Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
OGGI IL TAVOLO DI COORDINAMENTO DEI TERRITORI, PENSATO DAL VICEPREMIER PER RICOMPATTARE IL PARTITO
«Adoro la democrazia e il confronto con chi non la pensa come me». Matteo Salvini liquida
così gli striscioni comparsi in alcune città a sostegno di Luca Zaia segretario della Lega. E, nello stesso passaggio, ribadisce di non avere alcuna intenzione di farsi da parte: «I militanti mi hanno chiesto l’anno scorso di lavorare per altri quattro anni e questo farò».
Quanto agli autori dei manifesti, il leader del Carroccio scherza: «Non lo so, mica faccio l’ispettore Derrick».
Dovrebbe essere infatti quello di Massimiliano Fedriga il primo nome della nuova fase leghista. Nel tardo pomeriggio di oggi, alla riunione inaugurale del Tavolo di coordinamento dei territori che si terrà online, Salvini dovrebbe chiedere ufficialmente al presidente del Friuli Venezia Giulia di assumerne la guida e diventare il punto di riferimento dell’organismo chiamato a mettere in rete sindaci, governatori e amministratori del Carroccio.
Una scelta che vale più di una semplice nomina organizzativa. Arriva infatti in un momento in cui il leader della Lega prova a tenere insieme una classe dirigente attraversata da sensibilità differenti, tra i governatori del Nord e gli esponenti della Lega nazionale e sovranista, in una fase segnata dalla rottura con Roberto Vannacci e dal sorpasso di Futuro Nazionale nei sondaggi.
Non è un caso che proprio alla vigilia del debutto del nuovo organismo Salvini abbia affidato ai militanti un messaggio dal sapore quasi programmatico. Nella newsletter domenicale inviata agli iscritti, il segretario ha contrapposto il lavoro sui territori alle indiscrezioni sulle tensioni interne, rivendicando la necessità di «ascoltare cittadini e amministratori, costruire soluzioni e lavorare per il bene del Paese».
Puntare su Fedriga, che sabato dalla provincia di Udine ha evitato di alimentare le polemiche interne, rappresenta anche un segnale a Zaia. Mentre l’ex governatore veneto continua a sostenere una riforma dello statuto in chiave federale, su
modello dell’alleanza tra Csu e Cdu in Germania, Salvini sceglie di rafforzare il peso dei governatori senza mettere mano all’architettura del partito.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I RAPPORTI TRA ITALIA E USA RIDOTTI A SCARAMUCCE SOCIAL
Ora Meloni cerca di stravolgere la narrazione: da ponte con gli Usa a leader anti Trump. Ma a che prezzo? Non ci sono precedenti nella storia delle relazioni con Washington. Mai nessun leader aveva trasformato la politica estera in una scaramuccia social. Lo spiega a Fanpage.it, Riccardo Alcaro, analista geopolitico presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI).
Giorgia Meloni vuole tracciare una linea e stravolgere la narrazione, più volte riproposta dai suoi, che negli ultimi hanno decritto la premier come un ponte tra Stati Uniti e Italia. Il litigio con Trump, avvenuto pubblicamente a mezzo social come un dissing qualsiasi, risponde a una precisa strategia di ricollocamento interno. La vicinanza al tycoon non ha pagato. Ora la premer vuole porsi come una leader anti Trump e sperare così di riacchiappare quella parte di elettorato andata verso Vannacci. Ma a che prezzo? Non era mai accaduto niente di simile nella storia delle relazioni con gli Usa. Mai nessun leader aveva trasformato la politica estera in una scaramuccia social, in un meme da affidare alla bulimia di algoritmi e piattaforme. Lo spiega bene a Fanpage.it, Riccardo Alcaro, analista geopolitico presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI).
Abbiamo tutti assistito allo scontro social tra Trump e Meloni. Non ci sono precedenti simili nella storia dei rapporti tra Roma e Washington. C’è chi dice che la premier ha fatto bene a “rimettere” il presidente Usa “al suo posto” e chi sostiene, invece, che la politica estera non può essere ridotta all’asilo. Qual è il suo giudizio?
