Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“PER 100 FERMATI CI VOGLIONO 400 AGENTI, SARANNO SOTTRATTI AL CONTROLLO DELLA MANIFESTAZIONE, SAI CHE GUADAGNO”… “INVECE CHE AIZZARE GLI ANIMI OCCORRE PLACARLI”
“Se non vuoi esacerbare gli animi l’ultima cosa che ti viene in mente è quella di andare a prendere uno che non ha fatto niente, di dirgli ‘ti porto dentro perché potresti fare qualcosa’. Questo lo facevano ai tempi del fascismo“. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove, sul fermo preventivo previsto dal nuovo Decreto Sicurezza. Il direttore del Fatto Quotidiano ha criticato duramente le soluzioni annunciate dal governo Meloni in tema di ordine pubblico: “Questi pensano che l’ordine pubblico lo si garantisca facendo degli spot e facendo la faccia feroce, digrignando i denti. Quando sgomberano un centro sociale, pensano di avere sgominato gli occupanti. Ma gli occupanti, a meno che non li stermini, continuano a esistere. Soltanto che invece di stare in un centro sociale che puoi controllare e che spesso la polizia o i servizi infiltrano per sapere che aria tira, che cosa si prepara, si sparpagliano finché non trovano un altro posto dove andare. Poi i poliziotti devono andarli a cercare di qua e di là perché non sanno più dove stanno. Ed è quello che è successo con Askatasuna“.
E ancora sul fermo preventivo: “Lo sanno quanto personale dovremo impiegare per trattenere per 12 ore in guardina o in caserma o in commissariato una persona? Se ne tratteniamo dieci abbiamo bisogno di quattro agenti per ognuno di loro, 40 agenti che naturalmente, se stanno lì a sorvegliare questi qua che non hanno fatto niente perché preventivo, non possono andare in strada. Intanto però in strada si sa che è stato fermato ingiustificatamente un certo numero di loro amici. Secondo te questo rasserena gli animi? No, questo raddoppia la violenza e l’ira di quelli che stanno in piazza, ma a gestire la piazza ci saranno molti meno agenti, perché se devi fermare 100 persone, 400 agenti devono stare lì a sorvegliarli con il via vai degli avvocati”. “Poi – ha continuato Travaglio – devi avvisare il Pm che deve interrogarli per capire se ci sono gli estremi per tenerli lì dentro o per mandarli fuori. Il risultato sarà il solito casino che indebolirà la sicurezza della piazza e aumenterà il volume di fuoco di quelli incazzati. Ecco, questo è il modo opposto a quello corretto per gestire l’ordine pubblico e placare gli animi“, ha concluso.
(da il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA CONNESSIONE INTERNET, L’ESERCITO DI MOSCA È “ACCECATO” E QUINDI PER OTTENERE GLI STESSI RISULTATI SUL CAMPO DEVE SACRIFICARE PIÙ UOMINI
L’avanzata russa segna il passo. Nei sogni di Vladimir Putin le sue unità a questo punto
avrebbero già dovuto occupare tutto il Donbass e forse anche accerchiare Zaporizhzhia per costringere Volodymyr Zelensky a chiedere il cessate il fuoco in ginocchio, ma le cose vanno molto peggio di quanto previsto a Mosca.
Dopo i relativi successi russi degli ultimi mesi del 2025, gli ucraini adesso stanno tenendo bene e in alcuni casi anche contrattaccando.
I dati forniti da Deep State , il sito di analisti militari ucraini che in genere non risparmia nulla ai comandi di Kiev ed è rispettato nelle accademie di tutto il mondo (Zelensky racconta di 55.000 soldati ucraini morti, gli esperti di Deep State ne stimano 170.000, secondo loro la metà di quelli russi), parlano chiaro: a novembre l’esercito russo aveva occupato 505 chilometri quadrati, a dicembre sono scesi a 445, ma a gennaio si fermano a 245.
