di tempi migliori.
Un po’ meno si è parlato di quanto Meloni abbia lavorato sul piano interno, dopo la batosta al referendum e gli ultimi sondaggi.
Eppure, si tratta della scelta strategica più importante, non solo in previsione del “sorpasso” sul Berlusconi II per passare alla storia come il governo più longevo della storia d’Italia. Il primo passaggio è stato blindare l’esecutivo dopo le uscite di Delmastro, Santanché e Bartolozzi, mostrandosi resiliente agli attacchi che in vario modo e per diverse ragioni sono piovuti su Nordio, Piantedosi e Urso. Scelta probabilmente esistenziale (sarebbe stato difficile andare avanti se fosse caduta un’altra testa “pesante”), ma che ha contribuito a dare un orizzonte a una
compagine che sembrava sul punto di disgregarsi. E che è stata accompagnata dal secondo tassello: un patto con (e fra) Salvini e Tajani per rafforzare la maggioranza. Intendiamoci, i rapporti tra il leader restano tesissimi, ma in questo momento ognuno ha bisogno dell’altro. L’equilibrio raggiunto sui due provvedimenti più importanti di questa fase della legislatura (che segue all’immondo pastrocchio sul decreto sicurezza) è un segnale importante.
Parliamo, appunto, del tassello più importante della nuova strategia meloniana: la ritrovata attenzione ai temi concreti, quelli che, fuori di propaganda, incidono davvero nella vita delle persone. L’intervento su lavoro/salari e il piano casa vanno esattamente in questa direzione: contribuiscono a dare l’idea di un governo “attento” e presente, si concentrano sulle condizioni di vita delle persone a basso reddito, coinvolgono le parti sociali e gli amministratori locali, aiutano tutti i partiti della maggioranza a riconnettersi con le istanze del proprio elettorato. Certo, la loro riuscita andrà valutata nel tempo e molto dipenderà da quali saranno le reali risorse che il governo riuscirà a mobilitare, ma aver recuperato l’iniziativa è un segnale importante. Anche perché, sia detto per inciso, il quadro economico complessivo è disperante e il governo si prepara a un complicatissimo braccio di ferro con l’Unione Europea per recuperare un minimo margine di manovra. Dunque, occorrerà far capire agli italiani un concetto che suona più o meno così: “Noi siamo pronti e abbiamo la volontà di migliorare le vostre condizioni, intervenendo su salari, prezzi, lavoro, casa, sanità, ma non possiamo farlo per ottusi e freddi vincoli europei, che non tengono conto della situazione generale”. Sarà una partita che si giocherà soprattutto sul piano mediatico, che inciderà molto sulla corsa alle prossime Politiche. Meloni si sta già preparando, l’opposizione farebbe meglio a darsi una svegliata.
Infatti, come dato di fondo, stiamo assistendo a un importante cambio di registro comunicativo da parte della presidente del Consiglio. Che ha un obiettivo centrale: riprendere il controllo della narrazione, oscurare quattro anni di scelte prudenti e tentativi più o meno fallimentari di riformare il Paese, restituire appeal alla proposta politico-ideologica di Fratelli d’Italia e riabilitarsi agli occhi di quella parte di elettorato che aveva scelto lei, prima ancora di partito e coalizione
Le prese di posizione sulle scelte di Donald Trump e sulle mosse degli israeliani sono un indicatore di un diverso approccio, che si basa principalmente sulla necessità di riconnettersi con il proprio elettorato. Perché se Giorgia Meloni è la donna che viene dal basso e che capisce le persone, se è l’underdog contro le elite, allora dovrà agire e comportarsi come tale. Serve ritrovare l’autenticità di un tempo, costi quel che costi. Anche litigando con i giornalisti, ma presidiando lo spazio pubblico e non solo i salotti amici. Anche rinunciando ai sorrisi di approvazione di Donald Trump e all’abbraccio della von der Leyen, se proprio è necessario.