In generale non ci sono precedenti rispetto a questo tipo di politica internazionale: ostentata, pubblica sui social, fatta ad uso e consumo del pubblico interno, con scarso riguardo rispetto alle potenziali implicazioni e con totale divaricazione fra l’origine e le ragioni della lite rispetto alla sostanza delle politiche e degli interessi su cui si costruiscono cooperazioni o rivalità fra Stati. Questa è una novità che è stata introdotta dal modus estremente non ortodosso di fare politica di Donald Trump, che spesso indulge in questo tipo di polemiche, da asilo appunto, con un linguaggio scarno, povero, pieno di insulti, bugie, millanterie. Ma soprattutto che cerca una sorta di rissa verbale. Giorgia Meloni ha deciso di adeguarsi, anzi di rilanciare, perché nelle sue risposte è stata più dura di quanto fosse stato il
presidente americano. Dal mio punto di vista c’è un’immaturità in termini di capacità di ergersi a donna di Stato, ma soprattutto c’è un calcolo di politica interna.
A questo proposito, distinguiamo i due piani. A livello di politica estera è stato giusto rispondere in quel modo a Trump?
No assolutamente. Non c’era alcuna reale opportunità di rispondere così al presidente degli Stati Uniti dal punto di vista generale dell’interesse italiano. Si può rispondere senza necessariamente utilizzare gli stessi toni. A mio parere “rimettere a posto il presidente americano” è un’espressione un po’ ridicola. Non è così che ci si comporta a livello di leader o ci si dovrebbe comportare. Stiamo parlando di rapporti fra Stati, fra nazioni che coinvolgono milioni di persone, la sicurezza dei territori, degli interessi economici. Non è uno scontro verbale fra due persone e basta. E poi figuriamoci se il premier italiano può mettere in riga il presidente degli Stati Uniti. Una risposta più istituzionale, ma altrettanto ferma, sarebbe stata auspicabile. È vero però, che nell’epoca moderna il linguaggio politico vive di questo tipo di scontro, fatto di contenuti aggressivi. Da questo punto di vista sicuramente c’è una una strategia di origine interna, legata alla relazione con Trump su cui Meloni ha puntato, assorbendo, senza mai criticare, questioni di sostanza su cui il presidente stava veramente danneggiando interessi di sicurezza ed economici, non solo dell’Europa ma anche dell’Italia. Pensiamo alle tariffe, ma anche all’Ucraina, alla minaccia sulla Groenlandia, alla pretesa di spese militari impossibilmente alte, tanto più per un Paese come l’Italia, a un linguaggio spesso insultante nei confronti dei leader europei e a una dichiarata, aperta, opposizione nei confronti dell’integrazione europea. Quest’ultima, per quanto sia una questione su cui Meloni è tiepida, è anche un tema su cui la premier ha imparato a essere molto pragmatica, in considerazione del fatto che l’Italia non può fare a meno della cornice europea. Ecco, su tutto questo c’è stato silenzio o quantomeno, passività. Poi è arrivata la guerra contro l’Iran e i conseguenti effetti sui prezzi dell’energia, gli attacchi personali di Trump a Papa Leone e la sconfitta di Meloni al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia che hanno un po’ rimescolato le carte e hanno fatto vedere quanto la vicinanza a Trump sia un deficit elettorale.
Sul piano interno invece? È un tentativo efficace per riconquistare consenso?
Negli ultimi mesi si sperava che si potesse arrivare a una ricucitura al G7. Poi invece, le intemperanze di Trump hanno fatto cambiare completamente idea a Meloni, che adesso si deve collocare come una leader nazionalista di destra anti
trumpiana. È anche il modo migliore per lei per proteggersi da questo enorme problema che l’è nato a destra grazie all’improvvida sagacia politica di Matteo Salvini: ovvero Roberto Vannacci.
Senta, è possibile che qualcosa al G7 sia andato storto tra le delegazioni? Il retroscena dei fastidi di Trump per il video in cui Meloni embra rimproverare e puntargli il dito contro può avere influito sulla Casa Bianca o le motivazioni sono quelle che conosciamo, del mancato aiuto in Iran e del no all’utilizzo delle basi?
