Destra di Popolo.net

LA RISPOSTA DEL CALIFFATO ALL’OCCIDENTE

Dicembre 20th, 2016 Riccardo Fucile

ALLE SCONFITTE SUL TERRENO DI GUERRA IN IRAQ, SIRIA E LIBIA, L’ISIS REPLICA CON AZIONI SPETTACOLARI, AL FINE DI PORTARE IL TERRORE NELLA VITA QUOTIDIANA DEI “NEMICI”… LA REAZIONE PUO’ ESSERE SOLO LA DIFESA DEI NOSTRI VALORI DI DEMOCRAZIA, RISPETTO E SOLIDARIETA’

“Raddoppiate i vostri sforzi, colpite i crociati: americani, europei, traditori turchi, comunisti russi, tiranni arabi”.
L’ultimo appello trasmesso dalla roccaforte di Mosul era una chiamata alle armi per sincronizzare le cellule pronte a sacrificarsi per il Califfato.
Solo due settimane fa, il portavoce dell’Isis aveva indicato le priorità  su cui concentrare gli attacchi, promettendo all’Occidente: “Vi ricorderete di queste parole”. E adesso quella minaccia sembra assumere una micidiale concretezza.
Nel giro di poche ore ci sono stati il raid contro i turisti in Giordania, la strage di Berlino, l’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara e una sparatoria dai contorni ancora oscuri a Zurigo.
Difficile capire se esista un’unica regia dietro questi assalti ma almeno per il massacro delle bancarelle di Natale la matrice appare chiara, testimoniata dalle modalità  dell’aggressione: la stessa della carneficina di Nizza, la stessa degli attentati condotti negli anni scorsi contro due mercatini natalizi in borghi francesi
Ancora una volta, l’Occidente deve fare i conti con la forza dell’Isis, con quel credo estremo che gli permette di radunare nuovi uomini pronti a dare la vita per la jihad. Solo nel 2016 in nome della lettura più radicale del Corano mille kamikaze si sono fatti saltare in aria sui campi di battaglia di Raqqa, Mosul e Sirte.
Molti altri, spesso giovanissimi, talvolta impugnando solo un coltello, in Europa si sono scagliati contro vittime innocenti nelle chiese, sui treni, all’uscita dei concerti.
E tanti restano in attesa di entrare in azione, ovunque, obbedendo a un rete clandestina che non si riesce a smantellare.
Alle sconfitte sul terreno in Iraq, in Siria, in Libia, il Califfato risponde con azioni spettacolari.
Abu al Hassan al Muhajir, l’ultimo portavoce del Califfato, lo scorso 5 dicembre aveva ribadito l’ordine per i volontari della morte: “Restate dove siete, colpiteli in Occidente: nelle loro case, nei loro mercati, nei loro ritrovi, nelle loro strade, dove meno se lo aspettano. Bruciate la terra sotto i loro piedi. Le vostre operazioni faranno la differenza, cambieranno la situazione”.
Non è un caso che gli attentati si siano concentrati sulla Germania. Il governo tedesco non partecipa ai bombardamenti in Iraq e Siria ma ha dato una risposta ancora più forte al messaggio di odio di Al Baghdadi: ha aperto le porte a mezzo milione di profughi nel solo 2015.
Di sicuro, Europa e Stati Uniti hanno commesso numerosi errori nell’incapacità  di affrontare le crisi del vicino Oriente, chiudendo gli occhi per anni sulla sofferenza di popoli abbandonati in balia della barbarie.
Ma lo sbaglio più grave potremmo commetterlo oggi, replicando alla brutalità  di pochi con la discriminazione verso una moltitudine disperata in cerca d’asilo.
Ormai da quindici anni ripetiamo che questa è anche una guerra di civiltà , in cui solo la difesa dei nostri valori di democrazia, di rispetto e di solidarietà  può creare una barriera contro il terrore.

Gianluca Di Feo
(da “La Repubblica“)

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BERLINO, CAMION CONTRO MERCATO DI NATALE: “PROBABILE ATTENTATO”, 9 MORTI E 50 FERITI

Dicembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

KILLER IN FUGA, E’ CACCIA ALL’UOMO

Terrore tra la folla dei regali natalizi. I media tedeschi parlano di numerose vittime, nove per la polizia.
A Berlino un lungo camion scuro, simile a quello della strage di Nizza, è corso all’impazzata e ha travolto numerose persone in un mercatino di Natale.
E’ accaduto intorno alle 20, da subito i media tedeschi hanno parlato di “vittime” e numerosi feriti. Nove sarebbero i morti accertati e si parla di una cinquantina di feriti. La zona ora è blindatissima ed è caccia all’uomo, perchè il conducente si è dato alla fuga.
«Il criminale sarebbe in fuga» scrive l’agenzia Dpa citando un «funzionario» di polizia. L’agenzia riferisce di «diversi mezzi della polizia che si dirigono verso Mitte», il centro della ex-Berlino est.
L’attacco è avvenuto nei pressi della Kurfuerstendamm Avenue, vicino alla chiesa intitolata al Kaiser Guglielmo, nella parte occidentale della città , zona commerciale e affollata nel quartiere di Charlottemburg.
Le prime immagini video che vengono mostrate riprendono bancarelle rovesciate e diversi feriti che giacciono a terra.
Non c’è ancora una ricostruzione ufficiale dell’accaduto: se sia stato un incidente o un atto deliberato. Secondo fonti della polizia citate dal Berliner Morgenpost si tratterebbe di un attentato, finora non rivendicato.
Quello della Chiesa del ricordo è uno dei mercatini più affollati della capitale tedesca: si trova a due passi dalla frequentatissima Kurfuerstendamm, la via principale dello shopping e del Kadewe, il grande magazzino di Berlino e di fianco all’Europa center, uno dei più noti centri commerciali della città . Secondo una prima ricostruzione fornita dall’emittente N24, il camion sarebbe arrivato provenendo dalla stazione di ferrovia e metropolitana «Zoologischer Garten»

