Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
SOSPETTANDO CHE SI PREPARASSE ALLA FUGA GLI ERA STATO ANCHE IMPOSTO IL DIVIETO DI ESPATRIO… NELLA SENTENZA DI PRIMO GRADO, C’E’ LA DESCRIZIONE CHE IL PERITO FECE DI ROGGERO: “UN SOGGETTO CHE HA SVILUPPATO UN ASSETTO DI PERSONALITÀ RIGIDO CON TENDENZA ALLA PROIEZIONE PARANOIDE E ALLA VULNERABILITÀ IMPULSIVA-RIVENDICATIVA”
Nel maggio 2024 — stando a quanto si legge nella sentenza di appello — su parte del
patrimonio del gioielliere venne disposto il sequestro conservativo. Dopo la condanna in primo grado «era emerso che Roggero aveva donato alla moglie Mariangela Sandrone una buona parte del suo patrimonio immobiliare». Non solo.
Nel settembre dello stesso anno era stato disposto anche il sequestro conservativo di 50 mila euro bonificati a Roggero dal conto della raccolta fondi.
La Guardia di Finanza aveva infatti scoperto che il gioielliere aveva disposto un bonifico di pari importo su un conto corrente tunisino intestato a sé stesso e alla moglie. Sospettando che si preparasse alla fuga gli era stato anche imposto il divieto di espatrio.
«L’accumulazione all’estero di tale provvista — osservarono le Fiamme Gialle — offrono elementi concreti per ritenere che in caso di condanna abbia in animo di trasferirsi in Tunisia». Ma nel passato del gioielliere per il quale si reclama la grazia c’è anche un precedente che racconta di quanto non andasse per il sottile quando si trattava di reagire ad un torto. Pronto a farsi giustizia da solo.
E sempre impugnando una pistola. Nel 2007 venne condannato a due mesi di carcere (poi commutati in una multa di 2.280 euro) per ingiuria e minaccia aggravata dall’uso di armi nei confronti dei familiari del fidanzato della figlia. Due anni prima Roggero era intervenuto dopo che il giovane aveva insultato e dato uno schiaffo alla figlia. Per rimediare all’offesa si era presentato a casa dell’ex fidanzato puntando la pistola in faccia a lui e ai suoi genitori. «E non finisce qui», aveva poi minacciato.
Episodio citato anche nella sentenza di primo grado. «A conferma — osservò il pm — del carattere violento di Roggero che mira a farsi giustizia da solo». Nella sentenza se ne descrive anche la personalità.
«Un soggetto — scrisse il perito — che ha sviluppato un assetto di personalità rigido con tendenza alla proiezione paranoide e alla vulnerabilità impulsiva-rivendicativa».
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’INTERESSE PER LA POLITICA È SEMPRE FORTISSIMO” (UNA PROPOSTA GLI È GIÀ ARRIVATA, MA NON DICE DA QUALE PARTITO: SARA’ “NOI MODERATI” DELL’AMICO MAURIZIO LUPI?)
L’ultima appena una settimana fa, in occasione dell’evento organizzato per l’anniversario
del Partito Popolare Europeo con – tra gli altri Maurizio Lupi e l’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini. Un ritorno che alimenta la domanda: potrebbe candidarsi alle prossime elezioni?
«Sto valutando. L’interesse per la politica è sempre fortissimo» per l’ex governatore lombardo. Una proposta gli è già arrivata, ma non dice da quale partito.
La sua posizione racconta l’evoluzione del mondo politico cresciuto attorno a Comunione e Liberazione. Se per oltre vent’anni è stata uno dei pochi mondi associativi italiani capaci di esprimere una classe dirigente riconoscibile, con ai vertici la triade composta da Formigoni in Lombardia, Lupi a Roma e Mario Mauro a Bruxelles, prima dentro FI e poi nel Popolo della Libertà, oggi quella stagione è definitivamente tramontata.
Dopo il cambio di linea voluto da don Julián Carrón nel 2012, negli anni degli scandali giudiziari, e confermato da Davide Prosperi, Cl ha rinunciato a qualsiasi forma di rappresentanza organizzata, rivendicando che l’impegno politico appartenga alla responsabilità dei singoli aderenti. Lo stesso Formigoni respinge ormai l’idea che esista ancora una componente politica riconducibile a Comunione e Liberazione. […]
Più recente è invece il percorso di Lorenzo Malagola, deputato di Fratelli d’Italia e volto di una generazione cresciuta quando la stagione politica di CL era ormai al tramonto. Non nasce nella tradizionale filiera ciellina ma attorno a Marco Osnato, esponente di peso di FdI.
