Destra di Popolo.net

L’ECONOMISTA PIKETTY: “PER BATTERE L’ODIO NON BASTA SOLO LA SICUREZZA, OCCORRE UNA LOTTA ALLE DISEGUAGLIANZE”

Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

“UNA CONCENTRAZIONE DI RISORSE PETROLIFERE IN PICCOLE ZONE SPOPOLATE”

La risposta al terrorismo dev’essere in parte la garanzia della sicurezza. Colpire Daesh, arrestare i suoi adepti. Ma dobbiamo anche interrogarci sulle condizioni politiche di queste violenze, sulle umiliazioni e ingiustizie che in Medio Oriente hanno determinato l’importante sostegno di cui beneficia quel movimento, e in Europa suscitano oggi vocazioni sanguinarie.
Al di là  del breve termine, l’unica vera risposta sta nell’attuazione, sia qui che laggiù, di un modello di sviluppo sociale ed equo.
È una realtà  evidente: a nutrire il terrorismo è la polveriera delle disuguaglianze in Medio Oriente, che abbiamo largamente contribuito a creare. Daesh, lo “Stato Islamico d’Iraq e del Levante”, nasce dalla decomposizione del regime iracheno, e più in generale dal tracollo del sistema di confini stabiliti nella regione nel 1920.
Dopo l’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq, nel 1990-1991, le potenze coalizzate inviarono le loro truppe per restituire il petrolio agli emiri e alle compagnie occidentali. Si inaugurò in quell’occasione un nuovo ciclo di guerre tecnologiche e asimmetriche: alcune centinaia di morti nella coalizione nata per “liberare” il Kuwait, contro varie decine di migliaia di vittime dal lato iracheno.
Questa logica è arrivata al parossismo durante la seconda guerra in Iraq, tra il 2003 e il 2011.
Circa 500.000 morti iracheni contro un po’ più di 4.000 soldati americani uccisi. E tutto questo per vendicare i 3000 morti dell’11 settembre, che pure con l’Iraq non avevano nulla a che fare.
Questa realtà , amplificata dall’estrema asimmetria delle perdite in vite umane e dall’assenza di sbocchi politici nel conflitto israelo-palestinese, serve oggi a giustificare tutte le efferatezze perpetrate dai jihadisti.
C’è da sperare che la Francia e la Russia, entrate ora in azione dopo il fiasco americano, facciano meno danni e suscitino meno vocazioni.
Al di là  degli scontri religiosi, è chiaro che nel suo insieme il sistema politico e sociale della regione è fortemente determinato e reso vulnerabile dalla concentrazione delle risorse petrolifere in alcune piccole zone spopolate.
Esaminando l’area che va dall’Egitto all’Iran, passando per la Siria, l’Iraq e la Penisola arabica, con un totale di circa 300 milioni di abitanti, si può constatare che il 60-70% del Pil regionale si concentra nelle monarchie petrolifere, con appena il 10% della popolazione.
Per di più, nelle monarchie petrolifere, una parte sproporzionata di questa manna è accaparrata da una minoranza, mentre ampie fasce della popolazione sono tenute in uno stato di semi-schiavitù.
Ma proprio questi regimi godono del sostegno delle potenze occidentali, ben liete di ottenere qualche briciola per finanziare i propri club di calcio, o di vendere armi. Non c’è dunque da sorprendersi se le nostre lezioni di democrazia sociale non hanno molta presa sui giovani mediorientali.
Quanto ai discorsi sulla democrazia, sarebbe meglio smettere di farli solo quando i risultati elettorali sono di nostro gradimento.
Nel 2012, in Egitto, Mohamed Morsi era stato eletto presidente in seguito a regolari elezioni: un evento tutt’altro che banale nella storia elettorale araba.
Ma già  nel 2013 fu destituito ad opera dei militari. I quali non tardarono a giustiziare migliaia di Fratelli Musulmani, che pure avevano compensato in parte le carenze dello Stato egiziano con la loro azione sociale.
Pochi mesi dopo, la Francia cancellò tutto con un colpo di spugna per poter vendere le sue fregate e accaparrarsi una parte delle scarse risorse del Paese.
Un caso di democrazia negata.
Resta un punto interrogativo: com’è possibile che alcuni giovani cresciuti in Francia confondano Bagdad con la banlieue parigina, cercando di importarvi i conflitti che nascono laggiù? Non vi sono scusanti.
Salvo forse notare che la disoccupazione e le discriminazioni nelle assunzioni non migliorano le cose. L’Europa, che prima della crisi riusciva ad accogliere un flusso migratorio netto di 1 milione di persone all’anno, oggi deve rilanciare il suo modello d’integrazione.
È stata l’austerità  a far esplodere gli egoismi nazionali e le tensioni identitarie. Solo con uno sviluppo sociale ed equo si potrà  sconfiggere l’odio.

Thomas Piketty
(da “Le Monde”)

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“SE I MUSULMANI SONO ANTI-OCCIDENTALI E’ PURE COLPA NOSTRA: GRANDE CIVILTA’ ROVINATA DA ELITE CORROTTE”

Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL PROF. JEAN PHILIPPE PLATTEU: “ALLA RADICE LA RESISTENZA AL COLONIALISMO”

