Novembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
“PRIMA DI INTERVENTI MILITARI SERVE UNA STRATEGIA DEL DOPO”
Circa un’ora di cordialità e anche scambi di battute su aneddoti passati. 
A Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore Usa a Roma, la sintonia tra Matteo Renzi e il vicepresidente americano Joe Biden è totale.
C’è da dire che la visita del vice di Obama in Italia ha anche un carattere privato. Biden è accompagnato dalla moglie Jill e altri familiari, si fermerà nella capitale fino a domani sera, oggi ha visitato il Colosseo e ha anche fatto shopping in una blindatissima via dei Condotti.
Oltre a Renzi, ha incontrato anche l’arcivescovo Paul Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati. E ha scelto di passare il weekend del Thanksgiving lontano dalla residenza di famiglia a Nantucket, isola del Massachussets, dove i Biden hanno sempre trascorso la festività molto sentita negli Stati Uniti fino alla morte del figlio sei mesi fa per un tumore al cervello. Carattere privato, dunque.
Ma ciò non toglie che la linea di prudenza decisa dal governo Renzi dopo gli attentati di Parigi piaccia molto a Washington. E l’ottimo clima della chiacchierata con Biden ne è la conferma.
Quanto ai rapporti con la Francia, all’indomani del bilaterale tra Renzi e Francois Hollande all’Eliseo, il premier scrive una enews per chiarire le richieste italiane.
“Da Libano ad Afghanistan, dall’Iraq alla Somalia, fino ai Balcani, l’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di soldati all’estero. Ma questa presenza non può essere scollegata da una strategia. Manteniamo gli impegni cercando di rafforzare il coordinamento di tutti gli alleati della coalizione internazionale”.
Fonti italiane di Esteri e Difesa confermano che, in collaborazione con gli omologhi francesi, l’Italia sta studiando il modo migliore per dare una mano a Parigi inviando più soldati in Libano, Mali o altri fronti dai quali i francesi vogliono ritirarsi per concentrarsi in patria o in fronti ritenuti più urgenti al momento.
L’aiuto italiano resta comunque confinato a queste possibilità , nulla di più e solo se sarà necessario.
La visita di Biden, al di là del suo carattere privato (secondo il sito web ‘Washington Free Bacon’, vicino ai neoconservatori americani il suo viaggio tra Balcani e Roma è costato 300mila dollari), è anche una conferma della benedizione americana sulla posizione italiana su Siria e lotta all’Isis.
Biden è arrivato a Roma da Zagabria dove ha partecipato al meeting annuale dei leader della ex Jugoslavia sull’immigrazione, incontrando anche il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.
A Villa Taverna, il vice di Obama ha apprezzato lo sforzo italiano nella lotta al terrorismo islamico, nonchè la presenza militare italiana nei teatri di guerra, soprattutto l’Afghanistan, dove Roma ha deciso di seguire la scelta americana di non ritirare i contingenti.
Renzi intasca così il colloquio con Biden, importante riconoscimento dell’alleato americano che gli legittima ulteriormente la linea di cautela scelta con la Francia. Linea che chiaramente Roma non si sarebbe mai potuta permettere senza il sigillo degli Usa.
In questo momento, il ruolo di cerniera tra Mosca e Washington scelto da Renzi va benissimo all’amministrazione Obama, impegnata nei bombardamenti in Siria ma per niente interessata ad aprire un fronte serio di guerra con l’invio di truppe di terra e molto cauta per via delle permanenti tensioni con la Russia circa il ruolo futuro di Assad e non solo.
E’ anche per questo che la linea italiana regge la pressione francese, nonostante l’attivismo militare che Hollande ha raccolto al nord Europa: dalla Germania, che invia tornado per perlustrazione e una nave da guerra in Siria, e dalla Gran Bretagna, che si unirà ai bombardamenti sul Califfato.
“Abbiamo già visto ciò che è accaduto in Libia, quando si è bombardato senza pensare al dopo. Prima di decidere interventi militari, occorre avere una chiara strategia sul dopo”, sottolinea Renzi nella sua enews.