Negli anni, attraverso la Fondazione Labora, Malagola ha costruito una propria rete di amministratori locali e giovani rampanti, contribuendo a formare una nuova classe dirigente che trova uno dei suoi esempi più evidenti a Lecco, con l’elezione a sindaco di Filippo Boscagli. In Lombardia, tra i riferimenti di questa area, c’è anche il consigliere regionale meloniano Matteo Forte. L’approdo in FdI viene letto come la scommessa su un partito destinato a diventare un grande contenitore conservatore capace di tenere insieme sensibilità diverse.
Le differenze tra queste aree sono evidenti soprattutto a Milano, storico fortino del mondo ciellino. Una parte vuole Lupi, un’altra – quella nell’orbita di Malagola – considera Pietro Tatarella uno dei nomi spendibili.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
ALESSANDRA GHISLERI: “SUL SISTEMA ELETTORALE IN SENSO STRETTO, GLI ITALIANI APPAIONO DIVISI E POCO APPASSIONATI: IL 35,1% PREFERIREBBE UN MODELLO MAGGIORITARIO CON SFIDA DIRETTA NEI COLLEGI, IL 38,4% UN SISTEMA PROPORZIONALE, IL 26,5% NON SA. ALLA DOMANDA SU QUALE DOVREBBE ESSERE L’OBIETTIVO PRINCIPALE DELLA LEGGE ELETTORALE, QUASI UNO SU DUE (48,3%) RISPONDE ‘GARANTIRE GOVERNI STABILI E MAGGIORANZE CHIARE’”
C’era una data, il 9 giugno 1991, in cui gli italiani decisero di chiudere un’epoca. Con il
referendum sulla preferenza unica, quasi 30 milioni di cittadini bocciarono un sistema diventato, agli occhi dell’opinione pubblica, sinonimo di scambio clientelare, correnti di partito e potere gestito a porte chiuse.
Gli italiani non abolirono le preferenze per capriccio: lo fecero perché il Parlamento appariva ormai un circolo chiuso, un luogo di scambio di favori più che di rappresentanza.
A più di trent’anni di distanza, un nuovo sondaggio Only Numbers restituisce un’istantanea che sembra riavvolgere il nastro della storia, ma con una torsione interessante. Sul sistema elettorale in senso stretto, gli italiani appaiono divisi e poco appassionati: il 35,1% preferirebbe un modello maggioritario con sfida diretta nei collegi, il 38,4% un sistema proporzionale, mentre il 26,5% non sa o non risponde.
Una spaccatura quasi a metà che segnala più indifferenza che convinzione. Il “come” si vota non scalda gli animi, complice la percezione che, qualunque sia la legge, il risultato per il cittadino comune non cambi granché. […]
Alla domanda su quale dovrebbe essere l’obiettivo principale della legge elettorale, quasi un italiano su due (48,3%) risponde “garantire governi stabili e maggioranze chiare”, contro appena il 16,6% che indica la rappresentanza proporzionale; il 27,5% vorrebbe entrambi allo stesso modo.
La trasversalità politica è notevole: la stabilità è priorità assoluta sia per l’elettorato di maggioranza (62,9%) sia, in misura minore, per quello di opposizione (45,3%), primo pensiero persino tra gli elettori PD (44,9%) e M5S (37,1%).
Agli italiani interessa insomma poco la formula tecnica in sé, quanto il risultato che produce: un governo che duri e sappia decidere. […]
Sulla scelta dei candidati, il quadro invece è nettissimo. Solo il 13,2% si accontenterebbe di liste bloccate decise dai vertici di partito; il 71,4% – più di sette italiani su dieci – chiede di poter esprimere preferenze dirette.
Il dato non conosce colore politico: oscilla poco tra maggioranza e opposizione, da Fratelli d’Italia al M5S, da Forza Italia al Pd. Lo conferma un terzo dato quel 79,4% (35,5% “molto” + 43,9% “abbastanza”) che ritiene importante scegliere direttamente i propri eletti, contro solo l’11,8% che lo considera poco o per nulla rilevante – dal 68,7% di Azione al 100% di Italia Viva, passando per l’80,8% della maggioranza e l’88,1% dell’opposizione -.