L’Islam non è condannato all’arretratezza e a una battaglia di retroguardia contro la modernità . Non più di altre grandi culture o civiltà , almeno.
Ma se non viene aiutato dall’Occidente rischia di ritrovarsi ostaggio delle sue correnti più conservatrici.
È la tesi di Jean-Philippe Platteau, professore emerito all’Università  di Namur e uno dei massimi esperti mondiali dell’impatto delle istituzioni sociali e politiche sullo sviluppo, a Torino per la tredicesima Lezione Luca d’Agliano in economia dello sviluppo
Professor Platteau, perchè Occidente e Islam si scontrano molto di più che, per esempio, Occidente e induismo?
«Prima dobbiamo chiederci che cosa intendiamo per modernità . La globalizzazione, o occidentalizzazione, ha come cardini materialismo, individualismo, ateismo. Nel mondo islamico le masse sono ancora in gran parte analfabete, tradizionaliste e conservatrici. E questo favorisce le correnti reazionarie dell’islam che resistono alla mondializzazione. Ma in realtà  si trovano le stessi correnti nell’induismo e nel buddismo, penso alla Birmania. Ci sono state grandi civiltà  islamiche aperte e tolleranti. Ancora all’inizio del Novecento in Egitto c’era una legislazione modellata su quella di Francia, Svizzera, anche nel diritto civile».
E poi che cosa è andato storto?
«Ci sono ragioni interne ed esterne. La principale è forse la particolarità  del clero. Nell’islam sunnita non esiste una gerarchia. Quindi chiunque può autoproclamarsi imam, predicare, avere la sua moschea. Se prendiamo l’Egitto, abbiamo un clero ufficiale, quello dell’università  Al Ahzar per intenderci, vicino a un potere oppressivo e corrotto (quasi sempre amico dell’Occidente), un clero espressione delle famiglie più ricche e in vista, e corrotto a sua volta. È chiaro che questi religiosi hanno poca presa sulle masse. Ed ecco che i predicatori radicali invece hanno molto seguito e soffiano sul malcontento. E non c’è modo, nella tradizione islamica sunnita, di «scomunicarli». Lo stesso rapporto esiste anche fra la monarchia saudita e i suoi ulema. In fondo Osama bin Laden era un «dissidente» politico. La sua evoluzione a terrorista anti-occidentale nasce dallo scontro con il potere saudita».
E come nasce?
«Bisogna ripercorre la storia dei movimenti islamisti. Tutti i Paesi avevano come obiettivo l’abbattimento delle dittature, compresa quella degli Al Bashar in Siria. La decisione di Bin Laden di attaccare l’Occidente nasce invece dalla pretesa di Bush senior, dopo la prima guerra del Golfo, di impiantare basi Usa in Arabia Saudita. Il re pressato, acconsente. Gli ulema non si oppongono. Per Bin Laden è un affronto ai luoghi sacri e una violazione della sovranità  nazionale. Da lì in poi la priorità  diventa la lotta all’Occidente».
La percezione negativa dell’Occidente è però diffusa in tutto il mondo islamico. Che errori abbiamo fatto?
«La radice comune di tutti i movimenti islamisti è la resistenza al colonialismo. E questo vale per l’Algeria, l’Egitto, l’Iraq, un’invenzione degli inglesi che imposero un re straniero alla popolazione locale. E vale anche per il Caucaso russo. Ma c’è un’altra ragione fortissima. La questione palestinese. Che vale in tutto il mondo arabo e noi sottovalutiamo. Anche in Egitto viene vissuta come una ferita. La stessa pace con Israele è vista come una pace mutilata, perchè presupponeva la risoluzione della questione palestinese. Che non è mai arrivata, per responsabilità  soprattutto degli Usa. Ciò è visto come un tradimento, un’altra umiliazione. La vittimizzazione tipica del mondo islamico fa il resto. E il rigetto dell’Occidente è sempre più forte».

Giordano Stabile
(da “La Stampa“)

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“I TERRORISTI? REIETTI CHE PUNISCONO LA SOCIETA, USANO L’ISLAM PER SACRALIZZARE IL LORO ODIO”

Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL SOCIOLOGO KOSHROKHAVAR: “I PROSSIMI? DALLA CLASSE MEDIA”

