Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’AUTOCRATE DI PECHINO RESTA SERAFICO DI FRONTE ALLE SPARATE DI TRUMP: SA DI AVERE IL COLTELLO DALLA PARTE DEL MANICO, TRA MONOPOLIO DELLE TERRE RARE E AUTARCHIA PRODUTTIVA… LE SANZIONI? L’UMORE SI È CAPOVOLTO: ORA FANNO TUTTO IN CASA (MA GLI SERVONO IL PETROLIO IRANIANO E IL GAS RUSSO)
La leadership politica e intellettuale cinese si sente molto sicura di sé. A differenza di quella
occidentale. Xi Jinping snobba persino le sanzioni minacciate da Trump a chi aiuta l’Iran.
Un po’ di buone ragioni le hanno: le elenca, in un articolo del 25 agosto, Wang Wen, preside dell’Istituto per gli Studi Finanziari e vicepresidente della Scuola della Via della Seta all’Università Renmin (di élite).
Il suo riassunto di come è cambiata la percezione cinese della competizione con gli Stati Uniti dal debutto di Trump alla Casa Bianca è questo: «Ho passato un decennio osservando la (nostra, ndr ) visione variare, da allarme reale nel 2017 a qualcosa di più vicino a un’alzata di spalle oggi».
Pechino si sente forte e considera Washington in via di indebolimento. Per quattro ragioni, sostiene Wang.
Primo, Trump ha minato il sistema di alleanze americano: «Nel primo termine ha sbatacchiato il mobilio di Washington. Nel secondo sta demolendo la casa».
Secondo, «La sua durezza è una tattica negoziale, non una crociata»: lo si è visto quando ha imposto dazi del 145% alla Cina ma poi ha fatto marcia indietro per l’opposizione interna.
Terzo, la pressione americana non ha limitato i cinesi, anzi: di fronte alle sanzioni, le imprese hanno iniziato a fare tutto in casa e ora l’umore si è capovolto, si è scoperto che «le sanzioni sono parecchio utili a costruire le cose che intendevano impedire».
Quarto, la politica americana sbanda a ogni elezione mentre quella cinese produce un piano ogni cinque anni, senza scossoni tra l’uno e l’altro (in realtà questa può essere più una debolezza che una forza). «Somma questi quattro punti e ciò che ottieni è, più che un argomento, un mood di rilassata, tranquilla fiducia in sé stessi».
Questo approccio trascura le distorsioni dell’economia cinese e dimentica la probabilità che il centralismo del Partito comunista possa fare sbandare il Paese (come nei casi della politica del figlio unico, dei lunghissimi lockdown durante il Covid, della bolla immobiliare).
È che la fiducia attutisce i dubbi. «Dieci anni fa, molti di noi avevano una visione ammirata, quasi idealizzata dell’America. Quella è andata», chiosa Wang. Arrogante?
Forse, ma soprattutto da studiare.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL PREZZO MEDIO DELLA TAZZINA IN ITALIA È SALITO QUEST’ANNO A 1,29 EURO, 25 CENTESIMI IN PIÙ RISPETTO AL 2021. UN RINCARO, DEL 24,2% IN CINQUE ANNI, MA C’È CHI “RESISTE” CON IL CAFFÈ A MENO DI UN EURO
La tazzina di caffè sta diventando sempre più cara in molte città d’Italia. Il prezzo arriva persino a quota 2 euro in alcuni bar del centro di Merano. Ma anche a Bologna in alcuni locali sotto i portici la tazzina è arriva a 1,70 euro.
Gli esercenti giustificano gli aumenti con il rincaro della materia prima all’ingrosso, i costi dell’energia sempre più alti e l’impatto dei cambiamenti climatici sulla produzione del caffè.
Un dato di fatto è che comunque il prezzo medio della tazzina in Italia è salito quest’anno a 1,29 euro, 25 centesimi in più rispetto al 2021. Un rincaro, del 24,2% in cinque anni secondo i dati del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc), realizzato con Assoutenti sui dati ufficiali del Mimit.
Secondo l’analisi Bolzano è la città più cara d’Italia, con una media di 1,51 euro a tazzina, seguita da Pescara con 1,49 euro. E non c’è solo il prezzo dell’espresso: in alcuni bar anche le varianti più richieste hanno un sovrapprezzo. Il decaffeinato, per esempio, può costare qualche decina di centesimi in più, così come il caffè macchiato, per il costo aggiuntivo del latte e della lavorazione.
Secondo l’analisi, in tutto sono undici le province che hanno superato la soglia psicologica di 1,40 euro, da Ferrara a Trieste, da Padova a Udine: un asse quasi interamente settentrionale.
All’estremo opposto, Messina si conferma la città più economica, con appena 1,06 euro, seguita da Catanzaro a 1,08. Sotto quota 1,20 euro resistono anche Aosta, Siracusa, Varese, Roma e Pistoia. Il divario è di 45 centesimi tra Nord e Sud che, moltiplicato per i consumi quotidiani di milioni di italiani, può pesa parecchio sul portafoglio.
Ma dove si riesce ancora a bere un caffè con meno di 1 euro? Succede al bar «Fante di Cuori» di Cossato, nel Biellese. Qui l’espresso costa ancora 70 centesimi, vale a dire il prezzo degli ultimi trent’anni. I titolari spiegano di voler mantenere il caffè alla portata di tutti, anche a costo di rinunciare a una parte dei margini di guadagno.
Anche a Torino, in corso Dante, il 61KF Cafè offre la tazzina ancora a 1 euro, un’eccezione in un mercato dove la soglia dell’euro è ormai sempre più difficile da trovare. Si tratta in ogni caso di una scelta sempre più controcorrente in un mercato dove sono rincarati i costi dell’energia, della gestione dei locali e della materia prima.
L’aumento degli ultimi anni è spiegato dall’analisi del Crc non soltanto con la salita delle quotazioni della materia prima sui mercati finanziari (+130% negli ultimi tre anni) ma anche dalle tante spese che i bar devono affrontare.
Non a caso le città che sono cresciute di più negli ultimi cinque anni sono anche quelle con i costi fissi più alti: Pescara (+49%), Parma (+41%), Bari (+39,5%) e Napoli (+37,8%). Sul fronte opposto, gli aumenti più contenuti si registrano ad Aosta (+6,7%), Cagliari, Biella e Reggio Emilia, tutte intorno al +15%.
(da “la Stampa”)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA FESTA SUL RECORD DI GOVERNO CON LE TRUPPE CAMMELLATE: 60 AUTOBUS E PIENO DI DEPUTATI E SENATORI
Diecimila militanti, di cui la metà dalla provincia di Bari. Sessanta pullman da tutta Italia. Una
platea imponente, quasi da concerto rock. Per l’evento tanto sognato dalla premier Giorgia Meloni per festeggiare un record: il governo più longevo della Repubblica italiana. Bari è mobilitata, insieme a tutto lo stato maggiore del partito.
L’evento però costa. E per questo i parlamentari e i consiglieri regionali si stanno autotassando. Deputati, senatori e consiglieri regionali da tutta Italia hanno pagato di tasca propria i pullman che arriveranno da ogni parte della penisola. Alcuni sono arrivati a versare 700 euro, altri meno a seconda dei prezzi pattuiti.
Anche perché i pullman non dovranno solo portare i partecipanti alla manifestazione ma anche riportarli indietro, magari viaggiando di notte. Per il resto hanno contribuito in parte il partito regionale e il partito nazionale.
Ovviamente i parlamentari e i consiglieri regionali dovranno anche portare le truppe all’evento riempiendo i pullman di militanti. Mercoledì sono partite le iscrizioni con un form sul web che è stato mandato via chat a parlamentari, dirigenti, consiglieri regionali, amministratori locali e iscritti. L’idea è quella di riempire il terminal crociere di Bari con l’intervento di Meloni al tramonto.
Una decisione – quella di far pagare di tasca propria alcuni pullman – che non è piaciuta a diversi eletti e consiglieri regionali che lamentano di dover già versare mille euro al mese tutti i mesi da inizio legislatura. Circa 5 mila presenti, la metà, con relativi pullman sono attesi dalla Puglia e da tutte le province e quella da cui ci si attende maggiore partecipazione è quella di Bari. Gli altri arriveranno soprattutto dalle Regioni del Sud.
Ieri il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, e il senatore barese Filippo Melchiorre hanno fatto un nuovo sopralluogo per capire gli aspetti logistici della manifestazione: l’ingresso delle auto blu (ci saranno ministri, il presidente del Senato Ignazio La Russa e la premier Meloni) e il parcheggio dei pullman. Questa mattina poi in Regione sarà presentato l’evento con una conferenza stampa. Il titolo della giornata è emblematico: “Governo più stabile, Italia più forte”.
È previsto l’intervento dei vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e di Maurizio Lupi (dovrebbero esserci anche parlamentari della coalizione) e poi di Meloni alle 19:15. La premier rivendicherà i risultati dei suoi 4 anni di governo e aprirà la campagna elettorale studiando una proposta economica, sulle tasse. Non solo: ricorderà l’importanza di aver scelto Bari e il Sud come “ponte” per il Mediterraneo rivolgendosi direttamente al Meridione in vista delle prossime elezioni.
Da programma dovrebbe essere prevista anche un’intervista al vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto (leccese doc) anche se negli ultimi giorni sono aumentati i dubbi interni per l’opportunità di far partecipare il numero 2 di Ursula von der Leyen a una festa di partito. Si deciderà oggi. Tra un intervento e l’altro dovrebbero parlare figure della società civile per raccontare cosa ha fatto il governo per loro.
In questi giorni, inoltre, è stata messa in piedi anche un’imponente macchina di sicurezza per l’evento. Ogni 48 ore il comitato ristretto in questura si riaggiorna. L’obiettivo è evitare che si ripetano i fischi nei confronti di Meloni del 21 agosto allo stadio di Taranto in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo. Sarebbe una figuraccia che il partito vuole evitare. Così la questura si è mossa già per stilare un elenco dei possibili contestatori organizzati, mentre sarà previsto un imponente dispiegamento delle forze dell’ordine e metal detector per i controlli all’ingresso del porto.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
DER SPIEGEL ACCUSA LA PREMIER DI ESSERE “UN PERICOLO PER L’EUROPA”
Temporaneamente tamponato un problema, altri sono dietro l’angolo per Giorgia Meloni. La mini proroga del taglio delle accise fino al 5 settembre è stata la soluzione emergenziale al caro carburanti: un modo per prendere tempo, in attesa di trovare una «soluzione più strutturale». Se la tensione sui mercati petroliferi continuerà a crescere, infatti, il governo dovrà decidere come intervenire. Come farlo però è tutt’altro che a portata.
Lo scontro tra Forza Italia e Lega sulla tassazione degli extraprofitti a banche e compagnie petrolifere ha dato il quadro della tensione interna all’esecutivo, che non si placherà nemmeno se la soluzione infine sarà quella di un una tantum concordato con le big oil e degli istituti finanziari. In ogni caso «il 6 settembre si potranno attivare le accise mobili di agosto, vedremo quanto spazio c’è», ha spiegato il responsabile Economia di Fratelli d’Italia Marco Osnato, sottintendendo come una decisione non sia ancora stata presa.
Dietro l’angolo, però, c’è la ripresa dei lavori parlamentari con ostacoli in grado di far emergere in maniera ancora più prepotente la distanza che separa gli alleati di governo.
A stretto giro dovrà arrivare il decreto per il nuovo pacchetto armi all’Ucraina, su cui c’è convergenza tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre la Lega continua a dimostrarsi refrattaria. La questione è spinosa e Meloni l’ha trattata con grande prudenza anche al vertice dei Volenterosi, quando ha parlato dell’invio di generatori elettrici, conscia del fatto che ogni riferimento all’invio di armamenti pur da difesa sarebbe stato un potenziale problema.
Tanto più che da destra continua a crescere Futuro Nazionale, che porta avanti una posizione filorussa. A riprova della tensione sulla futura collocazione del movimento, il viceministro degli Esteri di FdI Edmondo Cirielli ha provocato un incidente diplomatico: «si possa governare con Vannacci» ha detto, venendo immediatamente smentito da fonti di partito, che hanno parlato di «parole a titolo personale».
Proprio i movimenti dei ribelli che hanno chiesto un passo di lato al segretario spaventano palazzo Chigi, in vista del primo settembre, quando scadrà il termine per depositare l’emendamento sulle preferenze nella nuova legge elettorale. Il Melonellum e le preferenze non piacciono a molti dei dirigenti di via Bellerio, cui rischiano di sommarsi anche le donne di FI, per nulla convinte dal correttivo di genere che l’emendamento dovrebbe contenere. Il risultato è il rischio di un nuovo testacoda della maggioranza, tanto che è probabile una questione di fiducia da porre sul testo alla Camera, per blindarlo contro i franchi tiratori.
I migranti
Meloni è poi sempre più esposta anche sul fronte estero. La pressione delle forze di estrema destra è forte anche in altri paesi europei – Reforum Uk in Gran Bretagna e AfD in Germania – e la linea della premier per ora è stata quella di allontanare possibili contatti, puntando invece su partiti conservatori ma non antisistema. In particolare con la Germania il rapporto tra Meloni e il cancelliere Friedrich Merz era considerato molto solido.
A far cambiare la percezione tedesca è stata però la questione migratoria. Seppur tenuto in sordina, lo scontro sui “dublinanti” ha incrinato i rapporti: la Germania è decisa a rimandare in Italia un certo numero di persone, l’Italia ha manifestato la sua contrarietà.
A inizio settembre è in agenda un incontro tra il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, con il collega tedesco Alexander Dobrindt per risolvere la questione, ma un accordo sembra tutt’altro che semplice da raggiungere. «Il governo Meloni si rifiuta di fare la propria parte e rischia così di far fallire il nuovo sistema già al momento della sua entrata in vigore» si legge in un duro editoriale su Der Spiegel.
La stampa tedesca ha registrato il cambio nel sentiment del governo Merz nei confronti di Meloni già dopo la crisi di Ceuta e la scelta inconsulta dell’Italia di sospendere l’accordo di Schengen con la Spagna. «Meloni è, in sostanza, una nazionalista, ed è proprio qui che risiede il grande pericolo per l’Europa», continua Der Spiegel. La sintesi è che la premier italiana sia un lupo dell’estrema destra entieuropeista mascherato da agnello conservatore e che FdI sia un pericolo tanto quanto l’AfD, vista anche la sua collocazione fuori dal Partito popolare europeo.
Il rischio per la premier, dunque, è quello di un raffreddamento dei rapporti con un alleato chiave a causa della questione migratoria: aperta a livello europeo e di sicuro al centro dello scontro politico dei prossimi mesi. Così Meloni dovrà decidere se agire da presidente del Consiglio di uno dei paesi fondatori dell’Unione europea o da leader di partito in campagna elettorale.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
VIDEOMESSAGGIO DI PALAMAR, INTERVENTI DI OLEH KRISENKO E DI YURI PREVITALI
Che ci fa Carlo Calenda con il numero 2 del Battaglione Azov e un foreign fighter italiano? No, il
leader di Azione non si è (ancora) arruolato a difesa dell’Ucraina, ma domani sarà a Milano per partecipare all’evento “La nostra indipendenza”, organizzata dall’associazione Uami (formata dalla comunità ucraina) con la collaborazione del Consolato di Kiev.
Non la solita manifestazione in solidarietà del Paese aggredito, ma una giornata piena di omaggi – in presenza o in video – a personaggi dell’esercito
Calenda è previsto tra gli ospiti insieme, tra gli altri, all’europarlamentare del Pd Pierfrancesco Maran. Secondo gli organizzatori, “la sua partecipazione rappresenta un momento importante di confronto sui temi dell’Europa, della responsabilità politica e del sostegno al’Ucraina”, sottolineando “l’importanza di scelte concrete e di una posizione chiara di fronte alle sfide del nostro tempo”.
Calenda potrà assistere al videomessaggio di Sviatoslav Palamar, nome di battaglia “Kalyna”. L’associazione lo descrive come “eroe dell’Ucraina, comandante e uno dei simboli dell’eroica resistenza di Mariupol e Azovstal”, e ancora “un guerriero il cui coraggio è entrato nella storia dell’Ucraina”. È il numero 2 del Battaglione Azov, con cui combatte fin dal 2014.
Dello stesso battaglione fa parte pure Oleh Krisenko, la cui moglie, Kataryna, è un’attivista dell’Associazione delle famiglie dei difensori di Azovstal e sarà a Milano per dire la sua. Il marito, sopravvissuto ai bombardamenti, è stato prigioniero di guerra prima di essere liberato dai russi.
Altro ospite dell’evento è Yuri Previtali. Stavolta è un italiano, anche se impegnato pure lui a difesa dell’Ucraina. Previtali infatti è un foreign fighter, è partito dalla provincia di Bergamo tre anni fa e, secondo varie fonti di stampa, ha combattuto nella Karpatska Sich, altra formazione di destra nata nel 2014 e poi tornata operativa dopo il 2022.
Come detto, Calenda non è l’unico esponente politico italiano invitato. A Milano ci sarà anche Maran del Pd: “La sua vicinanza all’Ucraina e agli ucraini – scrivono gli organizzatori – ha per noi un valore speciale”. L’iniziativa ha i galloni non solo militari, ma anche istituzionali. Oltre alla collaborazione del consolato, è previsto infatti l’intervento di Ihor Brusylo, ambasciatore ucraino in Italia.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO CI SEMBRAVA PIU’ TRISTE LA DISCOTECA DI DE MICHELIS DELL’AUSTERITA’ DI BERLINGUER
Credo di essere stato uno di quei giornalisti che — come racconta Filippo Ceccarelli, su questo giornale, nel suo prezioso “reportage dal passato” su Gianni De Michelis — considerarono con irridente fastidio le ostentazioni mondane e danzerine del numero due del Psi. Ministro della Repubblica in varie fasi, e sommo esponente del craxismo.
Essendo passato molto tempo, mi sono domandato se fossi un bacchettone, e sicuramente non lo ero. Se fossi moralista, e forse un poco lo ero. Se fossi fazioso, e anche qui, come non ammetterlo… Ma certo non biasimavo la libertà sessuale, non osteggiavo la danza e non bestemmiavo Dioniso, parteggiavo apertamente per la facoltà di vivere «ognuno come gli va» (Lucio Dalla), ché la mia generazione, tra le sue tante colpe, non ebbe quella della costumatezza come obbligo da imporre agli altri non avendo alcuna voglia di esercitarla in proprio.
E dunque perché tutta quella ostilità alla scia di balocchi, profumi e sudore che accompagnò le notti del nostro, e di riflesso, al mattino, noi sorbivamo insieme al caffè e ai giornali?
Credo che si fosse, in quegli Ottanta occidentali, al passaggio storico dall’egemonia del “noi” a quella del’“io”. Magari non lo sapevamo: ma lo intuivamo. E l’esibizione di sé, sempre spacciata come brillante effrazione dell’ipocrisia, era il segno di un tempo nuovo che ci sembrava, in buona sostanza, un tempo triste. Come è sempre triste il narcisismo.
In estrema sintesi, il punto era proprio questo: ci sembrava più triste la discoteca di De Michelis dell’austerità di Berlinguer. Ma non siamo stati capaci di dirlo, e anche per questo abbiamo perso, per giunta con la nomea funesta di non essere capaci di divertirci. E dire che (in privato) ci siamo divertiti parecchio anche noi.
(da Repubblica)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
SUL DESTINO DI REPORT L’AD ROSSI SI GIOCA IL POSTO CON IL GOVERNO
Ora c’è una data. Per il pomeriggio di mercoledì 2 settembre, il direttore degli Approfondimenti
Rai, Paolo Corsini, ha convocato gli inviati, il produttore, il capo progetto e i coordinatori dei videomaker e dei montatori di Report. Non c’è l’oggetto della convocazione, ma tutti si attendono che Corsini comunichi le decisioni dell’azienda sul futuro del programma di inchieste di Rai3, travolto dalla vicenda di Sigfrido Ranucci. Vittima di un attentato dinamitardo sotto casa nell’ottobre 2025 ma soprattutto bersaglio di una violenta campagna denigratoria da quando è stato arrestato, come mandante, Valter Lavitola, faccendiere di lungo corso e amico del conduttore.
La conducono i giornali della destra che da tempo ha messo Report e Ranucci nel mirino e non vuole farsi scappare l’occasione nell’anno che porta alle elezioni. Non è un caso che Federico Mollicone, presidente FdI della Commissione Cultura della Camera, ieri l’altro li abbia pubblicamente ringraziati: “Faccio un plauso ai quotidiani Il Giornale, Il Tempo, La Verità e Libero e ai loro direttori che stanno facendo emergere tutti i coni d’ombra di questa vicenda”. Ecco, sì, le ombre, come quella dell’auto di Ranucci non assicurata, ma che invece era assicurata.
Il mandato è chiaro. Allontanare Ranucci da Report. In ballo c’è anche il futuro dell’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi. Perché i suoi rapporti con Palazzo Chigi erano già complicati, se manca l’obiettivo difficilmente farà un secondo mandato e tanto meno avrà un seggio in Parlamento come era stato ventilato. Ma allontanare Ranucci è meno semplice del previsto. Scartata l’ipotesi di una sospensione da parte del comitato etico, evocata da Matteo Salvini che così ha irritato i vertici di FdI perché evidentemente non ci sono violazioni che la giustificherebbero, resta quella di ricollocarlo. Non facile, trattandosi di un vicedirettore Rai che ha sempre fatto ascolti di tutto rispetto ed è deciso a resistere, anche in tribunale, contro eventuali demansionamenti. C’è l’ipotesi di una vicedirezione a Rainews 24 o al Tg3, ma non è detto che Ranucci accetti. Se, per caso, Ranucci dovesse fare causa e vincerla, potrebbe tornare in video in campagna elettorale. Scenario che Meloni vuole evitare a ogni costo. Così sta osservando con attenzione le mosse di Rossi.
Nel frattempo la redazione di Report è divisa. Non ha convinto tutti la lettera spedita a Corsini dagli inviati, gli autori delle inchieste, anticipata ieri dal Fatto: “È ormai evidente – hanno scritto – come l’annunciata rimozione di Sigfrido Ranucci abbia a che fare solo in parte con la vicenda Lavitola e che segua in realtà un preciso disegno politico. Lo si evince dalla violenza con cui, prendendo a pretesto l’indagine giudiziaria sull’attentato, alcuni gruppi editoriali legati a partiti della maggioranza abbiano preso di mira la trasmissione, i suoi giornalisti e le principali inchieste mandate in onda, con il chiaro intento di delegittimare e infangare uno degli ultimi presidi di libertà e di indipendenza informativa del servizio pubblico”. Dicono quindi “no” a un conduttore o capoautore esterno perché nella redazione “ci sono già le professionalità necessarie. Qualsiasi scelta differente sarà da noi giudicata come ostile e tesa alla normalizzazione e al commissariamento del programma”. Altri preferivano schierarsi a difesa di Ranucci, ritenendo questa l’unica strada per difendere l’autonomia della trasmissione, ma neppure questa posizione ha una maggioranza.
La Rai vuole evitare una sorta di “tele tribuno”, cioè un conduttore protagonista. E in ballo c’è anche l’ipotesi di una soluzione interna alla redazione, con i conduttori a rotazione.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA LOGISTICA UN UMANOIDE PUÒ COSTARE 10-12 DOLLARI L’ORA, CONTRO CIRCA 30 PER UN LAVORATORE IN CARNE E OSSA. OGGI SERVONO DUE ROBOT PER EGUAGLIARE LA PRODUTTIVITÀ DI UNA PERSONA, MA IL RAPPORTO POTREBBE SCENDERE A 1,2-1,3. IL PREZZO RESTA ALTO: CIRCA 120 MILA DOLLARI A UNITÀ, BEN OLTRE I 20-30 MILA INDICATI DA ELON MUSK COME OBIETTIVO DI LUNGO PERIODO… RESTANO TRE OSTACOLI: CERVELLO, MANI E CATENA DI FORNITURA
JPMorgan prevede un’impennata della domanda di robot umanoidi nel settore manifatturiero statunitense. La banca americana ancora a uno studio questa previsione che va a cadere in un settore manifatturiero americano che soffre di 462mila posti vacanti, destinati a salire a 1,6 milioni nel 2030.
Un quarto potrebbe essere coperto da robot umanoidi, quota che con i progressi tecnologici potrebbe arrivare al 50%. Il conto economico spiega perché: nella logistica un umanoide può costare 10-12 dollari l’ora, contro circa 30 per un lavoratore.
Oggi servono due robot per eguagliare la produttività di una persona, ma il rapporto potrebbe scendere a 1,2-1,3. Il prezzo resta alto: circa 120 mila dollari a unità, ben oltre i 20-30 mila indicati da Elon Musk come obiettivo di lungo periodo.
Restano tre ostacoli: cervello, mani e catena di fornitura. Ma il mercato corre, mentre la Cina controlla circa l’85% del settore globale.
(da agenzie)
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