Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
TRA ALLARMISMI E FALSI ALLARMI, SI CERCA DI NON CREARE PANICO IMMOTIVATO
“L’ambasciata statunitense a Roma informa i cittadini Usa che la polizia italiana ha dato notizia di un individuo armato nell’area vicino all’ospedale San Giovanni, in via dell’Amba Aradam…”. E’ in corso una “caccia all’uomo”. Conclusione: “Per favore, evitate quest’area”.
Oggi i cittadini statunitensi che si trovano nella capitale italiana si sono visti recapitare questo messaggio di allerta. Il riferimento è a quanto avvenuto in mattinata al nosocomio vicino alla Basilica di San Giovanni in Laterano.
Una notizia già diffusa da tg e agenzia di stampa, che però la sede diplomatica Usa ha ritenuto opportuno segnalare ai connazionali con apposite email.
È il secondo messaggio di allerta nel giro di due giorni. In precedenza un altro messaggio segnalava i luoghi ritenuti “sensibili” dall’Fbi per possibili attacchi terroristici: La Scala e il Duomo a Milano, Piazza San Pietro a Roma e poi chiese, ristoranti e luoghi di ritrovo nelle due città .
È la conferma che, dopo gli attentati di Parigi, l’Italia è in cima alle attenzioni degli americani in fatto di sicurezza. Anche per la presenza del Vaticano in territorio italiano.
C’è anche questa cornice oggettiva intorno alla telefonata che oggi Barack Obama ha fatto a Matteo Renzi.
Il presidente degli Stati Uniti ha voluto fare il punto con il premier italiano prima del colloquio con Francois Hollande, che martedì prossimo sarà a Washington per un bilaterale che potrebbe risultare cruciale nella strategia anti-Isis dell’occidente. Anche perchè giovedì invece il presidente francese parlerà con Vladimir Putin (mercoledì riceverà Angela Merkel all’Eliseo).
Non a caso, con Renzi, il presidente Usa ha trattato due fronti precisi della stessa questione. Primo: la situazione in Siria, alla luce dei colloqui di Vienna che vorrebbero avviare una fase di transizione nel paese ora in mano ad Assad.
Secondo: i rapporti con la Russia, paese che come gli Usa e la Francia è impegnato nei bombardamenti anti-Isis in Siria e che ha relazioni diplomatiche preferenziali con Roma, nonostante la storica alleanza dell’Italia con gli Stati Uniti.
Nel colloquio con Putin al G20 di Antalya, Obama ha registrato una disponibilità maggiore della Russia a intraprendere iniziative comuni, ma il percorso è solo iniziato, gli incontri della prossima settimana potrebbero aggiungere dei passi in più, la conversazione con Renzi è servita anche per aggiungere tasselli utili ai prossimi colloqui.
Ad ogni modo, la lunga telefonata partita dalla Casa Bianca non è servita per chiedere all’Italia un maggiore coinvolgimento militare in Siria.
Obama non ci ha chiesto di impiegare i nostri tornado per bombardare, oltre che per le azioni di perlustrazione e individuazione di obiettivi che già stiamo svolgendo in Iraq.
Non è questo il punto ora. L’Italia, gli ha confermato Renzi, “farà la sua parte” d’accordo con gli alleati, come testimonia la scelta di confermare la presenza militare italiana in Afghanistan e aumentare il contingente in Iraq.
Ma allo stesso tempo l’Italia riesce a conservare la sua posizione di massima prudenza sulla guerra e massimo scetticismo sui raid effettuati senza una strategia lungimirante e concordata da tutti gli attori in causa, soprattutto Usa e Russia, partner di bombardamenti scoordinati tra loro. La prudenza del resto è per ora la linea più condivisa: dall’Europa agli Usa.
L’urgenza immediata è di altro tipo per Renzi.
La crociata che il premier ha imbracciato per ora è quella contro le psicosi e il panico, gli allarmismi e i falsi allarmi. Come quello che stamattina gli è arrivato su whatsapp. Una bufala, ma molto pericolosa: la registrazione audio di una conversazione tra mamma e figlia a Roma, con la prima che pregava la seconda di non uscire per il rischio attentati nei quartieri della movida romana.
Renzi ci ha pensato mezza mattinata e poi ha deciso di agire sullo stesso terreno.
Niente interviste tv e nemmeno cinguettii su twitter. Nessun post su Facebook. Si è inventato un modo nuovo di controbattere, del tutto inedito da parte della presidenza del Consiglio. Insomma, anche Renzi ha registrato un suo audio, diffuso poi alle agenzie di stampa su whatsapp.
L’implorazione: “Qualcuno pensa di essere simpatico o divertente ma non si rende conto che suscita e crea un clima di ulteriore paura, talvolta persino di panico. Io vorrei invitare tutti a non cascarci, a non farvi fregare da questo clima che qualcuno vorrebbe creare”.
