Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
UNA DELLE EVIDENTI “STORTURE” È L’ESCLUSIONE DEL TRENTINO ALTO ADIGE E DELLA VALLE D’AOSTA DAL CALCOLO TOTALE PER LA DEFINIZIONE DEL PREMIO DI MAGGIORANZA …L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER RISCHIA DI COLLIDERE CON LE PREROGATIVE DEL CAPO DELLO STATO DI NOMINARE IL CAPO DEL GOVERNO. L’IPOTESI È DI TORNARE ALLA FORMULAZIONE DEL PORCELLUM, CHE INDICAVA IL “CAPO DELLA COALIZIONE”
Il Melonellum è stato appena riscritto, ma si prepara a cambiare ancora. E ad emendarlo saranno gli stessi sherpa della maggioranza che si erano già corretti una prima volta, adesso pronti a lavorare a una terza stesura.
I dubbi di costituzionalità emersi nel corso dei contatti informali con gli uffici tecnici delle Camere e confermati da ambienti della Consulta — anticipati ieri da Repubblica — inducono in queste ore il centrodestra a valutare nuovi e importanti ritocchi. Modifiche che dovrebbero essere presentate in commissione Affari costituzionali della Camera prima dell’approdo in aula fissato per il 26 giugno.
Uno dei punti su cui la destra valuta opzioni alternative è il nodo del Trentino Alto Adige e della Valle d’Aosta. I cittadini di queste due regioni non possono concorrere alla definizione del premio di maggioranza. Un’evidente stortura, che gli autori del testo motivano con un nodo tecnico: quello di evitare alle minoranze linguistiche, a cui è garantita l’autonomia, il bivio di un’alleanza pre-elettorale.
Gli sherpa studiano comunque una correzione, consapevoli che l’attuale formulazione espone il ddl a ricorsi e a una potenziale bocciatura della Consulta (che andrebbe fra l’altro a incidere proprio sul premio, lasciando in piedi un sistema proporzionale puro).
E pure sui “candidati occulti”, quelli presenti nel listone del premio di maggioranza,
è aperta una riflessione: sono 35 al Senato e 70 alla Camera, ma chi vota ne vede solo una piccola porzione, violando il principio della conoscibilità dei candidati.Qui la soluzione appare ancora più complessa e sarà oggetto di un focus nei prossimi giorni. Quanto invece al nome del presidente del Consiglio apposto sul programma elettorale che rischia di collidere con le prerogative del capo dello Stato, gli uffici parlamentari hanno suggerito di tornare alla formulazione del Porcellum, che indicava semplicemente il “capo della coalizione”. Sul punto, però, Giorgia Meloni è irremovibile: senza questa norma, inutile approvare la nuova legge
Esattamente la questione che, insieme all’entità del premio e alle doppie liste bloccate, sta facendo fibrillare i progressisti. Costretti a scegliere con congruo anticipo, se questo articolo non verrà modificato, chi guiderà il campo largo. A individuare cioè il candidato premier e, prima ancora, le modalità per farlo.
Un rebus che la rivalità fra Giuseppe Conte ed Elly Schlein non aiuta certo a sciogliere. Quella che, lo sanno tutti, sta frenando anche il tavolo per definire il programma e il perimetro della coalizione: ancora mai convocato e al momento neppure alle viste. Rimandato sine die nonostante i ripetuti appelli di Avs e +Europa, che da settimane chiedono un incontro al vertice per sbloccare lo stallo. Divenuto ormai preoccupante pure per i pesi massimi del Pd.
Allarmati per l’accelerazione sul Melonellum, i big più dialoganti — da Dario
Franceschini a Goffredo Bettini — sarebbero scesi in pressing sia sulla segreteria dem sia sul capo del M5s per convincerli a stringere i tempi. Con risultati deludenti.
Per adesso l’unica certezza è che i due contendenti respingono l’ipotesi del papa straniero. Conte vuol fare le primarie, sicuro di poterle vincere. Mentre Schlein, pur pronta a correre, preferirebbe accordarsi per designare il leader del partito più votato.
