Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL “RHINE GROUP” NON VUOLE LIMITARSI A PRODURRE STUDI, MA ANCHE INDIVIDUARE “MODALITÀ ALTERNATIVE” PER TRADURRE LE RIFORME IN DECISIONI CONCRETE, COMPRESA LA POSSIBILITÀ PER GRUPPI DI PAESI DI PROCEDERE INSIEME SENZA ATTENDERE L’INTESA DEI 27
Il sostegno dell’ex presidente della Banca centrale europea (Bce) ed ex presidente del Consiglio Mario Draghi al Rhine Group, un’organizzazione composta da 54 amministratori delegati, economisti, accademici e imprenditori tecnologici, sta alimentando all’interno della Commissione europea interrogativi sul rapporto tra l’economista italiano e l’esecutivo dell’Unione europea.
Lo riferisce l’edizione europea del portale “Politico”, citando diversi funzionari comunitari, secondo cui Bruxelles sarebbe stata colta di sorpresa dall’iniziativa, nata con l’obiettivo di elaborare e promuovere riforme anche al di fuori dei meccanismi istituzionali dell’Ue.
Il Rhine Group e’ una nuova iniziativa lanciata da Draghi e Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato della multinazionale di tecnologia finanziaria Stripe, con sede legale in Svizzera. Draghi e Collison ne sono i co-presidenti, mentre la direzione operativa e’ affidata all’economista spagnolo ed ex eurodeputato Luis Garicano.
Il gruppo riunisce oltre 50 personalità provenienti dal mondo delle imprese, della tecnologia, della finanza e dell’accademia e si propone di trasformare le indicazioni contenute nel rapporto Draghi sulla competitività europea in proposte operative, individuando strumenti per accelerare investimenti, innovazione, crescita della produttività e sviluppo di imprese europee capaci di competere su scala globale.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva affidato a Draghi il rapporto sulla competitività europea, utilizzandone successivamente le raccomandazioni per sostenere la necessità di maggiori investimenti, una più profonda integrazione economica e una riduzione delle frammentazioni nazionali.
Secondo “Politico”, tuttavia, il nuovo progetto consentirebbe a Draghi di promuovere la stessa agenda indipendentemente da Bruxelles e potrebbe accentuare il dibattito sui risultati finora ottenuti dalla Commissione nell’attuazione del rapporto. Un funzionario europeo ha definito Draghi “imprevedibile”, mentre un altro ha descritto come “imbarazzante” la sua apparente volontà di “emanciparsi” dalla Commissione e da von der Leyen.
Altri due funzionari hanno invece minimizzato l’ipotesi di una rivalità, sostenendo che l’autorevolezza di Draghi contribuisce a mantenere la competitività ai vertici dell’agenda europea e rafforza la posizione della Commissione nei confronti dei governi che vorrebbero applicare soltanto alcune delle sue raccomandazioni.
La portavoce della Commissione Arianna Podestà ha evitato critiche dirette al Rhine Group, limitandosi a osservare che il rafforzamento della competitività europea richiede ingenti investimenti privati e norme più semplici e che “le iniziative del settore privato sono fondamentali in questo senso”.
Nicolas Petit, professore dell’Istituto universitario europeo e tra i promotori del Rhine Group, ha spiegato a “Politico” che l’organizzazione potrebbe esplorare “altre modalità per far avanzare le cose”, compresa una cooperazione tra i Paesi disposti a procedere senza attendere il consenso di tutti gli Stati membri.
“Politico” riferisce inoltre che Jim Hagemann Snabe, presidente di Siemens e inviato speciale di von der Leyen per l’intelligenza artificiale industriale, era inizialmente comparso tra i membri del gruppo prima che il suo nome venisse rimosso.
Il portavoce della Commissione Balazs Ujvari ha precisato che Snabe era stato invitato a una specifica riunione ma “non assumerà alcun ruolo formale” nell’organizzazione. Tra gli altri membri figurano il premio Nobel per l’Economia Philippe Aghion, l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves, Beatrice Weder di Mauro, presidente del Centre for Economic Policy Research, la direttrice del settimanale britannico “The Economist” Zanny Minton Beddoes, il fondatore di Shopify Tobi Luetke, il fondatore di Atomico Niklas Zennstrom e il cofondatore di Klarna Sebastian Siemiatkowski.