(da Fanpage)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
ULTIMO, GLI USA PERDEREBBERO MOLTISSIMI VANTAGGI ECONOMICI: L’ALLEANZA ATLANTICA GARANTISCE ENORMI COMMESSE ALLE INDUSTRIE AMERICANE: UN’USCITA METTEREBBE A RISCHIO ESPORTAZIONI PER CIRCA 240 MILIARDI DI DOLLARI L’ANNO
Da diversi mesi, ormai, il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, ripete ai leader dei
Paesi europei: cerchiamo di assecondare il più possibile Donald Trump, perché le sue reazioni potrebbero essere imprevedibili. […]
Trump ha prima annunciato che ritirerà 5 mila soldati statunitensi dalla Germania; poi ieri ha aggiunto che potrebbero essere anche di più. La stessa sorte può toccare a Italia e Spagna.Il leader della Casa Bianca potrà anche ordinare un leggero ridimensionamento della presenza militare americana che, al 31 dicembre 2025, stando alle cifre ufficiali diffuse dal Pentagono, era composta da 68 mila unità. Ma Trump non si spingerà al punto da abbandonare completamente la Nato. Per quale ragione?
Ce ne sono almeno tre. La prima è la più evidente e anche la più importante. Gli Stati Uniti possono contare su numerose basi e installazioni militari nel Vecchio Continente, nel quadro della Nato e/o a uso esclusivo degli interessi americani. È difficile immaginare che, una volta usciti dalla Nato, Washington possa continuare a operare in queste basi con la stessa efficienza e, soprattutto, con la stessa collaborazione da parte dei Paesi ospitanti.
La seconda ragione non è così vitale, ma ha comunque un certo peso. Quanto costerebbe al bilancio degli Stati Uniti smantellare anche solo una parte del presidio europeo? Il generale Mark Hertling, già comandante delle forze armate Usa in Europa e che in quel ruolo ha gestito il rientro di truppe Usa dal 2003 al 2011, ha scritto sui Social che ci vorrebbero «centinaia di miliardi di dollari» e almeno «quattro anni di pianificazione». Una stima esagerata?
Può darsi. Tuttavia bisogna calcolare che non vanno trasferiti solo i soldati, ma anche le loro famiglie e il personale di supporto. Sempre intorno a Ramstein, giusto per rimanere in Germania,ruota la «Kaiserslautern Military Community», formata da 54 mila americani. Inoltre, vanno considerati altri possibili costi, come il trasporto di mezzi e di attrezzature sofisticate. Andrebbero costruite altre basi, altri presidi. Sì, ma dove? In ogni caso sarebbero spese in più.
Infine, ci sono quelli che vengono definiti «i dividendi nascosti» della Nato. Sono gli ordinativi, le commesse per le industrie americane. La voce più ovvia e più consistente è quella delle armi. L’indiscussa, almeno per ora, egemonia delle aziende Usa si fonda chiaramente sui grandi contratti come quelli per costruire i caccia F-35, i missili a lungo raggio o le batterie di difesa Patriot.
Ma non basta. È molto importante anche il reticolo di 1.300 accordi tra i 32 Paesi membri che fissano gli standard degli ordigni e delle dotazioni Nato: si va dal calibro delle munizioni, fino al diametro dei serbatoi. Sono requisiti a suo tempo imposti da Washington e che favoriscono, in larga misura, non solo l’apparato industriale militare degli Stati Uniti, ma anche i settori che offrono circa 5.500 prodotti «dual use», per utilizzo sia bellico e civile: l’elettronica, i computer, i laser, il nucleare e altro ancora.
Il Csis, il Center for Strategic & International Studies di Washington, calcola che l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato metterebbe a rischio esportazioni verso i partner per un totale di 240 miliardi di dollari, all’anno.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
MAURO REDAELLI, CHE HA LA TERZA MEDIA ED È PROPRIETARIO DI UN GOMMISTA E DI UNA POMPA DI BENZINA, HA L’INCARICO DI VIGILARE SUI PROGETTI DEL PNRR… UNA ALTRO FEDELISSIMO DELLA MINISTRA È TIZIANO FISTOLERA, DIPLOMATO IN UN ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE, HA RICEVUTO L’INCARICO DI ESPERTO PER LA GESTIONE DELLA “COMUNICAZIONE ISTITUZIONALE”. COMPENSO: 62MILA EURO LORDI ANNUI
Il gommista che vigila sui fondi Pnrr destinati alla disabilità, l’elettricista che si reinventa social media manager, grazie all’esperienza acquisita nella Lega, in Lombardia. Sembra una storia di scalata sociale di due amici dalla provincia alla capitale.