E la cosa grave per lo stato maggiore di Mosca è che le perdite di uomini e materiali non sono affatto diminuite. Il che significa che nelle ultime settimane i comandi russi hanno utilizzato le stesse risorse di quelle precedenti, ottenendo però il 50 per cento dei risultati.
I motivi? Si possono spiegare con l’ondata di freddo eccezionale che penalizza anche le truppe all’assalto, costrette ad abbandonare il tepore dei bunker lungo le trincee per esporsi al gelo in campo aperto. Gli ucraini, arroccati in difesa, godono di vantaggi innegabili. Le loro unità inoltre sono spronate dal nuovo ministro della Difesa, il 35enne Mykhailo Fedorov, a utilizzare su larga scala i nuovi droni di cielo ma anche di terra, che si stanno rivelando molto efficaci per fare fronte alla carenza di fanteria.
C’è anche da aggiungere che la scelta di Elon Musk, su pressione di Kiev, di negare ai russi l’utilizzo del suo sistema di connessione satellitare Starlink ha di colpo «accecato» le unità sulle prime linee e i loro droni d’assalto. Secondo l’Institute for the Study of War di Washington, l’assenza di Starlink ha costretto i comandi russi a «ridurre il numero degli assalti» e in certi settori del fronte addirittura a bloccare qualsiasi tentativo significativo di avanzata.
Tali sviluppi spiegherebbero tra l’altro le piccole avanzate degli ucraini a Kupiansk e in alcune aree attorno a Pokrovsk, che già a novembre Putin considerava battaglie vinte. C’è però da aggiungere che parecchi comandanti russi stanno cercando di risparmiare le forze in vista della già annunciata offensiva di tarda primavera, quando sperano di poter dare la spallata decisiva contro il fronte ucraino tuttora carente di uomini e gravemente penalizzato dalla scelta di Donald Trump di bloccare gli aiuti Usa, se non quelli pagati dagli alleati europei.
Ancora gli analisti di Washington valutano però che l’Armata stia mostrando gravi carenze organizzative.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESITO DEL REFERENDUM DIPENDERÀ IN LARGA MISURA DA CHI SCEGLIERÀ DI RECARSI ALLE URNE (OGGI L’AFFLUENZA E’ STIMATA TRA IL 34% E IL 38%)
A poco più di un mese dal voto del 22 e 23 marzo sul referendum confermativo della riforma della giustizia, il quadro delineato dai sondaggi appare più competitivo di quanto fosse solo poche settimane fa. Il Sì resta in vantaggio, tuttavia il margine si assottiglia. L’ultima rilevazione di Only Numbers per la
trasmissione Porta a Porta stima un’affluenza compresa tra il 34% e il 38%, con il Sì al 52, 5% e il No al 47, 5%.
Il risultato resta tutt’altro che scontato, anche perché la campagna referendaria sembra scivolare sempre più verso una contrapposizione identitaria, in cui il richiamo all’appartenenza politica rischia di prevalere sul confronto nel merito della riforma. In un quadro ancora fluido, il vero nodo resta la partecipazione: l’esito del referendum infatti – pur in assenza di quorum – dipenderà in larga misura da chi sceglierà di recarsi alle urne.
Nei bar, nelle stazioni, in farmacia, sui pullman o in metropolitana si discute più facilmente del nuovo partito del generale Vannacci, delle sorti del centrodestra, dei processi di Trump e del suo coinvolgimento nei dossier legati a Jeffrey Epstein o dell’ennesima dichiarazione di Fabrizio Corona, piuttosto che di una riforma destinata a incidere in profondità sull’assetto della magistratura.
È vero che la campagna elettorale entrerà nel vivo solo nelle ultime due o tre settimane dalla data del voto, tuttavia già oggi i comitati del Sì e del No si interrogano su come mobilitare un elettorato che appare distratto e distante come spesso accade, la decisione se recarsi alle urne maturerà soprattutto negli ultimi giorni.