La presenza italiana comprende, tra gli altri, Andrea Pignataro, fondatore di Ion Group, gli economisti Francesco Giavazzi e Lucrezia Reichlin, Vittorio Colao e Luca Ferrari, cofondatore di Bending Spoons. L’elemento politicamente più significativo è che il Rhine Group non vuole limitarsi a produrre dei semplici studi: tra gli obiettivi dichiarati vi è anche quello di individuare modalità alternative per tradurre le riforme in decisioni concrete, compresa la possibilità che gruppi di Paesi procedano insieme senza attendere necessariamente un’intesa a Ventisette. E’ proprio questa capacità di agire parallelamente ai meccanismi dell’Ue che spiega parte dell’irritazione emersa all’interno della Commissione.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
CHI C’ERA SI È SCOLATO QUALCHE BIRRA CIRCONDATO DA STRISCIONI AL SAPORE FASCIO: “DIFENDI CON ARDORE LA TUA TERRA”… IL PARTITO IN VENETO E’ DATO OLTRE IL 10%
«Difendi con ardore la tua terra e un ideale» recita lo striscione su sfondo rigorosamente
nero. Seguono in un curioso mix ideologico, il gonfalone di San Marco (da sempre «appannaggio della Liga»), lo stendardo di Treviso e un «identitario» «Razza Piave» vergato con un font nettamente vicino a quello utilizzato da formazioni di estrema destra come Forza Nuova.
L’iconografia, chiaramente fascista, della quinta edizione del raduno «Squadrismo Summer Fest» è questa, immortalata dall’ex consigliere regionale meloniano Joe Formaggio, ora fra i più ferventi «soldati» di Roberto Vannacci in Veneto. Le foto raccontano un non meglio precisato prato di Vedelago, sabato scorso, pochi presenti, un paio di stand, una piscina di gomma.
L’indignazione mediatica e non, è esplosa immediatamente. A partire dall’Anpi di Castelfranco che stigmatizza così l’«incontro fra camerati», per citare Formaggio: «L’Anpi non può restare indifferente di fronte allo “Squadrismo Summer Fest” che ha visto la presenza di rappresentanti politici e amministratori. La normalizzazione di simboli e linguaggi fascisti non può passare inosservata e impunita, per questo auspichiamo che le autorità competenti chiariscano i contorni di una iniziativa dai lugubri connotati anticostituzionali».
Poi arriva la stoccata al sindaco di Spresiano, Marco Della Pietra (ex FdI), presente al raduno e dato «in avvicinamento» dal coordinatore regionale di Futuro Nazionale Guido Giacometti: «Chiediamo a chi ricopre incarichi istituzionali di chiarire quale messaggio intenda trasmettere partecipando a iniziative come questa». Anche fra i vannacciani si lamenta qualche imbarazzo.
Il consigliere regionale Stefano Valdegamberi ammonisce: «Voglio un partito con valori forti, seri, magari anche in controtendenza ma non c’è bisogno di scadere in manifestazioni che possono essere viste come folklore e che non aiutano la causa».
Non ci sta l’Anpi: «Sono manifestazioni che, mascherate da iniziative folcloristiche, nascondono germi pericolosi per la democrazia». Giovanni Manildo, capogruppo Pd, attacca: «Si alza costantemente l’asticella della provocazione senza il limite del buon gusto».
Il vertice regionale ufficiale di FnV, Giacometti, commenta così: «Derubrico la faccenda come la partecipazione di Joe e altri tesserati a una festa privata». Quanto al fatto che non tutti i vannacciani veneti apprezzino, Giacometti spiega: «Futuro nazionale è un gran contenitore, lo dice il generale. Sì, c’è un’anima sicuramente di destra-destra, una più di centrodestra e persino qualche doroteo. Le sensibilità e anche le cifre comportamentali chiaramente sono diverse. Aggiungo che siamo in una fase più che giovanile, quasi infantile e quindi con i comportamenti tipici dell’età: i bambini sono entusiasti e hanno bisogno di un po’ di educazione, mettiamola così».