Invece è solo l’ennesimo capitolo dell’amichettismo in salsa leghista al ministero per la Disabilità, che si somma alla vicenda sui possibili conflitti di interessi sull’Autorità garante per i disabili.
Il dipartimento della Disabilità, affidato alla leghista Alessandra Locatelli, è terra di conquista per i dirigenti locali del partito di Matteo Salvini. A discapito di altre professionalità messe da parte.
I fedelissimi sono stati chiamati nel ruolo di esperti con una retribuzione di 62mila euro all’anno e con contratti che vanno oltre la fine della legislatura. La scadenza è ora fissata al 31 dicembre 2027.
Mauro Redaelli è partito dalla sua città Carugo, 6.500 abitanti in provincia di Como, fino all’incarico, a Roma, nell’ambito dell’attuazione del Pnrr. Grazie alla sua militanza nella Lega. Nella sua carriera politica è stato più volte consigliere comunale a Carugo, eletto con liste civiche, ma con un’estrazione leghista.
Dal 2009 al 2013 è stato prima coordinatore provinciale comasco dei giovani padani, poi responsabile provinciale del partito. Un percorso sul territorio. Infine, ecco la promozione in direzione Pnrr. Compito di rilievo.
Eppure Redaelli, secondo il curriculum pubblico, come titolo di studio ha una licenza media, conseguita in un istituto di Cantù. Oggi è titolare di una pompa di benzina e di una rivendita di pneumatici di famiglia. E soprattutto non spiccano particolari competenze in materia di Recovery Plan, fondi europei e simili.
L’assenza di titoli non gli ha sbarrato la strada verso l’incarico dato dalla ministra Locatelli. Del resto la scelta degli esperti è discrezionale: per 62mila euro all’anno Redaelli è chiamato a svolgere attività «di monitoraggio delle riforme in attuazione del Pnrr».
Altro esperto in ascesa è un comunicatore leghista, Tiziano Fistolera, amico di Redaelli, che Locatelli aveva avuto al suo fianco durante il mandato di assessora alla regione Lombardia, prima di entrare nel governo Meloni. Inizialmente era stato inserito negli uffici di diretta collaborazione con uno stipendio di 30mila euro all’anno.
La cifra è raddoppiata, attestandosi a 62mila euro (lordi) annui, con il conferimento dell’incarico di esperto per la gestione della «comunicazione istituzionale», quindi «nell’organizzazione e partecipazione a eventi nazionali e internazionali». Fistolera è onnipresente, al seguito della ministra nelle varie missioni, da New York a Tokyo.
Anche lui è stato consigliere comunale nel suo piccolo comune, Delebio, 3mila abitanti in provincia di Sondrio. Nel curriculum pubblicato sul sito del governo risulta diplomato in un istituto tecnico industriale, a cui hanno fatto seguito alcuni corsi di formazione nell’ambito della comunicazione.
Fistolera ha quasi sempre usato queste competenze a beneficio del partito. Prima di arrivare alla corte di Locatelli, aveva curato la comunicazione digitale di Massimo Sertori, quando era assessore agli Enti locali con Attilio Fontana.
Altro collaboratore storico, l’uomo dei social della ministra leghista fin dai tempi della regione Lombardia, è Paolo Muttoni: stesso stipendio degli altri, in questo caso c’è una laurea. Casi di “amichettismo” nel Carroccio, che non sono passati inosservati dei palazzi governativi
Alla portavoce Marina Santoriello, invece, la ministra ha garantito una promozione con un cambio di ruolo: fino al 2025 percepiva 68mila euro come capo ufficio stampa. Ora, ufficialmente, è portavoce a titolo gratuito. Nel frattempo è diventata direttrice della rivista Io valgo, l’house organ del ministero. Anche questo compito pro bono.