(da Repubblica)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
UN DATO CHE EVIDENZIA COME GLI ATTACCHI SIANO PIÙ ESTESI DI QUANTO RICONOSCIUTO DALLA CASA BIANCA, MENTRE QUEGLI SCEMI DI GUERRA DI “THE DONALD” E HEGSETH HANNO SOSTENUTO PIÙ VOLTE CHE L’ESERCITO DI TEHERAN SIA STATO “ANNIENTATO” – GLI USA HANNO CHIESTO A PLANET, UNO DEI PRINCIPALI FORNITORI DI IMMAGINI SATELLITARI, DI IMPORRE UNA RESTRIZIONE “A TEMPO INDETERMINATO” SULLE NUOVE IMMAGINI DEL GOLFO PER NON FAR EMERGERE I DANNI SUBITI
Gli attacchi iraniani hanno causato danni maggiori alle infrastrutture militari
statunitensi in Medio Oriente di quanto l’amministrazione Trump sia disposta ad ammettere.
Un’analisi della BBC, pubblicata lunedì , rivela che gli attacchi della Repubblica islamica hanno causato danni per milioni di dollari ad almeno 20, e forse fino a 28, siti militari americani in otto paesi della regione da quando Donald Trump ha lanciato la sua guerra contro l’Iran alla fine di febbraio.
Trump ha ripetutamente affermato che le forze statunitensi hanno “distrutto”, “annientato” e “frantumato” le capacità militari del regime. Il Pentagono, nel frattempo, ha cercato di limitare le valutazioni dell’impatto sugli asset statunitensi facendo pressione su Planet, un importante fornitore di immagini satellitari, affinché limitasse l’accesso pubblico alle nuove immagini della regione.
Un aereo da allarme e controllo aereo Boeing E-3 Sentry statunitense danneggiato
in seguito a un attacco iraniano presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita.
La BBC afferma di essere stata comunque in grado di condurre la propria analisi utilizzando “immagini satellitari di altri fornitori internazionali combinate con immagini precedenti di Planet per monitorare i danni causati dagli attacchi iraniani”. I funzionari del Pentagono si sono rifiutati di commentare i risultati, per “motivi di sicurezza operativa”.
L’emittente elenca “tre sistemi di batterie antimissile balistiche all’avanguardia” in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti tra gli obiettivi statunitensi presi di mira dall’Iran negli ultimi mesi.
“Gli Stati Uniti sono noti per gestire solo otto batterie del sistema di difesa missilistica THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), dislocate in basi in tutto il mondo e con un costo di produzione di circa 1 miliardo di dollari”, scrive la BBC. “Ogni batteria necessita di un equipaggio di circa 100 soldati per funzionare, mentre i proiettili intercettori che spara costano circa 12,7 milioni di dollari l’uno.”
Un’immagine satellitare mostra i danni subiti dalla base navale Gli attacchi iraniani hanno anche danneggiato “gravemente” “aerei da rifornimento e da sorveglianza” in Arabia Saudita, nonché “bunker di stoccaggio del carburante, hangar per aerei e alloggi per truppe” in Kuwait.
La BBC osserva che, secondo le ultime stime del Pentagono, il costo dell’Operazione Epic Fury, come Trump ha ribattezzato la sua guerra contro l’Iran, si aggira sui 29 miliardi di dollari. I parlamentari democratici hanno criticato aspramente queste cifre, definendole una sottostima.
All’inizio di maggio Trump ha dichiarato la fine del conflitto. Il cessate il fuoco, mediato dal Pakistan, è tecnicamente ancora in vigore, ma è sottoposto a crescenti tensioni poiché i colloqui tra Washington e l’Iran non sono riusciti a produrre i termini per una pace duratura
Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth parla sul palco durante un evento speciale di America First Workers il 18 maggio 2026 a Hebron, nel Kentucky. Hegseth era presente per sostenere Ed Gallrein, candidato repubblicano al Congresso per il Kentucky, in occasione di un evento elettorale tenutosi il giorno prima delle elezioni primarie del Kentucky, dove Gallrein, appoggiato da Trump, si scontra con il deputato uscente Thomas Massie.
Il Pentagono, sotto la guida del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha tentato di limitare l’accesso alle immagini satellitari del Medio Oriente durante il corso della guerra
L’Iran non ha ancora riaperto lo Stretto di Hormuz, una via navigabile vitale nel Golfo Persico che trasporta un quinto della fornitura mondiale di petrolio ogni anno. La sua chiusura da febbraio ha fatto schizzare alle stelle i prezzi della benzina, con il prezzo medio nazionale al gallone negli Stati Uniti che ha raggiunto i 4,33 dollari il mese scorso.
Lunedì il Pentagono ha dichiarato di aver condotto, durante il fine settimana, “attacchi di autodifesa” contro obiettivi iraniani nel sud del Paese, in risposta all’abbattimento di un drone ad alta potenza in acque internazionali. L’Iran ha a sua volta affermato di aver preso di mira la base aerea da cui erano partiti gli attacchi, senza però nominarla.