Nati nei quartieri poveri delle capitali d’Europa, trovano nella violenza l’unico modo per emergere. L’illuminazione delle fede islamica per molti di loro avviene in carcere, dove iniziano a studiare il Corano.
Ma prima di tutto c’è l’odio per la società : “L’Islam serve a sacralizzare quel sentimento che precede ogni altra intenzione”.
E’ questo il ritratto dei terroristi responsabili degli attentati degli ultimi anni in Francia secondo Farad Koshrokhavar, sociologo iraniano all’Ecole des hautes ètudes en sciences sociales.
Autore di L’Islam nelle carceri, ha studiato il fenomeno della radicalizzazione dietro le sbarre e non solo.
In merito ai responsabili della strage di Parigi del 13 novembre scorso dice: “Questi soggetti sono più europei degli europei. Si sono organizzati in tre ‘squadre’ e hanno saputo beffare il nostro sistema dei servizi segreti mentre loro si sono mossi dentro e fuori la Francia senza problemi”.
Da Rachid Ramda a Amedy Coulibaly fino a Salah Abdeslam il profilo secondo il professore è sempre lo stesso: ragazzi che vengono dalle banlieue con un passato di delinquenza e una famiglia in crisi dove spesso il padre è assente.
La sfida è per l’Europa: “Serve un intervento per migliorare integrazione della società  e comunicazione tra gli Stati. Siamo già  in ritardo”.
Che cosa intendiamo per jihadismo europeo e come nasce?
Ci sono due modelli. Quello più frequente riguarda i soggetti che vengono dalle banlieue: nascono nei quartieri poveri di periferia dove c’è un tasso di disoccupazione elevato; abbandonano la scuola molto presto; poi sono portati alla delinquenza e infine sperimentano la prigione. Il secondo modello invece si è diffuso a partire dal 2013 ed è il caso dei giovani di classe media che sono andati in Siria. Questi, a differenza dei primi, non sono finora mai passati all’azione.
In Francia il fenomeno non è nuovo. Quali sono i casi fino a questo momento?
Tutto comincia nel ’95 con il franco-algerino Rachid Ramda. Emarginato, si radicalizza dopo un viaggio nella patria natale e fa esplodere una bomba nella metropolitana di Saint Michelle a Parigi. Poi nel 2012 è la volta di Mohammed Merah, anche lui è un giovane della periferia con un passato di delinquenza e anche lui sceglie l’Islam radicale: uccide 7 persone a Tolosa. Poi c’è un’accelerazione della storia. Nel 2014 Mehdi Nemmoush, giovane franco-algerino della banlieue con la famiglia in crisi, fa un viaggio nelle terre della jihad, al suo ritorno viene arrestato e infine uccide 4 persone al museo ebraico di Bruxelles. Nel 2015 c’è un altro passo in avanti con gli attacchi al giornale Charlie Hebdo e poi al supermercato Hyper Chacher. L’ultimo colpo è appunto quello del 13 novembre. A firmarlo sono tre gruppi di giovani a dominanza francese, ma tra cui ci sono anche dei belgi. Vengono tutti dalle banlieue e addirittura tra loro ci sono tre fratelli che vengono dalla stessa famiglia.
Con il passare degli anni com’è cambiato il profilo degli attentatori?
E’ rimasto lo stesso. I terroristi vengono dalla periferia e attraversano varie fasi: nascono in famiglie in difficoltà  con il padre assente; vivono in posti dove la delinquenza è l’ideale per diventare ricchi e dove la violenza è vista come l’unico mezzo per il riscatto; poi c’è la prigione dove trovano l’illuminazione; infine c’è un viaggio in Siria, Yemen, o Pakistan grazie al quale diventano dei jihadisti e tornano in Europa. Una delle poche differenze è quella dei kamikaze: fino ad ora i terroristi in Francia sparavano (salvo il caso del ’95). Con gli ultimi attacchi per la prima volta assistiamo a persone che si fanno saltare in aria.
Perchè e come avviene “l’illuminazione” in prigione?
La tappa del carcere è molto importante. C’è il tempo per riflettere, l’odio per la società  si approfondisce, c’è la possibilità  di leggere il Corano e ci sono compagni che ti aiutano nell’interpretazione dei testi sacri. La prigione è una fase per i ragazzi delle banlieue, non per quelli della classe media che non ci passano quasi mai. Il fenomeno è cambiato negli ultimi anni: i jihadisti dietro le sbarre in un primo momento si riunivano in gruppo e si facevano crescere la barba, ma hanno visto che questo creava troppi sospetti. Ora siamo di fronte al “modello introverso”, ovvero fanno di tutto perchè il loro estremismo rimanga invisibile agli altri.
Lei nei suoi scritti dice che i terroristi sono più “europei degli europei”.
I terroristi sono un passo avanti all’Europa. Per la strage del 13 novembre tre gruppi hanno organizzato il piano fuori Parigi e poi sono rientrati nella città  per fare gli attacchi. I servizi segreti europei non sono stati capaci di accorgersi di nulla. I terroristi comunicano con email, sms e telefonate: tutto è passato sotto gli occhi dei belgi che non hanno avvisato i francesi. E’ la prova che il sistema non funziona: ognuno lavora per sè e non comunica con gli altri Stati. Bisognerebbe dotare l’Europa di un sistema coordinato, oppure bisogna tornare a chiudere le frontiere.
Quali sono le cause di questo fenomeno?
La prima è esterna ed è naturalmente l’Isis, più pericoloso dell’”artigianale” Al Qaeda perchè gestisce molti miliardi di dollari e dispone di un territorio grande quasi come la Gran Bretagna. Non dimentichiamo che 25mila persone da tutto il mondo sono partite per raggiungere lo Stato islamico, tra questi si stimano 5mila europei. Molti di loro conoscono bene l’uso di internet e dei social network. Questi contribuiscono a creare un sistema di propaganda molto moderno e pericoloso. La causa interna è invece da ricercare in quello che io chiamo “esercito di riserva jihadista” in Europa: si forma nei quartieri poveri, dove si ha l’impressione di essere abbandonati e dove i giovani sono pronti a morire per punire la società .
L’odio per l’Occidente come nasce e come si sviluppa?
E’ un sentimento per niente superficiale e antropologicamente costruito. I terroristi pensano che la società  ce l’abbia con loro, che li abbia trasformati in insetti. L’islamizzazione è un pretesto per sacralizzare il loro odio. Prima odiano, poi si radicalizzano, poi trovano il pretesto per agire. All’inizio quasi non sono capaci di pregare e non hanno un bagaglio religioso islamico: la radicalizzazione precede in qualche modo l’islamizzazione.
Cosa si può fare di fronte a questa rabbia?
L’Europa deve intervenire per migliorare l’integrazione nella propria società . Ma anche per avere una comunicazione più efficace tra gli Stati che permetta di stare al passo dell’Isis. Ci vorrà  molto tempo e siamo già  ritardo.

Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“NESSUNO METTA IL CAPPELLO SOPRA IL FUNERALE DI MIA FIGLIA: A NOI VA BENE ANCHE LA BENEDIZIONE DELL’IMAN”

Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

ALBERTO SOLESIN, IL PADRE DELLA RAGAZZA UCCISA: “CREDIAMO NEI VALORI CHE NON DIVIDONO”

