Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E SONO IN MOLTI A NUTRIRE DEI DUBBI SULL’INTESA RAGGIUNTA CON GLI AYATOLLAH: PER IL 79% L’ACCORDO NON PORTERA’ ALL’ASCESA DI UNA NUOVA LEADERSHIP FILO-OCCIDENTALE A TEHERAN E QUASI NESSUNO CREDE ALLA FAVOLA DEL PROGRAMMA NUCLEARE STOPPATO
Il 78% degli americani ritiene che gli Stati Uniti debbano porre fine subito alla guerra con l’Iran, ma una conclusione in questa fase porta con sé anche la convinzione che l’impegno statunitense non abbia raggiunto gli obiettivi strategici o economici prefissati e che non abbia giustificato i costi sostenuti.
Lo rivela un sondaggio Cbs News/YouGov, secondo cui, inoltre, per il 79% degli intervistati l’intesa non porterà all’ascesa di una nuova leadership filo-occidentale a Teheran.
E la maggior parte (il 69%) ritiene improbabile che il programma nucleare iraniano sia stato fermato in modo definitivo o che l’Iran smetta di minacciare i Paesi vicini. Riguardo l’accordo raggiunto dall’amministrazione di Donald Trump con l’Iran, il 41% pensa che porti eguali benefici per entrambe le parti, mentre il 37% crede che sia migliore per Teheran, e solo il 22% per Washington.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA FESTA DELLA LEGA A CARONNO VARESINO
Dopo tre giorni di festa a Caronno Varesino, col grande finale della premiazione dopo il
torneodi calcio balilla, si smobilita: tavole, panche, bandiere, manifesti. Ma non la Lega, assicurano qui, perché anzi, «la Lega vera sta tornando».
Qualche leghista nelle prime votazioni scrisse il suo nome — durante la prima serata, venerdì, aveva intonato il Va’ pensiero, quello che voleva essere l’inno padano dell’indipendenza.
Sotto i tendoni dell’area festa hanno appiccicato le foto di Umberto Bossi sorridente col sigaro e lo slogan storico “né neri né rossi ma liberi con Bossi”: negli ultimi anni di sbornia sovranista e alleanze con estremisti di destra italiani e di mezza Europa quel grido era finito in soffitta.
Ora invece ritornano gli slogan contro “Roma ladrona” (…”la Lega non perdona”), le tovaglie verdi come le camicie di un tempo, gli striscioni con il Sole delle Alpi, le vecchie bandiere dei Giovani padani, i quali adesso si chiamano Lega giovani, faranno la loro festa nazionale a Milano Marittima il prossimo weekend (tra gli ospiti di onore anche Gio Urso, influencer famoso per osannare i ricchi e l’ostentazione del lusso, tra neologismi tipo fatturage e chiavage).
Il vintage è anche una scelta forzata e chissà se non fuori tempo massimo: con la concorrenza di Fn sul terreno nazionalista, serve tornare alle origini. Il segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo lo va ripetendo nei suoi comizi sul territorio, lo ha fatto in provincia di Bergamo la settimana scorsa, idem qui nel varesotto. L’autonomia prima di tutto.
Un anno fa al congresso di Firenze si puntò su Elon Musk, sul rapporto con Donald Trump, con Viktor Orbán, si consegnò tessera e vicesegreteria, unico pacchetto, a Vannacci. Com’è andata a finire questa strategia è sotto gli occhi di tutti.
«La nostra Lega — riflette Manuela Maffioli, la deputata subentrata a Bossi dopo la sua morte, ex vicesindaca di Busto Arsizio — sono i volontari, i militanti, ma soprattutto la voglia di stare uniti e tenere duro, anche nei momenti meno facili». Questione di sopravvivenza.
(da Repubblica)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA RESA DEI CONTI ARRIVERÀ IL PROSSIMO 20 SETTEMBRE, SUL PRATONE DI PONTIDA
Salvini, per la prima volta il partito del vostro ex Vannacci vi ha superato nei sondaggi di YouTrend. Che Pontida sta organizzando per rilanciare la Lega? «Non rispondo, queste sono solo fantasie. Poi i conti li faremo in cabina elettorale», risponde il leader al gazebo di San Babila, madido per i 40 gradi alle «primarie» per la scelta del candidato sindaco di Milano. Ma il problema, per Salvini, è che queste non sono «fantasie», bensì numeri.
Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, rispettivamente governatori di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, assieme al campione di preferenze Luca Zaia, «doge» leghista del Veneto, sono sempre più preoccupati.
Sul calendario c’è un doppio cerchio rosso sul 20 settembre.
Perché la resa dei conti potrebbe arrivare proprio nel pratone di Pontida, storico appuntamento leghista. «Senza una scossa finiamo al 3%», è il ragionamento.
Ancora nessuno di loro ha però chiesto esplicitamente un passo indietro del «capo». Dietro questo attendismo non c’è solo la volontà di evitare azzardi politici, ma una questione meramente pratica, che rende molto complesso il cambio di leader con un «putsch».
Salvini — nel gennaio 2025, poco prima del congresso dell’aprile successivo che lo riconfermò segretario per acclamazione — ha infatti registrato a suo nome tutti i simboli e loghi leghisti, compreso quello con Alberto da Giussano. Insomma: legalmente la Lega è di «sua proprietà» e chi vorrà sfidarlo dovrà trovare un accordo con lui.
Una prospettiva, specie con Futuro nazionale in costante ascesa, che oltre a preoccupare i governatori «nordisti» sta innescando proteste a ripetizione anche nel popolo leghista, con striscioni di questo tenore: «Salvini grazie. Ma Zaia segretario ora».
La bocca dell’ex governatore del Veneto resta, per ora, cucita. Il primo confronto della «cabina di regia» è fissato per oggi, con Salvini e una decina di big, però sarà solo una riunione online. Ma i conti, nei partiti, si regolano di persona.
Il primo appuntamento è stato fissato da Salvini per il 4-5 luglio a Mogliano Veneto, con un grande «ritiro» programmatico. Ma potrebbe saltare: troppo alte le possibilità che il segretario venga contestato pubblicamente. «Matteo deve pensare al Nord», è il refrain dei militanti storici, che, specie in Veneto, sono preoccupati dal numero di Comitati Vannacci che si stanno radicando sul territorio, anche nei centri più piccoli: «Il generale ci sta portando via la nostra gente».
Perché senza una scossa, il blocco «anti Salvini» si è dato appunto come scadenza quella del 20 settembre. Senza svolte, una resa dei conti appare sempre più probabile. Perché dopo, già in piena campagna elettorale, sarebbe troppo tardi per mettere in pista un nuovo leader. E se lo scettro toccasse a Zaia, per l’ala sovranista oggi al potere si annuncerebbe un repulisti.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
DIFFICILE RICOMPORRE IL QUADRO: A DESTRA L’INTESA ANCORA NON C’È E SI MOLTIPLICANO I CANDIDATI. L’ULTIMO È IL FORZISTA PIETRO TATARELLA, GRADITO A UN PEZZO DEI FRATELLINI D’ITALIA MA NON A LA RUSSA, CHE HA PROPOSTO MAURIZIO LUPI
Tutti da La Russa, per trovare la quadra su Milano. Dopo la gazebata leghista, con primarie di
partito per lanciare Matteo Salvini e Silvia Sardonenel weekend, il centrodestra si riunisce per provare a risolvere il tetris del candidato sindaco del post Sala.
L’appuntamento è fissato per domani, intorno all’ora di pranzo a Palazzo Giustiniani, sede istituzionale della seconda carica dello Stato. Attesi tutti i big che stanno seguendo la partita meneghina, da Armando Siri e Alessandro Morelli per la Lega a Daniela Santanchè sempre in quota FdI, Alessandro Sorte per FI (forse anche Letizia Moratti), Alessandro Colucci per Noi Moderati.
Difficile ricomporre rapidamente il quadro, a destra l’intesa ancora non c’è, mentre si moltiplicano i candidati. L’ultimo è Pietro Tatarella, gradito a un pezzo di Fratelli d’Italia (ma La Russa non si è ancora espresso).
Classe 1983, milanese di Baggio, a lungo consigliere comunale per FI, imprenditore nel settore falegnameria, è noto per una lunga battaglia giudiziaria, terminata da poco con l’assoluzione piena.
Fu accusato di finanziamento illecito e corruzione, addirittura contatti con la ‘ndrangheta. All’esito dei processi, quasi sette anni dopo l’arresto, per il centrodestra è assurto a simbolo della malagiustizia. Ora la discesa in campo.
L’annuncio è in programma domattina, alle 12, con una conferenza stampa. È il nome buono per unire il centrodestra? Calma, predica l’ala larussiana di FdI, che a Milano conta eccome e che da mesi preme per candidare il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi.