L’ultima escalation ha nuovamente coinvolto il Kuwait, dove sabato missili balistici iraniani hanno preso di mira la base aerea di Ali Al Salem, gestita dagli Stati Uniti. La difesa aerea ha intercettato l’attacco, ma cinque persone, tra cui militari statunitensi e dipendenti civili, sono rimaste ferite dai detriti caduti.
Il presidente Donald Trump è apparso stordito mentre guardava fuori dal finestrino mentre lasciava la Casa Bianca per recarsi al Trump National Golf Club di Sterling, in Virginia, a Washington, DC, Stati Uniti, il 30 maggio 2026.
Trump si è concesso una partita a golf proprio mentre, questo fine settimana, si diffondeva la notizia che militari e contractor statunitensi erano rimasti feriti in un attacco iranian
Trump, non appena hanno cominciato a emergere le prime notizie sui feriti, è statoavvistato mentre si dirigeva al Trump National Golf Club di Sterling, in Virginia. Non ha ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’attacco
Quella stessa sera, tuttavia, il presidente ha pubblicato un post al vetriolo su Truth Social, criticando aspramente la CNN per la sua copertura dei negoziati di pace con l’Iran.
“La CNN, con le sue solite affermazioni, ha dichiarato oggi che il mio accordo sul nucleare iraniano non parla di nucleare, quando in realtà afferma, molto chiaramente, che l’Iran non avrà armi nucleari”, ha scritto.
Lunedì, intorno all’una di notte, Trump ha pubblicato un altro post, lamentandosi del fatto che la copertura mediatica negativa dei negoziati stia in qualche modo rendendo più difficile il raggiungimento di un accordo con l’Iran.
“L’Iran vuole davvero raggiungere un accordo, e sarà un buon accordo per gli Stati Uniti e per coloro che sono con noi”, ha scritto. “Ma i Democratici, e vari Repubblicani apparentemente antipatriottici, non capiscono che per me è MOLTO più difficile svolgere correttamente il mio lavoro e negoziare, quando i politicanti continuano a “cinguettare” negativamente, a livelli mai visti prima, ripetutamente, che dovrei agire più velocemente, o più lentamente, o entrare in guerra, o non entrare in guerra, o qualsiasi altra cosa?”.
(da .thedailybeast.com)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
INTANTO 12 MILIONI DI EURO RICEVUTI DALL’UE DOVRANNO ESSERE RESTITUITI PER VIA DEI RITARDI
Il Ponte sullo Stretto è già in ritardo e adesso lo certifica anche la stessa società Stretto di Messina. Nel bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2025, reperibile online dallo scorso 27 maggio, c’è scritto nero su bianco che ci sono 12 milioni di euro ricevuti dall’Unione europea a fine 2024 e ora da restituire, relativi al Contributo Finanziamento Europeo dei costi di progettazione esecutiva dell’opera, per via dello slittamento dei tempi.
Come ha evidenziato per primo Today.it, Nel bilancio, a pagina 101, si legge infatti:
“Con riferimento al debito per il contributo Connecting Europe Facility for
Transport (CEF-T 2023) relativo al cofinanziamento europeo dei costi di progettazione esecutiva dell’Opera, si segnala che, nel corso del mese di marzo 2026 è stata richiesta la risoluzione anticipata del Grant Agreement sottoscritto nel 2024 dalla Società con CINEA (Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency della Commissione Europea) a seguito dello slittamento temporale dell’iter approvativo del progetto oggetto di contributo, che ne comporta la conclusione oltre i termini massimi previsti da CINEA. Pertanto, SdM dovrà restituire l’importo – pari ad euro 12.375 mila, ricevuto nel mese di dicembre 2024 a titolo di anticipo, da parte del MIT per conto di CINEA – nei termini e alle condizioni che saranno indicate dalla stessa CINEA. L’importo in esame, pertanto, è stato riclassificato dalla voce “Risconti passivi” alla voce “Altri debiti”.
La somma dunque è stata riclassificata nel bilancio, dalla voce risconti passivi (cioè le quote di ricavi già incassati in via anticipata, ma di competenza economica di uno o più esercizi futuri) alla voce “altri debiti”, in attesa che l’agenzia europea Cinea (Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency della Commissione Europea), indichi i termini e le modalità di restituzione
Mentre l’opera rimane solo su carta, la Società Stretti di Messina, incaricata di progettare, realizzare e gestire il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, ha una struttura elefantiaca, che continua a crescere. Lo si vede dal bilancio, in cui si
specifica che la società può avvalersi di “personale di Società del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, in regime di distacco, per l’espletamento delle proprie attività”.