Ma certo non è semplice. Perchè accanto alle bufale, ci sono poi gli allarmi che si susseguono, le allerta su pacchi bomba che per fortuna non si rivelano tali, come quello che di nuovo oggi ha interrotto il funzionamento della metro a Roma per qualche ora, quello che ha causato disagi ad una fermata del tram nella capitale, la valigia sospetta al Duomo di Milano.
E poi si ci sono le informative che arrivano dagli Usa, come quella dell’Fbi che ieri ha scatenato il ‘security warning’ dell’ambasciata.
Sono cose che inevitabilmente vanno a sporcare lo sforzo del premier per far sentire il paese assicuro, evitare l’effetto Parigi che sarebbe nefasto per il clima nel Belpaese e anche per l’economia.
Perciò il capo del governo conferma tutti i suoi impegni. La vita va avanti.
Stamane ha inaugurato il nuovo pronto soccorso all’ospedale Santo Spirito, che sarà centrale per le emergenze durante il Giubileo al via l’8 dicembre. Ma Renzi ha voluto esserci stamattina proprio per quella che definisce un’attività di ‘Giubileo caring’. Cioè come fare in modo che il Giubileo venga vissuto e raccontato come evento in sè e non solo come ‘allarme sicurezza’. Domani invece il premier sarà alla reggia di Venaria in Piemonte per il ‘Digital day’.
Sarà il giorno per due lanci ufficiali: il nuovo sito di Palazzo Chigi, fermo ad un’impostazione che risale al 1998, e la nuova corsa del sindaco di Torino Piero Fassino per le comunali della prossima primavera.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
PETROLIO, TASSE E RAZZIE… COME SI FINANZIA L’ISIS E COME SPENDE
Il califfato è ricco. Ma non troppo. 
Le stime che ipotizzano entrate annue oscillanti tra uno e due miliardi di dollari vengono ridimensionate da molti esperti, che ritengono più corretto parlare di importi limitati a qualche centinaio di milioni di dollari.
E sono pochi a credere che questo sia frutto delle donazioni di magnati fondamentalisti, del Qatar o di altri emirati.
Lo Stato islamico infatti ha dimostrato di sapersi autofinanziare. C’è un documento eccezionale per comprenderlo: il bilancio della provincia creata nella Siria orientale, diffuso dal sito di Aymenn Jawad Al-Tamini.
Si tratta del budget relativo al gennaio scorso.
I proventi vengono per il 27 per cento dalla vendita di petrolio. Un altro 4 per cento lo incassano dalle bollette elettriche: garantire la luce in città devastate dalla guerra civile è stata una prova di efficienza dell’Is.
Poi c’è un 23 per cento dalle tasse, riscosse in modo inflessibile.
Ma i proventi più cospicui vengono dalla voce “confische”: oltre il 44 per cento.
Di cosa si tratta? Proprietà di chi è fuggito e dei rivali imprigionati o uccisi; greggi e mandrie sequestrate ai contrabbandieri; sigarette, alcolici e altri prodotti occidentali requisiti per la legge coranica. Insomma, il profitto del Terrore.
Le spese invece sostengono soprattutto lo sforzo militare.
Il 43 per cento va nelle paghe dei miliziani e un altro 20 per mantenere le basi, inclusa la manutenzione di armi e veicoli.
Un decimo sovvenziona la polizia islamica, voce che comprende i tribunali che amministrano la giustizia civile e dirimono le controversie commerciali.
Il 17,7 per cento sostiene i servizi pubblici: riparazione delle strade, raccolta rifiuti, assistenza medica, rete idrica.
Poco meno del sei viene destinato agli aiuti: elargizioni per la popolazione oppure contributi per rilanciare l’agricoltura.
Infine il tre per cento finanzia l’apparato mediatico di propaganda.
Queste informazioni dimostrano però la capacità del califfato nell’amministrare il territorio, tra paura e consenso.
E la scarsa incisività dei raid occidentali, che non hanno scalfito il business petrolifero. Solo nelle ultime settimane infatti i bombardamenti hanno preso di mira pozzi e installazioni che forniscono l’oro nero dell’Is.
Gianluca Di Feo
(da “L’Espresso”)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
FINITO DOPO OTTO ORE L’ASSEDIO AL RADISSON HOTEL DI BAMAKO
È finito dopo quasi otto ore l’incubo per le oltre 130 persone tenute in ostaggio da un commando
armato all’interno del Radisson Hotel di Bamako, la capitale del Mali. Ventisette per il momento le vittime, anche se il bilancio è ancora provvisorio. Almeno tre i terroristi rimasti uccisi.
L’assalto era iniziato questa mattina quando gli assalitori avevano fatto irruzione nell’albergo, dirigendosi al settimo piano dell’edificio.
Gli uomini, secondo alcune testimonianze, erano arrivati all’albergo a bordo di un’auto con una targa diplomatica.
All’interno erano ospitati molti cittadini stranieri, tra cui anche diversi francesi. Al momento però non è nota la nazionalità delle vittime.