“Oggi tutti noi ci siamo sentiti francesi, stretti attorno al popolo di Parigi. La lotta al terrorismo, il controllo dell’immigrazione, il sostegno allo sviluppo funzionano molto meglio – è una banalità dirlo – se il processo di dialogo instaurato a Vienna per la Siria (e che l’Italia vuole replicare per la Libia) produrrà come è possibile risultati concreti”.
Ma il bilaterale di Renzi con Hollande, consumato nel gelo dei rapporti tra i due paesi per via delle critiche italiane al caos libico provocato da Parigi quattro anni fa, non chiude tutti i giochi.
Tanto che “si sta discutendo tra ministeri della Difesa di possibili ulteriori forme di cooperazione”. Lo dice il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a Firenze per il vertice del Gruppo speciale Mediterraneo e Medio Oriente dell’assemblea parlamentare della Nato.
Significa che il ministero della Difesa italiano in collaborazione con quello francese sta studiando le modalità di un aiuto di Roma alla causa della Francia colpita dall’Isis il 13 novembre scorso.
A Palazzo Chigi restano riluttanti: “L’Italia fa già tanto”. Lo dice pure Biden.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
CODA IMPRESSIONANTE PER ANDARE A VEDERE IL CENSURATO “MUCH LOVED”
“Voi avete le armi, noi abbiamo i giovani e la cultura: ecco la foto che terrorizza i terroristi”. Questo il messaggio di sfida di Amira Charfeddine, una donna tunisina che ha pubblicato sulla propria pagina Facebook l’immagine di ragazzi e ragazze che si accalcano davanti a una sala cinematografica di Tunisi dove verrà proiettato “Much Loved”, il film franco-marocchino sulla prostituzione censurato in tutto il mondo arabo.
“Voi avete 100mila kamikaze, noi abbiamo 10 milioni di tunisini istruiti”, continua Amira nel commento alla foto risalente al 26 novembre. “Much Loved” di Nabil Ayouch è una pellicola che sta scandalizzando il mondo musulmano, specialmente in Marocco dove è stato girato.
L’argomento è scottante: le protagoniste sono quattro prostitute di Marrakech che vendono il proprio corpo a ricchi sauditi oppure a uomini senza scrupoli.
Le scene sono spesso hard, nulla è lasciato all’immaginazione mentre tutto ruota intorno al denaro.
E il racconto sullo squallore della vita di queste donne è una accusa pesantissima all’ipocrisia della società araba.
Per Charfeddine la lunghissima coda dei giovani di Tunisi per guardare un film-verità , in barba alla censura, è la migliore dimostrazione che soltanto la cultura può vincere il terrorismo e il fondamentalismo islamico: “Per coloro che pensano che i ragazzi vanno a vedere questo film per il lato ‘osè’, ebbene, trovo questa ‘riflessione’ superficiale perchè i giovani sfidano i tabù che impestano la nostra società . Allora rompiano i tabù e non denigriamo i nostri giovani che sono il futuro della Tunisia”.
“Much loved” è entrato nel programma del JCC – Carthage Film Festival, mostra del cinema che coinvolge Tunisi e altre città tunisine.
Nonostante l’attentato terroristico rivendicato dall’Isis che ha colpito nuovamente la capitale, gli organizzatori del JCC hanno deciso di andare avanti con la programmazione per dare un segnale di normalità .
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
IN PERICOLO IL TRANSITO DI GAS RUSSO VERSO GLI ALTRI PAESI EUROPEI
Dopo i moniti dei giorni scorsi, il colosso energetico russo Gazprom ha interrotto le
forniture di gas all’Ucraina finchè non arriveranno nuovi pre-pagamenti.
Lo rende noto l’amministratore delegato Alexei Miller, precisando che oggi è stato consegnato a Kiev tutto il metano già pagato e che non sono giunte nuove richieste.
“La rinuncia da parte di Kiev di acquistare il gas russo crea seri rischi per il transito affidabile del gas in Europa attraverso il territorio ucraino e anche per la fornitura di gas ai consumatori ucraini per il prossimo inverno” ha detto il manager
Questo ennesimo episodio della disputa del gas tra Mosca e Kiev si inserisce nelle rinnovate tensioni di questi giorni sul sabotaggio di linee elettriche che ha lasciato al buio la penisola di Crimea annessa alla Russia nel marzo 2014.