Traducendo liberamente, un buffetto, al massimo. Perché la comunicazione dei vannacciani è improvvisazione dadaista (più che futurista), se c’è l’istrionico Formaggio a far da ariete, nulla quaestio.
C’è spazio per tutte le sfumature di nero. E per una crescita ulteriore, i primi sondaggi dei vannacciani parlano, in Veneto, di una forbice fra il 10 e il 15% . Risultati (potenziali) attribuibili per il 60% ad elettori che alle ultime Politiche non hanno votato e per il restante 40% al saccheggio nei bacini elettorali di Lega e FdI. Una doppia cifra data per sicura che esercita un innegabile fascino sugli scontenti.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
NUOVO SCONTRO TRA L’AZIENDA SPAGNOLA E I MAGISTRATI MILANESI
Quattordici euro lordi l’ora invece di dieci. Tre euro a consegna invece di 2,50. Il piano messo sul tavolo lo scorso maggio da Glovo per convincere la Procura di Milano a revocare il controllo giudiziario della società sembrava aver accontentato i magistrati e, in parte, anche i circa 40mila ciclofattorini che lavorano per la piattaforma di food delivery. Invece, secondo gli stessi pm, quegli aumenti promessi da Glovo sono rimasti in buona parte sulla carta. Tutta colpa, spiega oggi un articolo del Corriere, del modo in cui l’azienda calcola le ore che devono essere pagate. Secondo il pm Paolo Storari, il nuovo sistema impiegato da Glovo riconosce effettivamente un compenso più alto per i rider, ma su una quantità di tempo inferiore a quella impiegata. La Procura di Milano stima che per ogni dieci ore di lavoro, almeno tre non verrebbero conteggiate.
Il piano di Glovo per uscire dal controllo giudiziario
Lo scontro tra i pm e la piattaforma spagnola risale allo scorso febbraio, quando Glovo viene commissariata con l’accusa di caporalato e sfruttamento della manodopera. La stessa sorte tocca anche ai rivali di Deliveroo, mentre Just Eat – l’unica grande piattaforma di food delivery che ha acconsentito ad assumere i propri rider e inquadrarli come lavoratori dipendenti – ne è uscita indenne. Per uscire dal controllo giudiziario, lo scorso giugno Glovo ha portato il compenso minimo orario lordo a 14 euro. Parallelamente, il compenso minimo per una consegna è salito a 3 euro, con effetto retroattivo dal 9 febbraio, giorno in cui è scattato il commissariamento dell’azienda.
La stessa Glovo ha spiegato che il nuovo compenso orario viene calcolato non più sul «tempo stimato» di consegno, ma sul tempo effettivo di consegna calmierato. Ed è proprio quell’aggettivo, «calmierato», a essere diventato il cuore del nuovo scontro con la Procura. Il tempo effettivamente impiegato dal rider non viene conteggiato senza limiti. La piattaforma applica dei tetti massimi, i cosiddetti cap, determinati sulla base di criteri statistici e differenziati anche in funzione del tipo di veicolo che il fattorino utilizza. Se il rider impiega più tempo del limite considerato congruo dall’algoritmo, la parte eccedente non entra nel calcolo del compenso.
I calcoli della Procura sulle ore non pagate
Secondo la società, il calcolo tiene conto di diverse variabili come distanza, velocità mediana dei corrieri e tempi di attesa presso il ristorante o il punto vendita. Per i magistrati, invece, i conti non tornano. Su circa 1,197 milioni di ore di tempo effettivo dei rider, il sistema ne avrebbe riconosciute e pagate circa 854mila. Le altre 343mila ore, pari a circa il 28%, non sarebbero quindi entrate nel calcolo del compenso. Il risultato, secondo la Procura, è che per una parte consistente dei ciclofattorini i 14 euro lordi promessi non si traducono effettivamente in 14 euro per ogni ora trascorsa al lavoro.