Ma guardi, io penso che purtroppo la prima interpretazione sia plausibile. Non posso dirle se è vera perché non sono nella testa di Donald Trump, però la ritengo plausibile. È vero che in un caso il governo italiano, in ottemperanza agli accordi specifici fra Italia e Stati Uniti, ha rifiutato l’uso di una base italiana per alcuni veicoli aerei americani che sarebbero stati poi impegnati direttamente nei bombardamenti iraniani. Però per il resto, le basi americane in Italia sono rimaste aperte, lo spazio aereo non è mai stato chiuso e le critiche italiane alla guerra americana contro l’Iran sono state praticamente nulle fino a dopo il referendum e dopo gli attacchi contro Papa Leone. In quel caso Meloni ha voluto tracciare la linea, chiarendo che l’interesse italiano non è asservito alla guerra americana. Ma non è andata oltre questo. Ha causato una prima rottura ma lo considero più un pretesto. Di fatto l’Italia non ha davvero complicato il lavoro degli americani. Il vero problema, come sempre con Trump, è una questione di rapporti personali. Trump era abituato a vedere in Meloni non tanto un partner o un’interlocutrice privilegiata ma una sodale fedele. Trump interpreta le relazioni internazionali in chiave, non solo personalistica ma gerarchica, e dal suo punto di vista Meloni aveva commesso un peccato.
Quale?
Il peccato di non avere dimostrato la dovuta deferenza dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti e soprattutto, della premier italiana nei confronti del presidente americano. Quando sono circolati quei video, alla luce dell’esperienza che abbiamo di Trump, è del tutto plausibile che lo abbiano indispettito. Tant’è che, chiamato da un giornalista italiano che voleva parlare di Iran e Ucraina, lui ha voluto portare il discorso su Meloni per ribadire la sua delusione, che andava avanti già da mesi. Questa era la vera questione. Meloni, dopo avere scommesso che si potesse ricucire dietro le quinte, ora ha preso una decisione completamente diversa. Tuttavia, mentre le dichiarazioni di Trump sono offensive, sul senso del ridicolo, le risposte
di Meloni sono molto più di rottura. Ha pubblicato un video e ha fatto degli attacchi molto pesanti. Il primo quando dice “gradirei che questo approccio lo avessi nei confronti degli avversari degli Stati Uniti”. Il secondo quando suggerisce a Trump di preoccuparsi dei suoi sondaggi, alludendo al fatto che siano peggiori. Questa strategia di attacco frontale secondo me causerà problemi all’Italia.
Cosa rischiamo secondo lei?
Trump è molto vendicativo. Ad esempio, a marzo scorso il Dipartimento del Commercio aveva chiuso a nostro vantaggio un’indagine su tariffe potenziali sulla pasta italiana esportata dagli Stati Uniti, che oggi potrebbe essere riaperta. Per fortuna Trump oggi ha meno discrezionalità sulle tariffe di quanto ce l’avesse prima della sentenza della Corte Suprema. Ma l’arma non è completamente spuntata, quindi ci si potrebbe aspettare qualcosa.
Insieme ai dazi si è parlato anche del gnl.
In questo caso direi di no. Il gas naturale liquefatto è un prodotto fungibile e quindi viene determinato dalla domanda e offerta a livello mondiale. Però ci possono essere ricadute, ad esempio, sul fronte degli investimenti e del clima politico fra le due nazioni che possono compromettere la collaborazione. In generale, non credo più di tanto. Alla fine questa lite è più una “coreografia”, per così dire. Quello che mi colpisce è che Meloni ha chiaramente deciso che l’associazione con Trump poteva diventare, come dicono gli inglesi, un “albatross appeso al collo” e trascinarla giù, soprattutto di fronte all’emergere di un trumpista come Vannacci. Ha preso la palla al balzo per fare un distanziamento totale. È una mossa politica che osa molto. Vedremo come andrà avanti. Quello che resta da tutto questo è l’insostenibile leggerezza della politica internazionale di oggi, in cui i rapporti fra Stati e questioni di grande rilievo sono ridotte a una scaramuccia, quasi a una forma di meme per i relativamente pochi elettori che stanno sui social.
