Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI SIAMO AL GARLASCO SHOW
Il delitto di Garlasco è (anzi, fu) una cosa. Il Garlasco show è tutt’altra cosa. È
come una smisurata, scintillante protesi applicata sopra un grumo di dolore e di sangue. La proporzione è uguale a quella di una bilia di fronte a una mongolfiera. Della mongolfiera fa parte la notizia che è stato aperto un fascicolo per diffamazione a carico dell’avvocato di Alberto Stasi, di un inviato delle Iene e di un maresciallo dei carabinieri. Mancano solo un parroco, una sindaca, una blogger, un criminologo da palinsesto, e il presepe è completo.
Per altro, si legge che i fascicoli aperti dalla Procura di Milano sono settantanove (79!), tutti scaturiti dalla disputa furibonda su quella fosca storia. Gli indagati sono blogger, youtuber, giornalisti; i querelanti la famiglia Poggi e le gemelle Cappa, delle quali so dirvi poco o niente perché non faccio parte della smisurata tribù inquirente. Diffamazione e stalking i reati contestati, e si immaginano agli atti montagne di parole, di post, di commenti ai post, di articoli di giornale, di trasmissioni televisive.
Quando Tina Pica, in Pane amore e fantasia, diceva “la gente mormora”, non poteva immaginare che il mormorio, un giorno, sarebbe diventato un autentico uragano di accuse, sconfessioni, partiti presi, risse tra i contradaioli di Stasi e quelli di Sempio. La gente non mormora più, la gente posta, la gente indaga, la gente giudica, e ne sortisce il presente putiferio su Garlasco, uno spettacolo che non prevede più pubblico, solo protagonisti. Avvocati che dichiarano, giudici che dichiarano, periti che dichiarano, marescialli che dichiarano, è come se il processo fosse già in atto. La giustizia ha tempi lunghi, ma la gente ha tempi brevi.
(da Repubblica)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
TRA I LEADER POLITICI NEI GIUDIZI POSITIVI E’ IN TESTA GIORGIA MELONI, MA LA SORPRESA E’ SILVIA SALIS
Più di un italiano su due dà un giudizio negativo sul governo Meloni. Nonostante questo, il consenso nei confronti di Meloni e di Fratelli d’Italia resta alto. È quanto emerge dal sondaggio realizzato, in esclusiva per Fanpage.it, dall’Osservatorio Delphi di Piave in collaborazione con Sigma Consulting. Questa differenza tra i livelli di apprezzamento nei confronti di governo, premier e partiti può essere letta come dovuta a una fase “in cui consenso personale, identità politica e percezione dell’azione di governo non procedono necessariamente allo stesso ritmo”, spiegano gli analisti. Vediamo nel dettaglio cosa dice il sondaggio.
Più di un italiano su due dà un giudizio negativo sul governo Meloni
A oltre quattro anni dall’insediamento di Meloni a Palazzo Chigi, la quota di giudizi positivi sull’operato del governo si ferma al 36%, mentre oltre la metà degli italiani esprime una valutazione negativa. Un 55% di intervistati che si divide tra chi valuta “molto negativamente” i risultati dell’esecutivo (il 33%) e chi dà un giudizio “abbastanza negativo”, il 22%.
I consensi dei leader: Meloni resta la più credibile
Nonostante il giudizio negativo nei confronti del suo governo, Giorgia Meloni resta la leader con il gradimento più alto, con il 47% delle preferenze. Giuseppe Conte si colloca poco al di sotto, al 45%. Segue il vicepremier e leader di Forza Italia, con il 41%. Interessante il posizionamento della sindaca di Genova, Silvia Salis che raccoglie il 40% di giudizi positivi e supera anche Elly Schlein. Non solo, considerando che il 16% ancora non la conosce (rispetto al 3% dei leader più noti) , potrebbe arrivare a raggiungere Giorgia Meloni,
Più in fondo troviamo gli altri leader: Matteo Salvini con il 35%, tallonato dall’ex generale Roberto Vannacci, al 34%; Carlo Calenda con il 30% e infine, a chiudere, Matteo Renzi, con il 20%.
Le intenzioni di voto
Passiamo ora alle intenzioni di voto. Fratelli d’Italia si conferma primo tra le preferenze degli elettori, con il 27,1%. Il vantaggio sul Partito democratico supera i cinque punti percentuali. I dem infatti, si fermano al 21,7%. L’unico altro partito a restare in doppia cifra è il Movimento 5 Stelle, che tuttavia resta decisamente più distante, con il 14%.