“I funerali di Valeria non saranno una cerimonia laica bensì civile perchè tutti possano partecipare senza che nessuno però ci metta il proprio cappello sopra”, ha dichiarato il padre di Valeria Solesin alla camera ardente allestita nella sede del Comune di Venezia, Ca’ Farsetti.
Quindi ha aggiunto: “Le benedizioni mi vanno benissimo, anche quella dell’imam. Noi crediamo nei valori che non dividono le persone”.
La notizia viene riportata da Il Mattino di Padova.
I genitori della ricercatrice uccisa dai terroristi al Bataclan hanno deciso di dare l’ultimo addio alla figlia il 24 novembre a piazza San Marzo.
Una cerimonia non religiosa, hanno specificato, alla quale potrebbe partecipare anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Proprio in queste ore è emerso il racconto degli ultimi momenti di vita della ragazza. “E’ morta dissanguata tra le mie braccia”, ha raccontato il fidanzato Andrea Ravagnani, che viveva con Valeria a Parigi, ai carabinieri di Venezia.
Una raffica di mitra ha colpito Valeria nei primi minuti dell’assalto. Il ragazzo si è stretto alla fidanzata e si è finto morto, ha raccontato, per poi scappare quando sono entrate le teste di cuoio.
Ecco perchè non sapeva dove fosse Valeria, forse nella speranza che in realtà  si fosse salvata.

(da “Huffingtonpost”)

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I MUSULMANI D’ITALIA DENUNCIANO I JIHADISTI, ECCO DOVE E COME

Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

LA BALLA DEGLI XENOFOBI HA LE GAMBE CORTE: DALL’IMAN CHE LI CACCIA FUORI DALLA MOSCHEA E LI DENUNCIA ALLA STRETTA COLLABORAZIONE CON LA DIGOS LOCALE

