Destra di Popolo.net

FBI: “ALLERTA SU SCALA, DUOMO DI MILANO E SAN PIETRO”, SEGNALATI 5 NOMINATIVI SOSPETTI

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

INFORMATIVA RICEVUTA DALLA DEA: “NE’ ENFASI, NE’ SOTTOVALUTAZIONE DELLE SEGNALAZIONI RICEVUTE”

Cinque giorni dopo gli attacchi di Parigi, venti giorni prima dell’inizio del Giubileo, scatta l’allarme rosso in Italia: l’Fbi ha inviato alle autorità  di sicurezza una segnalazione in cui vengono indicati la basilica di San Pietro a Roma, il Duomo e il teatro alla Scala di Milano come possibili obiettivi di un attentato.
Nell’informativa arrivata dagli Stati Uniti ai servizi segreti italiani vengono indicati anche i nomi di 5 soggetti, definiti “arabi“, che potrebbero essere presenti nel nostro Paese, personaggi sospetti da ricercare.
Per ora non ci sono riscontri, ma le indagini sono appena cominciate: gli agenti italiani incroceranno ora le informazioni americane con quelle raccolte finora.
Il rapporto del Federal Bureau of Investigation, che a sua volta ha raccolto dalla Dea, l’Agenzia federale antidroga, ha fatto scattare immediatamente la massima allerta, anche se sia dall’Fbi sia dagli altri servizi stranieri e anche dalle verifiche che da giorni stanno conducendo i nostri apparati di sicurezza (dicono fonti dell’intelligence e dell’antiterrorismo) non sarebbero stati raccolti segnali diretti di minacce concrete. Nel documento arrivato dagli Stati Uniti non ci sarebbero infatti indicazioni nè temporali nè di progettualità  specifiche ma solo indicazioni generiche.
La prima conseguenza dell’allarme proveniente dagli Stati Uniti è stata la circolare che il dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’Interno ha inviato ai questori di Milano e Roma.
Nel documento si chiede di rafforzare ulteriormente — per quanto possibile visto che l’allerta è già  a livello 2, un gradino sotto rispetto a quello che scatta in caso di attacco terroristico — la vigilanza e il controllo nelle due città , con particolare attenzione ai luoghi di culto e di aggregazione.
Sono stati inoltre disposti una serie di posti di blocco per aumentare i controlli a persone o veicoli sospetti.
Uno di questi, di dimensioni superiori al consueto, è stato organizzato sull’Aurelia, in provincia di Grosseto, con auto del reparto prevenzione crimine di Firenze, Digos, squadra mobile: in tutto 14 mezzi.
L’attenzione resta alta. Basta citare l’ennesimo falso allarme alla fermata dell’autobus vicina all’ambasciata americana, a Roma, nel tratto di via Veneto tra piazza Barberini e via Bissolati.
L’intervento di forze dell’ordine e artificieri si è reso necessario per verificare il contenuto di una borsa sospetta: all’interno c’era un cuscino.
In un momento come questo, con allarmi — veri o falsi che siano — in mezza Europa, partite di calcio sospese, continui blitz delle forze speciali alla ricerca di presunti terroristi e cellule nascoste, nessuna segnalazione può essere tralasciata e, anzi, va vagliata con la massima attenzione.
Per evitare che la paura che già  si sta diffondendo tra i cittadini, diventi panico. Non è un caso che tutte le autorità  vadano ripetendo che non bisogna farsi sopraffare dal terrore: l’ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi — “dobbiamo prima di tutto vivere, ci vuole il coraggio di non rinchiudersi e di non rinunciare alla nostra identità ” — e l’ha ribadito il prefetto Franco Gabrielli: “Siamo consapevoli di essere all’interno di una minaccia, ma questo non ci deve minimamente indurre ad atteggiamenti di paura”.
La linea è quella indicata da Renzi: nè enfasi nè sottovalutazione. Ribadita anche in serata da fonti di Palazzo Chigi, dopo l’allarme dell’Fbi: le segnalazioni sulla sicurezza in Italia da Paesi amici e alleati sono costanti, spiega la presidenza del Consiglio, e sono oggetto di attenta valutazione dalle forze di sicurezza italiane senza enfatizzazioni ma anche senza sottovalutazioni.
Dopo la strage di Parigi i livelli di sicurezza sono quasi massimi, come in molti altri Paesi d’Europa.
I presidi delle forze armate, a Roma, sono visibilmente aumentati, soprattutto attorno agli obiettivi sensibili: il Vaticano, le stazioni ferroviarie e della metropolitana, gli aeroporti e i luoghi di aggregazione.
Tra le misure da prendere, non bisogna trascurare la cybersecurity per tracciare cosa passa sul web, ha avvertito in un’intervista a SkyTg24 il presidente del Consiglio Matteo Renzi che ha aggiunto, tra l’altro, che la prossima settimana farà  una proposta al Parlamento “per un investimento ulteriore in sicurezza e sul recupero di determinate realtà , come le periferie”.
Mentre mancano tre settimane al Giubileo, a Roma, per gestire le emergenze, è stato già  attivato un numero unico, il 112, la cui centrale operativa è stata inaugurata sulla via Laurentina, nella periferia sud della Capitale.
Entro la fine del mese lavorerà  a pieno regime, con 80 operatori che smisteranno le chiamate a polizia, carabinieri, vigili del fuoco, emergenza sanitaria.
Tra i potenziali mezzi d’attacco più problematici da contrastare ci sono i droni: è allo studio un sistema di intercettazione e abbattimento, fa sapere il prefetto Franco Gabrielli.
“Con il piano presentato dal questore e approvato dal comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, avremo un presidio, di fatto, in quasi tutte le stazioni delle tre linee della metropolitana, nei nodi di scambio e in tutti quei luoghi di aggregazione che possono rappresentare degli obiettivi”.
Il Vaticano è considerato tra i primi obiettivi sensibili, anche perchè il Califfato ha a più riprese usato l’immagine di San Pietro come obiettivo da conquistare, sul quale innalzare la bandiera.
Oltre che dagli uomini dei corpi pontifici (le 110 guardie svizzere e i 130 gendarmi), la Santa Sede è presidiata all’esterno dei suoi confini dalla polizia e dai carabinieri.
I mezzi blindati e le volanti nella zona sono sensibilmente aumentati negli ultimi giorni.
I fedeli in piazza, sia in occasione dell’Angelus di domenica che oggi per l’udienza generale, sono stati controllati con il metal detector: attenzione, in particolare, a zaini, borse e trolley.
In questo clima è nato (ma anche subito finito) il dibattito sull’eventuale annullamento dell’apertura del Giubileo, l’8 dicembre.
“Non ci penso proprio — ha chiarito lo stesso capo del governo Renzi in giornata — Massima attenzione, ma il papa è un obiettivo sempre, al di là  del Giubileo”.
“Sarebbe una vittoria per il terrorismo” ha ribadito il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.
“Per favore niente porte blindate nella Chiesa, niente, tutto aperto” ha chiesto Papa Francesco in udienza generale, a piazza San Pietro.
Ma la piazza sembrava contenere meno delle 15mila persone che avevano chiesto il biglietto.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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NESSUNO RICORDA I 45 CIVILI INNOCENTI DI BEIRUT UCCISI IN UN ATTENTATO POCHI GIORNI FA

