Destra di Popolo.net

“POTEVI RESTARE A CASA A FARE LE POLPETTE AL SUGO”: IL COMMENTO SESSISTA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE DI MONOPOLI

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

QUESTO E’ IL LIVELLO DEI SOVRANISTI: LE DONNE AI FORNELLI

«Potevi restare a casa a fare le polpette al sugo. Mado’ che bontà». È il commento via social network di Aldo Zazzera, presidente del Consiglio comunale di Monopoli, in provincia di Bari, in Puglia, sotto un post dedicato al Pride di Elly Schlein. Un messaggio dai chiari toni sessisti indirizzato alla segretaria nazionale del Partito Democratico, che ha scatenato immediatamente l’indignazione del Pd monopolitano, che in una nota condanna duramente il commento pubblicato sui social.
Il commento sotto il post del Pride
Il caso è montato dopo che la leader dem ha condiviso sulle sue piattaforme social alcune immagini che testimoniavano la sua presenza al Roma Pride. Tra le varie interazioni è balzata all’occhio quella del presidente dell’assise cittadina
monopolitana, che ha scritto testualmente: «Oggi domenica potevi restare a casa a fare due polpette al sugo. Mado’ che bontà». La sortita non è passata inosservata ed è stata immediatamente intercettata dal Partito Democratico di Monopoli, che ha diramato una nota ufficiale per stigmatizzare l’episodio, bollando il commento come «vergognoso».
La replica dei dem: «Visione da libri di storia»
Per i rappresentanti locali del centrosinistra non si tratta di una semplice uscita goliardica o di una critica politica legittima, bensì della spia di un’arretratezza culturale radicata. «Dietro quelle parole riaffiora un’idea che pensavamo relegata ai libri di storia», attaccano i democratici nel comunicato, sottolineando come l’intento fosse quello di riproporre uno stereotipo patriarcale, confinando la figura femminile alle sole mansioni domestiche e negandone lo spessore e il ruolo nei luoghi della rappresentanza e delle istituzioni pubbliche. Secondo i dem, inoltre, il fatto che l’attacco sia arrivato proprio sotto le immagini del Pride dimostrerebbe una profonda insofferenza verso i temi dell’inclusione, della parità e dei diritti civili.
L’appello alle consigliere di maggioranza
La sezione locale del Pd ha deciso di chiamare in causa direttamente le assessore e le consigliere comunali che sostengono la maggioranza di centrodestra a Monopoli, esortandole a non restare in silenzio di fronte alle parole della seconda carica del Comune: «Ritengono davvero che tutto questo possa essere liquidato come una battuta?», si domandano i dem, convinti che la mancata condanna dell’episodio da parte delle donne della coalizione di governo equivarrebbe a un tacito assenso. La nota si chiude con un messaggio netto sul diritto all’autodeterminazione delle donne nella società odierna: «Il tempo in cui alle donne veniva imposto quale fosse il loro posto è finito. Il posto delle donne lo scelgono le donne stesse».

(da agenzie)

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MA L’UCRAINA NON AVEVA PERSO LA GUERRA? I DRONI DI KIEV COLPISCONO LA SIBERIA, A 1800 KM DALLA FRONTIERA, E MANDANO NEL PANICO PUTIN

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

L’ULTIMA GENERAZIONE DI VELIVOLI, GLI HORNET PRODOTTI IN UCRAINA DALLA SOCIETÀ DI ERIC SCHMIDT (EX CEO DI GOOGLE), PILOTATI DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, SONO INVISIBILI: INDIVIDUANO DA SOLI I MEZZI IN MOVIMENTO E LI DISTRUGGE…. DECISIVO ANCHE ELON MUSK: DA QUANDO HA OSCURATO STARLINK ALLA RUSSIA, L’ESERCITO È COSTRETTO AD AFFIDARSI ALLE ANTENNE IN BIELORUSSIA