«Con il califfato è cambiato tutto. La divisione tra moderati o estremisti è superata dai fatti: esclusi i jihadisti, oggi tutti i musulmani rifiutano il terrorismo, ne hanno paura e sono i primi a subirlo con un enorme numero di vittime», dice un alto funzionario di polizia.
«Fino a tre anni fa avevamo di fronte organizzazioni segrete e compartimentate, con al massimo alcune centinaia di affiliati, selezionati individualmente. Tra Siria e Iraq oggi c’è un’organizzazione terroristica che è diventata uno Stato. Di fronte a cifre del genere, contrastare il pericolo di un’infiltrazione nei nostri Paesi è impossibile, se non ci aiutano le nostre comunità  islamiche».
«Sono proprio i musulmani i primi a vedere i loro figli, fratelli e sorelle assediati dalla propaganda jihadista», aggiunge un magistrato: «Solo chi fa parte della stessa comunità  o della stessa famiglia ha qualche speranza di venire a sapere se è arrivato qualche pazzo che vuole santificarsi con la guerra o che nasconde in casa armi ed esplosivi».
Per vedere se l’unica speranza che abbiamo comincia a diventare realtà , si può partire dal luogo più malfamato dell’Islam di casa nostra: Milano, viale Jenner, dove c’è la sede, eternamente precaria, della moschea più sovraffollata di Lombardia.
Qui, vent’anni fa, è nato il jihadismo. L’imam si chiamava Anwar Shaaban, un carismatico predicatore egiziano che ha reclutato in Italia decine di volontari per la guerra in Bosnia, dove è diventato il comandante di un battaglione di mujahidin, prima di essere ucciso con quattro suoi luogotenenti, il 14 dicembre 1995, dalla polizia croata.
Da allora l’antiterrorismo non ha mollato un attimo questa palazzina, anche se gli ultimi arresti risalgono al novembre 2001. Ed erano qaedisti maghrebini.
L’imam di oggi si chiama Mohamed Reda, parla un buon inglese e ha sviluppato un certo humour: «Terroristi noi? Lo vede quel vetro oscurato?», dice, mimando un saluto verso una finestra sul cortile, a dieci metri in linea d’aria.
«Lì ci sono le telecamere della Digos. Ci spiano ogni giorno, da sempre. Vedono tutto. Siamo i musulmani più sorvegliati del mondo. E un terrorista dovrebbe venire a nascondersi qui?».
Reda è omone alto due metri con una lunga barba nera, occhi scintillanti, elegante copricapo e tunica bianca da integralista doc. Non fa mistero di essere un dirigente della Fratellanza musulmana. Che per l’attuale regime egiziano sarebbe la madre di Al Qaeda, dello Stato islamico e dei terroristi del Sinai. Mentre per lui è solo un movimento che aiuta il popolo affamato: «Non siamo estremisti violenti, siamo la maggioranza!».
Di jihad globale e Califfato nero non c’è traccia negli avvisi appesi nella sala di comando del centro islamico. Reda nomina i jihadisti solo se forzato, per dire che secondo lui sono creature dei servizi segreti: servono a fermare le rivoluzioni dopo le primavere arabe. Qui dentro, vent’anni fa, i giornalisti oltretutto cristiani non erano i benvenuti.
Ora, al piano terra, il macellaio di rito islamico si presenta per nome in italiano e spalanca il frigo all’ospite: «Lo beve un mango? Acqua minerale? No, qui in moschea alcol nooo», ride di gusto.
Certo, queste sono soltanto parole. Gli inquirenti di Milano, indagando sull’italianissima jihadista Maria Giulia Sergio, hanno intercettato le sue istruzioni per dissimulare le intenzioni di guerra e nascondersi anche agli occhi dei musulmani.
Ma tra le carte delle nuove inchieste si scoprono anche fatti certi, che potrebbero rappresentare uno spartiacque: perfino i capi storici dell’integralismo cominciano davvero a denunciare i guerrafondai del califfato.
È l’11 febbraio scorso quando in viale Jenner si presenta un 27enne tunisino che vive a Ravenna, Noussair Louati, ex marito separato di un’italiana, con cui ha messo al mondo una figlia di due anni. È venuto a Milano a chiedere soldi e agganci per unirsi alla guerra santa in Siria.
Invece Mohamed Reda lo affronta a muso duro e lo sbatte fuori dalla moschea. Il tunisino si sente tradito: «Mi hanno mandato via, l’imam egiziano stava per chiamare la polizia», scrive su Internet ai suoi sodali jihadisti.
Da viale Jenner parte una telefonata di denuncia alla polizia italiana. La Digos può intercettare al volo telefoni e computer. E in aprile proprio quel jihadista diventa il primo arrestato per il nuovo reato-barriera che incrimina chi prepara viaggi di guerra. L’inchiesta si allarga: salta fuori che altri cinque tunisini sono già  partiti sempre da Ravenna per la Siria: quattro sono morti combattendo per il Califfato.
Il caso non è isolato. Le indagini documentano altre denunce uscite dalle nostre moschee.
Fin dalla prima inchiesta sui jihadisti in partenza per la Siria, avviata nel 2012. La polizia scrive alla procura di aver ricevuto «proficue segnalazioni» dai musulmani siriani di Milano. Sono preoccupati dalle violenze di una ventina di picchiatori, con base a Cologno Monzese, che vogliono andare a combattere con le milizie islamiche e intanto organizzano segretamente un pezzo di guerra civile a casa nostra: sanguinosi pestaggi di gruppo contro altri siriani.
Quei jihadisti pregano e cercano reclute a Cascina Gobba, periferia di Milano: una moschea guidata da due leader siriani della Fratellanza musulmana.
La polizia intercetta tutti quanti, nella convinzione che lì dentro si nasconda una base di reclutamento. L’inchiesta dimostra il contrario.
I jihadisti si rivelano infuriati contro i due imam integralisti: li accusano di «immobilismo», di sprecare soldi in «inutili manifestazioni pacifiche» invece di «impugnare le armi contro il dittatore Assad».
Altre soffiate arrivano dai musulmani della vicina moschea di via Padova. E alla fine numerose vittime dei pestaggi, che prima tacevano terrorizzate o fuggivano da Milano, trovano il coraggio di denunciare i connazionali jihadisti.
Altri casi sono rimasti segreti. Carabinieri e polizia non mettono a verbale i nomi degli informatori.
E se un allarme è fondato si possono anche evitare indagini e pubblici processi.
In Veneto, ad esempio, c’è una piccola moschea della provincia di Treviso che si è vista infiltrare da un gruppetto di islamisti che predicano violenza.
L’imam, d’accordo con i suoi fedeli, ha avvertito le autorità  italiane, che hanno trovato i riscontri. E così, appena sono scaduti i permessi di soggiorno, tutti i guerrafondai sono stati espulsi.
Il lato assurdo della storia è che questa povera moschea veneta, come tantissime altre, è da sempre osteggiata e tuttora perseguitata dai pubblici amministratori della Lega Nord.
Il tema della collaborazione dei musulmani è in cima all’agenda dell’antiterrorismo in tutto l’Occidente. Negli Usa un’inchiesta parlamentare ha quantificato la massa di combattenti stranieri del califfato: 25 mila in Siria, altri 5 mila in Libia.
Almeno 4.500 jihadisti sono partiti da Paesi occidentali. La commissione avverte che «l’indottrinamento non avviene più nelle moschee, ma su Internet».
Anzi, i centri islamici ben integrati sono la miglior difesa: «Più del 75 per cento degli arresti eseguiti negli Stati Uniti sono legati a informatori, fonti confidenziali, familiari ed esponenti delle comunità  che hanno collaborato con le autorità ».
«La collaborazione delle comunità  islamiche è decisiva», è la tesi maturata anche da Stefano Dambruoso, parlamentare di Scelta civica e relatore dell’ultima legge anti-terrorismo.
«Nei vertici europei o dell’Onu oggi la parola chiave è de-radicalizzazione. A livello normativo tutti gli Stati occidentali, compresa l’Italia, hanno ormai raggiunto il massimo delle misure giudiziarie o di polizia ipotizzabili in una democrazia. Di fronte alla spaventosa forza di attrazione del Califfato, il contrasto al terrorismo deve spostarsi sul terreno culturale, politico, religioso, sociale. Servono campagne per prevenire l’indottrinamento. E anche per recuperare chi torna dalla guerra».
Esempi? «All’estero, sono molti. In Danimarca alcuni reduci delusi dal jihad vengono portati a parlare in pubblico, come testimonial. In Gran Bretagna c’è una campagna capillare affidata alle principali associazioni islamiche per contrastare l’ideologia dell’odio. In Francia c’è “Stop jihadism”, un sito di contro-propaganda che smaschera la violenza del califfato usando codici comunicativi uguali ma contenuti opposti. In Italia purtroppo è più facile dire il contrario, ma è interesse di tutti favorire l’integrazione e dimostrare quanto è falsa l’equazione tra Islam e terrorismo».
«Bisognerebbe costruire più moschee, invece di vietarle», è la conclusione di Stefano Allievi, il professore dell’università  di Padova che ha diretto la prima ricerca-censimento dei luoghi di preghiera islamica in Italia: «Ne abbiamo contati 764, una cifra in linea con la media europea per numero di musulmani, ma solo 3, o largheggiando 5, sono vere moschee edificate per il culto. Tutti gli altri sono luoghi di fortuna: garage, scantinati, appartamenti, capannoni. Non succede in nessun Paese civile. Eppure è molto più facile che una grande moschea sia sicura e controllata dagli stessi fedeli».
Saranno i musulmani d’Italia a denunciare i killer jihadisti? «Sta già  accadendo», risponde lo studioso: «Nel mondo islamico si sta ripetendo il percorso che fece la sinistra italiana con le Brigate Rosse. All’inizio si diceva: non sono compagni, ma infiltrati dei servizi. Poi si distingueva tra mezzi e fini: sono compagni che sbagliano. Ma quando hanno ammazzato magistrati, giornalisti e sindacalisti di sinistra, tutti hanno capito: sono assassini e basta».