(da Fanpage)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
NELL’ELETTORATO DI CENTRODESTRA IL FAVORE VERSO IL NUCLEARE SFIORA L’80%, MENTRE CHI VOTA CENTROSINISTRA E’ DIVISO
Secondo il sondaggio realizzato da Only Numbers per la trasmissione Porta a Porta, il
56,4% degli italiani dichiara di sapere di cosa si parla quando si affronta il tema del nucleare di ultima generazione. Un dato già significativo, ma che diventa ancora più interessante se si guarda alle fasce anagrafiche: ad esempio, tra i più giovani la consapevolezza sale addirittura al 75%. È un elemento tutt’altro che marginale, perché racconta di una nuova generazione meno ideologica e più pragmatica, cresciuta dentro emergenze energetiche, inflazione e instabilità internazionale…
Ancora più rilevante è il dato sul consenso: il 54,9% degli intervistati si dichiara favorevole all’utilizzo del nucleare di nuova generazione come fonte di approvvigionamento energetico, confidando soprattutto nella possibilità di ridurre il costo delle bollette. In un Paese dove il peso dell’energia incide sempre di più sui bilanci familiari e sulle imprese, il tema economico sembra ormai prevalere sulle paure storiche legate all’atomo e alla radioattività. Anche perché gli italiani hanno toccato con mano quanto gli equilibri energetici internazionali possano diventare fragili da un momento all’altro.
Dalla guerra in Ucraina ai conflitti in Medio Oriente, fino al rischio legato al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui passa una parte fondamentale del petrolio mondiale. Ogni crisi geopolitica si traduce immediatamente in oscillazioni dei prezzi dell’energia, rincari e instabilità. Ed è proprio dentro questa incertezza globale che una parte crescente dell’opinione pubblica guarda verso il nucleare di nuova generazione come possibile garanzia di autonomia energetica e maggiore stabilità economica.
Naturalmente il consenso cambia sensibilmente a seconda dell’orientamento politico. Nell’elettorato di centrodestra il favore verso il nucleare sfiora l’80%
(78,5%), segno che l’argomento viene percepito come parte di una strategia nazionale di autonomia energetica e crescita industriale.
Sul fronte opposto, invece, emergono divisioni profonde. Gli unici elettorati apertamente favorevoli risultano quelli di Italia Viva, con il 77,2%, e di Azione, anche se con percentuali più contenute, intorno al 55,5%.
Più complessa la posizione degli elettori del Partito Democratico: il 48,3% si dichiara contrario, mentre il 40% favorevole. Un equilibrio che riflette le tensioni interne a un partito sospeso tra ambientalismo tradizionale e realismo industriale. Simile la situazione nel Movimento 5 Stelle, dove il 39,2% si dice favorevole contro il 46,4% dei contrari. I più ostili restano invece gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra, con il 58% contrario all’ipotesi.
Tuttavia, al di là delle appartenenze politiche, c’è un dato che attraversa in maniera trasversale tutto il campione: quasi un italiano su due, il 49,4%, è convinto che il nucleare di ultima generazione possa tradursi in un forte risparmio sulle bollette energetiche. E forse il dato più importante è proprio quel cittadino su quattro (24,2%) che non sa esprimersi.
Dentro questo scenario si spiega anche un altro dato sorprendente: il 40,8% degli intervistati si dichiara favorevole a tornare ad approvvigionarsi di gas russo, nonostante le restrizioni e la guerra in Ucraina. È un numero che racconta più il disagio economico che una posizione geopolitica. Quando le bollette aumentano, il
pragmatismo spesso prende il posto dei principi, e la sicurezza economica personale finisce per prevalere sulle grandi questioni internazionali.