Forza Italia e Lega sono risultano di nuovo vicine, rispettivamente al 7,7% e 7,2%. Segue, a meno di un punto di distanza, Alleanza Verdi-Sinistra, con il 6,4%
Continua ad avanzare Futuro Nazionale, che in questo sondaggio viene dato addirittura sopra il 4%, precisamente al 4,3%. Il partito di Vannacci, nato da pochi mesi, può già vantare una base consolidata, nonché un posizionamento strategico negli equilibri tra le due principali coalizioni, centrodestra e campo largo.
Italia Viva tocca la soglia di sbarramento, al 3%, mentre gli altri partiti si fermano sotto: Azione, con il 2,5%, +Europa, all’1,7% e Noi Moderati, all’1%.
(da Fanpage)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DIETRO ALLO SCAZZO CI SONO I PIANI PER LE PRESIDENZIALI 2027: BARDELLA SI MUOVE COME SE FOSSE CERTO DI ESSERE IL CANDIDATO DEL RN, MENTRE LE PEN NON SI SENTE FUORI DAI GIOCHI PER L’ELISEO: IL 7 LUGLIO È ATTESA LA DECISIONE NEL PROCESSO D’APPELLO SULL’APPROPRIAZIONE INDEBITA DI FONDI DEL PARLAMENTO EUROPEO. E SOLO ALLORA SI CAPIRÀ SE MARINE SARÀ CANDIDABILE O MENO
“Non capisco. Chiedetelo al team di Jordan.” La dichiarazione è arrivata da
una fonte vicina alla leader del partito di estrema destra Rassemblement National (RN), Marine Le Pen, dopo che il suo vice, Jordan Bardella, ha fatto un’apparizione di alto profilo sul canale televisivo LCI giovedì 28 maggio.
Più volte durante il programma, Bardella ha sostenuto un piano di riforma delle pensioni molto diverso da quello promosso da Le Pen, adottando invece argomenti che i sostenitori di Macron avevano usato per giustificare la riforma del 2023.
Il sistema pensionistico francese “non è economicamente sostenibile”, ha detto Bardella, aggiungendo che la demografia del paese sta portando il suo sistema redistributivo verso un vicolo cieco.
Sebbene queste argomentazioni siano state sostenute da alcuni economisti e leader aziendali, la RN le ha criticate aspramente nel 2023, promuovendo una propria riforma che fissa l’età pensionabile legale tra i 60 e i 62 anni (anziché 64, come stabilito dalla riforma di Macron), a seconda di quando il pensionato ha iniziato a lavorare.
Eppure Bardella non è più solo un leader di partito. Il 7 luglio verrà annunciata la decisione nel processo d’appello relativo al caso di presunta appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo da parte del partito di estrema destra.
Se il divieto quinquennale di candidarsi alle elezioni, inflitto a Le Pen, venisse confermato in appello, Bardella potrebbe diventare il candidato presidenziale del RN per il 2027.
Tuttavia, la proposta di riforma pensionistica del RN lo irrita: ha faticato a spiegarla chiaramente e si è già trovato in situazioni imbarazzanti, sia in televisione sia, soprattutto, negli incontri con gli imprenditori, che lo hanno esortato ad abbandonarla. Così, ha iniziato a portare avanti una propria proposta
Clément Guillou e Corentin Lesueur
per www.lemonde.fr
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL TIMORE AL NAZARENO È CHE ELLY SCHLEIN, NEL CASO IN CUI SIA LA SFIDANTE DI MELONI NELLA CORSA A PALAZZO CHIGI, NON VENGA VOTATA DA UN LARGO PEZZO DELLA BASE 5STELLE – FINORA CONTE SI E’ TENUTO LE MANI LIBERE SUI TEMI GEOPOLITICI (VEDI, UCRAINA), E INVECE DI LANCIARE UN’OPERAZIONE DAL BASSO PER PORTARE I PENTASTELLATI A CREDERE NEL CAMPOLARGO, PENSA CHE PER CONVINCERLI SIA SUFFICIENTE CHE SIA LUI IL CANDIDATO PREMIER
Il problema lo conoscono tutti, nel Pd come nel Movimento 5 stelle, ma provano a far finta di niente. Anche se l’ultimo campanello d’allarme è suonato solo una settimana fa a Venezia. Dove gli elettori pentastellati hanno voltato le spalle in massa alla coalizione di centrosinistra. Secondo l’analisi dei flussi elettorali, al netto del calo dei votanti M5s, metà di chi aveva scelto i 5 stelle alle Europee ha votato per il candidato del centrodestra, risultando decisivi per la sua vittoria al primo turno Un altro 20% si è astenuto e solo il 24% ha optato per l’aspirante sindaco del Pd, sostenuto da tutto il campo progressista, Andrea Martella. E questo nonostante Giuseppe Conte si fosse presentato pochi giorni prima in laguna per un comizio al fianco dell’ex sottosegretario del governo giallorosso.