(da agenzie)

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È UN POLIZIOTTO IL KILLER DELL’AMBASCIATORE RUSSO: “NOI MORIAMO AD ALEPPO, TU MUORI QUA”

Dicembre 19th, 2016 Riccardo Fucile

MERT ALTINTAS, L’UOMO CHE HA UCCISO AD ANKARA ANDREY KARLOV, AVREBBE MOTIVATO IL GESTO COME VENDETTA PER I BOMBARDAMENTI CONTRO I CIVILI DA PARTE DEI RUSSI

“Noi moriamo ad Aleppo, tu muori qui”.
È questa una delle frasi che l’attentatore avrebbe urlato prima di sparare all’ambasciatore russo ad Ankara, Andrey Karlov, morto dopo essere stato ferito a colpi d’arma da fuoco mentre teneva un discorso a una mostra nella capitale turca.
Lo hanno riferito alcuni giornalisti presenti al momento dell’attacco.
L’attentatore è stato poi ucciso nel successivo blitz della polizia. Si chiama Mert Altintas,secondo quanto riportano diversi organi di stampa, l’uomo che ha ucciso l’ambasciatore russo ad Ankara, ed era un agente di polizia, poi a sua volta ucciso dalle forze di sicurezza turche.
Secondo il quotidiano Sabah, Altintas, 22 anni, era nato nel 1994 a Soke, nella provincia di Aydin, e si era diplomato nel 2014 all’accademia Rustu Unsal di Smirne, come ha confermato anche il sindaco della capitale Melih Gokcek.
L’attentato è giunto dopo giorni di proteste di massa ad Ankara e Istanbul contro le rappresentanze diplomatiche di Russia e Iran, accusati dai manifestanti di essere responsabili della mancata evacuazione di civili nei giorni scorsi da Aleppo est.
Secondo il giornale ‘Yeni Safak’, l’attentatore avrebbe detto: “Non dimenticate Aleppo! Non dimenticate la Siria! Vendetta!”, sarebbero state le sue parole.
“Finchè i nostri fratelli non saranno al sicuro, nemmeno voi potrete godervi la sicurezza. Chiunque abbia un ruolo in una simile oppressione la pagherà , uno alla volta. Solo la morte mi condurrà  via da qui”, aveva aggiunto.
“Non ne uscirò vivo, non vi avvicinate!”. Poi, in lingua araba, aveva concluso con il grido “Allahu Akhbar!”, cioè “Allah è grande!”.

(da agenzie)

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IO INFILTRATO IN UNA CELLULA DEL CALIFFO: “HA PIU’ LEGAMI CON LA PORNOGRAFIA E IL SUICIDIO CHE CON L’ISLAM”

Agosto 1st, 2016 Riccardo Fucile

PARLA IL GIORNALISTA FRANCESE CHE SI E’ FINTO SOLDATO DELL’ISIS… CHI SONO I GIOVANI EUROPEI FANATIZZATI DALLA STATO ISLAMICO