(da Fanpage)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
QUESTO E’ IL LIVELLO DEI SOVRANISTI: LE DONNE AI FORNELLI
«Potevi restare a casa a fare le polpette al sugo. Mado’ che bontà». È il commento via social
network di Aldo Zazzera, presidente del Consiglio comunale di Monopoli, in provincia di Bari, in Puglia, sotto un post dedicato al Pride di Elly Schlein. Un messaggio dai chiari toni sessisti indirizzato alla segretaria nazionale del Partito Democratico, che ha scatenato immediatamente l’indignazione del Pd monopolitano, che in una nota condanna duramente il commento pubblicato sui social.
Il commento sotto il post del Pride
Il caso è montato dopo che la leader dem ha condiviso sulle sue piattaforme social alcune immagini che testimoniavano la sua presenza al Roma Pride. Tra le varie interazioni è balzata all’occhio quella del presidente dell’assise cittadina
monopolitana, che ha scritto testualmente: «Oggi domenica potevi restare a casa a fare due polpette al sugo. Mado’ che bontà». La sortita non è passata inosservata ed è stata immediatamente intercettata dal Partito Democratico di Monopoli, che ha diramato una nota ufficiale per stigmatizzare l’episodio, bollando il commento come «vergognoso».
La replica dei dem: «Visione da libri di storia»
Per i rappresentanti locali del centrosinistra non si tratta di una semplice uscita goliardica o di una critica politica legittima, bensì della spia di un’arretratezza culturale radicata. «Dietro quelle parole riaffiora un’idea che pensavamo relegata ai libri di storia», attaccano i democratici nel comunicato, sottolineando come l’intento fosse quello di riproporre uno stereotipo patriarcale, confinando la figura femminile alle sole mansioni domestiche e negandone lo spessore e il ruolo nei luoghi della rappresentanza e delle istituzioni pubbliche. Secondo i dem, inoltre, il fatto che l’attacco sia arrivato proprio sotto le immagini del Pride dimostrerebbe una profonda insofferenza verso i temi dell’inclusione, della parità e dei diritti civili.
L’appello alle consigliere di maggioranza
La sezione locale del Pd ha deciso di chiamare in causa direttamente le assessore e le consigliere comunali che sostengono la maggioranza di centrodestra a Monopoli, esortandole a non restare in silenzio di fronte alle parole della seconda carica del Comune: «Ritengono davvero che tutto questo possa essere liquidato come una battuta?», si domandano i dem, convinti che la mancata condanna dell’episodio da parte delle donne della coalizione di governo equivarrebbe a un tacito assenso. La nota si chiude con un messaggio netto sul diritto all’autodeterminazione delle donne nella società odierna: «Il tempo in cui alle donne veniva imposto quale fosse il loro posto è finito. Il posto delle donne lo scelgono le donne stesse».
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’ULTIMA GENERAZIONE DI VELIVOLI, GLI HORNET PRODOTTI IN UCRAINA DALLA SOCIETÀ DI ERIC SCHMIDT (EX CEO DI GOOGLE), PILOTATI DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, SONO INVISIBILI: INDIVIDUANO DA SOLI I MEZZI IN MOVIMENTO E LI DISTRUGGE…. DECISIVO ANCHE ELON MUSK: DA QUANDO HA OSCURATO STARLINK ALLA RUSSIA, L’ESERCITO È COSTRETTO AD AFFIDARSI ALLE ANTENNE IN BIELORUSSIA
Tyumen è una città della Siberia, cuore di un giacimento colossale di gas e petrolio. La frontiera ucraina si trova a più di 1800 chilometri, ma questa distanza non è bastata a renderla immune dagli attacchi. Almeno due droni sono esplosi sulla raffineria, provocando un incendio nell’impianto che produce otto milioni di tonnellate di carburante l’anno.