Ma a ottobre 2025 Locatelli aveva firmato un decreto che garantisce a Santoriello 90mila euro all’anno per funzioni di «supporto alla segreteria tecnica» fino alla fine del 2027. Una promozione di fatto.
E Locatelli tiene all’immagine, anche fotografica. Nicola Gennari, di professione filmmaker e fotografo, è stato arruolato per 48mila euro per «la promozione delle attività dell’osservatorio sulla disabilità».
(da Domani)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
SEGUE LE ORME DEL FRATELLO ITALO, CHE NELLA CONSILIATURA APPENA CONCLUSA SEDEVA TRA I BANCHI DELL’OPPOSIZIONE – SENZA DIMENTICARE CHE LA MOGLIE DI CIRIELLI SENIOR, MARA CAMPITIELLO, È CAPO DEL DIPARTIMENTO AL MINISTERO DELLA SALUTE, E IL COGNATO NICOLA CAMPITIELLO ERA IN CORSA A PAGANI PER IL CENTRODESTRA
Ecco un altro Cirielli in politica. Il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, pesca
ancora in famiglia. A Cava de’ Tirreni, circa 50mila abitanti in provincia di Salerno, nella lista di Fratelli d’Italia per il consiglio comunale c’è Renato Cirielli, secondogenito del viceministro meloniano che segue le orme anche del fratello.
Nella consiliatura appena conclusa, tra i banchi dell’opposizione sedeva Italo Cirielli, componente dello staff dell’eurodeputato FdI Alberico Gambino (fedelissimo di Cirielli senior). Con la candidatura di Renato Cirielli, la famiglia del viceministro (schierata nelle istituzioni) è quasi al completo.
La moglie Mara Campitiello, capa dipartimento al ministero della Salute, il cognato Nicola Campitiello era in corsa a Pagani (Salerno) per il centrodestra. Poi lo scioglimento del comune per camorra ha fatto slittare il voto
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL RISULTATO È CHE SI CONTINUA A SPENDERE MOLTO DI PIÙ PER RIPARARE I DANNI INVECE DI PREVENIRLI, SENZA CONTARE CHE I FONDI GIÀ STANZIATI VENGONO USATI LENTAMENTE E MALE
Viviamo in un Paese che si sgretola sotto i piedi, che frana a ogni pioggia, ma quando l’Europa ha offerto la più grande dote finanziaria della storia repubblicana, l’Italia ha scelto di non proteggersi.
Il 94,5% dei comuni è esposto a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Eppure […] il Paese ha preferito non usare davvero l’unico strumento che avrebbe potuto cambiare le cose: il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Anche per quel che riguarda il territorio, non c’è stata una visione di lungo periodo. Le associazioni ambientaliste, infatti, hanno denunciato come il piano sia stato usato poco e male sulla prevenzione, privilegiando interventi emergenziali.
Su 190 miliardi di fondi europei, solo poco più di 2 miliardi sono stati destinati direttamente al dissesto idrogeologico. Una cifra minima, quasi simbolica, se confrontata con l’enormità del problema e con i costi che ogni anno l’Italia sostiene per riparare i danni. Secondo uno studio dell’Ance, negli ultimi quindici anni la spesa per i danni da dissesto è triplicata, passando da 1 miliardo a 3,3 miliardi l’anno.
E se si sommano terremoti, incendi, mareggiate e siccità, il conto sale a 12 miliardi l’anno. Il Pnrr avrebbe potuto invertire questa logica. Invece no. Le misure del piano dedicate al dissesto sono essenzialmente due: 500 milioni per un sistema avanzato di monitoraggio e previsione; 1,49 miliardi per interventi contro alluvioni e frane, di cui 290 milioni per Emilia-Romagna, Toscana e Marche e 1,2 miliardi per aree colpite da calamità.