Ancora la Francia bersaglio dei fanatici dello Stato islamico. Che stavolta alzano il tiro, sgozzano sull’altare della chiesa a Saint-Etienne du Rouvray, in Normandia, vicino a Rouen, il parroco, padre Jacques Hamel, 84 anni, filmano l’esecuzione e lanciano proclami in arabo dal pulpito prima di essere abbattuti dagli uomini delle forze speciali.
Uno dei terroristi, Adel Kermiche, 19 anni, era noto ai servizi per aver tentato di raggiungere la Siria ed era in libertà  vigilata col braccialetto elettronico.
Cosa che non gli ha impedito di portare a termine l’azione. Riattivando, dopo Nizza, le polemiche sulla sicurezza che hanno come bersaglio il presidente della Repubblica Franà§ois Hollande, il primo ministro Manuel Valls, il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve.
Adel Kermiche, un ragazzo catturato nella rete del jihadismo, affascinato dal radicalismo nichilista del califfo Abu Bakr al-Baghdadi.
Come altri 1500 francesi di origine araba partiti per il Medio Oriente o rimasti per spargere il terrore in patria.
Alcuni dei quali il pubblico ha conosciuto grazie al documentario “Les soldats d’Allah”, andato in onda su Canal+, e girato da un infiltrato in una cellula francese dello Stato islamico che racconta, per l’“Espresso”, tutti i retroscena della sua pericolosa esperienza.
Si fa chiamare Said Ramzi, ma è uno pseudonimo, perchè la sua identità , per intuibili motivi, deve rimanere segreta.
È musulmano, ha 29 anni ed è un giornalista francese di origine araba. Per quattro mesi, con una telecamera nascosta, ha filmato l’intera evoluzione del gruppo, fino alla preparazione di un attentato, immortalando un miscuglio di ossessioni morbose e pulsioni suicidarie.
«All’inizio», racconta Said, «ho girato una quantità  incredibile di moschee, in particolare quelle frequentate dai salafiti (scuola di pensiero islamica tradizionalista) soprattutto nel sud della Francia. Ho parlato con tantissimi di loro, senza successo. Molto rapidamente ho capito che i salafiti, in realtà , collaborano attivamente con i servizi francesi. In più di una moschea mi hanno detto che il loro imam incontrava regolarmente gli agenti della Direction Gènèrale de la Sècuritè Intèrieure».
Nonostante il primo ministro francese Manuel Valls dichiari che il salafismo «può portare all’islam radicale e al terrorismo» e che «il secondo si nutre del primo».
Comunque sia, l’odio tra i salafiti francesi e i militanti dello Stato Islamico è tale da permettere a Said di stringere i primi contatti.
«Quando incontravo quelli di Daesh (acronimo arabo per lo Stato islamico) su Facebook», confessa Said, «gli dicevo che i salafiti non smettevano di cancellarmi gli account, di denunciarmi, e così via. Criticando i salafiti sono riuscito a farmi accettare da quelli dell’Is».
Su Facebook, Said incontra un ragazzo che si fa chiamare “Abou Oussama”. Ha vent’anni e abita a Chateauroux, nel centro della Francia.
Oussama era stato arrestato qualche anno prima mentre cercava di recarsi in Siria. Un ragazzo orgoglioso, tanto da rendere noto a Said il suo dossier giudiziario.
«C’erano tutte le dichiarazioni che aveva rilasciato alla DGSI dopo l’arresto», ricorda Said. «Diceva che era d’accordo con Daesh, che voleva sgozzare i miscredenti, uccidere dei militari. Diceva tutto ciò, apertamente, a degli agenti di polizia!».
Oussama viene da una famiglia modesta, ma non poverissima. Non è cresciuto nelle citès, i palazzoni delle periferie francesi. Suo padre è originario della Turchia e fa il muratore, sua madre è francese.
Quando era più giovane, Oussama aveva provato a entrare nell’esercito ma era stato respinto. Secondo il padre il punto di non ritorno è stato proprio il rifiuto dei reclutatori dell’Armèe.
Un profilo che secondo Said è molto comune, tra i vari militanti dell’Is che ha incontrato. All’origine, c’è sempre «un rifiuto della società  verso i giovani musulmani o arabi che è molto difficile da accettare», afferma.
Un rifiuto tanto più inaccettabile quanto più assume forme endemiche. «Quando lavoravo in un call-center, per esempio, mi chiedevano di cambiare nome, io avevo deciso di chiamarmi Paul».
In più, dichiarando alle autorità  le sue professioni di fede, Oussama si era condannato a una vita ancora più dura. «Piano piano, tutte le porte si erano chiuse attorno a lui», ricostruisce Said.
Tra regime di sorveglianza stretta, obbligo di firma e fedina penale bruciata, «ormai per lui era finita. Gli avevano preso la vita a vent’anni. La sola chance per uscirne, nella sua testa, era il paradiso dei martiri di Allah».
«Quando lo incontro, Oussama è terribilmente solo. All’inizio mi parla del paradiso, di cose piuttosto folli, in particolare riguardo alle donne, ricorda il giornalista. «Afferma che uccideremo dei francesi e che prenderemo le loro donne come schiave» Said gli domanda se secondo lui sia giusto avere degli schiavi. Oussama risponde che è un loro diritto, «e aggiunge che grazie a noi, diventeranno musulmane e accederanno al paradiso».
Il rapporto col sesso femminile è un tema che ha incrociato in continuazione nel corso dell’inchiesta. «Sono rimasti bloccati a quello stadio là , quando sei adolescente e hai voglia di avere tutte le donne per te».