Non a caso, il presidente del Movimento ha subito contestato la ricostruzione di Youtrend, deciso a smentire l'”ammutinamento” della base veneziana dei 5 stelle. Ma con un comun denominatore: il candidato era un esponente del Pd evidentemente poco gradito, per profilo e curriculum politico.
Possiamo tornare nelle Marche, per le elezioni regionali dello scorso settembre. Segnate da un’inchiesta che aveva toccato il candidato del centrosinistra, l’europarlamentare Pd Matteo Ricci, che l’avvocato Conte si era alla fine convinto a sostenere dopo aver letto le carte giudiziarie
In seguito alla sconfitta di Ricci, l’analisi di Swg ha certificato che il 54% degli elettori del M5s alle Europee 2024 ha scelto di non votare per lui, preferendo astenersi o convergere sul candidato del centrodestra Francesco Acquaroli. Solo il 22% degli elettori pentastellati delle Europee ha confermato il voto per il M5s alle Regionali.
Prima ancora c’è stata la Liguria, ottobre 2024, con la sconfitta (anche quella di misura) di Andrea Orlando. Lì i 5 stelle hanno preteso l’esclusione dalla coalizione dei renziani, colpevoli di aver sostenuto Marco Bucci al Comune di Genova, sacrificando un pacchetto di voti forse decisivo.
A maggior ragione visto il risultato conseguito dal Movimento: 4, 6% dei voti, in drastico calo rispetto al 10% delle Europee. E, anche all’epoca, molti analisti hanno evidenziato una fuga di voti pentastellati verso l’astensione o verso candidati alternativi.
Va detto che, da questo punto di vista, non c’è reciprocità, perché il presidente 5 stelle della Campania, Roberto Fico, lo scorso novembre è stato sostenuto dagli elettori Pd con numeri importanti. E lo stesso è avvenuto in Sardegna nel febbraio del 2024 per l’elezione della pentastellata Alessandra Todde.
Nel Movimento c’è la consapevolezza che «la questione esiste, ma la mobilitazione dei nostri per le elezioni locali è da sempre inferiore rispetto alle consultazioni nazionali». Vero, quando ci si misura con il voto di opinione i numeri del Movimento sono ben più solidi e la risposta degli elettori più affidabile.
D’altra parte, come ammette un parlamentare, «per una piccola fetta della nostra base loro sono rimasti quelli del “Pd meno L”», storica definizione coniata più di dieci anni fa da Beppe Grillo, quando con i dem era vietato anche solo prendere un caffè.
Il fatto è che alle prossime elezioni politiche, per la prima volta, iscritti e sostenitori 5 stelle potrebbero ritrovarsi chiamati a votare per una coalizione guidata da un leader del Pd. A sostenere Elly Schlein come candidata premier, se fosse lei a vincere le primarie di coalizione, battendo Conte
Uno scenario tutt’altro che improbabile, tanto che i parlamentari vicini alla segretaria mettono le mani avanti: «Tutti si impegneranno a sostenere il vincitore delle primarie, poi nessuno può essere certo che la base segua l’indicazione del proprio leader».
Tradotto: Conte sarà leale, ma una parte dei suoi sostenitori potrebbe non ascoltarlo. Da vedere quanto peserà nelle urne
Meno diplomatici dalle parti della minoranza riformista dem: «Conte dice spesso
che vuole alleati affidabili e ha ragione. Speriamo che lui per primo sappia dimostrare di esserlo».
(da “la Stampa” )
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA LITE PER L’ESCALATION IN LIBANO: “TI STO SALVANDO IL CULO, TI ODIANO TUTTI. TUTTI ODIANO ISRAELE PER QUESTO”
“Sei un ingrato e un pazzo. E senza di me saresti in carcere”. La storica
amicizia tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha subito un duro colpo per l’escalation in Libano. Axios racconta che il presidente degli Stati Uniti era infuriato con il premier israeliano e a un certo punto gli ha gridato «che cazzo stai facendo». Poi la frase più dura: «Sei un pazzo. Saresti in prigione senza di me. Ti sto salvando il culo. Ti odiano tutti. Tutti odiano Israele per questo».
