Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DIMMI CON CHI VAI E TI DIRO’ CHI SEI
Marzo 2026, Ugo Rossi annuncia il suo passaggio a Futuro Nazionale. Lo fa sui social e nei suoi messaggi broadcast su WhatsApp, dove da anni condivide quasi ogni giorno la sua attività politica. Il suo manifesto programmatico è riassunto in poche righe che sposano il pensiero di Roberto Vannacci: “Continuerò a lottare con coraggio e coerenza per la libertà, per la sovranità dell’Italia, per fermare la guerra in Ucraina e ripristinare i rapporti d’amicizia con la Federazione Russa”. Eccetera, eccetera. Dopo qualche malumore locale Ugo Rossi diventa il rappresentante di Futuro Nazionale nel consiglio comunale di Trieste.
Negli ultimi mesi Futuro Nazionale ha cominciato una campagna di reclutamento. Di leva, direbbe il generale. I volti che si stanno avvicinando a Vannacci non sono tutti nuovi. Futuro Nazionale sta cominciando a inglobare transfughi da altri partiti. Il 27 maggio ha costituito una nuova componente nel gruppo Misto della Camera dei Deputati, di cui fanno parte Edoardo Ziello, Emanuele Pozzolo, Rossano Sasso e Laura Ravetto.
Pozzolo era prima con Fratelli d’Italia ma da gennaio 2024 era stato sospeso dopo il caso dello sparo a Capodanno. Ravetto è alla quinta legislatura e dal 2020 era nella Lega, ha cambiato schieramento solo nelle ultime settimane. Di recente è diventata molto nota ai social per aver sbroccato in un tentativo di intervista con la giornalista Maria Elena Scandaliato. Oltre a loro ci sono poi tutti i rappresentanti locali. Molti arrivano da esperienze di destra. Non è il caso di Ugo Rossi.
Il Movimento 3V, i No Green Pass e i problemi al porto di Trieste
Ingegnere, classe 1991, Ugo Rossi prima di arrivare a Futuro Nazionale ha attraversato lunghe stagioni su diversi versanti. Ha esordito con il Movimento Cinque Stelle, si è avvicinato poi a Fridays For Future e poi durante l’epidemia di Covid-19 ha trovato il suo posto nel Movimento 3V. Parliamo dei No Vax prima che i vaccini diventassero tema da sicurezza nazionale: 3V sta per Vaccini, Vogliamo Verità.
Ora questo movimento è scomparso dai radar ma tra il 2020 e il 2021 era riuscito a portare a casa migliaia di voti. Alle elezioni regionali del 2020 in Emilia-Romagna, vinte poi dal centro-sinistra di Stefano Bonaccini, i 3V sono riusciti a ottenere circa 10.000 voti. Nel 2021 Ugo Rossi si candida come sindaco di Trieste proprio con i 3V e riesce a totalizzare 3.700 voti, abbastanza per arrivare al 4,46% e prendersi un posto in consiglio comunale. Ma è durante la stagione del Green Pass che Rossi compare più spesso nelle cronache. Il 2021 è stato segnato dalla campagna vaccinale e dal relativo Green Pass, il QR che attestava l’avvenuta vaccinazione e permetteva di accedere ai luoghi pubblici, almeno quelli al chiuso. E non parliamo di posizioni espresse con qualche post su Facebook.
Nel settembre del 2021 è stato arrestato per oltraggio, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate per essersi scontrato con due carabinieri. Tutto è cominciato fuori da un ufficio delle Poste di Trieste: Rossi stava difendendo delle persone che non volevano mettere la mascherina per entrare. Poche settimane dopo è diventato uno dei protagonisti del blocco al porto di Trieste, forse tra le azioni più grandi dei No Green Pass dove attivisti e portuali hanno bloccato per diversi giorni uno degli accessi al porto.
Gli interventi a La Zanzara: “Un putiniano a Trieste”
Negli ultimi anni la sua attenzione si è spostata. Le lotte contro il Green Pass sono rimaste sullo sfondo, richiamate giusto in occasione dei processi. Alcuni finiti anche con l’assoluzione, come successo nel caso del processo per resistenza a pubblico ufficiale durante lo sgombero del Varco IV del Porto di Trieste il 18 ottobre 2021. Ugo Rossi si è spostato su fronti esteri, ritagliandosi anche un ruolo tra il Pantheon della Zanzara. Su YouTube si trova facilmente una compilation di interventi in studio in cui viene definito “un putiniano a Trieste”.
Sulla Russia le sue posizioni, almeno quelle registrate, risultano chiare. Nella
puntata del 12 giugno si presenta in studio con una bandiera della Russia di discrete dimensioni. Vi lasciamo qualche estratto dalle sue dichiarazioni: “Putin è un grande leader, forse il migliore al mondo”. “Zelensky è un burattino, messo lì dalla Nato”. “Putin vuole fare delle elezioni democratiche in Russia”. “Qui truccano le elezioni”. E poi, in un altro intervento del 24 marzo registrato dopo il passaggio a Futuro Nazionale: “Penso che il generale possa essere per l’Italia quello che Putin è stato per la Russia: risollevare questo Paese dalle ceneri”.
Niente di tutto questo ha scalfito la fiducia di Vannacci, anzi. Il 31 maggio Rossi ha condiviso sul suo gruppo WhatsApp la notizia che farà parte dei delegati di Futuro Nazionale chiamati tra il 13 e il 14 giugno per l’Assemblea Costituente del partito. L’evento è programmato a Roma e dovrebbe diventare il punto zero da cui far partire la campagna elettorale di Roberto Vannacci verso le prossime elezioni.