Tuttavia emerge un altro segnale rilevante: in tre settimane su tutte le proposte si registra una perdita media di consenso compresa tra i quattro e i cinque punti percentuali. Tradotto : se va avanti cosi’ nei prossimi 40 giorni potrebbe esserci il sorpasso.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL RAPPER DI ORIGINI TUNISINE AVEVA POLEMIZZATO PRIMA DI ESIBIRSI: “SO PERCHÈ MI HANNO INVITATO. SO ANCHE PERCHÈ NON HO PIÙ POTUTO CANTARE L’INNO D’ITALIA. SO PERCHÈ VOGLIONO UNO COME ME…”
Mai nominato dal telecronista (quel Paolo Petrecca che ora tutti conoscono), mai
inquadrato in primo piano. Alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Ghali c’è stato ma era come se non ci fosse, confuso tra i ballerini del corpo di danza: il rapper invisibile, da protagonista a cameo senza nemmeno una citazione di ringraziamento. Presente ma assente. Chi non sapeva che anche lui avrebbe avuto un ruolo di primo piano se l’è perso.
E che più di qualcosa sia andato storto non è solo il rumore della politica e dei social a dirlo, ma per primo proprio lui, il protagonista ripreso sempre in campo largo, un puntino tra i tanti: «Pace? Armonia? Umanità? Non ho sentito niente di tutto questo, ma l’ho sentito attraverso i vostri messaggi. Le persone sono ciò che conta davvero e, in un momento di così tanto odio, vi prego di non giocare il loro gioco e di rispondere sempre come vorremmo che il mondo fosse.
Il giorno prima della cerimonia di inaugurazione, Ghali aveva pubblicato una lunga lettera sui social denunciando di sentirsi limitato nella propria libertà di partecipazione: «So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo». In particolare erano state due le frasi che avevano acceso la polemica: «So anche perché non ho più potuto cantare l’Inno d’Italia» (che infatti è stato affidato a Laura Pausini) e «so che una lingua all’ultimo era di troppo».
La telecronaca del direttore di RaiSport Paolo Petrecca ha fatto il resto. Perché al netto di tutti gli errori, strafalcioni e gaffe che ha messo in piedi — «stranamente» hanno notato molti — si è dimenticato di nominare proprio Ghali, quando invece prima aveva citato tutti i protagonisti della serata, magari anche sbagliandoli.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
NON GLI E’ STATO IMPEDITO, LO HA DECISO LUI DOPO LE CRITICHE NEI SUOI CONFRONTI ,,,LA PREMIER SFOGGIA LA SUA SOLITA RETORICA VITTIMISTICA: “FA RIFLETTERE CHE NEL 2026 UN ARTISTA DEBBA SENTIRSI COSTRETTO A RINUNCIARE A FARE IL SUO LAVORO A CAUSA DEL CLIMA DI INTIMIDAZIONE E DI ODIO ATTORNO A LUI” … MA SE LA PREMIER E’ COSI’ ATTENTA A COSA ACCADE IN RAI, PERCHÉ NON HA COMMENTATO L’IGNOBILE TELECRONACA DEL “SUO” PAOLO PETRECCA?
“Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui. Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco”.
Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social. “Ma anche – sottolinea – questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera “sacra” la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ISRAELIANI ERANO LÌ PER VENDERE, A 100 MILA EURO, UN DOSSIER SULLE SOCIETÀ, ANCHE ITALIANE, CHE COMMERCIAVANO PETROLIO IRANIANO SOTTO EMBARGO… IL MISTERIOSO APPUNTAMENTO DI BEN HAIM ALL’AGENZIA ITALIANA DELLE DOGANE OTTENUTO GRAZIE AI BUONI UFFICI DI GASPARRI
Uno dei due israeliani che l’8 febbraio 2023 incontrarono gli uomini di Equalize, nella
sede della centrale spionistica di via Pattari a Milano, sarebbe stato Arik Ben Haim, imprenditore della cybersicurezza ritenuto un ex dirigente del Mossad.