La tesi dei pm e la replica della società
Il 2021 rappresenta uno spartiacque per il settore italiano del food delivery. Quell’anno, la Procura di Milano ha costretto le principali piattaforme a fare i conti con le condizioni di lavoro dei rider, portando di fatto il mercato italiano a dividersi in due modelli. Da una parte Just Eat, che ha scelto di assumere i propri ciclofattorini con il contratto nazionale della logistica, riconoscendo ferie, malattia, tredicesima, coperture assicurative e una retribuzione oraria. Dall’altra Glovo e Deliveroo, che hanno continuato a difendere il modello del lavoro autonomo e cinque anni più tardi sono state sottoposte a controllo giudiziarioI magistrati contestano non solo le retribuzioni, ma anche l’inquadramento dei rider.
E nemmeno il piano presentato a giugno da Glovo sembra aver ammorbidito le posizioni della Procura. Secondo i pm, Glovo continua a operare in una «situazione di illegalità» sul fronte delle paghe, anche perché «il sistema di determinazione dei compensi resta completamente opaco», e insiste sul fatto che i rider vadano assunti «come lavoratori subordinati». La società, assistita dagli avvocati Francesco D’Alessandro e Pasquale Annicchiarico, contesta la ricostruzione della Procura. Secondo quanto riporta il Corriere, la piattaforma di food delivery continua a sostenere che i rider operino come lavoratori autonomi e in attesa della decisione del gip continua a sostenere di essere pronta a lasciare l’Italia piuttosto che accettare di assumere i rider.
L’ultima stangata arriva da Torino
Nel frattempo, arriva un’altra grana giudiziaria per Glovo, questa volta dal tribunale di Torino. Secondo quanto riferito in una nota dal sindacato Usb, i magistrati hanno imposto a Glovo di «garantire al rider calzature ergonomiche, abbigliamento adeguato alle varie condizioni climatiche (estate-inverno-pioggia), un luogo di riparo durante l’attesa degli ordini e l’accesso gratuito ai servizi igienici, oltre i dispositivi per le alte temperature (copricapo con visiera, occhiali da sole con filtri Uv, crema solare ad alto fattore protettivo superiore a 30, sali minerali idrosolubili, borraccia termica e acqua)”». La decisione è passata in giudicato il 20 agosto scorso. Ciononostante, contestano i sindacati di base, «Glovo non ha adottato le tutele e i presidi prescritti dal Tribunale. È un fatto gravissimo, che conferma quanto Usb sostiene da sempre: Glovo continua a comportarsi come se fosse al di sopra delle regole e delle decisioni delle istituzioni italiane, anche quando vi è un ordine diretto dell’autorità giudiziaria».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER SPINGE PER IL VOTO IN PRIMAVERA, IL LEGHISTA CHIEDE TEMPO PER RISALIRE NEI SONDAGGI (O SPROFONDARE DEFINITIVAMENTE)
Matteo Salvini spinge per arrivare alla scadenza naturale della legislatura e votare
nell’autunno del 2027. Giorgia Meloni, invece, starebbe valutando seriamente l’ipotesi di anticipare le elezioni alla primavera del prossimo anno.
Lo rivela Repubblica, secondo cui è nato un battibecco tra i due principali alleati di governo sulla data delle prossime elezioni politiche. Il leader della Lega ne avrebbe parlato alla premier anche nelle ultime ore, ribadendo la convinzione che l’attuale maggioranza possa vincere nuovamente le elezioni.
La premier spinge per un voto in primavera
Per Salvini, arrivare fino alla fine della legislatura significherebbe avere ancora un anno a disposizione per migliorare il quadro politico e recuperare consenso. Innanzitutto quello scivolato verso l’estrema destra di Roberto Vannacci, in costante ascesa nei sondaggi. Ma a Palazzo Chigi il ragionamento sarebbe diverso. Meloni, secondo quanto scrive Repubblica, non sembra intenzionata a seguire la strada indicata dal vicepremier e starebbe prendendo in considerazione un voto anticipato. Tra le date esaminate ci sarebbe soprattutto l’11 aprile 2027. La scelta avrebbe una sua logica nel calendario dell’anno prossimo. La Pasqua cadrà il 28 marzo e il voto arriverebbe quindi due settimane dopo, lasciando alcune settimane di distanza dalle elezioni amministrative, previste tra maggio e giugno.