L’azione terroristica è stata rivendicata da Al-Murabitun, un gruppo affiliato ad Al Qaeda e guidato dall’ex contrabbandiere Mokhtar Belmokhtar.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
COME SONO ORGANIZZATI I NOSTRI REPARTI SPECIALI: 50 MINUTI PER INTERVENIRE
Cinquanta minuti di tempo massimo per intervenire in ogni posto da cui provenga l’emergenza: sequestro di ostaggi e conflitto a fuoco.
Il territorio italiano diviso in quattro grandi aree. Ciascuna «affidata» ai nostri quattro reparti di teste di cuoio: i Nocs della polizia, i Gis dei carabinieri, il Col Moschin dell’Esercito e il Comsubin della Marina.
E’ la sintesi del «livello 2» di sicurezza scattato in Italia venerdì notte, dopo che Parigi veniva messa a ferro fuoco dai jihadisti.
Il piano predisposto da Viminale e Difesa prevede l’impiego più immediato possibile dei nostri commandos.
Che tra l’altro, in questi mesi dopo l’attacco di gennaio a Charlie Hebdo e al market kosher, hanno aumentato la collaborazione operativa – in termini di addestramento comune e di scambio di informazioni su tecniche d’intervento – con gli omologhi europei.
Come i francesi del Raid, del Bri e dei Gign impiegati – letteralmente – in «prima linea» da venerdì.
Vediamo di seguito quali sono, tra Roma, Parigi, Bruxelles, Londra e Berlino, i reparti speciali impiegati nelle emergenze.
E quali, anche, i protocolli operativi in vigore in Italia da poche ore.
I quattro teatri di intervento
Il recentissimo piano anti terrorismo coordinato da Interni e Difesa ha suddiviso il territorio nazionale diviso in quattro «macroregioni». Appoggiati da velivoli – in parte delle singole armi e in parte forniti dall’Aeronautica – destinati espressamente a quest’unico impiego.
Non basta: il livello 2 dell’allerta scattato da venerdì notte prevede, per ciò che riguarda la polizia, anche l’impiego di nuove squadre anti-terrorismo: esattamente si chiamano «Unità operative di pronto intervento».
Addestramento ed equipaggiamento specifico: una via di mezzo tra Nocs e personale delle Volanti. Dispiegati – sinora – nelle 20 maggiori città . Ma il loro impiego verrà esteso.
Auto blindate, armamento più sofisticato, esercitazioni condotte assieme alle «teste di cuoio».
I Nocs della polizia
Anni di piombo. L’Italia deve fronteggiare l’eversione armata. In prima fila ci sono i Nocs della polizia e i Gis dei carabinieri. I commandos delle forze dell’ordine italiane. Il «copyright» dell’idea fu dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga dopo aver visto all’opera le «teste di cuoio» tedesche nell’intervento all’aeroporto di Mogadiscio dove annientarono un commando di 4 terroristi della Raf (Rote Armee Fraktion) che aveva sequestrato un Boeing 737 della Lufthansa.
Per ciò che concerne i Nocs, l’impiego è su tutti i fronti: anti-terrorismo, anti-mafia. Contro la criminalità comune. Azioni destinate a restare nella memoria: la liberazione del generale americano James Dozier (era il 1982) rapito dalle Brigate Rosse e l’arresto del boss dei boss Bernardo Provenzano (2006)
I Gis dei carabinieri
I Gis vengono istituiti ufficialmente il 6 febbraio 1978. Dopo, è un susseguirsi di operazioni di successo. Molte non sono note perchè sul loro fascicolo c’è scritto «operazioni riservate».
L’Italia scopre la loro esistenza il 28 dicembre 1980. Rivolta al carcere di Trani. Per sedarla, il governo decide l’invio dei Gis. E l’Italia per la prima volta scopre l’esistenza di questi reparti speciali. All’interno dell’istituto penitenziario detenuti comuni e brigatisti rossi prendono in ostaggio 18 agenti di custodia.
Al termine di un lungo conflitto a fuoco le guardie carcerarie vengono liberate. Molti coinvolti nel blitz vengono feriti, ma nessuno viene ucciso nello scontro.
E poi: raid per liberare ostaggi nelle mani dell’Anonima Sequestri (come Patrizia Tacchella, 1990, e Rosa Laura Spadafora, 1995) blitz contro boss della criminalità organizzata armati sino ai denti.
I commandos del Col Moschin
Uno dei quattro quadranti-sicurezza è affidato ai commandos del Col Moschin. Gli eredi degli «Arditi» della prima guerra mondiale.
Tra i primi, se non il primo, reparto speciale europeo della storia recente. Dal 1953, anno della loro costituzione, schierati praticamente ovunque, Libano, Somalia, Balcani, Iraq, Afghanistan, Ruanda, Libia.
Sovente in operazioni «top secret». Selezioni durissime. Tirocini micidiali tra prove atletiche che spaventerebbero atleti olimpici e corsi a livello ingegneristico per l’impiego di armamenti sofisticatissimi.