Il filo che lega questi numeri parla di sfiducia più che di ingegneria elettorale.
Gli italiani non hanno grandi opinioni tecniche su maggioritario o proporzionale, probabilmente perché nessuno dei due, così come applicato negli ultimi vent’anni, ha davvero restituito loro centralità. Ciò che è chiarissimo è il rifiuto delle liste bloccate, percepite come l’ennesimo modo con cui la politica si autoperpetua, scegliendo da sé chi mandare in Parlamento senza rispondere all’elettore.
È lo stesso sentimento del 1991, ma capovolto: allora si limitò il potere dei “capi bastone” che gestivano pacchetti di preferenze; oggi si chiede l’esatto contrario, cioè di restituire ai cittadini la voce che le liste bloccate -introdotte con il Porcellum nel 2005 e mai davvero superate- hanno tolto.
È la dimostrazione plastica di come il pendolo della fiducia popolare sia tornato, con altri strumenti, al punto di partenza. La sensazione di un ceto politico che decide per sé, per le sue liste e per le sue rendite di posizione. Non è un caso che a questo giudizio si accompagni anche una linea dura sulle soglie di accesso al Parlamento. Infatti, quasi la metà del campione (45,7%) indicherebbe una soglia al 5%.
Sarebbe un errore liquidare questi numeri come l’ennesima fotografia dell’antipolitica. Non c’è rabbia generica, ma una richiesta precisa: restituire ai cittadini la possibilità di scegliere chi li rappresenta, non subire nomi calati dall’alto, una domanda di responsabilità del parlamentare verso il proprio elettorato, non verso il segretario di partito che lo ha candidato in un collegio sicuro.
Il paradosso è che questa domanda arriva mentre l’affluenza elettorale è ai minimi storici e la partecipazione attiva si restringe a una minoranza. Senza una risposta, il rischio è che la distanza tra Palazzo e Paese continui ad allargarsi: da un lato una classe dirigente percepita come autoreferenziale, capace di rinnovarsi con le stesse liste indipendentemente dal giudizio elettorale diretto, mentre dall’altro un elettorato sempre più spettatore, fino a scegliere semplicemente di non votare più. Trentacinque anni dopo quel referendum di giugno, la domanda di fondo degli italiani non è cambiata.
Gli elettori desiderano poter scegliere chi li governa, non limitarsi a ratificare decisioni prese altrove. Chi in Parlamento continuerà a far finta di non vederlo rischia di pagarlo, se non nelle urne, nel silenzio sempre più assordante di chi smette di partecipare.
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa”
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
SI CALCOLA CHE OGNI ANNO SI GENERINO 12,6 MILIONI DI TONNELLATE DI RIFIUTI TESSILI. DI QUESTI, 5,2 MILIONI DI TONNELLATE SONO CAPI DI ABBIGLIAMENTO E CALZATURE: SONO 12 KG A PERSONA… L’OBIETTIVO È RIDURRE GLI SPRECHI E LE EMISSIONI DEL SETTORE TESSILE, SPINGENDO LE IMPRESE A PRODURRE IN MODO PIÙ MIRATO
Si calcola che ogni anno si generino 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Di questi, 5,2 milioni di tonnellate sono capi di abbigliamento e calzature: sono 12 chilogrammi a persona. Da oggi, almeno per le grandi imprese, non sarà più possibile disfarsi dei prodotti rimasti in magazzino mandandoli al macero: lo vieta il regolamento sulla progettazione ecosostenibile dei prodotti. Il divieto di distruggere abiti, borse e scarpe invendute entrerà in vigore anche per le medie imprese nel luglio 2030.
Le nuove norme europee non si limitano a impedire che i prodotti tessili finiscano nei rifiuti, ma puntano anche a rivoluzionare i modelli di produzione e commercio. il vestiario dovrà invece essere smaltito secondo regole precise (i prodotti potranno essere per esempio donati a enti di beneficenza o imprese sociali, oppure lavorati per il riutilizzo), converrà produrre quantità più limitate, con maggiore attenzione al mercato.