(da agenzie)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
E L’ITALIA? NON PERVENUTA. E TE CREDO: DA SALVINI A CONTE FINO A VANNACCI, È IL PAESE CON PIÙ PUTINIANI DEL CONTINENTE
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ritiene che, fino al prossimo inverno, l’Ucraina abbia una “finestra di opportunità” per negoziare con la Russia e porre fine alla guerra. Lo ha detto in un’intervista a Cbs News, riportata dalla Ukrainska Pravda. Secondo lui dal dicembre 2025 la Russia ha iniziato a perdere l’iniziativa sul campo di battaglia, e ha condiviso queste informazioni con i partner americani. “A gennaio ho detto loro (ai partner, ndr) che, a mio parere, abbiamo una finestra di opportunità per i negoziati, perché ogni mese loro (i russi, ndr) perderanno sempre più uomini e per questo perderanno l’iniziativa sul campo di battaglia. Ora hanno iniziato ad attaccarci con massicci attacchi missilistici, e ancora una volta, il motivo principale per cui lo hanno fatto è che stanno iniziando a perdere sul campo di battagl
In un mese non sono riusciti a occupare più territorio di quanto ne abbiano perso nello stesso mese. Quindi ora abbiamo questa finestra di tempo prima dell’inverno. Perciò penso che… prima dell’inverno, dobbiamo trovare un modo, un modo diplomatico, per sederci e parlare. Ma dipende dalla pressione su Putin, dalla pressione nella sua società, e penso che stia aumentando, la pressione con le sanzioni – non per revocarle, ma per imporne di nuove. Questa è una buona cosa, questa è la via diplomatica”.
Riflettendo su chi potrebbe rappresentare l’Europa ai colloqui di pace in Ucraina, il presidente Volodymyr Zelensky ha menzionato il “formato a tre Paesi: Gran Bretagna, Francia e Germania. Questi tre Paesi, a mio avviso, possono agire come negoziatori”.
Lo ha detto in un’intervista a Cbs News, riportata dalla Ukrainska Pravda. “Ma abbiamo anche validi partner nei Paesi del Nord Europa – ha aggiunto – e, come sapete, la Turchia ha sempre voluto essere un mediatore, e abbiamo persino compiuto dei passi concreti con il ritorno dei nostri prigionieri di guerra. Anche questo è molto importante. Ma chi sarà alla fine? Spetta all’Ucraina e all’Europa decidere chi sarà, ed è altrettanto importante che la Russia sia pronta ai negoziati, al dialogo e all’Europa”.
(da agenzie)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
DAVIDE TABARELLI: “BISOGNA RIDURRE I CONSUMI. NON TANTO IL LIMITE DEI 30 KM IN CITTÀ, QUANTO LA VELOCITÀ SULLA RETE EXTRAURBANA. BISOGNA TORNARE ALLO SMART WORKING. PREOCCUPANO I COSTI PER LE IMPRESE, CHE PAGANO L’ELETTRICITÀ IL 20% IN PIÙ RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA… RIDURRE LA DIPENDENZA ENERGETICA DAI PAESI ESTERI È DIFFICILISSIMO PER TUTTA L’UE, CHE È ANCORA DIPENDENTE PER IL 57% DAI PAESI STRANIERI. LE DIRETTRICI SONO TRE: 1) DIVERSIFICARE LE FONTI DI APPROVVIGIONAMENTO; 2) RAGIONARE SUL NUCLEARE 3) L’EFFICIENTAMENTO ENERGETICO, SFRUTTANDO LE RISORSE NEL SOTTOSUOLO, IL NOSTRO PATRIMONIO IDROELETTRICO, IL POTENZIALE DELLA GEOTERMICA E L’EOLICO”
«Il taglio delle accise non è una misura lungimirante dato che porta a unariduzione
modesta dei costi: soltanto 15 centesimi al litro. Inoltre, l’uso dei fondi di Coesione europei per sostenere i consumi correnti presenta una contraddizione evidente: quei
soldi dovrebbero essere impiegati per interventi strutturali sui territori, non per misure emergenziali».
Il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, non ci gira intorno: «Sono contrario» all’intervento sulle imposte su benzina e gasolio. Ma nell’Italia colpita dalla crisi del Golfo Persico, che ormai ha superato i tre mesi, sono tanti i nodi energetici. Dalle rinnovabili al palo alla corsa per approvare il Ddl Nucleare, dalla dipendenza delle forniture estere fino alle pesanti ricadute sull’economia reale.
Perché è così critico sul taglio delle accise?
«Perché è una misura marginale che non solo aumenta il debito pubblico, ma è persino un beneficio per chi utilizza Suv e automobili che consumano molto. Piuttosto, quei fondi dovrebbero essere indirizzati verso la scuola, la sanità e le famiglie più fragili […] Francia e Germania hanno fatto scelte differenti. Ma non è una misura né equa né mirata. E in un momento di crisi come quello attuale, è fondamentale ridurre i consumi».
Come? Con le domeniche a piedi?