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

DA BEIRUT A PARIGI: IN UN MONDO CHE NON SI PREOCCUPA DELLE VITE DEGLI ARABI

Quando, dopo mezzanotte, un amico mi ha detto di controllare le notizie su Parigi, non immaginavo che mi sarei ritrovato di fronte alla cartina di una città  che amo dove erano evidenziate le zone che stavano subendo attacchi terroristici contemporaneamente.
Ho zoomato sulla mappa, per guardare più nel dettaglio. Uno dei luoghi colpiti era vicino al posto in cui avevo soggiornato nel 2013, sullo stesso boulevard.
Più leggevo, più aumentava il numero dei morti. Era orribile. Era disumanizzante, una situazione completamente e irrevocabilmente disperata.
Il 2015 finisce nel modo in cui è iniziato, con attentati in Libano e Francia accaduti quasi nello stesso momento e causati da creature folli che diffondono odio, paura e morte ovunque si rechino.
Mi sono reso conto che ci sono due città  piegate. I miei amici a Parigi, che solo ieri mi chiedevano cosa stesse accadendo a Beirut, adesso si trovano dall’altra parte. Entrambe le capitali sono state piegate e danneggiate, per noi forse non è una novità … ma per loro si tratta di un territorio mai esplorato prima.
Oggi a Parigi 128 civili innocenti non sono più con noi.
La scorsa settimana, a Beirut, 45 civili innocenti ci hanno lasciato. Il numero dei morti continua a salire, ma sembra che non impariamo mai.
In mezzo al caos, nella tragedia, c’è un pensiero che non mi lascia in pace. È lo stesso pensiero che riecheggia nella mia testa ogni volta che accadono eventi simili, cosa che sta diventando sempre più frequente: non contiamo davvero
Quando la mia gente è stata ridotta a brandelli nelle strade di Beirut, il 12 Novembre, i giornali titolavano: “Esplosione nella roccaforte di Hezbollah”, come se definire il background politico di una zona urbana potesse in qualche modo inserire il terrorismo in un dato contesto.
Quando il 12 novembre la mia gente è morta sulle strade di Beirut, i leader mondiali non hanno parlato di condanna.
Non ci sono state dichiarazioni di solidarietà  verso la popolazione libanese. Non c’è stato lo sdegno mondiale per quelle vittime innocenti la cui sola colpa è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Nessun accenno al fatto che le loro famiglie non dovevano essere lacerate in quel modo, che la setta d’appartenenza o le convinzioni politiche di qualcuno non dovrebbero essere collegate all’orrore per quei corpi bruciati sul cemento.
Obama non ha rilasciato alcuna dichiarazione, non ha detto che quelle morti rappresentano un crimine contro l’umanità .
D’altra parte, cos’è l’umanità  se un un termine soggettivo che delinea il valore dell’essere umano indicato con questa parola?
Ci sono state, invece, le dichiarazioni di un aspirante senatore Americano che si è detto felice per la morte della mia gente, per la distruzione della capitale del mio paese, che degli innocenti avessero perso la vita e che tra le vittime ci fossero persone di ogni tipo.
Quando la mia gente è morta, nessun paese si è disturbato ad illuminare i suoi monumenti con i colori della bandiera libanese.
Facebook non ha mosso un dito per assicurarsi che la mia gente potesse “dichiarare di stare bene”, anche in modo così superficiale.
Quando la mia gente è morta, non c’è stato il cordoglio mondiale. La loro morte era solo un puntino irrilevante nel continuo flusso di notizie internazionali, qualcosa che accade… in quelle zone del mondo.
E sapete una cosa, mi va bene così.
Negli ultimi anni, mi sono abituato all’idea di essere tra queste vite che non contano, di cui non importa a nessuno. Sono riuscito ad accettarlo, a conviverci.
Nei prossimi giorni ci sarà  un’altra ondata mondiale di Islamofobia.
Aspettatevi articoli su come l’estremismo non abbia a che fare con la religione, su come i membri dell’ISIS non siano dei veri musulmani.
E di certo non lo sono, perchè nessun essere umano con un briciolo di umanità  farebbe una cosa simile.
L’ISIS pianifica queste reazioni di odio islamofobo, perchè in questo modo può servirsene per puntare il suo dito infernale e dire ad ogni orecchio suscettibile in ascolto: “Guarda, ti odiano”.
Sono pochi quelli capaci di ignorarli.
Nei prossimi giorni l’Europa dovrà  fare i conti con una crescente ondata di odio contro i rifugiati. In molti punteranno il dito contro di loro, li accuseranno di essere responsabili di quanto accaduto a Parigi il 13 novembre.
Se solo l’Europa sapesse che, negli ultimi due anni, tutte le notti della vita di questi rifugiati sono stati come il 13 novembre parigino.
Ma le notti insonni contano solo quando il tuo paese è in grado di far illuminare il mondo intero con i colori della sua bandiera.
L’aspetto più spaventoso delle reazioni agli attentati di Parigi consta del fatto che alcuni arabi e libanesi si sono mostrati molto più preoccupati per quello che stava accadendo in Francia che per quello che è accaduto ieri, o il giorno prima, nella loro patria.
Perfino tra la mia gente serpeggia l’idea che non siamo così importanti, che le nostre vite non hanno valore e che i nostri morti non meritano di essere pianti, che non meritano preghiere.
Una spiegazione è rintracciabile, forse, nell’idea generale di una popolazione libanese che è più propensa a visitare Parigi piuttosto che Dahyeh, che si preoccupa più della prima città  che non della seconda.
Quindi a molta gente che conosco, devastata dal caos parigino, non importa nulla di quello che è accaduto in una zona a 15 minuti di distanza dal posto in cui vive, a persone che probabilmente ha incrociato mentre percorreva quelle strade familiari.
Possiamo chiedere al mondo di considerare Beirut importante quanto Parigi, o chiedere a Facebook di aggiungere l’opzione “safety check” quotidianamente. Possiamo chiedere alle persone di preoccuparsi anche per noi.
Ma la verità  è che non ci importa di noi stessi, in primis. Diciamo che è una questione di adattamento, ma non è così. Accettiamo che questa sia la “nuova normalità “, ma se questa è la normalità  lasciamo pure che vada al diavolo.
In un mondo che non si preoccupa delle vite degli arabi, sono proprio gli arabi a guidare questa tendenza.