Se n’è parlato qualche giorno fa al “Financial Times Luxury Summit” di Borgo Egnazia. «Il regolamento europeo non introduce soltanto un nuovo obbligo operativo – rileva Giulia Iuticone, partner della società di consulenza Heidrick & Struggles – ridefinisce il modo in cui le aziende prendono decisioni. Se l’invenduto non rappresenta più una valvola di sfogo, la qualità della pianificazione diventa un fattore competitivo».
«Per anni l’invenduto è stato considerato un costo da eliminare – conferma Enrico Soffiati, ceo di Rematrix, consorzio specializzato nella gestione della responsabilità estesa del produttore per il settore tessile – Oggi diventa invece una risorsa che richiede processi, tracciabilità e nuove filiere industriali. La vera sfida non è evitare la distruzione, ma costruire alternative credibili e misurabili».
il gruppo Ovs ha inaugurato nel marzo dell’anno scorso nella zona industriale di Bari un polo tecnologico da 33 milioni, con un focus sull’uso di soluzioni innovative per il retail e la cyber security, e un centro multifunzione che si occupa del recupero dei capi invenduti.
L’impianto, con una capacità di ricondizionamento da 70mila capi di abbigliamento al giorno, si è posto l’obiettivo ambizioso di raggiungere un totale di 15 milioni di pezzi ricondizionati nel 2026. Gli abiti non venduti vengono trattati e poi rimessi sul mercato a un prezzo diverso, con una etichetta che indica che il capo è stato ricondizionato.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA RUSSIA HA ARRUOLATO SOLDATI, CON METODI FRAUDOLENTI, ANCHE IN ALTRI PAESI AFRICANI E DEL SUDAMERICA
Un numero “allarmante” di cittadini del Botswana è costretto a combattere indossando
l’uniforme russa nella guerra mossa da Mosca contro l’Ucraina, dopo essere stato attirato da schemi di reclutamento ingannevoli: lo ha dichiarato il governo del Botswana. Ne.
egli ultimi mesi, diversi Paesi africani hanno segnalato che alcuni dei loro cittadini sono stati indotti con l’inganno a combattere per l’esercito russo e che molti hanno perso la vita sul campo di battaglia.
“Rapporti recenti indicano che il numero di botswani coinvolti in questo tipo di situazioni tramite l’inganno sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha annunciato in una nota il ministero delle Relazioni Internazionali del Botswana.
Una volta giunti sul posto, “sono costretti a partecipare a combattimenti attivi”, si legge nel comunicato. “Il ministero continua a ricevere chiamate drammatiche da parte di botswani già al fronte, che descrivono le condizioni di estremo pericolo in cui si trovano”. La nota non ha specificato quanti cittadini botswani si trovino attualmente in Russia o in Ucraina.
(da agenzie)
—
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
NO ALLE PRIVATIZZAZIONI, VUOLE CALMIERARE I PREZZI DEI BENI DI LARGO CONSUMO, RIDURRE LE BOLLETTE DI LUCE E GAS, COSTRUIRE NUOVE CASE POPOLARI… BURNHAM HA IMPOSTO LO STOP AL PIANO STARMER PER LE CARTE DI IDENTITÀ ELETTRONICHE: “LE PRIORITA’ SONO ALTRE. DOBBIAMO FAR RESPIRARE LA GENTE”
I primi cento giorni di Andy Burnham da primo ministro britannico saranno un ottovolante. Domani “il re del Nord” si insedia a Downing Street e il suo governo vuole riconquistare le aree operaie e bianche del nord e delle Midlands inglesi ammaliate da Farage, Brexit e destre. Ma saranno scelte oculate di Burnham o un “populismo di sinistra”?
Oggi Burnham affonderà il piano del predecessore Starmer sull’introduzione di carte di identità elettroniche per cittadini e residenti britannici (qui mai esistite, nemmeno cartacee). «Non è questa la priorità», dirà il premier in pectore, come avevano già sbraitato Farage e le destre. […]
Burnham dovrebbe presto introdurre il congelamento degli affitti per pub, ristoranti e negozi, un tetto di 2 sterline per ogni corsa del trasporto pubblico, cancellazione delle tasse ambientaliste “net zero”.
L’estrazione del greggio è un altro punto controverso, perché l’estrazione di petrolio è sempre stata contrastata dalla sinistra ecologista, ma non dagli operai bianchi e dagli stessi sindacati. La prossima settimana Burnham dovrebbe annunciare nuove trivellazioni di greggio al largo della Scozia. A quanto si apprende, non saranno nuove licenze – contrarie al programma del Labour 2024 – ma un incentivo a quelle già esistenti.