FI vorrebbe un civico, si è fatto il nome di Carlo Cottarelli, gradito ad Azione,
mentre Paolo Berlusconi ha lanciato Guido Bertolaso.
Mentre la Lega ha caldeggiato a lungo l’ipotesi di un civico, una manager della sanità, ma poi nelle primarie ha fatto votare agli iscritti Salvini e Sardone.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
COME LUI LA SOLITA AMMUCCHIATA DI RAGAZZI PON-PON DEL PUTINISMO: DA TRAVAGLIO A PAGLIARULO, DA CARACCIOLO A MONTANARI E A QUEL CANE DA RIPORTO (IL SUO) DI ALESSANDRO ORSINI
L’Ucraina, senza più il sostegno di Trump, ma anche senza il braccio legato dietro alla schiena da Biden, porta i droni della sua difesa fin dentro Mosca. Dopo oltre quattro anni resiste e contrattacca. Putin annaspa.]Ma quanti, in Italia, non ci credevano e non ci credono ancora?
Matteo Salvini è quello della prima ora, con tanto di medaglietta appuntata al petto dalla portavoce del ministro degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Se Hitler e Napoleone non sono riusciti a mettere in ginocchio la Russia, è improbabile che Macron, Starmer e Merz abbiano successo»
Gianfranco Pagliarulo ha spaccato l’Anpi: «È sbagliato parlare di Resistenza europea contro la Russia. Questa storia del nemico alle porte è assurda».
Vito Petrocelli, all’epoca presidente della commissione Esteri del Senato, poi cacciato dai Cinque Stelle: «Auguri per il 25 aprile e per la festa della LiberaZione». Con la zeta maiuscola, il marchio usato dall’esercito russo per l’invasione.
Lucio Caracciolo, direttore di Limes: «Militarmente l’Ucraina ha perso la guerra, lo sanno benissimo gli ucraini». Marco Tarquinio e Cecilia Strada sono critici sulle armi e Giuseppe Conte vota no: «L’Europa ha fallito completamente la strategia, la Russia non è affatto isolata».
Marco Travaglio: «Con il piano di pace di Trump, Zelensky può scegliere solo tra una sconfitta ora o una disfatta totale fra un anno».
Tomaso Montanari: «Questa guerra non può essere vinta dagli ucraini». Elena Basile: «Zelensky, se oggi si facessero le elezioni, sarebbe cacciato a pedate». Il generalissimo in vestaglia, Roberto Vannacci, fan di Putin: «È una follia, io voto a
Bruxelles e l’ho sempre fatto con coerenza per smettere di dare armi e fondi all’Ucraina».
Alessandro Orsini: «La guerra, per Zelensky, è diventata fonte di vita, dopo che Putin, strappando all’Ucraina la parte migliore di sé stessa, l’ha ridotta a dipendere dalla beneficenza dei governi stranieri».
Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, orgoglioso della sua partecipazione al Festival russo: «In Ucraina mi hanno indicato come indesiderato, io non mi fermerò. Chiederei la cittadinanza russa». Francesco Totti a Mosca: «Sono onorato di essere qui». Al Bano: «Vado in Russia, hanno bisogno di me».
Pietrangelo Buttafuoco, con la sua Biennale, la spunta in punto di diritto contro il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il governo tutto, il padiglione di Mosca c’è e fare di Venezia la capitale europea della lotta all’oppressore non è affare suo.
Vincenzo De Luca dribbla sul fatto che Valery Gergiev sia un noto fiancheggiatore di Putin e invita il direttore d’orchestra alla reggia di Caserta. Tanti imprenditori pensano che se ci sono falle nelle sanzioni è cosa buona e giusta approfittarne.
Massimo D’Alema: «L’espansione della Nato ha alimentato il nazionalismo che ha portato all’invasione dell’Ucraina».
Matteo Salvini non si batte: «Basta soldi all’Ucraina, se servono a pagare mignotte e ville all’estero». «Sono convinto che la guerra Russia-Ucraina finirà presto, ma grazie a Trump, non all’Europa». «Ci sono zone storicamente russe, e appartengono legittimamente alla federazione russa». A Zelensky: «Amico mio, stai perdendo la guerra, devi scegliere tra sconfitta e disfatta».
A Macron: «A Milano si direbbe: Taches al tram . Vacci tu, se vuoi. Ti metti il caschetto, il giubbetto, prendi il fucile e vai in Ucraina».