Gl incursori della Marina
Dire che i commandos della Marina militare (il Comsubin: Comando subacquei e incursori) siano i migliori al mondo, forse migliori dei Navy Seals, non è un azzardo. Di certo i loro raid restano nella leggenda. Quelli dei Mas e delle torpedini impiegate nella prima guerra mondiale. Dei «maiali» nella seconda.
Quando le truppe Alleate sbarcarono in Italia e raggiunsero Taranto, era il 1943, per prima cosa – parliamo dei britannici – si diressero verso la base degli incursori di marina. E letteralmente si misero a seguire le «lezioni» degli istruttori «cobelligeranti» per imparare tecniche all’avanguardia sull’impiego dei siluri a lunga corsa, barchini esplosivi e raid anfibi.
Nel piano sicurezza coordinato da Difesa e Interni, uno dei quadranti spetta al Comsubin. Ma in caso di sequestro ostaggi in mare aperto – genere Achille Lauro – loro sarebbero comunque i primi a intervenire.
Alessandro Fulloni
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL NESSO NELLE PAROLE DI HOLLANDE
Non c’è tregua nella spirale del terrore jihadista. Questa volta il teatro dell’orrore è l’hotel Radisson a
Bamako, capitale del Mali.
L’obiettivo sembra essere di nuovo la Francia: nell’albergo, infatti, alloggiavano molti francesi, insieme a espatriati e professionisti di altre nazionalità .
Proprio ieri il presidente francese Franà§ois Hollande aveva sottolineato che i fanatici della jihad considerano la Francia nemica per il suo impegno in Mali.
Militari francesi sono tuttora presenti nel Paese africano, dopo l’intervento militare del gennaio 2013 per aiutare le forze armate locali nella lotta contro i jihadisti nel nord.
In un discorso pubblico, il presidente aveva ricordato che nel 2013 la Francia ha aiutato il Mali, ottenendo una “vittoria”: i “terroristi lo sanno e per questo ci considerano nemici”.
E ancora: “I terroristi nel 2012 si sono accaniti contro la cultura del Mali, imponendo divieti e sottomettendo le donne”, aveva dichiarato Hollande. “La Francia ha dovuto prendersi le sue responsabilità e portare avanti azioni importanti”.
Il nord del Mali era caduto sotto il controllo dei militanti islamisti nel 2012.
Poi, nel 2013, un’offensiva militare guidata dalla Francia aveva ridimensionato la loro presenza.
L’allarme, però, era solo parzialmente rientrato: nel mentre la rete jihadista continuava, nell’ombra, a pianificare attentati. I jihadisti sopravvissuti hanno organizzato una serie di attacchi alle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite e all’esercito maliano.
Particolarmente attivo il network jihadista Ansar Dine, che – stando alle prime informazioni – sarebbe coinvolto nell’attacco di oggi all’hotel Radisson.
Il gruppo combatte per l’instaurazione della shari’a in Mali, ed è sospettato di avere collegamenti con l’organizzazione terroristica fondamentalista al Qaida nel Maghreb islamico (AQMI).
Secondo alcune fonti, l’assalto di oggi è opera del Fronte di liberazione di Massina (Force de libèration du Macina), altro gruppo jihadista protagonista della guerra in Mali.
Nell’agosto scorso un commando di terroristi prese d’assalto un hotel a Sevare, a nord della capitale, dove alloggiavano diversi membri delle Nazioni Unite.
Il sequestro degli ostaggi si concluse con almeno sei vittime, tra cui cinque soldati maliani e un consulente Onu. L’attacco fu rivendicato da un gruppo islamista collegato ad Ansar Dine.
La crisi interna in Mali, un tempo considerato un modello di democrazia in Africa, è scoppiata nel gennaio del 2012 con la ribellione dei Tuareg nel nord del Paese ed è sfociata nel marzo di quell’anno nella destituzione da parte dei militari del presidente Amadou Toumani Tourè.
Così si era aperta la strada alla conquista del nord da parte di ribelli separatisti e islamisti. Tre anni fa tutto il nord era stato occupato dai jihadisti un tempo alleati dei ribelli Tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla).
A gennaio 2013 la Francia avviava un intervento militare (Operation Serval) per allontanare gli insorti dal nord, dalle città di Timbuktu, Kidal e Gao.
Poi, dopo le operazioni dei soldati francesi e africani, il primo luglio 2013 era partita la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite (Minusma), che ha contribuito alla sicurezza del voto del luglio di due anni fa, le prime elezioni presidenziali dopo 18 mesi di crisi politica e guerra.
Dal voto è uscito vincitore Ibrahim Boubacar Keita, che oggi dovrebbe rientrare in patria dal Ciad, dove era arrivato ieri per il G5 del Sahel.
Risale invece solo alla scorsa estate la firma dell’accordo di pace in Mali, sottoscritto il 20 giugno anche dall’ultimo gruppo di separatisti Tuareg (Coordinamento dei Movimenti per Azawad, Cma) che ne era rimasto fuori dopo l’adesione – il 15 maggio – di diversi movimenti ribelli arabi e Tuareg a una road map di due anni, sostenuta dall’Onu e definita con la mediazione dell’Algeria.
