ALTRO CHE RIENTRO DEI CERVELLI: MELONI HA TAGLIATO GLI AIUTI
LA FONDAZIONE CHE HA SPARATO IL DATO E’ PRESIEDUTA DAL MARITO DEL MINISTRO CALDERONE, MA LE COSE STANNO DIVERSAMENTE
A leggere certi titoloni entusiasti di alcuni giornali su uno studio della Fondazione studi
consulenti del lavoro, parrebbe che i giovani expat italiani stiano preparando in massa le valigie per tornare festanti al patrio suolo, fertile di rinnovate opportunità.
La ricerca, sventolata dalla maggioranza come prova di uno dei tanti “successi” dell’esecutivo Meloni, racconta di un presunto “boom” dei ritorni nell’ultimo quinquennio, un trionfale 4 giovani emigrati su 10 che fanno rientro in Italia. Per deliziosa coincidenza, la Fondazione che ha sparato il dato è presieduta da Rosario De Luca, marito del ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone. L’oste di Palazzo Chigi, insomma, certifica la bontà del proprio vino.
Ma se si consultano le statistiche ufficiali Istat e le analisi della Voce.info, la realtà appare invece drammaticamente diversa.
Innanzitutto gli altri 6 giovani su 10 a rimpatriare non ci pensano proprio. La strombazzata riduzione degli espatri nel 2025 non indica affatto un’improvvisa età dell’oro: il dato statistico è viziato dal boom contabile delle iscrizioni all’Aire registrate nel 2024, che ha drenato quelle dell’anno dopo, dovuto a motivi squisitamente tecnici, l’entrata in vigore delle sanzioni volute da Meloni a dicembre 2023 per chi risiedeva all’estero senza mettersi in regola con l’anagrafe.
Nessun miracolo economico, dunque, nessuna inversione demografica. A demolire la favola del rientro d’altronde ci aveva già pensato, pochi giorni prima, uno studio del Cnel intitolato “Giovani Expat”: come condizione fondamentale per rientrare l’83% dei ragazzi emigrati chiede salari più alti, il 79% reclama una reale meritocrazia nelle carriere. Qui il paradosso si fa amara commedia: a occuparsi delle speranze degli italiani all’estero è il baraccone presieduto da un fulgido esempio di giovane meritorio, Renato Brunetta, che a 76 anni suonati è finito sui giornali per aver tentato di portarsi lo stipendio da 250mila a 310mila euro l’anno e poi è stato costretto alla retromarcia da un polverone di polemiche.
Quanto alla barzelletta degli sforzi governativi per favorire il rientro di cervelli e ricercatori, per smontarla basta mettere in fila date e fatti. Tra il quinquennio 2016-2020 e il 2021-2025 a riportare il 10% in più di giovani emigrati in Italia sono stati solo i benefici fiscali.
I quali di certo non sono un’invenzione dell’esecutivo Meloni: il regime “Controesodo” risale alla Finanziaria di Tremonti del 2010, quello per gli “impatriati” è stato introdotto da Renzi nel 2015, la sua estensione stava nel decreto Crescita del 2019 varato dall’esecutivo Conte 1. Al quale Giorgia Meloni ha risposto sì, ma con il Dlgs 209 del 2023 che invece ha ridotto fortemente gli incentivi Irpef per il rientro dei cervelli: dal 2024 le vecchie regole più generose sono state abrogate, gli sconti fiscali abbassati e sostituiti da norme molto più severe e selettive. Intanto le politiche del lavoro non hanno aumentato davvero stipendi e opportunità per i ragazzi, tanto che l’unico balzo degli occupati regolari riguarda gli over 50. Con buona parte delle famiglie italiane alla canna del gas per l’inflazione e a pochi mesi dalle elezioni, insomma, il governo manipola i dati nel tentativo di recuperare qualche consenso.
(da ilfattoquotidiano.it)
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