Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI E LA BOLDRINI RAPPRESENTERANNO L’ITALIA
Si prepara la marcia internazionale contro il terrorismo di domenica prossima a Tunisi.
La parola d’ordine sarà “Le monde est Bardo”.
Attese a Tunisi molte personalità a livello mondiale, tra cui il premier italiano Matteo Renzi, la presidente della Camera Laura Boldrini e il presidente francese Franà§ois Hollande.
“Le monde est Bardo” vuole esser un messaggio forte per affermare la volontà della Tunisia di superare gli avvenimenti del Bardo e sconfiggere il terrorismo.
La marcia di solidarietà per le vittime dell’attentato al museo del Bardo e contro il terrorismo è stata annunciata dal presidente tunisino, Beji Caid Essebsi.
In quell’occasione verrà anche inaugurata una stele in onore delle vittime.
Il corteo partirà da Bab Saadoun con destinazione il Bardo e la sede del Parlamento.
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Marzo 20th, 2015 Riccardo Fucile
L’AUTISTA DI BUS IN PENSIONE ALLA RICONQUISTA DEL SANTO SEPOLCRO
«Questo crociato è stato schiacciato dai leoni del monoteismo», scrivono su Twitter i trombettieri
dell’Isis dopo la mattanza tunisina, postando una foto del signor Caldara con la faccia annullata da una croce.
Non fosse una tragedia, ci sarebbe da sorridere.
Perchè solo una banda di deficienti può riconoscere un cavaliere templare nell’immagine di un signore in maniche corte, dallo sguardo mite e pacificato col mondo.
Il crociato Francesco Caldara della contea di Novara era un temibilissimo autista di bus in pensione, un vedovo precoce che in fondo a troppo dolore si era ricostruito una vita e aveva affrontato la sua prima crociera per festeggiare il compleanno della nuova compagna.
Non so se fosse cristiano, musulmano, buddhista, agnostico o semplicemente confuso come tanti.
Di sicuro non lo sanno neanche loro, «i leoni del monoteismo» che si vantano della sua eliminazione.
A pelle, mi sentirei comunque di escludere che tra i suoi obiettivi immediati ci fosse la riconquista del Santo Sepolcro.
Il crociato, l’ebreo, l’omosessuale, il clandestino.
Sono sempre le astrazioni che riducono in pappa i cervelli.
Dio del buonsenso, se esisti, ma anche se non esisti, dammi la forza di vedere nel prossimo le storie e mai le etichette, i nomi e i cognomi invece che i simboli.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
L’ORGOGLIO NAZIONALE DELLA PRIMAVERA ARABA CONTRO L’ISIS
Quei ragazzi in piazza raccontano di un orgoglio nazionale che non si lascia piegare dai jihadisti che
hanno lanciato la loro sfida mortale nel Paese in cui la “Primavera” non è sfiorita.
Così come è avvenuto in Giordania dopo che i tagliagole di Abu Bakr al-Baghdadi avevano arso vivo un giovane pilota, oggi anche nella Tunisia colpita al cuore dall’attacco terroristico al Museo del Bardo, la risposta più forte, matura, è venuta dai parlamentari e dai giovani che intonano l’inno nazionale, elemento unificante, simbolo di una democrazia solida, matura, che non si è liberata, in quel lontano ma mai così attuale, 2011 del regime di Ben Ali, per cadere nelle mani insanguinate dei fautori della più truce dittatura della sharia.
La Tunisia si è ribellata. E’ scesa in piazza per difendere un bene comune: la libertà . Un bene che la società civile tunisina, le sue associazioni, le sue organizzazioni sindacali, hanno difeso anche a costo della vita
Non hanno colpito a caso, i sostenitori del “Califfato” e della Jihad globale: tra i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, la Tunisia è quello che prova ad abbinare stabilità e pluralismo, che crede nella possibilità di abbinare modernità e tradizione, laicità e fede.
La Tunisia, ovvero il Paese da cui prese le mosse quella “Primavera araba” che con le sue istanze di libertà e giustizia propagò poi in Egitto e in altri Paesi del Grande Medio Oriente.
La Tunisia è un modello, e per questo è una minaccia mortale per jihadisti e qaedisti. Lo è perchè è uno Stato che intende difendere la propria integrità nazionale, per non far la fine del “non Stato” libico, dove a farla da padroni sono oltre 200 milizie armate.
La Tunisia è un modello, perchè prova a rafforzare la basi di uno Stato di Diritto senza dover pagare pegno alla casta militare, come in Algeria o in Egitto.