Elie Fares
(da “StateOfMind13″)

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LA CONDANNA DELL’IMAN: “ISLAM? NO, SONO ASSASSINI”

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

IL LEADER DELLA COMUNITA’ DI MONFALCONE, IN CONTATTO CON LA POLIZIA, NON USA MEZZI TERMINI

Dalla comunità  islamica di Monfalcone – in cui i musulmani sono almeno 2.500, circa la metà  degli stranieri residenti, ormai il 20% della popolazione – arriva una condanna piena, senza sfumature, dell’orrore di Parigi.
«E una condanna soltanto non basta», dice Abdelmajid Kinani, originario del Marocco, guida spirituale dei musulmani che si ritrovano nel Centro culturale Darus salaam di via Duca d’Aosta, in pieno centro della città  dei cantieri.
«È venuto il momento – spiega – che la comunità  dia il suo contributo per far sentire che siamo contro atti del genere, per dire con forza che questo non è Islam. Che questi sono assassini, che hanno ucciso persone innocenti a sangue freddo, mentre la religione dell’Islam dice di non uccidere. Sono stati strumentalizzati da persone che vogliono accendere una guerra tra religioni».
Alle spalle di Abdelmajid Kinani, che durante la settimana lavora nell’azienda agricola Bennati di San Canzian d’Isonzo e i cui figli frequentano le scuole di Pieris, sfilano i molti stranieri che nel centro si ritrovano ogni domenica mattina.
La maggior parte è originaria del Bangladesh, una comunità  che conta attorno ai 2mila componenti, tenendo conto dei tanti bambini nati all’ospedale di San Polo.
Ci sono però anche turchi curdi, africani e nordafricani, macedoni. Solo alcune delle 82 nazionalità  presenti in città .
«Mi metto nei panni delle persone, delle famiglie che hanno subito questa crudeltà  – dice Kinani – anche se so che non bastano le parole per consolare».
L’imam si dice comunque convinto che i problemi della Francia non siano quelli dell’Italia e sicuro che «qui non si arriverà  alla situazione della Francia».
«Gli stranieri qui vivono bene per il trattamento che ricevono dagli italiani – ribadisce Kinani -. La gente che è venuta qui poi lo ha fatto per dare un futuro migliore ai propri figli e i problemi sono quelli del lavoro, di mandare avanti la famiglia, pagare l’affitto. Non hanno la forza di pensare ad altro e vogliono mantenere questo rapporto di rispetto reciproco anche se non parliamo tanto tra noi e voi».
Le stragi di Parigi qualche tensione, però, a Monfalcone l’hanno creata tra i più giovani, a scuola.
Qualche parola grossa sarebbe volata all’indirizzo di bambini stranieri di religione musulmana.
«Un adulto può pensare che è un momento di rabbia, può spiegare, può andare oltre – spiega Kinani -. Per un bambino queste invece non sono bambinate, sono cose, interrogativi che porta a casa. La famiglia è importante per spiegare e insegnare come comportarsi, ma alla fine è come nuotare controcorrente se le parole a scuola continuano».
Il centro culturale Darus Salaam vorrebbe quindi entrare in contatto con le istituzioni scolastiche per poter effettuare degli incontri e «spiegare cos’è davvero l’Islam». «Magari con il supporto di un’associazione come Etra con cui stiamo collaborando», aggiunge l’imam. Il centro culturale, infatti, è stato coinvolto nell’iniziativa di studio “Per la seconda generazione”, sostenuta dalla Fondazione Carigo. «Le persone devono giudicarci per ciò che facciamo qua – aggiunge – e non per ciò che fanno gli altri».
«La nostra preoccupazione va ai bambini – confessa -, che vogliamo abbiano un’educazione, possano sognare un futuro “normale”. È quello che vogliono tutti, anche gli italiani».
Il ruolo del Centro culturale è comunque anche quello di “sentinella”, secondo Kinani. «Siamo in costante contatto con le autorità  di polizia, che abbiamo incontrato anche venerdì», racconta.
Una forte condanna arriva anche dall’altro centro culturale islamico di Monfalcone, il Baitus Salat, secondo il cui portavoce, Alì Poesal, «certi fenomeni non ci sono e non ci saranno qui».
«Stiamo lavorando nel nostro Centro proprio su questi temi, perchè non nasca l’estremismo e si possa vivere tutti assieme», afferma Poesal, che ai monfalconesi lancia una preghiera: quella di «non fare di tutta un’erba un fascio».