Si tratta di un altro primato, attribuito alle bombe volanti Fire Point che avrebbero percorso almeno 2000 chilometri dalle postazioni di lancio. Non ci sono più santuari: il raggio d’azione dei robot killer di Kiev continua ad estendersi. Per aumentare l’autonomia, riducono il carico bellico ma in una raffineria bastano pochi chili di esplosivo per appiccare roghi terribili. L’intera Russia è sotto tiro e ogni raid rappresenta un colpo alla credibilità di Vladimir Putin.
La situazione più preoccupante per il Cremlino è quella della Crimea, la penisola invasa nel 2014 è di fatto sotto assedio. Ieri ci sono state due incursioni nel giro di poche ore. Hanno preso di mira i terminal all’estremità del viadotto più importante: dal lato russo il porto di Kavkaz, dal versante della Crimea quello di Kerch.
Hanno colpito tre traghetti usati per trasportare mezzi militari e diversi serbatoi di combustibile. Ma – stando al comunicato del comando ucraino – sarebbero state distrutte anche una batteria di missili terra-aria S400 e un sistema contraereo Pantsir.
E l’indebolimento delle difese appare la premessa a un attacco contro il viadotto di Kerch, l’opera simbolo dell’occupazione già devastata da un camion bomba nell’ottobre 2022 e più volte bersagliata con barchini telecomandati. Il disegno è chiaro: dividere la Crimea dalla Russia.
L’ultima generazione di droni – gli Hornet, progettati dalla società dell’ex ceo di Google Erich Schmidt e costruiti in Ucraina – sono diventati un incubo: sono pilotati dall’intelligenza artificiale, che individua i mezzi in movimento sulle strade e li distrugge.
Sono stati schierati il 23 maggio e da allora i vertici di Kiev sostengono abbiano incendiato 10.443 tra camion, autocisterne e pullman. Il numero forse è esagerato, ma le arterie che vanno dalla Crimea a Mariupol e Melitopol – e da lì riforniscono il fronte meridionale della campagna di Mosca – sono disseminate di veicoli carbonizzati.
Neppure la scorta di furgoni zeppi di mitragliatrici riesce a proteggere i convogli, con il risultato di lasciare le truppe in prima linea a corto di benzina e munizioni. Solo le strade che portano al Donbass da nord permettono ancora di alimentare l’armata russa: supportano gli assalti alle città di Lyman e Kostiantynivka, gli unici che proseguono a testa bassa.
L’organizzazione dell’esercito di Mosca continua a pagare un prezzo altissimo per l’oscuramento delle connessioni satellitari Starlink, deciso a inizio anno dalla compagnia di Elon Musk
Secondo l’intelligence di Kiev, per proseguire i bombardamenti dei loro droni sull’Ucraina, i russi hanno piazzato ripetitori e ponti radio in Bielorussia. Minsk inoltre avrebbe aumentato l’attività delle sue raffinerie per compensare quelle messe fuori uso in Russia. Un contributo che venerdì scorso ha provocato un ultimatum a Lukashenko del presidente Zelensky: «Se entro una settimana le antenne non verranno rimosse, le toglieremo di mezzo noi: ogni giorno causano la morte dei nostri civili. E lo stesso faremo con l’industria petrolifera: impediremo ai russi di avere il carburante e i profitti delle esportazioni che usano contro di noi».
Una minaccia che potrebbe determinare una nuova escalation della guerra. Nella primavera del 2022 Lukashenko ha permesso all’armata di Putin di utilizzare il suo territorio per marciare contro la capitale ucraina. Poi da lì non ci sono stati altri assalti diretti, ma il sostegno bielorusso alla macchina bellica del Cremlino cresce senza sosta.
(da Repubblica)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I VELIVOLI DI KIEV, COSTRUITI IN VETRORESINA PER SFUGGIRE AI RADAR, STANNO CAMBIANDO IL MODO DI COMBATTERE. L’OBIETTIVO NON È PIÙ DISTRUGGERE UN CARRO ARMATO O UNA POSTAZIONE, MA RENDERE INSTABILE L’INTERO FLUSSO DEI RIFORNIMENTI
La capacità di controllare «tutto ciò che transita nella parte meridionale del territorio
occupato, in particolare dalla Crimea è a portata di mano». O, meglio, di
drone. Parla di «razioni da fame» per le forze russe il gruppo di ricerca indipendente ucraino Deep State.