Totale: 1,99 miliardi. Anche includendo qualche voce accessoria, si resta poco sopra i 2 miliardi. Una cifra irrisoria se confrontata con i 5,3 miliardi programmati dallo Stato dal 2010 al 2023 per il dissesto, soldi che però avanzano lentamente, tra ritardi e frammentazione amministrativa. L’Associazione dei costruttori denuncia che su 21,6 miliardi stanziati negli ultimi 15 anni, solo il 20% dei cantieri risulta concluso: «Di 24mila interventi finanziati per 19 miliardi, risultano conclusi cantieri solo per 3,9 miliardi».
Questo è il paradosso italiano: pochi fondi e spesi male. La governance è un labirinto: almeno 13 soggetti coinvolti nella gestione del rischio idrogeologico, dai ministeri alle regioni, dalle Autorità di bacino ai consorzi di bonifica. […] Non sorprende che il 29% degli interventi è ancora da avviare, mentre solo il 21% risulta concluso.
Il Pnrr avrebbe potuto imporre un modello diverso: tempi certi, responsabilità chiare, monitoraggio digitale. Invece, proprio la misura più strutturale — 6 miliardi per la resilienza dei territori e l’efficienza energetica dei comuni — è stata eliminata in una delle rimodulazioni. Un taglio che ha privato l’Italia di un capitolo che avrebbe potuto finanziare opere diffuse di prevenzione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nel solo 2026, nei primi tre mesi, lo Stato ha già dovuto stanziare 1,2 miliardi per far fronte alle emergenze del Centro-Sud, tra il ciclone Harry e le frane di Niscemi e del Molise. Una cifra che supera i 933 milioni previsti dalla legge di bilancio per tutte le emergenze dell’anno
L’Italia ha scelto di destinare al rischio idrogeologico appena l’1% del Piano. E ogg, mentre frane e alluvioni continuano a colpire un territorio fragile, il governo si trova a cercare fondi che non ha perché i margini del bilancio sono sempre più stretti.
Nei giorni scorsi l’Ance ha riproposto al governo un piano contro il dissesto che punta su cinque azioni: adattare città e territori ai cambiamenti climatici; una cabina di regia unica per accelerare i progetti; usare il metodo Pnrr con tempi certi e gare;
investire in digitalizzazione; garantire fondi stabili per superare la gestione delle emergenze.
(da La Stampa)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
LE SANZIONI AMERICANE SULLE ESPORTAZIONI IN ASIA SONO STATE PARZIALMENTE ALLEGGERITE, I PREZZI SONO ALLE STELLE. UNA SALVEZZA, PER UN PAESE CHE SI STAVA PREPARANDO A CHIUDERE PARTE DEI POZZI DI PETROLIO PER ECCESSO DI PRODUZIONE
«Stiamo aspettando 200 miliardi di rubli in più, grazie al rialzo dei prezzi sul petrolio»:
il ministro delle finanze russo Anton Siluanov fa questo annuncio alla televisione di Stato, mentre ammette che negli ultimi due mesi il livello «delle entrate e delle mancate entrate è stato identico».
Tradotta dal burocratese del Cremlino, questa dichiarazione conferma quello che i numeri pubblicati dal governo russo già avevano rivelato: le sanzioni internazionali e l’aumento delle spese militari avevano spalancato un buco nelle finanze russe, e il deficit previsto per l’intero 2026 è stato sforato già a marzo.
Ora, la crisi nello stretto di Hormuz ha fatto ripartire i prezzi del greggio, e quindi le speranze di Mosca, anche se 200 miliardi di rubli – grosso modo 2 miliardi di
euro – sono una goccia rispetto alle esigenze della macchina bellica impiegata contro l’Ucraina.
E il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha promesso ieri che, nonostante una «crisi energetica acutissima», le entrate della Russia possono aumentare se il barile supera i 120 dollari. Una matematica che spiega perché Vladimir Putin si trova davanti a una scelta non facile. Da un lato, l’Iran è un suo alleato, e perderlo – dopo la caduta di Assad in Siria e di Maduro in Venezuela – darebbe un colpo pesantissimo alle ambizioni del leader russo di guidare la rivolta del “Sud globale” contro il nemico occidentale.