L’ipotesi election day e la strategia di Palazzo Chigi
A rendere più complessa la decisione c’è proprio il calendario delle amministrative. Nel 2027 saranno chiamate al voto alcune delle più grandi città italiane, tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Palermo. Palazzo Chigi, sempre secondo il retroscena di Repubblica, avrebbe chiesto a sondaggisti ed esperti di flussi elettorali di valutare i possibili effetti di un unico election day. Il timore iniziale era che un voto amministrativo favorevole al centrosinistra potesse trascinare verso il basso il centrodestra anche alle politiche. Secondo gli esperti consultati, però, questo rischio sarebbe più limitato del previsto. Per Meloni, accorpare le due consultazioni non rappresenterebbe necessariamente uno svantaggio. Ma il ragionamento della premier è un altro: puntare prima alla conferma del governo a livello nazionale e affrontare successivamente la partita delle grandi città.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
NOI PROPENDIAMO PER UNA MULTA A CHI SUI MEZZI PUBBLICI MOLESTA I PASSEGGERI DI COLORE TOCCANDOLI PER VEDERE SE HANNO LA PELLE COME I BIANCHI
Potrebbero esserci forti disparità tra regioni, con alcune che contribuirebbero sicuramente di più per tradizione ma c’è una ricetta economica curiosa proposta dal leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci: stangare chi impreca e usare il ricavato per far brillare le casse dello Stato. Un piano che rischia di mandare sul lastrico milioni di cittadini, scherza oggi Alessandro Gonzato su Libero, ma che spunta sul discusso programma del partito Futuro Nazionale.
Un “chitemmuort” per migliorare il sistema sanitario nazionale
Facile indignarsi su “unioni civili” o “migranti”. A pagina 83, capitolo 13, sotto la voce “Valori non negoziabili”, c’è questa piccola perla scovata da Libero. Si legge infatti: «Anche l’art. 724 del Codice penale (bestemmia e manifestazioni oltraggiose verso i defunti) dovrà essere puntualmente applicato, con la verifica da parte delle Forze dell’Ordine e la segnalazione all’autorità giudiziaria. La mancata sanzione, per assuefazione o buonismo ideologico, delle violazioni del Codice penale in materia morale grave rappresenta un fattore di disgregazione delle virtù e, inoltre, di mancati introiti per le casse dello Stato, il quale potrebbe destinare tali proventi al sociale e ad iniziative utili per lo sviluppo del Paese».
Si nota che la stretta, precisa il quotidiano, non si fermerebbe alla blasfemia pura. Il comunissimo “mortacci tua”, popolare da Roma in giù, potrebbe aiutare non poco le casse dello Stato. Oggi l’illecito amministrativo prevede già multe da 51 a 309 euro. Nel programma di Vannacci non si parla di rincari, e già questo appare un gesto di insperata clemenza.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
NON RISPONDERE ALLE DOMANDE E GOVERNARE SENZA RIFORME
Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il
record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce.
Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette.
Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo.
Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo.
Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile.
D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti.
Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili.
La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.
Ma la sostanza della navigazione – dal mellifluo “mi consenta” al perentorio “io sono Giorgia” – è rimasta la stessa: dire, disdire, adattarsi. La fiamma ha viaggiato da Salò a Cologno Monzese, passando per Atreju, Palazzo Chigi, Bruxelles. Identico il metodo di occupazione di tutti i posti disponibili e indisponibili, la Rai, le banche, i controllori istituzionali da ibridare con i controllati. Ordine pubblico da cavalcare sempre. Decreti Sicurezza per moltiplicare le pene. Immigrati nemici da imprigionare lungo ogni confine, tranne che nei campi di pomodori e nelle fabbriche. Bambini sempre stranieri, minori per la prima volta punibili, ma anche gioiellieri eroi, quando sparano, e sottosegretari immunizzati dal diritto alla privacy, quando cucinano bistecche con il pepe di camorra.