La Tunisia è un modello, perchè orgogliosa della propria storia, di cui il Museo insanguinato di Tunisi è un prezioso custode.
La Tunisia, però, è una democrazia giovane, ancora fragile, dove settori della società , soprattutto fra i giovani, sentono l’attrazione verso il credo totalitario dello Stato islamico.
Un dato per tutti: sono almeno 3mila i tunisini che combattono in Siria nelle fila dell’esercito di al-Baghdadi.Così come è forte la presenza salafita nel Paese.
La Tunisia è un sogno, un sogno laico, che i jihadisti provano a infrangere con il terrore.
La simbologia ha un valore straordinario per i “guerrieri di Allah”: simbolo di una aborrita libertà di espressione era il settimanale satirico francese “Charlie Hebdo”, e simbolo di una cultura che unisce Oriente e Occidente, è il Museo del Bardo, tra i più belli del Mediterraneo, come lo è quello di Mosul e gli altri siti archeologici assirobabilonesi devastati dai miliziani dell’Isis in Iraq e in Siria.
La Tunisia resiste, ma la piovra qaedista l’ha presa di mira.
Le autorità temevano attacchi eclatanti e in questi mesi hanno accentuato le operazioni di contrasto con dozzine di arresti, rastrellamenti ai confini, controlli massicci. Ma non è bastato. Troppo forte la presenza di militanti violenti, così come è troppo vicina quella terra di nessuno, la “Somalia del Mediterraneo, che è la Libbia del dopo-Gheddafi..
Cosa sia la nebulosa jihadista nel Paese nord africano lo tratteggia con la consueta capacità analitica, Pietro Batacchi, direttore della Rivista Italia Difesa, Rid.
Nel Paese, sono attivi gruppi salafiti quali la Lega per la Protezione della Rivoluzione, sciolto dalle autorità tunisine, mentre vaste parti di territorio sono fuori dal controllo governativo, in particolare il sud, e sono impiegate da elementi dei gruppi jihadisti come retroterra e aree di transito da e per Libia ed Algeria.
In Tunisia, spiega i direttore è innanzitutto attiva Ansar al-Sharia, gruppo qaedista fondato nell’aprile 2011da Abu Ayadh al-Tunisi,già fondatore del Gruppo Combattente Tunisino, altra realtà radicale salafita, e liberato dalla carceri tunisine dopo la caduta di Ben Alì nel 2011, così come molti altri appartenenti al gruppo che, oggi, potrebbe contare su oltre 1.000 miliziani.
Ansar al-Sharia, legata all’Ansar al-Sharia libica, è dietro la catena di attentati politici che ha insanguinato il paese nel 2013 e 2014 e all’attacco all’ambasciata americana nel Paese del settembre 2012.
La roccaforte del gruppo è il massiccio del Djebel Chambi, nel governatorato di Kasserine al confine con l’Algeria, dove a metà febbraio in un attacco terroristico sono state uccise 4 guardie di frontiera tunisine e teatro anche in passato di attacchi come quello costato la vita al deputato Mohamed Ali Nasri, del partito di governo Nidaa Tounes, o quello che ha avuto per obbiettivo la casa dell’ex ministro dell’Interno Lotfi Ben Jeddou. Ansar al-Sharia, ma anche altre realtà jihadiste, utilizzano quest’area come santuario e corridoio per il traffico di armi ed il passaggio di miliziani dalla Libia all’Algeria, fino al nord del Mali.
Dietro questi attacchi ci potrebbe essere in realtà anche un’altra sigla, ovvero quella della Uqba ibn Nafi Brigade, un’emanazione di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) che, dopo le operazioni francesi in Mali, a partire dal 2003 ha allargato le proprie attività più a nord in direzione del sud della Tunisia e della Libia.
Da diversi mesi, però, in Tunisia si stanno infiltrando anche elementi di Isis, provenienti dalla Libia o di ritorno dalla Siria.
Ma dietro l’attacco al Museo del Bardo c’è anche una strategia che viene da lontano e che è stata tratteggiata da Ayman al-Zawahiri, il successore di Osama bin Laden alla guida di al-Qaeda, quando il medico egiziano era ancora il vice del “miliardario del terrore”: colpire i regimi arabi moderati, o comunque amici dell’Occidente, mettendo in crisi una delle fonti più importanti delle economie nazionali: il turismo.
Fu così in Egitto, con gli attacchi ai resort di Sharm el Sheick o alla Valle dei Templi, lo è ora in Tunisia, dove Il turismo rappresenta il 50 per cento del pil nazionale: quindi colpirlo significa ferire a morte il Paese, metterlo in ginocchio, cercando poi di cavalcare la protesta sociale.
Tutto questo c’è dietro la strage al Bardo. Un messaggio indirizzato anche all’Europa e, in essa, all’Italia.
E non solo perchè tra gli stranieri vittime dell’attacco terroristico vi sono anche nostri connazionali, ma perchè l’Italia ha puntato molto sulla “nuova Tunisia” per sviluppare una politica di cooperazione tra i Paesi delle due sponde del Mediterraneo.
Dialogo, cooperazione, lotta contro i trafficanti di esseri umani che hanno stretto un patto criminale con le filiali nordafricane dell’Isis e di al-Qaeda per dividersi i proventi della “jihad dei barconi”.
Per aver cercato di sostenere il sogno laico della Tunisia, l’Italia è nel mirino dei jihadisti. Indietreggiare oggi rispetto agli impegni assunti con le autorità di Tunisi suonerebbe come una resa ai signori della guerra e del terrore.
Il modo migliore per combatterli è rafforzare la cooperazione, in ogni campo anche quello militare, con un Paese che rivendica con orgoglio la sua “rivoluzione dei gelsomini”,
Un fiore di libertà che non vuole appassire.
O essere reciso dai nazijihadisti di al-Baghdadi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
BLITZ DELLE FORZE SPECIALI TUNISINE CHE LIBERANO CENTINAIA DI OSTAGGI… UNA FOLLA MINACCIOSA ALL’ESTERNO CANTA L’INNO NAZIONALE
Attacco terroristico nel cuore di Tunisi, diciotto le vittime sin qui ufficializzate dal Ministero
dell’Interno.
Secondo media locali, tre terroristi con indosso le uniformi dell’esercito hanno fatto fuoco contro un pullman parcheggiato davanti al Museo del Bardo, non lontano dalla sede dell’assemblea tunisina.
Molte vittime sono turisti, la loro nazionalità è in corso di accertamento, si parla di due italiani. Media riportano che l’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico.
Le forze speciali antiterrorismo sono poi entrate in azione per liberare gli ostaggi.
Un gruppo di turisti che erano stati sequestrati sono stati liberati da un blitz delle forze speciali.
Uno dei presunti responsabili dell’attacco è stato arrestato mentre gli altri due sono circondati in edifici che appartengono al Parlamento. Lo riferiscono a Efe fonti della sicurezza, precisando che l’arrestato è uno studente di 22 anni.
La Farnesina conferma che vi sono italiani coinvolti. Tra di loro due feriti, mentre un centinaio sono stati messi in sicurezza dalle forze tunisine.
La Costa crociere ha confermato che alcuni passeggeri erano in tour per la città : “Oggi Costa Fascinosa è nel porto di Tunisi, nel corso di una crociera di 7 giorni nel Mediterraneo.
Durante la sosta alcuni ospiti di Costa Fascinosa hanno fatto un tour della città “. La stessa società fa sapere di di essere in stretto contatto con il Mise e di aver richiamato a bordo tutti i passeggeri (3161 in totale).
Tra gli ostaggi ci sarebbero stati quattro dipendenti del Comune di Torino, tra cui Carolina Bottari, di Torino, che al telefono ha parlato di due italiani colpiti. “Eravamo una comitiva di una cinquantina di persone. Qui nella stanza siamo in sei italiani, di là nello stanzone sono molti di più. Due persone sono morte. Altre tre sono rimaste ferite”.
Secondo vari media, più di 200 turisti erano presenti all’interno del museo del Bardo al momento dell’attacco. Di questi, circa 160 sono riusciti a fuggire, sarebbero rimaste nelle mani dei terroristi tra le 20 e le 40 persone.
In Parlamento, gli agenti della sicurezza hanno impedito a giornalisti e deputati di lasciare l’aula. Testimoni all’esterno del Parlamento hanno riferito di una massiccia presenza di poliziotti in procinto di evacuare l’edificio.
Informazione confermata da un tweet della deputata Sayida Ounissi, secondo cui l’evacuazione è in corso. Sayida Ounissi aggiunge che “il panico è enorme” e tutto è successo mentre era in corso l’audizione delle forze armate sulla legge antiterrorismo. Presenti il ministro della Giustizia, giudici e responsabili delle Forze armate.
Il presidente della Tunisia, Bèji Caà¯d Essebsi, terrà alle 18 un discorso al popolo tunisino a seguito della sparatoria di oggi nella capitale.
Pochi minuti fa le forze speciali hanno giustiziato i due terroristi che erano ancora all’interno del Museo.
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Marzo 7th, 2015 Riccardo Fucile
IL PENTITO GALATOLO RACCONTA IN 117 PAGINE DOVE AVREBBERO PIAZZATO IL TRITOLO: “FACEMMO I SOPRALLUOGHI ANCHE NEL PALAZZO DI GIUSTIZIA. ERA TUTTO PRONTO”
Per uccidere il pubblico ministero Nino Di Matteo, i killer di Cosa Nostra fecero un sopralluogo dentro il
Palazzo di Giustizia, a pochi metri dalla stanza del magistrato, alla ricerca di un posto dove piazzare il tritolo.
Ormai erano a un passo da quella che sarebbe stata una strage probabilmente senza precedenti.
“Ci siamo visti dentro il Tribunale di Palermo e se le telecamere funzionano ci hanno ripreso: siamo io e Vincenzo Graziano. Lui mi disse: io lo vorrei mettere là . Parlava della strada, dove appoggiare un furgone. Io risposi: ma come facciamo a metterlo là chè succede una catastrofe? Passano macchine, scendono bambini. È impensabile”.
È il racconto di Vito Galatolo: qualcosa come 117 pagine che ricostruiscono, sequenza dopo sequenza, il piano di morte per eliminare il magistrato della trattativa.
È il primo verbale del neo-pentito, riempito il 14 novembre scorso davanti ai pubblici ministeri di Caltanissetta e depositato durante l’ultima udienza del processo in corso nell’aula bunker dell’Ucciardone.
Agli atti del dibattimento anche l’interrogatorio del 10 febbraio scorso di Carmelo D’Amico, l’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto, che ha riferito agli inquirenti le confidenze ricevute nel carcere di Opera dal boss Nino Rotolo sul ruolo di “ambasciatore di Riina, Provenzano e Ciancimino” attribuito ad Antonino Cinà nel dialogo tra i capimafia e le istituzioni.
Con alcuni particolari del tutto inediti sull’elenco delle richieste di Cosa nostra, il cosiddetto “papello”, che D’Amico invece definisce “bigliettino”: “Rotolo mi disse che Riina non si fidava di Ciancimino, perchè era sbirro, però il bigliettino scritto da Bernardo Provenzano, sotto dettatura di Riina, alla fine è stato portato a don Vito”.
Il racconto di Galatolo, che dice di essersi pentito per “dare un futuro” ai suoi figli, parte dalle lettere di Matteo Messina Denaro a Girolamo Biondino: nella prima, spedita nel settembre 2012, il latitante suggerisce che Vito “assuma il ruolo di capo-mandamento di Resuttana”, in sostituzione del padre Vincenzo.
Nella seconda, recapitata a dicembre, il boss scrive al gruppo dei fedelissimi composto da Galatolo, Graziano, Biondino e Alessandro D’Ambrogio: “Carissimi fratelli, mi auguro di vero cuore che stiate bene, spero che un giorno vi possa incontrare di persona… Oggi stiamo arrivando al dunque di una decisione, se ve la sentite di fare un attentato, perchè si sta andando oltre e non è giusto”.
Dopo il preambolo, il riferimento al bersaglio della strage: “C’e’ questo signore, Di Matteo, sta andando oltre e si deve fermare. Se volete qualche uomo, ve lo posso dare. Ma non posso venire personalmente perchè non mi trovo in Sicilia”.
Da quel momento, racconta il pentito, parte la raccolta dei fondi necessari all’acquisto del tritolo: “Ci volevano — dice Galatolo — qualcosa come cinquecento mila euro, io ne misi 360 mila e gli altri 70 mila ciascuno”.
L’esplosivo, 200 chili, arrivò dalla Calabria: ma 100 chili vennero rispediti indietro perchè contenuti in un cilindro di acciaio che era “umido di salsedine”; il resto fu messo al sicuro da Graziano e ancora oggi non è stato localizzato. Poi si passò allo studio delle modalità dell’attentato.
“Ho pensato che poteva succedere in una traversa del Tribunale — dice ai pm — dove voi entrate con la macchina”.
Ma Galatolo non vuole fare una strage che coinvolga passanti e bambini. Cosi’ i killer ipotizzano un secondo scenario, la borgata di Santa Flavia, dove il pm trascorre le vacanze.
Poi la conclusione: ”La vita di Di Matteo è ancora in pericolo, perchè c’e’ il tritolo a Palermo”.
Nei verbali di D’Amico, invece, il racconto della prima fase della trattativa conosciuto per bocca di Rotolo.
Si scopre così che Riina non si fida di Ciancimino ed è restio ad avviare il canale di dialogo con lo Stato e che Provenzano si adopera per convincerlo. Binnu alla fine “lo convince e gli dice: dato che vogliono trattare con noi, sistemiamo queste cose: revocare il 41 bis, e alleggerire la legge sul sequestro dei beni”.
Rotolo, infine, racconta a D’Amico i suoi sospetti sul ruolo di Provenzano “nella cattura di Salvatore Riina” e sulla latitanza di Binnu, coperta “da forze armate dello Stato”.
Giuseppe Pipitone e Sandra Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
LA RABBIA DELLE DONNE: “QUI ABBIAMO WELFARE, ASILI, EFFICIENZA: PERCHE’ COLPIRE CHI OFFRE RIFUGIO?”
“La Danimarca è femmina” scherza Kristine Toft a un tavolino di Mackiee’s Pizza di Aarhus. 
E’ appena tornata dalla grande manifestazione contro il terrore sulla piazza del municipio dove insieme a 1500 persone ha intonato la canzone distribuita dagli organizzatori “Circondati dai nemici” e mangia un hamburger con quattro amiche.
Tra loro c’è Yasmeen, 32 anni, palestinese di origine come Omar Abdel Hamid al Hussein.
“C’erano pochi musulmani alla manifestazione, pochissimi, me lo aspettavo ma mi fa male” dice Yasmeen bevendo una birra analcolica.
E’ arrivata qui con i genitori quando aveva due anni, si è laureata in scienze politiche e oggi lavora all’università di Aarhus: “Non mi piace che si irrida la mia religione come con le vignette sul Profeta, ma non piace anche a molti danesi non musulmani e siamo tutti liberi di protestare. Ai miei fratelli invece vorrei dire che la loro rabbia e il loro vittimismo rivela solo quanto si sentano frustrati per non saper cogliere le opportunità che questa società ci offre”.
La voce di Yasmeen non è isolata tra le musulmane di Danimarca (ci sono ovviamente mille e una eccezione).
A Copenaghen la medico 29enne afghana Alam Abdullah è severissima nei confronti di quelli che vanno in Siria a combattere e di quelli che pensano di farlo qui come il killer di sabato: “Non provo nessuna pena, nessuna comprensione, non vedo alcun coraggio nell’uccidere qui o in Siria, ci vuole coraggio invece a guardarsi intorno, conoscere gli altri e vivere tutti insieme. Sono furiosa con i ragazzi che sono andati a deporre fiori e bigliettini sul luogo in cui l’assassino è stato ammazzato, stiamo diventando pazzi, le destre estreme avranno di che gongolare”.
Le donne in Danimarca sono davvero ovunque, dai vertici delle grandi aziende ai doks del porto di Aarush.
Ma curiosamente mancano nella nutrita lista dei foreign fighters arruolatisi in Siria che fa del paese uno dei maggiori contribuenti alla legione straniera del Califfato.
“Per quanto valgano questi numeri dei circa 100 danesi partiti, molti da Aaruh dove c’è una grande comunità araba, le donne note sono finora solo un paio” conferma Mehdi Mozaffari, esperto di islamismo e radicalizzazione all’università di Aarhus.
Può darsi che le donne (specie se provenienti da condizioni difficili) apprezzino più dei loro compagni il modello danese della “flexsecurity”, università gratis (anzi stipendiata), 55% di tasse al servizio di un welfare molto buono, asili che in efficienza fanno concorrenza ai leggendari nonni dell’Europa meridionale.
Può darsi che di fronte ai continui improperi lanciati loro dietro dagli emarginati ubriachi e spesso stranieri (che non risparmiano però le connazionali e le correligionarie) stazionanti alle spalle della stazione di Copenhagen le donne facciano quadrato, tutte, dalle tardo-hippie della comune di Christiania alla ragazza siriana velata arrivata a settembre da Aleppo e già paladina del paese che l’ha accolta (“Quando ho sentito dell’attentato di sabato mi sono messa a piangere, ma perchè colpire chi ci offre rifugio?” dice Sima sul treno tra Arush e Copenahagen).
Può darsi che sia un caso.
A Kristine piace pensare che la Danimarca sia donna.
Francesca Paci
(da “La Stampa”)
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Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile
HA UCCISO DUE PERSONE E FERITE CINQUE… IN GERMANIA ANNULLATA LA PARATA DI CARNEVALE PER MOTIVI DI SICUREZZA
Il presunto autore degli attacchi terroristici di Copenaghen era conosciuto dalla polizia e dall’intelligence del Paese e proveniva dalla capitale.
Il killer è stato ucciso nella mattinata ed è accusato dei due attentati in Danimarca delle ultime ore in cui hanno perso la vita due persone e cinque sono rimaste ferite.
Le autorità conoscono l’identità dell’uomo, ma non possono rivelarla poichè un’indagine è in corso.
In una conferenza stampa nella capitale danese, il capo del servizio segreto Pet Jens Madsen ha reso noto che l’uomo era noto ai servizi ed “era nei nostri radar”, anche se “non abbiamo una conoscenza specifica concreta che avesse viaggiato nelle zone di conflitto” come Siria e Iraq.
Lo stesso Madsen ha espresso la convinzione che l’uomo abbia agito da solo.
Intanto nella città settentrionale tedesca di Braunschweig una parata di Carnevale è stata annullata all’ultimo momento dopo che la polizia ha ricevuto una soffiata su un possibile attacco islamista.
“Fonti affidabili”, hanno comunicato alla polizia che vi era “il concreto pericolo di un attacco con un background islamista”, ha detto un portavoce della polizia.
Il carnevale di Braunschweig (nota anche come Brunswick) è il più grande della Germania settentrionale.
Oltre 250mila persone erano attese oggi per lo “Schoduvel”, una parata per la quale dovevano sfilare un centinaio di carri con 4500 partecipanti.
Poco prima della cancellazione della parata, il ministero degli interni aveva detto all’agenzia stampa Dpa che, dopo gli attacchi in Danimarca, non c’era un elevato rischio di attentati in Germania. “Non abbiamo indicazioni concrete di piani d’attacco in Germania — aveva detto la portavoce — la situazione non è mutata”.
Patrick Pelloux, editorialista del giornale satirico francese Charlie Hebdo — colpito all’inizio di gennaio dall’attacco islamista più grave mai avvenuto in Europa — ha invitato oggi tutti gli artisti a “non cedere all’autocensura o alla paura” dopo i sanguinosi attentati di Copenaghen.
“Oggi siamo tutti danesi — ha commentato — dobbiamo essere fermi e non avere più paurà ‘.
Il segretario generale di Reporters sans Frontiers Christophe Deloire ha confermato che a partire dagli attentati a Charlie Hebdo la paura di attacchi contro la libertà di espressione è cresciuta in modo esponenziale: “E’ qualcosa che temevano accadesse e sta accadendo”, ha detto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 15th, 2015 Riccardo Fucile
CI SAREBBE UN LEGAME CON COULIBALY
Due persone sono morte e una è stata gravemente ferita in un’operazione antiterrorismo della
polizia a Verviers, quasi al confine con la Germania.
Le persone sorprese a Verviers “hanno aperto il fuoco a lungo con armi da guerra”. Armi automatiche e kalashnikov sulle forze speciali della polizia ma non hanno provocato vittime nè feriti.
Due di loro sono invece stati uccisi dalla risposta degli agenti, mentre il terzo è stato arrestato.
L’obiettivo dei terroristi era la polizia, ma al riguardo non sono stati forniti ulteriori dettagli perchè le indagini sono in corso.
Secondo la Procura, “erano sul punto di realizzare attentati di ampia portata in tempi imminenti”. Infine, la Procura ha confermato l’innalzamento al livello 3 su 4 dell’allerta antiterrorismo per il Belgio.
L’operazione, hanno detto al Palazzo di Giustizia, riguarda un’indagine molto delicata e per questa ragione gli inquirenti non hanno voluto fornire più informazioni, ma hanno convocato una nuova conferenza stampa per domani mattina.
I tre presunti jihadisti erano sotto sorveglianza, appena rientrati dalla Siria dove si erano radicalizzati e si erano formati.
La polizia ha fatto irruzione nell’edificio di Verviers mentre all’esterno erano appostati tiratori scelti sui tetti.
A quanto riferisce la rete televisiva francese France 1, c’è un legame fra l’operazione antiterrorismo in Belgio e la rete di sostegno ad Amedy Coulibaly, l’autore della presa d’ostaggi al minimarket kosher di Parigi.
Si tratterebbe di un gruppo che si occupava dell’invio di jihadisti in Siria e di fornire armi a criminali comuni e gruppi estremisti musulmani.
Coulibaly si era rifornito di armi a Bruxelles. Ma la Procura non conferma. Nessun legame è stato stabilito al momento “tra l’operazione antiterrorismo in Beglio e gli attentati di Parigi”, ha detto il sostituto procuratore belga, Eric Van Der Sijpt.
Le indagini sulla cellula belga erano iniziate prima degli attentati di Parigi, sottolineano alla Procura federale.
Ma la rete è ampia. Secondo quanto riporta la tv fiamminga le operazioni contro la jihad si stanno svolgendo in Belgio ma anche in altri sette Paesi europei e nello Yemen. Sempre oggi la polizia belga ha trovato dei materiali esplosivi in una casa ad Anderlecht, un quartiere a sud di Bruxelles.
Le testimonianze.
I media nazionali riportano il racconto di alcuni testimoni che parlano di esplosioni nei pressi di rue du Palais.
Un testimone ha raccontato che gli scontri hanno avuto luogo al 16 di rue de la Colline, sopra rue des Ecoles, in un’ex panetteria, all’incrocio erano stati bloccati un furgone blu e una macchina.
Sul posto sono arrivate le forze dell’ordine poi si sono sentite tre o quattro esplosioni, decine di spari. Le persone che vivono nell’area sono state evacuate e la strada occupata da veicoli della polizia.
Anche il sito del quotidiano belga Le Soir riporta il racconto di un testimone: “Erano le 17.45 e stavo guidando quando ho sentito due spari. Mi sono fermato. Era solo in strada e ho visto due giovani di 25-30 anni, di origine magrebina, vestiti di nero e con una borsa dello stesso colore”.
“Stavamo risalendo rue des Ecole e volevamo attraversare alle strisce pedonali di rue de la Colline, quando un uomo vestito di blu scuro e col passamontagna sul volto ci ha spinto alle spalle e ci ha detto ‘correte'”, è invece la testimonianza di una donna che si trovava per strada con i figli quando è iniziata l’operazione, raccolta dall’emittente tv Rtl.
“Abbiamo guardato rue de la Colline ed abbiamo visto una camionetta blu scura ferma in mezzo alla strada e due persone col passamontagna e poi che c’era un dispiegamento di numerosi poliziotti – ha detto -. Ci siamo messi a correre e in due secondi c’è stata una grossa esplosione e dei colpi di arma da fuoco a raffica. I miei bambini si sono messi a piangere. Li ho spinti ed abbiamo continuato a correre”.
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 12th, 2015 Riccardo Fucile
TRA PUGNI ALZATI E LA MARSIGLIESE
«Grazie , non mi serve alcuna protezione. Torno a casa con il metrò». Quando ormai è sera, e il
sole sta tramontando in Place de la Nation, il giornalista di Charlie Hebdo Antonio Fischetti fatica ad abbandonare l’abbraccio della folla, ma vuole tornare alla normalità , e perciò rifiuta la proposta di essere scortato del servizio d’ordine della manifestazione.
«Non ce l’aspettavamo, non così almeno», spiega il giornalista che ha genitori di Napoli, un rital, figlio di immigrati italiani pure lui come il fondatore della rivista, Franà§ois Cavanna, morto l’anno scorso.
Il disegnatore Renald Luzier, in arte Luz, dà una carezza di conforto a Patrick Pelloux, il medico che collabora con Charlie.
«Volevamo fare qualche vignetta, uno striscione – spiega Luz – poi non ce l’abbiamo fatta». «Dà i, basta piangere, torniamo a casa», chiosa Julien Berjeaut, Jul, che saluta tutti mentre la piazza ancora grida «Tenez bon», tenete duro.
Fino a qualche giorno fa lavoravano in una redazione di poche stanze, quasi clandestini, e ora si ritrovano davanti a una cinquantina di capi di Stato e di governo a cui danno le spalle.
Hollande, Merkel, Renzi, Cameron e gli altri sono pregati di mettersi in seconda fila. Un protocollo inedito, ma era la condizione pretesa dai superstiti del settimanale che ha passato quarant’anni a beffarsi dei politici e dei potenti in generale.
«Lo spirito di Charlie si riconosce da questi particolari», racconta Thierry, amico di Charb, il direttore del settimanale ucciso
Una piccola famiglia, ormai sono meno di dieci.
Avanzano senza parlare, bastano gli sguardi a raccogliere il senso di questa giornata che non ha precedenti nella storia francese. «Merci», «Merci», ripetono.
Per la prima volta nella loro vita sono sobri, senza slogan. Solo una fascia in fronte con la scritta Charlie.
Una giornalista cammina con il pugno alzato, un altro fa ciao ai balconi che esibiscono bandiere tricolori.
Quel che resta di Charlie Hebdo arriva in Boulevard Voltaire alle quindici, insieme ai parenti delle vittime. Un’ora prima la Prefettura ha già capito che la marcia non potrà mai partire da place de la Rèpublique.
La testa del corteo si compone dopo l’incrocio con la rue du Chemin Vert. Le vie laterali sono chiuse. S’intravede la folla oltre le transenne.
Tutti aspettano in un grande silenzio di rispetto. Improvvisamente i cellulari diventano muti, gli elicotteri volano in cielo.
I pullman neri partiti dall’Eliseo fanno scendere i capi di Stato e di governo. Vengono fatti accomodare in una zona cuscinetto in cui non ci sono manifestanti.
Attimi di incertezza. «Partiamo? Che dobbiamo fare?» si spazientisce un dirigente del servizio d’ordine.
I due tronconi finalmente avanzano. Marciano insieme per pochi minuti. Quattrocento metri in tutto, fino in place Lèon Blum. I cecchini sono sui tetti. Ancora il silenzio. Solo applausi. Lungo il breve percorso dove camminano Hollande, Merkel e Renzi c’è un mosaico di disegni preparati da una scuola del quartiere dopo le stragi.
Uomini e donna che si tengono per mano, proprio come hanno fatto i capi di Stato e di governo. Una pistola nel sangue. Un cielo con l’alba.
Hollande rompe le righe, lascia andar via le delegazioni, e viene a salutare la redazione.
Il capo dello Stato dà una carezza a Luz, abbraccia Pelloux che mercoledì scorso l’ha avvertito per primo della strage. Si erano incontrati all’Eliseo l’estate scorsa. I conti di Charlie Hebdo erano in rosso e il Presidente aveva promesso di sbloccare fondi per il settimanale. «Coraggio», dice Hollande.
Tra gli invitati della delegazione ufficiale ci sono anche il premier ungherese Viktor Orbà¡n, il ministro russo Sergej Lavrov, non proprio campioni di libertà d’espressione. Nella redazione serpeggia qualche perplessità .
«Non importa», risponde Pelloux. «L’importante ora è chiedersi perchè? Perchè dei ragazzi francesi, cresciuti in questo paese hanno ucciso 17 persone in pochi giorni?»
La vera marcia comincia.
Molti famigliari di Charlie Hebdo non se la sentono di proseguire, chiedono di risalire sui pullman. La redazione avanza su Boulevard Voltaire circondata da un cordone di sicurezza oltre il quale i manifestanti premono per vederli, urlare messaggi di sostegno.
Un padre con dei bambini è salito sui cassonetti, dei ragazzi sono seduti sulla pensilina dell’autobus, altri si sono arrampicati sugli alberi.
Cantano la Marsigliese. «Je suis Charlie», «Je suis Clarissa», la vigilessa uccisa giovedì, «Je suis Michel », una delle vittime nel supermercato kosher. «Je suis Franck», il nome dell’agente della scorta del vignettista Charb. Un «je», io, che è diventato multiplo, nella cartesiana formula «Je pense, donc je suis», penso dunque sono.
Anche i nomi delle strade e delle piazze diventano simbolici: Rèpublique, Voltaire, Nation. Il breve corteo dei leader si ferma in place Lèon Blum, l’unico presidente francese ebreo.
Tra i giornalisti alla testa del corteo c’è anche il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, che parla con Manuel Valls. «Una risposta impressionante» commenta il premier. «È una giornata importante non solo per la Francia ma per il mondo. Spero che da oggi cambierà qualcosa per l’Europa ma so che da domani sarà tutto più difficile ».
Nella parte riservata alle autorità politiche e religiose – il rabbino capo di Parigi, il rettore della moschea, tre vescovi – c’è anche Lassana, l’impiegato malese e musulmano dell’Hyper Cacher che ha salvato degli ostaggi nascondendoli nelle celle frigorifere.
«Non sono un eroe» dice solo. Accanto a lui, la titolare del negozio è tesa, ferma un funzionario del ministero dell’Interno. «Noi domani (oggi, ndr) dobbiamo riaprire e non ci avete ancora garantito nessuna protezione».
«Faremo qualcosa, certo», risponde il dirigente, prima di aggiungere: «Dovete avere pazienza, è successo tutto in così poco tempo».
(da “La Repubblica“)
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