«Le domeniche a piedi sono una banalità, ma da non escludere. Oggi le strade sono altre e diverse: non tanto il limite dei 30 chilometri orari in città, quanto una riduzione della velocità sulla rete extraurbana. E, soprattutto, l’uso dello smart
working: l’abbiamo sperimentato durante la pandemia, funziona e diminuisce la mobilità. […]».
Tuttavia, la crisi energetica pesa sulle bollette.
«L’aumento del 40% cui si fa spesso riferimento riguarda il prezzo all’ingrosso, non la bolletta finale. Ed è anche vero che per le famiglie italiane i prezzi sono allineati alla media Ue. A preoccupare sono i costi per le imprese, che pagano l’elettricità circa il 20% in più rispetto alla media europea. […]»
Bisogna puntare una volta per tutte sull’autonomia energetica?
«Ridurre la dipendenza energetica dai Paesi esteri è strutturalmente difficilissimo.
Non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Da 50 anni ci proviamo, ma senza riuscirci davvero. Le direttrici sono tre. La prima è diversificare le fonti di approvvigionamento, come abbiamo fatto dal 2022 sostituendo il gas russo. La seconda è tornare a ragionare sui benefici del nucleare. La terza è l’efficientamento energetico, sfruttando le risorse nel sottosuolo, il nostro patrimonio idroelettrico, il potenziale della geotermica e l’eolico».
Un sondaggio di Only Numbers parla di un 55% di italiani a favore dell’uso del nucleare di ultima generazione. È l’ora di accelerare
«Da nuclearista convinto, dico di sì. Nelle grandi democrazie occidentali c’è paura riguardo i depositi delle scorie, gli incidenti e, persino, la bomba. Mentre i partiti di
sinistra più aperti all’industria e all’innovazione, comunque, faticano a trattare questi temi, che generano imbarazzo al loro interno».
«Va anche detto che in Italia la costruzione di un reattore richiedere tra gli 8 e i 10 anni, mentre Russia e Cina lo realizzano in tre, senza per ricorrere a tecnologie particolarmente innovative come i reattori modulari».
Resta comunque una energia pulita.
«E aggiungo: abbondante, prevedibile, sicura, indipendente e a basso costo. Dal 1987, post referendum abrogativo, dipendiamo dalla Francia per circa il 15% della nostra domanda elettrica. Quest’ultima ha ottenuto da SoftBank un investimento da 75 miliardi di dollari sull’intelligenza artificiale e sui data center proprio perché è dotata delle centrali nucleari».
Ecco, la crisi dello Stretto di Hormuz. Dopo la sua riapertura, può servire almeno un mese per il ritorno a un transito “normale” per le petroliere. Rotte alternative?
«Il mercato petrolifero non tornerà com’era prima. Per tre mesi l’Iran ha dimostrato che lo Stretto di Hormuz può essere bloccato. È una minaccia che resterà per sempre e deve spingere a investire verso infrastrutture di trasporto di gas e petrolio alternative.
In questo caso, ci sono pipeline esistenti o in parte dismesse da potenziare come l’oleodotto da Kirkuk, in Iraq, che arriva fino al Mediterraneo, passando attraverso la Turchia, con una capacità di circa un milione e mezzo di barili che potrebbe
essere potenziata. Così come può essere vitale il raddoppio del gasdotto da Abu Dhabi verso il Pacifico».
A tre mesi dallo scoppio del conflitto, l’Europa rischia la stagflazione?
«Sì, se il conflitto prosegue, il rischio c’è. La crescita dell’Europa è legata all’energia. E il continente è ancora dipendente per il 57% dall’estero».
(da agenzie)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
“LA SINISTRA NON HA SAPUTO TRASFORMARE LA VITTORIA DEL ‘NO’ AL REFERENDUM IN UNO STOP ALLE VELLEITÀ DELLA DESTRA DI DESTRUTTURARE L’ORDINAMENTO DEMOCRATICO E PARTECIPATIVO DISEGNATO DOPO IL 2 GIUGNO DEL 1946. IL MONDO SI STA COMPLICANDO. C’È LA TENDENZA DELLE DESTRE A PUNTARE SULLA CENTRALIZZAZIONE AUTORITARIA DEL POTERE”
In quelle ore memorabili Rino Formica aveva 19 anni e oggi, che di anni ne sono passati 80, è lui stesso che può restituire un’immagine vivida di quelle giornate: «Ricordo quel 2 giugno 1946: finalmente si poteva votare liberamente anche per i partiti ma in quelle ore di straordinaria passione popolare la scelta istituzionale fu persino più vissuta di quella partitica. Il popolo che votò per la Repubblica, scelse una nuova forma di Stato, condannava il passato e scommetteva sul proprio futuro».