(da Fanpage)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’OCSE, IL 60% DELLE QUOTE DI MERCATO CONQUISTATE DALLE IMPRESE CINESI TRA IL 2005 E IL 2023 È ATTRIBUIBILE PROPRIO AGLI AIUTI DI STATO, CONTRO UNA MEDIA GLOBALE DI CIRCA IL 22 PER CENTO. È COME DOPING
Tra il 2005 e il 2024, la Cina ha erogato alle proprie aziende aiuti di Stato da tre a
otto volte superiori alla media dei 38 Paesi membri dell’Ocse, un’ondata che spiazza i concorrenti e distorce la competizione sui mercati globali: nell’auto, nell’aerospazio, nei semiconduttori, nella siderurgia, nella chimica, solo per fare qualche esempio, in un elenco costantemente aggiornato dalla volontà di dominio di Pechino.
Non è certo una novità assoluta, quella contenuta in uno studio pubblicato ieri dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Ne esce però una fotografia più precisa di un fenomeno, rimasto finora coperto da un velo di opacità, proprio per la mancanza di trasparenza nelle decisioni del Governo cinese, che ha sempre negato pratiche sleali.
L’analisi dell’Ocse cade, inoltre, in una fase delicata nei rapporti tra Pechino e Bruxelles e si inserisce nel dibattito sulle contromisure da prendere rispetto al «China shock 2.0», la massiccia ondata di esportazioni a basso costo e ad alta tecnologia, drogata da sovracapacità produttiva e sussidi. Una minaccia definita «esistenziale», dal commissario per l’Industria, Stéphane Séjourné, che la scorsa settimana ha annunciato una stretta per difendere il settore
Nel 2024, gli aiuti di Stato ai 525 più grandi gruppi manifatturieri del mondo in 15 settori chiave sono saliti a livelli mai visti dalla crisi finanziaria globale, all’1,3% del loro fatturato complessivo (108 miliardi di dollari). Gran parte degli aiuti vanno ad aziende controllate dallo Stato.
Mentre nei Paesi Ocse assumono la forma di sovvenzioni e incentivi fiscali, le imprese cinesi beneficiano soprattutto di prestiti a tassi agevolati, erogati in gran parte « da banche statali e banche di riferimento», che seguono le indicazioni delle autorità centrali. Una misura di sostegno meno facilmente rintracciabile rispetto ad altre forme di aiuto.
Le attrezzature per le energie rinnovabili, i semiconduttori e l’industria pesante (come l’acciaio e l’alluminio) ricevono il sostegno maggiore a livello globale
In Cina, però, i sussidi medi per l’industria dei semiconduttori hanno raggiunto quasi il 10% del fatturato delle imprese nel 2021 e nel 2022, contro una media globale di poco superiore al 2 per cento. Nel periodo 2005-2024, l’aiuto medio per la fabbricazione di turbine eoliche si è attestato all’1% del fatturato delle aziende globali, meno della metà di quelli erogati negli ultimi 15 anni in Cina, dove in «molteplici» anni si è anzi superato il 5 per cento.
Tra il 2010 e il 2024, le aziende aerospaziali cinesi hanno beneficiato di sussidi da due a cinque volte superiori a quelli ricevuti dai concorrenti dei Paesi Ocse, sempre
in rapporto al fatturato. Nell’industria automobilistica, il rapporto è di uno a quattro.
L’Unione europea sostiene che diversi di questi aiuti configurano pratiche commerciali sleali e ha aperto indagini sui prodotti. Dispute su sussidi illeciti e contro-denunce su ritorsioni anti-dumping hanno popolato per decenni la giurisprudenza del tribunale della Wto, da anni però paralizzato dal boicottaggio degli Stati Uniti.
Secondo l’Ocse, il 60% delle quote di mercato conquistate dalle imprese cinesi tra il 2005 e il 2023 è attribuibile proprio agli aiuti di Stato, contro una media globale di circa il 22 per cento.
L’Ocse afferma anche che queste misure non hanno aumentato la produttività e la redditività: «Proprio come il doping nello sport, esiste il rischio che i sussidi facciano ingiustamente vincere i giocatori meno produttivi, a scapito di quelli più innovativi ed efficienti», sostiene l’Ocse.
(da “il Sole 24 Ore”)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“NON SIAMO UN’ACCOZZAGLIA. NON CI SONO CONVERGENZE TRA NOI E VANNACCI, SULLE COORDINATE INTERNAZIONALI DELL’ITALIA, EURO-ATLANTISMO SENZA TENTENNAMENTI NÉ SUBALTERNITÀ, SOSTEGNO ALL’UCRAINA”… GLI INVITI ALL’ASSEMBLEA COSTITUETE DI FUTURO NAZIONALE RISPEDITI AL MITTENTE DAGLI ALTRI LEADER
«Al momento non abbiamo ricevuto alcuna risposta, ma le lettere sono appena partite», frenava ieri pomeriggio il leader di Fnv, il generale Roberto Vannacci. Il suo braccio destro, Massimiliano Simoni, ha già spedito a tutti i leader dei partiti l’invito alla prima assemblea costituente di Futuro Nazionale con Vannacci, in programma a Roma, all’Auditorium della Conciliazione, il 13 e 14 giugno.
«Al generale e a tutto il partito — c’è scritto nella lettera — farebbe piacere la vostra presenza per un saluto dal palco…». «Se venisse Giorgia Meloni, saremmo onorati», chiosa Simoni.
Intanto, però, in attesa di notizie da Palazzo Chigi e da Fratelli d’Italia, piovono già i primi dinieghi.