La road map concede maggiori poteri ai leader regionali nel nord del Paese e prevede la promozione dello sviluppo economico nell’area. L’assalto jihadista di oggi dimostra però come l’ex colonia francese sia ancora molto lontana da una vera stabilizzazione.
All’alba dell’intervento, Hollande prometteva che i militari francesi avrebbero poggiato i loro stivali sulle sabbie del Sahara solo per “poche settimane”.
Le cose, poi, andarono diversamente: l’Operation Serval cambiò nome e struttura, ma nella sostanza l’esercito del Mali non diventò mai autonomo nel contrasto alle forze jihadiste.
Lo dimostra la presenza a tutt’oggi delle truppe francesi, a loro volta impreparate di fronte a un attacco che più che un colpo di coda, rappresenta la dimostrazione di un piano globale del terrore.
Anche in questo caso, l’intelligence era a conoscenza del rischio terrorismo.
Secondo la testata africana Jeune Afrique, i servizi maliani sapevano che i combattenti del Front de libèration du Macina stavano organizzando degli attentati. Pare che ne avessero già sventati sei negli ultimi mesi, tra cui uno il 2 agosto al club nautico Djoliba, sempre a Bamako.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
BLITZ DELLE FORZE SPECIALI, GIA’ LIBERATI 80 OSTAGGI, NE RIMARREBBERO 30 PRIGIONIERI
Un attentato jihadista è in corso all’hotel Radisson Blu di Bamako, albergo di lusso considerato il più sicuro della capitale del Mali, frequentato dagli stranieri.
170 persone, fra cui 140 ospiti e 30 dipendenti, sono stati presi in ostaggio questa mattina da un gruppo di uomini armati. 80 quelli poi rilasciati.
Almeno quattro, tra cui due maliani e un francese, sarebbero state uccise.
Le forze dell’ordine hanno stabilito nella zona un perimetro di sicurezza. L’attacco, con armi da fuoco e granate, è cominciato stamane, quando un gruppo di attentatori, a bordo di un veicolo con targa diplomatica, si sono è avvicinato all’albergo e ha cominciato a sparare contro le guardie, causando vari feriti.
Fra gli ostaggi stranieri non ci sarebbero italiani.
Molti i francesi, dipendenti di Air France e delegati di un convegno.
I terroristi stanno rilasciando chi è in grado di «proclamare in arabo la grandezza di Dio», ovvero di pronunciare la formula «Allahu Akbar».
Lo ha riferito all’agenzia di stampa Dpa una fonte della polizia maliana. Gli ostaggi messi in libertà , sono stati trasferiti in una stazione di polizia. «Ho visto dei cadaveri. È orribile», ha detto uno di loro.
Sono una trentina i cittadini francesi tenuti in ostaggio dai terroristi. Fra loro dipendenti di Air France e di una multinazionale.arebbero almeno quattro gli ostaggi uccisi dai jihadisti nell’attacco terroristico
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
PER SCONFIGGERE IL TERRORISMO NON BISOGNA FARE IL SUO GIOCO
1. Tutti gli esperti di Daesh convengono sul fatto che il Califfato ha compiuto questi attentati con
l’obiettivo di scatenare un’ondata anti islamica in Europa per radicalizzare “lo scontro di civiltà ” e portare tutti i musulmani del mondo dalla propria parte.
Se ne deduce che se si cade nel tranello (quindi ci si lascia andare all’ondata emotiva anti islamica e si accetta la radicalizzazione dello scontro) si fa esattamente il gioco dei nostri nemici.
Trattasi di considerazione lineare, intuitiva, pragmatica e semplice.
2. Tutti gli esperti di Daesh spiegano che come obiettivo secondario di questi attentati lo Stato islamico aveva la speranza che l’Occidente intervenisse direttamente in Siria e Iraq per trasformare una guerra locale interislamica in una guerra totale contro gli infedeli. Anche questo quindi è un ragionamento intuitivo, facile e non ideologico: a intervenire direttamente in una guerra locale trasformandola in guerra globale si fa esattamente il gioco dei nostri nemici.
3. Le esperienze dell’Afghanistan ma soprattutto di Iraq e Libia hanno mostrato a tutti che intraprendere una guerra senza avere già un progetto sugli assetti futuri condiviso con almeno una parte delle forze locali (e una parte che possa poi gestire la stabilità ) è una prassi che peggiora le cose, non le migliora.
Le peggiora proprio per la nostra sicurezza in Europa (l’intervento in Iraq ci ha dato lo Stato islamico, quello in Libia un casino in cui comandano i clan che gestiscono gli scafisti).
Se ne deduce che chiunque decida di mandare anche un solo drone dovrebbe prima sapere a cosa sta portando, dopo, ciò che sta facendo.