I militanti dello Stato Islamico che ha conosciuto «sono delle persone che hanno visto dei film porno e si sono immaginati al posto dell’attore protagonista. Quando Daesh ha promesso loro che avrebbero avuto tutto ciò nella forma del paradiso pràªt-à -porter affollato di vergini, o “houri” è stato un successo immediato».
A detta di Said, «la religione per loro è solo un pretesto. Se ne fregano alla grande, della religione. Te lo dicono anche, senza rendersene conto. Se credono in Allah, è solo perchè Allah gli ha promesso le vergini. E basta. Credono di rispettare la religione, ma non hanno nè rispetto, nè religione».
Più il gruppo di Oussama si allarga, più Said vi si inoltra, più emergono l’assenza di sensibilità  religiosa o politica e – al contrario – una certa morbosità  dei militanti.
«Una volta Oussama ha cominciato a parlarmi delle vergini del paradiso, con gli occhi persi nel vuoto. E ha concluso che quella sera sarebbe stato da solo in camera sua, mentre avrebbe potuto essere in paradiso con le famose vergini se, armato di coltello, avesse assaltato un commissariato quello stesso giorno».
Oussama gli propone a più riprese di attaccare con dei coltelli una caserma di polizia. «Riuscivo sempre a convincerlo di non farlo, per fortuna».
La volontà  di lanciarsi in attacchi estemporanei denota la mancanza di una qualsiasi strategia. «Quando ne hai una», riflette Said, «è perchè in qualche modo aspiri a cambiare il mondo, nel bene o nel male. Quelli di Daesh non hanno alcuna intenzione di cambiare il mondo. Se ne strafregano, del mondo. Fanno tutto solo ed esclusivamente per sè stessi, per le loro vergini. In qualche modo, sono la quintessenza dell’ultra-liberismo. Sono dei mercenari, in fondo».
«Nei gruppi online», assicura Said, «si scambiano le foto dei vestiti di marca, è tutto un Nike di qua, un Gucci di là , sognano di macchine di lusso…».
I loro riferimenti culturali sono quelli del consumo all’ingrosso e all’ingrasso tipici dei videoclip delle star del rap francese. Una cultura e uno stile teoricamente rifiutati in toto e, tuttavia, ampiamente riprodotti: un altro paradosso dei “soldati di Allah.”
Nondimeno, l’antinomia forse più intrigante è che l’immaginario dello Stato Islamico non seduce solamente gli uomini.
Durante l’inchiesta, Said ha potuto incontrare molte ragazze, per lo più minorenni. Quelli dello Stato islamico «hanno cercato di farmi sposare quattro volte in quattro mesi», dice l’infiltrato.
Gli incontri avvenivano sempre via Internet. «Una di loro mi ha chiesto di diventare il suo walà®y (il suo “tutore”).” Ogni volta che la ragazza doveva recarsi a un appuntamento, «mi chiedeva l’autorizzazione via messaggio».
Altri militanti dovevano portarla in Siria, racconta Said, ma alla fine lei non si è unita a loro. Quando gli agenti di polizia li hanno fermati alla frontiera, hanno trovato un passaporto falso con la sua foto.
«L’ultimo messaggio che mi ha mandato è stato quello in cui mi chiedeva se poteva recarsi dal giudice. Le ho detto di si. Non ho mai più avuto notizie. Aveva solo 17 anni».
L’esplosivo miscuglio di dilettantismo e disperazione conosce, a un certo punto, una drammatica evoluzione. «Presto o tardi avrei dovuto allertare la polizia», afferma Said. «Quello che mi ha “salvato” è stato l’arrivo di un altro militante di Daesh, proveniente da Raqqa», la capitale dello Stato Islamico in Siria.
La sua identità  rimane a oggi un mistero. L’uomo non si mostra, ma dirige, tramite Oussama, le attività  della cellula, che nel frattempo era arrivata a coinvolgere una decina di persone.
L’uomo venuto da Raqqa intima di avere pazienza e contatta Said. Tramite interposta persona gli fa pervenire delle lettere nelle quali invoca determinazione per «uccidere i miscredenti». L’ultima missiva per Said contiene una lista della spesa di ingredienti utili a fabbricare una bomba.
Gli obiettivi cominciano a profilarsi: i militanti parlano di colpire una discoteca, siti militari o redazioni tv.
«Quando mi ha detto che tra gli obiettivi c’erano anche i giornalisti», ricorda Said, «mi sono detto, “putain! io sono giornalista” e sono seduto di fianco a loro con una telecamera nascosta.
È la pericolosità  di questa inchiesta, in ogni istante avrei potuto prendermi una coltellata. Altre inchieste sono altrettanto pericolose; ma qui si tratta di gente la cui motivazione profonda è l’omicidio».
Per la cellula jihadista in formazione, gli attentati del 13 novembre scorso, il Bataclan e le terrazze di Parigi, sono un incoraggiamento.
Nonostante gli arresti a cascata in tutto il Paese, il gruppo accelera la ricerca di armi. Intanto, i radar dei servizi devono aver percepito qualcosa, perchè a fine dicembre una serie di arresti mette fine alle operazioni. Oussama è arrestato per ultimo, il 27 dicembre 2015, a casa di suo padre.
Said prova allora a dirigersi verso un altro gruppo, per i cui membri s’inventa un altro nome. Ma il trucco non funziona e, dopo una serie di velate minacce sul tema della decapitazione, pochi giorni dopo, un altro militante dello Stato islamico gli scrive: “T’es cuit, mec”, “sei bruciato”». È li che si ferma l’inchiesta.
Comprendere la presenza dello Stato islamico in Europa significa, secondo Said, capire che «Daesh ha molti più legami con la pornografia e con il suicidio che con l’Islam. Anzi, è riconducibile proprio all’alleanza diabolica tra queste due nozioni».
E l’unica cosa che si può opporre, dice, «è la creazione di legami sociali, fare in modo che ci sia meno esclusione».