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, leader di Avs, che l’invito l’hanno ricevuto, non hanno dubbi: «Ma certo che no», fa Bonelli. Anche dallo staff di Carlo Calenda, il fondatore di Azione, arriva un secco: «Non andrà». Discorso chiuso pure per Italia viva: «Matteo Renzi non va mai alle cose degli altri partiti, non inizierà con Vannacci».
Dal Pd ancora nessuna risposta, mentre il M5S di Giuseppe Conte ha già deciso: «Non manderemo nessuno».
Qualche spiraglio, invece, si apre nel centrodestra: «Decideremo quando arriverà l’invito», dicono lapidari dalla Lega, che Vannacci abbandonò a febbraio, dopo essere stato eletto in Europa nel 2024 con Matteo Salvini. E così pure chi è molto vicino al leader di Forza Italia, Antonio Tajani, premette che non è stato ancora deciso nulla, «ma forse qualcuno» alla fine andrà.
Per mesi è stato trattato come una scheggia impazzita. Oggi, invece, Roberto Vannacci è diventato un problema politico strutturale per tutta la maggioranza. Una spina nel fianco non più solo della Lega
Ma anche di Giorgia Meloni, che vede affacciarsi il primo competitor a destra capace di contendere a FdI il monopolio della rappresentanza sovranista, identitaria, anti-establishment. E soprattutto di Forza Italia, preoccupata che un suo eventuale ingresso in coalizione possa spostarne l’asse su posizioni estremiste
Così si spiega l’altolà lanciato ieri dagli azzurri: «Il centrodestra non è un’accozzaglia come il campo largo», sancisce Stefania Craxi, la capogruppo in Senato voluta da Marina Berlusconi. «Il punto è: esistono convergenze tra noi e Vannacci? Penso alle coordinate internazionali dell’Italia, euro-atlantismo senza tentennamenti né subalternità, sostegno all’Ucraina… Allo stato, io convergenze non ne vedo».
Chiaro il messaggio: va bene tutto, ma non ci si può vendere l’anima per qualche percentuale in più. Esattamente la questione che agita pure i meloniani alle prese con il varo della nuova legge elettorale. L’ex generale, infatti, rischia di risultare decisivo con qualunque sistema di voto: attestato tra il 4 e il 5%, alcuni sondaggisti danno ormai Futuro nazionale a ridosso del Carroccio. Facendone un alleato quasi obbligato per la compagine di governo che intende confermarsi alle prossime Politiche.
Lui lo sa e ha messo in campo la sua strategia, tutta all’attacco della maggioranza. Obiettivo, prosciugare il bacino elettorale di Meloni e Salvini: popolato di conservatori, sovranisti, arrabbiati con Bruxelles, ostili all’immigrazione e diffidenti verso le élite tradizionali, che FdI aveva quasi interamente assorbito dopo il 2022 e ora potrebbero essere attratti da un’offerta ancora più radicale.
Una manovra contrastata innanzitutto dal Carroccio che — già consumato da un mini-esodo di parlamentari e amministratori — teme di finire divorato. «Il compagno Vannacci è il migliore alleato della sinistra», avverte il sottosegretario lumbàrd Alessandro Morelli: «Il suo annuncio che Fn presenterà un proprio candidato sindaco a Milano nel ‘27 dimostra quanto e come stia lavorando per il Pd, i 5S e il campo largo, dividendo i voti del centrodestra». E anche FdI, sebbene per ragioni diverse, appare critico: «Contesto una parte della narrazione del generale, la vera destra c’è già ed è Fratelli d’Italia, l’operazione l’ha fatta Meloni», rivendica Carlo Fidanza.
Da qui le barricate alzate da Forza Italia. Convinta dell’insidia rappresentata da Vannacci, che rischia di trasformarsi in una sorta di correttore ideologico della b coalizione, da lui accusata di essere troppo prudente su immigrazione, Europa, guerra in Ucraina, diritti civili e identità nazionale.
Lo ribadisce il portavoce azzurro Raffaele Nevi: «Per allearsi ci vuole una compatibilità programmatica sulle questioni valoriali e sulla politica estera che sono fondamentali per la credibilità del Paese. Questo è per noi un principio inderogabile».
Non è allora un caso se nelle ultime settimane Via della Scrofa ha ricominciato a battere sui temi identitari: sicurezza, immigrazione, natalità, difesa dei confini e patriottismo.
Un modo per impedire all’ex generale di intestarseli in esclusiva. In attesa di capire se Fn è un fenomeno duraturo o l’ennesima meteora. Perché se così non fosse, lo sbarramento potrebbe cedere. Ma per FI sarebbe un bel problema.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ECCO CHI LO GUARDA CON INTERESSE E CHE TEME LA TRAPPOLA PER SCHLEIN, MENTRE I RIFORMISTI TEMONO MOSSE PRO-CONTE
Nel centrosinistra si moltiplicano contenitori, sigle e tentativi di allargamento al
centro. Il prossimo appuntamento è fissato per il 12 giugno a Roma, quando Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi eventi, lancerà il suo progetto civico nazionale. Una rete di sindaci e amministratori locali che, forte del radicamento territoriale, dovrebbe dar voce alla cosiddetta ‘sinistra del fare’.
Ma non tutti vedono nella nuova creatura politica un’opportunità per allargare il consenso moderato della coalizione. Nel Partito Democratico, confidano a Open, non mancano dubbi e sospetti.
Da Manfredi a Bettini, chi guarda a Onorato
Al lancio sono stati convocati i leader del centrosinistra: da Elly Schlein a Giuseppe Conte, passando per Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs, Riccardo Magi di Più Europa ed Enzo Maraio del Psi. Sulla lista anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che qualcuno vede anche come possibile frontman della nuova formazione, e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Non è atteso, invece, Matteo Renzi, che lavora alla sua Casa riformista, da costruire sempre nel perimetro della coalizione progressista.