Dall’altro, le difficoltà del vicino e alleato promettono una boccata di ossigeno insperata per l’economia russa: le sanzioni americane sulle esportazioni in Asia sono state parzialmente alleggerite, i prezzi sono alle stelle, e un nuovo aumento della produzione petrolifera è già sul tavolo dell’Opec. Una salvezza, per un Paese che si stava preparando a chiudere parte dei pozzi di petrolio per eccesso di produzione, e quindi la tentazione di voltare le spalle a Teheran (e riparare le relazioni con gli Stati arabi del Golfo) è fortissima.
Una situazione che spiega perché Putin si sia offerto, nella telefonata di qualche giorno fa con Donald Trump, come mediatore con gli Ayatollah, pur senza avere particolari carte da giocare con Teheran. Kirill Dmitriev, l’uomo che per contro del Cremlino negozia con la Casa Bianca il dossier ucraino, promette sui suoi social «la peggiore crisi energetica della storia mondiale», probabilmente anche come tentativo di riportare l’attenzione di Trump verso la guerra di Putin, passata in secondo piano nelle priorità degli Usa.
Che sembrano uniti da una sorta di strano parallelismo, nel cercarsi a vicenda per tentare di concludere delle guerre che hanno iniziato convinti di una rapida vittoria. Mentre ieri, dopo gli attacchi devastanti dei droni ucraini alle raffinerie sul Mar Nero e negli Urali, è toccato ai terminal petroliferi nel porto di Primorsk, vicino a Pietroburgo, la televisione russa ha reso noto il palinsesto per il 9 maggio, nel quale la parata sulla piazza Rossa durerà appena 50 minuti.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
RUBIO SA BENISSIMO CHE LA SUA CORSA ALLA CASA BIANCA È PERDUTA SENZA IL DECISIVO VOTO DEI CATTOLICI AMERICANI, CHE NON HANNO PRESO PER NIENTE BENE L’IGNOBILE GUERRA A COLPI DI INSULTI DELL’IDIOTA-IN-CAPO A PAPA LEONE
Marco Rubio atterrerà giovedì a Roma non tanto in qualità di segretario di Stato statunitense, bensì in quella di candidato al dopo Trump, ruolo che dovrà contendersi con il vice presidente, JD Vance.
Se il mezzo leader dei Maga è solo un neo-convertito al cattolicesimo, l’ex cubano Rubio ha ricevuto il battesimo alla nascita e sa benissimo che la sua corsa alla Casa Bianca è perduta senza il decisivo il voto dei cattolici americani, che non hanno preso per niente bene l’ignobile guerra a colpi di insulti rivolta dall’Idiota-in-capo a Papa Leone.
Quanti giorni ci sono voluti a Rubio per convincere il Trumpone della necessità assoluta di una riconciliazione con la Santa Sede, guidata da un Pontefice tostissimo rispetto al predecessore Bergoglio, tutto chiacchiere e spirito santo, non si sa.
Una volta che ha ottenuto il via libera per imbarcarsi per Roma, Rubio è riuscito a strappare un incontro con il suo omologo della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, ma il disco verde per una udienza al cospetto di Papa Prevost non c’è, per ora.
In moto per l’arrivo di Rubio, si è messo anche l’ambasciatore statunitense in vacanza in Italia, Tilman Fertitta. Benché sia molto impegnato in questi ultimi tempi a togliersi dai piedi l’ingombrante “inviato speciale” di Trump, Paolo Zampolli, il miliardario finanziatore della campagna elettorale del Nerone
Washington sta organizzando una bella cenetta per Rubio, cui sono stati invitati il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il ministro della Difesa, Guido Crosetto.
Un incontro di Rubio è anche previsto con la fu “Giorgia dei Due Mondi”, già smorfioso cagnolino ai piedi di Trump che, visti i negativissimi sondaggi italiani sul presidente più mentecatto della storia degli Stati Uniti, l’ha mollato al suo destino rinculando a testa china tra le braccia della Unione Europea, fino a ieri schizzata dal governo Meloni, malgrado abbia consegnato all’Italia quasi 200 miliardi di Pnrr.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
E HA AGGIUNTO: “NESSUN ACCORDO DI PACE NEL CONFLITTO CON LA RUSSIA È POSSIBILE SENZA IL CONSENSO DELLA PARTE UCRAINA” … FICO E ZELENSKY AVRANNO UN FACCIA A FACCIA A BRATISLAVA
Volodymyr Zelensky sostiene che, dopo una telefonata con Robert Fico, il primo ministro
slovacco si schiererà a favore dell’Ucraina sulla questione dell’adesione all’Unione europea. Ha anche riferito di aver invitato il premier slovacco a Kiev e che Fico, a sua volta, lo ha invitato a Bratislava. Entrambi hanno detto sì agli inviti.
“Vogliamo relazioni solide tra i nostri Paesi e su questo siamo entrambi interessati. È stato importante sentire che la Slovacchia sostiene l’adesione dell’Ucraina all’Ue ed è pronta a condividere la propria esperienza sul processo di adesione”, ha scritto il presidente ucraino in un comunicato.
Il primo ministro slovacco, nel comunicato diffuso sabato, non ha però menzionato che cosa abbia discusso con il presidente ucraino in merito all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea.
Si è limitato a rendere pubblico che, pur non essendo d’accordo con il presidente ucraino su alcune questioni, la Slovacchia vuole che l’Ucraina sia un Paese stabile e democratico e che i due Stati siano legati da rapporti di amicizia.
Finora Robert Fico ha condiviso la posizione del premier ungherese uscente, Viktor Orbán, sulla questione ucraina, anche se non sempre ha partecipato al blocco delle decisioni dell’Ue. Ha però avuto un ruolo di rilievo nel braccio di ferro durato settimane sull’oleodotto Druzba.
Anticipando il governo ungherese, ha sospeso le forniture di elettricità verso l’Ucraina e, in seguito, come l’esecutivo di Budapest, ha fermato anche le consegne di carburante.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IN RISALITA IL CENTRISTA EDOUARD PHILIPPE, EX PREMIER MACRONIANO, SEGUONO MELENCHON E CIÒ CHE RESTA DEI PARTITI REPUBBLICANO E SOCIALISTA (RETAILLEAU E GLUCKSMANN)…. DUE TERZI DEI FRANCESI NON VOGLIONO I SOVRANISTI AL GOVERNO MA I PARTITI PAGANO LE DIVISIONI DEL CENTROSINISTRA
Mentre arrivano numerose le candidature – soprattutto nella gauche – in vista delle presidenziali del 2027, i sondaggi vedono sempre il Rassemblement National in testa alle intenzioni di voto dei francesi. In crescita le opinioni favorevoli ad Edouard Philippe, l’ex premier di centrodestra, che potrebbe essere al ballottaggio l’avversario di Marine Le Pen o Jordan Bardella.
Secondo uno studio della società Toluna Harris Interactive, pubblicato stamattina, il Rn si conferma avanti, con risultati migliori nel caso il candidato sia il presidente Jordan Bardella piuttosto che Marine Le Pen. Il primo otterrebbe fra il 34 e il 35% dei voti, la seconda fra 32 e 33%.
I più accreditati ad affrontarli nell’area del centro macroniano sono due ex premier, Philippe e Gabriel Attal, rispettivamente al 19% e al 14%. Attal è tallonato da Jean-Luc Mélenchon, il leader della sinistra radicale de La France Insoumise, che proprio ieri sera, in tv, ha sciolto ogni riserva e si è candidato. Seguono, Raphaël Glucksmann (Place Publique, socialisti) e Bruno Retailleau (Républicains, destra). Mélenchon raccoglie il 12% delle intenzioni di voto, Glucksmann fra l’11 e il 12%, Retailleau il 13%.
(da agenzie)
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