Ma l’attualità permanente di quella giornata, Formica la individua in un dato interessante, trascurato da storici e da politici: «In quelle settimane nessuno capiva quanti fossero ancora i fascisti in Italia, ma il 2 giugno accaddero due cose. I fascisti parteciparono al referendum istituzionale che ebbe una partecipazione del 93%.
Ma non parteciparono alla competizione tra i partiti che infatti fu più bassa, del 90%. E dunque non sono stati gli altri partiti ad escludere la destra dal processo costituente, come si è ripetuto per decenni, ma il pensiero fascista fu escluso
all’origine, dal voto popolare che si svolse prima della elaborazione della Carta. E questo spiega tante cose di questi 80 anni, tanti revanscismi. Ma la battaglia continua…».
Novantanove anni, almeno ottanta vissuti con una inguaribile passione politica, barese, figlio di un ferroviere antifascista, un piglio anticonformista mai dismesso, per decenni dirigente socialista, più volte ministro, Rino Formica è uno dei rarissimi testimoni di quei giorni di svolta, dei quali mantiene nitida e duratura memoria.
Oggi si celebrano anniversari minori che si trasformano in rito consumistico e in discorsi retorici: l’ottantesimo del 2 giugno 1946 ha un'”anima” di lunga durata?
«Il rischio di una certa baldanza festaiola c’è e chi sicuramente saprà evitarla è il Presidente della Repubblica. L’anima di quella data sta scritta nella storia: i partiti della Resistenza chiesero agli elettori di votare su due schede: una per la scelta istituzionale e una per i partiti. In quelle settimane si determinò l’attesa per una partecipazione molto diversa alle due consultazioni: alta per il referendum, molto più bassa per i partiti. E invece la differenza fu minima, solamente 3 punti percentuali, e così i partiti democratici furono legittimati a scrivere la nuova Carta costituzionale che ora si prova a rimettere in discussione».
Però dal 1946 al 1994, alla destra politica non restò che prendere atto di quella esclusione: ogni tanto cercò di entrare nel gioco politico, ma in modo ininfluente?
«Fino al 1992 i tentativi della destra di entrare nell’ordinamento dello Stato e di provare a modificarlo sono timidi, ma altrettanto non si può dire per le azioni di terrorismo e di paraterrorismo coperti da un organismo sovranazionale come la destra della Nato, che attraverso corpi separati dello Stato fa due cose: da una parte copre la destra italiana, le dà una legittimazione seppur negativa, dall’altra indebolisce i partiti democratici».
Le modifiche costituzionali sono contemplate dalla Costituzione e la normativa bocciata nel recente referendum, nelle intenzioni intendeva contrastare una seria degenerazione lottizzatoria: perché diffidare sempre e comunque del revisionismo costituzionale della destra?
«Dopo la fine della Prima Repubblica, nel 1992-94 la destra prova ad entrare nel sistema come forza innovatrice proponendosi con due volti contraddittori. Prima il volto moralista, giustizialista: vuole il cappio. Una volta penetrata nel sistema diventa innocentista, garantista. E nei mesi scorsi ha cercato di usare l’arma della giustizia, con l’idea di superare la rottura storica del 1946 per arrivare ad un accentramento autoritario del potere, rendendo marginali gli organismi della rappresentanza popolare».
Ma il recente referendum sarà una data spartiacque?
«Non è detto. La sinistra ha capito che la partita non riguardava i ruoli dei magistrati, ma che occorreva affrontare una battaglia politica, perché in gioco c’era tutto l’ordinamento costituzionale. Ma la sinistra non ha saputo trasformare la vittoria del No in uno stop a tutte le velleità della destra di destrutturare tutto l’ordinamento democratico e partecipativo disegnato dopo il 2 giugno del 1946».
Lei aveva 20 anni quando la Costituzione fu approvata: nell’attuale mondo di super-poteri, il maggior pregio della Carta – pesi e contrappesi in equilibrio – le pare basti?
«Il mondo si sta complicando. C’è la tendenza delle destre a puntare sulla centralizzazione autoritaria del potere e al tempo stesso dobbiamo fare i conti con motori generatori di sviluppo diversi da quelli tradizionali. Ecco perché bisogna sapere adattare la Costituzione ad una più affinata qualità del sapere, ma di un sapere che non sia totalizzante. Un sapere che non divorzi mai da due valori costituzionali fondanti: la partecipazione popolare e l’umanità».