Secondo il Guardian, Burnham ha anche intenzione di eliminare il ministero di Scienza, Innovazione e Tecnologia, nell’ambito di una massiccia ristrutturazione a Whitehall. Accademici e istituzioni sono già sul piede di guerra.
No alle privatizzazioni. E si dovrebbe iniziare dall’acqua. Poi si passerà ad altri servizi pubblici. La nazionalizzazione delle ferrovie è già stata approvata e avviata da Keir Starmer. Domani potrebbe esserci il primo scontro tra Burnham e Donald Trump, perché gli Stati Uniti potrebbero richiedere di nuovo l’uso di basi britanniche per attaccare l’Iran. Il nuovo leader ricalcherà la linea del suo predecessore: concessione solo per azioni difensive. […] sul riavvicinamento (“reset”) con la Ue, ora in stallo.
La priorità del neopremier britannico Andy Burnham è l’economia. O meglio, «far respirare la gente», calmierando i prezzi dei beni di largo consumo, riducendo le bollette di luce e gas, costruendo case popolari e, forse, congelando gli affitti per un anno. Domani mattina, prima di insediarsi al governo, Burnham dovrebbe spiegare come si concretizzerà quella che ha presentato come una «svolta epocale» per il Paese.
Date le premesse, i media e i mercati finanziari si chiedono a chi verrà affidata la poltrona più importante dell’esecutivo: il Cancelliere dello Scacchiere, che riunisce Tesoro e Finanze. Burnham non confermerà Rachel Reeves, cui viene attribuita una politica economica troppo timida, incapace di rilanciare la crescita, che si trascina su percentuali dello zero virgola.
Fino a pochi giorni fa, il favorito era Ed Miliband, 56 anni, coetaneo di Burnham, […] una delle figure chiave della politica britannica. L’ Economist lo ha definito il «Sole», il «magnete» che ha condizionato, in modo trasversale, le dinamiche degli ultimi vent’anni. L’ultima prova? È stato tra i protagonisti del ribaltone che ha estromesso Starmer, proiettando Burnham alla guida del Regno Unito. Il problema, però, è che Miliband predica la riedizione del dirigismo statale, con un robusto programma di nazionalizzazioni e di spesa per il welfare.
Forse troppo anche per Burnham. Sta di fatto che, negli ultimi giorni, Miliband sarebbe stato scavalcato dalla quarantacinquenne Shabana Mahmood. Nata a Birmingham da genitori pakistani, avvocato, è stata ministro della Giustizia e ora degli Interni.
Si definisce una «social conservative»: è un’esponente di spicco dell’ala destra del Labour. I mercati finanziari hanno reagito bene all’ipotesi della sua nomina. La sinistra, no.
Burnham, però, vuole evitare lo slittamento dei conti pubblici, considerando che il deficit è già pari al 5,2% del pil e il debito si avvicina al 100%. In questo senso, Mahmood sembra offrire più garanzie di Miliband. Nella corsa a due potrebbe spuntare Yvette Cooper, attuale ministro degli Esteri.
Burnham potrebbe spostarla per offrire il Foreign Office a Ed Miliband, come compensazione per la mancata nomina al Tesoro. C’è un’ulteriore variante. David Miliband, 61 anni, fratello di Ed, ministro degli Esteri dal 2007 al 2010 con Gordon Brown premier, si è proposto per un rientro nella sua antica posizione.
Finora Burnham non ha affrontato il grande tema della guerra o della pace. Difficile, dunque, immaginare chi andrà alla Difesa. Eppure è una casella cruciale, e non solo per il Regno Unito. Dan Jarvis, ministro da un mese, sembra in uscita, nonostante l’apprezzamento della burocrazia militare. Potrebbe essere sostituito da Wes Streeting, 43 anni, già titolare della Sanità e avversario solo virtuale nell’elezione che ha riportato Burnham in Parlamento. […] Chiunque sia il prescelto, dovrà negoziare con il Tesoro per trovare i 4,7 miliardi di sterline (4 miliardi di euro) in cinque anni, necessari anche per tenere fede agli impegni assunti con la Nato.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL VICEMINISTRO ALLA GIUSTIZIA, SISTO, PRENDE LE DISTANZE DALL’INIZIATIVA DI NORDIO PER LA GRAZIA A ROGGERO: “PER NOI, LE SENTENZE VANNO RISPETTATE. E LA GRAZIA È DI PERTINENZA DEL CAPO DELLO STATO” – IL CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA, ENRICO COSTA: “NON È UN QUARTO GRADO DI GIUDIZIO E NON CANCELLA LA GRAVITÀ DEI FATTI”
Un conto è la fiammata “law and order”, altro è insistere nella sfida a Sergio Mattarella.