Di quell’incontro il Fatto Quotidiano scrive dal novembre 2024, subito dopo gli arresti che decapitarono la società che faceva dossier su politici, artisti e sportivi, da Renzi a La Russa, da Alex Britti a Marcell Jacobs per dirne alcuni. Dossier realizzati, come documentato dalla Procura di Milano, con l’accesso illegale a banche dati riservate. I due israeliani, secondo quanto acquisito dai pm, erano lì per vendere un database sulle società, anche italiane, che commerciavano petrolio iraniano sotto embargo.
Informazioni potenzialmente utili all’Eni, cliente di Equalize, che negli anni ha pagato circa 370 mila euro di parcelle alla società di investigazioni milanese.
Ora Report, nella puntata che va in onda stasera, ci racconta che uno dei partecipanti alla riunione era Ben Haim, già membro degli uffici del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministero della Difesa di Tel Aviv, impegnato almeno
alla fine del 2023 nelle retrovie dell’offensiva contro Gaza e all’epoca anche managing partner di Cyberleam Srl, una società di cybersicurezza allora presieduta da Maurizio Gasparri, ex ministro e senatore di Forza Italia.
L’ha fatto sapere a Report Samuele Calamucci, informatico e uomo chiave di Equalize, che sta collaborando con i pm di Milano e con quelli di Roma impegnati l’inchiesta collegata sulla Squadra Fiore, altra misteriosa centrale spionistica.
A verbale, però, Calamucci non l’ha detto. Per quanto ne sappiamo la Procura milanese e i carabinieri del Ros non hanno ancora identificato i due israeliani ricevuti nel 2023 da Calamucci e da un altro personaggio di Equalize, l’ex carabiniere del Ros ed ex agente del Sismi Vincenzo De Marzio, detto Tela.
Dice ancora Calamucci, stavolta anche a verbale, che il database sul petrolio iraniano sarebbe stato acquistato da Equalize per 100 mila euro e rivenduto per 500 mila. Ma l’operazione non andò in porto. Il ruolo di Gasparri in Cyberleam fu rivelato da Report nel novembre 2023.
Emerse allora anche che Ben Haim aveva avuto un misterioso appuntamento all’Agenzia italiana delle dogane, ottenuto grazie ai buoni uffici del senatore di Forza Italia.
Lo stesso Gasparri, impegnato da anni a fare la guerra a Sigfrido Ranucci e alla sua trasmissione, fu costretto a dimettersi da Cyberleam. Non aveva mai dichiarato al Senato la carica ricoperta. Conviene ricordare che i rapporti del senatore ex Msi con Tel Aviv vengono da lontano e che oggi porta il suo nome il tentativo più spregiudicato di punire come “antisemite” le critiche a Israele
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL SEDICENTE COMICO, DOPO LE POLEMICHE, HA DECISO AUTONOMAMENTE DI NON CO-CONDURRE SANREMO, DIVENTANDO IL NUOVO MARTIRE DEL SOVRANISMO ITALIANO … CONTRO LA MELONI ANCHE PD E M5S: “IL GOVERNO PENSA ALLA SCALETTA DI SANREMO” … AVVISATE LA MELONI CHE LA DERIVA ILLIBERALE C’E’ IN ITALIA. MA RIGUARDA I GIORNALISTI, PRETI, ATTIVISTI E MANAGER SPIATI
“Giorgia Meloni non viene mai in Parlamento per parlare di pressione fiscale e di sicurezza. E però oggi interviene sul festival di Sanremo dando la colpa all’opposizione per il forfait del comico Pucci. Non so quanto faccia ridere Pucci, so però quanto fa ridere un Governo in cui premier e vicepremier danno la solidarietà a un comico e non parlano di tasse e coltelli.