Basta?
(da il Corriere della Sera)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’UOMO HA SPORTO DENUNCIA: “STAVO ANDANDO A BERE ALLA FONTANELLA. DAVANTI AI VIGILI URBANI MI HA SPRUZZATO CON LO SPRAY” … L 30ENNE SENEGALESE SI TROVA IN ITALIA CON UN REGOLARE PERMESSO DI SOGGIORNO
Un blitz a sfondo razzista con una pistola spray al peperoncino: “Mi gridava ancora c’è un
africano qui? Torna a casa tua”. Protagonista è il personal trainer Simone Carabella, influencer del degrado, che si sarebbe scagliato senza un reale motivo contro un ambulante senegalese di 30 anni a Borgo Sant’Angelo.
La vittima, difesa dall’avvocato Giovanni Tripodi, è stata medicata con due giorni di prognosi all’ospedale Santo Spirito, poi ha sporto denuncia al comando di polizia locale del gruppo Prati, che ora indaga sulla vicenda.
La storia risale al 19 giugno. “Stavo andando a bere alla fontanella”, racconta il 30enne nella sua denuncia, in cui ricostruisce il momento in cui viene avvicinato da un uomo che, mentre lo riprendeva con il telefono, lo insultava. È Simone Carabella, che dopo aver tentato la carriera politica con Pd, Lega e Fratelli d’Italia, ora si dà da fare come giustiziere social.
Nella denuncia sono annotate tutte le offese ricevute: “Ancora c’è un africano qua?”, “vai a casa tua”, “tu che fai qua?”. Minacce che fanno subito degenerare la situazione. “Io rispondevo dicendo che non mi doveva riprendere e quando ho alzato la mano per coprire la telecamera, l’uomo ha estratto dalla propria auto parcheggiata un blocco nero molto simile ad una pistola. Spaventato anche io ho iniziato a riprendere con il mio cellulare”.
Intorno alle 11:15, l’ambulante ferma la polizia locale e racconta l’accaduto. È a questo punto che scatta la presunta aggressione: “Mi sono avvicinato per dirgli di smettere di riprendermi e lui mi ha spruzzato lo spray al peperoncino sul viso e sulla maglietta davanti alla municipale”
L’ambulante, non ha precedenti penali ed è titolare di un regolare permesso di soggiorno
(da Repubblica)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA GIORNALISTA SALENTINA… DENUNCIALI, VEDRAI CHE IN TRIBUNALE STRISCIANO COME VERMI
L’hanno invitata a tornare “a lavare i piatti”, le hanno detto che “è bella ma ignorante”, riservandole poi una serie di altre frasi irriferibili. Maria Teresa Giaffreda, giornalista salentina, collaboratrice di Quotidiano di Puglia, ha pubblicato un video di critica a Roberto Vannacci e si è ritrovata sommersa da una valanga di insulti sessisti.
Tutto è partito da un’analisi social che Giaffreda ha dedicato all’ex generale ed eurodeputato, descritto come un “semplificatore”, che ha cavalcato con il suo estremismo un malessere sociale già esistente, “intercettato attraverso un programma politico che – a giudizio della giornalista – è senza alcun fondamento” e “riduce tutto ai gay e ai migranti”. Una disamina che ha raccolto migliaia di visualizzazioni, ma che ha anche scatenato una reazione violenta da parte di una fetta della platea social.
A raccontare l’episodio è la stessa Giaffreda, in un post nel quale distingue nettamente il dissenso politico dalle aggressioni personali. “Il mio video ha sollevato un polverone – dice – e non solo per le visualizzazioni ma soprattutto per i messaggi d’odio che ho ricevuto”. Precisa subito di non voler generalizzare: “Non mi riferisco alle offese generiche, di quelle ne ho ricevute a fiumi ma francamente non mi toccano, e non si tratta neanche di chi ha idee politiche diverse dalle mie. Il sano confronto è sempre ben accetto”. Il punto, spiega, è un altro: “Si tratta invece di minacce e messaggi sessisti legati al mio aspetto fisico e al mio essere donna in quanto tale”.
C’è chi le ha scritto che ha “una bellissima bocca” precisando che “non è maschilismo, è una constatazione”. C’è chi l’ha liquidata con un secco “sei solo una bella donna… poi niente”. E c’è chi le ha intimato di “andare a lavare i piatti”, sostenendo che “la politica non è per te”. Non manca chi mette in discussione il suo stesso diritto a esprimere opinioni su temi politici, con frasi come “ma come può parlare di Vannacci una come questa”.