Non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro. Che nella sua stagione ci ha lasciato la patente a punti e il divieto del fumo nei luoghi pubblici. Ora i suoi eredi festeggiano il record, ignorando il dubbio che sia un’aggravante. Si detestano in privato, ma sono sempre svelti a tornare a tavola in pubblico, specie ora, con la minaccia di Vannacci, nell’anno elettorale. E la sinistra? È ancora laggiù, tra le siepi del programma. Cerca un leader, un nome, un nuovo corso, per smontare l’eterna Italia e migliorarsi al punto da renderla migliore.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
SARANNO INVIATI SAMP-T E ASTER, MA SI USERA’ UN DECRETO PER NON SPACCARE LA MAGGIORANZA… IL FESTIVAL DEI VIGLIACCHI CHE NON HANNO IL CORAGGIO DELLE PROPRIE AZIONI
Si fa, ma non si dice. Palazzo Chigi parla solo di generatori elettrici, per dare una mano alla
popolazione ucraina nel buio e nel gelo dell’inverno sotto le bombe. Invece nel segreto il governo Meloni ha già deciso da settimane un poderoso sostegno militare, che è stato definito nei dettagli e verrà presto formalizzato nel tredicesimo “Decreto Aiuti”: a Volodymyr Zelensky è stato promesso di renderlo operativo entro il prossimo ottobre. Armi di ultima generazione, che formeranno uno scudo contro la pioggia di ordigni russi.
Si tratta di altre batterie contraeree Samp-T nella versione NG in grado di abbattere i missili balistici, di intercettori Aster 30 e dei radar per avvistare gli incursori di Mosca. Sono frutto di un’intesa tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni siglata a luglio, grazie anche alle ottime relazioni personali tra il ministro Guido Crosetto e il premier Lecornu, suo ex collega alla Difesa. Sono tutti sistemi protettivi, senza capacità offensive, prodotti congiuntamente dalle due nazioni.
Kiev dispone già di due batterie Samp-T donate dai due governi – una interamente italiana – che hanno dato ottimi risultati. Sono state fotografate le sagome delle prede russe distrutte, dipinte su uno dei lanciatori: due cacciabombardieri Sukhoi, un missile ipersonico, dozzine di droni e di cruise. Poi dall’estate 2025 questi dispositivi sono rimasti senza munizioni, perché Parigi e Roma hanno smesso di consegnare gli Aster 30: le scorte nazionali erano arrivate al minimo. Adesso le catene di montaggio hanno incrementato il ritmo e c’è la volontà di riprendere le forniture su vasta scala.
Il piano è ambizioso e articolato, proprio per dare un soccorso rapido all’Ucraina. Zelensky ne ha parlato tre giorni fa, fornendo ulteriori dettagli. E Repubblica ha ottenuto conferme sul ruolo del nostro esecutivo. Ci sarà la vendita – finanziata dai prestiti della Ue – di quattro batterie Samp-T NG: quelle più moderne che hanno prestazioni pari, se non superiori, ai Patriot americani. Saranno accompagnate da sette radar con grande raggio di scoperta: sei realizzati dalla francese Thales e uno dall’italiana Leonardo. Inoltre Parigi e Roma autorizzeranno la produzione degli intercettori Aster 30 N1BT in Ucraina, in modo da renderla autonoma nel settore della difesa antimissile: Zelensky sostiene che questi contratti saranno firmati entro settembre.
Poiché i raid russi stanno infliggendo ogni giorno danni gravi alle città, Kiev ha l’urgenza di ricevere subito armamenti operativi. Per questo l’Italia manderà entro ottobre una fornitura di intercettori Aster 30 prelevati dai magazzini delle nostre forze armate. Serviranno per le batterie già schierate in Ucraina e per altre due “anticipate” dall’Eliseo sottraendole al suo esercito, che poi le sostituirà con quelle antimissile non appena usciranno dalle fabbriche. Tutti i materiali, anche quelli di nuova costruzione, dovranno arrivare sul campo entro il 2027. In questo modo lo scudo contraereo di Kiev non dipenderà soltanto dai Patriot statunitensi, che la Casa Bianca nega o centellina, ma potrà contare su una massiccia barriera italo-francese composta da sei batterie Samp-T.