Abbiamo un mondo impazzito e l’Italia in mano a due influencer che prendono like pensando a Sanremo. Nel frattempo secondo l’Istat aumenta la povertà delle famiglie e crolla la produzione industriale ma la nostra Premier ci parla di Sanremo”. Lo scrive sui suoi social il leader di Italia Viva Matteo Renzi.
“Mentre in Sicilia si contano migliaia di sfollati e gli italiani stanno affrontando gravi emergenze sociali, Meloni e lo stato maggiore del governo sono preoccupati della scaletta del Festival di Sanremo”. Così Stefano Graziano, capogruppo Pd Commissione parlamentare di Vigilanza Rai.
“Prendiamo atto della rinuncia di Andrea Pucci alla co-conduzione di una delle serate del Festival: una scelta di buonsenso che evidentemente non appartiene a tutti. Di certo non appartiene al direttore di RaiSport, Paolo Petrecca, che, dopo un
vergognosa e imbarazzante telecronaca in occasione dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina, continua imperterrito a rimanere al suo posto solo perché si sente difeso da chi attacca sulla presunta illiberalità”.
“Rassicuriamo la Presidente Meloni e il vicepresidente Salvini: in Italia non c’è alcuna deriva illiberale della sinistra, c’è piuttosto una evidente inadeguatezza culturale della destra al governo. L’unico vero attacco alle istituzioni è quello portato avanti dalla maggioranza di governo, che tenta di controllare l’informazione pubblica, delegittimare il dissenso e, con la riforma della giustizia, minare la separazione dei poteri, fondamento della nostra democrazia costituzionale. Presentarsi come vittime mentre si esercita il potere senza contrappesi non significa difendere lo Stato, ma indebolirlo”.
“Panico a Palazzo Chigi: Pucci rinuncia alla co-conduzione di Sanremo e parte immediatamente l’allarme democratico. Giorgia Meloni lancia allarme rosso parlando di intimidazione, odio e addirittura di spaventosa deriva illiberale.
Mancava solo l’appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per difendere il diritto universale alla battuta sul suocero e alla barzelletta sugli stereotipi anni Novanta. Per Meloni il problema non sono le guerre e le bollette alle stelle, ma Pucci a Sanremo. Pucci poteva restare, andarsene o presentare pure l’Eurovision: il problema non è che sia di destra. Il problema è che fa una comicità triste, stanca, incastrata in cliché che sembrano usciti da una videocassetta dimenticata nel 1997.
Comunque in pieno spirito di collaborazione suggeriamo a Giorgia Meloni una soluzione. Per sostituire Pucci si potrebbe chiamare direttamente il direttore di Rai Sport Petrecca. Considerando la collezione di gaffe, lapsus e momenti surreali, rischierebbe seriamente di risultare il segmento più comico dell’intero Festival, senza nemmeno provarci.
O potrebbero mandarci Beatrice Venezi, che alla Fenice non vuole nessuno e che magari potrebbe dilettarsi all’Ariston. Ma forse a Sanremo a fare la comica dovrebbe andare proprio Giorgia Meloni: gridare alla “deriva illiberale” fa veramente sghignazzare. Peccato che siano risate amare”. Così gli esponenti M5S in Commissione di Vigilanza Rai Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico, Gaetano Amato.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
“LA LEGA È IMBAMBOLATA, RIDOTTA A PURA GESTIONE DEL POTERE. SE NON FOSSE CHE È SALVINI, CI SAREBBE DA PROVARE TENEREZZA” -… “ELEZIONI ANTICIPATE? MELONI NON ACCELERA, PERCHÉ SA CHE POTREBBE PAGARE OGNI FORZATURA. SE CHIAMA ELEZIONI ANTICIPATE DOPO AVER COSTRUITO LA NARRAZIONE SULLA STABILITÀ, PERDE TUTTA LA CREDIBILITÀ RESIDUA. GIORGIA HA PAURA E INFATTI VUOLE CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE. LA FATE MOLTO PIÙ CORAGGIOSA DI QUELLO CHE È NELLA VITA REALE”
Matteo Renzi, leader di Italia Viva, il governo si è incartato anche sul quesito del
referendum e i sondaggi segnano la rimonta del No. Meloni inizia a preoccuparsi?