Questo è un post pragmatico, quindi non si sta dicendo che la guerra non si deve fare mai e a nessun costo: si sta dicendo che finora, nell’area, le abbiamo fatte a capocchia; e se per forza deve morire qualcuno in un conflitto, che serva rigorosamente a fare star meglio (non peggio) i popoli domani.
4. Alcuni anni fa il governo Usa inventò il termine “stato canaglia”, che attribuiva in giro in modo piuttosto arbitrario. Oggi invece sarebbe utile che l’Unione europea stendesse un bell’elenco documentato con i nomi dei Paesi che con l’Is hanno rapporti che avvantaggiano lo stesso Is: vuoi di acquisto di petrolio, vuoi di finanziamenti di altro tipo, vuoi di aiuto indiretto attraverso il bombardamento di chi combatte l’Is sul campo.
Se poi da questo elenco venissero fuori i nomi di Paesi con cui intratteniamo amichevoli rapporti d’affari, che stanno nella nostra stessa Alleanza militare (Nato) o presso i quali ci apprestiamo ad andare a giocare i mondiali di calcio, beh, ci faremmo un’idea più autentica su quello che siamo disposti davvero a pagre per combattere l’Is. Perchè quelli che aiutano Daesh oggi sono veri Stati canaglia, contro i quali dovremmo opporre tutto il nostro potere negoziale affinchè la smettano di farlo, da ora.
5. Anche questo l’ho imparato in questi giorni, non è che lo so di mio: il jihadismo che colpisce in Occidente è quasi sempre il frutto di una proiezione da parte delle seconde o terze generazioni di immigrati che immaginano un luogo ideale e utopico — il Califfato, dove spesso non sono mai stati — in alternativa a un luogo nel quale vivono un disagio sia sociale sia identitario.
Questo è giustificazionismo? No, perchè ciascuno — sia chiaro — è responsabile delle sue azioni. Ma è evidente che è indispensabile smontare questo dualismo farlocco che si è insinuato nelle menti dei giovani jihadisti europei.
E per smontarlo servono anzitutto due cose (oltre a quella del punto 1): primo, programmi di welfare nei luoghi in cui vivono (l’integrazione avviene attraverso il welfare); secondo, programmi di educazione — nelle scuole e altrove — vuoi sui valori della laicità , dell’interetnicità e della tolleranza, vuoi su cosa comporta (per le donne, ad esempio, ma per chiunque) vivere nel sottosviluppo culturale proposto da Daesh. Allo stesso modo, serve un’educazione all’interetnicità che parta dalle scuole primarie perchè non crescano generazioni di europei “bianchi” pregni di subcultura islamofoba o anti immigrati: infatti minor integrazione etnica causa più radicalizzazione dei figli di immigrati, più radicalizzazione porta più terrorismo.
L’antirazzismo quindi non è (più solo) un ideale etico, è una necessità pratica. Per entrambe le battaglie culturali (quella destinata ai ragazzi di famiglie islamiche e quella destinata ai ragazzi figli di autoctoni) la pedagogia è un’arma straordinaria di cui però ci dimentichiamo spesso, forse perchè i suoi risultati arrivano nel lungo termine, cioè quando sarà fisiologicamente finito il ciclo elettorale degli attuali governanti.
6. Come dimostra tutta la storia di Israele (compresi i fatti più recenti), il controllo assoluto e militarizzato del territorio — dai supermarket agli stadi, dagli aeroporti ai concerti — non è una garanzia di sicurezza per i civili se sei circondato dall’odio.
Se qualcuno ti odia — ancor più se tanti ti odiano — il modo di ammazzarti lo trovano, specie se hanno in scarsa considerazione il valore della propria vita.
Quindi possiamo benissimo chiudere le frontiere, far alzare gli elicotteri e far girare poliziotti a cavallo tutto attorno al Colosseo come ho visto stamattina: e se ci fa sentire un po’ più tranquilli nell’immediato, è un placebo che non mi scandalizza.
Ma sul medio e lungo termine, se vogliamo garantire ai nostri figli di vivere in sicurezza, l’unica strada da percorrere è lavorare contro l’odio — e le sue motivazioni, le sue radici — fino a debellarlo.
7. Tutte le esperienze e le ricerche dimostrano che la sorveglianza di massa sulla rete (modello Nsa) non ha un rapporto costo-beneficio conveniente: è come sparare migliaia di cannonate in cielo per cacciare un canarino. E questo al netto dei costi in termini di diritti civili.
È invece dimostrato che lo spionaggio on line funziona solo se è mirato (ad esempio, su chi immette contenuti filojihadisti e sui suoi contatti) e incrociato con forme di intelligence tradizionali (intercettazioni telefoniche, infiltrati etc).
Chiunque voglia cogliere l’occasione del 13 novembre per riproporre forme di sorveglianza virtuale di massa sta mentendo sapendo di mentire: non gli interessa la guerra all’Is ma, appunto, la sorveglianza di massa.