Secondo le fonti Trump era consapevole che Hezbollah ha attaccato Israele e che Israele doveva difendersi, ma ritiene che negli ultimi giorni Netanyahu sia andato in escalation in modo sproporzionato.
Intanto nella notte Israele ed Hezbollah hanno continuato gli scontri nonostante l’annuncio sul cessate il fuoco in vista dei negoziati tra libanesi e israeliani previsti oggi a Washington. Di fronte all’offensiva di Israele in Libano i Pasdaran hanno minacciato di aprire nuovi fronti nella guerra, tornando a colpire i paesi del Golfo. I negoziati sono «l’unica via per porre fine alla guerra», ha dichiarato il presidente libanese Joseph Aoun, denunciando una «feroce aggressione» da parte di Israele, che sta intensificando la sua offensiva contro il movimento sostenuto dall’Iran.
L’esercito israeliano sta conducendo la sua più profonda incursione militare in Libano dal 2000, anno del suo ritiro dopo 18 anni di occupazione. Ha minacciato di colpire il movimento nella sua roccaforte nella periferia meridionale di Beirut, scatenando un esodo di massa dei residenti. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha citato «ripetute violazioni del cessate il fuoco» da parte di Hezbollah e attacchi contro il suo Paese. In questo contesto è arrivata la telefonata in cui Trump ha
definito Netanyahu «completamente pazzo» e lo ha accusato di mettere a repentaglio i negoziati di pace con l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha indicato sul suo social network Truth Social di aver chiesto al leader israeliano «di non lanciare un raid su larga scala su Beirut» e che Netanyahu aveva accettato di «far tornare indietro le sue truppe».
Trump ha anche affermato che Hezbollah aveva «accettato di cessare il fuoco contro Israele e i suoi soldati. Analogamente, Israele ha accettato di cessare il fuoco contro di loro». Anche il Libano ha annunciato che Hezbollah aveva accettato una proposta americana per una «cessazione reciproca degli attacchi». Ma le dichiarazioni hanno avuto scarso effetto sul campo, con gli scontri che sono proseguiti per tutta la notte. Hezbollah ha rivendicato la responsabilità di un attacco missilistico contro un carro armato israeliano avvenuto martedì 2 giugno a Hadatha, nel Libano meridionale, affermando su Telegram di combattere contro «l’avanzata delle forze israeliane». I combattenti hanno anche preso di mira quattro carri armati e soldati israeliani, secondo quanto riportato da Hezbollah. L’esercito israeliano ha riferito di aver intercettato due proiettili provenienti dal Libano, senza segnalare feriti.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SONO A SANTA MARGHERITA DI PULA TRA CORDONI DI SICUREZZA E GUARDIE ARMATE: SIAMO DIVENTATI UNA COLONIA ESTIVA DEI SOLDATI DI NETANYAHU
Al Forte Hotel Village sulla spiaggia di Santa Margherita di Pula a 30 chilometri da Cagliari è arrivato un centinaio di famiglie di riservisti dell’esercito israeliano. Era già accaduto l’anno scorso a Santa Teresa Gallura. L’accoglienza ha previsto un conrdone di sicurezza, ingressi presidiati e contingenti di guardie armate. Secondo le organizzazioni pro-Pal, spiega oggi Il Fatto Quotidiano, sono legati ai reduci di Gaza.
La manifestazione
Ieri qualche decina di manifestanti si è presentata con le bandiere palestinesi. Dopo i quattro di due giorni fa sono in programma altri voli di linea El Al da Tel Aviv per l’aeroporto di Elmas. La questura di Cagliari ha creato percorsi protetti. Con
giubotti antiproiettile e artificieri. «Un dispositivo di sicurezza normale quando si attendono voli sensibili», dice l’addetta stampa della questura al quotidiano. Soldati in licenza? «A noi non risulta – è la risposta invariabile – sono turisti con le loro famiglie».
«Sembra che la nuova colonia turistica dei simpatici giovani israeliani possa diventare la Sardegna», dice l’associazione Sardegna Palestina. «Grazie anche all’indefesso lavoro della nostra impareggiabile presidentissima, sempre sperando che non si trattengano troppo, come è avvenuto in altri bei posti del Mediterraneo».
Attualmente il resort è sorvegliato dall’Interpol. Gli ingressisono presidiati giorno e notte, compresi quelli da spiaggia.