Ecco perché adesso Carlo Nordio sarebbe orientato a non forzare ancora la mano. Su un punto, in particolare: l’avvio dell’iter per la grazia a Mario Roggero. Dopo intensa riflessione – e con l’obiettivo di evitare altri frontali con il Quirinale – il Guardasigilli sarebbe dunque propenso ad attendere la pubblicazione delle motivazioni della sentenza prima di muovere passi formali per l’atto di clemenza. Significa che potrebbero passare fino a novanta giorni, l’orizzonte massimo fissato dalla legge.
Un’eternità, se si considera la pressione della destra a favore del gioielliere autore del duplice omicidio. Un caso attorno a cui Lega, Fratelli d’Italia e Futuro nazionale combattono da giorni per il consenso.
È una dinamica che minaccia Forza Italia. Il partito di Antonio Tajani rischia di restare vittima di questa tenaglia di destra. Non a caso, tra gli azzurri qualcosa si muove. Basta parlare con alcuni dei big. Ad esempio, il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. Gli chiediamo dei toni di queste ore. «Per FI – risponde – le sentenze vanno sempre e comunque rispettate. E la grazia è di pertinenza del capo dello Stato».
Certo, il numero due di Nordio si dice anche «d’accordo» con il principio contenuto in un ddl del governo di non risarcimento del danno per gli autori di reati (tutela di cui, stando alla sentenza di appello, non avrebbe comunque beneficiato Roggero). Ma il nodo resta politico, sottolinea Sisto, consapevole che Futuro nazionale potrebbe lanciare una battaglia per allargare il perimetro della legittima difesa: «Vannacci? Fin dai tempi di Berlusconi siamo abituati a essere inseguiti, non a inseguire. Non lo faremo certo ora. Manteniamo fermi i nostri principi di garantismo e moderazione».
Il disagio è evidente. Va gestita una convivenza scomoda con Matteo Salvini. Il leghista medita di proporre interventi sulla legittima difesa che comunque, sempre secondo l’appello, non avrebbe scudato il gioielliere. E sostiene di voler candidare il commerciante anche se la legge lo impedisce.
«Mai pensato di candidarlo», si mostra freddo Tajani. E anche il capogruppo di Forza Italia Enrico Costa, che pure nel 2015 tenne un convegno con Roggero, ai tempi vittima di un’altra rapina («fu un video che mi colpì per la brutalità») si mantiene assai cauto. Certo, dice, «va tenuto conto del contesto». Ma poi aggiunge: «Le decisioni della magistratura si rispettano. Siamo favorevoli alla grazia qualora vi fossero le condizioni. L’atto è una prerogativa assoluta del capo dello Stato e rispetteremo qualunque decisione verrà assunta. Non è un quarto grado di giudizio e non cancella la gravità dei fatti».
È evidente lo sforzo di tenersi a distanza di sicurezza. Consapevoli del rischio di perdere consenso, ma anche di schiacciarsi troppo a destra. È Giorgio Mulè a tentare una sintesi, con parole aspre verso gli eccessi a destra: «Agli ultra-legalitari si risponde con la serena, ferma e radicata adesione ai valori del garantismo. […] Perché così come esiste il pericolo di una deriva ultra-legalitaria, c’è quella ultra-giustizialista, dove i populisti vanno a braccetto con settori della magistratura». E infatti il prossimo terreno di scontro è proprio la giustizia. A partire dalle intercettazioni, su cui Forza Italia promette battaglia contro Meloni.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
PER DIECI ANNI E’ STATO COSTRETTO A COMBATTERE IN CARCERE PER PROVARE LA SUA INNOCENZA… COME MAI PER LUI NESSUN SOVRANISTA E’ ANDATO IN PELLEGRINAGGIO IN CARCERE, HA RACCOLTO FIRME E CHIESTA LA SUA LIBERAZIONE?