Tyumen è una città della Siberia, cuore di un giacimento colossale di gas e petrolio. La frontiera ucraina si trova a più di 1800 chilometri, ma questa distanza non è bastata a renderla immune dagli attacchi. Almeno due droni sono esplosi sulla raffineria, provocando un incendio nell’impianto che produce otto milioni di tonnellate di carburante l’anno.
Si tratta di un altro primato, attribuito alle bombe volanti Fire Point che avrebbero percorso almeno 2000 chilometri dalle postazioni di lancio. Non ci sono più santuari: il raggio d’azione dei robot killer di Kiev continua ad estendersi. Per aumentare l’autonomia, riducono il carico bellico ma in una raffineria bastano pochi chili di esplosivo per appiccare roghi terribili. L’intera Russia è sotto tiro e ogni raid rappresenta un colpo alla credibilità di Vladimir Putin.
La situazione più preoccupante per il Cremlino è quella della Crimea, la penisola invasa nel 2014 è di fatto sotto assedio. Ieri ci sono state due incursioni nel giro di poche ore. Hanno preso di mira i terminal all’estremità del viadotto più importante: dal lato russo il porto di Kavkaz, dal versante della Crimea quello di Kerch.
Hanno colpito tre traghetti usati per trasportare mezzi militari e diversi serbatoi di combustibile. Ma – stando al comunicato del comando ucraino – sarebbero state distrutte anche una batteria di missili terra-aria S400 e un sistema contraereo Pantsir.
E l’indebolimento delle difese appare la premessa a un attacco contro il viadotto di Kerch, l’opera simbolo dell’occupazione già devastata da un camion bomba nell’ottobre 2022 e più volte bersagliata con barchini telecomandati. Il disegno è chiaro: dividere la Crimea dalla Russia.
L’ultima generazione di droni – gli Hornet, progettati dalla società dell’ex ceo di Google Erich Schmidt e costruiti in Ucraina – sono diventati un incubo: sono pilotati dall’intelligenza artificiale, che individua i mezzi in movimento sulle strade e li distrugge.
Sono stati schierati il 23 maggio e da allora i vertici di Kiev sostengono abbiano incendiato 10.443 tra camion, autocisterne e pullman. Il numero forse è esagerato, ma le arterie che vanno dalla Crimea a Mariupol e Melitopol – e da lì riforniscono il fronte meridionale della campagna di Mosca – sono disseminate di veicoli carbonizzati.
Neppure la scorta di furgoni zeppi di mitragliatrici riesce a proteggere i convogli, con il risultato di lasciare le truppe in prima linea a corto di benzina e munizioni. Solo le strade che portano al Donbass da nord permettono ancora di alimentare l’armata russa: supportano gli assalti alle città di Lyman e Kostiantynivka, gli unici che proseguono a testa bassa.
L’organizzazione dell’esercito di Mosca continua a pagare un prezzo altissimo per l’oscuramento delle connessioni satellitari Starlink, deciso a inizio anno dalla compagnia di Elon Musk
Secondo l’intelligence di Kiev, per proseguire i bombardamenti dei loro droni sull’Ucraina, i russi hanno piazzato ripetitori e ponti radio in Bielorussia. Minsk inoltre avrebbe aumentato l’attività delle sue raffinerie per compensare quelle messe fuori uso in Russia. Un contributo che venerdì scorso ha provocato un ultimatum a Lukashenko del presidente Zelensky: «Se entro una settimana le antenne non verranno rimosse, le toglieremo di mezzo noi: ogni giorno causano la morte dei nostri civili. E lo stesso faremo con l’industria petrolifera: impediremo ai russi di avere il carburante e i profitti delle esportazioni che usano contro di noi».
Una minaccia che potrebbe determinare una nuova escalation della guerra. Nella primavera del 2022 Lukashenko ha permesso all’armata di Putin di utilizzare il suo territorio per marciare contro la capitale ucraina. Poi da lì non ci sono stati altri assalti diretti, ma il sostegno bielorusso alla macchina bellica del Cremlino cresce senza sosta.