(da agenzie)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
IN UN MONDO POLITICO DI CHIACCHIERE E INTRIGI DI PALAZZO, SILVIA E’ L’UNICA LEADER PROGRESSISTA CHE FA FATTI E SI IMPEGNA REALMENTE NEL SOCIALE
Il Comune di Genova dopo trenta anni torna a organizzare soggiorni estivi per over 65 a prezzi calmierati, un’iniziativa mirata a garantire la possibilità di fare una settimana di vacanza anzitutto a chi non se lo può permettere, ma in generale a tutti gli anziani soli che in questo modo possono trovare un’occasione di socialità ed entrare in una rete che li coinvolga per tutto l’anno.
L’iniziativa è stata presentata stamattina a Palazzo Tursi dalla sindaca Silvia Salis e dall’assessora al Welfare Cristina Lodi. “Siamo orgogliosi di tornare a organizzare i soggiorni estivi per anziani dopo trent’anni – commenta Salis -. Significa recuperare una misura che ci parla di cura, ma anche qualità della vita. Questo deve diventare uno strumento di socialità anche per chi può permettersi una vacanza, ma non ha lo stimolo di andarci da solo. In una città con così tante persone sole e un sistema di welfare peggiorato nei decenni è importante che ci sia una rete sociale per aumentare la qualità di vita. Ci impegneremo a garantire la massima diffusione. È una scelta che guarda alla prevenzione, alla socialità e alla possibilità di vivere un periodo delicato come l’estate all’insegna della partecipazione e dello svago.
I pacchetti vacanza per over 65 offerti dal Comune: prezzi, contributi e requisiti
Nel periodo compreso tra giugno e settembre 2026 saranno proposti soggiorni di 7 giorni e 6 notti in località marine, montane e collinari, compatibilmente con la disponibilità dei posti letto. Tra le destinazioni indicate vi sono Cavalese, Roccaforte di Mondovì, Falcade, Bellaria-Igea Marina e Riccione. Le strutture sono
state scelte con un occhio di riguardo all’accessibilità, cercando di contenere il più possibile la durata del viaggio. Al momento della candidatura si potranno esprimere tre preferenze in ordine di gradimento.
I pacchetti saranno proposti a quote calmierate, comprese indicativamente tra 300 e 600 euro a persona in base alla località e al periodo. Sono compresi il viaggio di andata e ritorno, la sistemazione in camera doppia presso strutture ricettive, il trattamento di pensione completa, attività ricreative, momenti di socializzazione e attività fisica dedicata ai partecipanti.
È previsto un contributo a carico del Comune che potrà arrivare al 100% in base all’Isee. Sopra la soglia dei 13mila euro si pagherà il prezzo pieno. I fondi sono disponibili grazie alla destinazione di una quota di utili delle Farmacie Genovesi destinati al progetto ColivinGenova, con un budget totale di 170mila euro.
Per beneficiare del contributo comunale sarà necessario essere già in carico ai servizi sociali alla data di pubblicazione del bando ed essere in possesso di un’attestazione Isee ordinario o socio-sanitario in corso di validità pari o inferiore a 13mila euro. Ma l’amministrazione comunale prevede un contributo economico specifico anche per chi presenta fragilità e ha un Isee più alto della soglia massima.
Con una novità assoluta: tra i criteri di priorità per l’accesso al contributo comunale è prevista anche la residenza o il domicilio in aree cittadine interessate da cantieri legati alle grandi opere, con l’obiettivo di sostenere chi vive in contesti urbani temporaneamente più esposti a disagi. Sarà dirimente anche l’ordine cronologico di presentazione delle domande.
Al momento sono 350 i posti disponibili. “Ma abbiamo già la possibilità di raddoppiarli – spiega Fulvia Veirana, presidente di Auser Genova -. Non possiamo bloccare gli alberghi senza sapere quante persone parteciperanno, ma siamo in condizione di ampliare l’offerta. I soggiorni saranno leggermente diversi ma avranno tutti attività in comune. come serate danzanti, tombola, attività dinamiche. Abbiamo pensato anche a gite da un giorno per spezzare un po’ la routine quotidiana per chi non potrà vivere i soggiorni”.