Con malcelato disprezzo, a lui il gioielliere Mario Roggero si è riferito definendolo “lo scafista che ha ammazzato trenta persone a cui Mattarella ha dato la grazia”. Ma Alaa Faraj, per il quale a ottobre – anche alla luce delle “crepe investigative” già sottolineate dalla Corte d’appello di Messina e di nuovi elementi raccolti dai legali – i giudici decideranno se revisionare il processo in cui lui e altri ragazzi sono stati condannati, non ha mai impugnato un’arma per uccidere. E non lo hanno fatto neanche gli altri che adesso come lui attendono di capire se ci sarà un’altra verità giudiziaria sulla traversata che hanno affrontato e si è conclusa con una strage.
A vent’anni, Alaa Faraj era una delle stelle del calcio libico. Non un Messi certo, ma uno che già si era fatto notare e sognava i campi europei. Ma all’epoca la Libia era infiammata dalla guerra civile, non c’era spazio per i sogni. Lui ci ha provato a uscire legalmente dal Paese con un visto universitario, ma dall’Europa non è mai arrivata una risposta. E allora lui e gli altri – avversari in campo, amici fuori, compagni nel corso di una traversata terribile – hanno deciso di imbarcarsi. Non lo aveva detto ai suoi, non aveva detto che avrebbe tentato di fuggire via mare neanche agli amici più stretti.
Quel viaggio è un incubo di onde e vento, su una carretta del mare a due ponti, piena fino a scoppiare di esseri umani. La renderà universalmente nota il capolavoro di Gianfranco Rosi, “Fuocoammare” che è il racconto di una delle tante stragi nel Mediterraneo. Quando il barcone su cui Alaa e altri calciatori libici viaggiano viene soccorso, si scopre che nella stiva 49 persone sono morte soffocate.
Alaa e gli altri non ne avevano idea, erano sopra, sul ponte. Inizialmente vengono sentiti solo come persone informate sui fatti, poi fermati per traffico di uomini insieme a un ragazzo marocchino. A differenza di tutti gli altri sono nordafricani, alcune confuse testimonianze li indicano come collaboratori del comandante. E inutilmente lui che era al timone ha detto e ripetuto di aver fatto tutto da solo e che a bordo dell’organizzazione che ha gestito il viaggio non c’era nessuno. Inutilmente, i cinque calciatori e il ragazzo marocchino hanno fornito “versioni compatibili fra loro, coerenti, identiche nel corso del tempo”, si riconosce nelle carte del processo. Inutilmente i loro legali hanno fatto notare come i testimoni che li accusavano siano spariti, che il riconoscimento è stato fatto senza la tecnica del birillo – mettendo a confronto i sospettati con persone fisicamente simili, esaminate da dietro uno specchio – prevista dal codice, che fra loro ci sia addirittura una donna all’epoca neanche in grado di riconoscere alcuni congiunti fra le vittime.
Le condanne sono arrivate, sono state confermate, solo dopo dieci anni – grazie al lavoro del pool difensivo che ha seguito i sei ex ragazzi – diversi tribunali hanno aperto le porte al possibile riconoscimento di una verità giudiziaria alternativa. Alcuni si sono lasciati andare, altri hanno patito di più la detenzione, arrivando persino a cucirsi la bocca in segno di protesta, Alaa ha provato a costruire comunque, in qualche modo la sua vita.
Dietro le sbarre ha studiato, prima l’italiano, poi ha ripreso il percorso universitario che la fuga dalla Libia ha interrotto. Nella lingua imparata dietro le sbarre ha scritto un’infinita serie di lettere a quella che all’epoca era la sua docente in un laboratorio, poi è diventata la sua confidente, quindi la compagna, oggi la moglie.
Per lui è stata la stessa Corte d’appello di Messina a suggerire di ricorrere all’istituto della grazia. Dopo aver riconosciuto l’esistenza di più di qualche “crepa investigativa” e palese “umana perplessità” sulle impostazioni alla base dei precedenti giudizi, hanno scritto: “vi è un solo istituto che questi casi può consentire lo scarto che indubbiamente esiste tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale dell’effettiva colpevolezza ed è l’istituto della grazia”.