«Meloni ha paura, ma il referendum le serve per offrire un diversivo all’opinione pubblica. Così non parla dei due veri problemi del governo: aumento della pressione fiscale e diminuzione della sicurezza. Se stiamo su tasse e coltelli, Meloni perde. Se invece la butta sulla separazione delle carriere, se la gioca».
Se vincerà il No, andrà avanti come se niente fosse?
«Quella non si dimetterà mai, nemmeno se perde. E, comunque, più di un’eventuale sconfitta al referendum, le fa male Vannacci».
Addirittura?
«La rottura a destra distrugge sondaggi e storytelling. Dicevano di essere una falange contro la sinistra divisa. Ora scoprono che la sinistra fa le mozioni insieme in Parlamento, persino sulla sicurezza, e loro invece si dividono e perdono pezzi. Questo è il dato politico degli ultimi giorni».
La campagna referendaria, tra l’altro, non è esaltante, tra quelli che paragonano chi vota No ai violenti di Torino, e gli altri che accomunano chi vota Sì ai neofascisti di Casapound. Livello basso?
«Bassissimo. Abbiamo sentito la Meloni dire che con il Sì eviteremo nuovi casi Garlasco e l’Anm dire che con il No fare paragoni con Minneapolis. Per non parlare del Pd, che oggi attacca Casapound e dimentica le manifestazioni congiunte Anpi-Casapound dieci anni fa contro di me. Suggerisco un giro di tisane a tutti».
Si parla poco del merito.
«Perché i veri problemi rimangono tutti lì, dai tempi per ottenere giustizia al fatto che i magistrati che sbagliano non pagano mai. E, soprattutto, abbiamo il governo pieno di magistrati. È una toga il sottosegretario a Palazzo Chigi, è una toga il ministro della Giustizia, è una toga la capo di gabinetto del ministero. Il potere giudiziario condiziona l’esecutivo. Evitare i magistrati negli uffici di governo: questa sarebbe la vera svolta».
Tornando all’addio di Vannacci, ora la Lega vorrebbe introdurre il vincolo di mandato. Commento
«Quando facevano campagna acquisti, nella scorsa legislatura, il vincolo di mandato non serviva. Ora che perdono pezzi, hanno cambiato idea. La verità è che la Lega è imbambolata, ridotta a pura gestione del potere. Se non fosse che è Salvini, ci sarebbe da provare tenerezza».
Vanno via alcuni leghisti, potrebbero andar via in futuro anche alcuni riformisti del Pd, che sono sempre più in sofferenza: sta preparando una stanza nella casa riformista?
«No. Non metto il naso nelle discussioni interne altrui. E poi non mi sfugge che, mentre qualche riformista del Pd è animato da una sincera passione politica, per altri il posizionamento serve solo a garantire le candidature. Schlein ha scelto una linea più di sinistra per il Pd ed è un posizionamento legittimo. Noi invece rappresentiamo chi chiede di non alzare le tasse, di aiutare gli imprenditori a creare lavoro, di sostenere le famiglie che non arrivano a fine mese, di dare una mano agli studenti perché non se ne vadano».
Voi di Casa riformista?
«Casa Riformista deve essere il luogo in cui questi contenuti vengono proposti alla coalizione. L’anima di un centrosinistra che non sia solo sinistra. E deve essere un partito che possa essere votato dai delusi del Pd, certo, ma anche dai delusi del centrodestra».
Ma dentro questa casa chi ci sta? Ci sono tanti attori, tanti convegni, ma quando si struttura meglio la famosa “quarta gamba” del centrosinistra?