Giaffreda collega l’accaduto a un tema più ampio: quello della tutela delle donne, anche alla luce delle posizioni dello stesso Vannacci su quote rosa e femminicidio, “passi avanti a tutela delle donne che lui vorrebbe cancellare con un colpo di spugna”. Da qui l’invito a una riflessione collettiva: “Se lo stesso video lo avesse realizzato un giornalista uomo, non avrebbe mai ricevuto contenuti ostili di questo tipo”. E conclude: “Noi donne abbiamo fortemente bisogno di un assetto giuridico, su più fronti, che ci tuteli da ogni forma di violenza”.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
OGGI IL TAVOLO DI COORDINAMENTO DEI TERRITORI, PENSATO DAL VICEPREMIER PER RICOMPATTARE IL PARTITO
«Adoro la democrazia e il confronto con chi non la pensa come me». Matteo Salvini liquida
così gli striscioni comparsi in alcune città a sostegno di Luca Zaia segretario della Lega. E, nello stesso passaggio, ribadisce di non avere alcuna intenzione di farsi da parte: «I militanti mi hanno chiesto l’anno scorso di lavorare per altri quattro anni e questo farò».
Quanto agli autori dei manifesti, il leader del Carroccio scherza: «Non lo so, mica faccio l’ispettore Derrick».
Dovrebbe essere infatti quello di Massimiliano Fedriga il primo nome della nuova fase leghista. Nel tardo pomeriggio di oggi, alla riunione inaugurale del Tavolo di coordinamento dei territori che si terrà online, Salvini dovrebbe chiedere ufficialmente al presidente del Friuli Venezia Giulia di assumerne la guida e diventare il punto di riferimento dell’organismo chiamato a mettere in rete sindaci, governatori e amministratori del Carroccio.
Una scelta che vale più di una semplice nomina organizzativa. Arriva infatti in un momento in cui il leader della Lega prova a tenere insieme una classe dirigente attraversata da sensibilità differenti, tra i governatori del Nord e gli esponenti della Lega nazionale e sovranista, in una fase segnata dalla rottura con Roberto Vannacci e dal sorpasso di Futuro Nazionale nei sondaggi.
Non è un caso che proprio alla vigilia del debutto del nuovo organismo Salvini abbia affidato ai militanti un messaggio dal sapore quasi programmatico. Nella newsletter domenicale inviata agli iscritti, il segretario ha contrapposto il lavoro sui territori alle indiscrezioni sulle tensioni interne, rivendicando la necessità di «ascoltare cittadini e amministratori, costruire soluzioni e lavorare per il bene del Paese».
Puntare su Fedriga, che sabato dalla provincia di Udine ha evitato di alimentare le polemiche interne, rappresenta anche un segnale a Zaia. Mentre l’ex governatore veneto continua a sostenere una riforma dello statuto in chiave federale, su
modello dell’alleanza tra Csu e Cdu in Germania, Salvini sceglie di rafforzare il peso dei governatori senza mettere mano all’architettura del partito.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I RAPPORTI TRA ITALIA E USA RIDOTTI A SCARAMUCCE SOCIAL
Ora Meloni cerca di stravolgere la narrazione: da ponte con gli Usa a leader anti Trump. Ma a che prezzo? Non ci sono precedenti nella storia delle relazioni con Washington. Mai nessun leader aveva trasformato la politica estera in una scaramuccia social. Lo spiega a Fanpage.it, Riccardo Alcaro, analista geopolitico presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI).
Giorgia Meloni vuole tracciare una linea e stravolgere la narrazione, più volte riproposta dai suoi, che negli ultimi hanno decritto la premier come un ponte tra Stati Uniti e Italia. Il litigio con Trump, avvenuto pubblicamente a mezzo social come un dissing qualsiasi, risponde a una precisa strategia di ricollocamento interno. La vicinanza al tycoon non ha pagato. Ora la premer vuole porsi come una leader anti Trump e sperare così di riacchiappare quella parte di elettorato andata verso Vannacci. Ma a che prezzo? Non era mai accaduto niente di simile nella storia delle relazioni con gli Usa. Mai nessun leader aveva trasformato la politica estera in una scaramuccia social, in un meme da affidare alla bulimia di algoritmi e piattaforme. Lo spiega bene a Fanpage.it, Riccardo Alcaro, analista geopolitico presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI).