(da Repubblica)

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LA GUERRA DEL FUTURO SI COMBATTE CON DRONI DAL VALORE DI POCHI DOLLARI: LE DIFESE AEREE RUSSE FATICANO CONTRO I DRONI UCRAINI CHE COLPISCONO LA CATENA D’APPROVVIGIONAMENTO DELL’ARMATA DI MOSCA,SE IL FRONTE NON VIENE RIFORNITO, I MILITARI RUSSI VANNO IN DIFFICOLTÀ

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

I VELIVOLI DI KIEV, COSTRUITI IN VETRORESINA PER SFUGGIRE AI RADAR, STANNO CAMBIANDO IL MODO DI COMBATTERE. L’OBIETTIVO NON È PIÙ DISTRUGGERE UN CARRO ARMATO O UNA POSTAZIONE, MA RENDERE INSTABILE L’INTERO FLUSSO DEI RIFORNIMENTI

La capacità di controllare «tutto ciò che transita nella parte meridionale del territorio occupato, in particolare dalla Crimea è a portata di mano». O, meglio, di
drone. Parla di «razioni da fame» per le forze russe il gruppo di ricerca indipendente ucraino Deep State.
Un’espressione che spiega bene come la nuova campagna ucraina dei droni non punti più soltanto a colpire i mezzi russi sulla linea del fronte ma abbia come obiettivo strozzarne la logistica.
Il principio è semplice: senza carburante, munizioni e rete di collegamenti sicura, la massa delle forze disponibili perde efficacia. Per questo Kiev sposta il baricentro degli attacchi verso il retrofronte, verso ciò che consente ai russi di continuare a combattere nel Sud e lungo il corridoio della Crimea.
Un «blocco logistico» volto a «distruggere sistematicamente le capacità russe» ben oltre le linee del fronte e a «privarle della capacità di condurre operazioni di assalto», lo ha definito il mese scorso il giovane ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov. Tradotto: il genio militare ucraino sta cambiando il modo di fare la guerra.
Zona di minaccia La novità più importante è l’uso dei droni come strumento d’interdizione operativa. In sostanza, l’obiettivo non è più soltanto distruggere un carro armato o una postazione, ma rendere instabile l’intero flusso dei rifornimenti.
Si allarga la zona di minaccia oltre il contatto diretto, creando le cosiddette kill zone , zone di uccisione estese: aree in cui i convogli possono essere colpiti non appena si muovono, lungo strade, ponti e assi di rifornimento. Alcune tratte diventano proibitive, ad altissimo rischio. Mosca è costretta a deviare i convogli, frammentare i carichi e proteggere le retrovie.
I target si possono dividere in quattro categorie. La prima riguarda i mezzi di rifornimento, soprattutto autocisterne e camion per carburante e munizioni. La seconda: infrastrutture energetiche, che sostengono la vita economica e militare delle aree occupate.
La terza: ponti, attraversamenti e assi di comunicazione, passaggi obbligati che concentrano il traffico logistico russo. La quarta include gli assetti militari di supporto, come i veicoli corazzati che proteggono o accompagnano il flusso dei rifornimenti.
Il punto è evidente: se le vie terrestri alternative diventano più vulnerabili, il passaggio diventa ancora più essenziale per mantenere il collegamento tra la Russia e la penisola. Secondo l’Isw, l’Ucraina ha riconquistato un vantaggio complessivo nel campo dei droni e ha schierato sistemi capaci di colpire il nemico lungo tutta la
profondità operativa, degradando le linee logistiche e complicando il sostegno alle offensive.
La campagna a raggio intermedio intensificata dalla primavera — almeno 150 gli attacchi documentati — avrebbe prodotto un effetto preciso: ridurre la capacità russa di muovere rifornimenti e rinforzi con continuità. Gli ultimi raid mostrano questa evoluzione. Secondo il comandante delle Forze per i sistemi senza pilota, il maggiore Robert Madyar Brovdi, le unità ucraine hanno colpito quattro stazioni di compressione del gas in Crimea, nelle aree di Zhuravlivka, Aromatne, Kliuchi e Lokhivka. Hanno centrato un ponte che collega la penisola alle forze russe nel Sud dell’Ucraina, oltre ad autocisterne, veicoli corazzati. Il grosso degli attacchi si è verificato dall’inizio di maggio, con più raid contro infrastrutture portuali e navi

(da “Corriere della Sera”)