“Con questa misura vogliamo offrire alle persone anziane un’opportunità concreta di benessere, relazione e partecipazione sociale – dichiara l’assessora a Welfare, Terza età, Servizi sociali e Disabilità del Comune di Genova, Cristina Lodi -. I soggiorni estivi rappresentano uno strumento importante per contrastare solitudine e isolamento, fenomeni che nei mesi estivi possono accentuarsi soprattutto per le persone più fragili. Abbiamo costruito un modello accessibile, sostenibile e attento alle diverse esigenze, prevedendo quote calmierate e un sistema di contributi
progressivi che permetta anche a chi vive situazioni di difficoltà economica di partecipare. Particolare attenzione è stata riservata a chi è già seguito dai servizi territoriali e ai cittadini che vivono in quartieri interessati da cantieri complessi, perché riteniamo fondamentale mantenere alta la qualità della vita e rafforzare i percorsi di prossimità e inclusione. Questa sperimentazione si inserisce in una visione più ampia di welfare di comunità, capace di mettere al centro la persona e di valorizzare la socialità come elemento essenziale per il benessere e l’invecchiamento attivo”.
(da Genova24)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
GRAN PARTE DEI TAVOLI DI CRISI SI CONCLUDE CON VAGONATE DI CASSA INTEGRAZIONE E L’INTERVENTO NEL CAPITALE DI INVITALIA. SARÀ LA STESSA COSA PER IL CASO DEI LICENZIAMENTI DI ELECTROLUX?
Gli osservatori della vicenda Electrolux avevano pensato a un favorevole incrocio di calendario: il giorno dopo il tavolo ministeriale si riuniva a Roma l’assemblea nazionale della Confindustria con la partecipazione della premier Giorgia Meloni.
Un’occasione dunque per provare a fare qualche ipotesi, qualche passo in avanti nel delineare il tema della «competitività impari» tra Italia e Cina e di conseguenza fare da sponda alla soluzione del conflitto sindacati-Electrolux.
Purtroppo però non è stato così: nessuno ha citato la parola Electrolux e nemmeno alluso con evidenza. Ognuno è rimasto nella sua comfort zone: Confindustria che assiste la sua associata svedese (e non può smentirla) e il governo che ha chiesto il ritiro dei licenziamenti.
Le cronache però hanno raccontato di un’ampia concordanza di temi tra il presidente Emanuele Orsini e l’illustre ospite. Alla fine, come è accaduto in varie altre occasioni, la Ue è stato un punching ball tutto sommato facile per entrambi
Quello delle critiche serrate a Bruxelles è un registro che sposta le responsabilità altrove e favorisce la distensione nelle relazioni tra palazzo Chigi e gli industriali, anche se attira su Meloni gli strali dell’opposizione politica
Del resto la base imprenditoriale non ama certo le burocrazie europeiste, troppi dossier (dal packaging al Green Deal) congiurano in questa direzione e quindi anche il consenso — sia per Meloni sia per Orsini — in queste circostanze scorre facile.
È vero che Orsini ha dedicato enfasi all’analisi dello strapotere cinese nella manifattura parlando di rischi di desertificazione industriale dell’Europa (dal Covid ad oggi, solo per fare un esempio, la produzione industriale tedesca è scesa di 13 punti percentuali), ma non è entrato poi nella modalità construens, quella delle risposte.
Il nodo vero che però in qualche maniera emerge dal combinato disposto tra le difficoltà ai tavoli e l’assemblea confindustriale è che l’abbinata Meloni-Orsini funziona fino a un certo punto.
Nessuno può contestare al presidente degli industriali di curare da vicino le relazioni con il governo (sarebbe autolesionistico sostenere il contrario) e del resto gli imprenditori hanno votato alle politiche massicciamente per i partiti della
coalizione di governo. Insomma che la Confindustria conti su un governo amico dei suoi vertici e della sua base non può sorprendere più di tanto.
Del resto l’opposizione di centro-sinistra proprio in occasione dell’assemblea confindustriale ha dato una prova di sciatteria con la doppia assenza in sala sia di Elly Schlein sia di Giuseppe Conte. Quindi giusto tenere la barra sul governo, ma non fino al punto da mettere a repentaglio l’autonomia di giudizio dei corpi intermedi.
Prendiamo tutta la vicenda che ha portato prima agli esodati (!) del 5.0 e poi ai ritardi sull’iperammortamento (ancora non sono arrivati i decreti attuativi). Ci si sarebbe aspettati un piglio diverso nel sostenere le uniche policy orientate alla crescita e all’innovazione, forse anche una mobilitazione della base per esercitare la giusta pressione.
Per far uscire allo scoperto le perplessità del Mef e i contrasti che hanno diviso i ministri Urso e Giorgetti su diversi passaggi del provvedimento caro all’Ucimu e a uno dei settori di punta della specializzazione italiana, le macchine utensili e i robot
Il modello Orsini, invece, non prevede una Confindustria che punta sulle sue articolazioni territoriali e sulla loro vivacità bensì una postura decisamente romana, tutta centrata sul dialogo diplomatico con il governo. E in qualche maniera tutto ciò non permette che l’abbinata con Meloni si trasformi in una vera alleanza per lo sviluppo. Anche se a due sole voci.