«Non parto dai nomi, anche se riconosco che sindaci come Beppe Sala, Silvia Salis, Gaetano Manfredi e altri meno noti, ma ugualmente bravi, sono un valore aggiunto decisivo. Questo spazio politico è aperto a tutti quelli che portano voti e che non mettono veti. Purché si stia sui contenuti».
Ma il programma di governo quando lo scrivete? In autunno, come dice Conte, non rischia di essere tardi?
«Prima si parte meglio è, va bene anche in autunno, l’importante è mettere giù 4 o 5 punti su cui siamo già d’accordo: sanità, scuola, lavoro, tasse, sicurezza. Poi si avvia il percorso per scegliere il leader, con le primarie o con il sistema del partito più votato. Per me la partita è aperta, più aperta di quello che pensino a destra».
Sempre che Meloni non decida di accelerare e anticipare le elezioni
«Meloni non accelera, perché sa che potrebbe pagare ogni forzatura. La premier non riesce a governare, come dimostrano i dati Istat sul costo della vita e sulla produzione industriale, ma è sa fiutare l’opinione pubblica. E sa che, se chiama elezioni anticipate dopo aver costruito la narrazione sulla stabilità, perde tutta la credibilità residua. Giorgia ha paura e infatti vuole cambiare la legge elettorale. La fate molto più coraggiosa di quello che è nella vita reale».
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
“ IL MINISTRO PIANTEDOSI HA USATO ASKATASUNA COME SCALPO DA PORTARE AL SUO ELETTORATO: NESSUNO POTEVA ASPETTARSI UNA PASSEGGIATA” … “IL RITORNO DEGLI ANNI DI PIOMBO? QUESTO PERICOLO ALEGGIA SOLO NELLA TESTA DI CHI VUOLE FARNE UN USO STRUMENTALE”
Quando ha messo piede, per la prima volta, dentro al centro sociale Askatasuna?
«Io l’ho occupato. Era il 16 novembre 1996. Dopo un corteo sulla legalizzazione delle droghe leggere, una parte di noi si è diretta verso quello spazio abbandonato. Eravamo in quattrocento. Siamo entrati».
Che vita aveva alle spalle in quel momento?
«Mia madre contadina del Monferrato, mio padre figlio di operai di Torino con una storia partigiana. Io studiavo all’Università e lavoravo già nella ristorazione. Come precario».
Andrea Bonadonna, 50 anni, è uno dei fondatori del più discusso centro sociale d’Italia. Sgomberato il 18 dicembre 2025 per ordine del governo Meloni, da trent’anni è al centro di tutte le proteste: con i No Tav, con gli sfrattati, per la pace a Gaza, contro il G7, contro Ursula von der Leyen, contro questo giornale.
Bonadonna ha mancato solo quelle manifestazioni a cui non ha potuto partecipare perché per tre anni un giudice gli ha vietato di mettere piede a Torino. Arrestato per violenza a pubblico ufficiale nel 2017 e poi assolto, condannato a nove mesi per le proteste in Val di Susa nel 2025. Secondo la procura faceva parte di un’associazione per delinquere. Ma, secondo il giudice del processo di primo grado, quel reato non stava in piedi.
Era al corteo del 31 gennaio, il giorno degli scontri con la polizia. Una settimana dopo lo troviamo a Bussoleno, in Val di Susa, dove gestisce un’osteria popolare. Al piano di sopra sconta gli arresti domiciliari Giorgio Rossetto, un altro dei leader storici di Askatasuna.
I maligni dicono: ci sono solo due parti felici dopo gli scontri. Il governo Meloni che ha inasprito le pene e voi. Cosa risponde?
«È stata la giornata che ha sancito la storia d’amore fra Aska, Torino e questo Paese. Una bellissima storia d’amore».
Amore? Sono state botte, bombe carta e martelli…
«Io ho visto una città viva, che partecipava determinata e festosa. Ho visto più di 50 mila persone che hanno scelto da che parte stare, hanno fatto una scelta partigiana in senso gramsciano».