Laura Blasich
(da “il Piccolo” di Trieste)

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SETTE ORE DI BLITZ A SAINT DENIS: 2 MORTI, 7 ARRESTI, MA MISTERO SULLA SORTE DI ABBAOUD

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

IL BILANCIO DI UNA GIORNATA DRAMMATICA… IL MONITO DI HOLLANDE: “SAREMO IMPLACABILI CONTRO OGNI ATTO XENOFOBO, SERVE COESIONE SOCIALE”

Cinque giorni dopo gli attentati di Parigi, la Francia lancia il suo assalto ai terroristi interni: le teste di cuoio hanno avviato all’alba un’operazione anti-terrorismo in grande scala a Saint-Denis, sobborgo alla periferia settentrionale di Parigi.
Il blitz, avvenuto in due appartamenti in rue du Cornillon, si è concluso dopo circa sette ore.
Questo il bilancio dell’operazione: due terroristi morti, tra cui una giovane donna kamikaze che si è fatta saltare in aria durante il blitz.
Sette gli arresti, le cui identità  non sono ancora state svelate. Il covo sarebbe stato identificato grazie a un cellulare dei kamikaze trovato in un cestino davanti al Bataclan.
Obiettivo dell’operazione, a quanto si apprende, era la mente degli attentati di venerdì e di altri piani terroristici: il belga di origine marocchine Abdelhamid Abaaoud.
La presenza del 28enne all’interno del covo, tuttavia, non è stata confermata.
Come riporta il quotidiano francese Liberation, sulla sorte di Abaaoud non c’è al momento nessuna certezza.
Il procuratore di Parigi Francois Molins ha riferito che alcuni elementi dell’inchiesta “potevano far pensare” che l’uomo si trovasse all’interno dell’immobile, ma al momento non è stata effettuata alcuna identificazione precisa.
“Non possiamo rivelare ancora l’identità  delle persone presenti nell’appartamento, solo dopo gli esami saremo in grado di farlo”, ha dichiarato il procuratore di Parigi al termine del blitz di Saint Denis.
Non è ancora chiaro se Abdelhamid Abaaoud fosse nel covo e se sia tra le vittime o gli arrestati.
Secondo il giornale belga Derniere Heure, Abaaoud sarebbe morto durante il blitz.
Il quotidiano cita ‘informazioni esclusive’ in suo possesso. Oltre alla giovane donna kamikaze, dell’altra vittima si sa solo che è stata colpita da una granata.
Tre o quattro i poliziotti feriti. La polizia ha isolato un’ampia zona del sobborgo parigino ed evacuato molte famiglie. A un certo punto gli agenti hanno fatto irruzione anche in una chiesa vicina, ma si è trattato di un falso allarme.
Alle 4:20, quando c’è stata l’irruzione della polizia – intervenuta con uno schieramento impressionante a 800 metri dallo Stade de France – una donna kamikaze ha azionato la propria cintura esplosiva e si è fatta saltare, secondo la ricostruzione della procura.
Almeno un altro terrorista è stato ucciso. Poi la reazione degli occupanti degli appartamenti, che per il loro numero (almeno 8 ) ha sorpreso le teste di cuoio. I fermati sono sette. Non se ne conoscono i nomi, quello che è certo è che Abaaoud non è fra loro.
Su Twitter le forze dell’ordine hanno chiesto a passanti e cittadini di Saint-Denis di continuare a rispettare le norme di sicurezza.
Molte linee di tram, autobus e metro dirette a Saint Denis sono state bloccate.
Lo scrive il sito di Ratp (Règie autonome des transports parisiens) che aggiorna continuamente il numero delle linee ferme. Anche il traffico su strada è rallentato con posti di blocco e controlli della polizia.
“La Francia sarà  implacabile contro l’odio, nessun atto xenofobo, antisemita e anti-islamico sarà  tollerato”: lo ha assicurato il presidente francese, Francois Hollande, parlando a 2mila sindaci.
“Combattiamo tutti i giorni perchè le differenze non diventino divisioni – ha aggiunto Hollande – i terroristi vogliono instillare il sospetto ma noi non cediamo alla paura, la nostra coesione sociale è la risposta migliore”.”