Dopo un’altra interruzione durante l’estate, le forniture di gas russo verso l’Ucraina avevano ripreso il 12 ottobre con un accordo in base al quale Kiev avrebbe pagato in anticipo i volumi richiesti.
Gazprom, di fronte al mancato pagamento, ha interrotto le forniture ed ha lanciato l’allarme di riserve “insufficienti” sul territorio dell’Ucraina per garantire il transito di gas russo verso l’Europa.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
DONNE ISLAM: “COME I MAFIOSI, VANNO RIPUDIATI”
Mohamed, 67 anni, commerciante franco-algerino, per tentare di riprendersi suo figlio Samy e per salvarlo da quell’abisso di fanatismo e follia era arrivato fino in Siria, solo e disperato.
Un anno dopo, Samy si è fatto esplodere al Bataclan di Parigi in quello che verrà ricordato come uno degli attacchi terroristici più feroci degli ultimi 50 anni.
Hasna Ait Boulahcen, 26 anni, origini marocchine, la prima jihadista donna a morire nel cuore dell’Europa, qualche mese prima di saltare in aria in un sobborgo parigino aveva avvertito il padre Mohamed a Marrakesh: “Sono pronta al martirio per proteggere i miei fratelli”. Lui le aveva chiuso la porta in faccia.
Mohamed Adeslam, fratello di Salah (ricercato dalla polizia di mezza Europa) e di Ibrahim (che si è fatto esplodere in Boulevard Voltaire) lo ribadisce ad ogni intervista: non si era accorto della metamorfosi che aveva trasformato i suoi fratelli in due terroristi e comunque non è riuscito a impedirla.
E così oggi — affinchè qui in Italia non si replichi l’orrore francese — le donne musulmane del nostro Paese rivolgono a tutte le famiglie di fede islamica un appello coraggioso e importante: “Controllate i vostri figli. E se vedete che sono in pericolo e che si stanno unendo a gruppi fondamentalisti non esitate a denunciarli alle forze dell’ordine”.
“Vincere la paura e l’omertà — dicono — è il primo passo per evitare le tragedie e per favorire la nascita di un nuovo Islam, dove le donne potranno avere una parte molto importante”.
La pensa così Souheir Katkhouda, siriana, presidente dell’Associazione Donne Musulmane d’Italia.
E per dirlo non usa molti giri di parole: “Se un genitore dovesse vedere che il proprio ragazzo sta cambiando, si sta indottrinando su Internet, si sta allontanando da tutti, non si può fare finta di niente. Tantomeno cercare di risolvere la cosa da soli, in famiglia. Occorre rivolgersi alle forze dell’ordine. Trovare lo stesso coraggio che trovano i famigliari dei mafiosi che decidono di denunciarli. Perchè è meglio un figlio in carcere che un figlio morto”.
Secondo il presidente delle Donne Musulmane, un ruolo importante deve essere giocato dalla religione islamica sana, che può educare i ragazzi a quelli che sono i veri principi del Corano, e allo stesso tempo allontanare il pericolo della radicalizzazione: “Demonizzare l’Islam non serve a nulla, tantomeno impedire la costruzione delle moschee. Quello che è successo a Parigi ci ha mostrato che quei ragazzi sono stati indottrinati su internet e non nelle moschee, e che la religione non ha nulla a che fare con quello che hanno commesso, perchè anzi hanno infranto ogni principio dell’Islam. Creare dei luoghi di culto controllati può servire a evitare che siano lasciati allo sbando e che entrino a far parte di movimenti radicali”.
Sumaya Abdel Qader, origini palestinesi, esponente dell’associazione islamica Caim fa un paragone ad effetto: “Credo che per un genitore sia come avere un figlio tossicodipendente. Un ragazzo che si droga non si può disintossicare da solo, ma occorre chiedere aiuto”.
E l’aiuto, secondo Sumaya, può arrivare da più fronti: “Nei casi meno gravi, si potrebbe far intervenire un imam che chiarisca quali sono realmente i principi dell’Islam, dove non esiste un messaggio di morte”.