(da “L’Espresso”)

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“NOI CI SAREMO”: CENTINAIA DI ASSOCIAZIONI ISLAMICHE E IMAN RACCOLGONO L’APPELLO DI PARTECIPARE ALLA MESSA

Luglio 30th, 2016 Riccardo Fucile

MOMENTO STORICO PER MUSULMANI E CRISTIANI… IL PAPA: “DIO TOCCHI IL CUORE AI TERRORISTI”

Il 31 luglio sarà  una domenica storica per il dialogo tra Islam e religione cattolica nel segno della lotta al terrorismo di stampo jihadista.
Raccogliendo l’appello degli imam francesi, numerosi esponenti delle comunità  islamiche italiane parteciperanno alla messa del mattino o del pomeriggio per portare la solidarietà  ai cristiani colpiti dall’assassinio di padre Jacques Hamal, il sacerdote sgozzato in una chiesa della Normandia per mano di due giovani affiliati all’Isis.
La decisione raccoglie immediatamente il plauso del presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco: “Siamo molto grati per questa risposta pronta, tempestiva e chiara”. L’esponente cattolico ha anche bocciato il suggerimento di aumentare la sicurezza: “Non vedo il motivo di una militarizzazione delle chiese”.
Al Vaticano non sfugge che per la prima volta in Occidente la comunità  musulmana ha deciso di dare un segnale fortissimo, unico nella sua storia, per smarcarsi dal fondamentalismo che arma e compie stragi.
Ma è anche un segnale di distensione e una mano tesa a tutti i non musulmani.
L’idea di entrare nelle chiese durante la funzione religiosa per manifestare vicinanza e cordoglio è stata lanciata inizialmente dal Conseil franà§ais du culte musulman, organismo che rappresenta i musulmani francesi a livello istituzionale.
Sabato è stata ripresa dall’Institut des Hautes Etudes Islamiques di Parigi, che hanno assicurato la presenza di esponenti della comunità  islamica francese alla messa di domenica nelle cattedrali e nelle chiese di Parigi, Lione, Marsiglia, Gap, Embrun, Rennes, Lille, Perpignan e Tolone.
L’obiettivo è quello di dimostrare che gli jihadisti non agiscono in nome dell’Islam, bensì se ne allontanano vistosamente: tanto è vero che il responsabile della moschea di Saint Etienne du Rouvray ha rifiutato la sepoltura di uno dei due combattenti del Califfato responsabili della morte dell’anziano prete.
A Roma focale sarà  la messa mattutina della Comunità  di Sant’Egidio a Santa Maria in Trastevere, alla quale saranno presenti i tre imam di via Candia, Centocelle e Magliana.
A Milano invece l’incontro avverrà  alla parrocchia di Santa Maria di Caravaggio alle 10.30 con tre imam (Imam Muhyiddin Bottiglioni, Imam Abd al-Hakim Carrara, Imam Abd as-Sabur Turrini) che faranno una preghiera e poi rimarranno durante la liturgia.
In Italia hanno aderito all’iniziativa interreligiosa le sigle più rappresentantive: l’Ucoii (Unione comunità  islamiche), il Coreis (Comunità  religiosa islamica), la Grande Moschea di Roma, la Comunità  islamica d’Italia e numerose comunità  sparse sul territorio che hanno manifestato la volontà  di partecipare all’evento unico.
“Ci sembra fondamentale in questo momento drammatico dare con questo saluto dei musulmani d’Italia un segno concreto di profondo rispetto della sacralità  dei riti, dei ministri e dei luoghi di culto del Cristianesimo dove i fedeli e i cittadini ricevono le benedizioni della comunione spirituale”, scrive in un comunicato il Coreis, che assicura insieme all’Ucoii la presenza di fedeli islamici nelle chiese di Roma, Milano, Novara, Genova, Verona, Sondrio, Ventimiglia, Brescia, Vicenza, Fermo, Siena, Piacenza, Brindisi, Palermo e Agrigento.
“Vogliamo portare la solidarietà  e le condoglianze della comunità  islamica ai nostri fratelli cristiani dopo il doloroso attentato terroristico di Rouen”, spiega il presidente dell’Ucoii Izzeddin Elzir, che essendo l’imam di Firenze sarò intorno alle 12 all’interno del Duomo, all’inizio della funzione religiosa.
“Attaccare una Chiesa è come attaccare tutti i luoghi di culto – scrive Elzir -, in quanto luoghi sacri di preghiera, di fratellanza e di pace. Assassinare un sacerdote è come colpire l’umanità  intera. Tutti i religiosi, di qualsiasi credo, sono colpiti da questa tragedia”.
Parole condivise da Massimo Abdullah Cozzolino, segretario generale della Confederazione islamica italiana, e da Foad Aodi, Presidente delle Comunità  del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), che sarà  alla messa nella chiesa di San Giuseppe a Cesenatico ma lancia un appello a tutti gli islamici dell’Emilia Romagna: “Domani recatevi alle 9 o alle 10.30 nella chiesa più vicina per salutare il sacerdote, in modo da non concentrarsi in una sola chiesa. Questo per rispetto della preghiera e per andare oltre le divisioni tra le comunità  musulmane”.
Il presidente della Comunità  islamica d’Italia, Sharif Lorenzini, sarà  domani a messa nella Cattedrale di Bari e qualche minuto prima dell’inizio della celebrazione liturgica di don Franco Lanzolla guiderà  un breve momento di preghiera che sarà  recitata in arabo e tradotta simultaneamente da un componente della Comunità  Islamica pugliese.
“Stiamo soffrendo anche noi – sottolinea Lorenzini – per tutto quello che accade ogni giorno. Vogliamo dare un segnale forte per allontanare chi ci vuole dividere seminando terrore”.
Don Lanzolla ha voluto rispondere con gioia: “Nella fede dell’unico Dio ci riconosciamo figli dell’unico creatore e fratelli per costruire una civiltà  fondata sulla giustizia, la pace e la fraternità “.
A Brescia, dove la comunità  islamica è molto numerosa, i vertici della moschea della città  parteciperanno alla messa delle 10 in Duomo per “dire no al terrorismo”.
Saranno presenti l’Imam della Moschea, Amin Al-Azmi Jamel Hemmadi, Presidente della Moschea bresciana e poi il segretario Ridha Mechergui, il responsabile stampa Omar Ajmi e Ahmed Benan, Vice Cordinatore del Consiglio Generale.
Anche in altre città  della Lombardia ci saranno momenti di preghiera analoghi.
A Sondrio l’ Imam Idris Abd al Razzaq Bergia sarà  presente alla messa delle 10.30, nella Chiesa della Collegiata Piazza Campello, con l’Arciprete Don Marco Zubiani. Sempre in Valtellina, a Bormio, l’Imam Abd al Jabbar Ceriani è atteso alle 10.30 nella Chiesa dei Ss. Gervasio e Protasio.
A Trento l’imam del Trentino Alto Adige Aboulkheir Breigheche sarà  presente nella cattedrale alla messa delle ore 19, un gesto che l’arcivescovo della città  Lauro Tisi definisce “straordinario”.
Stesso orario per la celebrazione eucaristica che accoglierà  la comunità  musulmana di Vasto nella Concattedrale San Giuseppe, in Abruzzo, presieduta dal parroco don Gianfranco Travaglini.
L’evento si ripeterà  in Campania (in una chiesa da definirsi) mentre in Puglia coinvolgerà  i musulmani richiedenti asilo: secondo l’associazione Salam, la comunità  di stranieri ospitata nello Sprar (Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti) di Martina Franca (Taranto) domani parteciperà  alla messa domenicale nella Basilica di San Martino per ricordare non solo il sacerdote ucciso a Rouen, ma tutti quei sacerdoti che hanno scelto come missione quello di predicare l’amore con il prossimo.
In Liguria l’imam di Genova Hussain Salah ha deciso che parteciperà  alla messa delle 10.30 in cattedrale, mentre una delegazione della comunità  islamica di Ventimiglia sarà , sempre alle 10:30, nella chiesa di San Nicola da Tolentino, in via Roma, ospite di don Francesco Marcoaldi, il sacerdote che aprì la sua parrocchia per accogliere i migranti ai quali era stato imposto, con ordinanza del sindaco, di non accamparsi più lungo le rive del fiume Roja e sotto i viadotti.
“Alla fine della messa – annuncia il parroco – chiederò se vogliono fare un intervento, considerato che loro stessi hanno proposto una presenza per dimostrarci vicinanza e condannare gli atti terroristici”. Non è la prima volta che padre Marcoaldi manifesta vicinanza al mondo islamico. Proprio nella chiesa di San Nicola, poche settimane fa si sono tenute le elezioni per il rinnovo delle cariche per la comunità  islamica.
A Trieste rappresentanti del centro culturale islamico si uniranno alla comunità  cattolica alla messa domenicale delle ore 10.30 nella chiesa Notre Dame de Sion per “arginare ogni integralismo e stigmatizzare azioni terroristiche in nome della religione”. Il comunicato dell’iniziativa è firmato sia da Mons. Ettore Malnati, presidente di Studium Fidei che dall’Imam di Trieste, Nader Akkad.
A Cracovia papa Francesco ha pregato contro il terrorismo: “O datore della vita, ti preghiamo anche per tutti coloro che sono morti come vittime di brutali attacchi terroristici. Dona loro una ricompensa eterna. Che intercedano per il mondo, dilaniato dai conflitti e dai contrasti. O Gesù, principe della pace, ti preghiamo per chi è stato ferito in questi atti di inumana violenza: bambini e giovani, donne e uomini, anziani, persone innocenti coinvolte solo per fatalità  nel male”.
Bagnasco dopo l’uccisione del sacerdote a Saint Etienne du Rouvray aveva rilasciato una intervista al Corriere della Sera dove esortava i musulmani moderati a prendere le distanze dal terrorismo jihadista. La risposta degli imam francesi e italiani ora lo soddisfa: “Spero che facciano sentire la loro voce in modo unitario al di là  delle differenze presenti nella loro realtà . Se continuano su questa strada si potrà  creare un vero isolamento attorno a questi fanatici omicidi”.
L’arcivescovo di Genova e presidente Cei ricalca le parole di papa Francesco secondo il quale non c’è in atto nessuna guerra di religione tra islam e cristianesimo. “L’Islam ha dimensione moderata. Esistono poi frange omicide, che devono essere condannate dallo stesso mondo musulmano, perchè quello che l’Occidente può fare è meno efficace, la voce più importante è quella musulmana”.
In attesa di partecipare alla messa domenicale, nella giornata di sabato numerosi musulmani in Francia hanno partecipato insieme a fedeli cristiani alle veglie organizzate per ricordare padre Jacques Hamal.
Momenti di preghiera comune davanti alla chiesa di Saint Etienne du Rouvray, dove è stato trucidato il sacerdote, ma anche a Lione e a Bordeaux. Manifestazioni di dolore che certamente diventeranno una pietra miliare nella lotta – almeno simbolica – al terrorismo jihadista.