Il ‘Progetto Civico’ di Onorato piace a Goffredo Bettini, storico sostenitore del dialogo tra Pd e Movimento 5 stelle. E sarebbe guardato di buon occhio anche dal
leader pentastellato. Una quarta gamba centrista da inserire in un campo largo in fibrillazione. L’iniziativa, infatti, arriva mentre si è riaperta la partita più delicata: quella per la leadership. L’accelerazione della maggioranza sulla legge elettorale, con il nuovo testo che mette nero su bianco l’indicazione del candidato premier nel programma della coalizione, riapre il vaso di Pandora: chi guiderà l’alleanza e con quale metodo si arriverà alla scelta? Elly Schlein, in quanto segretaria del primo partito? L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 stelle? Un nome terzo?
La diffidenza dei riformisti dem
Con le primarie in vista, non tutti sono entusiasti della nuova invenzione di Onorato. Anzi. «Il partito dei sindaci? Come direbbe Fantozzi, una boiata pazzesca. L’idea era già nata negli anni novanta con Bassolino, Rutelli e Castellani, i sindaci d’Italia. Poi sono andati a fare i ministri, è una finzione», dice a Open un esponente del riformismo dem. Il ragionamento è politico: «Non c’è alcun bisogno che nasca una formazione nell’ambito del centrosinistra, come se il Pd dovesse appaltare all’esterno il rapporto con imprese, partite Iva, mondi cattolici e ceto medio. Quel lavoro deve farlo il Pd».
I dubbi, tra i riformisti, non sono solo per Onorato. Ma anche per la strategia di Schlein: «Se vuole vincere le primarie e poi le politiche, non può guidare un partito del 20 per cento che rappresenta le curve. Deve rappresentare tutto lo stadio». Tradotto: il Pd deve occuparsi di povertà, salari, sanità pubblica e liste d’attesa, ma anche di crescita, sicurezza, imprese, ceto medio e partite Iva.
«Bisogna rivalutare il “ma anche” di Veltroni: salari ma anche produttività, welfare ma anche crescita. Più forte è il Pd, più sarà facile costruire l’alleanza. Più invece lo schieramento si frammenta, più aumentano i poteri di veto dei partitini dell’uno o del due per cento».
Il timore che serpeggia, insomma, è che la coalizione si riempia di soggetti piccoli ma decisivi. Quarte, quinte, seste ‘gambe’, ognuna con il suo peso, il suo diritto di tribuna e la sua capacità di condizionare la linea e avanzare richieste. «Se poi ci sono forze moderate che prendono voti a Forza Italia o all’astensionismo di centrodestra e decidono di collocarsi in un’alleanza col campo largo, ben venga. Ma è un’altra cosa. Qui invece sembra che il Pd debba rinunciare a fare il Pd».
Le primarie e le mire di Conte
Con il nodo delle primarie sul tavolo, e le regole ancora tutte da scrivere, tra i riformisti la lettura si fa maliziosa: mentre Renzi ha già fatto sapere che, in caso di ballottaggio, sosterrebbe la segretaria dem, è da capire che direzione prenderà il
progetto di Onorato. Non è un mistero che Giuseppe Conte, a differenza di Schlein, possa vantare un consenso personale trasversale, che lambisce il mondo centrista e parte della stessa base dem.
«Onorato? Finirà che gli daranno un seggio», commenta qualcuno tranchant. Quel che è certo è che «queste primarie di coalizione rischiano di lasciare scorie». Il riferimento è anche alle parole di Chiara Appendino, intervistata da Piero Chiambretti su Rai3: «Schlein l’abbiamo vista arrivare, spero che la vedremo anche confrontarsi serenamente in un passaggio democratico con Giuseppe Conte e con chi vorrà partecipare. Poi se qualcuno ha paura, lo dica». Un intervento giudicato «urticante» da più di un dem: «C’è un clima da resa dei conti».
(da Open)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LO PSICHIATRA PUNTA IL DITO CONTRO LA SCUOLA, I GENTIROI E L’ABUSO DEI DEVICE SENZA FILTRI PER I GIOVANISSIMI
Dietro agli episodi di violenza che vedono protagonisti ragazzi sempre più piccoli c’è, secondo lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, una responsabilità che riguarda tutti gli adulti. In un’intervista a la Repubblica firmata da Francesco Patanè, lo psichiatra parte dal caso di San Vito Lo Capo, dove un dodicenne ha aggredito il proprio professore, per poi allargare il discorso al fenomeno in corso: «Stiamo assistendo alla tempesta perfetta e l’abbiamo creata noi», afferma, leggendo in quella vicenda «tutti gli errori, le indolenze e le miopie della società e degli adulti nei confronti dei minori». L’aggressione, spiega, nasce da tre nodi precisi, scuola, famiglia e accesso alla tecnologia, «su cui non possiamo più far finta di nulla». Crepet ricorda di studiare la criminalità minorile da trent’anni e avverte che il quadro è peggiorato: «Siamo ad un punto di non ritorno». Non c’è solo la Sicilia,
aggiunge, ma anche i fatti di Palermo e la facilità con cui «si esce la sera armati», una dinamica che attraversa tutte le città italiane.