Un’espressione che spiega bene come la nuova campagna ucraina dei droni non punti più soltanto a colpire i mezzi russi sulla linea del fronte ma abbia come obiettivo strozzarne la logistica.
Il principio è semplice: senza carburante, munizioni e rete di collegamenti sicura, la massa delle forze disponibili perde efficacia. Per questo Kiev sposta il baricentro degli attacchi verso il retrofronte, verso ciò che consente ai russi di continuare a combattere nel Sud e lungo il corridoio della Crimea.
Un «blocco logistico» volto a «distruggere sistematicamente le capacità russe» ben oltre le linee del fronte e a «privarle della capacità di condurre operazioni di assalto», lo ha definito il mese scorso il giovane ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov. Tradotto: il genio militare ucraino sta cambiando il modo di fare la guerra.
Zona di minaccia La novità più importante è l’uso dei droni come strumento d’interdizione operativa. In sostanza, l’obiettivo non è più soltanto distruggere un carro armato o una postazione, ma rendere instabile l’intero flusso dei rifornimenti.
Si allarga la zona di minaccia oltre il contatto diretto, creando le cosiddette kill zone , zone di uccisione estese: aree in cui i convogli possono essere colpiti non appena si muovono, lungo strade, ponti e assi di rifornimento. Alcune tratte diventano proibitive, ad altissimo rischio. Mosca è costretta a deviare i convogli, frammentare i carichi e proteggere le retrovie.
I target si possono dividere in quattro categorie. La prima riguarda i mezzi di rifornimento, soprattutto autocisterne e camion per carburante e munizioni. La seconda: infrastrutture energetiche, che sostengono la vita economica e militare delle aree occupate.
La terza: ponti, attraversamenti e assi di comunicazione, passaggi obbligati che concentrano il traffico logistico russo. La quarta include gli assetti militari di supporto, come i veicoli corazzati che proteggono o accompagnano il flusso dei rifornimenti.
Il punto è evidente: se le vie terrestri alternative diventano più vulnerabili, il passaggio diventa ancora più essenziale per mantenere il collegamento tra la Russia e la penisola. Secondo l’Isw, l’Ucraina ha riconquistato un vantaggio complessivo nel campo dei droni e ha schierato sistemi capaci di colpire il nemico lungo tutta la
profondità operativa, degradando le linee logistiche e complicando il sostegno alle offensive.
La campagna a raggio intermedio intensificata dalla primavera — almeno 150 gli attacchi documentati — avrebbe prodotto un effetto preciso: ridurre la capacità russa di muovere rifornimenti e rinforzi con continuità. Gli ultimi raid mostrano questa evoluzione. Secondo il comandante delle Forze per i sistemi senza pilota, il maggiore Robert Madyar Brovdi, le unità ucraine hanno colpito quattro stazioni di compressione del gas in Crimea, nelle aree di Zhuravlivka, Aromatne, Kliuchi e Lokhivka. Hanno centrato un ponte che collega la penisola alle forze russe nel Sud dell’Ucraina, oltre ad autocisterne, veicoli corazzati. Il grosso degli attacchi si è verificato dall’inizio di maggio, con più raid contro infrastrutture portuali e navi
(da “Corriere della Sera”)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
FDI È PRONTA A PRESENTARE UNA “CORREZIONE” PER REINSERIRE L’INDICAZIONE DEI CANDIDATI, MA FORZA ITALIA E LEGA SONO CONTRARIE… IN CASO DI BLINDATURA DEL PROVVEDIMENTO, NON È PREVISTO IL VOTO SUGLI EMENDAMENTI. LE OPPOSIZIONI ATTACCANO: “BASTA FORZATURE”
Il dito sarà puntato contro le opposizioni colpevoli di aver dilatato i tempi dell’esame della legge elettorale. Ma sullo sfondo di una eventuale richiesta di fiducia in Aula alla Camera, in realtà, ci sono gli emendamenti che Fratelli d’Italia presenterà per inserire le preferenze e che, in caso di blindatura del provvedimento, non verrebbero votati.