(da “Huffingtonpost”)

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“CHIESE, SINAGOGHE E MOSCHEE SONO INVIOLABILI” (CORANO VERSETTO 22,40): LE AZIONI DELL’ISIS SONO CONTRO LA RELIGIONE DELL’ISLAM

Luglio 30th, 2016 Riccardo Fucile

IL DELIRIO JIHADISTA AVEVA PORTATO AD ATTACCARE ANCHE LA MOSCHEA DI MEDINA IN ARABIA SAUDITA

L’attacco alla chiesa di Saint-à‰tienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico.
Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto.
Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è in netto contrasto con i dettami della Legge Islamica.
“Se Dio non avesse respinto alcuni uomini per mezzo di altri, i monasteri e le sinagoghe, gli oratori e le moschee dove il nome di Dio è spesso ricordato sarebbero distrutti. Dio soccorrerà  chi Lo soccorre, Dio è forte e potente”.
Da questo versetto del Corano (22,40) si deduce che chiese, sinagoghe e moschee sono poste sotto la protezione divina.
Lo Stato Islamico ha già  violato diversi luoghi di culto in Nord Africa e Medio Oriente suscitando però poco interesse da parte dell’opinione pubblica occidentale.
Per esempio, nel 2010 a Baghdad quando alcuni jihadisti vestiti con delle uniformi militari fecero irruzione nella chiesa di Sayyidat al-Najat (Nostra Signora della Salvezza) tenendo ostaggio due sacerdoti e un gruppo di fedeli.
Il bilancio delle vittime dopo l’irruzione delle forze di sicurezza irachene e dei soldati americani fu di 58 vittime e 67 feriti tra fedeli, soldati e jihadisti.
“Le azioni dello Stato Islamico sono l’ultimo stadio di un’escalation cha ha portato a una progressiva cancellazione dei tabù della violenza del jihad dal ‘900 a oggi”, spiega Martino Diez direttore scientifico della Fondazione Internazionale Oasis. “L’organizzazione ha superato tutti i vincoli presenti, per esempio, nell’Impero Ottomano dove la coesistenza tra le diverse confessioni, per quanto non egualitaria, prevedeva il rispetto delle donne, dei cimiteri e dei luoghi di culto come segno del futuro, passato e presente di ogni comunità ”.
Inoltre, gli attentati rivendicati dall’IS si sono spinti anche contro i luoghi di culto musulmani; lo scorso 5 luglio una serie di attacchi coordinati in Arabia Saudita sono arrivati a colpire la moschea di Medina.
“Non abbiamo le prove per capire se gli ultimi attacchi siano coordinati da un’autorità  centrale ma ciò che è certo è che la strategia dell’IS rispetto ai luoghi di culto è ancora più oltranzista di Al-Qaeda“, continua Diez.
La differenza tra le due organizzazioni non è dunque solo in merito alla questione della statualità , cioè alla formazione del califfato, che per Al Qaeda è sempre stata un’operazione “prematura” e non un elemento fondante come invece lo è per l’IS.
“Al Qaeda puntava ad attentati eclatanti per compattare la comunità  sunnita contro l’Occidente”, continua Diez, “ma è sempre stata più prudente rispetto ai musulmani non sunniti e anche alle minoranze locali”.
La nascita di questa divisione si può far risalire al 2005 quando Abu Musab al Zarqawi era alla guida dell’organizzazione terroristica in Iraq. Zarqawi, nato in Giordania da genitori palestinesi non si limitò a seguire le indicazioni di Bin Laden ma rivolse la sua campagna di terrore anche agli sciiti organizzando attentati contro mercati e moschee. Inoltre, l’attacco al primo luogo di culto in Francia di alcuni giorni fa e la concentrazione massiccia negli ultimi mesi di attentati in Europa aumentano i dubbi sulla stabilità  dello Stato Islamico che continua a perdere terreno in Siria e Iraq.
Secondo i dati comunicati lo scorso maggio da alcuni ufficiali americani al Pentagono, il califfato controlla circa il 30%- 35% in meno di territorio popolato rispetto al suo periodo di massima espansione.
Le perdite militari, l’ultima a giugno con Falluja in Iraq, sono un brutto colpo per l’organizzazione che del “baqiya wa tatamaddad” (“rafforzarsi ed espandersi”) ha fatto da sempre il suo punto di forza.
A questo si aggiunge la fine — avvenuta lo scorso gennaio — del patto informale di non belligeranza in chiave anti-Assad che aveva portato la Turchia a rendere permeabili le frontiere per il passaggio dei cosiddetti foreign fighters.
La situazione tra Turchia e IS ha avuto poi un repentino peggioramento ad aprile: gli uomini fedeli ad Al-Baghdadi hanno attacco diverse città  al confine turco mentre l’aviazione di Ankara ha bombardato le città  occupate dal califfato in Siria.
Le conseguenze di questi nuovi assetti militari si stanno riflettendo in Europa con gli attentatori che più che coordinati da un’autorità  centrale sembrano giurare fedeltà  al califfato tramite un sistema di franchising, simile a quello delle affiliazioni ad Al Qaeda. Lo scorso maggio l’IS ha invitato i suoi simpatizzanti a non raggiungere più “la terra promessa” ma ad organizzare attacchi contro gli infedeli occidentali nei loro paesi. La nuova strategia sembra trovare riscontro anche dal profilo del diciannovenne Adel Kermiche, uno degli attentatori di Saint-à‰tienne-du-Rouvray, che nel 2015 aveva provato due volte ad andare in Siria.
“Daesh sta subendo una sconfitta, è in difficoltà . L’alta intensità  di attacchi in Europa, al momento, è l’unica soluzione per mantenere forte l’identità  dello Stato Islamico“, conclude Diez. “Se le sconfitte militari continueranno sul lungo periodo Daesh sarà  costretto a rinunciare alla pretesa territoriale del sedicente califfato. Per Isis sarebbe una grave sconfitta, comunque la voglia girare”.