(da gilioli.blogautore)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
“BASTA POPULISMO E SI’ ALLA LAICITA'”….”MA CHIUDERE LE MOSCHEE E CHIEDERE ALLE DONNE DI TOGLIERE IL VELO SONO SOLO RICHIESTE CHE ALIMENTANO L’ODIO”
In piazza contro l’Isis ci vogliono andare come cittadini “francesi” e non solo come musulmani. Predicano la battaglia per la laicità , chiedono di non essere visti come colpevoli degli attentati a Parigi e hanno scritto al presidente della Repubblica perchè si lavori per “una politica di coesione nazionale contro i populismi”.
Il partito Unione dei democratici musulmani di Francia è nato nel 2012, per ora ha solo quattro consiglieri municipali nella regione parigina, ma sogna di poter ottenere più seggi alle prossime elezioni regionali.
Nagib Azergui, fondatore e segretario, definisce assurde le teorie che vedono in futuro l’Islam al governo (come ad esempio ha immaginato lo scrittore Houellebecq) e di fronte agli attentati del 13 novembre scorso accusa i politici di aver esasperato il clima.
“Chiudere le moschee, chiedere alle donne di togliere il velo: sono solo richieste che aumentano l’odio e favoriscono la nascita degli estremismi. I musulmani sono parte della nazione e devono essere protetti dallo Stato”.
Serve una mobilitazione dei musulmani contro l’Isis?
Lunedì sono andato in place de la Rèpublique per il minuto di silenzio in memoria delle vittime. Ma non ero là perchè sono musulmano: è quasi un’offesa doverlo specificare. Sono sceso in piazza come essere umano, cittadino e padre di famiglia. Bisogna ricordare che i musulmani fanno parte della nazione, sono integrati, contribuiscono alla vita attiva. Negli attacchi del 13 novembre tutti sono stati colpiti.
Quale soluzione proponete?
Noi abbiamo scritto al presidente della Repubblica Hollande. Vogliamo creare un fronte repubblicano che promuova una politica di coesione nazionale: basta con le dichiarazioni di parlamentari e ministri che esasperano il clima. Dall’attentato di Charlie Hebdo cosa è cambiato? Io ricordo solo l’ex ministro Nadine Morano dire che la Francia è ‘un Paese di razza bianca’.
Quindi accusate i politici di aver fomentato l’estremismo?
I musulmani sono parte della nazione e devono essere protetti dallo Stato. In questi mesi è aumentato ancora di più l’odio nella società . E così nascono gli estremismi. La prima reazione di Hollande dopo gli ultimi attentati è stata quella di chiedere che fossero chiuse le moschee. Questo serve a calmare gli animi o fa crescere la rabbia? Penso che non ci siamo fatti le buone domande.
Parlare di integrazione e poi fare un partito per musulmani non è una contraddizione?
Il nostro partito non è confessionale. La parola “musulmano” la usiamo perchè è diventata un argomento politico in Francia e noi vogliamo lottare contro i clichè. Non siamo qui per islamizzare nessuno: il nostro è un Paese laico e noi lo rispettiamo.
Cosa ne pensano le altre forze politiche?
Avremmo voluto che si unissero con noi in questa difesa della laicità . Ma purtroppo vediamo che i principali partiti politici, anche l’estrema sinistra, cercano di superare da destra il Front National.
Molti hanno visto in voi la realizzazione delle previsioni immaginarie di Houellebecq, ovvero la Francia governata dall’Islam.
E’ una teoria del complotto che abbiamo sentito da molti. E’ assurdo. Noi cerchiamo di fare un lavoro pedagogico per la nazione. La laicità non vuol dire combattere le altre religioni: è uno strumento per combattere le diseguaglianze. E’ un valore fondamentale e lo Stato ne deve essere il garante.
Secondo voi la laicità è in pericolo?
Sì. Tanto per fare un esempio: una persona con il velo non rappresenta una minaccia all’ordine pubblico, ma molti pensano il contrario. Assistiamo sempre di più a fenomeni di razzismo religioso e culturale, ma se vogliamo combattere il radicalismo, se vogliamo che quello che è successo il 13 novembre non succeda mai più, serve la solidarietà . Ora il Paese ha paura dei musulmani perchè sono visti come colpevoli degli attentati. Ma non si può per paura dimenticare che tutti abbiamo diritto a praticare la nostra religione.
La vostra battaglia è solo in Francia?
Servirebbe un partito come il nostro in molti Paesi. L’Europa è minata da politiche populiste. Oserei dire che i musulmani sono come gli ebrei, la storia si ripete. Noi lavoriamo perchè si possano evitare gli errori che altri hanno compiuto.
Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
ALTRO CHE ROBOCOP: ABBIAMO SOLO 12.000 PETTORINE DI PROTEZIONE (DI CUI VALIDE SOLO 3.300) …E A ROMA PER IL GIUBILEO GLI AGENTI SARANNO 24.000
Saranno pure 24 mila solo a Roma e solo per il Giubileo, come ha annunciato il ministro Angelino
Alfano, ma il numero in sè non è una garanzia di maggiore sicurezza.