Ormai siamo al tratto finale della legislatura e forse l’assemblea della Confindustria del 26 maggio era una delle poche occasioni disponibili per dare una sterzata. Che non c’è stata. Ci possiamo accontentare di estendere la Zes — richiesta di Orsini — o di seguire la complessa messa a terra del Piano Casa? La risposta è no.
Ma la strada che ci porta dalla crisi odierna alle elezioni politiche è irta di difficoltà e scadenze, non si può pensare di non illuminarla. All’assemblea degli imprenditori si chiedeva questo, non solo di distribuire un cahier de doleances.
Volenti o nolenti l’esito della vertenza Electrolux sarà comunque un banco di prova per il governo e la Confindustria. Dentro quel dossier ci sono temi di rilevanza strategica: che cosa deve fare la Ue per mitigare l’effetto dell’invasione di merci cinesi, la capacità di Roma di costruire un asse di Paesi volenterosi più sensibili ai temi della manifattura (Polonia, Germania, Francia, Svezia sicuramente) che individui nuove policy, la decisione di adottare o meno dazi seppur temporanei e seppur ristretti ad alcune tipologie di prodotto (lavatrici e frigoriferi, ad esempio).
E poi ci sono le politiche nazionali. Molti tavoli di crisi — è stato così per i divani
Natuzzi — si concludono con vagonate di cassa integrazione e l’intervento nel capitale di Invitalia. Sarà la stessa cosa per Electrolux?
Il ministro Urso — che l’opposizione ha tentato di delegittimare chiedendo che il dossier passasse direttamente a palazzo Chigi — giovedì 28 ha tentato di fare la voce grossa proprio a Bruxelles: «L’Industrial Accelerator Act che vuole proteggere l’industria europea non può entrare in vigore tra tre anni. Non troveremo più nulla da tutelare tra tre anni», ha dichiarato.
Qualche discontinuità sembra trapelare perché la Ue sta valutando di estendere le misure di protezione della siderurgia anche alla chimica e alle macchine utensili. Il commissario Stephane Sejourné ha denunciato infatti che in questo ultimo settore «un quarto delle imprese cinesi operano sul mercato unico in perdita» ovvero vendendo sotto costo. Forme di protezione saranno previste anche per gli elettrodomestici?I tempi delle decisioni europee sono sempre una scommessa e intanto il tavolo Electrolux è stato riconvocato a Roma per il 15 giugno. E al Mimit pare si stia lavorando sul cosiddetto schema Beko: la soluzione adottata per consentire la ristrutturazione del gruppo turco presente in Italia con più stabilimenti (ex Indesit ed ex Merloni).
Lo schema prevederebbe l’accantonamento dei licenziamenti collettivi, un piano di investimenti destinati all’innovazione dei prodotti e all’ammodernamento degli impianti, dimezzamento degli esuberi e impegno del governo a tutelare l’occupazione garantendo l’utilizzo degli ammortizzatori sociali o attivando strumenti aggiuntivi. Toccherà agli svedesi rispondere e alla Confindustria far valere la sua moral suasion.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
L’ATTACCO A TRUMP, PUTIN E NETANYAHU: “CI SONO SOCIOPATICI ALLA GUIDA DI POTENZE ENORMI CHE SCATENANO GUERRE PER I LORO ESCLUSIVI INTERESSI PERSONALI E FINISCE PER PAGARE LA POPOLAZIONE CIVILE”
“Io parlo con le mie canzoni e le mie canzoni parlano sole, mi schiero tramite loro”. Lo ha
detto Vasco Rossi, incontrando i giornalisti prima della data zero del suo tour Vasco Live 2026 allo stadio Romeo Neri di Rimini.
A chi gli chiedeva delle parole di Francesco De Gregori, e dell’imbarazzo che prova per chi fa appelli politici sul palco, il rocker ha osservato: “Rispetto De Gregori e il suo pensiero, anche perché ognuno poi fa quello che sente, secondo la propria coscienza”.
De Gregori, “ogni tanto ha delle opinioni molto personali, rispettabilissime – ha rimarcato Vasco -. Non è che dica cose sbagliate: è un modo di vedere le cose anche provocatorio, dal suo punto di vista. Non mi sono meravigliato per niente, perché lui è fatto così. Lui è un poeta, non è un politico, non fa discorsi per ottenere consenso. Di quelli ne abbiamo già abbastanza”.