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LA LEGGE ELETTORALE È UN CAMPO MINATO PER L’ARMATA BRANCA-MELONI: ALLA CAMERA LA MAGGIORANZA PENSA DI PORRE LA FIDUCIA SUL TESTO DELLO “STABILICUM”. UNA MOSSA PER RIMANDARE IL TEMA DELLE PREFERENZE CHE SPACCA I PARTITI DI CENTRODESTRA

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

FDI È PRONTA A PRESENTARE UNA “CORREZIONE” PER REINSERIRE L’INDICAZIONE DEI CANDIDATI, MA FORZA ITALIA E LEGA SONO CONTRARIE… IN CASO DI BLINDATURA DEL PROVVEDIMENTO, NON È PREVISTO IL VOTO SUGLI EMENDAMENTI. LE OPPOSIZIONI ATTACCANO: “BASTA FORZATURE”

Il dito sarà puntato contro le opposizioni colpevoli di aver dilatato i tempi dell’esame della legge elettorale. Ma sullo sfondo di una eventuale richiesta di fiducia in Aula alla Camera, in realtà, ci sono gli emendamenti che Fratelli d’Italia presenterà per inserire le preferenze e che, in caso di blindatura del provvedimento, non verrebbero votati.
Si inizia oggi e la strada è tortuosa. La commissione Affari costituzionali tornerà a riunirsi per concludere l’esame della legge elettorale solo dopo il voto di fiducia al provvedimento sul piano casa. E molto dipenderà dai voti sugli ordini del giorno.
Per rispettare il timing, la legge elettorale deve essere licenziata dalla commissione entro questa settimana per poi approdare in Aula entro la fine del mese. Solo così la maggioranza potrà sfruttare il contingentamento dei tempi e approvare il testo entro la metà di luglio.
Se così non sarà, il rischio, per la maggioranza, è di doverla calendarizzare nuovamente, arrivando così al mese di luglio e senza tempi contingentati. Due le strade. Portare il testo in Aula senza mandato al relatore.
Ciò significa che i partiti di maggioranza voterebbero l’ultima delle quattro proposte di modifica da loro presentate e poi licenzierebbero il testo senza passare all’esame degli emendamenti successivi, tra cui quelli sulle preferenze. «Mi auguro solo che la commissione riesca a discutere tutto, senza forzature», dice la 5 stelle Vittoria Baldino.
Oppure se non si fa in tempo e se il testo dovesse slittare a luglio, sul tavolo c’è l’arma della fiducia, per arrivare comunque ad approvare la legge entro la metà del mese prossimo.
Il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, in un’intervista a Repubblica si è detto convinto che venerdì la legge elettorale approderà in discussione generale alla Camera e «la settimana dopo dovremmo approvarla. Io personalmente spero di non usare la fiducia a Montecitorio — ha detto — anche se Renzi la pose».
Valutazioni in corso. Da un lato c’è la tentazione, da parte del governo, di porre la fiducia in Aula ed evitare così di andare alla conta sulle preferenze e dall’altro c’è il ragionamento opposto: portare al voto l’emendamento di FdI.
Ma in che modo? Il voto è segreto e i Fratelli – dicono in maggioranza – potrebbero far mancare alcuni sì alla proposta di modifica. Le defezioni, sommate al no degli altri partiti di maggioranza e di parte delle opposizioni, garantirebbero ai colleghi leghisti e azzurri la bocciatura delle preferenze. Se passassero, hanno minacciato, salterebbe l’intera legge elettorale.

(da “la Repubblica”)

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PIER SILVIO VUOLE “DE-VANNACCIZZARE” MEDIASET E MANDA IN CONGEDO I GIORNALISTI FAN DEL GENERALE: LA PRIMA TESTA A CADERE DOVREBBE ESSERE QUELLA DI MARIO GIORDANO. IL PROGRAMMA “FUORI DAL CORO”, IN ONDA OGNI DOMENICA SU RETE4, SI AVVIA ALLA CHIUSURA

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IL FORMAT, TRA STAZIONI ALLO SBANDO E SERVIZI SULLE PERIFERIA IN MANO AI MIGRANTI, È UNA MINIERA D’ORO PER FUTURO NAZIONALE… IL POSTO DI GIORDANO, CHE DOVREBBE TRASLOCARE SU ITALIA UNO, POTREBBE PRENDERLO UN PROGRAMMA DI MILO INFANTE