“Un ruolo importante deve essere giocato anche dalle istituzioni, che a livello sociale devono aiutare i ragazzi a riempire quel vuoto che, evidentemente, sfocia nel fanatismo”. “Derive pericolose — tiene a precisare Sumaya — che possono riguardare non solo l’Islam ma ogni parte della società , pensiamo soltanto all’estremismo politico”.
Di fronte a una situazione seria e preoccupante, però, spiega l’esponente del Caim, ci può essere solo un’unica soluzione: “Prendere il coraggio a quattro mani e fare un passo avanti, denunciando alla polizia il proprio figlio, se occorre”.
Le madri musulmane, dunque, chiedono un atto di coraggio senza precedenti. Per dimostrare che l’Islam sta cambiando e che, quel cambiamento, è portato avanti dalle donne.
“La comunità islamica — prosegue – comincia a prendere coscienza che bisogna fare qualcosa per i propri giovani, cambiando l’atteggiamento verso di loro. Prima di oggi si è sempre pensato che si sarebbe tornati a casa nel proprio Paese d’origine e che quindi non c’era fino in fondo la volontà di far parte del paese ospitante. Oggi non è più così. Si prende coscienza che i ragazzi faranno parte del Paese in cui vivono e sono nati e quindi serve un atteggiamento nuovo, che comprenda anche luoghi di culto con guide religiose consapevoli della realtà di oggi e del ruolo della donna”.
“Noi donne stiamo lavorando piano piano come le formichine — spiega Sumaya — ma stiamo cambiando la società musulmana e stiamo prendendo sempre più potere. Solo le donne potranno salvare l’Islam”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO ODOXA CERTIFICA CHE I FRANCESI HANNO APPREZZATO LA REAZIONE DEL GOVERNO
La popolarità del presidente francese Franà§ois Hollande è cresciuta di almeno 10 punti
percentuali dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi.
Stesso discorso per il premier Manuel Valls, che ha visto crescere il suo indice di consenso di almeno 7 punti nello stesso periodo.
Sono i risultati di un sondaggio Odoxa pubblicato oggi, di cui danno conto i media francesi.
Secondo la rilevazione, la popolarità del presidente Hollande ha fatto un balzo di 10 punti – salendo al 32% – dopo gli attacchi di Parigi.
Segno che la sua reazione — riassunta programmaticamente nel discorso di guerra di Versailles – è piaciuta a molti francesi.
Nello stesso periodo la popolarità del premier Valls è salita di 7 punti percentuali, attestandosi al 43 per cento.
Alla domanda se Hollande possa essere definito un buon presidente della Repubblica, il 32 per cento risponde di sì, il 10% in più rispetto al mese di ottobre.
Il 67 per cento (una percentuale inferiore di 10 punti rispetto al mese scorso) è di parere contrario, secondo l’inchiesta realizzata per l’Express, la stampa regionale e France Inter.
I simpatizzanti di sinistra lo considerano al 70 per cento un buon presidente (+ 15%), dello stesso avviso è l’8% (+4) di quelli di destra.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
I FUNERALI DI VALERIA: INNO DI MAMELI E MARSIGLIESE PER UNA FIGLIA D’EUROPA
Venezia regala una giornata di sole al funerale di Stato per Valeria Solesin, la ricercatrice morta a Parigi durante l’attacco terroristico del 13 novembre al Bataclan.
Al rito funebre, che la famiglia ha voluto civile e non religioso, sono presenti le autorità cittadine insieme con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il patriarca di Venezia mons. Moraglia, il rabbino Bahbout e l’imam Hamad Mahamed.
La bara di Valeria, fino a questa mattina alla camera ardente di Ca’ Farsetti, è stata trasportata in gondola fino a piazza San Marco e portata in spalla poi dai gondolieri fino al luogo della cerimonia dove porgono omaggio anche il sindaco Luigi Brugnaro, la ministra della Difesa Roberta Pinotti e Gino Strada, il fondatore di Emergency presso la quale la giovane Valeria aveva fatto volontariato.
Una piazza San Marco gremita ha atteso l’arrivo del feretro di Valeria Solesin, trasportato da una gondola che, lungo il Canal Grande, è stata scortata da un corteo di altre imbarcazioni.