L’accusa di Crepet ai genitori
Il passaggio più severo lo psichiatra lo riserva alle famiglie. Per Crepet molti adulti hanno abdicato al proprio compito: «C’è una sorta di deresponsabilizzazione dal ruolo di genitori». C’è chi vuole essere amico dei figli, chi li accontenta per senso di colpa, chi, non reggendo la fatica di educare, li lascia «con in mano un telefono». Crescere un figlio, ricorda, «è sudore, sofferenza, perseveranza e responsabilità» che nessuno schermo può rimpiazzare, altrimenti maturano «disagio, solitudine e rabbia, le basi della violenza». Il suo ragionamento trova conferma nell’esempio del 12enne di San Vito Lo Capo: portava a scuola uno smartphone comprato dai genitori, ricorda Crepet, gestiva «account social non controllati», si era documentato di nascosto sulle stragi nelle scuole americane e aveva persino preannunciato il gesto in rete, dipingendo caschi e magliette, senza che nessuno se ne accorgesse. Eppure, osserva Crepet, quel ragazzo «stava chiedendo attenzioni, inconsapevolmente».
Smartphone e tecnologia che fa da accelerante secondo Crepet
Il terzo fattore chiamato in causa è l’accesso senza filtri ai dispositivi e alle informazioni. Crepet lo definisce «peggio della benzina sul fuoco», anche perché
difficilmente controllabile. Nel caso del dodicenne il telefono è diventato «strumento di emulazione»: travolto da contenuti spesso fuorvianti, ha visto ogni passaggio accelerare «cento, mille volte», fino a un gesto compiuto in modo quasi inconsapevole. Sul rischio di una strage in stile “Columbine” in Italia, Crepet risponde: «Se continuiamo a basarci sulle statistiche sì, se cominciamo ad affrontare il problema, forse no. Le istituzioni snocciolano dati confortanti sulla sicurezza nelle aule, ma la realtà è ben altra che non si vuole vedere. Sembra quasi che si stia attendendo la strage per poi dire “ecco è successo, abbiamo un problema”. Il problema c’è già oggi e sarebbe saggio risolverlo prima, e sottolineo prima, di dover parlare di tragedie».
Esiste una via d’uscita? Per lo psichiatra il punto di partenza è alleggerire il peso degli schermi. «Cominciamo a copiare quello che stanno facendo in Svezia», suggerisce, richiamando un modello fatto di matita e quaderno, tecnologia ridotta e «ritorno al pensiero analogico». L’allarme è che «sull’altare della velocità, dell’efficienza, della produttività» si stiano sacrificando le nuove generazioni, con un solo beneficiario, chi guadagna da quel mercato, dalla Silicon Valley alla «Cina di TikTok».
La scuola che ha perso autorevolezza
Resta il primo dei tre fattori, la scuola, che per Crepet ha smarrito il proprio ruolo. Gli istituti, dice, non vedono più riconosciuta «l’autorità che deve avere nel sistema sociale», e una scuola svuotata di valore «diventa solo uno dei tanti luoghi di scontro». Per questo va difeso il senso dell’istituzione scolastica, impedendo che venga messa in discussione «da genitori, politici, amministratori. Dal primo che passa». In questo contesto, avverte, gli insegnanti possono trasmettere «molto poco» e non sono più guide, tanto che l’iperbole dello studioso è che «non esisterà più “L’attimo fuggente”».
(da Open)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ATTIRATI IN ITALIA, POI SFRUTTATI: COSA E’ SUCCESSO A 300 LAVORATORI INDIANI
Un cantiere da 200 milioni di dollari per la costruzione della nuova sede del
Consolato americano a Milano, nel quale venivano sfruttati lavoratori indiani pagati meno di due euro all’ora, sotto costante ricatto. Nel mirino dell’inchiesta condotta dalla procura di Milano, la ditta americana Caddell Construction Co Llc, con sede a Montgomery in Alabama, e la sua sede milanese. Una catena di sfruttamento, definito anche “para-schiavismo”, che cominciava già in India, dove i lavoratori venivano reclutati da un’agenzia di reclutamento, specializzata nel collocamento di lavoratori qualificati in settori come edilizia, ingegneria, sanità, ospitalità e informatica, alla quale ogni candidato corrispondeva un “pizzo” di 5mila euro (500mila rupie). Nel loro contratto si celava però una vera e propria trappola.
L’utopia dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i lavoratori stranieri
«La legge che norma i flussi migratori legati al mondo del lavoro umile e manuale in Italia parte da un assunto di base sbagliato: pensare che la domanda di lavoro interna e l’offerta proveniente paesi a basso reddito pro-capite possano incontrarsi genuinamente secondo le logiche di mercato. Si tratta di un’utopia», spiega a Open l’avvocato Pietro Derossi, dello studio legale Lexia.
A fronte di ciò, il problema di fondo, secondo l’avvocato, sarebbe uno: «Non ci sono degli attori a controllo pubblico che svolgono una funzione di garanzia di reale matching tra domande e offerta di lavoro e della buona riuscita del processo migratorio. La Prefettura esegue un controllo di tipo formale sull’azienda datrice di lavoro che promuove il rilascio di nulla osta all’ingresso per la persona straniera. Rimane però un’enorme asimmetria informativa e di potere tra il lavoratore che proviene da paesi a reddito medio pro-capite molto più bassi (come l’India nel caso che qui interessa), e il datore di lavoro in Italia: il primo si affida totalmente al secondo o a presunti intermediari in Italia o nel paese di provenienza, non disponendo nemmeno di strumenti linguistici adeguati per capire come funzionano le procedure di ingresso».