Inizia la de-vannaccizzazione delle reti Mediaset. I vertici di Cologno Monzese stanno mettendo in congedo i fan del generale. La prima testa a cadere dovrebbe essere quella di Mario Giordano.
Il programma Fuori dal coro, in onda tutte le settimane la domenica su Rete 4, si avvia alla chiusura. Il format è una miniera per Futuro nazionale tra stazioni allo sbando e periferie in mano a migranti.
Al suo posto in prima serata dovrebbe sbarcare un programma di cronaca condotto dal neo-arrivo Milo Infante. Giordano dovrebbe essere dirottato verso Italia uno. C’è però anche un’altra ipotesi sul tavolo: il trasloco di Realpolitik di Tommaso Labate in prima serata la domenica sera, con Milo Infante in onda il martedì.
Al mercoledì sera, fascia attualmente occupata da Realpolitik, dovrebbe sbarcare È sempre Cartabianca di Bianca Berlinguer.
La voce che circola è che non vorrebbe più essere in concorrenza di Dimartedì, su La7, che continua a macinare ascolti importanti. Per ora è confermato Paolo Del Debbio il giovedì sera e Nicola Porro il lunedì. Conferme in vista pure per Gianluigi Nuzzi (Dentro la notizia e Quarto grado).

(da agenzie)

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I GELATI CONFEZIONATI SONO SEMPRE PIÙ PICCOLI E LA COLPA È DELLA “SHRINKFLATION”: I PRODUTTORI RIDUCONO IL VOLUME DEI PRODOTTI, MANTENENDONE INVARIATO IL PREZZO (COSÌ LORO RISPARMIANO E NOI CONSUMATORI MAGNAMO DI MENO)

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

ALCUNI ESEMPI: LA “COPPA DEL NONNO”, NEL 2021, PESAVA 70 GRAMMI, OGGI 65. IL “MAGNUM CLASSIC” PESA QUATTRO GRAMMI IN MENO – IL “MAXIBON” È PASSATO DA 102 A 96 GRAMMI – QUANTO VALE IL MERCATO DEI GELATI CONFEZIONATI: SOLO NEL NOSTRO PAESE 3 MILIARDI E 400 MILIONI

I gelati confezionati sono sempre più piccoli. Per colpa della shrinkflation. Ovvero di quella pratica dei produttori di ridurre il peso o il volume dei prodotti mantenendone invariato il prezzo. È un modo come un altro per aumentare il prezzo di un prodotto. La Stampa fa una serie di esempi: «Una Coppa del Nonno pesava 70 grammi nel 2021, oggi 65. Un Magnum classico pesava quattro grammi in meno. Un Maxibon di Nestlé è passato da 102 a 96 grammi», dice Antonella Borrometi, alimentarista di Altroconsumo.
L’anno scorso le vendite di gelati confezionati hanno raggiunto una mole di circa 3 miliardi e 400 milioni secondo l’Unione Italiana Food. La produzione ha chiuso con 261 mila tonnellate di gelati. Il segmento delle vaschette ha segnato un +28% nel quinquennio 2021-2025, trainato dal consumo domestico accelerato durante la pandemia. Il valore della produzione in Italia è il primo in Europa, il terzo per volume dopo Germania e Francia. E sulla shrinkflation c’è un monitoraggio di Federconsumatori.
Nel 2022 un gelato stecco pesava in media 120 ml, oggi 100 ml. Con un prezzo aumentato, tra l’altro, del 14%. In un cono confezionato la quantità è diminuita dell’8% e il prezzo al chilogrammo è cresciuto da 16 a 20 euro. Il ghiacciolo, invece, ha perso in media sei millilitri.