Paolo Biondani
(da “L’Espresso”)

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CHI FINANZIA L’ISIS? ECCO TUTTE LE ACCUSE INCROCIATE

Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

PER ERDOGAN SAREBBE LO STESSO ASSAD, MOSCA CHIAMA IN CAUSA TURCHI E SUNNITI, ISRAELE INCOLPA L’IRAN

Erdogan accusa Assad, Putin chiama in causa Turchia, Qatar e Arabia Saudita, l’Iran punta l’indice su Israele e viceversa, nelle sedi diplomatiche di Istanbul e nei ristoranti di Amman non si parla di altro: chi sono i fiancheggiatori segreti dello Stato Islamico (Isis)? È una discussione disseminata di indiscrezioni e sospetti che dà  il polso dell’atmosfera in Medio Oriente.
Il greggio di Assad  
Il presidente turco Erdogan, intervenendo al summit sull’Energia a Istanbul, ha accusato Bashar al Assad di «acquistare sottobanco petrolio venduto da Isis, pagandolo a peso d’oro». Ciò significa che «Assad sfrutta il terrorismo per rimanere in piedi» sotto due aspetti: ottenere il greggio che manca al regime e rafforzare un nemico contro il quale sta costruendo una sua nuova legittimità  politica. «Isis è sostenuto da Assad», assicura Erdogan.
I finanziatori privati  
L’affondo di Erdogan è arrivato pochi giorni dopo la chiusura del G20, che ha visto il presidente russo Vladimir Putin autore di un colpo di teatro, consegnando ai leader presenti una lista di finanziatori privati di Isis: si tratta di cittadini di 40 Paesi, ma spiccano in particolare i turchi, sauditi e qatarini. Sono individui che il Dipartimento del Tesoro Usa segue sin dal 2013, quando al-Baghdadi iniziò a ricevere donazioni – attraverso il Kuwait – in precedenza destinate ad altri gruppi sunniti in Siria e Iraq.
Sospetti a Istanbul  
Fra i diplomatici europei accreditati a Istanbul e Ankara circolano con insistenza sospetti su presunte complicità  fra il governo turco e Isis. La tesi prevalente è che Ankara ha consentito a Isis di rafforzarsi al fine di rovesciare il regime di Assad. La prova, indicata da più voci, sarebbe l’«autostrada della Jihad» fra il Sud della Turchia e il Nord della Siria che vede passare non solo i foreign fighters, ma anche i commerci illeciti che alimentano le finanze di Isis.
Ospedali nella Galilea  
La tv libanese Al Manar, espressione di Hezbollah, accusa Israele di curare nei propri ospedali in Galilea un «grande numero di takfiri», ovvero jihadisti sunniti. Si tratterebbe di miliziani islamici, feriti in combattimenti, che attraversano la frontiera del Golan, vengono raccolti da Israele, curati e rimandati indietro. Israele nega tali accuse, affermando che sono civili feriti gravi – circa 1200 finora – curati «per ragioni umanitarie». Hossein Shariatmadari, direttore di «Kayhan», vicino ai conservatori di Teheran, definisce Isis «uno strumento di Usa e Israele nel complotto occidentale contro Assad».
Raid iraniani  
Negli ambienti militari israeliani è diffuso il sospetto che dietro le «false accuse» di Hezbollah ci sia in realtà  una complicità  di fatto fra Teheran e Isis. La dimostrazione verrebbe dai movimenti iraniani in Iraq: l’offensiva massiccia contro Isis nella provincia di Dyala ha avuto successo grazie al sostegno dei raid aerei di Teheran, ma dopo essere riusciti ad allontanare i jihadisti dalla propria frontiera sono stati sospesi, allentando la pressione militare. Lasciando supporre di voler usare Isis con più obiettivi: spaccare il fronte sunnita, guidato dalla rivale Arabia Saudita, e spingere Washington ad allearsi proprio con Teheran per combattere i jihadisti in Siria.
L’origine delle armi  
Il Centro di ricerche sugli armamenti nei conflitti, di base a Londra, afferma in un rapporto che le armi in possesso di Isis sono prodotte in Cina, Russia, Stati Uniti, Sudan e Iran. Includono almeno 656,4 milioni di equipaggiamento militare che gli Stati Uniti avevano lasciato all’Iraq e Isis ha catturato nelle basi militari così come ingenti forniture russe trovate nelle installazioni del regime di Assad.

Maurizio Molinari
(da “La Stampa”)

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“L’ISIS E’ UN CANCRO”: A ROMA MUSULMANI IN PIAZZA SANTI APOSTOLI

Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

“CONDANNA DEL TERRORISMO, PRONTI A COLLABORARE CON LE ISTITUZIONI PER STANARE GLI ASSASSINI”