Da «Vado al massimo» a «Un mondo migliore». Prima e ultima canzone. È dentro a questa parabola, riassunta nel finale del concerto dai titoli dei due brani a caratteri cubitali sui megaschermi, che si articola il Vasco-pensiero.
Si chiude, prima dei bis che con «Sally», «Siamo solo noi» (al basso c’è il Gallo) e «Vita spericolata» portano ai fuochi d’artificio di «Albachiara», con «l’idea di mondo che vorrei che non è questo: alla fine devono vincere la speranza, la gioia, l’amore puro e la certezza che la musica è una forma di resistenza attiva contro l’odio, la paura e la violenza e contro la legge del più forte»
In mezzo c’è la vita. Quella che Vasco racconta e in cui i fan (e un gran pezzo d’Italia) si identificano. Doppio concerto allo stadio di Rimini: venerdì il
soundcheck gratuito per 25 mila iscritti al fan club e altrettanti spettatori per la prima di ieri, cui seguiranno altri nove appuntamenti. «A giugno due cose sono certe: il caldo e i concerti di Vasco», ride il rocker.
Nella vita che scorre, c’è anche lo sguardo sull’attualità. La prima punzecchiatura subito. Durante «Fegato spappolato» le chitarre pestano e Vasco si adegua: «La droga è droga e anche il potere lo è. Quindi quelli al Governo sono dei drogati di m…».
A metà serata arriva «(Per quello che ho da fare) Faccio il militare», inno antimilitarista, quello di «non siamo mica gli americani… che loro possono sparare sugli indiani»: le note basse del susafono e le percussioni da marcia militare danno gravità mentre un soldato-burattino dal megaschermo ghigna con un sorriso inquietante.
«Incredibile quanto sia perfetta per quest’anno. Non sarei riuscito a riscriverla meglio — raccontava nei camerini —. A partire dagli anni ’50 la cultura americana ci ha impregnati, col rock, la Coca Cola e anche cose meno belle come Madonna. Sotto sotto pensavamo tutti di essere americani, e mi domandavo perché non votassimo anche noi per il presidente Usa visto che comandava anche qui. Ci siamo bruscamente risvegliati da questo sogno».
Se qualcuno si fosse distratto e non avesse colto il messaggio contro la guerra
arrivano in fila «Gli spari sopra» dedicata «a tutti i farabutti che governano questo mondo» e «C’è chi dice no».
La posizione è chiara, ma Vasco la articola: «Le canzoni parlano per me, io sono le mie canzoni. E si vede chiaramente la posizione che hanno: contro il potere, arrogante e prepotente, contro la legge della giungla che sta tornando d’attualità. Pensavamo di vivere in un mondo di diritto, invece stiamo regredendo di brutto: torneremo alle tribù. Ci sono sociopatici alla guida di potenze enormi che scatenano guerre per i loro esclusivi interessi personali e finisce per pagare la popolazione civile. Ma perché chi non arriva a fine mese vota un ricco sfondato? Probabilmente per la potenza della propaganda e dei sistemi di controllo popolazione raffinatissimi».
Insomma, non si tira indietro come l’amico De Gregori che ha detto di non capire i colleghi che prendono posizione su temi di attualità: «Lui è provocatorio, è un poeta, non un politico che cerca il consenso come Salvini».
Tanti i brani anni ’80 in scaletta, soprattutto nella prima parte dello show, sui quali da tempo non si soffermava e anche delle «prime» assolute come «Una nuova canzone per lei» e «Marea».
«È la scaletta delle canzoni mancanti, quelle che non c’erano mai, quelle che rimanevano sempre fuori. Una cavalcata incredibile di emozioni». Di più. Lui si
sente «acceleratore quantico di particelle emotive». Come quello che campeggia sui megaschermi all’inizio: sembra di essere nei sotterranei del Cern
Più riprese live che animazione e visual: funziona. Il palco di Vasco lo riconosci. Non solo perché c’è sempre un elemento a «V» a caratterizzarlo. È ferro e potenza, non va per il sottile.
La poesia ce la mettono le canzoni. Ce n’è in «Siamo soli» e in «Stupendo». Rabbia poca. Questa volta funziona di più l’ironia: i sorrisi, i gesti, il tono di «Alibi» e il capello da cowboy per «Tango… (della gelosia)».
Ultimo gli sta per rubare il record di biglietti venduti: «Modena Park resta il più leggendario concerto del rock mondiale. E il record comunque deve ancora essere infranto
(da Repubblica)
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