Laura Cappon
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA MOSCHEA RIFIUTA DI SEPPELLIRE UNO DEGLI ASSASSINI DI PADRE HAMAL: “NON SPORCHEREMO L’ISLAM”

Luglio 30th, 2016 Riccardo Fucile

ATTENTATO DI ROUEN, UN SEGNALE FORTE DALLA COMUNITA’ ISLAMICA: “E’ UN SOGGETTO INDEGNO DI CERIMONIA FUNEBRE”

La comunità  musulmana di Saint Etienne du Rouvray, dove è stato assassinato in chiesa padre Jacques Hamal, rifiuta la sepoltura e la celebrazione funebre per uno dei due aggressori, Adel Kermiche, 19 anni, che viveva proprio nella cittadina della Normandia.
Per l’imam della cittadina Kermiche, ucciso dalla polizia immediatamente dopo il sequestro e l’uccisione del sacerdote, non è degno di ricevere il conforto religioso. “Non vogliamo sporcare l’Islam”, ha spiegato Mohammed Karabila, responsabile della moschea locale e amico personale di padre Jacques Hamal. “Non ci occuperemo nè della tradizionale pulizia del corpo nè della sepoltura”, ha poi aggiunto.
La decisione di non seppellire il militante Isis è un altro segnale molto forte della comunità  musulmana francese dopo l’invito degli imam transalpini di partecipare domenica alle messe cattoliche.
Entrambi i gesti intendono chiarire che i musulmani non vogliono confondersi con i combattenti del Califfato.
L’imam Karabila, spiega il quotidiano francese Le Parisien, interpreta il sentire dei musulmani di Saint Etienne du Rouvray: “Kermiche ha fatto una cosa immonda, non fa più parte della comunità “, ha dichiarato un giovane fedele.
Numerosi sono i fedeli di religione islamica che hanno reso omaggio al luogo dell’uccisione di padre Hamal.

(da “Huffingtonpost”)

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SCAMBIATA PER JIHADISTA, MA ERA SOLO UN’ATTRICE

Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile

ALLA BASE DI DUE ARRESTI NEL SAVONESE PER SOSPETTO TERRORISMO UNA FOTO CHE AVREBBE RITRATTO UNA COMBATTENTE DELL’ISIS: MA ERA SOLO UN’ATTRICE INDIANA SUL SET

Non una combattente, tantomeno dell’esercito del califfo, ma una nota attrice indiana di Bollywood, Minissha Lamba, ritratta con il mitra in mano nella scena di un film: una foto presa dal suo profilo Facebook.
E’ l’immagine, finita probabilmente per errore via Whatsapp sul cellulare di una ragazza di Andora e partita dal cellulare di un marocchino messo sotto intercettazione dalla Procura di Genova.
L’operazione ha portato ieri all’arresto di Rafik e Abdelfettah Mezzouari, due fratelli marocchini residenti a Castelbianco, nell’entroterra di Albenga, accusati di traffico di droga, mentre una terza persona resta indagata.
L’immagine da cui è scaturita l’indagine, secondo quanto riporta il sito Genova24 e come si può accertare su Facebook, non è però di una combattente islamista ma di un’attrice indiana.
Le intercettazioni, peraltro, hanno permesso di accertare i contatti tra cinque marocchini tutti residenti tra Albenga, Ceriale e Castelbianco.
Da qui, le successive indagini della Polpost ligure, coordinata dal Servizio polizia postale e delle comunicazioni.
La Procura distrettuale antiterrorismo di Genova ha emesso i provvedimenti di perquisizione eseguiti dagli uomini della Sezione polizia postale e delle comunicazioni di Imperia, unitamente a quello della Digos e della Squadra mobile della questura di Savona e l’ausilio di una Unità  cinofila della polizia di Stato di Torino, presso le abitazioni dei tre marocchini, dove sono stati trovati e sequestrati telefoni cellulari che saranno ora sottoposti ad analisi tecniche più approfondite, che però hanno già  evidenziato la presenza di ulteriori profili e siti in lingua araba utilizzati dagli indagati, adesso al vaglio degli investigatori.