Si inizia oggi e la strada è tortuosa. La commissione Affari costituzionali tornerà a riunirsi per concludere l’esame della legge elettorale solo dopo il voto di fiducia al provvedimento sul piano casa. E molto dipenderà dai voti sugli ordini del giorno.
Per rispettare il timing, la legge elettorale deve essere licenziata dalla commissione entro questa settimana per poi approdare in Aula entro la fine del mese. Solo così la maggioranza potrà sfruttare il contingentamento dei tempi e approvare il testo entro la metà di luglio.
Se così non sarà, il rischio, per la maggioranza, è di doverla calendarizzare nuovamente, arrivando così al mese di luglio e senza tempi contingentati. Due le strade. Portare il testo in Aula senza mandato al relatore.
Ciò significa che i partiti di maggioranza voterebbero l’ultima delle quattro proposte di modifica da loro presentate e poi licenzierebbero il testo senza passare all’esame degli emendamenti successivi, tra cui quelli sulle preferenze. «Mi auguro solo che la commissione riesca a discutere tutto, senza forzature», dice la 5 stelle Vittoria Baldino.
Oppure se non si fa in tempo e se il testo dovesse slittare a luglio, sul tavolo c’è l’arma della fiducia, per arrivare comunque ad approvare la legge entro la metà del mese prossimo.
Il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, in un’intervista a Repubblica si è detto convinto che venerdì la legge elettorale approderà in discussione generale alla Camera e «la settimana dopo dovremmo approvarla. Io personalmente spero di non usare la fiducia a Montecitorio — ha detto — anche se Renzi la pose».
Valutazioni in corso. Da un lato c’è la tentazione, da parte del governo, di porre la fiducia in Aula ed evitare così di andare alla conta sulle preferenze e dall’altro c’è il ragionamento opposto: portare al voto l’emendamento di FdI.
Ma in che modo? Il voto è segreto e i Fratelli – dicono in maggioranza – potrebbero far mancare alcuni sì alla proposta di modifica. Le defezioni, sommate al no degli altri partiti di maggioranza e di parte delle opposizioni, garantirebbero ai colleghi leghisti e azzurri la bocciatura delle preferenze. Se passassero, hanno minacciato, salterebbe l’intera legge elettorale.
(da “la Repubblica”)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL FORMAT, TRA STAZIONI ALLO SBANDO E SERVIZI SULLE PERIFERIA IN MANO AI MIGRANTI, È UNA MINIERA D’ORO PER FUTURO NAZIONALE… IL POSTO DI GIORDANO, CHE DOVREBBE TRASLOCARE SU ITALIA UNO, POTREBBE PRENDERLO UN PROGRAMMA DI MILO INFANTE
Inizia la de-vannaccizzazione delle reti Mediaset. I vertici di Cologno Monzese stanno
mettendo in congedo i fan del generale. La prima testa a cadere dovrebbe essere quella di Mario Giordano.
Il programma Fuori dal coro, in onda tutte le settimane la domenica su Rete 4, si avvia alla chiusura. Il format è una miniera per Futuro nazionale tra stazioni allo sbando e periferie in mano a migranti.
Al suo posto in prima serata dovrebbe sbarcare un programma di cronaca condotto dal neo-arrivo Milo Infante. Giordano dovrebbe essere dirottato verso Italia uno. C’è però anche un’altra ipotesi sul tavolo: il trasloco di Realpolitik di Tommaso Labate in prima serata la domenica sera, con Milo Infante in onda il martedì.
Al mercoledì sera, fascia attualmente occupata da Realpolitik, dovrebbe sbarcare È sempre Cartabianca di Bianca Berlinguer.
La voce che circola è che non vorrebbe più essere in concorrenza di Dimartedì, su La7, che continua a macinare ascolti importanti. Per ora è confermato Paolo Del Debbio il giovedì sera e Nicola Porro il lunedì. Conferme in vista pure per Gianluigi Nuzzi (Dentro la notizia e Quarto grado).