Abbiamo tutti assistito allo scontro social tra Trump e Meloni. Non ci sono precedenti simili nella storia dei rapporti tra Roma e Washington. C’è chi dice che la premier ha fatto bene a “rimettere” il presidente Usa “al suo posto” e chi sostiene, invece, che la politica estera non può essere ridotta all’asilo. Qual è il suo giudizio?
In generale non ci sono precedenti rispetto a questo tipo di politica internazionale: ostentata, pubblica sui social, fatta ad uso e consumo del pubblico interno, con scarso riguardo rispetto alle potenziali implicazioni e con totale divaricazione fra l’origine e le ragioni della lite rispetto alla sostanza delle politiche e degli interessi su cui si costruiscono cooperazioni o rivalità fra Stati. Questa è una novità che è stata introdotta dal modus estremente non ortodosso di fare politica di Donald Trump, che spesso indulge in questo tipo di polemiche, da asilo appunto, con un linguaggio scarno, povero, pieno di insulti, bugie, millanterie. Ma soprattutto che cerca una sorta di rissa verbale. Giorgia Meloni ha deciso di adeguarsi, anzi di rilanciare, perché nelle sue risposte è stata più dura di quanto fosse stato il
presidente americano. Dal mio punto di vista c’è un’immaturità in termini di capacità di ergersi a donna di Stato, ma soprattutto c’è un calcolo di politica interna.
A questo proposito, distinguiamo i due piani. A livello di politica estera è stato giusto rispondere in quel modo a Trump?
No assolutamente. Non c’era alcuna reale opportunità di rispondere così al presidente degli Stati Uniti dal punto di vista generale dell’interesse italiano. Si può rispondere senza necessariamente utilizzare gli stessi toni. A mio parere “rimettere a posto il presidente americano” è un’espressione un po’ ridicola. Non è così che ci si comporta a livello di leader o ci si dovrebbe comportare. Stiamo parlando di rapporti fra Stati, fra nazioni che coinvolgono milioni di persone, la sicurezza dei territori, degli interessi economici. Non è uno scontro verbale fra due persone e basta. E poi figuriamoci se il premier italiano può mettere in riga il presidente degli Stati Uniti. Una risposta più istituzionale, ma altrettanto ferma, sarebbe stata auspicabile. È vero però, che nell’epoca moderna il linguaggio politico vive di questo tipo di scontro, fatto di contenuti aggressivi. Da questo punto di vista sicuramente c’è una una strategia di origine interna, legata alla relazione con Trump su cui Meloni ha puntato, assorbendo, senza mai criticare, questioni di sostanza su cui il presidente stava veramente danneggiando interessi di sicurezza ed economici, non solo dell’Europa ma anche dell’Italia. Pensiamo alle tariffe, ma anche all’Ucraina, alla minaccia sulla Groenlandia, alla pretesa di spese militari impossibilmente alte, tanto più per un Paese come l’Italia, a un linguaggio spesso insultante nei confronti dei leader europei e a una dichiarata, aperta, opposizione nei confronti dell’integrazione europea. Quest’ultima, per quanto sia una questione su cui Meloni è tiepida, è anche un tema su cui la premier ha imparato a essere molto pragmatica, in considerazione del fatto che l’Italia non può fare a meno della cornice europea. Ecco, su tutto questo c’è stato silenzio o quantomeno, passività. Poi è arrivata la guerra contro l’Iran e i conseguenti effetti sui prezzi dell’energia, gli attacchi personali di Trump a Papa Leone e la sconfitta di Meloni al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia che hanno un po’ rimescolato le carte e hanno fatto vedere quanto la vicinanza a Trump sia un deficit elettorale.
Sul piano interno invece? È un tentativo efficace per riconquistare consenso?
Negli ultimi mesi si sperava che si potesse arrivare a una ricucitura al G7. Poi invece, le intemperanze di Trump hanno fatto cambiare completamente idea a Meloni, che adesso si deve collocare come una leader nazionalista di destra anti
trumpiana. È anche il modo migliore per lei per proteggersi da questo enorme problema che l’è nato a destra grazie all’improvvida sagacia politica di Matteo Salvini: ovvero Roberto Vannacci.