Che quest’anno, in forma parziale, è arrivata. “Oltre a questo – fa notare la sua legale, l’avvocata Cinzia Pecoraro – il mio assistito, ha ottenuto anche la sospensione e l’esecuzione della pena, che riguarda proprio la circostanza della messa in dubbio della sentenza di condanna. Quindi, è stata la stessa corte di appello di Messina che ha messo in dubbio la condanna, ritenendo ammissibile la revisione e ritenendo che le nuove prove, da me presentate, fossero davvero rilevanti. Pertanto dire che è uno scafista che ha ammazzato trenta persone, è un’ affermazione piuttosto grave”
Poco prima che Alaa Faraj tornasse un uomo libero, la sua odissea, i suoi dieci lunghi anni dietro le sbarre, i suoi sogni – quelli tramontati e i nuovi tutti da costruire – hanno preso forma in un libro, che racconta la storia di tanti finiti dietro le sbarre dopo essere sopravvissuti al mare senza neanche sapere perché.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL BOOM DI CONSENSI SI DEVE A PERSONAGGI COME IL SINDACO DEM DI NEW YORK, ZOHRAN MAMDANI, SIMBOLO DELLA “NEW ERA” DELLA SINISTRA AMERICANA, MA ANCHE ALLA SPINTA DEI GIOVANI CHE RINNEGANO IL CAPITALISMO… E LA POPOLARITÀ DEL TYCOON CONTINUA A CALARE
Un nuovo sondaggio nazionale della CNBC mostra un dato destinato ad alimentare il
dibattito politico negli Stati Uniti: gli elettori sarebbero più propensi a votare per un candidato che si definisce socialista democratico piuttosto che per uno sostenuto da Donald Trump o apertamente legato al movimento MAGA.
Secondo il sondaggio, il 32% degli elettori registrati dichiara che sarebbe più incline a votare per un candidato socialista democratico, mentre il 50% sarebbe meno propenso. Un candidato con l’endorsement di Trump convince invece solo il 29% degli intervistati e ne allontana il 52%. Ancora peggio va a chi si presenta come sostenitore del movimento Make America Great Again: appena il 27% lo considera un elemento positivo, contro il 57% che lo vede negativamente.
L’indagine, realizzata tra l’8 e il 12 luglio su un campione di mille elettori registrati, arriva dopo le recenti vittorie di candidati socialisti democratici nelle primarie del Partito Democratico, a partire dal nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani, diventato il simbolo della svolta a sinistra del partito.
Il sondaggio suggerisce che i Democratici potrebbero presentarsi in posizione favorevole alle elezioni di medio termine di novembre, considerate un referendum sull’operato di Trump. Nel cosiddetto generic ballot, infatti, il 49% degli elettori preferirebbe un Congresso a maggioranza democratica, contro il 45% favorevole ai Repubblicani.
L’indagine fotografa anche un graduale cambiamento nell’atteggiamento degli americani verso il socialismo. Il 28% degli intervistati dichiara oggi di avere un’opinione positiva del socialismo, in forte crescita rispetto al 18% registrato nel 2024. Il capitalismo resta comunque più popolare: il 50% ne ha un giudizio favorevole, una quota sostanzialmente stabile rispetto al 51% dello scorso anno.
Tra i giovani emerge però una tendenza diversa. Gli elettori tra i 18 e i 34 anni preferiscono il socialismo al capitalismo con un vantaggio di 18 punti percentuali, mentre tutte le altre fasce d’età continuano a privilegiare il sistema capitalistico.
Secondo Micah Roberts, sondaggista repubblicano coinvolto nella ricerca, «se questi atteggiamenti dovessero mantenersi nel tempo, assisteremo a un cambiamento sismico nel dibattito nazionale e nelle politiche economiche che usciranno dal Congresso». E aggiunge: «Le opinioni dei giovani tra i 18 e i 34 anni rappresentano la realtà dell’America fra vent’anni».
Alla domanda se una qualche forma di socialismo sarebbe positiva per gli Stati Uniti, il 40% degli intervistati risponde di sì, contro il 44% che la considera negativa: un divario ormai molto ridotto rispetto al passato.
Il sondaggio registra infine un calo di popolarità per Donald Trump. Il presidente ottiene un indice di approvazione del 40%, mentre il 59% esprime un giudizio negativo sul suo operato. Ancora peggiore il dato sull’economia: il 60% boccia la gestione economica dell’amministrazione, contro appena il 38% che la approva.
Garrett Downs
per www.cnbc.com
argomento: Politica | Commenta »