Almeno per loro stessi. Perchè tra questi 24 mila uomini delle forze dell’ordine, i poliziotti presenti per le strade della Capitale non hanno un giubbotto antiproiettile in corso di validità .
Il Dipartimento di Pubblica sicurezza non ha potuto rinnovare la fornitura dell’equipaggiamento di salvataggio degli agenti, a causa di una “carenza ‘cronica’ costante di fondi negli anni”.
E così, degli appena 12 mila ancora in circolazione (in tutta Italia, non a Roma), soltanto 3.300 sono ancora validi.
Come tutto l’equipaggiamento, i giubbotti antiproiettile (Gap) hanno una data di scadenza: vanno utilizzati per dieci anni, e poi l’amministrazione “deve procedere alla loro sostituzione”.
È scritto nero su bianco in una determina del Dipartimento nella quale, in fretta e furia alla fine dello scorso anno, si provvede a un approvvigionamento di 2.300 Gap con una “procedura negoziata” con la società Nfm Production Sp.z.o.o, “risultata aggiudicataria della gara aperta indetta dal Comando generale della Guardia di finanza”.
Per capire meglio la questione bisogna andare indietro nel tempo: grazie alle “ingenti risorse finanziarie” disponibili fino al 2003, in quello stesso anno il Dipartimento stipulò un unico contratto con la Società Rabintex, scelta per la fornitura di 19.733 giubbetti a uso esterno, quelli da indossare sopra la divisa.
Di questi, diecimila erano per il 2004, 8.733 per il 2005 e mille per il 2006.
“Nel 2005 — scrive l’amministrazione — si sono tuttavia esauriti i relativi stanziamenti a disposizione”. Colpa dei tagli e delle scarse risorse a disposizione della polizia tante volte denunciate dai sindacati degli agenti.
In particolare, ammette il Dipartimento, “l’ordinario capitolo di Bilancio degli Equipaggiamenti speciali — sul quale imputarne la spesa — non è mai risultato sufficientemente capiente”.
Il Viminale indica anche le cifre a disposizione: nel 2011 risultavano poco più di un milione e 900 mila euro; nel 2012 due milioni e 800 mila euro; nel 2013 tre milioni e 200 mila euro ; e nel 2014 cinque milioni e 300 mila euro (due milioni dei quali per Expo).
Se consideriamo che ogni giubbotto costa in media 750 euro, i conti sono presto fatti: per rinnovare l’equipaggiamento “si sarebbe dovuto disporre nei tre anni di 7,3 milioni di euro solo per tali beni, con uno stanziamento aggiuntivo pari a 2,5 milioni di euro”.
Soldi che ovviamente non sono mai arrivati. Anzi: con le necessità della spending review cui anche la Polizia è stata sottoposta, nel corso del 2014 si è pensato bene di rivedere il “quadro esigenziale”: si è considerato che non sarebbero più stati necessari 19.733 Gap, ma appena 11.200, “cui occorre aggiungere una quota di riserva strategica pari a 800 giubbetti, in vista anche delle esigenze legate all’evento Expo 2015”.
Dodicimila in tutto, dunque, anche perchè — si giustifica il Viminale — bisogna prendere in considerazione la scomodità del giubbetto esterno rispetto a “quello morbido sottocamicia” .
Cosa è successo, dunque? Che nel frattempo i 10 mila Gap acquistati nel 2004 sono scaduti nel 2014, come prevede la normativa.
E quindi sono stati ritirati, dopo che il caso è stato sollevato lo scorso anno dal Silp Cgil. Gli altri 8.733 del 2005 stanno per scadere e gli ultimi mille di quell’appalto dovrebbero essere ritirati nel 2016.
Pochi giorni fa la segreteria provinciale del Silp ha scritto nuovamente al questore di Roma, Niccolò D’Angelo, per sapere “se la dotazione dei Gap della Questura contiene dispositivi con fabbricazione 2005 o 2006”e cosa intende fare per garantire la sicurezza degli operatori nel caso in cui i giubbotti scaduti dovessero rimanere in dotazione.
Nessuno sa bene cosa potrebbe accadere se un poliziotto venisse colpito da un proiettile mentre indossa un giubbotto scaduto. Ci si augura nulla, ovviamente.
E le tanto annunciate misure d’urgenza all’indomani degli attentati di Parigi?
Per il momento, alla voce Gap non c’è assolutamente niente. Il 12 agosto scorso, rendendosi conto che si andava incontro al Giubileo, il Dipartimento ha indetto una nuova gara europea per la fornitura di 10 mila giubbotti più altri 5 mila nei prossimi due anni.
Urgenza? Nessuna. Il bando si sarebbe dovuto chiudere il 9 ottobre, ma la scadenza è stata prorogata di un mese.
Con un’accortezza: i nuovi Gap dovranno essere anche antitaglio (a differenza di molti dei precedenti): perchè, se l’Isis colpisce con bombe e proiettili, i criminali comuni usano ancora, e spesso, anche i coltelli.
Silvia D’Onghia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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