Destra di Popolo.net

MOSCA CONFERMA ATTENTATO AD AIRBUS RUSSO: “ORDIGNO ARTIGIANALE, POTENZA DI 1,5 KG DI TRITOLO”

Novembre 17th, 2015 Riccardo Fucile

PUTIN FA ECO A HOLLANDE: “CI VENDICHEREMO”

È stata l’esplosione di un ordigno artigianale a bordo dell’aereo a causare la tragedia dell’Airbus russo nel Sinai.
Lo sostiene il capo dei servizi segreti russi, Aleksandr Bortnikov, precisando che sono state trovate tracce di esplosivo di produzione straniera sui frammenti dell’aereo e che la bomba aveva una potenza fino a 1,5 kg di tritolo.
La Russia troverà  i terroristi che hanno abbattuto il velivolo A321 nel Sinai. Lo ha detto il presidente russo Vladà­mir Putin.
“Li perseguiremo ovunque essi siano e li troveremo in ogni angolo del mondo”, ha promesso il leader russo, aggiungendo che l’abbattimento del velivolo russo sul Sinai è uno dei crimini più sanguinosi mai compiuti.
Le parole di Putin ricordano una delle più famose citazioni dello stesso presidente russo, quando, molti anni fa, in merito ai terroristi ceceni disse: “li staneremo ad uno ad uno e li affogheremo nei cessi”.
Il 31 ottobre scorso, un Airbus a321 in volo da Sharm El Sheikh a San Pietroburgo si è schiantato nel Sinai, dopo circa 20 minuti di volo.
Il volo Metrojet era da poco partito quando è precipitato, sabato scorso, con 224 persone a bordo. La maggior parte delle vittime era russa. A bordo erano 217 passeggeri e sette membri dell’equipaggio. Sono tutti morti.
In seguito alla cooperazione tra servizi britannici e russi, gli 007 di sua maestà  hanno trasmesso a Mosca le conclusioni delle indagini sullo schianto dell’Airbus A321 sul Sinai, secondo cui appare chiaro che sia stato un attentato ad abbattere il volo con a bordo 224 persone.

(da “Huffingtonpost”)

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“NON AVRETE IL MIO ODIO”

Novembre 17th, 2015 Riccardo Fucile

LE PAROLE DI ANTOINE RIVOLTE ALLE “ANIME MORTE”

Se ciò che chiamiamo Occidente ha un senso, questo senso palpita nelle parole con cui il signor Antoine Leiris si è rivolto su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie.
«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte.
Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà  stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi.
Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete.
Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà  per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà  di corta durata.
So che lei accompagnerà  i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai.
Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà  merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garà§on vi farà  l’affronto di essere libero e felice.
Perchè no, voi non avrete il mio odio”

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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HOLLANDE ANNUNCIA LA GUERRA MA NON TROVA VOLONTARI

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

NIENTE TRUPPE SUL TERRENO, SOLO MAGGIORE PRESSIONE SUI TERRORISTI…SI CERCA UNA SOLUZIONE POLITICA

Ci siamo, dunque? Francois Hollande ha annunciato che la Francia è in guerra, che chiederà  una coalizione internazionale contro l’Isis, al fine di “distruggere il Terrorismo”.
Abbiamo dunque la risposta a quello che ci aspettavamo fin dalle prime ore dopo l’attentato a Parigi, una inevitabile discesa in campo coordinata degli eserciti di tutte le nazioni in Siria e in Iraq contro il terrorismo di Daesh?
Non esattamente. Anzi: il forte, alto ricorso di resistenza pronunciato dal Presidente Francese, soprattutto se letto insieme a quello fatto quasi contemporaneamente da Obama, svela, al contrario, che qualunque cosa sarà  fatta nei prossimi mesi in Medioriente non sarà  la preparazione di nuovi interventi militari di vaste proporzioni. Ci saranno molti interventi, la pressione salirà  per il Califfato, ma nell’insieme il percorso che l’Occidente sembra scegliere è ancora quella di un combinato disposto di pressione militare e diplomazia.
Val la pena di andare in ordine e di ricominciare dal discorso di Versailles.
Hollande ha elevato a un livello senza precedenti l’asticella dell’intervento dentro e fuori del suo paese.
Parla in un’atmosfera di grande solennità , il Parlamento lo accoglie in piedi e alla fine sigla il suo discorso cantando in piedi la Marsigliese.
Annuncia l’aumento delle forze di sicurezza interne, annunci misure drastiche quali la cancellazione della nazionalita francese a chi ne ha due e si macchia di reati di terrorismo.
Annuncia infine il cambiamento della stessa Costituzione per poter allungare poteri d’emergenza eccezionali per il Governo.
Il discorso sulle azioni all’estero è altrettanto forte: si rivolge a tutti, non solo all’Occidente, ma anche “all’Iran, alla Turchia, ai Paesi del Golfo”.
Chiede un riunione del Consiglio Nazionale dell’Onu, “per parlare con Putin e Obama”, annuncia l’invio della portaerei de Gaulle verso lo sbocco sul mare della Syria, annunci che intensificherà  la pressione aerea , e chiede appunto “una grande e unica coalizione ” contro l’Isis.
Ma al di sotto di questa grande e intesa affermazione di principi, il discorso del Presidente Francese si rivela molto ma molto fragile.
Non c’è richiesta di far scattare la clausola di difesa Nato ( le condizioni sono oggi dibattibili); chiede piuttosto poi la richiesta molto più generica agli altri Paesi dell’Unione europea di attivare l’articolo 42 del Trattato che prevede l’aiuto degli Stati membri al partner aggredito.
Del discorso rimane l’incontro con Putin e Obama, che certo lo vedranno, vista la sua obbligata assenza al G20, e la richiesta di una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, come è per altro semplice, visto che la Francia ne è membro.
Quasi nella stessa ora, parla Obama che conclude i lavori del G20 con un impegno generico contro il terrorismo.
Generico quanto il documento finale del summit. Un incontro dominato in verità  da segnali molto lontani , a parte cadute retoriche occasionali, da ogni progetto di intervento militare coordinato in Siria.
È stata infatti la trattativa sulla sorte di Assad a tenere occupate le camere chiuse delle varie diplomazie. Sabato, sotto la pressione del sangue di Parigi a Vienna 17 paesi guidati da John Kerry e dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, hanno raggiunto una prima bozza di accordo sulla Siria.
Con l’idea di convocare le forze di opposizione siriane il 1 gennaio, cercando nel frattempo una soluzione per il futuro di Assad, diventato ormai uomo simbolo della soluzione o meno della crisi di Damasco.
Un destino che, secondo un annuncio non formale della Turchia, prevede che il Presidente Siriano nel caso di elezioni non si ripresenterà . Un annuncio arrivato anche questo quasi contemporaneamente al discorso di Hollande.
Un dettaglio interessante di questa prima bozza di accordo è che è stata creata un lista di organizzazioni terroriste dove è stato messo l’Isis ma anche al Nusra, che è un fronte terrorista di ispirazione Qaedista, e in competizine con l’Is. La lista altro dettaglio interessante, sarà  gestita dalla Giordania e potrà  allungarsi includendo altre organizzazioni del terrore.
Del resto, una coalizione di tutti per l’intervento in Siria non esiste politicamente. Ironicamente, alla base dell’incubo siriano c’è lo scontro fra Arabia Saudita e Iran, due paesi che nessuna nazione occidentale, più Russia, vuole o può alienarsi.
L’Italia, se si deve leggere il discorso fatto alla camera dal nostro ministro degli esteri Paolo Gentiloni, pensa di star facendo già  molto e non pare disposto a fare molto di più. Renzi stesso ha più volte ripetuto in questi giorni di non volere “reazioni emotive”.
La Germania, che ha in casa migliaia di immigrati dal Medioriente e ne attende un milione nei prossimi anni sta molto quieta. Allo stadio con Hollande la sera delle bombe c’era il ministro degli esteri Tedesco Frank-Walter Steinmeier, che non ha poi pronunciato parola.
L’Inghilterra è a sua volta impegnata su molti fronti esteri e se farà  qualcosa intende mantenere una sua agenda anche militare.
Cosa resta dunque, alla fine di questa disamina, del discorso di Guerra di Hollande? Rimane certo l’elevarsi del livello di intervento occidentale in Siria.
La Francia otterrà  sicuramente l’appoggio che chiede – del resto gli Usa stanno già  collaborando e forse altri paesi Europei potranno dare una mano.
Ma sarà  probabilmente sulla linea di un maggior coordinamento di intelligence e di impiego di strumenti.
Un intervento funzionale a tenere sotto pressione le forze dei terroristi (e quelle di Assad) mentre si lavora a una soluzione politica.
Niente truppe sul terreno dunque, e ancora meno coalizione generali.
Una decisione non sbagliata. Sempre che questa soluzione politica si trovi in tempi brevi.
Il rischio di un protrarsi del caos siriano, dopo queste tante parole e promesse, e sangue, sarebbe il segnale di un ulteriore rafforzamento di Daesh e di tutto l’universo terroristico che nasce respira e si nutre di guerra in Medioriente.

Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A GILLES KEMPEL: “L’ISIS VUOLE UN’EUROPA XENOFOBA”

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

IL DOCENTE E’ UNO DEI MASSIMI ESPERTI DEL RADICALISMO ISLAMICO: “PIU’ PRENDE CAMPO LA DESTRA XENOFOBA, PIU’ LORO TRAGGONO PROFITTO DALLA ESTREMIZZAZIONE DEL CONFLITTO”

«Isis vuole lo scontro frontale per la conquista dell’Europa. Non mi stupisce che possa aver lasciato un finto passaporto di immigrato siriano sui luoghi dei massacri di Parigi. Sa bene che ciò scatenerà  i gruppi xenofobi della destra europea contro i migranti e contro il mondo islamico tout court. Per reazione, diversi settori tra i moderati musulmani saranno quindi spinti nelle braccia dei gruppi radicali, avvicinando la battaglia finale. È la stessa logica del tanto peggio tanto meglio che ha visto Bashar al Assad favorire Isis contro i gruppi moderati delle proteste nel 2011, o tra le due Guerre mondiali i comunisti guardare di buon occhio a nazisti e fascisti in quanto utili per far esplodere le contraddizioni del capitalismo e avvicinare lo scoppio della rivoluzione».
Con il consueto fare lucido e disincantato il professor Gilles Kepel analizza gli attentati nella capitale francese.
La sua lunga esperienza di massimo studioso del radicalismo islamico sin dai primi anni Ottanta, sia in Medio Oriente che in Europa, lo spinge ora a guardare con attenzione al retaggio delle vicende coloniali algerine e all’estremismo di ritorno tra i figli degli immigrati in Francia.
Un fenomeno che lui e i suoi studenti alla facoltà  di Scienze Politiche definiscono «rètro-coloniale» e su cui sta scrivendo un libro.
Professore, la polizia francese ha identificato tra i terroristi il 29enne Omar Ismail Mostefai. Cosa le suggerisce?
«Mostefai è nato in Francia, figlio di immigrati algerini, noto per un passato costellato di piccoli crimini, da un paio d’anni era in contatto con i circoli radicali islamici. Le notizie su di lui sono già  sui media. Ma è interessante notare che egli è il tipico rappresentante di questi franco-algerini di seconda, terza o quarta generazione, spesso disoccupati, poco scolarizzati, abituati a vivere di espedienti ai margini. Come lui sono stati tanti altri coinvolti in violenze, aggressioni e terrorismo negli ultimi tempi: quello che ha provato l’attentato al treno, quell’altro ad attaccare il padrone dell’azienda dove lavora, un terzo che aggredisce nei luoghi ebraici per farsi notare dai capi di Isis in Siria. Gli stessi aggressori di Charlie Hebdo in gennaio avevano nelle loro vicende personali rapporti più o meno diretti con la comunità  e la storia algerine».
Erano prevedibili questi attentati?
«Erano stati previsti. La polizia, gli esperti, le autorità  competenti li ritenevano inevitabili. Ma si pensava sarebbero stati sferrati al momento del summit Onu pianificato a Parigi a fine mese».
Similitudini e differenze con il terrorismo di gennaio?
«I luoghi sono simili, nella zona tra il decimo e undicesimo arrondissement, abitata da classe media, puntellata di uffici, ristoranti, caffè, con una cospicua presenza di popolazione di origine araba. Non si dimentichi che il Bataclan si trova a 500 metri dalla sede di Charlie Hebdo . E questo ci dice almeno una cosa: Isis non teme di tornare a colpire due volte negli stessi paraggi. I terroristi sanno che possono muoversi impuniti. La grande differenza è però che in gennaio i terroristi hanno colpito «nemici riconosciuti». Ai loro occhi c’era un motivo ben chiaro per sparare ai giornalisti del periodico che aveva offeso l’Islam e contro gli ebrei. E infatti sui social media di area islamica in Francia e all’estero hanno raccolto plausi e consensi massicci. Tutto diverso è però sparare alla cieca contro civili anonimi nei luoghi pubblici. È la prima volta che non si colpisce un obbiettivo preciso in Francia. Sono certo che alla fine i musulmani tra le vittime rispecchieranno le percentuali che ci sono nella popolazione, tra il 5 e 10 per cento».
Cosa significa?
«Probabilmente gli stessi responsabili di Isis si sono subito accorti di aver commesso un errore. Con i miei studenti che seguono i social media islamici abbiamo visto che le reazioni all’attacco sono state poche, per lo più fredde o negative. Nulla a che vedere con le masse di gennaio che plaudivano alla morte dei vignettisti «blasfemi», o che scendevano in piazza per dire che loro non erano Charlie Hebdo. Si spiega adesso così il comunicato di Isis, che racconta di avere colpito i «luoghi della depravazione dei crociati». A ben leggere, sembra quasi un tentativo un poco goffo di giustificarsi a posteriori».
E delle capacità  militari dei terroristi?
«Sono un gruppo misto. Chiaramente le cinture bomba erano fatte in modo amatoriale. Credo che loro volessero causare molte più vittime, ma in un paio di casi hanno ucciso solo se stessi. Quelli che hanno sparato invece lo hanno fatto con la calma e la precisione di gente addestrata. I testimoni dicono che sembrava fossero in un videogioco».
Le conseguenze politiche ?
«In Europa portano acqua al mulino del campo anti-migranti. In Francia il Fronte nazionale è già  in netta crescita e otterrà  ottimi risultati alle elezioni regionali di dicembre e in vista delle presidenziali del 2017. Ma è esattamente ciò che Isis vuole. Più gli europei diventeranno xenofobi e più i musulmani simpatizzeranno per il Califfato. Isis vuole rompere qualsiasi fronte di solidarietà  tra i musulmani ed il resto della popolazione. L’obbiettivo è la guerra totale, non il dialogo».

Lorenzo Cremonesi

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IL MANUALE CLANDESTINO DELL’ISIS: PERCHE’ GLI ESTREMISTI COLPISCONO L’OCCIDENTE

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

IL LIBRO DELLO STRATEGA ISLAMISTA ABU BAKR AL-NAJI DETTA LE REGOLE PER DESTABILIZZARE L’ECONOMIA DEGLI STATI ATTRAVERSO IL TERRORE

Più di dieci anni fa, uno stratega islamista di nome Abu Bakr al-Naji scrisse un testo destinato a esercitare un’influenza straordinaria all’interno del movimento islamista.
È un documento che consente di spiegare non solo la strategia perseguita negli ultimi cinque anni dallo Stato islamico e dai gruppi che lo hanno preceduto, ma anche la nuova predilezione di Daesh (l’acronimo arabo dell’organizzazione) per una campagna di attentati sanguinari in Europa.
Il saggio di Abu Bakr al-Naji è quasi sconosciuto al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori.
L’Europa non è sempre stata un bersaglio dei militanti islamici. La prima ondata di violenze dell’estremismo islamista, negli Anni ’80, lasciò quasi indenne l’Occidente. Solo negli Anni ’90 i problemi del mondo islamico cominciarono a riversarsi sull’Europa. La Francia fu uno dei Paesi più pesantemente colpiti, perchè la sua ex colonia, l’Algeria, precipitò in una guerra civile terrificante. L’apice arrivò nel 1994-1995, ma il numero di vittime, grazie al cielo, rimase contenuto.
Alla fine del decennio, al-Qaeda lanciò il suo nuovo brand di jihad globale, prendendo di mira il “nemico lontano”, gli Stati Uniti e l’Occidente, invece del «nemico vicino », i regimi locali del Medio Oriente.
Il gruppo lanciò una serie di attacchi che culminarono negli attentati dell’11 settembre, che uccisero 3.000 persone. Seguirono gli attentati di Madrid e di Londra.
Lo Stato islamico, invece, è arrivato agli attacchi contro l’Occidente per una strada diversa.
Al Qaeda, almeno in quella fase, non cercava di conquistare e conservare un territorio, ma perseguiva una strategia di istigazione, formulata da un uomo, Osama bin Laden, che aveva sempre nutrito interesse per i media e la propaganda.
Daesh non è altrettanto sofisticato nella sua strategia: il suo primo obbiettivo è conquistare territori e risorse fisiche, e i suoi attentati in Europa sono un’estensione del desiderio di rimanere fedele al proprio motto: persisti e allargati.
È qui che entra in gioco l’analisi strategica di Abu Bakr al-Nadji.
La sua opera è stata soprannominata “Il management della ferocia” ed è un manuale per la fondazione di uno Stato islamico, e in prospettiva di un nuovo califfato.
È stato pubblicato su Internet nel 2004 e continua a costituire un punto di riferimento per gli estremisti. Pare che sia una lettura raccomandata per i comandanti dell’Is.
Il testo descrive tre fasi di una campagna.
La prima è la nikaya, in cui forze irregolari conducono una guerra non convenzionale che include tattiche terroristiche per distruggere il controllo delle autorità  locali su una certa area.
La seconda è il tawahhush, la creazione di una guerra civile per destabilizzare la zona presa di mira.
Infine c’è il tamkin, quando i guerriglieri prendono il controllo della zona e, offrendo a popolazioni disperate una forma approssimativa di sicurezza, riescono a imporre la propria autorità  e consolidare una base più durevole.
Lo Stato islamico ha applicato questa strategia con spietata efficienza in Iraq, in Siria e in altri posti.
Crea il caos attraverso la violenza e sfrutta ogni spaccatura, ogni tensione sociale in una certa comunità .
Fa leva meticolosamente sulle rivalità  settarie, etniche, economiche, tribali e di altro genere, per avere l’opportunità  di prendere le parti di una fazione contro un’altra.
Una volta che la polarizzazione è avvenuta, tutto quello che resta da fare è assicurarsi che la parte con cui si è schierato prevalga.
Ci sono molte ragioni che possono spiegare perchè Daesh abbia optato per una strategia più globale, e in particolare perchè abbia deciso di colpire l’Europa. C’è la lunga storia di presunta «ostilità » dell’Europa verso l’islam, che nell’immaginazione di Daesh va dalle Crociate alla spartizione coloniale del Medio Oriente, e più in generale del mondo islamico.
C’è la tradizione europea di laicismo, libero pensiero, e «libertà  di pensiero e immoralità  decadenti e corrotte».
L’intervento della Francia accanto alla Gran Bretagna, gli Stati Uniti e alcune potenze arabe nella campagna di bombardamenti in Iraq e in Siria è un’altra ragione.
È quella indicata nella dichiarazione diffusa sabato dall’Is.
La difficoltà  pratica di colpire gli Stati Uniti o gli interessi degli Stati Uniti è evidente:
Al Qaeda ci ha provato per un decennio o più senza riuscirci; l’Europa è un obbiettivo meno pregiato, ma più accessibile.
Senza contare che Daesh, in Europa, può contare su una via d’accesso che negli Stati Uniti non ha: le centinaia di veterani che rientrano in patria.
Dei 1.500 cittadini francesi che si ritiene siano andati a combattere in Siria e in Iraq, 140 sarebbero morti e circa 250 avrebbero fatto ritorno.
Nell’ultimo anno, la polizia e i servizi di sicurezza d’Oltralpe hanno sventato almeno sei piani di attentati che coinvolgevano veterani della guerra siriana.
Uno di questi attentati sventati prevedeva di colpire una sala concerti di Tolone, sulla Costa Azzurra.
In Italia la minaccia è minore, ma comunque presente.
Il numero di italiani che sono andati in Siria o in Iraq a combattere è una frazione rispetto a francesi, inglesi o tedeschi. Eppure una minaccia rimane. Lo Stato islamico parla di conquistare (o quantomeno attaccare) Roma. Se Parigi probabilmente è l’obbiettivo primario, la possibilità  che ci siano attentati in altre parti d’Europa non è da escludere.
Perchè quello che l’Is sta cercando di fare è applicare la strategia delineata nel “Management della ferocia” al continente europeo.
Il testo dice ai militanti di estendere i loro attacchi per prosciugare le risorse del nemico, o prendere di mira «direttamente l’economia », perchè questo porterà  «debolezza economica», determinerà  una carenza di quei «piaceri mondani di cui queste società  sono assetate», scatenando a sua volta «una competizione per queste cose» e «disparità  sociali che innescheranno contrapposizioni politiche e disunità  in tutti gli strati della società ».
Tutto questo contribuirà  a creare l’elemento essenziale della frammentazione.
«Quando si applica la ferocia, comincia a emergere una polarizzazione spontanea fra le persone che vivono nella regione in preda al caos», dice; e questo, unitamente al collasso dell’economia, mette Daesh nelle condizioni di espandersi nell’area presa di mira.
È questa la visione alla base della campagna scatenata contro l’Europa.
Sta a tutti gli europei, ora, dimostrare che Daesh si sbaglia e che non ci sarà  nessun collasso dell’economia, nessuna polarizzazione e nessuna guerra fra settori della società .

Jason Burke
(da “il Corriere della Sera”)

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IL TASSISTA MUSULMANO IN LACRIME E LO STUDENTE AMERICANO CHE LO CONFORTA

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

“ALLAH E’ IL MIO DIO, NON POSSO CREDERCI”…LO STUDENTE: “BASTA GENERALIZZARE”

“Sono stati i 25 minuti più tristi della mia vita. Un tassista musulmano ha detto che ero il suo primo cliente della serata dopo l’attacco a Parigi. Le persone erano spaventate”.
Alex Malloy, un ventitreenne statunitense, ha raccontato in un post su Twitter il suo emozionante viaggio in taxi nella sera di venerdì 13, trascorso a consolare un tassista musulmano in lacrime, perchè la gente aveva paura di lui.
“Allah è il mio Dio, non posso crederci! Le persone pensano che io c’entri qualcosa, ma non è vero. Nessuno vuole entrare nel mio taxi perchè si sentono minacciati. Non potrò più fare il mio lavoro”, ha detto il tassista ad Alex, che si è ritrovato a piangere con lui, cercando di fargli capire che non poteva assumersi la responsabilità  degli attentati.
“Per 25 minuti ho detto a quell’estraneo, quell’essere umano simile a me e te, che non era sua la colpa per quanto accaduto e quanto dispiaciuto fossi che le persone potessero guardarlo con paura o con rabbia”.
Alex ha concluso il suo post rivolgendo una preghiera a chi guarda con diffidenza i musulmani: “Molte altre persone si sentono come lui. Vi prego mostrate la vostra solidarietà  a questa gente. Smettete di generalizzare attribuendo a un’intera società  gli atti di violenza degli estremisti”.
Perchè, dice Alex, “questi non sono i vostri estremisti. Questi non sono i vostri nemici. Questi sono i vostri amici, vicini e alleati. Vi prego smettetela di dire che i musulmani sono i colpevoli”.

(da “Huffingtonpost”)

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IO, EBREO, E L’INNO CANTATO CON GLI AMICI ISLAMICI

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

UNITI CONTRO IL TERRORISMO

Quando ho visto quello che sta passando in tv in queste ore, ho deciso che non potevo restare inattivo.
Così ho deciso di dire agli imam miei amici: dobbiamo reagire. Quella che sta girando non è vera informazione.
Spinge la maggior parte della gente a pensare: forse i musulmani non sono cattivi, ma la maggioranza degli imam è guidata da paesi stranieri — Arabia Saudita, Algeria, Qatar — e spinge i giovani verso la violenza.
E siccome è molto difficile chiamare ogni tv o giornale per andare a spiegare, bisognava organizzare un evento, avere i media tutti nello stesso posto. Dovevamo reagire.
E il posto migliore era al teatro Bataclan, dove i francesi andavano a portare i fiori.
Tutte le tv del mondo erano lì.
Abbiamo fatto un comunicato, con quindici imam che rappresentano la religione islamica in Francia, assieme a me, un ebreo polacco, per onorare i morti del teatro.
E siamo andati a rendere il nostro omaggio.
Il ragionamento era giusto: c’erano tutti i media. Ma c’era qualcosa che non ci aspettavamo: anche la gente semplice era lì e ognuno ha reagito all’interno della sua cultura politica.
C’era una donna dell’estrema destra, che si è messa a gridare contro gli imam: voi siete una minoranza, la maggioranza degli islamici fa propaganda alla violenza.
Non l’avevo previsto, non pensavo di dover andare a una discussione, ma ho dovuto rispondere. La mia iniziativa doveva essere un gesto simbolico, non un confronto. Ma ho risposto: bisogna rispettare la memoria dei morti.
Qui ci sono 15 imam francesi, molti di loro sono nati in questo Paese e sono venuti per onorare gli stessi morti. Lei è violenta, loro no. Li guardi, sono venuti a portare fiori
Molta gente ha applaudito
Poi, tutti avevano la loro storia da raccontare. Dicevano: il mio migliore amico era qui, oppure: conoscevo l’americano ucciso
Mi sentivo uno psicanalista: tutti avevano qualcosa da dire, si lamentavano di non essere abbastanza informati e avevano paura.
Perchè la maggioranza degli assassini sono ancora in strada, preparano altre uccisioni domani o fra una settimana e nessuno sa dove. Quando la gente ha paura, è difficile parlare logicamente e la razionalità  non esiste più. Siamo preda dei sentimenti.
Ora sentiremo in tv gli specialisti del Medio Oriente spiegare che la violenza è questo e quest’altro, tutte cose che già  sappiamo.
Però non ci sono risposte per il sentimento di insicurezza che adesso pervade lo stato d’animo dei francesi.
Ma il significato del nostro omaggio è stato capito: c’è stato un interesse straordinario dei media, così tanti giornalisti che non so come abbiano potuto lavorare.
Alla fine la polizia ha dovuto portare a casa gli imam in auto, non perchè temessero violenze su di loro, ma perchè non riuscivano ad andare via. C’erano centinaia di persone, è diventato un incontro popolare, non era previsto. Ma il messaggio è arrivato.
L’ estrema destra dirà : Marek ha portato qualche buon imam, ma la maggioranza degli islamici continua a coltivare la violenza. Marine Le Pen sostiene che l’islam è violento come religione: abbiamo sei milioni di islamici in Francia e sono naturalmente violenti.
Ma è stato importante vedere gli imam pregare in arabo qui, indossando gli abiti tradizionali, perchè gli abiti sono importanti.
Un imam ha fatto un discorso in arabo, uno in francese. Quando alla fine i militanti dell’estrema destra sono arrivati per distruggere questa bella immagine, ho cominciato a cantare la Marsigliese, e tutti mi hanno seguito.
Ed era bellissimo vedere gli imam, con un rabbino arrivato all’ultimo momento, che cantavano tutti assieme l’inno nazionale.

Marek Halter
(da “la Repubblica”)

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ADEL, L’EROE MUSULMANO CHE A BEIRUT HA SACRIFICATO LA SUA VITA LANCIANDOSI SU UN KAMIKAZE DELL’ISIS

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

IL SUO GESTO HA SALVATO LA VITA A CENTINAIA DI PERSONE

Gli attacchi di Parigi, l’aereo schiantatosi nel Sinai e le decine di vittime dell’attacco multiplo condotto contro la comunità  sciita di Beirut.
Tanti, troppi, i nomi delle vittime del terrorismo dell’Isis.
Tra questi si fa largo anche quello di Adel Termos, l’uomo che ha sacrificato la sua vita per placcare uno dei kamikaze responsabili dell’attacco nel distretto della capitale libanese di Burj al-Barajneh di giovedì scorso.
Grazie al suo gesto, è riuscito a contenere il numero delle vittime, salvando centinaia di persone.
Termos stava passeggiando con sua figlia, quando sente la prima esplosione causata dall’attacco del primo attentatore suicida.
Nella confusione, l’uomo – membro di Hezbollah, partito politico sciita del Libano – nota il secondo attentatore mentre comincia a dirigersi verso il numeroso gruppo di persone che circondano la moschea presa di mira dal primo kamikaze.
E’ in quel frangente che Termos decide di gettarsi sul terrorista, causando in questo modo la detonazione anticipata dell’ordigno ed evitando una seconda strage.
“L’ha placcato, facendolo cadere a terra. Poi c’è stata l’esplosione”, racconta un blogger e medico, Elie Fares, che lavora a Beirut. ” Ci sono molte famiglie, centinaia probabilmente – spiega il medico – che devono ringraziare di essere ancora in vita grazie al suo sacrificio”.
In un primo momento si era sparsa la voce che anche la piccola figlia di Termos fosse rimasta vittima dell’espolosione, ma ora stanno girando foto della piccola sui social network con in mano la foto del padre.
Venerdì, il giorno stesso dell’attacco a Parigi, si sono tenuti i funerali dell’uomo nel villaggio di Tallusa, sud del Libano.
Alla cerimonia sono accorsi parenti, amici e centinaia di persone scampate all’attacco che ha provocato 45 morti e circa 200 feriti.
Tutti loro hanno condannato l’Isis e la politica del terrore.

(da “Huffingtonpost”)

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IL NOBEL SHIRIM EBADI: “IL TERRORISMO SI COMBATTE DIALOGANDO CON I GIOVANI, LA TUNISIA E’ UN MODELLO DA SEGUIRE”

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

LA STUDIOSA IRANIANA CHE HA SUBITO IL CARCERE PER LE SUE BATTAGLIE: “SOLO COSI’ EVITEREMO CHE SI LASCINO SEDURRE DAL FANATISMO”

“Dobbiamo parlare ai giovani. Aiutare i Paesi sottosviluppati a crescere e a uscire dal provincialismo. Nel mondo ci sono milioni di persone che vivono in villaggi poverissimi e sono ridotte alla fame: queste persone sono facilmente strumentalizzabili, non hanno niente da perdere. Gli intellettuali mettano il loro sapere al servizio delle nuove generazioni: solo così sconfiggeremo i fanatismi e sdradicheremo la violenza”.
E’ un processo lungo, è un progetto ambizioso, quello di cui parla Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, prima iraniana e prima donna musulmana a ottenere questo riconoscimento.
Ma lei ci crede davvero. Lei che per le sue idee liberali e per le sue battaglie favore dei diritti umani è stata perseguitata, privata di tutti i suoi beni e costretta ad abbandonare il suo amato Paese, l’Iran.
Lei che ha pagato il peso scomodo delle proprie idee col carcere e col dolore di veder duramente picchiato il marito.
Lei che è allergica alle generalizzazioni al punto da non voler sentir parlare di uomini e donne, ma di “esseri pensanti”, perchè “è col pensiero che si cambia la Storia, la biologia non c’entra”
Abbiamo incontrato l’avvocato e prima donna magistrato in Iran – che oggi vive in esilio autoimposto tra Usa e Gran Bretagna, con il marito e il resto della famiglia ancora a Teheran – in occasione del 15esimo Summit dei Premi Nobel per la Pace, quest’anno a Barcellona il 14 e 15 novembre, organizzato in collaborazione con Mazda.
Ebadi ha inaugurato la due giorni di conferenza insieme ad altri Nobel per la pace come Tawakkul Karman, la “madre della rivoluzione” in Yemen, Mairead Maguire, madrina della risoluzione del conflitto nordirlandese, Lech Walesa, l’uomo che ha dato la libertà  al popolo polacco, e altre personalità  che hanno cambiato nel segno della democrazia il corso della Storia.
All’indomani degli attentati di Parigi, intellettuali e pacifisti si sono riuniti nel palazzo dei congressi della città  catalana costretti a prendere atto, con sbigottimento, di quanta strada ancora l’umanità  abbia da fare, e di quanti problemi culturali, economici e politici ci siano ancora da risolvere.
Loro, che hanno dedicato la vita a una causa e che in nome di un ideale hanno rischiato di morire o hanno subito il carcere, persino loro sono rimasti impietriti di fronte all’efferatezza della strage che ha colpito la Francia, e alle 129 vittime hanno dedicato un minuto di silenzio, rinunciando a fare brindisi sia a pranzo che a cena per tutte e due le giornate del meeting.
“Ma farsi travolgere dalla paura non ha senso. Non dobbiamo lasciarci intimidire – ha detto ancora Ebadi – piuttosto, cerchiamo di ragionare e di capire a fondo cosa sta succedendo. Ogni tipo di religione, in ogni periodo storico, è stata strumentalizzata in nome del fanatismo, sacrificando milioni di vittime innocenti in modo brutale. Pensiamo alle torture subite da Galileo Galiei, ad esempio, pensiamo alla Storia degli ultimi 500 anni in Europa. Oggi esistono due modi di interpretare l’Islam: uno più arcaico, che è quello dal quale io stessa vengo perseguitata, e uno più moderno, fatto di persone aperte, come me, mio marito, i miei amici. Generalizzare non serve, la religione non c’entra col terrorismo. Sono le persone, con i loro pensieri e le loro azioni, a scegliere la pace o la violenza”.
Shirin Ebadi non ci sta neanche a sentir parlare di “democrazia occidentale”.
Non le piace questa espressione, le sembra sottintenda una qualche presunta superiorità  culturale. “Non esiste la democrazia occidentale o quella orientale, esiste la democrazia e basta. Parlare di democrazia occidentale è fuoriviante, così come lo è dire che i diritti delle donne sono riconosciuti solo in occidente. Condiderare una cultura superiore a un’altra, cercare di imporla: è questo l’errore più grande! Lottare per la pace e la democrazia significa prescindere da questi schemi mentali e pensare che esiste la democrazia, che esistono i diritti, e che è giusto perseguire questi obiettivi a favore di tutti e in tutto il mondo, senza badare alla geografia, senza porre o imporre etichette”.
Pochi giorni prima di volare a Barcellona, Ebadi è stata in Tunisia, Paese-simbolo di un Islam moderato, riuscito a portare avanti con coerenza, negli ultimi anni, i principi di libertà  rivendicati in piazza con la rivoluzione dei gelsomini, e che proprio a causa di questa “evoluzione” democratica è stato colpito ripetutamente, quest’anno, dal terrorismo. “La Tunisia è un modello da seguire: sono molto grata al popolo tunisino per quello che ha fatto, la loro vittoria è un successo per tutti. Gli altri Paesi arabi guardino e prendano esempio. Io credo che prima o poi sconfiggeremo gli estremismi, il fanatismo e il terrorismo. Sarà  il punto di arrivo di un grande processo culturale, i cui fiori già  cominciano a sbocciare qua e là “. Come i gelsomini, simbolo di primavera e vita che rinasce, oltre la morte e l’orrore.

Sara Ficoncelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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