Ma i martelli?
«È un episodio che non doveva succedere. Così come ce ne sono stati anche in senso opposto. C’era quel poliziotto, ma c’era anche un manifestante preso a manganellate con la faccia insanguinata: vorrei vederli vicini. Sono fatti gravi, ripeto: gravi. Ma Torino non è mai stata avulsa dai conflitti sociali. E voi guardate il dito e non la luna».
Secondo la Digos, il vostro mestiere è aizzare i conflitti. Sbaglia?
«Da parte nostra sarebbe arroganza anche solo pensarlo. Quella piazza non è un gregge in cerca di pastore. Il governo ha bisogno di reprimere una rabbia sociale che c’è, è forte. Su questo dovrebbero interrogarsi: sul perché scendono in piazza migliaia di cittadini. Quelli stessi che, quando li chiama a raccolta la cosiddetta sinistra, non vanno. La manifestazione del 31 gennaio aveva un progetto politico chiaro».
Quale?
«Opporsi al governo Meloni. Difendere gli spazi sociali. Soprattutto: non accettare il vittimismo e il senso di sconfitta tipico di chi piange sul latte versato».
È stato un sabato a orologeria. Siete stati voi a organizzare la battaglia?
«Le persone che erano in piazza erano ben consapevoli di cosa significava quella giornata. Il centro sociale più combattivo d’Italia era stato sgombrato. Il ministro Piantedosi ha usato Askatasuna come scalpo da portare al suo elettorato. Nessuno poteva aspettarsi una passeggiata».
Non crede che una manifestazione pacifica avrebbe ottenuto più risultati?
«Senza un presidio militarizzato a difesa di uno spazio vuoto non sarebbe successo niente. Tutto il quartiere si è schierato con noi. Eravamo lì contro lo sgombero. Giungere a destinazione non poteva che essere il nostro obiettivo».
È vostra la regìa?
«Ci sopravvalutate. Ognuno, a suo modo, in quella giornata si è autodeterminato. Adesso credo che il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale».
Secondo la procuratrice generale Musti c’è una zona grigia al vostro fianco. Borghesi che non prendono le distanze dalle violenze. È vero?
«È un’affermazione miope, di chi per ruolo istituzionale deve cercare di ridurre la complessità di analisi e piegarla alla bisogna di un potere che si sente giustamente sotto attacco. Parlo di questo governo. È innegabile che ci sia una parte di Torino e del nostro Paese, una parte trasversale, che si ribella alle ingiustizie. C’è chi lo fa scrivendo un commento sul giornale, chi partecipando ai cortei».
Perché i collettivi studenteschi hanno attaccato anche La Stampa?
«Martin Luther King dice che una sommossa è il linguaggio di chi non viene ascoltato. Facendo le debite proporzioni e considerando contesti differenti,
l’irruzione a La Stampa, in gran parte pacifica, è stata il tentativo di riprendersi la voce».
La Stampa è un giornale aperto a qualsiasi voce espressa con modi civili. Potevate bussare. Non era meglio?
«Fossi stato lì io, mi sarei fermato e avrei cercato un contraddittorio con il caporedattore. Ma pensate a tutte le volte che le nostre parole sono state messe all’ultimo posto, mentre quelle di chi si nega al confronto – come la premier Meloni – stanno sempre in cima al rullo».
Stanno tornando gli Anni di Piombo?
«Questo pericolo aleggia solo nella testa di chi vuole farne un uso strumentale».
Come si definisce politicamente?
«Un autonomo della sinistra extraparlamentare. Ma sono parole anacronistiche. Oggi la situazione è più complessa».
Un cattivo maestro?
«Di sicuro non mi considero un maestro. Ma se il potere mi considera cattivo, allora significa che forse ho preso la strada giusta. Mi considero pacifico. Ma non scappo di fronte all’uso della forza. Sono un resistente».
(da La Stampa)
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