La bara, ricoperta di fiori bianchi, è stata poi portata a spalla dai gondolieri e deposta davanti alla basilica. Le esequie civili, alla presidenza del capo dello stato Sergio Mattarella e del ministro della Difesa Roberta Pinotti, sono iniziate con i due inni nazionali, italiano e francese, per ricordare tutte le vittime degli attentati di Parigi. Presenti tra gli altri il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia. In piazza, sui pennoni, bandiere a mezz’asta e tante corone di fiori attorno al feretro.
«Il fanatismo vorrebbe nobilitare il massacro con dei valori», ha affermato, durante i funerali il padre di Valeria, Alberto, con vicina la moglie Luciana.
«Desidero inviare un pensiero alle tante famiglie che come noi cercano di superare il dolore per la perdita di un familiare». E ha aggiunto: «Se è lontanamente vero quello che è stato detto in questi giorni che la nostra compostezza è stata un esempio per il Paese, ciò era un atto dovuto».
Alberto Solesin ha poi voluto ringraziare l’ambasciatore italiano a Parigi e l’unità di crisi della Farnesina per l’aiuto prestato alla famiglia e «la vicinanza umana».
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
IL FILOSOFO TEDESCO: “COMBATTIAMO LA BARBARIE SALVANDO LA CIVILTA'”
Il presidente Hollande propone la definizione di uno “stato di guerra” che rifletta la
situazione in atto. Jurgen Habermas, cosa ne pensa? Ritiene che una modifica della Costituzione sia una risposta adeguata agli attentati del 13 novembre a Parigi?
«Mi sembra sensato adattare alla situazione attuale le due disposizioni della Costituzione francese relative allo stato d’emergenza. Ma non sono per nulla esperto in questioni di sicurezza. Questa decisione mi appare piuttosto come un atto simbolico, per consentire al governo di reagire — nel modo verosimilmente più conveniente — al clima che regna nel Paese. In Germania comunque la retorica bellicista del presidente, ispirata a quanto pare da considerazioni di politica interna, suscita qualche riserva».
Hollande deciso di innalzare il livello dell’intervento francese in Siria.
Cosa pensa dell’interventismo?
«Non è stata una decisione politica inedita, ma solo l’intensificazione dell’impegno dell’aviazione francese. Gli esperti sembrano concordi sull’impossibilità di sconfiggere con i soli bombardamenti aerei un fenomeno sconcertante come quello dello Stato islamico. D’altra parte, un intervento di truppe di terra americane ed europee sarebbe quanto mai imprudente. Le azioni condotte scavalcando i poteri locali non servono a nulla. Lo Stato islamico non si può battere col solo ricorso a mezzi militari: anche su questo punto le opinioni degli esperti coincidono. Certo, dobbiamo considerare quei barbari come nemici e combatterli incondizionatamente. Ma per sconfiggere questa barbarie non dobbiamo lasciarci ingannare sulle loro motivazioni, che sono complesse. Come è noto, i conflitti tra sunniti e sciiti, dai quali il fondamentalismo dello Stato islamico trae oggi le principali energie, si sono scatenati in seguito all’intervento americano in Iraq, deciso da George W. Bush, che ha fatto strame delle regole del diritto internazionale. Certo, la battuta d’arresto del processo di modernizzazione di quelle società si spiega in parte anche con alcuni aspetti specifici dell’orgogliosa cultura araba. Di fatto, però, almeno in parte l’assenza di prospettive e di speranze per il futuro delle giovani generazioni di quei Paesi, va addebitata anche alla politica occidentale. Quei giovani si radicalizzano per riaffermare il loro amor proprio. Accanto alla concatenazione di cause che ci conduce in Siria, ne esiste un’altra: quella dei destini segnati dalla mancata integrazione nelle strutture sociali delle nostre maggiori città ».
Secondo lei è pensabile e possibile lottare contro il terrorismo mantenendo intatto lo spazio pubblico democratico? E a quali condizioni?