Il valore complessivo dell’operazione dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro e sarà coperto dai fondi Ue dell’Ukraine Support Loan, di cui due giorni fa è stato confermato il rifinanziamento. Salverà tanti civili dai bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione nelle nostre industrie. Ci sarà anche uno sviluppo tecnologico, perché darà modo di testare in condizioni reali l’unico scudo antimissile europeo: il pilastro del progetto Michelangelo Dome.
Il piatto forte del Tredicesimo Decreto Aiuti sarà composto quindi dalla cessione degli intercettori Aster 30 presi dai nostri arsenali e dalla licenza per costruirli a Kiev oltre alla vendita del radar Kronos e delle componenti made in Italy per le quattro batterie Samp-T. Il ricorso alla formula del Decreto offrirà al governo due vantaggi. Il primo è procedurale: permette di saltare l’iter per autorizzare l’export di armamenti, in genere estremamente lento. Il secondo è politico: tutto viene coperto dal segreto, senza rischiare scontri con la Lega – contraria al sostegno militare all’Ucraina – e limitando i contraccolpi nel clima di campagna elettorale. Oltre a salvaguardare la coesione della maggioranza, la premier deve fare i conti con la concorrenza a destra del generale Vannacci, ancora più determinato nel contestare l’appoggio a Kiev. Sul piano internazionale, la linea di Giorgia Meloni è un’eccezione: gli altri leader non nascondono il contributo alla resistenza contro gli invasori; lei lo concretizza nel silenzio, preoccupata di non guastare gli equilibri di una coalizione profondamente spaccata sulla politica estera.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
RANUCCI OUT CON UN REPORT “COMMISSARIATO”, CONDUTTORE NUOVO CHE SARA’ SOLO CONDUTTORE E CAPO DEGLI AUTORI ESTERNO… ADDIO INCHIESTE SUI POTENTI, MUSERUOLO ALLE INCHIESTE SCOMODE AL GOVERNO
Ai piani alti della Rai la convinzione è quella di riuscire a chiudere con successo
“l’operazione Report” tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima. Perché la questione ha un doppio corno. Prima verranno sottoposte a Sigfrido Ranucci tre offerte per un suo possibile ricollocamento, nella comunicazione con cui gli verrà notificato che non sarà più lui a condurre la trasmissione. Poi si metterà mano a quello che è temuto come un “commissariamento”: il nuovo capo degli autori sarà un esterno alla squadra di Ranucci (è stata sondata a più riprese la giornalista Raffaella Pusceddu), ma gli innesti non si fermeranno a questo. Di qui il timore della redazione ossia che, al di là di Ranucci, l’obiettivo sia quello di cambiare il format stesso di Report, per come è stato fin qui, in quanto sgradito al governo: chi avrà l’ultima parola sulle inchieste da mandare in onda nella stagione che partirà a novembre? E chi sarà il nuovo volto di Report? Di sicuro, a differenza di Ranucci, avrà solo il ruolo di conduttore.
Ma occorre innanzitutto mettere il primo tassello. Ieri in via Alessandro Severo nel corso di una riunione dell’ad della Rai Giampaolo Rossi con il capo del personale Felice Ventura e il direttore dell’ufficio legale Francesco Spadafora sono state passate in rassegna le ipotesi sul futuro impiego del giornalista, nella speranza di un lieto fine come nel caso di Giuseppe Carboni: rimosso a giugno da Rai Parlamento per fare posto alla sua vice Francesca De Martino (nome gradito a Fratelli d’Italia), avrebbe accettato la proposta di andare a dirigere la scuola di giornalismo di Perugia. Ma nel caso di Ranucci la strada è tutta in salita, e non solo perché il giornalista è intenzionato a resistere, come ha fatto capire ieri via social. “In queste ore e in questi giorni i vertici Rai sono al lavoro per il mio allontanamento da Report”, ha scritto riferendosi alla riunione di ieri sul suo futuro professionale.