Contro il terrore, le stragi di Parigi, gli attacchi dell’Isis sono scesi in piazza anche i musulmani. Riuniti a Roma (ma anche a Milano) in piazza Santi Apostoli dietro lo slogan della mobilitazione “Not in my name”: il sit-in è stato aperto da un minuto di silenzio per ricordare le vittime del terrorismo ed è stato chiuso dalle parole del deputato italo marocchino Khalid Chaouki.
Sul palco è stata espressa “condanna netta contro tutti i terrorismi, quelli di Parigi sono stati drammatici. Noi siamo pronti per collaborare con le istituzioni per difenderci”
La manifestazione dal valore nazionale è nata dal coordinamento sostenuto dalla Coreis italiana (Comunità  Religione islamica)   che ha chiamato in piazza musulmani italiani, marocchini, pakistani, senegalesi e turchi.
“No all’Isis, no al terrorismo, noi ci siamo”. Con questi cori un gruppo di manifestanti musulmani sono giunti in corteo in piazza Santi Apostoli per “Not in My name”.
“Non abbiate paura di noi”, grida una manifestante. “L’Isis è un cancro del corpo islamico. Quello che hanno fatto è un attacco contro la comunità  intera”.
È uno dei cartelli portati alla manifestazione. “Il messaggio è chiaro: il terrorismo non può continuare a colpire ovunque in nome dei musulmani. Da Roma vogliamo che tutto il mondo ci ascolti”. Così il segretario del Centro islamico della Grande Moschea della capitale Abdellah Redouane ha sintetizzato il senso di “Not in My Name”.
In piazza anche, tra gli altri, Zidane el-Amrani Alaoui, responsabile della Confederazione Islamica Italiana, musulmani dal Marocco, Omar Camiletti, del tavolo interreligioso di Roma, Khaled Abdalat e Ahmad al Hygazi dell’Unione Medici Arabi, l’imam Abd al-Razzaq Bergia, del Coreis Piemonte.
E ancora il sociologo Ali Baba Faye, il teologo della comunità  sciita d’Italia Hujjatulislam Abbas Di Palma, l’amministratore delegato di Halal Italia Hamid Abd al-Qadir Distefano.
Ad aderire anche la Comunità  del mondo arabo in Italia (Co-mai).
Dal mondo del cinema, della letteratura, dell’università  e del giornalismo hanno aderito Ermanno Olmi, Pierfrancesco Fiorato, Ascanio Celestini, Paolo Virzì, Emiliano Torre, Paolo Rossi, Milly Bossi Moratti, Gloria Ghetti, Carmelo Cantone, Massimo Magrelli, Gad Lerner, Lorenzo Fanoli, Fabio Furlanetto, Leda Petrone, Bruno Fusciardi, Nora Barbieri e molti altri.

(da “La Repubblica“)

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MIGLIAIA DI MUSULMANI IN PIAZZA A MILANO CONTRO I TERRORISTI

Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

“NO AL TERRORISMO, NO ALL’ISLAMOFOBIA: DOBBIAMO ISOLARE I VIOLENTI”

Tantissime ragazze, centinaia di partecipanti, migliaia, la piazza gremita.
I musulmani di Milano hanno risposto all’appello e sono scesi in strada per gridare “Not in my name”.
E’ la   manifestazione dei musulmani ‘Not in my name’ che ha richiamato in piazza San Babila più di 80 fra associazioni e moschee contro il terrorismo.
“Facciamo appello a ebrei e cristiani per combattere assieme a noi il fanatismo e l’estremismo”, “bisogna isolare chi uccide in nome dell’Islam”, “l’Islam è pace”.
Domani alle 17, sempre a Milano, una preghiera interreligiosa ci sarà  alla Casa della carità  di via Brambilla, a Crescenzago, con don Virginio Colmegna e i leader di tutte le fedi.
Davide Piccardo, il giovane responsabile del Caim, coordinamento delle associazioni islamiche), ha convocato la manifestazione.
L’imam-architetto Asfa Mahmoud della affollata Casa della Cultura musulmana di via Padova 144 è invece a Roma alla manifestazione della Coreis e del deputato pd Khalid Chaoucki.
Ma Abdel Hamid Shaari, uno dei capi storici della grande comunità  musulmana milanese, 120mila anime almeno che pregano al tendone davanti all’ex Palasharp dove si ritrovano i fedeli della moschea di viale Jenner, è in piazza San Babila a manifestare, anche se il suo Istituto culturale non fa parte del Caim.
“No al terrorismo sì alle moschee – ha detto Piccardo – con il riconoscimento delle moschee ci sarebbe maggiore sicurezza per tutti. Non c’è spazio per il terrorismo e questa escalation di violenza ci preoccupa molto”.
“La islamofobia – ha aggiunto – crea tensione e invece avremmo bisogni di convivenza e dialogo”.
La mobilitazione era iniziata già  ieri, in tutti i luoghi di preghiera, dove gli Imam, come se si fossero messi d’accordo hanno pronunciato sermoni nei quali sono risuonate durissime le parole di condanna per le stragi di Parigi, Egitto, Libano, Siria.
Come un coro unanime, si è levato il grido di dolore per le vittime “quelle di tutte le fedi, di tutti i paesi colpiti, dalla Francia alla Siria, perchè il sangue innocente non ha nazione, nè religione”. Oggi questa preghiera è stata rilanciata con forza.
“Condanniamo il terrorismo, condanniamo di cerca di dividerci. C’è un’intera comunità  criminalizzata per alcuni fanatici, no all’islamofobia”. “Il cosiddetto califfo è un criminale assassino. Dio ci salvi da chi uccide e fomenta odio”.
“Evitiamo di diffondere un clima di inquisizione verso i musulmani che sono prime vittime dell’estremismo violento”.
“Siamo soddisfatti della partecipazione, che è il miglior modo per far capire che siamo contro ogni forma di violenza” ha spiegato ancora Piccardo. “E’ fondamentale – ha aggiunto – il riconoscimento dei luoghi di preghiera. Ce ne sono 700, di cui 695 informali. Come possiamo istruire i nostri giovani ai valori dell’Islam in questo modo?”. Sul palco in piazza San Babila si sono alternati i rappresentanti delle altre associazioni islamiche. Brahim Baya, portavoce dell’Associazione Islamica delle Alpi, ha dichiarato: “No ai seminatori di odio e no al terrorismo, noi musulmani siamo cittadini di questo Paese e dobbiamo essere rispettati. I musulmani sono le prime vittime dei criminali dell’Isis”.