(da “la Stampa”)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
UNA RICETTA STANTIA PER IL RILANCIO DEL CARROCCIO, QUANDO ORMAI SIAMO ALLE ESEQUIE
«Un partito che voglia rispondere a tutte le istanze deve essere federalista. Ho
già detto parecchie volte che esiste un modello nato nel 1948 in Germania, che prevede un partito nazionale, la Cdu, con una costola locale bavarese (Csu)». Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto ex presidente di Regione, in un’intervista al Corriere della Sera offre la sua ricetta per il rilancio del Carroccio. Secondo l’ex governatore una scelta del genere trasformerebbe la Lega nel partito «più innovativo e più in grado di offrire una scelta interessante anche per i giovani».
La Lega federalista
Zaia ricorda che a breve, in Consiglio regionale, tornerà la legge di iniziativa popolare sul fine vita che fu bocciata nel 2024. «Confermo che voterò a favore», dice, sottolineando che la legge si pone l’obiettivo di colmare alcuni buchi della sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Primo non esiste un termine entro cui
l’Azienda sanitaria debba rispondere alla richiesta del paziente. Marco Cappato nei giorni scorsi ha sollevato il caso di una signora di 77 anni, Maria Cristina, malata terminale, che ha fatto richiesta il 5 marzo e non aveva avuto alcun riscontro. Il secondo buco: il servizio pubblico non garantisce la somministrazione del farmaco». Sul tema, secondo l’ex presidente del Veneto, «la politica deve fare un salto di qualità. Il fine vita deve essere una no-fly zone: i partiti devono lasciare libertà di coscienza, come peraltro ha fatto il segretario Salvini. Ci sono tanti esponenti politici le cui coscienze non collimano con la posizione del loro partito».
(da agenzie)
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Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ NON FARLI PAGARE ALLORA A CHI HA UN AUTO, A CHI STA AL TERZO PIANO, A CHI E’ CORNUTO, A CHI USA LA LAVATRICE DALLE 9 ALLE 10? … ORMAI SIAMO ALLA FOLLIA CON LA FISSA DELLA CRISI DEMOGRAFICA
Una donazione volontaria in base al numero di animali domestici presenti nelle famiglie del paese, destinata a sostenere quelle che invece hanno figli. È la proposta avanzata dal sindaco di San Giorgio su Legnano (Milano), Claudio Ruggeri, che ha scelto di lanciare l’idea attraverso un editoriale pubblicato sull’ultimo numero del periodico comunale.
Le motivazioni del sindaco
«Vediamo sempre più spesso giovani coppie che preferiscono allevare un animale di compagnia, forse perché meno impegnativo o, forse, per timore del futuro. Ognuno è libero chiaramente di fare ciò che desidera, ci mancherebbe», ha dichiarato il sindaco. «Però dubito che il Labrador di casa vi possa, un giorno, pagare la pensione. Lo farà sicuramente il figlio o la figlia di qualcun altro, che
dovrà pagarla indistintamente sia ai propri cari che l’hanno messo al mondo sia a chiunque altro», ha aggiunto.
La pressione fiscale
Nel suo ragionamento, il sindaco richiama anche il tema della pressione fiscale sulle famiglie con figli, sottolineando come alcune voci di spesa comunali ricadano direttamente sui nuclei familiari. Tra gli esempi citati dal primo cittadini, la tariffa rifiuti e i costi dei servizi scolastici, in particolare la mensa. «C’è una discreta parte della cittadinanza che utilizza i servizi comunali (Tari esclusa) solo occasionalmente, per esempio per rinnovare la carta di identità. Sarebbe bello che costoro contribuiscano, in modo volontario e libero ma consapevole, ad alleviare le famiglie nel loro percorso di crescita dei figli», ha affermato il primo cittadino.
La proposta del sindaco: «Donate 20 euro all’anno»
«Lancio una provocazione, donare almeno 20 euro all’anno per ogni animale domestico posseduto. A San Giorgio su Legnano sono registrati circa 850 cani, senza contare i gatti o altre specie animali. Se ognuno li versasse, sarebbe un bell’aiuto per i 280 alunni della scuola primaria. Un segnale concreto di una comunità attenta e che si fa carico dei più piccoli, i bambini», ha concluso il sindaco.
(da agenzie)
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