Le trappole dietro ai contratti di lavoro spesso offerti a lavoratori stranieri
Nel caso milanese, per esempio, la procura avrebbe messo in luce il ruolo di un
individuo chiamato “Aji”, un lavoratore di etnia indiana alle dipendenze della sede italiana, che avrebbe fatto sottoscrivere la documentazione ai lavoratori, con contratti che prevedevano una retribuzione oraria tra 1,31 e 1,91 euro senza fornire dettagliate spiegazioni o tradurre in una lingua a loro comprensibile. Caddell avrebbe parallelamente presentato alla prefettura contratti diversi, in linea con le retribuzioni e le condizioni previste dal contratto collettivo nazionale italiano dell’edilizia, poi non applicati nel caso concreto.
Uno schema molto comune, come evidenzia l’avvocato Derossi: «In altri casi, frequentissimi, la persona straniera paga un intermediario privato per farsi assistere nel procedimento e nel matching con l’azienda, ma una volta fatto ingresso in Italia, non trova alcun datore di lavoro realmente disposto ad assumerlo. Questa circostanza lo condanna all’irregolarità, e quindi al facile sfruttamento. Oppure, molti vengono a questo punto indirizzati verso i canali per chiedere la protezione internazionale, con un evidente snaturamento di questo istituto, che dovrebbe tutelare situazioni ben diverse».
Il contratto di lavoro per “distacco”
La particolarità nel caso dei lavoratori indiani entrati in Italia per lavorare alla costruzione del Consolato americano risiederebbe nella formula in ingresso con la
quale sono stati attratti: «Nelle carte si parla di contratto di lavoro per “distacco”, una formula prevista dall’art. 27 quinquies Testo unico sull’immigrazione. Si tratta di una fattispecie che vede due aziende, una con sede in Italia e una con sede all’estero: i lavoratori sono dipendenti della sede all’estero, ma vengono temporaneamente “distaccati” presso l’azienda italiana per fornire prestazioni lavorative subordinate presso quest’ultima».
Normalmente tra le due società esiste un collegamento intra-societario, che di solito vede almeno un 20% di compartecipazione di una società nell’altra, oppure un collegamento contrattuale, cioè c’è un contratto di appalto. Il caso della ditta Caddell Construction Co Llc rientra nella prima fattispecie: si trattava infatti di distacco intra-societario, noto anche con la sigla inglese ICT (Intra-corporate transfer).
Vantaggi e svantaggi delle assunzioni per distacco
Questa procedura di visto per “distacco”, rientra nella categoria degli ingressi per lavoro “fuori quota” in quanto nonsoggetta alle stringenti finestre temporali del click day e alle quote massime imposte dal decreto flussi per ciascun settore lavorativo, permettendo alle aziende di velocizzare l’ingresso dei lavoratori dall’estero. Come spiega l’avvocato: «I visti fuori quota, come quello per distacco,
teoricamente richiederebbero la prova di una formazione universitaria o di un’alta specializzazione tecnica. Il permesso di soggiorno per distacco intra-societario ha poi una particolarità abbastanza unica: al lavoratore è consentito di lavorare unicamente per l’azienda presso cui è distaccato (o presso aziende dello stesso gruppo societario) e per un massimo di 3 anni complessivi».
A differenza dei permessi di soggiorno rilasciati a chi entra con il decreto flussi o per lavoro subordinato altamente qualificato (la cosiddetta Carta Blu), inoltre, il lavoratore distaccato non può cambiare datore di lavoro, anche se ne avesse l’opportunità concreta. «Questo è dovuto al fatto che, sebbene il lavoratore presti la proprietà attività in Italia, il suo datore di lavoro rimane la società estera, che lo ha appunto ‘distaccato’ verso una specifica sede di lavoro in Italia».
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
MELONI IN PRESSING SU URSULA, STUDIA UN’ACROBAZIA CONTABILE PER SBLOCCARE 5 MILIARDI… LA MEDIAZIONE DI FITTO E IL TIMORE C,HE I PAESI FRUGALI BLOCCHINO L’INTESA
Un artificio contabile. Un’operazione acrobatica, autorizzata però dall’Europa. In estrema sintesi, l’idea suggerita da Roma a Bruxelles nelle ultime ore ipotizza di utilizzare alcuni miliardi già bloccati per le spese di difesa in investimenti per l’energia. Si tratta di progetti che sulla carta erano già stati finanziati con i fondi di coesione. In questo modo, verrebbero liberate risorse da destinare alla spesa corrente, quella necessaria a coprire i sussidi mirati su bollette e carburanti.
È una strategia ardita, in cui esigenze di cassa e necessità politiche si fondono e si confondono. Negli ultimi giorni, Giorgia Meloni ha ripetutamente premuto su Ursula von der Leyen per perorare la causa. Al telefono, poi per sms. Il contatto decisivo risale a domenica, riferiscono fonti dell’esecutivo. Con una richiesta accorata della premier che si può sintetizzare così: serve un segnale, una via d’uscita, anche perché il blocco di Hormuz non sembra vicino a una soluzione. Non
tanto e non solo contabile: assicurarsi un po’ di flessibilità per i costi dell’energia è un argomento che la presidente del Consiglio vuole utilizzare con un’opinione pubblica già fiaccata dalla crisi delle bollette.
E dunque, prosegue la mediazione con Bruxelles a cui lavora senza sosta anche il commissario Raffaele Fitto. La partita si deciderà tra oggi e domani. A Palazzo Chigi prevedono che alla fine il margine concesso dalla Commissione possa essere attorno ai 4 o 5 miliardi, ma è chiaro che questo dettaglio, così come i contorni della norma, sono oggetto di un braccio di ferro dall’esito incerto. Ursula von der Leyen ha infatti chiesto un surplus di riflessione, che si protrarrà per l’intera giornata di oggi. Ai tecnici continentali spetta il compito di elaborare il cavillo che possa soddisfare Roma, senza spaccare la squadra di Ursula. Il rischio è infatti quello che alcuni Paesi frugali – e i commissari che ne ricalcano la filosofia – possano ancora mettersi di traverso e opporsi a un’intesa. L’ultima parola arriverà durante la riunione della Commissione in agenda per domani.