(da “La Repubblica“)

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“MINACCIA GRAVE E IMMINENTE”, BRUXELLES BLINDATA: “ESPLOSIVI E PRODOTTI CHIMICI TROVATI A MOLENBEEK”

Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

ALLERTA MASSIMO: METRO CHIUSA, STOP A EVENTI SPORTIVI, CINEMA E CONCERTI

Una “minaccia grave e imminente” spaventa il Belgio, che adesso teme di essere il prossimo bersaglio.
A una settimana dagli attacchi di Parigi, le autorità  hanno innalzato al livello massimo l’allerta terrorismo nella regione di Bruxelles.
La decisione è arrivata all’improvviso, nella notte, mentre nel quartiere di Molenbeek la polizia ha scoperto un arsenale di armi e prodotti chimici durante una perquisizione. Ieri era stato confermato il livello 3, poche ore dopo si è deciso di passare a 4. In un comunicato, il Centro nazionale di crisi belga (Ocam) predispone “specifiche misure di sicurezza e raccomandazioni dettagliate alla popolazione”.
Intanto c’è il sospetto che Salah Abdeslam, l’ottavo componente del commando ancora in fuga, si trovi sempre in Belgio da dove arriva l’ultimo avvistamento.
Intanto questa mattina si è riunito il Consiglio nazionale di sicurezza, a cui ha partecipato il premier Charles Michel che ha dichiarato: “C’è il rischio di attentati simili a quelli di Parigi”.
“Abbiamo elementi sufficienti per dire che la minaccia è precisa e imminente”, ha confermato al suo arrivo nel palazzo del Governo il ministro degli esteri Didier Reynders. “Ora dobbiamo prendere misure”, ha dichiarato il responsabile degli Interni, Jan Jambon.
“Evitare luoghi affollati. Metro chiusa e stop a eventi sportivi”
“In seguito alle ultime valutazioni il centro ha alzato l’allarme terrorismo a livello 4, a significare una minaccia molto grave, per la regione di Bruxelles”, spiega la nota diffusa dal Ministero degli Interni belga.
Mentre il resto del paese rimane a livello 3, minaccia “possibile e verosimile”. Viene consigliato alla popolazione di evitare luoghi affollati, come concerti, eventi sportivi, centri commerciali, stazioni, aeroporti e i trasporti pubblici.
Tutte le stazioni della metropolitana della capitale sono state chiuse fino a lunedì. Così come il più grande cinema di Bruxelles, la multisala Kinepolis, e annullati i concerti delle due maggiori sale da concerti, l’Ancienne Belgique e Cirque Royale.
Il Centro nazionale di crisi belga, oltre a chiedere di annullare tutti i grandi eventi previsti a Bruxelles nel fine settimana e di chiudere la metro, “raccomanda di annullare le partite di calcio di prima e seconda divisione”.
Ai cittadini viene anche chiesto di “facilitare i controlli di sicurezza” e di “non contribuire a diffondere voci infondate ed attenersi e seguire solo le informazioni ufficiali dalle autorità  locali e della polizia”. Si raccomanda inoltre di “rafforzare il dispositivo poliziesco e militare”.
Bruxelles, scoperto arsenale a Molenbee
Il Belgio si sente dunque vulnerabile. E la cronaca degli ultimi giorni non fa altro che rafforzare questa sensazione.
Perchè è proprio dal quartiere periferico di Molenbeek – teatro di un’operazione di polizia per stanare presunti complici — che vengono diversi attentatori di Parigi, uno dei quali, Salah Abdeslam è ancora in fuga.
Sempre a Molenbeek è cresciuto la presunta mente dell’attentato, Abdelhamid Abbaoud, morto nel blitz delle teste di cuoio nella banlieue di Saint-Denis. E nella notte — scrivono i media — la polizia ha sequestrato un importante arsenale, con esplosivi e prodotti chimici, durante una serie di perquisizioni nel quartiere.
Cuore delle istituzioni europee e sede del quartier generale della Nato, Bruxelles fu teatro di un attentato al museo ebraico della città  il 24 maggio 2014, nel quale morirono quattro persone. L’autore della strage, il francese Mehdi Nemmouche, fu arrestato alcuni giorni dopo a Marsiglia.
Ue: “Stretta sui controlli a frontiere esterne
Ma l’allerta rimane alta non solo in Belgio. Venerdì il consiglio Interni e Giustizia straordinario dell’Unione europea ha concordato una “stretta sui controlli sistematici e coordinati alle frontiere esterne dell’Europa anche per i cittadini Ue”.
Il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve ha fatto sapere che “la Francia manterrà  i controlli alle sue frontiere fino alla fine della crisi terroristica”. Inoltre ha riferito che “sui tre punti che la Francia ha portato all’ordine del giorno della riunione (dei ministri Ue di Giustizia e Interni, ndr), l’Europa ha trovato l’accordo”.
Sono state prese “delle decisioni forti e operative con dei risultati che devono realizzarsi entro la fine dell’anno sui tre principali punti: il Pnr europeo (il registro comunitario dei dati dei passeggeri aerei, ndr), le armi da fuoco e il rafforzamento dei controlli alle frontiere”.
Fondamentale per Cazanueve “rafforzare i controlli alle frontiere esterne dell’Europa” aumentando i mezzi di Frontex, ma anche a “quelle interne, perchè i terroristi le attraversano” e poter controllare i dati sulla base del Sistema informativo Schengen (Sis), l’unico strumento che assieme al Pnr “permette di tracciare i terroristi e neutralizzarli. Non c’è tempo da perdere, bisogna agire con urgenza”.
Le conclusioni della bozza dell’intesa, scrive Reuters, includono l’accordo per “applicare immediatamente i necessari sistematici e coordinati controlli ai confini esterni, tra cui degli individui che godono del diritto di libera circolazione“.
Le nuove misure rafforzeranno i controlli in modo che i documenti di chi entra nell’area di Schengen siano verificati sistematicamente a fronte delle banche dati su reati e sicurezza.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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