Senta, è possibile che qualcosa al G7 sia andato storto tra le delegazioni? Il retroscena dei fastidi di Trump per il video in cui Meloni embra rimproverare e puntargli il dito contro può avere influito sulla Casa Bianca o le motivazioni sono quelle che conosciamo, del mancato aiuto in Iran e del no all’utilizzo delle basi?
Ma guardi, io penso che purtroppo la prima interpretazione sia plausibile. Non posso dirle se è vera perché non sono nella testa di Donald Trump, però la ritengo plausibile. È vero che in un caso il governo italiano, in ottemperanza agli accordi specifici fra Italia e Stati Uniti, ha rifiutato l’uso di una base italiana per alcuni veicoli aerei americani che sarebbero stati poi impegnati direttamente nei bombardamenti iraniani. Però per il resto, le basi americane in Italia sono rimaste aperte, lo spazio aereo non è mai stato chiuso e le critiche italiane alla guerra americana contro l’Iran sono state praticamente nulle fino a dopo il referendum e dopo gli attacchi contro Papa Leone. In quel caso Meloni ha voluto tracciare la linea, chiarendo che l’interesse italiano non è asservito alla guerra americana. Ma non è andata oltre questo. Ha causato una prima rottura ma lo considero più un pretesto. Di fatto l’Italia non ha davvero complicato il lavoro degli americani. Il vero problema, come sempre con Trump, è una questione di rapporti personali. Trump era abituato a vedere in Meloni non tanto un partner o un’interlocutrice privilegiata ma una sodale fedele. Trump interpreta le relazioni internazionali in chiave, non solo personalistica ma gerarchica, e dal suo punto di vista Meloni aveva commesso un peccato.
Quale?
Il peccato di non avere dimostrato la dovuta deferenza dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti e soprattutto, della premier italiana nei confronti del presidente americano. Quando sono circolati quei video, alla luce dell’esperienza che abbiamo di Trump, è del tutto plausibile che lo abbiano indispettito. Tant’è che, chiamato da un giornalista italiano che voleva parlare di Iran e Ucraina, lui ha voluto portare il discorso su Meloni per ribadire la sua delusione, che andava avanti già da mesi. Questa era la vera questione. Meloni, dopo avere scommesso che si potesse ricucire dietro le quinte, ora ha preso una decisione completamente diversa. Tuttavia, mentre le dichiarazioni di Trump sono offensive, sul senso del ridicolo, le risposte
di Meloni sono molto più di rottura. Ha pubblicato un video e ha fatto degli attacchi molto pesanti. Il primo quando dice “gradirei che questo approccio lo avessi nei confronti degli avversari degli Stati Uniti”. Il secondo quando suggerisce a Trump di preoccuparsi dei suoi sondaggi, alludendo al fatto che siano peggiori. Questa strategia di attacco frontale secondo me causerà problemi all’Italia.
Cosa rischiamo secondo lei?
Trump è molto vendicativo. Ad esempio, a marzo scorso il Dipartimento del Commercio aveva chiuso a nostro vantaggio un’indagine su tariffe potenziali sulla pasta italiana esportata dagli Stati Uniti, che oggi potrebbe essere riaperta. Per fortuna Trump oggi ha meno discrezionalità sulle tariffe di quanto ce l’avesse prima della sentenza della Corte Suprema. Ma l’arma non è completamente spuntata, quindi ci si potrebbe aspettare qualcosa.
Insieme ai dazi si è parlato anche del gnl.
In questo caso direi di no. Il gas naturale liquefatto è un prodotto fungibile e quindi viene determinato dalla domanda e offerta a livello mondiale. Però ci possono essere ricadute, ad esempio, sul fronte degli investimenti e del clima politico fra le due nazioni che possono compromettere la collaborazione. In generale, non credo più di tanto. Alla fine questa lite è più una “coreografia”, per così dire. Quello che mi colpisce è che Meloni ha chiaramente deciso che l’associazione con Trump poteva diventare, come dicono gli inglesi, un “albatross appeso al collo” e trascinarla giù, soprattutto di fronte all’emergere di un trumpista come Vannacci. Ha preso la palla al balzo per fare un distanziamento totale. È una mossa politica che osa molto. Vedremo come andrà avanti. Quello che resta da tutto questo è l’insostenibile leggerezza della politica internazionale di oggi, in cui i rapporti fra Stati e questioni di grande rilievo sono ridotte a una scaramuccia, quasi a una forma di meme per i relativamente pochi elettori che stanno sui social.
(da Fanpage)
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