(da “La Repubblica”)

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ROUEN, I BUCHI DELLA SICUREZZA, I DUE KILLER ERANO SCHEDATI

Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile

ANCHE IL SECONDO ATTENTATORE, 19 ANNI, AVEVA TENTATO DI ARRUOLARSI IN SIRIA ED ERA RITENUTO “A RISCHIO”

Si era radicalizzato e i servizi francesi lo sapevano, l’avevano schedato poco meno di un mese fa, il 29 giugno: anche per lui era stato aperto un file e apposta la lettera ‘S’, quella dei radicalizzati a rischio di passare all’azione.
Il 19enne Nabil Abdel Malik Petitjean, formalmente identificato, è uno dei due attentatori della chiesa di Saint-Etienne-de-Rouvay, il complice di Adel Kermiche.
Le indagini stanno mettendo in luce un’altra falla dei servizi di sicurezza francesi, anche il secondo terrorista era finito sotto il radar dell’antiterrorismo. Non è bastato.
Solo quattro giorni prima dell’omicidio nella chiesa, l’unità  di coordinamento della lotta antiterrorista (Uclat) aveva diffuso una nota nella quale affermava di aver ricevuto, da un servizio straniero, un’informazione su un individuo “che sarebbe pronto a partecipare a un attentato sul territorio nazionale”, la segnalazione non aveva un nome ma una foto, quella di Abdel Malik Petitjean.
Nessuno però ha messo in collegamento la foto con il nome.
Al contrario di Kermiche, con il quale ha sgozzato l’anziano parroco, l’86enne padre Jacques Hamel, e ridotto una seconda persona in fin di vita, Abdel Malik Petitjean non aveva condanne a suo carico. Nè impronte digitali registrate o foto segnaletiche. Era conosciuto dalla polizia per aver tentato di raggiungere la Siria nel 2015 e arruolarsi nell’esercito del Califfato passando per la Turchia.
Ci sono circa 10.500 persone radicalizzate o a rischio di esserlo in Francia, ha fatto sapere il governo.
Fermato 20enne schedato con lettera ‘S’.
Intanto un francese schedato con la lettera S’ e partito in Turchia con Abdel Malik   Petitjean è stato posto in stato di fermo, riferiscono fonti vicine all’inchiesta citate da BFM-TV, precisando che il fermato ha 20 anni ed è attualmente interrogato nel quartier generale dell’ antiterrorismo a Levallois-Perret, alle porte di Parigi. “Nulla prova al momento che fosse al corrente” dell’attentato in Normandia, precisa la fonte.
Il complice.
Della coppia, Kermiche, anche lui francese di 19 anni, si trovava agli arresti domiciliari e al momento dell’attentato indossava un braccialetto elettronico. Era stato rilasciato a marzo. Di lui si sa anche che soffriva di disturbi psichici fin dall’infanzia, che era stato costantemente seguito da psicologi fin dall’età  di 6 anni e che a 12 anni era stato espulso da scuola per “disturbi comportamentali”: nella scheda la definizione “soggetto iper-attivo”.
I messaggi online.
“Prendi un coltello, vai in una chiesa e fai una carneficina. Tagli due o tre teste, poi è finita”, si sente in uno dei messaggi audio inviati via Telegram da Kermiche e rivelati in esclusiva dal settimanale L’Express.
La sua foto del profilo è l’immmagine del califfo dell’Is Baghdadi, l’invito ai suoi contatti quello di imitarlo. Il killer evocava inoltre la facilità  con cui si possono reperire armi da fuoco. Il giorno dell’attentato, scrive ancora L’Express, Kermiche scrive un nuovo messaggio invitando a “condividere ciò che seguirà “. Poi si connette un’ultima volta alle 9:46, qualche minuto dopo essere entrato nella chiesa, ma non pubblica niente.
La segnalazione degli 007 turchi.
Individuato dall’intelligence della Turchia il 10 giugno scorso, Nabil Abdel Malik Petitjean era stato segnalato 15 giorni dopo ai servizi di intelligence transalpini (Dgsi) e schedato con la   lettera “S” degli individui a rischio il 29 giugno.
Una procedura che al suo rientro avrebbe dovuto permettere di far scattare immediatamente l’allarme e consentire di fermarlo in tempo.
Il problema è stato che il futuro attentatore della chiesa di Saint-Etienne-du Rouvray era già  rientrato tranquillamente in Francia dall’11 giugno, prima ancora, dunque, che venisse inserito nella blacklist della radicalizzazione.
Gli 007 francesi pensavano che fosse ancora in Turchia o in Siria e invece era già  rientrato pronto a colpire in chiesa insieme al complice di morte Adel Kermiche.
Consiglio musulmani: “Domenica in chiesa per solidarietà “.
Un invito ai propri fedeli di recarsi domenica a messa per “solidarietà  e compassione”, dopo “il vile omicidio” di un sacerdote, è stato rivolto dal Consiglio francese per il culto musulmano (Cfcm), massimo organo di rappresentazione della comunità  islamica in Francia.
Il Cfcm ha inoltre chiesto alle 2.500 moschee del paese di “approfittare del sermone di venerdì per sottolineare il ruolo preponderante che svolge nell’Islam il rispetto per le altre fedi, così come per i loro rappresentanti”.
La condanna dell’Iran.
Oggi anche l’Iran ha condannato l’omicidio del prete, facendo un paragone con la decapitazione di un bambino in Siria da parte dei ribelli fondamentalisti islamici a metà  luglio. Lo ha riportato l’agenzia di stampa ufficiale Irna. “Tali azioni selvagge e abominevoli sono riprovevoli, indipendentemente da dove avvengano”, ha dichiarato Bahram Ghassemi, portavoce del ministero degli affari Esteri. “Noi condividiamo la tristezza di tutti (…) Di fronte a queste azioni disumane, brutali e detestabili…”. L’Iran sostiene politicamente e militarmente il regime del presidente Assad e considera “terroristi” tutti i gruppi ribelli siriani.

(da “La Repubblica”)

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