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
ALCUNI ESEMPI: LA “COPPA DEL NONNO”, NEL 2021, PESAVA 70 GRAMMI, OGGI 65. IL “MAGNUM CLASSIC” PESA QUATTRO GRAMMI IN MENO – IL “MAXIBON” È PASSATO DA 102 A 96 GRAMMI – QUANTO VALE IL MERCATO DEI GELATI CONFEZIONATI: SOLO NEL NOSTRO PAESE 3 MILIARDI E 400 MILIONI
I gelati confezionati sono sempre più piccoli. Per colpa della shrinkflation. Ovvero di quella pratica dei produttori di ridurre il peso o il volume dei prodotti mantenendone invariato il prezzo. È un modo come un altro per aumentare il prezzo di un prodotto. La Stampa fa una serie di esempi: «Una Coppa del Nonno pesava 70 grammi nel 2021, oggi 65. Un Magnum classico pesava quattro grammi in meno. Un Maxibon di Nestlé è passato da 102 a 96 grammi», dice Antonella Borrometi, alimentarista di Altroconsumo.
L’anno scorso le vendite di gelati confezionati hanno raggiunto una mole di circa 3 miliardi e 400 milioni secondo l’Unione Italiana Food. La produzione ha chiuso con 261 mila tonnellate di gelati. Il segmento delle vaschette ha segnato un +28% nel quinquennio 2021-2025, trainato dal consumo domestico accelerato durante la pandemia. Il valore della produzione in Italia è il primo in Europa, il terzo per volume dopo Germania e Francia. E sulla shrinkflation c’è un monitoraggio di Federconsumatori.
Nel 2022 un gelato stecco pesava in media 120 ml, oggi 100 ml. Con un prezzo aumentato, tra l’altro, del 14%. In un cono confezionato la quantità è diminuita dell’8% e il prezzo al chilogrammo è cresciuto da 16 a 20 euro. Il ghiacciolo, invece, ha perso in media sei millilitri.
(da Open)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I TEMPI DEL PASSAGGIO DI CONSEGNE ALLA GUIDA DEL GOVERNO
Il premier britannico Keir Starmer ha parlato davanti al numero 10 di Downing Street
annunciando le sue dimissioni. Starmer ha rivendicato i meriti del suo governo ma ha detto che il Labour ha bisogno di una nuova leadership.
Le dimissioni
Le voci di dimissioni di Starmer hanno cominciato a circolare dopo la vittoria di Andy Burnham in un’importante elezione suppletiva che ha spianato la strada alla sfida per la leadership. Secondo le regole del Partito Laburista, il leader del partito di centrosinistra deve essere un membro del Parlamento. Se Starmer dovess
lasciare l’incarico quest’anno, la Gran Bretagna si ritroverebbe con il settimo primo ministro in un decennio, un ricambio senza precedenti nella sua storia moderna. Sessantatré anni, ex avvocato, Starmer ha sempre dichiarato che si sarebbe opposto a qualsiasi tentativo di destituirlo. Ma la schiacciante vittoria di Burnham nel collegio elettorale di Makerfield, nel nord-ovest della Gran Bretagna, sembra averlo indotto a un ripensamento.
Le prossime mosse
Donald Trump aveva previsto l’imminente addio scrivendo su Truth: «Keir Starmer si dimetterà». Il Presidente, che aveva un buon rapporto con Starmer prima che la guerra con l’Iran lo incrinasse, ha accusato il premier di aver fallito sulle politiche in materia di immigrazione ed energia. Starmer, che secondo i sondaggi è profondamente impopolare tra gli elettori, avrebbe trascorso il fine settimana con la sua famiglia a Chequers, la residenza estiva dei primi ministri, per colloqui con gli alleati. Il Guardian riporta che con la sua cerchia ristretta ha lavorato al discorso di dimissioni. Secondo il quotidiano, la tempistica più probabile prevede che Starmer rimanga in carica fino a dopo l’estate, con la presentazione del nuovo leader al congresso del partito a fine settembre.
(da agenzie)
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