(da Open)

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SONO ARRIVATE LE DIMISSIONI DI KEIR STARMER

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

I TEMPI DEL PASSAGGIO DI CONSEGNE ALLA GUIDA DEL GOVERNO

Il premier britannico Keir Starmer ha parlato davanti al numero 10 di Downing Street annunciando le sue dimissioni. Starmer ha rivendicato i meriti del suo governo ma ha detto che il Labour ha bisogno di una nuova leadership.
Le dimissioni
Le voci di dimissioni di Starmer hanno cominciato a circolare dopo la vittoria di Andy Burnham in un’importante elezione suppletiva che ha spianato la strada alla sfida per la leadership. Secondo le regole del Partito Laburista, il leader del partito di centrosinistra deve essere un membro del Parlamento. Se Starmer dovess
lasciare l’incarico quest’anno, la Gran Bretagna si ritroverebbe con il settimo primo ministro in un decennio, un ricambio senza precedenti nella sua storia moderna. Sessantatré anni, ex avvocato, Starmer ha sempre dichiarato che si sarebbe opposto a qualsiasi tentativo di destituirlo. Ma la schiacciante vittoria di Burnham nel collegio elettorale di Makerfield, nel nord-ovest della Gran Bretagna, sembra averlo indotto a un ripensamento.
Le prossime mosse
Donald Trump aveva previsto l’imminente addio scrivendo su Truth: «Keir Starmer si dimetterà». Il Presidente, che aveva un buon rapporto con Starmer prima che la guerra con l’Iran lo incrinasse, ha accusato il premier di aver fallito sulle politiche in materia di immigrazione ed energia. Starmer, che secondo i sondaggi è profondamente impopolare tra gli elettori, avrebbe trascorso il fine settimana con la sua famiglia a Chequers, la residenza estiva dei primi ministri, per colloqui con gli alleati. Il Guardian riporta che con la sua cerchia ristretta ha lavorato al discorso di dimissioni. Secondo il quotidiano, la tempistica più probabile prevede che Starmer rimanga in carica fino a dopo l’estate, con la presentazione del nuovo leader al congresso del partito a fine settembre.

(da agenzie)

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BANNON SULLA LITE TRA MELONI E TRUMP: “LEI LO HA TRADITO E CI SARANNO CONSEGUENZE, LEI ORMAI E’ UNA GLOBALISTA TOTALE”

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IL MOVIMENTO MAGA POTREBBE ORIENTARSI VERSO VANNACCI: “NESSUNO NEGLI USA LA PRENDE PIU’ SERIAMENTE”

In un’intervista con Repubblica Steve Bannon comincia in maniera sibillina: «Ci saranno conseguenze» dopo lo scontro. Il manager della prima campagna elettorale di Trump aveva anche partecipato ad Atreju. Poi, secondo Bannon, Meloni ha tradito: «Lei era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale. Ha giocato il gioco dell’Unione europea perché le servivano i soldi, e quello della Nato. Parla tanto dell’Ucraina, ma quando si tratta di mandare finanziamenti e truppe cambia la canzone. Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante, perché non ha risorse economiche e militari per sostenerlo. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa».
Il tradimento di Giorgia
«Quando gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di un alleato che si schierasse e sostenesse uno sforzo navale congiunto, per mantenere aperte le rotte di Hormuz, del Mar Rosso e di Suez, dove passano il petrolio e il gas diretti verso l’Europa, lei si è tirata indietro», aggiunge per spiegare l’ostilità di Trump. «Come ho detto ormai per anni, Meloni non è mai stata un ponte per il presidente verso l’Europa. Questa era una fantasia costruita da lei stessa». E minaccia: «Le azioni nocive e dannose di Meloni contro l’America, durante un tempo di guerra, non verranno dimenticate presto». La conclusione è chiarissima: «Lei non è un’amica degli Stati Uniti e ci saranno conseguenze».

(da agenzie)