Le offerte da proporgli che siano a prova di denuncia da demansionamento non sono molte, e del resto quelle che sono state vagliate devono misurarsi anche con un altro fattore che è emerso ieri. Ossia il parere dei direttori delle testate interessate dal suo spostamento, fin qui interpellati da Giampaolo Rossi. “Siamo pronti ad accoglierlo a braccia aperte, naturalmente. Però il posto di Ranucci è a Report” è il senso di quanto riferito dal direttore del Tg3, Pierluca Terzulli, all’ad.
Dunque la strada non sembra spianata, anche perché la Rai ha già deciso che la stagione di Ranucci a Report è conclusa. Ma quando gli comunicherà il passaggio ad altro incarico (mettendo sul piatto almeno tre ipotesi congrue rispetto alla sua qualifica e al ruolo che attualmente ricopre) dovrà fare cenno pure a quali ne siano le motivazioni. E qui il ragionamento corre sul filo della logica. “La questione è che non basta individuare un incarico, seppure formalmente, equivalente a Report. La parte più difficile è la motivazione dello spostamento. Se lo mandano via per ragioni, diciamo così, di affidabilità per i suoi rapporti con Valter Lavitola, perché dovrebbe ridiventare affidabile in un altro impiego?” riferiscono fonti interne alla Rai, per poi concludere: “Se invece non gli verrà rinfacciato nulla di tutto questo, come si giustifica la decisione di toglierlo dalla guida del suo programma?”. Dall’altra parte c’è pure chi invoca nella sostituzione di Ranucci esclusivamente ragioni di opportunità “nell’ottica di trovare una soluzione editoriale e mandare avanti il glorioso marchio di Report, uno dei fiori all’occhiello della Rai”.
Chi ci lavora però brancola nel buio da settimane. Ieri i due “rappresentanti” della redazione, Giorgio Mottola e Giulio Valesini, hanno incontrato in via Teulada il capostruttura Luigi Pompili: gli hanno detto le loro preoccupazioni e che vogliono continuare a collaborare perché si giunga a soluzioni condivise. Insomma, niente invasioni di campo, con commissari esterni che decidano sulle inchieste e né nomi, per quanto riguarda la scelta del conduttore, piovute dall’alto. Ma l’incontro con il direttore della direzione Approfondimenti Paolo Corsini è previsto solo per i primi giorni di settembre. Quando, almeno nei piani dell’ad Rossi, i giochi saranno ormai fatti.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
NEL PARTITO DI VANNACCI C’E’ TUTTO E L’INCONTRARIO DI TUTTO
In questo prevedibile Paese, dove tutto è proprio come sembra, basta poco per meravigliarsi. Si apprende che in area vannacciana esiste un professore, Luca Sforzini, assai contrariato dal puzzo nero che essuda da ogni singola parola di quel partito e di quel programma; al quale contrappone gli ideali del Risorgimento e dell’Italia liberale.
Il punto — dice — non è essere più a destra; è capire quale destra. Bisogna «persuadere uomini liberi, non educarli sotto tutela». E mai e poi mai si possono istituire «polizie morali».
Il professore, si noti, è presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, dunque in teoria uno degli ideologhi del nuovo partito, non un passante distratto o un umarell che, non avendo di meglio da fare, osserva il cantiere da fuori e dà consigli impercepiti.
E in mezzo al fervore littorio e al batter di tacchi dei soggetti che fanno da coorte a Vannacci (sempre più somigliante ad Alberto Sordi), se ne esce, soave e ammirevole, con Cavour e Ricasoli, con le memorie ottocentesche di una nazione giovane, laica, inesperta e forse per questo più dignitosa di come poi, rendendola feroce e volgare, la fece il Novecento nella sua prima metà.
Detto che sarebbe un sogno l’eventuale prevalenza, dentro Futuro Nazionale, del professor Sforzini (che immaginiamo con i baffi a manubrio e la camicia candida che si oppone alle baionette austriache e agli schioppi dei papalini), ci si domanda chi avrà il coraggio di avvertirlo che forse non è nel partito giusto, come quello che sbaglia treno e dai finestrini vede le Alpi. Ma voleva andare a Napoli.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »