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ANCHE OLANDA E IRLANDA SONO PRONTE A RIMANDARE I “DUBLINANTI” IN ITALIA, IL PAESE D’APPRODO IN CUI SONO ARRIVATI A PARTIRE DAL 12 GIUGNO SCORSO, DATA DI ENTRATA IN VIGORE DEL PATTO UE SULLA MIGRAZIONE

Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile

È L’ENNESIMA TEGOLA, QUELLA CHE SI ABBATTE SUL GOVERNO MELONI: SALGONO A SETTE I PAESI CHE ANNUNCIANO DI VOLER TENER FEDE A QUELL’ACCORDO, DOPO GERMANIA, SVIZZERA, AUSTRIA, SVEZIA E FINLANDIA … MELONI NON PUÒ CHE SUBIRE IL PRESSING, DELL’OPPOSIZIONE INTERNA E DEGLI STATI MEMBRI, CHE CONTINUANO AD ANNUNCIARE IL VIA LIBERA ALLE PROCEDURE PER TRASFERIRE I MIGRANTI E TENTA GOFFAMENTE DI DIFENDERSI: “IL PATTO UE NON È UN BOOMERANG”…

Anche l’Olanda e l’Irlanda sono pronte a rimandare i migranti in Italia, il Paese d’approdo in cui sono arrivati a bordo di barchini di fortuna dalle coste del nord Africa. Almeno, quelli trasferiti nei Paesi Bassi a partire dal 12 giugno scorso, data di entrata in vigore del Patto Ue sulla migrazione.
È l’ennesima tegola, quella che si abbatte sul governo Meloni: salgono a sette i Paesi che annunciano di voler tener fede a quell’accordo, dopo Germania, Svizzera, Austria, Svezia e Finlandia. Meloni non può che subire il pressing, dell’opposizione interna e degli Stati membri che continuano ad annunciare il via libera alle procedure per trasferire i migranti.
Prova a rilanciare, in un lungo post sui social in cui replica alla segretaria del Pd, Elly Schlein, che aveva definito la sospensione di Schengen nei confronti della Spagna «un boomerang clamoroso». Non per la premier, che al contrario sostiene che «Schengen e il patto su migrazione e asilo sono due cose diverse e non c’entrano nulla tra loro».
La premier insiste: «È proprio il nuovo patto che segna una svolta positiva per l’Italia nella gestione dei migranti cosiddetti “dublinanti”. Le nuove regole tutelano molto di più gli Stati di primo ingresso in tema di richieste di asilo e, con il rafforzamento del principio di Paese terzo sicuro voluto dall’Italia, sarà più semplice effettuare rimpatri accelerati».
La presidente del Consiglio snocciola i numeri, parla di 80 mila richieste di prese in carico respinte dal 2023 ad oggi e promette di lavorare per «il rafforzamento delle frontiere esterne europee» e «la cooperazione con i Paesi di origine e transito» con l’obiettivo di una «politica dei rimpatri più efficace».
Parole — quelle della premier — che arrivano, però, nelle stesse ore in cui l’Ungheria fa sapere che non accetterà migranti inviati da altri Paesi Ue. Di più: «Abbiamo chiarito che non sosteniamo né il reinsediamento basato su quote né l’idea che l’Ungheria debba versare un contributo finanziario in sostituzione dell’accoglienza» riferisce il ministero degli Interni ungherese.
Il governo di Budapest si dice disponibile, se necessario, soltanto a forme di assistenza tecnica ai Paesi maggiormente esposti. La Francia, invece, non intende per ora unirsi ai Paesi che stanno trasferendo dublinanti verso l’Italia, mentre Madrid ha indicato nei meccanismi di solidarietà previsti dal Patto la strada per affrontare la questione.

(da Repubblica)

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LO STORICO FRANCO CARDINI: IL TEMPO DELL’IMPERO AMERICANO E’ FINITO, AL SUO POSTO ARRIVANO NUOVI ATTORI CHE I NOSTRI STUDENTI DOVREBBERO IMPARARE A CONOSCERE

Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile

BASTA INSEGNARE SOLO L’OCCIDENTE

Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia.
Al punto che, a scopo s’intende puramente indicativo, si era citato addirittura come modello il celebre racconto deamicisiano della Piccola Vedetta Lombarda.
Ma oggi, in tempi caratterizzati dall’unione politica dei popoli in grandi blocchi, è necessario superare il gap che rende ancora non solo impossibile, bensì perfino impensabile la soluzione di un soggetto politico-istituzionale unitario che riguardi l’intero continente e consideri lo stesso Mediterraneo.
È tuttavia evidente che le premesse storiche per tutto ciò vi sarebbero: mentre la vecchia trincea “occidentalistica” non regge più. Oggi la stessa parola “Occidente” appare abusata e ambigua. Già addirittura un secolo fa Oswald Spengler ne preconizzava il “Tramonto”: ma quello di cui egli parlava era allora un altro “Occidente”, coincidente con la storia dell’Europa e dalla quale erano ancora esclusi gli Stati Uniti d’America, ch’erano pur ormai i padroni di gran parte del continente americano ed egemoni nell’Oceano Pacifico.
La realtà del nostro XXI secolo è ben diversa. Il tempo dell’“impero americano”, apparenze residuali a parte, è trascorso: gli resta ancora fedele solo la cosiddetta “anglosfera” (Gran Bretagna, Canada, Australia: escluso ormai il Sudafrica), oltre al Giappone, a una parte del mondo arabo e musulmano – l’alleanza saudita-turco-pakistana – e ad alcuni Paesi latino-americani. Quello è il “nuovo Occidente” isterizzato e aggressivo, tra il quale e i paesi del Brics adesso proprio un’Europa politicamente unita potrebbe collocarsi come elemento equilibratore.
Ma il comprendere le radici profonde dell’esigenza di una soluzione europeistica unitaria ci appare arduo perché – al di là di tristi vicende politiche – noi ignoriamo la nostra stessa storia: ed è qui che la scuola deve insistere.
Le forti premesse antropologico-culturali della nostra unità esistono da secoli. Essa si avviò fino dal VI secolo, nella frammentata area già appartenuta alla pars occidentis dell’impero romano, con la grande avventura latino-celto-germanica del monachesimo benedettino e celtoibernico poi allargato a parte del mondo slavo fino all’Europa delle Università, delle cattedrali gotiche e delle istituzioni mercantili-creditizie medievali che fece tesoro anche delle esperienze ebraiche e musulmane, quindi all’Europa della cultura umanistica e cristiana di Nicola Cusano, di Pio II Piccolomini e di Erasmo da Rotterdam e al continente dello ius publicum europaeum dal quale sorse la migliore cultura illuministica prima che le ventate rivoluzionarie e la febbre contagiosa dei nazionalismi non ci portasse, attraverso due guerre mondiali e i loro disastrosi postumi, alla perdita del primato continentale che l’Europa aveva raggiunto e allo sfacelo attuale.
Pure, come dice il vecchio proverbio arabo, è nel buio della notte che si deve credere nell’alba. Un’alba che passi attraverso una rinnovata coscienza unitaria nella quale ormai tutte le genti del pianeta debbono potersi riconoscere: che ci consenta infine scorgere la verità secondo la quale la nostra unica identità definitiva della quale è necessario esser fieri è quella di una sola civiltà umana che, anche quando la terra era troppo vasta per gli uomini, si caratterizzava attraverso molteplici spesso misteriose vie di comunicazione le quali tuttavia, dopo la svolta cinquecentesca ch’ebbe l’Occidente europeo come protagonista, impararono lentamente e faticosamente a riconoscersi ciascuna come parte di una sola polifonica civiltà i cui vari popoli si sono passati nei secoli il testimone.
Quello che oggi è possibile e necessario, anche e soprattutto partendo dalla scuola, non è il rispolverare la vecchia accademica histoire universelle ottocentesca che pure ha segnato a sua volta una gloriosa generazione di studi e di ricerche (ricordate i volumetti della Feltrinelli-Fischer degli Anni Cinquanta-Sessanta, ancor oggi ripubblicati?), bensì una nuova storia sintetica di tutti i popoli della terra e delle differenti egemonie culturali che si sono succedute fra loro (l’ultima, fra XVI e XXI secolo, è la nostra, l’“occidentale”: sei secoli appena su sei millenni di storia delle differenti civiltà “superiori: vale a dire, lungi da qualunque allusione razzistica, in grado di proporre un panorama articolato dei loro assetti sociali e dei loro saperi). Tale storia, dotata di una solida base geoantropologica, potrà essere studiata e conosciuta, quindi amata, da tutte le genti della terra: con le sue scoperte, le sue invenzioni, le sue glorie religiose, artistiche e intellettuali. A tale scopo esistono ormai i nuovi strumenti tecnici e anche didattici: le risorse infotelematiche e l’Intelligenza Artificiale.
Il fatto è che bisogna uscire dall’universo di conoscenze storiche ormai limitate al “nostro Occidente” o in rarissimi casi poco più, inadatte ormai alla nostra stessa esperienza esistenziale. È impensabile che in un mondo come l’attuale non si sappia globalmente quasi nulla di civiltà altissime come la cinese, l’indiana, la persiana, quella americo-precolombiana, quella dell’Africa nera, cioè appartenenti a giovani che si apprestano a guidare il genere umano nei decenni futuri o lo stanno già facendo; del resto, noi italiani pochino sappiamo della stessa storia degli altri Paesi europei – specie della parte orientale e meridionale del continente – o di quella dei ceti subalterni del nostro stesso Paese. È giunto il momento di affrontare questa situazione e di cambiarla: e si tratterà di porre in atto una sorta di rivoluzione antropologico-didattica non solo per quel che concerne i contenuti quantitativi e la loro disposizione, bensì anche i metodi.
E forniamo subito, sinteticamente, un esempio e un modello concreti a tale riguardo. Se volete cominciare con il prendere in considerazione appunto un semplice ed efficace “caso manualistico” adatto alle scuole europee, ecco qua: The Once and Future World Order del grande studioso indoamericano Amitav Acharya, già presente nelle edizioni inglese e francese e molto diffuso dagli Stati Uniti al sudest asiatico, che in Italia è stato tradotto dalla brava Chiara Rizzo per i tipi della Fazi di Roma col titolo di Storia e futuro dell’ordine mondiale e relativo sottotitolo ch’è, da solo, tutto un programma: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente (2026, pp. XVIII-529, euro 24). Che poi corrisponde al vecchio motto illuministico, Rien que la terre; o alla vecchia canzone anarchica che mio nonno m’insegnò quand’ero piccolo e nella quale, ora che sono un vecchio cattolico reazionario, ancora più fortemente credo: “La nostra patria è il mondo intero”.

Franco Cardini
da il Fatto Quotidiano

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CHE STANGATA! GLI ITALIANI SPENDERANNO 406,7 MILIONI DI EURO IN PIÙ DI CARBURANTE IN QUESTO WEEKEND DI CONTROESODO, RISPETTO AL 2025

Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile

IL CODACONS HA CALCOLATO L’IMPATTO DEI RINCARI ALLA POMPA SULLE TASCHE DEGLI AUTOMOBILISTI IMPEGNATI NEL RIENTRO DALLE VACANZE – CON I PREZZI ATTUALI IN AUTOSTRADA, UN PIENO DA 50 LITRI COSTA 104 EURO PER LA BENZINA E 110 PER IL DIESEL…

“Sul grande controesodo degli italiani di ieri sabato 22 e oggi domenica 23 agosto si abbatte una stangata da oltre 406,7 milioni di euro a titolo di maggiore spesa per i carburanti rispetto allo stesso periodo del 2025″.
Lo afferma in una nota il Codacons, calcolando l’impatto dei rincari alla pompa sulle tasche degli automobilisti impegnati nel rientro dalle località di villeggiatura. Con i prezzi attuali in autostrada, un pieno da 50 litri costa oltre 104 euro per la benzina e 110 euro per il diesel.Il calcolo, effettuato a parità di auto in circolazione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, porta la maggiore spesa complessiva per benzina e gasolio a 406.704.000 euro nel corso del weekend.
“Una maxi-stangata” che arriva proprio nel cuore del controesodo: le stime parlano di oltre 24 milioni di spostamenti, con traffico particolarmente intenso sulle principali direttrici di rientro nella giornata di oggi. “In appena due giorni gli automobilisti italiani lasciano ai distributori oltre 406 milioni di euro in più rispetto allo scorso anno, a parità di auto in circolazione – denuncia il Codacons.
Una vera e propria tassa sul controesodo che colpisce milioni di famiglie proprio al termine delle vacanze estive. Il Governo deve intervenire immediatamente per alleggerire il costo dei carburanti e impedire che il rientro dalle ferie si trasformi nell’ennesima stangata a carico degli automobilisti”.

(da agenzie)

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MENTANA HA UN PIEDE FUORI DA LA7 E NON SI TIENE PIÙ. CHICCO, ORMAI IN ROTTA TOTALE CON CAIRO CHE NON GLI HA RINNOVATO IL CONTRATTO, A CORTINA TORNA AD ATTACCARE I SUOI COLLEGHI DI LA7: “A ME NON FA PIACEREUNA SITAUZIONE IN CUI PARLANO SOLO QUELLI DI UNA PARTE E NON CI SONO QUELLI DELL’ALTRA”

Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile

“CI SONO DUE POSSIBILITÀ. O SU LA7 SI APRE PER FARE QUALCOSA CHE POSSA ESSERE VISTO DA TUTTI, O PENSO CHE POSSO PURE FARE ALTRO”… MAGARI POTRESTI DIRLO ANCHE A TELEMELONI E AI MEDIA ORMAI TUTTI ASSERVITI AL GOVERNO

Enrico Mentana non esclude un’uscita da La7. Il direttore del telegiornale, con il contratto in scadenza il 31 dicembre, ha scelto il palco di Una Montagna di Libri, a Cortina d’Ampezzo, per fissare il perimetro della trattativa con Urbano Cairo: “Ci sono due possibilità. O su La7 si apre per fare qualcosa che possa essere visto da tutti, o penso che posso pure fare altro”.
Nella formulazione scelta dal direttore non c’è un annuncio di addio. C’è una condizione. Mentana lega la propria permanenza a un cambio di rotta della rete, che dovrebbe tornare a parlare a un pubblico più largo di quello che oggi la guarda. Fino a quel momento, l’alternativa resta sul tavolo: fare altro.
Il ragionamento non nasce a Cortina. Il primo giugno, al Festival della Tv di Dogliani, Mentana aveva già descritto La7 come la nuova Rai3 e come “la tele anti Meloni”, aggiungendo che “un elettore del centrodestra non può guardarla sentendosi a casa”. Un giudizio che riguardava i talk della rete, gli ospiti ricorrenti e un posizionamento che il direttore considera schiacciato su un solo fronte. Da Dogliani a Cortina la posizione non si è ammorbidita. Si è tradotta in una richiesta: il pluralismo come precondizione del rinnovo.
Sul fronte opposto, l’editore ha smesso di dare per scontato il prolungamento. Alla presentazione dei palinsesti La7, a luglio, Cairo aveva risposto con una formula asciutta proprio a una domanda di Fanpage.it: “Il rinnovo sulla parola forse no, i contratti vanno fatti”. E aveva rinviato ogni verifica a ridosso della scadenza, senza escludere che il direttore preferisca altre strade. Nei palinsesti della stagione 2026-2027 Mentana resta alla guida del Tg La7, dove siede dal 2 luglio 2010. La conferma, però, vale fino al 31 dicembre.
Da mesi circola l’ipotesi di un ritorno a Mediaset, l’azienda dove Mentana ha fondato e diretto il Tg5 dal 1992 al 2004 e dove Pier Silvio Berlusconi ha più volte parlato di porte aperte. Un secondo fronte porta a Gedi e all’area Repubblica.
C’è poi il capitolo che potrebbe rallentare qualsiasi trasferimento. Secondo quanto riportato da Il Foglio, nel contratto esisterebbe una clausola di non concorrenza capace di tenere il direttore fermo per diciotto mesi dopo la fine del rapporto con La7. Mentana ha smentito che quella clausola esista. Allo stesso quotidiano ha spiegato che onorerà l’impegno fino a fine dicembre e che soltanto dopo “deciderò”

(da agenzie)

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MARTEDÌ PROSSIMO CALERÀ IL SIPARIO SU RANUCCI: A OTTOBRE, QUANDO RITORNERÀ IN ONDA “REPORT”, NON SARÀ PIÙ ALLA CONDUZIONE. OPERAZIONE ELIMINAZIONE DEI NEMICI COMPIUTA

Agosto 23rd, 2026 Riccardo Fucile

L’AMMINISTRATORE DELEGATO GIAMPAOLO ROSSI COMUNICHERÀ A RANUCCI IL CAMBIO DI CONDUZIONE (SOSTITUZIONE CHE È NEL PIENO DIRITTO DELLE PROCEDURE AZIENDALI). QUINDI IL DIPENDENTE RAI RANUCCI SIGFRIDO NON VERRÀ ASSOLUTAMENTE “SOSPESO” DAL RUOLO DI VICE-DIRETTORE DI RAI3, IL SUO STIPENDIO CORRERÀ TRANQUILLO COME OGNI MESE, MA VERRÀ SPOSTATO DAL RESPONSABILE DEI PROGRAMMI DI APPROFONDIMENTO, PAOLO CORSINI, AD ALTRI IMPORTANTI INCARICHI

C’era una volta l’estate spericolata. Una “svaccanza” che squadernava una girandola di personaggi megalomani, divi sciamannati, vip incurabili, star barcollanti sull’orlo del burino. Ogni giorno, la stessa canzone: sfoghi di tette, scarichi di sederoni, esagerazioni peniche, volgarità fumettona, demenze di teste coronate, sciocchezze da discoteca, sconcezze da vespasiano.
Colpiti da priapismo mediatico, la Società dei Famosi e il Palazzo del Potere sputavano l’anima (e la decenza) per farci vivere un solleone indimenticabile, un ferragosto fremebondo di ciance, roba da “dimmi tutto, sarò una tromba!”. Qui l’Avanti Natica di Belen, là Ilary Blasi a mollo, di fianco le peripezie di Stefano De Martino, a destra gli amorazzi intercambiabili dei “morti di fama” dei reality show.
Acqua passata. Vacanza antica. Basta un pigro sguardo di fine agosto per avvertire l’espropriazione del mese più incontinente dell’anno, parafulmine di tutti gli eccessi, pensatoio di tutte le scemenze, zona-cult di tutti i picchiatelli: l’estate 2026 appartiene alle disavventure ai confini della realtà della strana coppia Lavitola-Ranucci.
Fino a ieri era impossibile sotto l’ombrellone immaginare attentati come “bombe d’amore”, ristoranti come ‘’laboratorio politico’’, sondaggi alle vongole sgusciate, ristoratori pregiudicati e giornalisti spregiudicati, rivelazioni di stagionati arrapamenti e fregnacce da prendere sempre sul serio, magari anche in quel posto.
Su tale fremebonda Via Trucis alle vongole, “la Rai non può limitarsi a dire che ‘’Ranucci è Ranucci’’, scrive Aldo Torchiaro su “il Riformista”, ”perché Ranucci, quando conduce Report, è Rai. Ed è questa la vera bomba: non quella esplosa sotto casa del giornalista, ma quella reputazionale che rischia di esplodere nel servizio pubblico. Viale Mazzini deve disinnescarla”.
Detto, fatto: è attesa per martedì prossimo la fine del primo tempo: a ottobre, quando ritornerà in onda “Report”, Sigfrido Ranucci non sarà più alla conduzione.
In seguito alle verifiche interne (“audit) sul rispetto del codice etico dell’emittente di Stato, e in attesa delle decisioni degli inquirenti e dei magistrati sul garbuglio-Lavitola, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi comunicherà a Ranucci il cambio di conduzione – sostituzione che è nel pieno diritto delle procedure aziendali.
Quindi, a dispetto di quanto più volte scritto, il dipendente Rai Ranucci Sigfrido non verrà assolutamente “sospeso” dal ruolo di vice-direttore di Rai3, il suo stipendio correrà tranquillo come ogni mese, ma verrà spostato dal responsabile dei programmi di approfondimento, Paolo Corsini, ad altri incarichi che non demansioneranno il suo ruolo.

(da agenzie)

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LA TESTIMONIANZA DI UN TURISTA ITALIANO: “IN SPAGNA SONO AVANTI ANNI LUCE, IN ITALIA PAGHI ANCHE L’ARIA CHE RESPIRI”

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

“IN SPAGNA NON VOGLIONO FREGARE IL TURISTA COME DA NOI E LE STRADE SONO SENZA PEDAGGI”

“In Spagna sono avanti anni luce. Spiagge libere a non finire e prezzi convenienti, basta pensare che le strade non si pagano e così anche il carburante costa molto meno rispetto a noi. In Italia invece ti fanno pagare anche l’aria che respiri”. È il racconto che fa Sergio a Fanpage.it. Anche lui, come Agostino in Spagna ha trovato un paese bellissimo e anche molto conveniente: “Non capisco perché i turisti stranieri vengano a farsi spennare in Italia”.
Sergio conosce bene la Spagna, la figlia si è trasferita qui anni fa e con il tempo ha imparato ad apprezzarne i diversi aspetti. “Per quanto riguarda il turismo sono molto avanti rispetto a noi, non c’è quella volontà di fregare il turista che da noi è considerato la norma”.
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Il rapporto di Sergio con la Spagna inizia con il trasferimento della figlia a Siviglia: “Nel 2020 decidiamo di raggiungerla in auto da Reggio-Emilia, si tratta di 2200 km. Abbiamo speso 39 euro di pedaggio in Italia, solo per arrivare a Ventimiglia, mentre in Francia e Spagna si pagava pedaggio solo in alcune tratte. A nostro ritorno, dopo 20 giorni, avevano abolito anche i pedaggi autostradali, pertanto non si spendeva più. Abbiamo fatto oltre 30.000 km in Spagna su strade bellissime e non interrotte dai lavori”.
Una situazione ben diversa da quella italiana: “Da Reggio a Rimini sono 25 euro, se non di più. L’autostrada è un salasso”.
Durante la vacanza andalusa, Sergio e la moglie hanno anche noleggiato un’auto: “Il noleggio lì è a chilometri illimitati, si paga 14 euro al giorno, con auto di media cilindrata. Un sogno”. Poi sono tornati più e più volte, imparando a conoscere anche la comunità italiana che vive lì.
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Non solo i pensionati, ma anche tanti lavoratori preferiscono la Spagna all’Italia. “Ci sono tantissimi italiani, ne abbiamo conosciuti di Reggio, di Modena, e di tante altre città. Ormai esiste una vera e propria comunità”.
A questo punto anche gli andalusi, all’inizio più “diffidenti”, si sciolgono. “Sono molto cauti, soprattutto nei confronti degli italiani – racconta Sergio – Capisci che l’atteggiamento è cambiato dal sorriso. Quando iniziano a mostrare il sorriso vuol dire che ti hanno preso in simpatia e ti considerano una persona giusta”.

(da Fanpage)

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ROMA E LO SCOUTING DI FDI PER IL CAMPIDOGLIO, UN POLITICO PER BATTERE GUALTIERI, FINISCE L’ERA DEI CIVICI

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

DA RAMPELLI AD ANGELILLI, PASSANDO PER CIOCCHETTI: ALLA FINE SONO I SOLITI NOMI

Da un lato un candidato vincente ancora da scovare, dall’altro un campo largo da ricomporre, in salsa capitolina. A meno di un anno dalle elezioni comunali, nella corsa per il Campidoglio centrodestra e centrosinistra sono alle prese con due matasse da sbrogliare eugualmente complesse. Se Roberto Gualtieri ha già annunciato da tempo di voler correre per un secondo mandato, e lavora per allargare il più possibile il perimetro che lo sosterrà, nel centrodestra (che ora deve vedersela anche con le mosse di Roberto Vannacci) si lavora sui nomi. È caccia all’anti-Gualtieri, per non ripetere il flop del 2021. Una cosa però dalle parti di Fratelli d’Italia – che punta a fare da kingmaker – sembra ormai chiara: questa volta, assicurano ad Open, si punta su «un politico».
«A Roma vogliamo vincere», ha scandito a luglio Arianna Meloni, plenipotenziaria del partito e sorella della premier, dal palco di Piazza Italia, la manifestazione estiva di FdI al Giardino degli Aranci. Dietro la dichiarazione di guerra al centrosinistra, il partito sta iniziando a ragionare sul profilo da mettere in campo, facendo tesoro di una lezione che a via della Scrofa considerano acquisita dopo l’ultima sconfitta: evitare “un nuovo Michetti”, il candidato civico che arrivò primo al primo turno, ma venne poi nettamente sconfitto da Gualtieri al ballottaggio.
L’idea è che «rispetto a Milano qui serva un nome politico, anche sulla scia di quello che è successo», spiegano. Del resto, già nel vertice romano convocato a maggio da Marco Perissa alla presenza di Arianna Meloni, Fabio Rampelli e dei parlamentari del territorio, era filtrato lo stesso orientamento: il candidato dovrà avere un profilo politico. Il nome, però, è ancora tutto da capire.
FdI e la rosa dei «soliti», Rampelli e i papabili
«Tutti quelli che sono passati per il Campidoglio sognano di fare il sindaco di Roma», scherza un esponente di FdI. E infatti i nomi sul tavolo sono in buona parte quelli che ricorrono da mesi, se non da anni, nei ragionamenti del partito.
In prima fila resta sempre Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e storico riferimento della destra romana, con una lunga storia politica che passa da Colle Oppio alla nascita di Fratelli d’Italia. C’è poi Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione Lazio ed ex vicepresidente del Parlamento europeo, altro profilo con esperienza politica e amministrativa. E continua a circolare nei ragionamenti interni il nome di Luciano Ciocchetti, deputato di FdI, già vicepresidente della Regione Lazio ai tempi della giunta Polverini.
Poi c’è lo stesso Perissa, coordinatore romano del partito, insieme ad altri esponenti della classe dirigente capitolina come Andrea De Priamo, Chiara Colosimo e Federico Mollicone. Più difficile, almeno allo stato, immaginare Francesco Rocca lasciare la Regione Lazio, mentre sembra tramontata anche l’ipotesi Andrea Abodi, già sondato prima delle comunali del 2021.
E Arianna Meloni? Nonostante le suggestioni circolate, fanno capire che il suo futuro sarebbe orientato altrove. «È più vicina a un altro destino», ragiona qualcuno, indicando come prospettiva più probabile un ingresso in Parlamento alle prossime elezioni politiche.
Michetti e l’errore del 2021
La partita sul nome non si chiuderà a breve. Ma i Fratelli sanno che stavolta bisognerà muoversi con maggiore anticipo: nel 2021 Michetti venne scelto meno di quattro mesi prima del voto. Troppo poco per far decollare un civico. L’errore è da non ripetere: l’obiettivo è sciogliere il nodo dopo l’estate, incrociando inevitabilmente la partita romana con quelle delle altre grandi città chiamate al voto, oltre che con gli equilibri tra i partiti della coalizione.
Sono d’accordo gli alleati, si deve accelerare. Anche Noi Moderati, che ha già sollecitato l’apertura di un confronto, è schierato per la scelta di un «politico vero», piuttosto che lo scouting «modello X Factor». La Lega aveva provato a rompere gli indugi lanciando come candidato Antonio Maria Rinaldi, salvo poi masticare amaro quando l’ex europarlamentare ha lasciato il Carroccio per Futuro Nazionale. E proprio la formazione dell’ex generale, che lavora a una propria candidatura per Roma, potrebbe rappresentare un’ulteriore incognita sul fianco destro della coalizione.
Per FdI la strategia passa intanto soprattutto dalle periferie e dalla sicurezza. È lì che il partito pensa di poter scalfire il consenso del sindaco uscente, battendo sui problemi di vivibilità, sul degrado e sulle difficoltà dei quartieri più lontani dal centro, come si nota anche dalle campagne social dei vari esponenti romani. «È una sfida che si può vincere», si ripetono.
L’incognita Calenda e quel «buon rapporto» con Gualtieri
C’è poi un altro punto interrogativo, che prende il nome di Carlo Calenda. Solo pochi mesi fa il suo nome era stato evocato da Maurizio Gasparri come possibile candidato capace di allargare il centrodestra. Salvo poi vedere liquidata l’ipotesi come «fantascienza» dallo stesso leader di Azione. Oggi, semmai, gli ammiccamenti sembrano andare nella direzione opposta.
Azione resta all’opposizione in Campidoglio, ma ha un rapporto con il sindaco dem molto diverso rispetto all’inizio della consiliatura. «Siamo all’opposizione, ma è un’opposizione costruttiva», sottolinea a Open un esponente di primo piano del partito. «Con Gualtieri abbiamo buoni rapporti. Gli riconosciamo, per esempio, di aver cambiato idea sull’inceneritore: onestamente glielo riconosciamo. Dopodiché si può sempre fare di meglio certo». E se il centrodestra presentasse un candidato capace di parlare anche all’elettorato centrista? «Se pensasse a un non-Michetti? Ma tanto il centrodestra non penserà…», è la battuta con cui liquidano la questione.
A luglio, infatti, il segretario romano del partito, Alessio D’Amato, ha aperto pubblicamente alla possibilità di sostenere Gualtieri già al primo turno: «Se ci saranno le condizioni programmatiche, non escludo che si possa lavorare insieme». Una convergenza costruita soprattutto su alcuni dei dossier più caldi della consiliatura, dalla questione del termovalorizzatore al nuovo stadio della Roma. Del resto nel 2021 Calenda corse contro Gualtieri al primo turno, arrivando terzo con quasi il 20%, prima di annunciare che al ballottaggio avrebbe votato Gualtieri. Uno schema che potrebbe ripetersi, stavolta già dal primo turno, con buona pace di chi a destra coltiva sogni centristi.
I dem e il puzzle del “campo larghissimo”
Se nel centrodestra il problema è trovare il candidato, Gualtieri il suo lo ha già risolto: sarà lui. «Per trasformare una città ci vogliono dieci anni di lavoro», spiegava già lo scorso ottobre lanciando la ricandidatura. Adesso il sindaco deve capire chi riuscirà a portare con sé fin da subito. Il cantiere è avviato: a dicembre Italia Viva è entrata ufficialmente nella maggioranza capitolina con Valerio Casini e Francesca Leoncini, due consiglieri eletti nel 2021 con la lista di Calenda. Per i renziani, dunque, il sostegno al bis è ormai la prospettiva naturale.
Più a sinistra la meta è vicina, ma non mancano gli ostacoli. Sinistra Italiana ha già fatto sapere di voler correre nella coalizione di Gualtieri con il simbolo di Avs. Il quadro complessivo è però più articolato. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno chiarito che a Roma «restano ancora dei nodi da sciogliere», e il confronto sul programma sarà inevitabile. Il passaggio più spinoso resta come prevedibile il coinvolgimento del Movimento 5 stelle. Dopo cinque anni di scontro con il Pd durante l’amministrazione Raggi, il M5s romano ha iniziato a preparare il terreno per un possibile accordo.
Il dopo-dopo Raggi
L’assemblea cittadina della scorsa primavera ha individuato quindici priorità programmatiche da portare al tavolo, dalla casa alla sicurezza, dal verde al no alla cementificazione. Perfino il termovalorizzatore, per anni simbolo dello scontro con Gualtieri, non sembra più considerato dalla dirigenza romana un ostacolo necessariamente insormontabile a un’intesa, pur restando la contrarietà all’opera.
E un altro segnale è arrivato sulle Olimpiadi. Il Movimento che con Virginia Raggi aveva alzato il cartellino rosso alla candidatura di Roma ai Giochi del 2024 ora apre invece alla possibilità di candidare la Capitale per quelli del 2040. «Credo che oggi il tema vada affrontato senza approcci ideologici», ha spiegato a luglio il consigliere Paolo Ferrara. Un cambio di passo che fotografa anche la crescente distanza dalla linea dura anti-Gualtieri dell’ex sindaca grillina, tra le voci più critiche nel Movimento rispetto all’ipotesi di un’alleanza con il Pd. Anche il M5s romano, dunque, sembra essersi incamminato verso il campo largo. Da capire, dopo l’estate con il confronto sui programmi, se da via di Campo Marzio arriverà il benestare al bis.

(da agenzie)

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LITTLE ITALIA: COME E’ PERCHE’ SI E’ SPENTA NEGLI USA LA STELLA DEGLI ITALOAMERICANI

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

SONO ANCORA AI VERTICI DELLA POLITICA AMERICANA, MA ON VOTANO PIU’ DA ITALIANI

L’ultimo segnale è stato il tentativo di cancellazione di Little Italy dalla mappa dei quartieri etnici di New York per volontà del nuovo sindaco Mamdani. Prima ancora c’erano state le statue di Cristoforo Colombo buttate giù una dopo l’altra dal Nord al Sud degli Stati Uniti, insieme a quella di Frank Rizzo, discendente di immigrati calabresi, che fu l’uomo più potente di Filadelfia negli anni Settanta. E infine le linee tricolori rimosse (e poi ripristinate) dopo 90 anni su una strada del pittoresco quartiere degli italoamericani a Newton, alle porte di Boston. Colpi finali a un’ identità politica e sociale – quella dell’America italiana – che dopo aver conquistato alcune delle più importanti istituzioni d’America nel secondo Novecento sembra essersi dissolta fino a diventare storia o, nel peggiore dei casi, folklore.
Chi sono gli italoamericani ai vertici delle istituzioni Usa
Secondo l’ultimo American Community Survey del Census, 16,3 milioni di americani dichiarano di avere origini italiane, quasi uno su ventuno. Di questi però appena mezzo milione parla italiano in casa. Guardando la geografia di nomi al vertice delle istituzioni americane, non mancano politici che rivendicano origini italiche: la Camera – dopo Nancy Pelosi e Kevin McCarthy – continua la sua tradizione italoamericana, rappresentata sia dallo speaker Mike Johnson, sia dall’attuale leader di maggioranza Steve Scalise: entrambi di origini siciliane.
La Corte Suprema – l’organo giudiziario più importante degli Usa – ha tra i suoi membri il giudice Samuel Alito, famiglia paterna calabrese e materna della Basilicata, mentre tra i governatori di ascendenza italiana spicca il repubblicano della Florida Ron DeSantis, la cui famiglia è originaria del Meridione. Se nel caso di Greg Gianforte in Montana e di Joe Lombardo in Nevada le radici italiane sono state a malapena menzionate durante le campagne elettorali, per Ron DeSantis vengono spesso raccontate come un elemento importante della sua educazione politica.
Certo, non sono più i tempi di Mario Cuomo e del figlio Andrew che – da governatori dello Stato di New York – hanno fatto del legame con l’Italia un’identità politica, e della comunità di immigrati un volano elettorale.
Non a caso Rick Azzopardi – che di Andrew Cuomo è stato direttore della comunicazione e potente portavoce fino alla sua ultima fallimentare impresa come candidato sindaco di New York – parla dell’ex governatore come dell’ultimo grande politico italoamericano d’America. «Tante persone nel suo staff avevano origini italiane – racconta Azzopardi a Open-. C’era una persona addetta alle relazioni con la comunità, Dolores Alfieri, che la nuova governatrice Kathy Hochul ha licenziato pochi giorni dopo l’insediamento tra le proteste di organizzazioni e cittadini».
Azzopardi ricorda le battaglie combattute dall’ex governatore per madre Cabrini, la patrona dei migranti e prima cittadina americana canonizzata, nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano ed emigrata per volere di Papa Leone XIII. Nel 2019 l’allora sindaco Bill de Blasio, originario del Sannio, indisse un concorso per ricordare con delle statue le donne che avevano contribuito alla costruzione di New York City. Cabrini era risultata la più votata, ma nonostante questo De Blasio la escluse, scatenando l’ira di Cuomo, che si occupò personalmente di far costruire la statua della santa a Battery Park.
Mulberry Street a Litte Italy, New York, nel 1900 (Ansa)
Con la stessa energia, l’ex governatore ha sempre difeso Cristoforo Colombo dagli attacchi di chi – in pieno clima woke – lo etichettava come simbolo di colonizzazione e sopruso. «Padre e figlio — continua lo spin doctor — erano uniti anche dal rifiuto orgoglioso degli stereotipi legati alle loro origini». Azzopardi ricorda come Mario Cuomo, che ha governato lo Stato di New York negli anni d’oro del potere italiano nella Grande Mela, si sia sempre rifiutato di guardare Il Padrino, perché associava i connazionali alla criminalità organizzata. Anni dopo, il figlio Andrew dirà lo stesso dei Sopranos, serie cult del piccolo schermo degli anni Novanta, spiegando che non voleva vedere i suoi connazionali rappresentati come mafiosi.
Eppure c’è un ricordo che, secondo Azzopardi, è in grado di restituire il valore delle radici italiane per Andrew Cuomo e la loro trasformazione in qualcosa di più grande. «Durante il Covid il governatore iniziò a fare dirette tv in cui raccontava delle cene e dei pranzi con la sua famiglia d’origine da bambino e di come quei momenti di convivialità fatti di polpette, salsicce e salsa di pomodoro fossero diventati un modo per rinsaldare il rapporto con i figli dopo il divorzio». Quelle dirette divennero una consuetudine per i newyorkesi chiusi in casa per la pandemia: «Furono in grado — continua Azzopardi — di diffondere il rito del sedersi intorno al tavolo con la famiglia come un valore comune di tutti gli americani, indipendente dalle etnie di riferimento».
Da italiani ad americani
È l’italianità che si svuota dei suoi significati tribali per diventare un valore universale per tutti gli americani. Quello che Anthony Julian Tamburri, dean del John D. Calandra Italian American Institute del Queens College, definisce il successo dell’assimilazione dei discendenti dell’immigrazione italiana: «A differenza dell’acculturazione — spiega a Open — l’assimilazione prevede che non ti relazioni più alle tue origini italiane come parte della tua identità. Vuoi essere o finisci con l’essere semplicemente americano, è una parte naturale del processo».
Da forza elettorale specifica a elemento della vastità dell’essere americano. Come ha scritto John Gennari, autore di Flavor and Soul: Italian America at Its African American Edge: «Gli italoamericani hanno occupato uno spazio liminale e di mediazione nell’ordine etnorazziale degli Stati Uniti — al tempo stesso bianchi, quasi bianchi e scuri. Hanno fatto da tramite tra le concezioni americane di bianco e nero, outsider e insider, cultura alta e cultura bassa, in modi che hanno contribuito in maniera decisiva a plasmare il modo in cui l’America pensa la razza e l’etnicità».
La conquista del potere: da LaGuardia al triumvirato del Massachussetts
Ma come ha fatto una delle comunità immigrate più riconoscibili d’America a integrarsi al punto da perdere la propria identità politica? Se è vero che agli inizi del Novecento emerge Fiorello La Guardia, che da sindaco di New York diventò simbolo della rinascita della Grande Mela dopo gli anni della Grande Depressione, è a partire dal Dopoguerra che città e Stati americani vengono conquistati dagli “italiani”. Negli anni Cinquanta ci sono cinque governatori con radici nella Penisola, da Michael DiSalle in Ohio ad Albert Rosellini nello Stato di Washington.
«Dopo la guerra — racconta a Open Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova — vengono varate una serie di misure grazie alle quali i reduci possono frequentare il college e l’università con rette pagate dallo Stato. Questo permette il salto dalla classe operaia al ceto medio». I figli e i nipoti dei “paisà” vanno all’università e diventano professionisti. Grazie ai mutui escono dalle Little Italy e cominciano a comprare casa nei sobborghi. È la stessa mobilità sociale che mentre disperde geograficamente la comunità, le spalanca le porte del potere.
Elezione dopo elezione gli italoamericani conquistano le cariche più importanti delle istituzioni americane, in particolare sulla Costa Est. Tra la dinastia Cuomo, il sindaco Rudolph Giuliani, il senatore Al D’Amato e la prima donna candidata alla vicepresidenza Geraldine Ferraro, New York si consolida come feudo del potere italiano, tanto che nel 1987 il New Yorker definisce gli italoamericani il più importante voto etnico dello Stato, mentre il New York Times in un articolo di qualche anno prima titola: «Quando si parla di politica l’accento è italiano».
Accade pure nel vicino Massachusetts, dove alla sfilza di governatori di ascendenza italiana — Foster Furcolo e John Volpe tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e Paul Cellucci alla fine degli anni Novanta — si aggiunge il longevo sindaco di Boston Thomas Menino nel 1993, e i due presidenti di Camera e Senato dello Stato Robert Travaglini e Salvatore DiMasi. Nel commentare la notizia di DiMasi, il Christian Science Monitor scrive nell’ottobre del 2004 che per la prima volta nella legislatura del Massachusetts gli italoamericani occupavano tutti i vertici della macchina dello Stato: «Negli ultimi cinquant’anni hanno capito il loro potenziale politico e sostituito gli irlandesi».Ma è proprio quel successo a segnare l’inizio della dissoluzione. Con l’americanizzazione, spiega Luconi, «viene meno il potere della minoranza come gruppo etnico».
Le associazioni e la delegazione italoamericana al Congresso
Del vecchio mondo italo-americano rimangono però strutture, organizzazioni e qualche roccaforte elettorale. Sono ancora numerose le associazioni che ne custodiscono interessi e storia, dalla Niaf, la National Italian American Foundation, all’Order Sons and Daughters of Italy in America. E se è vero che l’ultimo candidato alla presidenza che partecipò a una cena di gala di queste associazioni risale a Bill Clinton nel 1992, una traccia istituzionale di quella rappresentanza resta al Congresso, dove il repubblicano Michael Rulli guida insieme alla democratica Rosa DeLauro una delegazione bipartisan di quasi cento parlamentari.
Tuttavia è proprio la natura delle attività della Italian American Congressional Delegation che racconta quanto sia cambiato il significato di quell’influenza. «Il nostro lavoro – dichiara il deputato Rulli a Open – ha incluso l’accoglienza a Washington della presidente del Consiglio Meloni e la promozione di relazioni tra i due Paesi sui temi del commercio e della cooperazione culturale. Considero questo tipo di capacità di interlocuzione un riflesso concreto dell’influenza e del rispetto di cui la comunità italoamericana continua a godere».
L’assimilazione come successo: e ora?
Sul piano elettorale sopravvivono alcune eccezioni. In New Jersey, per esempio, un sondaggio della Fairleigh Dickinson University del 2023 rilevava che gli uomini di origine italiana continuano a comportarsi come un gruppo politicamente distinto (repubblicano e trumpiano). Ma nella maggioranza dei casi la forza collettiva è stata assorbita nell’identità americana. Per Luconi è sbagliato leggere questa dissoluzione come una sconfitta. «E’ un successo essere riusciti a integrarsi in una società che inizialmente li aveva accolti con grandissima ostilità». Il superamento della logica del gruppo etnico, sostiene il docente, è parte fondamentale della storia del successo italiano. Oggi sono altre le comunità, latine e asiatiche soprattutto, che provano a trasformare peso demografico e reti comunitarie in rappresentanza. Ed è ancora presto per sapere se l’ingresso nel mainstream finirà, come per gli italiani, per dissolvere anche la loro identità politica ed elettorale.

(da Open)

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“PRIMA DEI CONFINI CI SONO SEMPRE LE PERSONE”. DAL MEETING DI RIMINI, PAPA LEONE XIV LANCIA UN MESSAGGIO CHIARO, NEL PIENO DEL CASO MIGRANTI IN EUROPA SCATENATO DALLA MELONI: “LIBERIAMO LA CONVIVENZA DAL SOSPETTO. LA PACE È CUSTODITA E DIFFUSA DA PERSONE CHE AMANO INCONTRARSI E NON TEMONO DI CONFRONTARSI”

Agosto 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LA FRECCIATA AL GUERRAFONDAIO TRUMP: “AL FALSO REALISMO, CHE RIARMA LE MENTI, LE PAROLE E LE NAZIONI, LA CULTURA CATTOLICA HA OGGI DA OPPORRE IL REALISMO DELLA MISERICORDIA. ALLA RADICE DI POVERTÀ, GUERRA, DISEGUAGLIANZE E DISASTRI AMBIENTALI CI SONO POTERI INGIUSTI, SMASCHERIAMOLI” – L’APPELLO AI GIOVANI: “METTETEVI IN GIOCO! ALLARGATE I VOSTRI LEGAMI OLTRE OGNI APPARTENENZA TROPPO RISTRETTA…”

“La pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi”. Lo ha detto Leone XIV parlando al Meeting di Cl. “Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità”, ha aggiunto il Pontefice.
“Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo”, ha sottolineato il Papa sottolineando che Cl non ha fatto del Meeting “una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.
Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia”.
“Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verita’”.
Cosi’ Papa leone nel suo discorso ai partecipanti del Meeting a Rimini. “Il peccato esiste, certo, ma piu’ forte e’ l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto cio’ che la cultura della potenza ha inquinato”, ha sottolineato.
Il Papa lancia un appello al Meeting affinché affinché si costruisca un nuovo modello di società: “Liberiamo la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”. èè”Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti”.
Il Papa sprona il popolo di Comunione e Liberazione a nove sfide: “Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura.
Le diverse edizioni del Meeting, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano”, ha detto il Pontefice.
Il Papa, nel discorso al Meeting, invita alla speranza. “Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia”.
Poi, citando la sua enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV ha aggiunto: “In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo”.
Il Pontefice ha quindi rivolto un appello particolare ai giovani: “Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, ‘l’amor che move il sole e l’altre stelle’ – ha detto Leone citando il titolo di questa edizione del Meeting – sospinge ancora alla speranza”.
“Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!”, l’appello di Leone ai ciellini.

(da Repubblica)

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