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ARMI E DISTILLATI

Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile

TRA GUERRA, AMORE E GIN TONIC, L’IMPRESA ALCOLICA DI CROSETTO

«Abbiamo una vasta scelta di etichette», dice il ragazzo dietro al bancone. Sulle mensole attaccate alle pareti si possono contare in effetti almeno cento bottiglie di gin. Tutte immobili, in attesa di essere prima scelte e poi gustate. «È inutile che scansioni il Qr Code – continua il ragazzo – Così ci impieghi una vita. Dimmi cosa ti piace e io te lo servo».
E allora vada per il distillato al profumo dei limoni di Positano e quello coi fiori colti nel giardino di re Carlo, a Buckingham Palace. Un sorso, due sorsi. E intorno, a parte il giovane dietro al bancone, nessun altro. L’atmosfera, al civico 77 di via Giuseppe Gioacchino Belli a Roma, nel cuore del ricco quartiere Prati, è mesta. Nella gintoneria della capitale, intorno alle 22 di un caldo mercoledì d’estate, le luci sono soffuse, gli unici due tavolini disponibili vuoti. Lo stesso vale per i pochi sgabelli presenti all’ingresso.
In neanche quaranta metri quadri risuona la musica che arriva dalla radio: ad ascoltarla con attenzione sono solo le scimmie stampate sulla carta da parati di un tramezzo. Danno un tocco di esotico a questo posto dagli stili diversi. Le simil maioliche sul pavimento ricordano la Costiera, mentre il corridoio che conduce nei bagni fa pensare ad Amsterdam. Appesa a una colonna c’è la statuetta di una Madonna sotto vetro che recita: «In case of emergency break glass».
Gin Lane è il nome del locale, a due passi dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. «Siamo qui da tre anni», dice il ragazzo che serve i drink. Da qualche settimana, ha scoperto Domani, l’attività commerciale, controllata e amministrata dall’imprenditore quarantenne Valerio Marafante, ha però un socio potente in più. Si tratta di Guido Crosetto, ministro della Difesa, che è azionista assieme a sua
moglie, l’ex pallavolista Gaia Saponaro.
Armi e distillati
La coppia è entrata nel business dei distillati il 13 aprile scorso, quando ha acquistato una quota della gintoneria attraverso la Gigi Core. E cioè per mezzo di un’altra società, questa nuova di zecca, costituita dal numero uno del dicastero di via XX Settembre e consorte.
In pratica Crosetto e Saponaro, il 23 marzo 2026, hanno costituito con 20mila euro di capitale la Gigi Core, società di consulenza con sede legale all’Eur. E qualche settimana dopo, attraverso la loro nuova azienda, hanno comprato il 25 per cento di Gin Lane.
L’operazione è stata realizzata mentre Crosetto come ministro era impegnato nella più grave crisi energetica della storia, come l’ha definita l’Aie: proprio durante le prime settimane della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con lo stretto di Hormuz bloccato e le cancellerie internazionali in stato d’allarme. Erano i giorni in cui il cofondatore di FdI, rimpatriato l’1 marzo da Dubai a seguito dell’ormai nota trasferta senza scorta o servizi al seguito, era chiamato a prendere scelte importanti per il paese.
Erano anche i giorni in cui il meloniano era al centro delle polemiche per le diverse versioni fornite sul suo viaggio, giustificato prima dalla «volontà di unirsi alla famiglia» poi da imprecisati «impegni istituzionali», tra cui l’unico pubblicizzato (fatto ex post) con il sottosegretario alla Difesa degli Emirati, Mohammed bin Mubarak al Mazrouei.
Tra gite negli Emirati, missili nei cieli del Golfo e gin, dunque: è nata così la nuova avventura baristico-imprenditoriale del ministro e di sua moglie. Tra gli altri soci della gintoneria, oltre a Marafante che detiene la quota di maggioranza (45 per cento), ci sono anche Edoardo Anacleti (20 per cento) e Simone Saviano (10 per cento).
Quest’ultimo è anche consigliere d’amministrazione di una cooperativa, la Siar, che ha una piccola quota di partecipazione nella Team Service. Un particolare interessante, perché secondo documenti pubblici ottenuti da Domani la Team Service fa affari milionari con la Difesa: da quando Crosetto è ministro, ha avuto commesse a sei zeri con Esercito, Marina militare, Direzione d’intendenza della Difesa e Agenzia industrie Difesa. Ovviamente tutte legali e che nulla hanno a che fare con la gintoneria.
Gli affari
La Gigi Core non è il primo investimento privato di Crosetto. In principio fu la Csc & Partners, azienda fondata nel 2021 da lui, dalla moglie e dal figlio Alessandro. Oggetto sociale: attività di lobbying. Il politico, che di quell’azienda era amministratore e socio di maggioranza, non ha mai voluto spiegare chi siano stati i suoi clienti, se ad esempio tra questi ci fossero anche aziende del settore degli armamenti con le quali, da titolare del dicastero, avrebbe poi potuto avere a che fare.
Di certo, poco prima di diventare ministro, quando alcuni giornali iniziarono ad interessarsi di questa sua attività privata, lui dichiarò che avrebbe chiuso l’impresa. «Da privato e libero cittadino – scrisse – in questi anni ho costruito una bella società di consulenza, con mia moglie e mio figlio. Sono fatto così male che, adesso che una mia amica, che fino a due giorni fa non contava, conterà, ho deciso di liquidarla perché nessuno possa fare illazioni!».
Era il settembre 2022, la sua nomina governativa era pronta e sarebbe stata ufficializzata ad ottobre. La Csc è stata messa in liquidazione a dicembre, tre mesi dopo l’annuncio, e Crosetto non ha mai chiarito quali sono state le aziende che hanno permesso alla sua impresa di lobbying di registrare in soli due anni di vita – lo dicono i bilanci – 717mila euro di fatturato e 440mila euro di utile netto. Un margine netto del 61 per cento, roba da fare invidia anche a cinture nere della redditività come BlackRock, Apple o Meta.
Fratelli Mangione
E ancora. Una volta nominato ministro, Crosetto era azionista di altre tre imprese molto particolari: Torsanguigna, Zanardelli e Apollinare. Tre srl basate a Roma, attive nei servizi di bed and breakfast, nelle quali il responsabile della Difesa italiana aveva investito insieme ad alcuni soci: due ex bandiere della Lazio, Beppe Favalli e Giuliano Giannichedda, e due fratelli imprenditori del settore hospitality, Gaetano e Giovanni Mangione.
In informative e carte giudiziarie, i Mangione sono stati accostati più volte a nomi di peso della criminalità romana. Gente come Massimo Carminati. I legami sono sempre stati respinti dai due, secondo i quali Carminati era solo un cliente del loro ristorante. In un caso, per un’operazione di riciclaggio internazionale, i Mangione erano anche finiti indagati con il sospetto di aver ripulito i soldi della mafia.
La vicenda si è però conclusa con il proscioglimento totale deciso dal gup di Roma
L’unico vero inciampo giudiziario degli ex soci del ministro riguarda Gaetano Mangione: nel 2019 ha patteggiato 18 mesi per peculato, l’accusa era di non aver versato al comune di Roma 176mila euro di tasse di soggiorno riscosse da un suo albergo. Alla fine la norma su questo tipo di contestazione è cambiata grazie a un decreto dell’allora governo Conte, la sentenza nei confronti di Mangione è stata revocata e lui si è così potuto limitare a pagare una sanzione.
Tutto ciò non ha comunque spinto Crosetto a evitare di affiancare il suo nome a quello dei Mangione. Anzi, anche una volta diventato ministro ha continuato ad essere socio dei due fratelli nei bed and breakfast romani. Lo è stato fino al 16 aprile 2025, due anni e mezzo dopo l’inizio dell’incarico governativo, quando è uscito dalle tre imprese in questione. Risultato? Come ha rivelato Domani, Crosetto ha venduto le sue quote a Gaetano Mangione incassando da quest’ultimo un totale di 257mila euro.
Oggi, se si leggono le dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito del ministero, Crosetto non risulta essere azionista di alcuna società, né in Italia né all’estero. Questo almeno dice l’ultima rendicontazione relativa al 2025. A oltre sei mesi dall’inizio dell’anno il ministro non ha ancora caricato il documento relativo al 2026, altrimenti avrebbe dovuto segnalare il suo interesse nella Gigi Core Srl.
Niente di illegale, come nulla di illecito c’è nel fatto di essere stato proprietario di una società di lobbying fino al momento di diventare ministro, oppure di essere stato socio dei fratelli Mangione. Solo questione di trasparenza e opportunità da parte di un ministro che, proprio mentre doveva decidere che cosa fare per limitare i danni derivanti dalla crisi in Medio Oriente, ha trovato il tempo per iniziare la sua nuova avventura imprenditoriale: investire in una gintoneria.

(da EditorialeDomani)

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