Certo, il contesto internazionale così instabile e le notizie delle ultime ore offrono a Meloni argomenti per premere su von der Leyen. In particolare, la minaccia iraniana di bloccare anche lo stretto di Bab el-Mandeb potrebbe convincere Bruxelles della necessità di concedere un briciolo di flessibilità a una capitale che, a
differenza ad esempio di Berlino, non presenta spazi fiscali sufficienti per poter utilizzare la leva degli aiuti di Stato sull’energia.
Il congelamento dello snodo sul Mar Rosso può trasformarsi in un problema commerciale e militare. Da ieri la situazione è attentamente monitorata ai vertici dell’esecutivo. E non lascia indifferente la Difesa. Per due ordini di problemi: il rischio che i marinai italiani impegnati nella missione navale Aspides debbano sparare per difendersi dagli Houthi. E che un blocco dello stretto alimenti la spirale inflattiva, a causa di un aumento dei costi delle merci a sua volta generato dall’allungamento delle rotte commerciali dei cargo.
Sono scenari ancora teorici, già descritti in alcuni dossier elaborati nei mesi scorsi dai servizi di intelligence, quando per la prima volta Teheran aveva minacciato il congelamento di Bab el-Mandeb. Il rischio commerciale allarma, perché lo stop di quello Stretto imporrebbe rotte più lunghe di almeno 7-10 giorni alle navi commerciali, costrette a quel punto a passare da Città del Capo. Aumentando le spese per il carburante e, di conseguenza, i prezzi delle merci. Senza trascurare il piano bellico della vicenda: la fregata italiana Fremm Luigi Rizzo è impegnata da tempo in quel teatro. Le regole di ingaggio prevedono la possibilità di neutralizzare gli atti ostili, ma non di colpire le basi di lancio a terra (di cui si occuparono nel
2024 gli Stati Uniti). In quelle settimane di due anni fa, la missione fu chiamata ad abbattere tra l’altro 19 droni volanti e quattro missili balistici. In quel caso, le navi godevano dello scudo radar dell’Us Navy, capace di avvistare e rispondere in anticipo alla minaccia. Adesso, visti i rapporti tesi con Donald Trump, la partita sarebbe ancora più delicata.
(da Repubblica)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
NEL CICLISMO E’ SCOMPARSA LA CLASSE MEDIA
Signori, brutte notizie: anche nel ciclismo è scomparsa la classe media! Al
termine di un Giro d’Italia privo della benché minima implicazione mitemente dannunziana, così banale da suggerire semmai tristi cleptomanie dalla letargica musa di Gozzano, anche dallo sport più epico come dalla sociologia del Paese è tragicamente sparito il ceto (pedalatorio) che reggeva la baracca, che regalava per tre settimane piccole grandi imprese, che teneva su, ad ogni tappa, l’epopea della’ “impresa”, dello “scatto”, della fuga solitaria o la va o la spacca… Signori, ci manca il Terzo Stato, mirabile, dei Dancelli dei Bitossi degli Adorni e financo dei Tacconi e dei Chiappucci. Quelli che creavano per tre settimane, su è giù per la Provincia, che è poi quella che fatturato il boom non solo ciclistico del Paese, un’aria di arena, di sana mattanza, di imprevisto e di allegria.
Telecronisti e estensori di inchiostri hanno insistito, eroicamente, nel generoso impiego delle maiuscole, hanno trasformato in Iliade la batracomiomachia per entrare nei primi dieci della classifica! pardon nella “top ten”. Sia reso loro l’onore che va ai tenaci e ai vinti! A far il loro dovere, inutilmente, c’erano in realtà solo le montagne: i dorsi e le pieghe che menavano ad ardue “ridenti località” erano lì, come sempre, pronte a tutto, all’epopea. Ma erano quelli che si arrampicavano penosamente ad essere comparse.
Svolta inevitabile: con i carabinieri e l’ufficio delle imposte il Giro è stato l’unica vera istituzione italiana, interrotta, infatti, solo da cataclismi come le guerre mondiali. Adesso siamo intensamente orfani, come chi non ha conosciuto De Amicis, la piccola vedetta lombarda e il nonno. Come pensavate potesse resistere l’egualitario cavallo dei poveri alla noia di un epoca in cui tutti comprano (a caro prezzo) una bici, ma è quella elettrica, un motorino travestito per sorpassare sogghignando e fingendo di pedalare il ciclista onesto che arranca sul cavalcavia.
Riuscite a trovare una prova della decadenza dell’Occidente più esplicita, senza dover neppure digerire le cinquecento pagine di Spengler?
Per il Giro rien ne va plus: inarrivabile il gallico Tour, ci ha sorpassato perfino la Vuelta spagnola aggiungendosi nello scavalco iberico all’economia, alla energia green, al calcio e alla movida.
Dove è dunque finita la indimenticabile classe media ciclistica? si è proletarizzata, si è fatta volontariamente gregaria per un ricco piatto di lenticchie. Me li ricordo bene gli eroi del terzo stato di una volta, in agguato ad ogni tappa in salita discesa falsopiano e volata, pittoreschi e pronti all’abbordaggio, con la selezione naturale della fatica venivan su come tante querce. Non tanti ma buoni, poveri ma belli, con un fisico di ferro, non Fuoriclasse, Fenomeni, Invincibili; anzi vincibilissimi, ma con tanta voglia di esistere e di elettrizzare i popoli del bordo strada. Brutti tempi quando i borghesi, nella lotta di classe o nella mischia per la maglia rosa e il gran premio della montagna, infilano la cattiva strada del mettersi a servizio! Già, perché oggi, perduta la splendida sfacciataggine di un tempo, rincattucciate le ambizioni personali, ben pagati, lavorano alla “tirata’’, a staffetta, di un chilometro sul Mortirolo o il Gavia, per consentire al Capitano di livragare solitario fino in vetta. Parlano i Kuss e i Del Toro una lingua insipida scolorita fredda come se uscisse da
un computerino o dalla tomba dei watt: svolgono il compito fino lì e non oltre, tutto programmato, a contratto, prevedibile. Ogni tanto ripagato con una tappa, un tour minore come un tempo si dava la mancia al cocchiere. È sparita la’’cotta’’, i cronometristi con gli occhi sbarrati, le lancette corrono e il favorito non si vede. Tutto è già nel copione
C’era una volta una borghesia di capitani medi come si deve, che formava il vero nostro piccolo mondo antico, che aveva le carte in regola per scombinare i pronostici, prendersi e offrirci soprattutto spettacolo. Adesso c’è questa insopportabile massa di nuovo ricchi in affitto ai marchi petro-ciclistici, indebitamente fattiva come è al mansionario cinicamente dilazionante del gregario chic, di lusso. Stando così le cose, attenti che con i wat e gli algoritmi, un giorno sulle rampe memorabili ci siano come spettatori solo bovi straordinariamente carducciani. Che non volgeranno la testa nemmeno di un millimetro.
(da lastampa.it)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL 2 GIUGNO DIVERSO VOLUTO DA SERGIO MATTARELLA
Il 2 Giugno “diverso” voluto da Sergio Mattarella per gli 80 anni della Repubblica è uno scossone alla pessima attitudine italiana per la retorica celebrativa. Il taglio largamente popolare dato all’evento, con un grande show aperto ai cittadini al posto del consueto ricevimento esclusivo nei giardini del Quirinale, è di per sé una affermazione di intenti. Diciamolo: spiazza i partiti che da tempo guardavano la
data come occasione di routine e preferivano la temperie divisiva di altre giornate, il 25 Aprile per additare la renitenza della destra, il Primo Maggio per attaccare la sinistra dimentica dei lavoratori, il 4 novembre per accapigliarsi sulle spese militari. Ogni festa civile un duello per stringere a coorte la propria tribù.
La Festa della Repubblica, almeno in tempi recenti, era poco utile allo scopo e dunque accolta con lo spirito del trantran: un ricevimento per Vip, una parata in cui mettersi in mostra nella tribuna autorità, molte dichiarazioni sul dovere della memoria, e amen. Quest’anno, in tutta evidenza, il Quirinale ha deciso che era tempo di scuotere l’albero. Ottant’anni dal referendum fondativo dello spazio che tutt’ora abitiamo, ottant’anni dal primo voto libero e aperto a tutti e tutte, ottant’anni dalla scelta della Repubblica, erano la scadenza giusta per uscire dal palazzo e tentare di restituire agli italiani il senso della parola “democrazia”.
Si è voluta una festa collettiva, non una passerella per gli outfit dei famosi o un album di frasi di circostanza, magari copiate dall’anno precedente. Un momento per ricordare ai cittadini il valore enorme di quell’antica decisione con un evento aperto alle persone, animato dagli artisti, dai cantanti, dagli attori e atleti che amano. Persino la sfilata dei Fori Imperiali in questo contesto avrà un sapore meno rituale del consueto: se il racconto funzionerà, dietro a quei reparti in marcia potremo
vedere in trasparenza le guerre dei nostri nonni, i loro corpi e speranze mandati in trincea, e forse capiremo meglio il “mai più” che quella generazione pronunciò.
Questo 2 giugno “diverso” è segnato in tutta evidenza dal tentativo di rimettere in connessione palazzi e popolo, democrazia e popolo, memoria e popolo. Vasto programma, ma ci si prova, finalmente. Ed è obbligatorio constatare che sulla scena del tentativo non ci sono i partiti, quelli che dovrebbero essere massimamente interessati alla cosa (sono o no la cinghia di trasmissione tra istituzioni e popolo?) ma il “non potere” del Quirinale. Con ogni singolo appuntamento della ricorrenza ha marcato un memorandum destinato alla politica. L’incontro con i fragili, bambini e anziani, nei giardini del Quirinale. La conversazione con i giovani. Le parole ai diplomatici (“alimentare giacimenti di rancore spinge soltanto sulla strada dei conflitti perpetui”). Il messaggio ai Prefetti (serve “dialogo, ascolto e prossimità” per generare coesione sociale). L’invito agli sportivi, icone del risultato ottenuto senza scorciatoie. La diretta Rai ma soprattutto i maxi-schermi in 23 città per lo spettacolo conclusivo della festa, con l’idea che le persone si incontrino anche fisicamente, partecipino in prima persona.
È un’operazione ambiziosa e inaspettata. È un invito a tutti a uscire dalla retorica celebrativa di valori che poi si perdono per strada o sono usati come corpi contundenti contro gli avversari. Arriva dalla figura istituzionale più popolare in assoluto tra gli italiani di ogni schieramento, e dunque autorizza un minimo di ottimismo: magari sarà la scossa che serviva, magari qualcuno, nell’Italia dove ormai vota solo la metà degli elettori, proverà a scommettere sulla partecipazione anziché sulla chiamata alle armi del proprio clan.
(da lastampa.it)
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