(da agenzie)

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DIESEL, IL CANE-EROE UCCISO DAI TERRORISTI A SAINT DENIS

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

“GLI HANNO SPARATO, MA E’ TORNATO INDIETRO PER MORIRE VICINO AL PADRONE”

«Era ferito a morte, ma è tornato indietro per morire vicino al suo collega». Sembra la scena di un film, ma è la storia di Diesel, pastore belga di 7 anni.
È l’unica vittima tra le forze di polizia nella retata di questa mattina a Saint Denis.
Gli uomini del Raid (Recherche Assistance Intervention Dissuasion, le “teste di cuoio” francesi) stavano dando la caccia a Abdelhamid Abbaoud, mente degli attentati di Parigi.
Il cane-eroe è stato il primo a entrare nel covo dei jihadisti, tra rue de la Rèpublique e rue de Corbillon, mandato in avanscoperta a caccia di bombe.
Ma gli hanno subito sparato, ferendolo mortalmente. Altre fonti sostengono che sia stato investito dall’esplosione della donna kamikaze che si è fatta saltare in aria.
La notizia è stata diffusa su Twitter dall’account ufficiale della polizia transalpina ed è scattato immediatamente l’omaggio degli utenti.
Gli hashtag #Jesuisunchien, #RIPDiesel e #prayfordog sono balzati in testa alla classifica dei più utilizzati.
E molti hanno chiesto che il cane-poliziotto venga insignito della stessa onorificenza che verrebbe consegnata a un “agente umano”.
In questi giorni di emergenza a Parigi, dopo gli attentati di venerdì scorso, sono numerose le squadre cinofile utilizzate da polizia e forze speciali.
Il loro impiego è cruciale – spiegano gli agenti – in situazioni di pericolo.
Nel marzo scorso una storia simile a quella di Diesel aveva commosso Tunisi. Durante l’attentato al museo del Bardo un cane poliziotto era rimasto ucciso nella sparatoria tra terroristi e forze di polizia.
Il corpo senza vita di Akil, pastore tedesco di un anno e mezzo, era poi stato portato via in barella al termine dell’operazione tra gli applausi delle forze speciali.

(da “La Stampa”)

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ATTENTATO DI BOKO HARAM IN NIGERIA: NOI PIANGIAMO ANCHE QUESTI 32 MORTI

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

I FONDAMENTALISTI LEGATI ALL’ISIS IN DUE ANNI HANNO UCCISO 2.000 CIVILI MUSULMANI, NELL’INDIFFERENZA DELL’OCCIDENTE

Un altro attentato di Boko Haram in Nigeria, nello stesso posto dove, meno di un mese fa, aveva dato l’assalto a una moschea.
Il 17 novembre il gruppo fondamentalista islamico legato all’Isis ha colpito una stazione per camion nella città  di Yola, nel nordest del Paese, causando la morte di almeno 32 persone e il ferimento di altre 80.
Secondo quanto riferito dalla polizia, le vittime sono per la maggior parte venditori o passanti.
Neanche un mese fa i Boko Haram avevano attaccato alcune moschee, tra cui una a Yola, uccidendo 42 persone e ferendone un centinaio.
In sei anni di guerra, i fondamentalisti hanno ucciso almeno duemila persone, in gran parte civili.
Il terrorismo aumenta, ma non in Occidente
Nel 2014 sono aumentati gli atti di terrorismo, ma nella maggior parte si tratta di terre di frontiera: il Medio Oriente, il subcontinente indiano e sopratutto l’Africa.
Lo testimonia il Global Terrorism Index, rapporto annuale curato dall’Università  del Maryland sulla base di dati raccolti da varie organizzazioni in giro per il mondo e ripreso oggi dai media britannici.
Rapporto secondo il quale nel 2014 si è contato un numero record di 32.658 morti nel pianeta, addirittura l’80% in più del 2013.
Chi ha commesso più atti terroristici sono i jihadisti nigeriani di Boko Haram e i boia del cosiddetto Califfato.
Mentre le vittime si sono concentrate al 78% fra Afghanistan e Iraq — simboli di fallimenti sempre più difficili da smentire della strategia militare americana dell’ultimo quindicennio — oltre che Nigeria, Pakistan e Siria.
Altri Paesi indicati come emergenti (o riemergenti) in questa triste classifica sono Somalia, Ucraina, Yemen, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan e Camerun: ciascuno accreditato di un numero di vittime di attentati e attacchi — qualificati come terroristici da alcuni dei gruppi coinvolti nell’indagine talora anche sullo sfondo di guerre civili — pari ad almeno 500 morti all’anno.
Quasi altrettanto scioccanti le cifre sulle devastanti conseguenze economiche provocate dal terrore, con costi stimati nel 2014 a livello planetario a quasi 53 miliardi di dollari, il 61% in più dell’anno precedente.
Confermato in ultimo il legame spesso diretto del fenomeno (che il Global Terrorism Index inquadra fin dal 1989) con l’eredità  di conflitti militari e con le violenze attribuite alle forze governative di alcuni dei Paesi più coinvolti.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A DE KERANGAL: “GLI ASSASSINI NON POSSONO TOLLERARE L’INTEGRAZIONE PACIFICA”

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

LA SCRITTRICE: “QUEL SANGUE SUL MIO QUARTIERE, SIMBOLO DI CONVIVENZA”

La scrittrice Maylis de Kerangal abita a pochi passi dalla rue Alibert et dalla rue de la Fontaine au Roi, le strade dove venerdì sera i terroristi hanno sparato raffiche di Kalashnikov contro bar e ristoranti, seminando morte e terrore. Il suo è il quartiere simbolo della movida notturna della capitale francese, tra la rue Oberkampf e boulevard Voltaire, dove si trova il Bataclan, la sala da concerti che i terroristi islamici hanno scelto per colpire al cuore la voglia di vivere dei giovani parigini. «Abito qui, nell’XI arrondissement, da molti anni. I locali colpiti l’altra sera, Le Carillon, Le Petit Cambodge, La Bonne Bière, la Pizzeria Casa Nostra li conosco bene, ci vado spesso con mio marito e miei figli. Sono posti semplici, dove si sta bene, la gente è simpatica e l’atmosfera è sempre piacevole », racconta l’autrice di Riparare i viventi e Nascita di un ponte (entrambi da Feltrinelli), che in Francia ha appena pubblicato un libro dedicato ai migranti di Lampedusa, A ce stade de la nuit.
«Non credo che sia un caso che i terroristi abbiano colpito proprio questa zona di Parigi piena di vita, di bistrot e ristoranti, frequentati soprattutto dai giovani. Qui ogni sera affluiscono moltissime persone per stare assieme, per divertirsi, per rilassarsi. Chi ha sparato voleva spazzare via questa atmosfera di festa. Voleva colpire il divertimento, la musica, la spensieratezza ».
L’XI è anche un quartiere molto meticcio…
«È vero. È una zona di frontiera, tra i quartieri signorili del centro e quelli più popolari della zona nord della capitale. Due universi che si mischiano abbastanza armoniosamente. In questa zona di Parigi convivono classi, razze, culture e religioni diverse. È la Parigi multietnica dove molti negozi e locali sono tenuti da algerini, turchi, cinesi. C’è anche un mercato pieno di vita, colori e profumi in cui tutti si ritrovano. Se gli uomini della jihad hanno attaccato questi luoghi, è proprio perchè non possono ammettere l’armonia e la voglia di vivere assieme tra comunità  e religioni differenti. Oltre alla vita notturna e alla gioia di vivere dei giovani, i terroristi volevano ferire la coesistenza sociale, etnica, culturale e religiosa. Una coesistenza per loro inconcepibile »
Con i loro attacchi, i terroristi volevano imporre la paura. Ci sono riusciti?
«Per adesso direi di no. Il giorno dopo, più che la paura dominava la tristezza. Quando, dopo una notte insonne, dopo aver sentito gli echi delle raffiche dei kalashnikov e le sirene delle ambulanze e della polizia, siamo usciti per le strade del quartiere, si respirava un’atmosfera da day after. Un’atmosfera pesante e silenziosa. La città  era ferita e sotto shock, ma al contempo si percepiva un forte desiderio di solidarietà  e il bisogno di ritrovarsi in una comunità  unita. Per esempio, quando siamo andati all’ospedale vicino a casa per donare il sangue, c’erano già  moltissimi donatori che erano affluiti spontaneamente. Davanti ai luoghi degli assalti, la visione di morte e desolazione era impressionante. Ma c’era anche molta gente venuta per rendere omaggio alle vittime della strage. Molte persone erano in lacrime di fronte all’ingiustizia di questa morte che ha colpito ciecamente. È assurdo pensare che si possa morire perchè ci si è seduti con un’amica ai tavolini di un caffè o perchè si è andati a un concerto».
Qual è il sentimento dominate nel quartiere?
«Un’immensa tristezza. Dappertutto si percepisce la prostrazione e lo stupore. E nello stesso tempo una sorta di pace e di raccoglimento. Al di là  dello shock e dell’incredulità  per tanta violenza e per i tanti morti, nel quartiere non vedo nè collera nè spirito di vendetta. Vedo invece la volontà  di continuare a vivere, comunque e ad ogni costo. Come noi, molti abitanti del quartiere, il giorno dopo sono usciti in strada proprio per non cedere alla paura. Volevamo riprendere possesso della città  per non lasciarla in mano ai terroristi. Uscire in strada, tornare a sedersi ai tavolini di un bistrot, entrare nei negozi per fare la spesa è un modo semplice per riappropriarci del nostro spazio e sfidare il terrore. È un modo per riaffermare la nostra libertà  di vivere».
Non teme che i massacri perpetrati nel nome dell’islam mettano a rischio la coesistenza tra le comunità  di cui parlava?
«Certo è un rischio, ma per ora mi sembra che ciò non stia accadendo. Oggi per le strade del quartiere non c’era nessuna animosità  nei confronti dei musulmani. Nessuno li accusa di quanto è accaduto. Per ora dominano la compassione e la solidarietà . Nei prossimi giorni però il mondo politico dovrà  essere molto vigile, per difendere l’unione nazionale e la coesione del paese. Deve impedire che la comunità  nazionale si spacchi e che i musulmani siano messi all’indice, diventando il capro espiatorio della violenza terrorista. Insomma, la politica deve dimostrarsi forte e all’altezza della situazione, per riuscire a difendere la nostra idea di repubblica, i suoi valori e le sue libertà . Di fronte al terrorismo non bisogna cedere di un millimetro».

Fabio Gambaro
(da “La Repubblica”)

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“IO, MUSULMANO DI 26 ANNI, OGGI HO PAURA”: LA TESTIMONIANZA DI BRAHIM MAARAD, CHE VIVE IN ITALIA E FA IL GIORNALISTA

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

“POTEVO ESSERE AL BATACLAN, MA NON DALLA PARTE DEGLI ATTENTATORI E SAREI MORTO”

Poteva esserci il mio viso in quelle foto segnaletiche. I tratti somatici di Salah Abdeslam, ricercato per gli attentati a Parigi, sono simili ai miei. Abbiamo entrambi 26 anni.
Con l’ideatore della strage invece condivido le origini. I genitori che hanno messo al mondo Abdel Hamid Abaaoud sono marocchini. Come lo sono i miei. E come lo sono io. Mi chiamo Brahim Maarad, sono musulmano e faccio parte della “generazione Bataclan”.
Venerdì sera in quel teatro ci sarei potuto essere anche io.
Così come sarei potuto essere davanti allo stadio oppure di fronte al ristorante Le Petite Cambodge.
Non avrei però avuto un kalashnikov in mano e, tanto meno, una cintura esplosiva attorno alla vita. Io sarei stato una delle troppe vittime.
Perchè al Bataclan avrei accompagnato qualche amico per passare una serata insieme. Allo stadio ci sarei andato per seguire la partita. Avrei tifato per la Francia.
Perchè tra i bleu i musulmani sono tanti. E perchè da mezzo italiano che sono reggo poco i tedeschi. Al ristorante ci sarei andato perchè mi fido delle recensioni online.
Quel venerdì sera sarei morto anche io. Perchè mi sarei trovato dall’altra parte rispetto agli attentatori.
Nelle anagrafiche siamo simili, nella realtà  non possiamo essere più diversi. Siamo opposti.
Loro sono i terroristi e io sono quello terrorizzato. La nostra somiglianza, le nostre origini comuni, non mi salvano dalla loro condanna.
A loro queste mie parole sono sufficienti per giustificare la mia esecuzione. Per loro non sono più musulmano. Sono il nemico. Uno dei tanti.
Io invece musulmano lo sono eccome. Sicuramente più di loro.
Assolvo i miei obblighi da quando ho cominciato a comprenderli. Frequento abitualmente la moschea da quando avevo dieci anni.
Nel 2013, quando quei ragazzi lasciavano le banlieue parigine per andare a combattere in Siria, io facevo il mio primo pellegrinaggio alla Mecca, in Arabia Saudita. In grande anticipo rispetto all’età  media. Anche il mio era Jihad. Perchè nell’islam Jihad è ogni sforzo sostenuto per Allah.
Anzi, il mio vale di più perchè il profeta Maometto ha detto che “il jihad più meritevole è un pellegrinaggio compiuto piamente”.
Leggiamo lo stesso Corano ma lo interpretiamo in modo differente.
Loro giustificano l’uccisione di persone innocenti facendo riferimenti a versetti che parlano della guerra per difesa.
Io invece mi soffermo sui versetti che evidenziano la sacralità  della vita: “Chi salva una vita è come se avesse salvato l’umanità  intera”.
Obbligano le persone all’islam eppure il Corano è chiaro: “Non c’è costrizione nella religione”.
Per loro l’Occidente è il nemico, per me è casa.
Chi abita vicino a me lo considero un amico, quando va male un conoscente. Loro lo considerano un miscredente.
Chi massacra i civili per loro è un eroe, per me è un criminale.
Chi si fa saltare in aria per me non è un martire, è un suicida.
Se uccide anche altre persone è un assassino che si è tolto la vita.
Il grande interrogativo che mi pongo è: perchè siamo così diversi? Perchè dalla stessa culla sono usciti vittima e assassino.
Perchè loro quando prendevano in mano per la prima volta un fucile, io prendevo una penna per scrivere i primi articoli di giornale?
Perchè loro sono terroristi e io sono giornalista?
Perchè loro sono così feroci da trucidare centinaia di persone e io quando prendo una multa per divieto di sosta non dormo la notte? Che merito ho io? Che colpe hanno loro?
In questi anni qualcosa non ha funzionato nell’integrazione. Eppure chi è nato e cresciuto in Francia dovrebbe aver avuto un percorso meno tortuoso del mio.
A Parigi l’Islam non è nuovo. Lo è l’estremismo.
Io invece in Italia ci sono arrivato quando avevo già  dieci anni. Sedici anni fa i miei nuovi compagni di scuola non avevano nemmeno idea di cosa fosse l’islam.
Quando ho iniziato il mio primo Ramadan, il mese di digiuno, ero in prima media e i trenta giorni non sono stati sufficienti a chi mi conosceva per comprendere cosa stessi facendo. Oggi il Ramadan viene annunciato in televisione.
Integrarsi dovrebbe essere più facile, ma non è per niente scontato. Non lo è mai stato. Non basta nascere in un Paese per sentirsi parte di esso.
Lo stiamo scoprendo in ritardo, pagando un carissimo prezzo.
La mia preoccupazione ora è riuscire a capire quanti Abdel Hamid Abaaoud fanno parte della generazione Bataclan.
Perchè il cittadino per strada non sa, e non può, riconoscere la differenza tra me e Abdel Hamid.

Brahim Maarad

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MASSIMO FINI: “PIÙ LI BOMBARDIAMO PIÙ CI COLPISCONO”

Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile

LE RESPONSABILITA’ DEI PAESI OCCIDENTALI

Più continueremo a bombardare l’Isis, con caccia irraggiungibili e droni senza pilota, più l’Isis porterà  la guerra in Europa con i mezzi che, da noi, gli sono possibili: gli attentati terroristi e kamikaze.
A me pare talmente evidente che l’ho scritto più volte su questo giornale. Non c’è bisogno di uno stratega militare.
In uno dei comunicati dopo gli attentati di Parigi l’Isis ha affermato: “La Francia manda i suoi aerei in Siria, bombarda uccidendo i nostri bambini, oggi beve dalla stessa coppa”.
È una logica tremenda, ma è una logica. Che riguarda entrambe le parti.
Perchè noi vediamo, rabbrividendo, i nostri morti, ma non vediamo i loro. Sono almeno quindici anni che siamo in guerra contro i Paesi musulmani, ma non ce ne siamo accorti perchè, in Europa, la guerra ci ha toccati in anni ormai lontani e dimenticati (attentati ai treni a Madrid nel 2004 e alla metropolitana a Londra nel 2005) o, più recentemente, per episodi circoscritti e limitati (Charlie Hebdo e supermercato ebraico).
Così abbiamo continuato a vivere la nostra vita come se quelle guerre non ci riguardassero.
Gli attentati di venerdì a Parigi sembrano meno mirati di quelli di un anno fa al settimanale francese, invece, in un certo senso, lo sono di più.
Colpendo una discoteca, ristorantini alla moda, lo stadio di calcio, cioè i luoghi dei nostri divertimenti, è come se i jihadisti ci dicessero: adesso avete finito di divertirvi mentre noi, a causa vostra, moriamo.
E noi dobbiamo accettare lo scandalo, da cui la superiorità  tecnologica ci aveva tenuti lontani, che la guerra, la vera guerra, organizzata, sistematica e non episodica, può entrare nei nostri territori. Ma non ci siamo preparati.
Decenni di cosiddetto benessere ci hanno infiacchiti, indeboliti, rammolliti, svirilizzati. Le reazioni agli attentati di Parigi sono state isteriche o grottesche. Quando si grida, come ha fatto ripetutamente Hollande, che non si ha paura vuol dire solo che si ha paura. E infatti sono bastati tre petardi per mandare i parigini nelpanico.
Si combatte il nemico illuminando i monumenti con i colori della Francia o spegnendo le luci della Tour Eiffel o della fontana di Trevi o cantando, come ha fatto Madonna, sciogliendosi in lacrime, Like a Prayer.
Ma questa non è più un’epoca di Beatles, di Rolling Stones e Gianni Morandi. Cerchiamo di salvarci l’anima portando dei fiori sui luoghi degli attentati, commuovendoci della nostra commozione.
Cerchiamo almeno di essere più seri e composti.
La forza dell’Isis sta nella nostra debolezza.
Di là  uomini con valori fortissimi, sbagliati che siano, disposti ad andare a morire con la disinvoltura con cui si accende una sigaretta, di qua una società  svuotata di ogni valore, a cominciare dal coraggio.
L’errore capitale degli occidentali, in particolare degli americani e dei francesi, sempre ammalati di una ridicola grandeur, è stato quello di andare a mettere il dito, o per essere più precisi i bombardieri e i droni, in una guerra civile, quella fra sunniti e sciiti, iracheni e siriani, che peraltro noi stessi avevamo provocato abbattendo Saddam Hussein, di cui eravamo stati surrettiziamente alleati in funzione anticurda e antiiraniana.
E oggi a combattere sul campo non ci andiamo noi ma ci affidiamo proprio ai curdi, del cui massacro siamo stati complici, e ai pasdaran dell’Iran uscito improvvisamente da quell’“Asse del Male” in cui era stato ficcato, non si è mai capito bene perchè, per trent’anni.
Se i francesi vogliono recuperare un minimo di decenza, invece di continuare a bombardare più o meno alla cieca, mandino i loro soldati sul terreno.
Anche se temo che sarebbe una nuova Dien Bien Phu.
Detto questo io penso che in realtà  non ci sia solo la religione nella guerra che l’Isis combatte in Medio Oriente.
È anche il tentativo di ridefinire confini disegnati soprattutto da gli inglesi fra il 1920 e il 1930.
Tentativo più che legittimo in cui, appunto, noi occidentali non avremmo dovuto entrare.
Ma c’è anche una lettura più inquietante che si può dare di ciò che sta accadendo in Medio Oriente, nell’Africa subsahariana e in Occidente.
Potrebbe essere il tentativo dei poveri dei Paesi poveri del Terzo mondo di muover guerra, con le armi e con le migrazioni, ai Paesi ricchissimi ma squartati all’interno da disuguaglianze spaventose.
Se questa ipotesi fosse vera ai poveri del Terzo mondo potrebbero aggiungersi, prima o poi, marxianamente, quelli del Primo mondo.
E questo immenso mare di miseria finirebbe per sommergere e decretare la fine di quello.

Massimo Fini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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