«Uno sguardo retrospettivo sull’11 settembre non può che farci constatare, come hanno fatto peraltro molti dei nostri amici americani, che la “guerra al terrore” di Bush, Cheney e Rumsfeld ha deteriorato la natura politica e mentale della società americana. Il Patriot Act, adottato all’epoca dal Congresso e tutt’ora in vigore, ha eroso i diritti fondamentali dei cittadini, e incide sulla sostanza della Costituzione americana. La stessa cosa si può dire dell’estensione della nozione di foreign fighter, che ha avuto conseguenze fatali, legittimando Guantanamo e altri crimini, ed è stata accantonata solo dall’amministrazione Obama. Ma non potremmo fare come i norvegesi nel 2011, dopo lo spaventoso attentato commesso sull’isola di Utoya? Resistere al primo riflesso, alla tentazione di ripiegarsi su se stessi di fronte a un’incognita incomprensibile, di dare addosso al “nemico interno”? Spero che la nazione francese sappia dare al mondo un esempio da seguire, come già dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Non c’è alcun bisogno di reagire a un pericolo fittizio come l’“asservimento” a una cultura straniera, che secondo qualcuno ci sta minacciando. Il pericolo è ben più concreto. La società civile deve guardarsi dal sacrificare sull’altare della sicurezza le virtù democratiche di una società aperta: la libertà degli individui, la tolleranza verso la diversità delle forme di vita, la disponibilità a immedesimarsi nelle prospettive altrui. Nel suo modo di esprimersi il fondamentalismo jihadista ricorre a tutto un codice religioso, ma non è affatto una religione. Al posto dei termini religiosi di cui fa uso potrebbe usare qualunque altro linguaggio devozionale, o anche mutuato da una qualunque ideologia che prometta una giustizia redentrice».
L’atteggiamento tedesco nei riguardi dell’afflusso dei rifugiati ha sorpreso positivamente, anche se ultimamente la Germania ha fatto un passo indietro. Pensa che l’ondata terroristica possa modificare questa disposizione ?
«Spero di no. Siamo tutti sulla stessa barca. Il terrorismo e la crisi dei rifugiati costituiscono sfide drammatiche, forse definitive, ed esigono solidarietà e una stretta cooperazione che le nazioni europee non si decidono ancora ad avviare».
Nicolas Waill
(da “Le Monde”)
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Novembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
“E’ UNA GUERRA SIMMETRICA IN CUI L’ISIS SOTTOVALUTA LA FORZA DELL’OCCIDENTE”
Il venerdì nero del 13 novembre è stato definito “l’11 settembre francese”. Mentre la
ricerca di ciò che si sapeva e di ciò che era prevedibile procede con cautela, il linguaggio politico e mediatico indulge nelle iperboli dell’isterismo.
L’Inghilterra, forse inchiodata dall’outing di Tony Blair sulle responsabilità inglesi nella nascita dell’Isis, ha reagito con più calma.
L’intelligence ha suggerito, prima e meglio di ogni altro, dati sull’abbattimento dell’aereo russo sul Sinai e sui movimenti dei terroristi francesi.
Anche gli americani sono cauti. L’autorevole think tank Stratfor (“la Cia della Cia”) si chiede come possa rispondere l’Europa al flusso dei migranti, come se il problema fosse della migrazione, e se lo Stato islamico si stia espandendo (come sta cercando di far credere).
Promette di dare risposte, ma bisogna abbonarsi. Daniel Byman della Brookings Institution ha molti dubbi sulle rivendicazioni dell’Isis. Ma se dovessero essere vere, secondo lui si starebbe verificando una escalation della minaccia dal livello locale (Iraq-Siria), a quello regionale (Sinai e Libano) a quello continentale (Parigi, Belgio, Roma, Europa) e quindi globale.
Il massacro di Parigi ha segnato un punto di non ritorno non nella strategia terrorista ma nella nostra capacità di ragionare.
La Francia non ha preso atto di avere un problema interno e il resto d’Europa la segue preoccupandosi della sola dimensione esterna. Tutto viene riversato sull’Isis e il nazionalismo francese conta di acquisire consenso per far digerire misure altrimenti impopolari o antieuropee.
La strage di Parigi non è un esempio di maestria terroristica, ma di povera prevenzione.
L’attacco di Mumbai del 2008 è stato il vero antesignano della tattica decentrata dei piccoli gruppi e la riscossa del terrorismo dopo la fine operativa di al Qaeda in Afghanistan. L’11 settembre ha richiesto oltre due anni di preparazione e l’infiltrazione negli Stati Uniti di decine di operatori. A Parigi gli attentatori hanno scimmiottato Mumbai ed erano di casa, forse avrebbero attaccato prima se non fossero stati preceduti dall’assalto a Charlie Hebdo.
Quando e se la Francia, gli Usa, la Russia e l’Occidente volessero eliminare i terroristi in Iraq e Siria i problemi delle comunità islamiche in Europa rimarrebbero da risolvere.
Il problema dell’Isis, con la giusta volontà , è risolvibile militarmente nel giro di poche settimane. Ma quello dei rapporti tra gli Stati che lo sostengono e che fingono di combatterlo (compresi quelli occidentali) è insolubile.
Senza agire sulle matrici del terrorismo interno la caduta militare dell’Isis sarebbe priva di significato.
L’Isis è soltanto ciò che noi vogliamo che sia.
E abbiamo cominciato malissimo già chiamandolo in questo modo. Lo chiamiamo Isis o Isil o Daesh. Acronimi equivalenti (Stato Islamico di Iraq e Siria, o di Iraq e Levante) che contengono una chiave geografica, una religiosa (Islam) e una politica (Stato).
Ma l’Isis non è uno stato, infrange continuamente la Sharia, non amministra un territorio e controlla soltanto tre tratti del corso dell’Eufrate, del Tigri e della bretella che li collega da Mosul a Raqqa.
Sfrutta le risorse locali e gestisce il traffico di quelle provenienti dai numerosi sponsor dichiarati, occulti diretti o indiretti, tutti consapevoli di alimentare il terrorismo.
Non è un califfato perchè nessuno, nella comunità islamica, lo riconosce. I suoi capi pensano molto al denaro, al potere, alla politica della violenza e poco alla religione della quale si fanno però scudo.
Non sta vincendo ed è destinato a dissolversi in termini militari ed ideologici. Ma ha avviato un processo di identificazione in tutte le comunità islamiche frustrate e oppresse sia nell’ambito degli stessi regimi islamisti, sia tra gli espatriati.
Dal punto di vista politico e strategico non è nulla senza gli stati e i privati che lo appoggiano e lo foraggiano di soldi e armi.
Dal punto di vista militare non è nulla senza l’acquiescenza e l’indifferenza di coloro che dicono di combatterlo.
La guerra dichiarata è simmetrica ed equilibrata. Alle bombe degli attentati corrispondono le bombe dei caccia e dei droni, ai civili ammazzati a Parigi corrispondono i civili ammazzati a Raqqa e così via.
Questa guerra è antiquata e meccanicistica nella sequenza di azione e reazione uguale e contraria. Sappiamo bene l’importanza militare di conservare l’iniziativa ma l’abbiamo abbandonata per sottostare all’iniziativa altrui.
Se Isis ha cominciato a pensare in termini globali occorre vedere se ha le capacità pratiche di sostenere una tale dimensione.
Agire in grande consente di attirare più proseliti ma uscire dall’ambito locale significa anche attirare l’odio di più Stati, e l’attenzione di migliori apparati di sicurezza.
Un errore che hanno fatto al Qaeda e anche alcuni gruppi terroristici nostrani è quello di pensare che la risposta a ogni provocazione fosse il massimo esprimibile da parte dell’istituzione o dello Stato colpito.
Ma la risposta, anche se sproporzionata, non ha mai impegnato che una piccola parte delle potenzialità occidentali ed è stata limitata dal consenso interno. Non dalla paura dell’esterno.
Si tratta l’Isis come se fosse uno Stato e uno Stato sponsor del terrorismo: non è uno stato e quindi non è sponsor, ma agente del terrorismo. Sono invece sponsor tutti quegli Stati e non-Stati che sponsorizzano l’Isis.
Che alimentano il mercato nero del petrolio, delle armi, dei reperti archeologici, e pagano i riscatti, sottostanno alle estorsioni e forniscono le compagnie di facciata per le speculazioni finanziarie e le imprese commerciali.
Ognuna di queste attività di sostegno ha uno o più nomi noti anche se diversi insospettati. Oltre ai legami sauditi e degli emirati o a quelli turchi esistono addirittura organizzazioni curde che si avvalgono di intermediari occidentali per fare affari con i terroristi.
I legami degli interessi, specialmente se sporchi, sono più forti del ribrezzo dei massacri.
Fabio Mini
(73 anni, è generale di corpo d’armata. E’ stato capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa, ha diretto le operazioni nei Balcani, tra il 2002 e 2003 è stato comandante delle operazioni Nato in Kosovo. Tra i suoi ultimi libri: “I guardiani del potere”, pubblicato dal Mulino)
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
“SE QUALCUNO DI VOI MIRA A FARE PROSELITI, SAPPIA CHE MIGLIAIA DI NOI SONO PRONTI A DIFENDERE IL PAESE”
Maledetti terroristi, sono Chaimaa Fatihi, ho 22 anni, sono italiana musulmana ed europea. Vi scrivo perchè possiate comprendere che non ci avrete mai, che non farete dell’Islam ciò che non è, non farete dell’Europa un luogo di massacri e non avrà efficacia il vostro progetto di terrore.
Vi scrivo come musulmana per dirvi che la mia fede è l’Islam, una religione che predica pace, che insegna valori e principi fondamentali, come la gentilezza, l’educazione, la libertà e la giustizia.
Voi siete ciò che l’Islam ha contrastato per secoli, voi siete nemici, voi siete coloro che spargono sangue di innocenti, di giovani, anziani, uomini e donne, bambini e neonati.
Non ho paura dei vostri kalashnikov, dei vostri coltelli e armi, perchè da musulmana vi rinnego, vi combatto con la parola, con l’informazione, con la voce di chi vive quotidianamente la propria fede, dando esempio dei suoi insegnamenti.
Vi scrivo anche da italiana musulmana, perchè possiate capire che il mio paese non sarà mai messo in ginocchio da una banda di criminali, che cercano di terrorizzare e creare caos.
Io non ho paura di voi, se malauguratamente doveste arrivare qui, sarò la prima a scendere in campo per salvare la mia patria, i miei concittadini e a dirvi che non avrete mai la nostra terra.
Se qualcuno di voi sta cercando già di deviare la mente di qualche giovane, mio coetaneo, per commettere crimini contro l’umanità , sappiate che ce ne sono altre migliaia che sono pronti a riprendersi quella umanità che tenete in ostaggio, per ridarla al mondo intero.
Non ci fermeranno mai i vostri messaggi intimidatori. Chi calpesta la nostra Costituzione, la nostra dignità umana, la nostra libertà non è altro che uno scellerato.
Vi scrivo anche da europea, ma questa volta il mio messaggio va a quegli stati che vi finanziano, vi danno armi con le quali poi uccidete e spargete sangue di vittime innocenti e create timori indegni.
A te assassino, che con sangue freddo hai reciso fiori, hai calpestato l’anima a uomini, donne, bambini ed anziani, a te che scorrazzi qua e là alla ricerca di nuovi scenari in cui ripetere le tue malefatte, sappi che noi, giovani e meno giovani, faremo sì che i nostri stati europei prima o poi la smettano di darti la benzina per carburare la tua macchina di ferocia e disumanità , perchè noi non accettiamo in alcun modo che per politiche estere indegne e vili, si mettano in pericolo le vite di cittadini, di esseri umani, che non hanno alcuna colpa.
Vi faremo vedere quanto è potente, unita, grandiosa la cittadinanza europea, uomini e donne liberi. Siete alleati del demonio, non appartenete al mondo, siete esseri vigliacchi e non avrete mai nulla da noi.
Un ultimo messaggio vorrei che vi rimanesse chiaro: non vi daremo mai la soddisfazione di chiamarvi Stato, neppure islamico, perchè io da musulmana difenderò in prima persona i miei amici e concittadini non musulmani e il mio bel paese, che non cadrà nelle vostre grinfie, mai!
Chaimaa Fatihi
L’autrice di questa lettera è una studentessa musulmana italiana e ha 22 anni
(da “La Repubblica”)
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